Terre di San Leonardo 2012, Vigneti delle Dolomiti IGT, Tenuta di San Leonardo, 13 gradi.

Che il trentino San Leonardo sia uno tra i massimi uvaggi bordolesi italiani, per la qualità delle singole annate e per la continuità su un arco trentennale, è noto: penne celebri e prestigiose ne hanno raccontata la storia e le individualità anno per anno, non serve il mio giudizio.

Però un paio di primavere addietro partecipai ad una degustazione eccezionale di dieci annate, con la quale ho riscoperto questo vino mirabile, che in passato non aveva suscitato il mio interesse: mi aveva intrigato conoscere vini di uve autoctone o vini stranieri, non i bordolesi italiani di un certo impegno e costo. Ai classici, però, bisogna sempre ritornare e di fronte all’eleganza dritta del San Leonardo, non si può restare insensibili: l’amai.

Rientrando a casa, quella sera della degustazione, mi ricordai di avere in cantina un Terre di San Leonardo, ossia la seconda etichetta della Tenuta, il fratello minore del San Leonardo. Molto simile, invero: i vigneti sono praticamente i medesimi; anzi, in certe annate, confluisce in esso quanto destinato normalmente al San Leonardo, ma non ritenuto all’altezza.

Li differenzia la percentuale di Carmenere, inferiore nel “Terre”, però l’impostazione complessiva da vino aristocratico, compatto, dal passo lento, giustamente ampio ma sostanzialmente fresco, li accomuna.

Perché anche il “Terre di San Leonardo” è nordico e mediterraneo a un tempo, mantiene quel portamento aristocratico, risultando appena meno articolato, complesso e raffinato.

Questo 2012 non mostrava i segni del tempo: restava sul colore rubino di media profondità, col suo profumo molto intenso, pulito, fresco e vaporoso, dove i fiori gialli contornavano la rosa che emergeva nettissima, dove il ribes rosso, la ciliegia matura, la susina, sfumavano nella dimensione sottilmente agreste del peperone arrostito, del sedano, del finocchietto, del pepe bianco.

Indubitabilmente aveva un gran corpo, polpa, ma era magicamente leggero, di buon gusto. Con la sua notevolissima acidità, il tannino raffinato e abbondante (appena rugoso, ma piacevolmente), sviluppava un sorso continuo, intenso, lungo, assai salino, pervaso da una mineralità sottile, come una vena di metallo pregiato che si celi nella roccia, fino al finale bilanciato che rimaneva un po’ centrato sul tannino, assai grintoso.

Un vino roccioso e adulto, luminoso e puro, che immagino ideale, amica o amico che mi leggi, sugli arrosti misti.

La vota Cabernet Sauvignon Menfi DOC 2011, Cantine Barbera, 13,5 gradi.

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Ognuno ha le sue preferenze. Se posso, amo bere vini fatti con uve autoctone o, per meglio dire, endemiche. Questo, da sempre: dal momento che il vino per me è sempre stato un interesse ed una soddisfazione culturale e intellettuale, quella sensuale nettamente in second’ordine, non ho mai avuto particolare interesse per i vini tratti da uve internazionali nemmeno quando questi erano di gran moda e sulla tavola di casa mia potevano passarne; mi pareva anzi, già nella mia mente di adolescente, che potessero snaturate e traviare le tradizioni del luogo: “Perché mai dovremmo copiare gli altri, invece di cercare di eccellere con ciò che generazioni di avi ci hanno consegnato?”. Ovviamente la mia era una posizione di pancia, ma la pancia spesso è saggia assai.
Tuttavia, negli anni, e vieppiù oggi che tanti bevitori alla moda ne rifuggono per snobberia, mi è presa una certa curiosità di assaggiare come vengono nei territori italiani i Cabernet Suvignon, I Merlot, gli Chardonnay, e via discorrendo; perché essi rappresentano, in qualche misura, uno standard, cioè un tipo di vino che essendo ben conosciuto e prodotto in ogni dove, permette di verificare in trasparenza, se la mano di chi lo produce è sincera, l’influsso del territorio, se esso è più forte delle caratteristiche varietali del vitigno. Volendo, amica o amico che mi leggi, la mia curiosità intellettuale si è spostata da un piano puramente culturale ad abbracciare un interesse geografico, geologico, climatologico, per così dire. E, credimi, spesso sono belle sorprese.
Già t’ho raccontato, credo, che lo scorso anno alla manifestazione piacentina “Sorgente del vino”  ho assaggiato i vini meravigliosi di Marilena Barbera, che produce in Sicilia a Menfi, non piuttosto vicino al mare.
Tra essi mi propose un Cabernet Sauvignon, dicendomi che era un vino che riscuoteva ormai poco interesse nel pubblico, ma che aveva provato a portarlo ugualmente.
Diamine,se aveva fatto bene! Perché, ad ascoltarne la storia dell’origine di questo vino, c’era veramente di che dar sfogo alla propria curiosità e l’assaggio non me lo feci certo scappare.
Infatti le viti, che se ben ricordo aveva piantate suo padre, stanno in un’ansa della fiume Belice, in una zona ricca di canneti. La vigna è di un terreno profondo, sabbioso, con frazioni di limo ed argilla. Di quando in quando, in corrispondenza di piogge intense, il fiume Belice straripa, allagando la vigna e depositando elementi nutritivi che ha raccolto lungo il suo corso (mi ricordava questo racconto,che lei mi faceva, quando alle scuole elementari mi si spiegava del Nilo, le cui inondazioni erano una benedizione per l’agricoltura degli antichi egizi). Inoltre il Belice influisce sulle temperature, che nel vigneto sono 6-7 gradi più fresche rispetto alla zona. Vinificazione semplice, con affinamento in botte grande.
Il racconto non basta: fu l’assaggio ad affascinarmi al punto tale che ne comperai una bottiglia, e maledetto me che era una sola!
Perché la sua malia non mi ha più abbandonato e mi riconquista ora che dopo quasi un anno lo apro e lo verso, bello nel suo rubino profondo ma ancora trasparente, granato al bordo, con gocciole veloci, fitte, regolari, persistenti sul calice. Persino da come si muove nel calice, dalla consistenza liquida ne indovini la classe superiore, la naturale scorrevolezza.  È sensuale il suo profumo molto intenso, complesso, sfumato e arioso e fresco di frutta nera (mirtillo , mora), con  un’idea di frutta rossa che si fa spazio: non solo quella di bosco che facilmente si trova in tanti vini ( fragolina, lampone), ma anche una polpa di susine molto mature, dolci, ma ancora croccanti, e -sarà mia suggestione- fichi d’india e arance rosse. Magari, anche una nota di peperone grigliato e di buccia di melanzana viola, qualcosa estremamente tenue di olive nere in salamoia: marcatori caratteristici, per la mia esperienza , del Cabernet Sauvignon nelle aree mediterranee. Soprattutto però, la sua voce più originale un potente fiato balsamico di eucalipto e menta, che lo rende fresco e dinamico, ed una spaziatura delicata di pepe bianco e nero e noce moscata. C’é anche, lieve, uno sbuffo di aldeide, che aiuta a spingerne la freschezza. Infine, gradevolmente domestico, un fondo di caffè della moka. Al sorso l’attacco è definito e insieme soffice, il corpo pieno e il gusto concentrato, ma la consistenza tattile! La sua tessitura è di  seta, dolce: anche se tannino è ben presente, è maturo e arioso; se l’acidità è molto alta e tiene il vino ben teso su una linea retta, resta avvolta nella morbida sostanza estrattiva, nell’alcol ben controllato e fuso nel corpo, galleggiando su una cera sapidità. Molto lungo, la sua sensazione svanisce ben bilanciata. Un vino naturale questo, dalla vigna alla cantina, prodotto senza trucchi e additivi, ma che non conosce imperfezioni, al punto di sbugiardare certe vinificazioni approssimative che in giro pur si sentono: naturale, ahimé, non è per forza buono. Un  Cabernet originale e obliquio in un certo senso, perché fuori dagli schemi senza essere stravagante; di carattere, perché il territorio vince . L’ho goduto – quella la parola- su un salame artigianale delle alture del lago d’Iseo, su una pasta al sugo di carne, su un coniglio arrosto con contorno di zucca. Non suoni un complimento vuoto: Marilena Barbera è una vignaiola dalle mani d’oro.

Salamartano 2004, Toscana IGT Rosso, Montellori, 14,4 gradi.

Dalle parti mie – o, meglio, da quelle di origine della mia famiglia- il vino si è sempre prodotto: esistono denominazioni d’origine controllata storiche e zone di eccellenza riconosciute da decenni, se non da secoli persino, come l’area – relativamente ampia in verità- del Montalbano. Storicamente quest’ultimo è  territorio di vino Chianti: di sangiovese, di canaiolo, di trebbiano, di malvasia; ed è, ne sono convinto, ampiamente sottostimato e sotto valorizzato rispetto alle sue reali potenzialità. L’ho battuto parecchio: le prime gite in vespa e poi in auto, per vedere quegli scorci meravigliosi che colpirono la fantasia del giovane Leonardo e per provarmi sui tornanti di San Baronto; poi a cercarvi vini classici: toscani e natii. Nel mio girovagare dell’epoca, giunsi – era inverno: una mattina grigia e fredda tra il Natale e il Capodanno, col Padule che aveva i bozzi pieni d’acqua- a  Fucecchio alla Fattoria Montellori, attratto soprattutto dal Dicatum (Sangiovese in purezza) e l’ottimo metodo classico Blanc de Blanc non dosato. La cantina era chiusa, ma Alessandro Nieri – il titolare – mi accolse con gentilezza e disponibilità rimarchevoli, considerato  che ero un giovane signor nessuno.
Parlando con lui mi accorsi di come tenesse particolarmente al suo taglio bordolese, il Salamartano. Allora io ero assai poco interessato ai tagli bordolesi, ma il suo sincero entusiasmo mi convinse ad acquistarne una bottiglia per assaggiarlo.
E quella bottiglia rimase, come tante altre, a prender polvere nella mia cantina – pardon,  ad affinare: per un vino così speciale, serviva una certa occasione.
Mi son deciso qualche mese addietro, a Pasqua. L’ho aperto con calma, con tutti i crismi: 12 ore prima. Anche con tanta curiosità, perché nel frattempo qualche buon taglio bordolese italiano e soprattutto francese l’ho assaggiato negli anni; e tuttavia del Salamartano ho sentito parlar bene più volte; delle annate recenti, soprattutto. Questo vino, invece, i suoi anni li ha: supera di buon slancio la dozzina. Chissà come si è evoluto, col suo 60% di Cabernet Sauvignon ed il restante 40 % di Merlot, a quanto mi recita l’etichetta( bada, amica o amico che mi leggi: nelle ultime uscite credo vi trovi spazio anche il  Cabernet Franc).  Nel calice lo verso ed è rubino profondo, tendente al granato, con gocciole assai fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha un fiato bordolese, ma solo in parte, perché è più solare, con  caratteristiche note boschive che scartano verso aromi da gran Sangiovese , montalcinesco per intenderci: ecco la terra Toscana, dico io. Preciso, rifinito, concentrato in una sua sfera di pensieri, di radicamento  territoriale.  Il profumo è molto intenso, in sviluppo, persino più giovanile di quello che avrei pronosticato: i terziari dell’invecchiamento sono accennati appena, giusta qualche nota di tabacco biondo.  La frutta nera, il cigarbox, la liquerizia; poi mirto, menta, alloro, eucalipto; la canfora, il pepe, la china , la noce moscata. C’è sul fondo un ritorno iodato e pietroso, quasi un ricordo del mare che copriva il Montalbano . Sembra stare in dialogo costante tra aperture solari e ripiegamenti intimistici,  in un chiaroscuro di marca giottesca che ravviva una linearità altrimenti ordinata e che pare  distendersi coi minuti nel calice  verso colpi d’ala più luminosi, quando anche la frutta rossa trova il suo spazio: un cenno di amarena.  Sul palato è disteso, di gran corpo, si allunga e ti accoglie con una nettezza rotonda sulle prime e tanta polpa poi, gustosissima e di buon sapore, che conquista spazi ma rimane composta, solida e flessibile, senza impuntature, verso un finale molto lungo, spazioso, giustamente articolato, dove la sola frenata è un tannino ancora deciso, robusto, terragno, ma sempre educato: è la passione che morde il freno sotto gli abiti dell’eleganza, il moto convulso delle viscere  che tenta di disarcionare il fantino, come nei cavalli di Marino Marini. Però, codesto tannino, si ricompone sulla tavola, sui sapidi piatti toscani: questo Salamartano è stato compagno eccellente dell’agnello con le olive, dei pecorini locali. Il merito è anche della sua acidità decisa, che non demorde dopo 13 anni, ma sta lì affondata nella polpa del vino, seminascosta eppure  presente; ed una salinità altissima, indimenticabile, caratteristica  io credo dei rossi del Montalbano  (saranno quelle conchiglie, sarà il mare antico?) . Un eccellente bordolese, che sa di vino e non di legno ( ecco l’ uso accurato delle barrique), che gioca la partita dell’eleganza pur non mancandogli la forza: educato fino a un passo dal riserbo, ti favella nella sua lingua con voce energica e suadente.

Curtefranca Rosso 2010, Lantieri de Paratico, 12,5 gradi.

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Perché la Franciacorta sia così sottovalutata sui vini rossi, produzione storica anteriore ai metodo classico, è qualcosa che stento a capire senza inquadrarla in dinamiche strettamente commerciali e comunicative. Si noti che la produzione di vini fermi e rossi in particolare è di tradizione antica, mentre la via spumantistica ha storia relativamente breve, le prime prove risalenti agli Anni Sessanta del secolo  scorso; vedi, amica o amico che mi leggi, lo storico “I vini d’Italia” che Luigi Veronelli diede alle stampe nel 1961 per i tipi di Canesi: di spumante nemmeno l’ombra ed al contrario si cita il vino da pasto e “se ben vinificato, vino fine da pasto” , per altro con base ampeleografica assai diversa dall’attuale ed acidità totali stupefacenti agli occhi nostri contemporanei. Io inoltre ricordo che bambino nel ristorante di famiglia i Franciacorta erano bianchi e rossi (correvano i primi Anni Ottanta), mentre  i metodo classico della denominazione bresciana comparvero solo in seguito, credo a seguito della rinomanza dovuta a un pranzo di stato durante il quale bottiglie di Bellavista o Ca’ del bosco vennero servite alla Regina Elisabetta d’Inghilterra.
Fatto sta che spesso quando stappo un rosso di Franciacorta, giovane o invecchiato, sono belle sorprese.
Ad esempio questo Curtefranca Rosso di Lantieri de Paratico,così composto: Cabernet Sauvignon 40%, Cabernet Franc 25%, Merlot 20%,  Nebbiolo 10%, Barbera 5%; è un gioiellino, sorprendente lieve e giovanile, dinamico e complesso. Eccezionalmente bello e luminoso nella sua veste color rubino trasparente, che tende al granato. Lascia sul calice lacrime irregolari, evidenti e sostanziose, mentre si muove flessuoso e leggero. Vi trovo un profumo freschissimo e di grande intensità e purezza, nitidissimo e gentile. Floreale ed erbaceo, anzitutto: si sentono le uve bordolesi, la speziatura del Cabernet Franc, con un certo che di pepe verde e un tocco mentolato. Emergono però poi netti i vitigni piemontesi, nebbiolo e Barbera: la rosa, la liquirizia, un certo pepe nero, il rosmarino. Un po’ di frutta rossa a polpa gialla: pesche noci estremamente mature, che fanno da fondale alle rose, ma anche amarena, lampone, persino fragola.  Al di sotto mirtilli, more. Un cenno appena si insinua come di tabacco biondo ed un altro ematico, una spolverata di grafite, di polvere di caffè e cacao amaro. Una nota affumicata, tostata, che deriva dal legno di affinamento, in effetti c’è, ma minima: si sente più nel calice vuoto.  Di corpo medio, all’attacco sul palato è lieve e carezzevole, vellutato, ma poi si allarga in un centro bocca ampio, gustoso, succoso, pieno di polpa,  che schiocca un bacio ed avvolge, ma che non sta fermo e prosegue il suo cammino allungandosi come un’ombra della sera armonico, asciutto, salino,  appena un po’ ammandorlato, con una persistenza discreta – non epocale – ma irradiante e pura, che si giova del misurato contenuto di alcol. Possiede tannino in media quantità, fine ma non privo di grinta; acidità assai spiccata, brillante per come mi pare integrata, invitantissima. Lo immagino ottimo su paste al ragù, lasagne, cannelloni, magari su carne bianca arrosto e da osare sulla tinca ripiena, alla maniera di Clusane. Questo vino aggraziato e robusto, gentile ed energico, quotidiano e signorile, amichevole più che amante, s’appaia bene a certa pittura lombarda, dolce e materica, come quella di Savoldo, di Moretto, o degli Induno, con quell’eleganza del caso anche un po’ ruvida. E mi par bello che in una zona sotto i riflettori come la Franciacorta ci siano ancora vini da scoprire; di più, cantine da scoprire: perché a dispetto della sua storia Lantieri de Paratico non è esattamente sulla bocca di tutti, ma io non ho mai assaggiato una loro bottiglia che fosse men che precisa, equilibrata, elegante.

Scalpito 2011, Veneto IGT Rosso, Maeli, 14 gradi.

Allora: questo Scalpito. Il paragone equestre regge e sta nel suo dinamismo nervoso, tutto di forza, energia e ribellione. E poi:  l’IGT è o dovrebbe essere il vino di fantasia, quello che spezza le righe, quello che soddisfa i sogni di un vignaiolo al di là della tradizione. Ma se tu avessi viste quelle vigne al Pirio sempre battute dal vento, in un’aria  fresca e lontana dalle indaffarate pianure del nord-est, coi i vecchi tronchi contorti di barbera riscattati dall’abbandono e dai rovi, capiresti perché quello scalpito.  Ed infatti qui c’è quella barbera al 60%, poi cabernet sauvignon al 30% , 10% di carmenere. Il colore è un porpora fittissimo, impenetrabile, con gocciole sul calice irregolari, persistenti, veloci, persino untuose. Ha un profumo molto intenso, che esprime tantissima frutta rossa e nera: le prugne, i lamponi, i mirtilli eccetera, la solita litania dei descrittori: qui però il richiamo a quella frutta è così netto e materico da essere quasi impalpabile.  E poi  pelli,  tabacco, affumicatatura, tanta speziatura di pepe bianco e verde, noce moscata, chiodi di garofano e ginepro, con un tocco di acetaldeide bellissimo che rinfresca e dà carattere,  invitando a un sorso che svela in bocca una trama fitta e carnosa, polposa. Ecco l’acidità altissima della barbera che ne tende le trame e sferza piacevole, coniugandosi in modo naturale e armonioso con tannino abbondante, grintosissimo e mature, appena un po’ piacevolmente rustico: scrocchia persino. C’è tanto sapore in questo vino, salinità e un che di amaro e scomposto che piace per un finale lunghissimo. Insomma, colto ora in un momento di grazia, è un grande vino che piace e non compiace, che vince non per eleganza e finezza, ma per carattere: e il carattere non è mai volgare. Se tu avessi visto quelle vigne al Pirio sempre battute dal vento…Io vi andavo spesso e mi ricordo quella salita sterrata che si inerpica e s’apre la strada tra le vigne e i boschi e i vecchi casolari di pietra dalla caratteristica architettura locale. Si giungeva ad una cappellino bianca di una Madonna e di lassù, tra i fiori spontanei che trapuntavano l’erba coi loro colori, sembrava di dominare per intero il panorama del Colli Euganei, affascinanti e buffi coni tondi che sembrano sbucare da un lago primordiale, isolati come sono nella piatta pianura veneta. Assaggio questo vino e mi sfiora un po’ di tristezza, perché non ci sarà più: cambiati gli assetti aziendali, i frutti dei vecchi tronchi contorti di barbera non saranno più disponibili e nemmeno so se le vecchie piante vivano ancora. Un vino che scompare, durato si direbbe il tempo di una sola notte, come una falena; però bellissimo. So – e mi consola- che nella cantina giacciono ancora alcune -poche- bottiglie: le protegge gravida la terra.

St. Julien 2001, Chateau Gloria, 12,5 gradi.

Viene persino troppo facile il gioco di parole e dire che qui c’è tutta la gloria del miglior Bordeaux della riva sinistra. Eppure è così: questo rosso quindicenne, di uno Chateau non classificato nella  celebre partizione del 1855 principalmente perché nato nel solo nel 1942 (che cosa significa la continuità aziendale a Bordeaux!), ma con vigne su terreni di tenute incluse nella classificazione 1855, possiede grazia, riserbo, profondità e sensualità combinate in modo rarissimo. Vino femminile, evoca quel tipo di donne da sposare: che ti faranno godere la vita intera, ma senza scosse, sapendo di poter sempre contare su di loro. Un Bordeaux questo che sa anche garantire poesia, non solo prosa. Di color rubino tendente nettamente al granato, profondo ma non impenetrabile, con gocciole veloci, fitte, che si dispongono in archetti irregolari, anche appena aperto sa esprimersi immediato e bene, con un olfatto intensissimo e molto concentrato, ma sfaccettato, profondo, commovente: sa di casa, di amore, di ricordi; ma qual è il profumo dell’amore? Più prosaicamente – amico o amica che mi leggi- vi troverai frutta nera principalmente: mirtilli e more,  prugne, ma anche tocchi di uva sultanina; non manca però la rossa : lamponi, ciliegie e amarene; e persino la buccia di pera. Ovviamente c’è quello che gli inglesi chiamano cigarbox e che per me è una commistione di tabacco, legno e cera: è la firma di un buon Medoc invecchiato. Poi, quasi rinfrescandolo, un deciso spunto mentolato, unito a note di pietra focaia. Infine, l’erbaceo: muschio, foglie di leccio e chioma di cipresso ( ma sono sicuro che qualcuno qualcuno citerebbe la marjuana….). Però  tutti questi aromi, benché variegati e ricchi, presi singolarmente non dicono molto: è la loro fusione perfetta a rendere questo vino commovente; perché possiede un che di antico, ma vitale, com’era la chiesa di San Barnaba di Milano prima dei lavori, con la devozione popolare: nell’oscurità della volta e dei muri il baluginare delle candele e degli ex voto, il fascino macabro delle reliquie nella cripta, poi tutto ahimè normalizzato sotto una coltre asettica di oro ed avorio. Tornando a questo Chateau Gloria magari vi distingui ad esempio la vaniglia, ma l’insieme è più che altro il ricordo di una credenza, o l’odore di un palazzo d’epoca (ricordo la villa Garzoni di un tempo, a Collodi, quando ne giravo bambino le stanze barocche dai pavimenti di cotto, lucidi). Al palato è delicatissimo ed estremamente signorile, ma con energia e dinamismo interno, come avesse un filo d’argento sotto traccia che lo anima. Vino senza dubbio secco, senza residui zuccherini, eppure puoi dirne l’attacco dolcissimo, perché quasi impalpabile. Ha progressione sicura verso un’ apertura solare del gusto, in sequenza,un vero crescendo. È croccante, persino.  Ha acidità solida, un tannino ben presente ma raffinato, un corpo gentile ma polposo, una lunghezza notevole: magari non eterna, ma equilibratissima, anch’essa sfaccettata e profonda, calda. Un vino che ha la dote rara di saper essere essere lieve, flessibile, carezzevole, avvolgente, fresco, malgrado la sua complessità e forza. L’ho trovato discreto su straccetti di vitello, ottimo su un formaggio inglese vaccino ( Hawes Wensleydale), eccellente su pancotto integrale con patate e carote, lo proverei su selvaggina da penna fiducioso di trovarvelo ideale. L’appassionato snob che beve solo Borgogna, poverino, sentisse questo Bordeaux! Colto in uno splendido stato di grazia, poco importa se come una farfalla che dura solo una notte perda rapidamente intensità ed anche l’equilibrio ne risenta: il ricordo della sua perfezione provvisoria resta indelebile.

Monteregio di Massa Marittima Brecce Rosse 2007, La Cura, 14 gradi.

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Massa Marittima sta alta su un colle, orgogliosa nelle sue pietre, guardando di lontano il mare che in epoche antiche le stava molto più vicino, lambendole quasi i piedi di gigante. Attorno, selve, verso l’interno tra le più impenetrabili della Toscana. Zona di attività minerarie remotissime, che vi han  portato il bene e il male. Certo risplende ancora della ricchezza e dell’importanza vetusta, basta riguardare la sua piazza monumentale, una delle più celebri d’Italia: molti l’hanno vista almeno una volta filmata o in fotografia, ma pochi saprebbero individuarla. Allo stesso modo sono convinto che l’appassionato si strugga ad indicare su una cartina le tante denominazioni d’origine di quella che viene definita nel mondo del vino “la costa Toscana”; e più ancora a spiegarne le differenze. Limite di comunicazione e legislativo, a mio modo di vedere: da una parte non si evidenziano adeguatamente le specificità, dall’altra si apre la porta ad una confusione di stili e prima ancora ampeleografica. La stessa DOC Monteregio è vasta e varia, a partire dai suoli per finire coi risultati enologici. Se, pistola alla tempia, mi dovessero intimare di indicare una caratteristica comune nei vini del Monteregio, azzarderei (sulla base della mia limitatissima conoscenza) un certo tratto minerale ed un profilo più continentale rispetto a quello dei figli di altre aree costiere. Tuttavia fuori discussione è la vocazione dell’area, che ha una tradizione antica e vanta almeno un paio di produttori di sonante rinomanza. Ricordo l’acquisto curioso di questa bottiglia in un negozio di Massa Marittima un pomeriggio caldo e luminosissimo d’estate (la luce laggiù è speciale): una di quelle gite quando la vita comincia ad invertirsi e tu che bambino venivi portato per mano in scoperta del mondo, ora conduci il passo ai tuoi cari. L’ho ben conservata – nel sottoscala umido e fresco, seminterrato e buio, della casa Toscana- ma dei vini del Monteregio ignoro la longevità: sarà solo bevibile o in buona forma? Affinato o solo invecchiato? In fondo ha più di otto anni al momento dell’assaggio. In realtà mi sorprende fin dal colore, rubino trasparente però deciso, ancora con barlumi di porpora al centro, mentre al bordo ha un’aureola granata. Sul calice è molto viscoso, forma archetti persistenti. I suoi  profumi sono assai intensi e nitidi: ci sono gli aromi terziari dovuti all’invecchiamento, molto tabacco in prima evidenza; ma anche tanta frutta rossa ben matura epperò fresca: i canonici frutti di bosco (mora di rovo, lampone, mirtillo) e -assai più sorprendenti- pesche dalla polpa succosa, quasi anche la buccia di melone. Completano il quadro originale ma non stravagante una speziatura tra il piccante, il dolce e l’amaro (pepe nero, cacao nero in polvere) ed uno sfondo piacevolissimo e intrigante di note di vernice. Una piacevolezza confermata dal sorso: il vino è pieno ma agile grazie ad un’acidità ancora discretamente rinfrescante e ad un supporto salino e minerale che lo rendono molto continuo ed irradiante. Se l’ingresso del palato si compiace di un tannino abbondante ma molto fine, la parte finale ne gode la buona lunghezza, ben bilanciata con l’alcol ottimamente integrato. Su una pasta al sugo di carne e poi ceci bolliti e conditi con la semplicità dell’olio d’oliva vero, pepe e sale, ha reso più bella la tavola donando istanti di gioia. Questo Monteregio, frutto di sangiovese per la maggior parte e di cabernet sauvignon per la restante (non trascurabile), che ancora lo diresti fruttato malgrado i suoi otto anni, sarà magari un capello fuori moda per chi ama i vini più lievi e rarefatti, però ha una sensualità così ferma, moderata e ben definita, da prenderti in contropiede nelle tue certezze: come una continua tentazione.