Barbera d’Asti DOCG 2014, Cantina Mosparone, 13,5.

vini leggeri, succosi e coinvolgenti, la cui dinamica gustativa stimola il sorso successivo e rende la beva particolarmente agile e gratificante”; questi intendeva proporre pubblicazione di qualche anno addietro, ad opera del l’autorevole trio Castagno, Gravina, Rizzari.

Con molta e vera modestia, credo che questo meraviglio Barbera d’Asti 2014 sarebbe degnissimo protagonista di quel libro. Questo Barbera, affinata in acciaio e vetro dopo una breve macerazione, mi pare una sorta di noumeno: la concretizzazione di quanto di bello ed ideale quell’uva ha da offrire.

Un colore rubino fitto ma trasparente, di lucentezza smagliante, con una trina di gocciole fitte e persistenti a corona.

Un profumo intensissimo, giovanile con appena qualche cenno sensuale di sviluppo. Un tripudio di frutta rossa, la classica fragola-ciliegia, freschissima, nitida, centrata, sfuma tuttavia nelle ampiezze prospettiche di un paesaggio autunnale, che sa di nebbie, di zolla rivoltata, di foglie ingiallite, di corteccia d’albero, di muschio, di sangue, di spezie: la noce moscata, la curcuma, il pepe bianco e quello nero. Forse, nascosto tra i riverberi di luce, un fondo segreto di erbe officinali.

Un sorso agile, gustoso, estremamente vibrante -la quarta corda di un violino colpita da un arco appassionato- irradiante, ritmato; dal tannino delicatissimo, fine;dall’acidità vivida senza eccessi; dalla salinità imperiosa; dall’alcol misurato ma che piacevole scalda; dalla persistenza importante, ma alata.

Ecco: il colpo d’ali fa la differenza. Come quando si ascolta un brano risaputo sotto le mani di due pianisti: le note sono le stesse, entrambi non ne perdono una, magari nemmeno una sbavatura per entrambi; il tempo scelto è lo stesso, pure le dinamiche coincidono; eppure una delle due esecuzioni è cosa viva, palpitante, la musica sembra svolgersi di fronte a noi per la prima volta, raccontando una storia: quello il genio. Il resto, è solo corretta ripetizione di eventi noti.

Così, anche se nella vita di Barbere se ne son bevute altre cento, con questa sembra di assaggiarla per la prima volta.

Non conoscevo affatto Cantina Mosparone fino al novembre del 2018, nemmeno per sentito dire. Mi accostai ai loro vini casualmente al Mercato FIVI lo scorso anno, restando letteralmente di sasso: trovai tutte le loro etichette eccellenti e rispondenti alla definizione sopra citata. Solo casualmente mi trovo ad aprire e raccontare questa prima delle altre che acquistai allora.

Cantina Mosparone si trova in quella parte del Monferrato Astigiano che confina col torinese, tra i comuni di Castelnuovo Don Bosco e Pino d’Asti. Zone che ricordo verdi, deliziose e boschive.

Fondata nel 2008, è evidentemente impostata con criteri moderni, lavorando con attenzione uve da terreni di marne grigio-azzurre posti a circa 400 metri di altezza.

Quell’insieme di territorio vocato e di modernità tecnologica origina vini di straordinaria pulizia olfattiva ed equilibrio.

Per noi oggi, sulla tavola, questo Barbera è stato eccellente con tortellini in brodo e un indimenticabile biancostato bollito di chianina, acquistato presso la benemerita Macelleria Ricci di Trequanda, Siena.

Chianti Classico 2014, Monteraponi , 13 gradi.

Mi disse una volta un amico vignaiolo: “L’annata calda e secca non è mai un grosso problema e si può gestire, perché si hanno uve sane e mature. L’annata fredda e piovosa crea guai”.

Il 2014, appunto, fu un’annata di quelle che creano guai, nei ricordi dei vignaioli coi quali ho dialogato in tante zone del Centro e del Nord Italia; del Sud non saprei dire, né escludo zone privilegiate dal meteo, a macchia di leopardo.

Quell’anno però nacquero anche parecchi buoni vini rossi, che compensavano con profumi affascinanti strutture più snelle del solito; trovando anzi, in certi casi fortunati, l’equilibrio e lo slancio talvolta sfuggente a vini vigorosi o di ampie forme.

Dietro a queste riuscite, immancabilmente, tanto duro lavoro, selezioni drastiche dei grappoli in vigna e scelte accorte in cantina, fino alla rinuncia di produrre le selezioni più ambiziose.

Magari, ad aiutare, vigne con esposizioni assolate e calde, con quote non troppo elevate.

Si immagina perciò la difficoltà del 2014 a Radda in Chianti, così interna ed elevata che un tempo, quando le stagioni erano mediamente più fresche e la viticoltura più primitiva, il sangiovese spesso stentava a maturare: lì i vigneti sono tra i boschi fitti, alti sopra i 500 metri, con monti e colline strette d’intorno.

Eppure a qualcuno riuscì il miracolo: merito del terroir, che è suolo, clima e tradizione vinicola, ossia mano umana.

Monteraponi è azienda e cru, essendosi costruita negli anni reputazione solidissima. Questo Chianti Classico 2014, il meno ambizioso fra i loro, tratteggia un disegno dove stile, naturalezza, preziosità, forza e grazia si fondono in composta eleganza.

È rubino assai trasparente, con gocciole abbondanti e lente.

Di profumo assai intenso, sfaccettato, ove trionfa vivaddio l’uva nella sua identità primigenia, impreziosita di dettagli e sfumature minute come l’intarsio prezioso di un orefice o di un ebanista: un bouquet floreale dominato dalla viola; un pacato trionfo di ciliegia, amarena, lampone, contrappuntate triplicemente da droghe e spezie.

Poi agrumi, spunti vegetali e minerali. Allora, prismaticamente, rilucono arancia e chinotto; pepe nero e bianco insieme alla noce moscata, al chiodo di garofano, al caffè, al cacao amaro; alloro, rosmarino, cenni di oliva al forno e di legna bruciata che si fondono al ferro, il sottotraccia che così spesso ritrovo nei Rossi di Radda.

Questo preziosissimo fugato di profumi è sfumato da una distanza che lo rende struggente, con crescendo che portano più vivida ora l’una, ora l’altra voce: il caffè può dominare un istante, per poi cedere la scena alla viola.

Il corpo è medio, agile, ma di una maestà composta e di classica proporzione. Un concentrazione di gusto notevole, compatta, incisiva, centrata su assai più di quello che suggerirebbe l’annata, e l’innerva in maglia salda una filigrana salina unita a un’acidità misurata e ad un tannino rifinito, delicato, ma presente.

Il finale è pulitissimo, equilibrato, fresco e salino, con un retrogusto coerente di bella lunghezza: ancora prevale il gusto d’uva.

Questo Chianti Classico ha l’eleganza affascinante di una dama in lungo ed è flessibilissimo sulla tavola: sta bene tanto sulle paste che sulle carni, persino, per prova provata, sul difficilissimo mallegato toscano.

Il mio Benvenuto Brunello 2019: tutti i colori del cielo.

Premessa

Qualcuno lo ha anche chiesto: “Chi viene al Benvenuto Brunello? Chi viene ad assaggiare l’annata 2014?”

La domanda, formulata da persona assai acuta e che ben conosce il mondo del vino, mi era girata per il capo almeno fin sulla soglia dei chiostri del Museo di Montalcino.

“Io sì!”, avrei voluto rispondere, perché mi piace il Sangiovese in tutte le sue bizzarrie; mi interessa il territorio di Montalcino – natura e uomini – anche in annate difficili come la 2014; è l’occasione di incontrare persone che stimo, ed amici, in un contesto festivo e allegro.

Inoltre, mi offre la scusa per tornare a Montalcino: passata Buonconvento, con le sue mura che paiono creta d’artista, appare fiera ed arcigna lassù, ma è come un invito.

Risalendo i fianchi del colle, scorrono paesaggi e nomi familiari: Montosoli, Canalicchio…l’incanto riconquista ogni volta, adagio.

Infine, in alto, a poche curve dalla Fortezza, il paesaggio si apre improvviso verso occidente: ampio, aereo, grandioso, solenne, infinito ed immoto verso la Maremma. Il fiato è sospeso, la magia ripetuta.

A sera, col buio, dalle Logge di piazza Mazzini dove la folla brinda nei giorni di Benvenuto Brunello, il vociare si spenge nel silenzio solitario dei vicoli e la luna occhieggia fra le tegole, mentre la notte ammanta la Val d’Orcia: la zolla respira all’unisono col firmamento.

La mattina profuma di pane l’aria fresca e pura, sotto un cielo blu, senza nuvole: pare rubato a Simone Martini. Al bancone del macellaio, chiacchiere buffe, perdigiorno; sagge e vitali tuttavia, quanto quelle di un capitano d’azienda sui calici delle nuove annate: popolo e nobiltà, qui, si danno la mano, figli di un’unica tradizione.

Una Comunità di gente forte e allegra, ospitale e gentile, ma sanguigna, col gusto del pettegolezzo piccante così candido da avere in sé la propria assoluzione; abituata a lavorare sodo, specie quando la stagione è inclemente.

Chi arriva qui, sposando quei valori, non è più ospite: diventa amico, familiare, anche se si ferma solo poche ore; e, quando parte, vorrebbe subito tornare e chiamare questo luogo, un giorno, casa.

Le annate presentate: tutti i colori del cielo.

Le annate presentate sono spettacolarmente diverse, persino opposte, quasi rappresentassero tutti i colori del cielo.

A Benvenuto Brunello 2019 si assaggiano i Brunello di Montalcino 2014, i Brunello di Montalcino Riserva 2013, i Rosso di Montalcino 2017, ed alcune uscite ritardate, principalmente Rosso di Montalcino 2016.

È sempre arduo e inadeguato trarre conclusioni da assaggi avvenuti in piedi ai banchetti. Provo a tracciare linee generali; però, amica o amico lettore, prendi le mie descrizioni col beneficio del dubbio.

La 2014 fu estremamente difficile, con molta pioggia, poco sole e temperature sotto la media, già da maggio. Precoci fioritura ed invaiatura, ma quest’ultima e la maturazione furono rallentate da piogge e scarsa luminosità, perdurate agosto e le prime due decadi settembrine. In molti vigneti comparvero muffe, richiedendo continue attenzioni e, sovente, lo scarto di importanti quantitativi di grappoli. Il tempo migliorò solo a fine settembre, inanellando giornate calde e soleggiate che premiarono chi aspettò a vendemmiare; ciò nonostante, in certi vigneti alti e freschi il sangiovese stentò assai la maturazione. Indicativo che taluni produttori rinunciassero a imbottigliare Brunello.

Il risultato nel calice è assai variabile. Numerosi Brunello sono soddisfacenti: scorrevoli, eleganti, dinamici, piacevoli, più che forti e complessi; alcuni, oggi costretti tra tannino ed acidità causa un centro bocca poco polposo, potrebbero riservare piacevoli sorprese con un moderato invecchiamento; altri, invece, sono pieni, ma con note di frutta surmatura: giovandosi forse del 15% di taglio con altre annate previsto dal disciplinare, hanno un poco snaturata l’identità del millesimo.

In generale, i Brunello di Montalcino 2014 mi sembrano suggerire un consumo immediato o differito di pochi anni; godendoli a tavola, anche su preparazioni leggere, mediterranee, persino sui pesci della tradizione campagnola, in umido.

Non mancano, comunque, conseguimenti notevoli.

Credo che alla riuscita di un buon Brunello di Montalcino 2014 contribuissero diversi fattori, quali: le condizioni dei singoli vigneti (esposizione, ventilazione, suolo; età e tipo dell’impianto); la disponibilità di vigneti diversi e non contigui, così da dosare uve e tagli; l’esperienza del produttore, sia in vigna che in cantina; la solidità economica, laddove “salvare il salvabile” significava rinunziare a notevoli quantitativi d’uva, diradati e scartati per migliorare il rimanente.

Più di altri anni il buon risultato sembra quindi dipeso dalla mano dell’uomo che, consapevolmente, ha accompagnato la natura al conseguimento desiderato, lasciandole libertà di esprimersi. Facile a dirsi, difficile a realizzarsi: infatti i Brunello 2014 di certi produttori promettenti sembrano soffrire la limitata esperienza: ad esempio, in taluni casi il legno di affinamento marca una materia meno ricca del solito.

L’annata 2017 ebbe altro andamento, non meno difficile: gelate ad aprile inoltrato, soprattutto alle quote più basse, soggette all’aria fredda del fondovalle; l’estate siccitosa, causa di difficile maturazione. Si dice comunque sia più facile gestire l’annata calda e secca rispetto a quella fredda ed umida: molti Rosso di Montalcino 2017 lo confermano, sfoggiando nerbo ed inattesa freschezza.

Gli assaggi dei Rosso di Montalcino 2016, di forza e di grazia, con profumi fascinosi, ribadiscono l’annata straordinaria, ravvivando l’attesa per i futuri Brunello.

I Brunello di Montalcino Riserva 2013 raccontano un millesimo equilibrato: composti, dignitosi, sfumati.

Intermezzo: la cena al Giglio e tre vini da ricordare.

Cenare al Giglio il venerdì sera, prima della giornata degli assaggi, è diventata una bella tradizione.

Per ricongiungersi in clima conviviale e ritrovarsi dopo un anno, rinsaldando i propri legami, la compagnia ghiottona, si giova dell’eleganza d’antan del ristorante, dell’ottima cucina e dell’eccellente carta dei vini, che indaga profondamente la produzione locale.

Tra una tartare di Chianina e un peposo, tra crostini di fegato di fagiano e pecorini locali, fino al trionfo di fiorentina e ai dolci, ci siamo deliziati di chiacchiere e di vini che non si possono tacere.

Rosso di Montalcino 2013, Podere San Giuseppe – Stella di Campalto: un vino indimenticabile, un’ipotesi di Sangiovese gloriosa e aerea, iridescente per le sue mille sfaccettature, etereo ed insieme profondamente radicato alla terra nei suoi profumi, un carezza sensuale di sfericità setosa e inestinguibile sul palato. Quasi un’epifania, per quanto riesce a ricordare i Rosso di Montalcino che nascevano a Poggio di Sotto sotto l’egida del duo Palmucci-Gambelli. Complimento migliore, non saprei fargliene.

Rosso di Montalcino 2014, Podere Salicutti: è un velluto setoso che appaga e convince, è una fittezza di trama piena di intenzione, dalla fibra suadente e dalla pennellata bronzea, tenorile. Malgrado l’annata sfavorevole e l’impronta indelebile lasciata dal Rosso precedente, si imprime netto nella memoria.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2003, Lisini. Lento e autunnale, corazza e spigoli contro di noi che importuniamo il suo lungo sonno. Dispiega adagio la sua forza contratta, balugina altre dimensioni di suadenza bruna. Ne intuiamo il fascino, gli neghiamo il tempo di esprimerlo.

Gli incontri di un giorno.

Posso chiamarli assaggi, se dentro quei vini ci sono sole, pioggia e soprattutto vita?

Sono incontri, piuttosto: ogni vino è racconto pulsate che si affianca alle parole di chi lo produce, lo vende, lo presenta. Vale la pena ascoltarli tutti, con rispetto, in silenzio.

È difficile giudicare le annate assaggiando in piedi ai banchetti, ma più ancora i singoli vini. Porta dunque pazienza, amica o amico lettore, se prenderò qualche cantonata, o se non sarò accurato: è così bello star lì in mezzo ai chiostri del Museo di Montalcino (occhieggiandone a tratti le sale divine), e scambiare opinioni con la gente attorno, col vignaiolo, passeggiando senza fretta; lì è la festa vera, ma è facile distrarsi.

Peraltro, stanti le annate diverse, certi Rosso possiedono forza da prevaricare i Brunello assaggiati appena dopo: difficile tararsi.

Ecco le mie notarelle. L’ordine è quello del libretto di appunti distribuito alla manifestazione, invertito.

Mastrojanni

Brunello di Montalcino 2014: elegante, tra arancia, sangue e bosco; succoso, armonioso di già; col finale fascinosamente sfumato, si accetta il tannino un po’ verde

L’insieme è straordinariamente curato e coerente, mantenendo scioltezza. Velluto-seta, come sovente istiga Castelnuovo dell’Abate.

Peccato il sospetto di tappo sul Rosso di Montalcino 2017: interrompo l’appunto.

Lisini

Brunello di Montalcino 2014: profumato, con i fiori e la frutta in gelatina sbalzati e vaporosi, puro e aperto. Armonico, ha nerbo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: di classica compostezza, tannico, eppure agile: invoglia sorsi su sorsi. Suggerisce complessità future.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2013: oggi il profumo è chiuso, una scorza minerale e ferrosa; bisogna affidarsi all’ampio retrogusto che lascia questo vino potente e agile: un sorriso da divinità etrusca, sa di arance, viole, rose.

Trittico maestoso questo di Lisini: l’impaginato saldo si piega al sussurro di voci diverse, raccontando la medesima idea di classicità.

La sede aziendale è nel quadrante meridionale della denominazione, presso Sant’Angelo in Colle, in zona areata: può avere giovato contro le bizze del clima.

Le Ragnaie

Rosso di Montalcino 2016: giunge con la freschezza della primavera, al profumo e sul palato. Agrumi e spezie l’annunciano. Delizia lungo, delicato, dissetante, però ha nerbo, struttura. Fiato, corpo, anima di Sangiovese, ma si affratella ai migliori Pinot Nero di Borgogna per grazia e suggestione.

Con questo, Riccardo Campinoti firma un altro capolavoro.

È, peraltro, persona coraggiosa e trasparente circa i risultati del suo mestiere. Le Ragnaie, è noto, include vigne a quote alte, anche la più elevata della denominazione. Ovvie le difficoltà di maturazione nel 2014: il Brunello di Montalcino non si imbottigliò, declassando le masse a Rosso di Montalcino, per Cru. Riccardo ne ripropone qui due, per mostrarne l’evoluzione, per ricordare a tutti che cosa sia stato quel millesimo sfortunato.

Rosso di Montalcino Pietroso 2014, viene da una vigna sul poggio accanto al paese, tra i boschi, ad alta quota. Le parole di Riccardo mentre lo versa: “Lì l’uva quell’anno non maturava mai, mai, mai…”. È un vino schietto, ossuto, boschivo, con lampi di arancia sanguinella e di ferro.

Rosso di Montalcino 2014 V.V.: da vigne vecchie, profumi accattivanti a coda di pavone, su netta matrice minerale. Più che corpo, spirito di delicatezza estenuata.

(Chiosa: solo poche settimane dopo, altri straordinari assaggi de Le Ragnaie a Terre di Toscana ne rammentano lo smalto in millesimi “normali”; tra essi – sorpresa- un bianco montalcinese quasi contadino, buonissimo).

Le Chiuse

Rosso di Montalcino 2017. Un profumo complesso e concentrato, di terra. È potente, sa di ciliegia. Un vino lungo, dal retrolfatto speziato, in divenire. Un grande rosso.

Brunello di Montalcino 2014: misurato, compassato, profondo, nella tradizione della firma, tuttavia in questo millesimo anche fluido, accessibile, scorrevole. Tra note terrose, ferrose e minerali, la sua voce tenorile si tinge di colori autunnali.

La sorpresa: in millesimi bizzarri ed opposti, i vini de Le Chiuse, spesso di classicità gagliarda e altezzosa, inattesi trovano sorrisi, delicatezze e flessuosità. Si sarebbe detto il contrario. Se non è sapienza, questa!

Il Pino – Fattoria del Pino.

Rosso di Montalcino 2016, un tripudio di profumi: fiori, balsami, eucalipto, resina e tanto pepe. Aperto, succoso, gustoso, di grande acidità e tannino, vibra e avvolge. È una meraviglia.

Brunello di Montalcino 2014: anch’esso -sarà suggestione- resina e bosco in primo piano, poi folate di arancia e di pepe. Armonioso, tannico più che acido, scorre fluido in ragionevole allungo. Un grappolo a pianta: lavoro e rinunce per una primizia. Pensare che viene dal versante nord.

C’è fascino carnale nei vini radiosi e sognanti di Jessica Pellegrini: sempre più brava, bravissima, sempre genuina.

Il Marroneto

Rosso di Montalcino 2016 “Ignaccio”: trasparente e aranciato alla vista, è vino forte e lirico. Dispiega il bouquet tra frutta matura, fiori e profumi terziari. Di corpo: ampio, tannico, l’acidità viva e avvolta. Aggraziato e imperioso. Memorabile per finezza, dettaglio, eleganza.

Manco, per combinazione, il Brunello di Montalcino 2014. Peccato.

A Il Marroneto nascono icone ormai ineludibili. Meglio: sono pale gotiche su fondo oro.

Fattoi

Rosso di Montalcino 2017 è frutta matura e ciliegia sotto spirito, a tratti gradevolmente liquorosa. Di gran corpo, potente di tannino e acidità. Giusta lunghezza, l’alcol lo ferma.

Brunello di Montalcino 2014: irruente, scomposto, potente; profumo e sorso, l’impatto è importante. Viola e visciola e altra frutta rossa, fumè, speziato e minerale. Incute rispetto, con piglio deciso.

Le vigne di Fattoi, così soleggiate e aperte verso la luce della Maremma, ben ventilate, giustificano la riuscita del Rosso; e vieppiù del Brunello, nel millesimo freddo.

La visceralità profonda e generosa di questi vini, però, è nelle mani del produttore. Non saprei rinunciarvi.

Corte dei venti

Rosso di Montalcino 2017: profuma di agrumi e frutti di bosco rossi, è buono e succoso, molto sapido, un piacere da bere.

Brunello di Montalcino 2014: stretto tra tannino e acidità, è scorrevole e setoso. In altre annate avrebbe sapore, corpo e presenza, in questa sembrano sfuggirgli.

L’eloquio nei vini di Corte dei venti è scorrevole, aperto, mediterraneo, sempre mosso e fresco. Forse il millesimo freddo ha giocato uno sgambetto in contropiede, malgrado la posizione al meridione estremo del territorio montalcinese.

Castello Tricerchi

Rosso di Montalcino 2017: fragrante, fresco, esplode frutta matura. Molto setoso, dolcissimo tannino, ha stoffa.

Brunello di Montalcino 2014: vino di eleganza autunnale. Soffre un po’ il legno, si offre un po’ amaro.

Brunello di Montalcino Riserava “A.D. 1441” 2013: portamento solenne e austero, setosa tessitura. Profumo e gusto assai segnati dal legno, in questa fase; dovesse smaltirlo, sarebbe un gran vino.

Nel trittico la ricerca della propria voce: risultato altalenante, ma c’è fermento; l’esperienza aiuterà .

Baricci

Rosso di Montalcino 2017: vino freschissimo; in lui pienezza di fiori e frutta, forza acida, allungo. Campione di vasca ancora ribelle, la caratura è tuttavia evidente.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di fiori: un tocco di lavanda, tante violette; per me, la firma di Montosoli, sua culla. Racconta il millesimo: ha corpo, ancora stretto tra aciditá e tannino, ma l’equilibrio racconta già armonie future. A bicchiere vuoto, persistenti profumi incantati, lindi.

Vini soavi, luminosi, puri, di eleganza e rusticità indissolubilmente legate. Traggono freschezza e florealità dalle zolle di Montosoli, l’onestà da chi li produce, risultando irrinunciabili.

Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2017: profumo ampio, variegato, bilanciato, in divenire. Ha bella struttura, qualche sorprendente diluizione a centro bocca, ma saldo equilibrio. Con 42.000 bottiglie prodotte, una sicurezza.

Brunello di Montalcino 2014: vino sfaccettato, di buon vecchio stile; stoffa e grande equilibrio. Profumo delicato e raffinato, con ricordi di cipria. Ben 120.000 bottiglie prodotte, estremamente convincenti: tra le migliori riuscite del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: il classicismo della denominazione, erto e rifinito come una colonna corinzia. Profumo aperto, ma il sorso, soprattutto, è potente, luminoso, lunghissimo, fuso. Un paradigma.

I Sangiovese della Fattora dei Barbi sono un baluardo ineludibile per gli amanti della tradizione montalcinese e dei vini classici. Prova autorevole a questo Benvenuto Brunello di millesimi difficili: probabilmente grazie all’ampio parco vitato, sicuramente per la consapevolezza crescente.

Ventolaio

Rosso di Montalcino 2017: fresco; profumo balsamico; sorso bellissimo: succoso, potente, ampio, di gran struttura. Ottimo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino autunnale, ombroso, come un cielo fosco, gravido di vento e di pioggia, e perciò affascinante: originale, ematico, quasi gotico. Il sorso è gustoso, un po’ amaro, bilanciato, strutturato. Stante l’annata, solo 1000 bottiglie prodotte, segno evidente di cure rabbiose.

Anche in questi millesimi difficili i vini di Ventolaio affascinano, come il Cru omonimo. Originali, obliqui, danzano su ali leggere, incuranti degli strapiombi.

Tiezzi

Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2017: superata la riduzione iniziale, profuma lampone, sale, aldeidi. Fresco, tannico, acido, di struttura e svelto. Qualche piacevole rusticità.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2014. Affascina: fungino, autunnale, balsami e ruta, aldeidi, agrumi, alcuni toni verdi. Il sorso ha tenuta e spessore adeguati, stante il millesimo.

Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2014. Il profumo è pulito, aperto, di amarena fresca. Il sorso lieve, scattante; non grande, ma alato. Vino radioso: una scintillante ipotesi di Brunello, in levare.

Brunello di Montalcino Riserva “Vigna Soccorso” 2013. Superbo, di stoffa e razza superiore: alato come il 2014, lo ricorda nell’impianto, ma è assai più profondo e complesso.

I vini di Tiezzi sono comunicativi, ispirati, caratteriali, grintosi e svelti, anche nei millesimi estremi. Nel freddo 2014, la Vigna Soccorso, malgrado l’alta quota, lapidariamente ricorda le ragioni della sua fama ultracentenaria.

Terre Nere

Rosso di Montalcino 2017. Ha buon profumo fruttato, balsamico, agrumato, sfaccettato. Di corpo, con sorso di levità ed avvolgenza setosa. Discreta persistenza.

Brunello di Montalcino 2014. Buon vino, pieno, dal profumo terroso, fumé, maturo, e dal sorso stretto nella morsa tannico-acida.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: bel carattere forte da vera Riserva, sorso di ricchissima struttura, polpa, persistenza. Ottimo.

Polpa, seta, una sensualità sorvegliata ma sottesa: filo rosso nei vini dei Campigli Vallone, che ben interpretano il territorio meridionale di Castelnuovo dell’Abate e del Castello di Velona.

Tenute Silvio Nardi

Rosso di Montalcino 2017. Profuma di frutta matura, di selva. Ha sorso pieno, centrale, non articolatissimo, un po’ alcolico infine. Vino gustoso, molto ricco, di grande impatto.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di erbe essiccate (origano, timo), ha venature fumè. Centrato tra tannino e acidità giusti, chiude sull’alcol e sull’amaro. Profilo mediterraneo, protervo impatto. Scostato dai crismi del millesimo.

Vini energici e pieni, di stile riconoscibile, tutto forza solare e quadrata; persino – sorpresa- nel 2014, ma il produttore racconta di selezione feroce: 40000 bottiglie, invece delle abituali 150000.

Tenuta Le Potazzine

Rosso di Montalcino 2017. Vino sonoro di frutta fresca, potente, complesso, tuttavia lirico, aggraziato. Giovane e ancora piccante.

Brunello di Montalcino 2014. Affascinante profumo d’autunno: terra bagnata, foglie secche, afrore di aia. Portamento elegante: succoso, lieve, lirico, sciolto. Il millesimo freddo regala un tannino un po’ verde e tenui rimandi al legno.

Valori certi i vini de Le Potazzine: grazia leggiadra e tenera, delicato lirismo riconducono a naturale armonia anche i nei di queste annate difficili.

Sanlorenzo

Rosso di Montalcino 2016. Vino di eleganza e misura superiori. Profumo fresco di fiori, di bosco, cenni pepati, affumicati e minerali. Fresco parimenti il sorso: verticale, longilineo, teso, di corpo. Balsamica persistenza. Perde coi minuti una certa chiusura e trionfa frutta rossa, piena, matura.

Brunello di Montalcino “Bramante” 2014. Bellissimo vino, pieno di profumo e di gusto: buono, saporito, rotondo, profondo. Scorre sulla vena minerale. L’agilità del millesimo si giova di una struttura robusta, in mirabile equilibrio.

Brunello di Montalcino Riserva “Bramante” 2013. Assaggio particolare, che merita una chiosa. Interlocutorio a Benvenuto Brunello: stoffa eccellente per gusto, polpa e struttura, ma vino marcato dal legno di affinamento, al profumo e sul palato; tuttavia, già dopo poche settimane, a Terre di Toscana, appariva trasfigurato: più pulito il profumo, floreale e fruttato, più puro il sorso, facendo sperare in una Riserva ottima, potenzialmente la più classica prodotta a Sanlorenzo.

Esempi di Sangiovese d’altura, contemporanei per integrità, sempre più orientati ad una classica compostezza. L’eleganza rifinita si lega ad una calda artigianalità e la barra di Luciano Ciolfi, a Sanlorenzo, è drittissima, anche quando il millesimo è difficile. Se la Riserva 2013 evolverà positivamente – questa la scommessa- se ne parlerà a lungo.

San Giacomo

Rosso di Montalcino 2016. Colore bellissimo: aranciato, antico. Goloso: profuma arancia matura e acciuga, è avvolgente e caldo. Vino ottimo: confortevole, sensuale, di corpo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino di bella polpa e stoffa; sui toni dell’arancia matura: vista, olfatto, gusto. Soffre un poco -peccato- certo tannino asciugante.

I vini di San Giacomo stanno trovando passo passo l’identità precisa: con naturalezza e semplicità, traggono carattere dal versante nord di Montalcino, che già ne delinea il profilo. La strada è buona, l’esperienza aiuterà nei millesimi difficili.

Salvioni – La Cerbaiola

Rosso di Montalcino 2017. Vino potentissimo e sanguigno. Profumo molto intenso, primaverile, fruttato ed ematico. Stoffa imponente e reattiva, polpa ricca e compressa tra acidità e tannino imperiosi. Rinfrescante. È un puledro ancora da domare, dalle movenze forti e eleganti, di naturalezza disarmante.

Salvioni presenta soltanto il Rosso di Montalcino, ma che vino! Per classe e statura guarda parecchi Brunello, non solo 2014, dall’alto al basso. La firma è un riferimento ineludibile.

Poggio di Sotto

Rosso di Montalcino 2016. Vino superiore, di gran stoffa e impianto austero: il profumo, molto sfaccettato, richiede ascolto. Salinissimo, energico, equilibrato, lieve, puro e preciso.

Brunello di Montalcino 2014. Vino superiore, di gran stoffa e giusto corpo, dal profilo autunnale, affascinante, seducente. Il passo è naturale e sciolto. Una bellissima riuscita di un’annata minore.

Vini di eccezionale caratura, con rarefatta, eterea personalità, gioia per gli amanti del Sangiovese classico. Irripetibile la magia di qualche anno addietro, quando altre mani li modellavano, il lavoro resta di alta qualità: si veda l’ottima riuscita nel travagliato 2014.

Un tesoro per la denominazione ed oltre.

Podere Le Ripi

Rosso di Montalcino “Sogni e follia” 2015. Vino superiore, di gran stoffa. Bel colore aranciato, potente, caldo, etereo, dal delicatissimo tannino. Evidente – benvenuta- ispirazione gambelliana.

Brunello di Montalcino “Lupi e Sirene” 2014. Vino elegante, dal fiato etereo, venato di arancia, erbe aromatiche, spezie, aldeidi, ferro e sangue. Ha bella struttura. La lunghezza discreta è pegno del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva “Lupi e Sirene” 2013. Vino di altissima caratura: molto gustoso, estremamente elegante, lunghezza eccezionale. Nel miglior stile antico.

Vigne in posizioni assolate e calde a Castelnuovo dell’Abate, allevate per lo più ad alberello, con grandi cure, forniscono una materia eccellente per vinificazioni ormai orientate ai dettami della scuola antica: rispetto, lunghe macerazioni, lunghi affinamenti. Ne risultano vini meravigliosi, somiglianti ai Poggio di Sotto della originaria gestione. Lascia senza fiato la strada qui percorsa in pochi anni.

Epilogo

Finisce la giornata degli assaggi, col dispiacere per ciò che si è dovuto tralasciare, solo per mancanza di tempo e per stanchezza fisica.

Fuori la luce assume quel tono caldo che prelude di qualche ora al tramonto.

Un tempo breve di ristoro e siamo a Sanlorenzo: finalmente il bosco, le vigne, i profumi della terra.

La terra.

Lì sostiamo un poco, al bordo dei filari di sangiovese, presso un leccio. A manca l’Amiata, a destra Siena, dritto la Maremma ed il bagliore che il mare riflette nel cielo. I colori sono nitidi per l’aria tersa dal vento, di una lucentezza quasi metallica.

Poi in cantina fra le botti. Altri assaggi mirabili (che buoni saranno i Brunello di Montalcino 2015 e 2016!), con la compagnia allegra e competente di alcuni soci AIS piemontesi.

Infine la cena a La sosta, tra amici vecchi e nuovi, in immediata confidenza. Tutto un vociare mentre si assaggia alla cieca, con risultati pessimi, anche peggiori del solito; non importa: contano i visi puliti, i sorrisi, la familiarità.

È la celebrazione della festa, la versione contemporanea delle cene chi si tenevano in antico sull’aia dopo la mietitura o la vendemmia, il rito che rinnova i cicli della vita.

Questo il senso profondo di Benvenuto Brunello, la ragione ultima che aggrega anche noi forestieri: con me l’amico Stefano, la mia Emanuela…

Finché a Montalcino batterà un cuore saldo e antico, ogni sogno sarà possibile.

Domenica mattina: sole, cielo limpido, aria tiepida che profuma già di primavera. Due passi tra i vicoli e lungo le mura, guardando e sognando le case e quale vita sarebbe tra quelle mura. Per un attimo il Brunello è lontano. Poi il pranzo alla Taverna dei Barbi. Quasi di soppiatto camminiamo le vigne ai Podernovi.

Rientriamo: l’asfalto scivola sotto le ruote e con lui un misto di gioia e nostalgia.

Quest’anno il sogno lo portiamo con noi.

Rosato di Caparsa 2014, vino toscano IGT, 13 gradi (magnum).

Il Chianti è terra di contrasti: in questo senso, è quasi una Toscana al quadrato. Ci sono quelli di campanile, storici e storicizzati, che si tramandano e si manifestano nella modernità; ci sono poi quelli paesaggistici e geologici, perché qui ogni vigna potrebbe fare storia a sè, per altitudine, terreno, esposizione; e c’è infine contrasto, talora ricomposto, talora accalorato, tra le grosse aziende e i piccoli vignaioli artigiani.

Paolo Cianferoni, a Radda nella sua Caparsa, è uno tra i più grandi e veri vignaioli italiani. Lui – mi sono bastate poche battute in un paio di occasioni, per pesarlo – è uno dal carattere e dalla lingua schietta, ma non un burbero: anzi, è ben attento alla comunicazione e persino al marketing, ma a modo suo, cioè con un entusiasmo genuino e quasi fanciullesco. Lui è uno che le mani in vigna se le sporca davvero, che in cantina lavora sodo ed ha una concezione del suo lavoro come pratica primariamente agricola, armoniosa e virtuosa: ossia attenta alla natura, ma anche alla tradizione ed al genio del luogo. Caratteristica pure la sua voglia di condividere il vino alla maniera antica, nei bottiglioni e nelle dame: un vino sempre naturale, a tratti rustico e caratteriale, ma genuino.

Sono giustamente noti i suoi Chianti Classico; ma esiste tutta una linea di altri vini suoi buonissimi e di estremo interesse, alcuni figli di tradizioni desuete e coltivate con intima affezione, altri di un ghiribizzo individuale; sempre, però, con la natura a guidargli la mano, rispettando le stagioni, il territorio e l’uva.

Tra questi vini alternativi al Chianti Classico, acquistai, nella rivendita di Caparsa che sta in centro a Radda, questo rosato di sangiovese in formato magnum, ovvero in un bel bottiglione di vetro chiaro: originale e buonissimo, uno tra i migliori rosato che io abbia assaggiato; anzi, uno tra i migliori vini della mia piccola storia di assaggiatore: perché è un rosato che scalda il cuore, naturale, senza nulla di tecnico: parla una lingua schietta e dolcissima, un’autentica favella toscana.

Vino inconsueto e libero, che scarta di lato e sorprende già a guardarlo, col suo colore che tende alla buccia di cipolla virando da un corallo antico, mentre sul calice disegna gocce frastagliate e veloci.

Il suo profumo è un altro balzo, una montagna russa sulle colline chiantigiane, che per qualcuno potrebbe essere estremo, ma a me garba assai: è molto intenso, appena in sviluppo, con aldeidi non timide, è vero, ma fresche, giovanili nella spinta; ed esprime una complessità che sa di natura, di frutta, di foglie e di fiori: viole, fragole, ciliegie, melone, arancia, melagrana, alloro e borragine, muschio, una caratteristica limatura di ferro sottotraccia, una lieve speziatura, sandalo e cannella.

È al sorso però che mi conquista, perché di una naturalezza disarmante: pieno, glicerico, avvolgente, ma anche fresco, salinissimo, con una mineralità pura, da acqua oligominerale. Ha passo dinamico e svelto, irradia, vibra e tintinna argentino, violino e triangolo come nella Campanella di Paganini. Lo spinge la sua alta acidità, con un certo frizzar lieve di carbonica sul palato, piacevolissimo.

Gustosissimo, lungo, bilanciatissimo, da bere e a litri, e non per modo di dire, ma alla prova dei fatti. Appena un po’ abboccato, perché è perlopiù questione di sensazione glicerica: in realtà, un equilibrio mirabile di corpo e freschezza.

Benedetta l’annata 2014 – maledetta per i sacrifici ai quali ha costretto i vignaioli per via del maltempo, ma benedetta per noi bevitori, se ha generato vini come questo: irresistibile, sulla mia tavola, con le verdure ripiene.

E quattro…Benvenuto Brunello 2017: ma quest’anno è diverso.

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Parte prima: “Quella verità che ho cercato”.

Pensavo che, rientrato in Italia, per la prima volta mi sarei goduto il viaggio verso Montalcino e Benvenuto Brunello in tranquillità, senza scapicollarmi dall’Inghilterra come era successo i tre anni precedenti. Invece, tutto diverso dai piani originali: vuoi per i cambiamenti nella formula della manifestazione voluti dal Consorzio, vuoi per impegni personali, a Montalcino sono arrivato non il sabato, come al solito, ma il lunedì mattina presto. E da solo.

Però, a maggior ragione, è stato un momento mio di riflessione: niente cene, niente amici coi quali girare per i banchetti ed assaggiare (quelli che c’erano stavano più che altro dietro ai banchetti), nessuno ad aspettarmi in albergo. In compenso, una notte tutta per me tra i silenzi di Montalcino e il martedì una giornata intera a godermi le colline, a respirare l’aria fresca, a percorrere quelle strade sterrate che costeggiano le vigne, dove lo sguardo spazia dalle pecore al pascolo, oltre i lecci, fino all’Amiata, al Monte Labbro, alle alture di Grosseto, oltre le quali immagini il mare, e tra le striature del cielo di febbraio ti par quasi di vederlo, non sapendo se verità o inganno della mente. Quella verità che ho cercato negli occhi delle Madonne e dei Cristi crocifissi al Museo di Montalcino, oltre che nei calici rossi.

Quella dimensione intima, accogliente e domestica di un luogo caro dove ti senti a casa e dove sai ci sono amici che anno dopo anno sono contenti di vederti e tu di veder loro; persino con quel pizzico di chiacchiera e di pettegolezzo sano della provincia, finché non c’è malizia, ma solo studio dei casi e delle fortune umane: le alterne vicende che vivono gli uomini sotto il cielo e per narrare le quali non bastano romanzi.
A preludiare codeste sensazioni, la pioggia che accompagnava la marcia dalla Greve attraverso la Valdelsa e i bordi del Chianti, poi oltre Siena attraverso le Crete a macchia di leopardo, fino a risalire bagnate le curve della Statale del Brunello sù sù per il colle, rivedendo le conosciute case, le insegne, le  vigne. Quanti lecci, quanti ulivi, quanto bosco, quanta bellezza ancora selvaggia che si è fusa armoniosamente con la mano dell’uomo: sono pochi i posti dove un’idea di bellezza si è così caparbiamente sviluppata e preservata attraverso i secoli. Penso alla mia Valdinievole e mi viene da piangere, per come l’hanno ridotta. La bellezza dei luoghi, mi viene da pensare, si riflette anche su quella delle anime: deturpati gli uni , anche le altre sono perdute. Qui no: al netto delle piccolezze e di qualche miseria, gli spiriti sono ancora sani. Perciò torno sempre volentieri a Montalcino e mi pare di non venirci mai abbastanza.

Poi ci sono Brunello e Rosso: ci sono ovviamente differenze dovute alle singole provenienze e più ancora a conti fatti allo stile dei produttori, ma la relativa uniformità ampeleografica permette oggi una bella e istruttiva lettura in trasparenza: meglio, la ricerca di una verità. Perciò ero il primo in coda alla porta per questo Benvenuto Brunello diverso.

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Parte seconda: “Un bel gruppone di testa e nessuno era in fuga”.

La manifestazione, si diceva, ha avuto una diversa organizzazione, sulla quale non posso esprimermi. Però il lunedì non si stava male: gente ce n’era, ma non troppa, e a mio parere mediamente preparata. Chiacchiere sciocche ne ho sentite poche, fors’anche perché io stesso sono stato assai silenzioso e quanto meno ho evitato di aggiungervi il mio contributo.

Altro motivo di diversità rispetto agli anni passati è stato tutto  dovuto alla qualità dei vini e starei per dire delle annate. E’ vero che, conoscendo ormai qualche azienda e muovendomi da solo tra gli assaggi, ho evitato quelle che so non essere nelle mie corde per privilegiarne altre che magari non conoscevo, ma delle quali avevo sentito dir bene; tuttavia la realtà è che il livello dei vini era davvero molto alto ed mi è tuttora difficile dire quali siano stati i due o tre preferiti. Diciamo che c’era un bel gruppone di testa e nessuno era in fuga. Ecco, in tal senso qualche piccola delusione c’è stata: alcuni nomi “del mio privilegio”, come li avrebbe definiti Veronelli, non mi pare abbiano trovato il solito colpo d’ala pur avendo vini buonissimi. In ogni caso tale livellamento verso l’alto non può che far bene ad un territorio per il quale qualcuno dice non essere tutti i vini all’altezza della loro fama planetaria (ma questo, dov’è possibile? Nè in Cote d’Or,  né in Langa, né a Bordeaux).
Comunque, in dettaglio, per quanti ne ho potuti assaggiare, i Brunello di Montalcino 2012 sono senz’altro figli di un’annata calda, ma in generale il risultato mi è sembrato piuttosto buono, perché molti conservano un riuscito equilibrio sia nei confronti delle componenti strutturali che di quelle aromatiche e gustative, ed una bella freschezza. Ecco, a ben vedere, seppur piacevolissimi, alcuni non hanno forse quella spinta acida che ne possa garantire il lunghissimo invecchiamento; e per taluni una frazione di complessità aromatica in più, magari non sarebbe dispiaciuta. Ho provato a capire se queste impressioni potessero essere correlate con la posizione geografica dei vigneti, ma ho finito col desistere: i miei assaggi non bastano per una seria statistica, e anche se molti buoni calici erano di aziende del versante nord o poste a quote altimetriche importanti (in posizioni più fresche, perciò), non mi sento proprio di trarne una regola generale. Si è voluto paragonare la qualità della 2012 alla 2010, altra annata 5 stelle, ma non ne sono convinto; piuttosto, da quel che ho sentito nei Rosso di Montalcino 2015, azzarderei il confronto di quest’ultima alla 2010. Infatti sono vini potenti, svelti e strutturati insieme, con una carica di frutto che ora è di una piacevolezza lasciva (quasi pacchiana, l’ha definita ridendo un amico) e che col tempo, una volta doma, potrà penso trasformarsi un una raffinata sensualità.
Quanto ai Rosso di Montalcino 2014, si sa che l’annata fu un po’ magra, ma chi ha scelto l’uscita ritardata aveva un buon vino nelle botti e ha lavorato con rigore, ottenendo Sangiovese agili e persino beverini, in certi casi lavorati di bulino: i migliori mi pare attraversino oggi una fase di eccezionale apertura e piacevolezza, con la delicatezza a braccetto di una complessità sfaccettata e commovente. Un discorso simile per i Brunello di Montalcino Riserva 2011: l’annata fu caratterizzata da vampate di caldo improvvise e difficili da gestire, ma chi ha messo mano alla riserva in genere sapeva il fatto suo; eccezioni a parte, che al solito non mancano.
A margine, tanti cambiamenti: persone che vanno e che vengono, cantine in costruzione o in ristrutturazione, vigne nuove e reimpianti, acquisizioni, cessioni e scorpori: un mondo vivo che pulsa.

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Parte Terza: “…questa é la foglia nella tormenta…sulla quale e della quale, roteando io stesso, scrivo…”.

Gli assaggi, che sono? Solo appunti brevi, vergati al volo su un taccuino girando nelle sale tra i banchetti; parlano di vini che mutano nel calice e che son ancora giovanissimi, aperti ancora, o quasi, a ogni futuro. Parole che il vento porta via; come le azioni e i fatti umani, del resto: “…questa é la foglia nella tormenta…sulla quale e della quale, roteando io stesso, scrivo…”. Perciò, amica o amico che mi leggi, attribuisci loro solo l’effimero valore che hanno, di impressioni bozzettistiche  disegnate con la matita in ordine sparso; e nulla più.

Lisini è azienda storica, un grande classico ilcinese, ed i suoi  vino offrono un ritratto perfetto delle tre annate, con un Brunello di Montalcino 2012 di bella apertura, molto equilibrato, gustoso e polposo: ottimo. Dal canto suo, il Brunello di Montalcino Selezione Ugolaia 2011 percorre una strada diversa: molto intenso, profondo, con un forte sbalzo di amarena e marasca, di grande impatto anche alcolico congiunto però con una benvenuta freschezza ed un tannino potente. Il Rosso di Montalcino 2015 è un’esplosione di frutti, caldo e fresco ad un tempo grazie a note aranciate, di mandarino, ed al sofisticato richiamo di spezie fini e di incensi. Molto pieno al palato, con un gusto molto intenso, ha struttura, equilibrio , potenza e un tannino robusto.

Con Fuligni siamo sempre tra le firme storiche del territorio. Posso assaggiare solo il Brunello di Montalcino 2012 (il Rosso non l’hanno più al banchetto), ma l’incontro è esaltante: il suo colore è relativamente scarico, ma il vino possiede una meravigliosa purezza aromatica, avvolgente, giocata tra toni di frutta matura e nocciole, esprimendo classe e affettuosità. All’assaggio è molto bilanciato, con una trama tannica bellissima per un Brunello così giovane, ed un’acidità mediana o poco più, ma soprattutto assai sfumata e sviluppata sul palato. Mi sembra, malgrado appena uscito, che sia già godibilissimo, al netto di una lievissima impuntatura tannica più giustamente caratteriale che altro.

Si cambia parecchio registro con Il Pino di Jessica Pellegrini: le dimensioni sono assai più contenute rispetto alle aziende precedenti e magari non ha ancora una fama altisonante, ma i vini sono interessantissimi e nel complesso sono stati, per me, una tra le rivelazioni di questo Benvenuto Brunello: riconoscibilissimi come Sangiovese di Montalcino, possiedono tuttavia una timbrica loro personalissima e difficilmente confondibile. Premesso cha già lo scorso anno il Rosso di Montalcino 2013 mi era sembrato ottimo, anche il 2014 è centrato malgrado l’annata difficile: scuro, terragno, baritonale, profondo, con note di caramella mou, ha una bocca gustosa. Il Brunello   di Montalcino 2012 ha anch’esso quel timbro baritonale ed una gran struttura, sebbene ancora in via di sviluppo: richiede un’attesa che gli concederei assai volentieri, visto l’espressione attuale del Brunello di Montalcino 2011: se lo scorso anno alla manifestazione lo avevo trovato un po’ scomposto, ora è perfetto, etereo, con una bocca bellissima, rotonda, ma sostenuta sempre da quella grande struttura, profonda e scura. Qualcuno che era accanto a me l’ha definito “un canto d’amore” e mi sento di prendere a prestito quelle parole.

Una virata netta con i vini di Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto, tra i più rarefatti ed aerei che mi sia capitato di assaggiare a Benvenuto Brunello. Prendiamo il Rosso di Montalcino 2015: sarei tentato di dire che pinonereggia, se non fosse un concetto limitativo e da circoscrivere comunque più all’olfatto che al palato. Rubino, con profumi intensi, anzi esplosivi di frutta, molto puliti, ha una struttura importante per acidità e tannino. E’ assai fresco, risultando appena un po’ verde. Il Brunello di Montalcino 2012 è più ritroso, scuro, con cenni di uva sultanina e di aromi terziari che si fanno spazio, per un carattere sottilmente sensuale. Il suo impatto al palato è importante, largo, complesso, sostenuto da una buona acidità: non gioca tuttavia il suo fascino sulla forza, ma sulla complessità. C’e qui – a sorpresa- anche un Brunello di Montalcino Riserva 2009 ed è un bel sentire per ricordare come evolva magnificamente – e sorprendentemente – il Brunello: una grandissima profondità, note intense di incenso che gli donano un fascino orientale, poi solvente e petrolio. Al palato ha un gusto un po’ evoluto, con cenni di uva sultanina, quasi un ricordo di Porto. Una Riserva di Brunello scura e sensuale.

Altro Brunello di carattere e di un piccolo produttore è quello di Fornacina, solo 8.880 bottiglie nel 2012, dal quadrante est della denominazione. Un po’ aranciato al colore, con un profumo sfaccettato e un po’ rustico da merenda all’aria aperta: frutta rossa, fiori gialli di campo, note tostate di legno e frutta secca. Vuole tempo nel calice, e coi minuti emerge  al naso perfino la carne. Non è nella qualità del tannino che dà il suo meglio, perché è un po’ asciugante, ma nella salinità decisa che sorregge la bocca e lo sospinge insieme ad una riuscita e rinfrescante acidità.

Restando  in tema di carattere, menziono qui Il Paradiso di Manfredi. Non è detto che chi ha carattere l’abbia facile ed io ammetto che non sempre vado d’accordo con questi vini: ogni volta che li ho assaggiati a Benvenuto Brunello li ho sempre trovati molto interessanti, ma per dir così angolosi e scomposti all’olfatto. Mi sono ripromesso ogni volta di riassaggiarli più avanti e con calma, ma alla fine me n’è sempre mancata l’occasione. Però quest’anno, complici magari le annate favorevoli, il mio dialogo con loro è stato subito più sereno. Il Rosso di Montalcino 2015, dal colore bellissimo, molto rubino, sulle prime ha le solite velature e impuntature aromatiche della firma, ma quando se ne libera (e ci vuole un po’) sfodera profumi molto freschi di frutta e di fiori persino, quasi stupefacenti in un’annata come la 2015, dove il calore non è mancato. Alla bocca è di gran stoffa: piena, già con un’ottima integrazione, anch’essa fresca grazie ad un’alta acidità. Dal canto suo, il Brunello di Montalcino 2012 mi stupisce, perché sebbene per scelta aziendale non sarà in commercio prima di un paio d’anni risulta già molto buono, pulito e centrato negli aromi, potente al palato, con una gran carica tannica. Sono vini particolari, nei quali i suoli particolarmente galestrosi e le esposizioni fresche giocano – mi si dice- un ruolo importante, ma non lo è meno – a mio avviso- la sensibilità di chi li produce: sono figli di un’enologia libera, se così si può dire, che lascia il vino farsi da sé.

Le Chiuse si trova sullo stesso versante de Il Paradiso di Manfredi, la distanza in linea d’aria non è molta. Volendo anche i vini hanno anche qualche punto in comune: quel senso di freschezza, di verticalità, di solidità minerale, che nei vini de Le Chiuse si esprime normalmente in una seria austerità strutturale e aromatica, a volte poco concessiva in gioventù, ma disposta a lunghi affinamenti. Tuttavia a questo Benvenuto Brunello, complici magari le annate, mi sono sembrati vini più aperti del solito al dialogo, più sorridenti, quasi si fossero tolti elmo e corazza per godersi anche loro il sole del 2012 e del 2015. Il Rosso di Montalcino 2015, ad esempio, è esplosivo: ha un color rubino molto netto, luminoso e trasparente; un olfatto dove la componente fruttata domina, ma con una nota decisa di mora che lo sfuma verso la macchia; un sorso ricco, vellutato, estivo, quasi cerealicolo in certi ritorni di aromi, e tuttavia di struttura importante, ben tannico. Il Brunello di Montalcino 2012 è anch’esso aperto, più caldo e complesso, molto profondo, con terziari che virano su toni ferrosi. Ha un tannino potente, quasi severo, ed un’alta acidità: non lascia dubbi sulla sua voglia di sfidare il tempo. In assaggio, quasi per conferma, c’è anche il Brunello di Montalcino Riserva 2006: grande profondità, timbro olfattivo scuro ed ematico, con una intransigenza tutta sua, e tuttavia muta in continuazione nel calice, ora più evoluto, ora più giovanile, facendo presagire mondi che solo il tempo aiuterà pienamente a scoprire. Al sorso è del pari: ha una struttura enorme, ancora contratta: chiede solo una paziente attesa.  

Dopo una serie di piccole aziende, mi vien voglia a mo’ di intermezzo di assaggiare i conseguimenti di qualche cantina di grandi dimensioni: in fondo una buona parte dell’immagine e del nome che il Brunello si farà nei mercati mondiali dipenderà da queste firme che possono garantire una buona distribuzione, se non proprio capillare.

Comincio con Il Poggione, i cui vini non avevo mai assaggiato pur avendoli visti sugli scaffali di una buona fetta del mondo che ho girato. Per intenderci, il loro Brunello di Montalcino 2012 ed il loro Rosso di Montalcino 2015 saranno prodotti in 220.000 bottiglie rispettivamente, che significa un quantitativo 20 volte superiore rispetto a buona parte delle aziende citate in precedenza. Anzitutto noto con piacere che lo stile non deborda da quello classico e questa è forse la qualità più importante di questi vini: sarebbe facile cedere alle sirene di un gusto più internazionale e più semplice da capire per i consumatori esteri, ma qui la barra resta salda. Poi, il Rosso di Montalcino 2015 mi è sembrato davvero molto buono: dal colore felicemente un po’ aranciato ed un bel naso caldo e antico, sottilmente giocato sulla terziarizzazione e su note di humus, terra, carne, sfodera davvero un gran carattere. All’assaggio è morbido, pieno, con un gran tannino, forse un po’ in debito di acidità. Meno convincente, accanto a questo, il Rosso di Montalcino 2014 “Leopoldo Franceschi”, la selezione: mi è sembrato più ampio che dinamico. Quei profumi caratteristici, indentitari e vecchio stile che ho apprezzato nel rosso 2015, li ritrovo nel Brunello di Montalcino 2012 anch’esso giocato sui terziari, sugli odori di humus, di  macchia e di carne, con una vigorosa spaziatura. Però all’assaggio mi è parso un po’ diluito, senza troppo nerbo.

Anche con i numeri di Col d’Orcia non si scherza: credo che sia la più grande azienda vitivinicola biologica in Toscana e se prendiamo il Brunello d’annata come riferimento, nel 2012 la produzione è di 190.000 bottiglie. Il Rosso di Montalcino 2015 (che ha una tiratura solo leggermente inferiore, 180.000 bottiglie) ha una naturalezza aromatica sorprendente e luminosa, anche se all’assaggio non mantiene tutte le attese: mi sembra un po’ vuoto a centro bocca.
Più vigorosa la selezione, Rosso di Montalcino “La Banditella” 2014 , che proviene dai vigneti del Brunello: più nitido, speziato e ficcante, si sente però un po’ il legno e forse questa è la ragione per la quale il tannino mi sembra un po’ asciugante. A mio avviso molto buono il Brunello di Montalcino 2012: pulito, profumato, suggerisce un’apertura solare agostana; non troppo tannico, è morbido ed avvolgente, con una struttura più gentile che imponente, restituisce comunque una visione di Brunello assai affidabile. Il campione di casa, però, è il Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2010, un vino monumentale in tutte le annate, ma che col 2010 ha una quota di polpa e di levità naturalmente unite da stupire. In verità, sa toccare tutte le corde: intenso, segreto, boschivo, ma solare allo stesso tempo; delicato, leggero e impalpabile per come si posa sul palato, ma poi subito imperioso per la sua intensità e la potente struttura, quasi enorme direi per corpo,  tannino ed acidità.

Per concludere il trittico delle aziende dai grandi numeri, torno a un vecchio amore: Fattoria dei Barbi. Comincio assaggiando il Rosso di Montalcino 2015: stranamente mi pare un po’ muto all’olfatto, ma la struttura c’è e credo abbia solo bisogno di farsi un po’. Il Brunello di Montalcino 2012, quello con la leggendaria etichetta blu, è sempre il bel campione dell’ old style, con tutti quei terziari che si spingono fino all’idrocarburo, con quel sorso robusto e gustoso, che procede con  un passo sicuro verso un finale di bella lunghezza. Il Brunello di Montalcino Vigna del Fiore 2012 sarà in commercio da fine marzo, ma è già molto buono. Rispetto al fratello è più fresco, forse più complesso all’olfatto; più strutturato in bocca, ma in questa fase anche un po’ più crudo. Il Brunello di Montalcino Riserva 2011 mi riporta nell’Olimpo dei vini vecchio stile, fin dal colore scarico. Gustoso, morbido, è in realtà strutturatissimo, ma in qualche modo rimane impalpabile, tanta è la sua delicata finezza. In definitiva, mi pare che Fattoria dei Barbi esprima una qualità media eccezionale in relazione al numero di bottiglie prodotte; e lo spirito dei vini è autenticamente territoriale, quasi artigiano : non è poco.

Forse proprio perchè ho respirato di nuovo questo spirito che il mio prossimo assaggio è Fattoi, azienda artigianale e familiare per eccellenza. Anch’essa, amica o amico che mi leggi, un altro mio amore. Vedi la complessità del Rosso di Montalcino 2015: rubino, pieno, tondo e caldo già al naso, con un tocco di aldeidi lì a rinfrescare uno spettro aromatico potentissimo e profondissimo, dai toni gravi, dove i  profumi di frutti rossi, la macchia, il bosco, si esprimono con quella voce di violoncello che secondo me costituisce un po’ la firma di Fattoi e delle loro vigne poste nel quadrante sud-occidentale della denominazione.  Il Brunello di Montalcino 2012 è se possibile ancora più grave, una melodia sulla IV corda del violoncello (pensa, amica o amico mio, alle Suite di Bach), ma suonata in maniera tale da essere artisticamente screziata, con sfumature infinite. Un vino bellissimo, dal profumo ricco, il sorso rotondo e gustoso, la grande struttura. Si riconoscerebbe fra mille: la potenza territoriale interpretata con sensibilità dalle mani dell’uomo risulta naturale, ma anche estremamente individuale. E’ così anche nella musica: il grande interprete che sovrappone la sua personalità alla partitura con semplice umiltà, la porta alla vita soffiando su essa l’alito delle proprie emozioni umane, ma non la distorce al suo capriccio.

Ne ho la conferma spostandomi all’assaggio dei vini di Baricci, una tra le aziende del nucleo storicissimo dei produttori di Montalcino, anch’essa dal carattere fortemente artigiano e familiare, che se conoscevo per chiara fama, non avevo mai avuto prima occasione di incontrare. Le vigne dei Baricci sono in posizione quasi opposta rispetto a quelle di Fattoi: qui siamo al Colombaio di Montosoli, a nord di Montalcino, con esposizioni est e sud-est. Vini molto diversi, ma ugualmente bellissimi, perché – almeno io credo – l’approccio che li ispira è molto simile. Il Rosso di Montalcino 2015: luminoso, di grande impatto; profumatissimo, con uno spettro di aromi completissimo; pieno sul palato, rotondo, solare, con tannini presenti, ma di grana fine. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra uno tra gli assaggi migliori in assoluto di questo Benvenuto Brunello, un capolavoro di equilibrio, complessità, piacevolezza. Trovo in lui evidenti i profumi balsamici e di macchia, poi spezie, frutta; infine note ematiche e di pellami, ma questi cenni evoluti si sposano con una grande forza marina e solare, che si ritrova anche al palato, dove la salinità è decisa e intesse il dialogo con un sorso delicato, dolce, armonioso, sebbene di spalle larghe, con un tannino tenace ma fine ed un’acidità notevole.

Altro incontro nuovo e da tempo atteso, l’ho con Talenti. Mi si dice – non so se sia vero- che in passato i vini avessero strizzato un po’ l’occhio ad uno stile modernista, ma in realtà quello che sento nel bicchiere mi pare sotto l’insegna del classicismo più puro e rifinito; anzi, più “vago” nel senso leopardiano del termine: quel senso di sfumata lontanza, così elegantemente romantico, che apre le porte all’evocazione di un infinito. Nel Rosso di Montalcino  2015 per esempio, l’esplosione aromatica non è diretta, ma come velata di una seta impalpabile, al limite della trasparenza, come si vede sul capo delle Madonne del ‘300. Anche il sorso: così delicato, lieve, sospinto da una notevole acidità ma non pungente, con un tannino fine come cipria, e lunghi ritorni aromatici nel finale di spezie e di  sigaro. Il Brunello di Montalcino 2012, dalla tinta aranciata, il profumo ricco, etereo, di prospettiva aerea, composto; ed un sorso che bilanciandosi tra una gran finezza tannica ed un’alta acidità, è saporitissimo, gustoso, salino, di un’ampiezza sapientemente modulata.

Ventolaio è un altro nuovo assaggio di quest’anno – e debbo dire – mi sorprende assolutamente, forse perché in qualche modo avevo trascurato in passato questa firma, non considerandola come avrei dovuto. Siamo qui, di nuovo, in una realtà dal carattere artigianale e familiare ed i vini hanno un carattere spiccato, quasi arcaico per quelle tinte già aranciate e gli aromi giocati sul filo dell’evoluzione e delle aldeidi: hanno insomma quel “X factor” che a mio avviso rende i vini non più buoni, ma magici. ll Rosso di Montalcino 2015 è un vino d’impatto, nel cui profumo la frutta rossa è evidente come in tutti i vini ilcinesi del millesimo, mi par di capire; ma  anche le spezie vi giocano un ruolo importantissimo. Sul palato è dolce, ampio, particolare e piacevole con i suoi richiami gustativi che a me ricordano l’anice e il panforte senese. Ha una bella struttura, è salino -ciò che lo mantiene stuzzicante- e gustoso assai . Il Brunello di Montalcino 2012 ha un profilo aromatico più scuro, com’è giusto, ma è ficcante, iodato, con strati olfattivi di pelli conciate, di frutta, di cacao; ed ha un una bella presenza scenica in bocca: largo e leggero a un tempo. Forse appena un po’ asciugante nel finale, che è comunque molto lungo.

Dicevo dell’X-factor, quello che crea la magia nei vini. Con le persone è lo stesso, no? Poggio di Sotto fa vini buonissimi ormai da parecchi anni. Le annate dalla metà degli Anni Duemila in poi le ho assaggiate tutte, quanto basta per restarne abbagliato. E buonissimi sono il Rosso di Montalcino 2014 ed il Brunello di Montalcino 2012, che avrò modo il giorno seguente di riassaggiare con calma. Però, perché non mi prende più quel brivido lungo la schiena, quella pelle d’oca che mi si rizzava coi vini di qualche anno fa? Dov’è finito quel loro colore aranciato, così evocativo? Il Rosso ’14, infatti, è di un luminoso color rubino, benché molto scarico come da tradizione; sempre buono, buonissimo per l’annata, ma un altro stile, in qualche modo normalizzato, più accessibile; ed infatti, altri – non io- preferiscono così. Comunque, che complessità! Forse di corpo anche più evidente che in passato – e con qualche nota d’alcol- ma è un Rosso di Montalcino 2014 eccellente. Quanto al Brunello di Montalcino 2012, molto buono anch’esso, un gradino più in alto per pulizia e complessità. ma anch’esso di stile normalizzato. Poi, in tutta onestà , in questa fase nemmeno il tannino mi pare all’altezza stellare che ci si aspetta da Poggio di Sotto: lo trovo un po’ asciugante. E’ un vino infante però, lo so bene. Tuttavia, quando assaggio il Brunello di Montalcino Riserva 2011 ritrovo il “mio” Poggio di Sotto, quello dello stile antico, del colore aranciato, delle grazia impalpabile, dell’evocazione arcana, della potenza segreta, del tannino finissimo, dell’acidità che devi andare a cercare perché gioca con te a rimpiattino sul palato come una dama un un giardino del Rinascimento la notte di giugno, con le lucciole intorno. Una cosa va detta, con onestà:  i cambiamenti di proprietà e di mano in cantina, gli incrementi del fondo vitato, non sono dettagli che si digeriscono un una notte. La sola domanda è: si tratta di assestamento oppure è un conscio cambio di direzione?

Però, certi semi gettati, restano e germogliano. Non c’è un po’ del “vecchio “ Poggio di Sotto nelle ultime uscite di Podere Le Ripi? La zona, poi, è la stessa, quel versante magico dalla parte di Castelnuovo dell’Abate che guarda negli occhi il Monte Amiata. Quest’azienda, che ha iniziato la sua avventura con scelte controcorrente ed azzardate, come i vigneti a densità altissime (4000 piante per ettaro il Rosso, 11000 il Brunello), sta trovando oggi mi pare una sua strada verso uno stile enologico classico, dove forza e scioltezza trovano un connubio molto naturale. Questo per dire che in fondo il vino è un gioco di equilibri sottili e che in quegli equilibri l’uomo è l’ago della bilancia. Il Rosso di Montalcino Amore e Magia 2013 è un’uscita particolarmente ritardata quando i più presentano i 2015. Sorvolando sul nome di fantasia,questo Sangiovese che affina due anni in legno e 1 in bottiglia, ha profumi ampi, solari e screziati, bocca gustosa, un’alta, benvenuta acidità ed un tannino ancora aggressivo. Il Brunello di Montalcino 2012 “Lupi e sirene”, che proviene dalla stessa vigna della Riserva, ha bellissimi profumi maturi, di frutta rossa e terziari. Il sorso è molto vivido, fruttato, con una bella acidità e tannino ottimamente estratti, che non si notano. Insomma, un vino di gran classe e personalità. Il Brunello di Montalcino Riserva 2011 “Lupi e Sirene”, è un colpo al cuore, per quanto assomiglia ai Poggio di Sotto di qualche anno addietro: quello il colore aranciato e scarico, quello il profumo che tra frutta rossa e solvente disegna un arcobaleno aromatico; quella la gran struttura che si cela sotto un sorso ampio e morbido, dalla beva succosa.

Poggio Antico, invece, credo rappresenti bene il concetto di valore sicuro, di una costanza su vini ad alto livello, sempre eleganti anche in annate più calde. Il Rosso di Montalcino 2015  è puro, dolce, poetico, luminoso, fresco: così già solo a sentirne il profumo.  Al sorso è morbido, carezzevole, conciliante, fresco e longilineo, confermando così le sensazioni avute al naso. Ha una bella struttura ed un’acidità rinfrescante, valori fondanti che gli derivano dalle vigne aziendali che sono a quote elevate, sempre fresche e ventilate. A guardare il capello, manca magari lievemente di intensità gustativa a mio vedere, ma è vino di razza e stoffa. Il Brunello di Montalcino 2012 è fresco, elegante e strutturato, anche se mi pare un po’ indietro ancora nella sua definizione  per una certa giovanile reticenza al naso e qualche traccia di astringenza. Il Brunello di Montalcino “Altero” 2012, invece, si atteggia già da campione: più pronto e più dolce del fratello nei profumi, si impone anche con un pizzico di aggressività dovuta  una struttura monumentale, con grandi tannini. Imperioso, certo, ma senza rinunciare ad una sostanziale finezza di modi e ad un disegno accurato.

Tiezzi è un altro di quelli che mi sento di definire valori certi: sarà per la posizione delle vigne, sarà per l’esperienza di Enzo Tiezzi, ma anno dopo anno tutti i vini sono la  piacevolissima conferma di che cosa può esprimere il Sangiovese se trattato con rispetto ed all’insegna dello stile più classico.  Inoltre la loro caratteristica è una notevole grazia gustativa. La dimostrazione inattesa viene dal Rosso di Montalcino 2014, portato in riassaggio alla manifestazione, un po’ a sorpresa. Si sa che l’annata era così così, ma il vino è buono , fresco, pulito, profumatissimo; ed in bocca la freschezza si conferma, accompagnata da un sorso ampio e gustoso, un’acidità un po’ più che media, il tannino finissimo ed abbondante, una percettibile salinità. Fa un figurone questo Rosso, con le sue note scure di virtuosa evoluzione. Messo accanto al  Rosso di Montalcino 2015 la differenza è comunque evidente: alle penombre autunnali del primo, si contrappone la luce meridiana del più giovane, che esprime un profumo fruttato e finissimo da manuale, con una nota purissima di amarena, poi avvolta di spezie. Ha struttura  ed un tannino eccellente per quantità  e grana. Al momento apprezzo il  Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2012  più in bocca che al naso, che credo si  debba ancora fare, ma è molto fresco, succosissimo, comunicativo e strutturato, con una netta salinità. Il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2012 è ancora più fresco e puro ed ha una grande struttura. Mi lascia con la sensazione che abbia una gran vita davanti e che sia al momento meno pronto del fratello. C’è in assaggio anche il Brunello di Montalcino Riserva Vigna Soccorso 2011 ed è interessantissimo notare le differenze tra un’annata e l’altra: la mano in cantina è la stessa, leggera e sapiente, ma qui il colore del vino è più aranciato, l’olfatto vira su note assai più evolute e scure, il sorso più caldo, per un vino bellissimo che trova la compiutezza in equilibri suoi distintivi.

Questo concetto di equilibrio distintivo lo ritrovo nei vini de Le Ragnaie, tra i più personali ed insieme autentici che abbia assaggiato alla manifestazione. Anche qui, vuoi le caratteristiche peculiari dei vigneti, vuoi la sensibilità interpretativa, sono vini inconfondibili e che non si dimenticano. Il Rosso di Montalcino 2014 è rarefatto:  trasparente, freschissimo, agrumato, particolarmente leggero e soave, con un tannino quasi impalpabile. Il Rosso di Montalcino 2014 “Petroso” viene da un vigneto posto sotto Montalcino: già all’olfatto lo dici più pieno, molto balsamico, quasi tu inoltrassi il piede in una lecciaia, ed ha un tannino  più importante. Il Rosso di Montalcino 2014 “V.V.” , che viene dalla vigne aziendali più vecchie, ha una marcia in più in termini di polpa. Il Brunello di Montalcino 2012 è molto fresco, aereo e screziato al naso, con  tocchi di aldeidi e cenni terziari, per un sorso aggraziato e ricco di struttura. Il Brunello di Montalcino 2012 “Fornace” mi pare tra i tre presentati da Riccardo Campinoti quello attualmente più pronto e piacevole, fitto e rotondo, con un senso raro di personalità olfattiva e tattile, ed un tocco lievemente amaro che mi piace. Il Brunello di Montalcino 2012 “V.V.” mi sembra forse quello col maggior potenziale evolutivo, pieno e polposo, ma di eleganza rarefatta. Sebbene non sia ancora del tutto integrato, credo, ha una struttura imponente, più tannica che acida. Vini ossìmori, quelli de Le Ragnaie, e affascinanti.

E di fascino sono maestri al Il Marroneto. Tutti i vini presentati mi sono sembrati eccellenti, personali, ricchi di carisma. Il Rosso di Montalcino 2014 “Ignaccio”, molto trasparente e dal color aranciato,  è così generoso di freschi profumi (fiori, frutti, spezie e ricordi marini) da farmi pensare sia un una fase di eccezionale apertura. Anche al sorso è fresco e lieve, agrumato, stuzzicante e lieve, con un tannino delicato ed una discreta acidità. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra ancora un po’ chiuso, ma il suo aroma, sebben sottile, è già molto infiltrante e la bocca è gustosa e potente, persino muscolosa, con una grande tannino ed un’alta acidità che disegnano un sorso ricco di tensione interiore. Il Brunello di Montalcino   “Madonna delle Grazie” 2012 mi sorprende, perché lo trovò più rubino delle altre annate che ho assaggiato, ma i profumi sono indimenticabili, ricchissimi, coprono tutti i registri dello spettro aromatico. Al sorso è potente ma fresco, dinamicissimo, con un gran tannino ed un’alta acidità. A mio vedere, un gran Brunello, buono già oggi e da lungo invecchiamento. Sono vini, in qualche modo, assertivi, “che non debbono chiedere mai”.

I vini di Pietroso mi sembra portino nel nome il loro carattere: strutture imponenti, rocciose, con un senso di naturalezza primigenia ed una vena sottilmente minerale, al limite talvolta con qualche cenno di austerità. Fossero automobili, sarebbero di quelle per veri amanti della guida, pronti a infilarsi i guanti di pelle ed a tener le mani ben salde sul volante per a domare i cavalli imbizzarriti del motore tra una curva e l’altra. Il Rosso di Montalcino 2015 ha una bella tinta rubina, profumi fruttati, una bocca imponente e gustosa, forse un po’ alcolica, ma dove spicca la struttura importantissima. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra molto buono, ancora assai rubino, con aromi potentissimi, in equilibrio tra giovinezza ed evoluzione, ed un sorso fresco ma di potenza estrema, con un tannino monumentale.

Proprio perché offrono sempre strutture tra le più importanti della denominazione, torno sempre volentieri all’assaggio dei vini di Caprili. Il Rosso di Montalcino 2015 ha un grande impatto aromatico, con note già  evolutive in equilibrio mirabile con quelle più fruttate. Ha una bella potenza, anche se il sorso mi sembra appena un po’ slavato al centro bocca. La mia aspettativa è soddisfatta: conferma un gran tannino ed una notevole acidità. Il Brunello di Montalcino 2012 ha un profilo olfattivo particolare ed affascinante, dalle note scure ed anche tostate, macchia, foglie e frutta secca, mandorle, e sotto la frutta fresca,che pure è presente, fichi secchi. Eppure l’insieme è vispo, fresco, e  il sorso è modulato, rotondo, pieno però di struttura con tantissimo tannino e acidità in abbondanza. Assaggio anche il Moscadello di Montalcino 2016, piacevolissimo! Appena un po’ frizzante, appena un po’ dolce, lo immagino  un vin de soif sulla pancetta.

Canalicchio di Sopra:  anche qui, per quel che ricordo degli assaggi passati, a struttura non si scherza. In degustazione anche il Rosso di Montalcino 2014, che contiene -stante l’annata-  parecchia uva normalmente destinata al Brunello. Mi pare abbia un’intensità di profumi quasi stordente, è tutto frutta e freschezza. Al sorso è relativamente delicato e fresco, eppure ha una gran struttura, notevole per acidità e tannino; forse è appena un po’ amaricante sul finale. Il Rosso di Montalcino 2015 ha una gran potenza olfattiva e gustativa: è reattivo al palato ma ampio, strutturato, forse appena meno compatto e deciso dell’annata precedente. Il Brunello di Montalcino 2012 è più severo, più cupo, giocato sulle note segrete di vello e di macchia. La sua potenza tannica è enorme ed ha una grande acidità, ma in questa fase credo che sia ancora un po’ contratto e non spiega del tutto il suo potenziale.

Dopo certi pesi massimi, per apprezzare adeguatamente i vini de Le Potazzine bisogna essere assaggiatori pronti e bravi a cambiare velocemente registro, perché questi sono tutti sottigliezza e sussurro, quasi evocanti un candido lirismo. Infatti , l’ammetto, lì per lì mi son passati quasi sotto traccia e solo una fortunata occasione di riassaggio una paio di settimane dopo me ne ha svelato meglio il valore. Sono vini freschi, integri, guizzanti, con il Rosso di Montalcino 2015 ancora un po’ da farsi, gustoso, appena un po’ amaro sul finale, ed il Brunello di Montalcino 2012 solo apparentemente leggero, perché in realtà è teso internamente da una gran struttura; anche lui tuttavia, mi pare chieda dell’altro tempo per dare di più e per un Brunello verace, è giusto così.

Il tempo, io credo, sarà amico e alleato anche del Brunello di Montalcino 2012 di Salvioni, che mi è sembrato al momento ripiegato un una sua introversa corazza iodata, marina, complessa, ma più sul metallo e sulla pietra che sul frutto: limatura di ferro, grafite…Decisamente tannico, austero, potente, quasi intransigente. Forse spiazzante sul momento insieme a tanti 2012 più concessivi e ciarlieri, ma nel ricordo affascinante: vorrei riassaggiare ancora e ancora per svelarne i segreti.

Per ultimi i vini del mio amico Luciano Ciolfi, ovvero Sanlorenzo; e c’è un perché. Un po’ li conosco già, li ho assaggiati che erano addirittura in fasce, nelle botti, e sono quindi vecchie conoscenze. Però riassaggiandoli ora li contestualizzo, ne vedo chiaro lo stile e  la traiettoria: anno dopo anno Luciano ne ha affinato  i tratti e quelli che ho nel calice sono rifiniti al bulino, ariosi, pur restando vini importanti e di impatto. L’esperienza maturata in vigna e in cantina ed anche forse l’età delle viti e il loro equilibrio origina oggi vini molto raffinati: quello che Luciano è riuscito a conseguire con il Rosso di Montalcino 2014 è la prova, credo, di un alto livello di consapevolezza: profumi di pulizia e ariosità eccezionali, fiori e frutta rossa, equilibrio ed una gran freschezza. Il Brunello di Montalcino 2012, ha un naso bellissimo, pulito molto complesso, profondo ma aperto e non cupo, ed il sorso è insieme gentile e potente, anche un po’ alcolico ma con gusto; lungo, ampio, un’ottima struttura con un tannino ben presente ma soffice.

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Parte Quarta e Ultima: “La clessidra del mio tempo interno”.

Esco che son le ultime luci e già cedono il passo alle stelle: il crepuscolo è una lama sottile rosso-aranciata che si allunga ampia sull’orizzonte e persiste fino a svanire in un’ombra. Un rapido aperitivo, assaporando le vie di Montalcino gialle dei lampioni ed ancora odorose per la pioggia del mattino, tanti volti noti e qualche saluto. Poi la cena all’Osteria di Porta al Cassero, solo come quando giravo per lavoro l’Italia ed era la norma; non triste, appena con la malinconia del tempo che scorre (quanti anni son già  passati?): una ninfa gentile. In realtà, così un po’ mi piace e lì mi sento quasi a casa. Il mio digestivo: una passeggiata sotto le mura mute  e severe della Rocca, l’aria asciutta e leggera come quella di montagna, fors’anche più odorosa, da respirare a pieni polmoni. E il buio nero dei campi appena oltre le mura e il silenzio profondo e solenne per le vie: tu solo coi passi tuoi. L’immobilità rassicurante e rara.

Quest’anno non son sceso a Sant’Antimo, non avrebbe avuto senso: dopo la visita dello scorso febbraio e quelle degli anni precedenti, così pregne di significato, sentivo di dover lasciare uno stacco, di doverle isolare come un trittico. Il martedì, mie sono state le strade bianche, il cielo e le nubi, l’ara fresca e il sole caldo: i finestrini completamente abbassati per godere l’aria pura e i profumi, amandoli non meno di quelli dei vini. Miei i pampini, i lecci, i fili d’erba, le zolle, le pietre. Ho girato per cantine, ho riannodato i legami con i luoghi e i volti, imprimendoli una volta ancora nella memoria: Sanlorenzo, Barbi, Poggio di Sotto, Podere Soccorso. Un sorriso, uno sguardo. Tanta gentilezza ricevuta: assai più del dovuto. A poco a poco emergeva il senso del viaggio. Passavano i pellegrini in antico per Montalcino, transitando sulla Francigena. Oggi è la mia meta, ma ci vado con ugual spirito pellegrino di anno in anno nei giorni  segreti dell’inverno, quando esso pare sussultare per scrollarsi di dosso il sonno e come crisalide prendere il volo colorato della primavera. È la clessidra del mio tempo interno, che a intervalli regolari inverto perchè la sabbia ricominci a scorrere, misurando ogni volta i cambiamenti fuori e dentro di me. Ecco il senso di venire fin quassù ad assaggiare vini che potrebbero esser portati loro in una più comoda ed asettica struttura fieristica: capire davvero quei  Rosso e Brunello, le loro ragioni, significa aprire un dialogo  con il mondo che li ha generati e trovare uno spazio interiore per conversare con se stessi. “Conosci te stesso” stava scritto sul Partenone, ma non è mai un processo indolore: c’è sotteso un rito di morte e rinascita che bisogna accettare. Oltre i paesaggi vibranti, nei riflessi di quei Rosso e Brunello le persone che si perdono e che si trovano; i dialoghi intimi e segreti che giungono come regali, un po’ balsami e un po’ veleni; su tutto, i volti delle Madonne col Bambino del Museo, sorpresi nei loro fondi oro, immobili in un abbraccio eterno: uno sguardo amoroso ed una tenera carezza che di quella rinascita sono il senso più profondo, l’unico.

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Rosso di Montalcino 2014, Salvioni – La Cerbaiola, 14 gradi.

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Se mi passi una battuta – amica o amico che mi leggi – a Montalcino tutti dicono Brunello; e con ragione, perché il Brunello è la benzina di Montalcino. Io però ho una simpatia particolare per il Rosso: a una certa sua quotidianità unisce nei casi migliori una gioiosità di beva, un’eleganza lieve ed una profondità di sentimento meravigliose e individuali. Ed infatti dice qualcuno che sia una valida alternativa ai Borgogna: ferme restando le evidenti differenze, ci sono in effetti punti in comune di finezza e complessità. È vero tuttavia che la tipologia del Rosso di Montalcino ha una variabilità di esiti notevole, dovuta alla sua origine per dir così ibrida: c’è chi lo interpreta come un vino di seconda categoria dove far confluire le uve meno prestanti, chi come un Brunello meno invecchiato, chi ne adopera il nome per ricercare strade nuove e nuovi equilibri. Alcuni sono ambiziosi e puntualmente eccellenti. Capita poi che certi Rosso di Montalcino nascano per il declassamento di un Brunello non ritenuto all’altezza, a causa di un’annata difficile: sono dei fuori razza che possono riservare sorprese. Fatto sta che lo scorso anno, alla presentazione delle nuove annate di Montalcino, tra tutti i vini proprio un Rosso mi fece letteralmente frizzare le antenne: quello di Salvioni, che in genere non lo produce;  buonissimo, più di molti Brunello che erano sui banchi d’assaggio. Così buono che appena un amico, udito il mio entusiasmo, propose generosamente di cedermi un paio di bottiglie che con alcuni buoni uffici si era procurate, accettai immediatamente con una certa sfacciataggine: volevo proprio riassaggiarlo con calma e forse, ancor più, che me lo volevo godere.
Gli lasciai poche settimane di riposo e lo aprii per Pasqua, il 27 marzo.
Fu la conferma di quei frettolosi assaggi a Benvenuto Brunello: un gran vino, perchè ad una nobile austerità univa lo slancio giovanile, vesti adolescenti su un animo maturo. Il suo colore era rubino perfetto, trasparente, luminoso, appena aranciato sul bordo, con gocciole molto fitte e persistenti sulle pareti del calice. Il profumo intensissimo e molto complesso, giovanile ma con accordi di note terziarie: croccante, profondo, elegante. Ciliegia e marasca in primo piano,  realistiche e mature. Violette e rose. Balzava però subito evidente e distintivo il suo carattere ferroso e minerale. Più sfumati giungevano toni erbacei, da orto dei semplici,  di macchia e di bosco: salvia, rosmarino, origano, leccio e cipresso. Morbido si dipanava un fondale di pellami conciati di fresco, di tabacco, di cera e incenso.  Un tocco appena di solvente. Al sorso profondo, vellutato, lungo e succoso, fresco, gustosissimo, salino, ferroso, ematico, appena vagamente fungino. Corposo, scattante, atletico più che muscoloso, con un tannino abbondante, irruente, molto fine però, ed un’alta  acidità. Uno di quei vini che metti sulla punta del palato e dopo un po’ il sapore si allarga ed esplode con voce di tenore, come certi Nebbioli del nord del Piemonte. Molto puro, partiva netto sul palato e con un ritmo sicuro accelerava sul con un crescendo rossiniano, come fosse l’ouverture della Semiramide, verso un finale lunghissimo e ottimamente integrato,  con un tocco di liquerizia amara che aggiungeva tridimensionalità. Forse, a ben vedere, si sentiva appena un po’ il calore dell’alcol, ma gli dava una spallata di carattere piacevolmente maschio. Lo godemmo con gli arrosti: ottimo sul  fagiano, eccellente  sul cappone. Questo super Rosso si sarebbe tentati di chiamarlo piccolo Brunello – e nemmeno tanto piccolo, anzi- ma gli si farebbe un torto, perché ha un suo profilo personalissimo di forza e di grazia, una bevibilità golosa che non abbisogna di alcun invecchiamento ulteriore -benché non gli sia precluso- perché già si mostrava meraviglioso e sinuoso nel destreggiarsi tra giovanile freschezza e profondità adulta; né, credo, un anno gli abbia marcato grandi differenze.  Insomma, questo Rosso di Montalcino 2014 di Salvioni è una manifestazione evidente delle mille risorse e sfaccettature del Sangiovese di Montalcino. E chi li vede più Bordeaux e Borgogna di fronte a questo carattere, a questa identità?

Sol Lucet Koshu 2014, Kurambon Wine, 11,5 gradi.

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Non avessi vissuto 5 anni in Inghilterra, forse il vino giapponese non l’avrei assaggiato mai; magari nemmeno avrei saputo che esistesse.
Là lo trovavo, per dire, persino nel supermercato sotto casa, l’ottimo Marks&Spencer, insieme a molte altre bottiglie da tutto il mondo: un aspetto questo che mi manca assai di quel Paese, anche se qui posso rifarmi con un abbondante scelta di vini nazionali (che siano per qualità e varietà un mondo a parte, è vero e presto detto; che poi nel supermercato sotto casa ne tengano di pregevoli, non è affatto scontato).
Si può pensare che gustare un vino giapponese rappresenti una mera curiosità e può  anche darsi, perché pure in Sol Levante sono presenti le ubique uve internazionali di origine francese; ma un Koshu come questo, invece,  è un vino così indentitario e ricco di storia che se sei appassionato -amica o amico che mi leggi – dovresti davvero inseguirne l’assaggio.
Le origini dell’uva koshu – nota con sicurezza fin dal Seicento- sono incerte ed oscure: forse dalle leggende che la riguardano si possono rinvenire  brandelli di storia.
Pare che la vite fosse sconosciuta in Giappone fino al 718 d.C., quando il Buddha Nyorai ne regalò a un sant’uomo, Gyoki, che la coltivò a Katsunuma dove edificò anche un tempio, tuttora esistente. C’è in esso di Nyorai, che fu poi detta Budo  Yakushi. “Budo” significa “uva”, “ yakushi" è “maestro della medicina”: già questo collegamento tra uva e medicina mi pare un filone interessante. Proprio lì l’uva Koshu sarebbe stata scoperta nel 1186 che cresceva selvatica. In questi racconti si è voluto vedere un riflesso dell’attività di monaci buddisti lungo la Via della Seta, che avrebbero portato con sé la vite da zone più interne dall’area Euroasiatica. Di certo, l’uva koshu è parte della famiglia europea della Vitis Vinifera, ma con gli studi sul DNA non sì è ancora riusciti a collegarla a nessuna varietà nota. Per la Via della Seta, quanti popoli sono passati? I Persiani, gli uomini, di Carlo Magno, i Romani, Bisanzio, l’Impero Cinese, con scambi continui fruttuosi di merci e cultura: vai a sapere l’uva koshu di quali incroci è figlia.
Lasciandole ora alle nebbie della storia e delle steppe dell’Asia Centrale, bisogna dire che per un bel pezzo i Giapponesi le uve si limitarono a mangiarle, essendo il sakè la loro bevanda nazionale; e, sorpresa, koshu è anche una tipologia di sakè invecchiato. Il vino e il suo consumo fu introdotto nel XVI secolo ancora da monaci, ma questa volta missionari portoghesi: ne portavano come dono di valore per i dignitari e, naturalmente, per l’Eucarestia. Alcuni Giapponesi si abituarono al suo gusto e incominciarono all’epoca le importazioni, ma bisogna attendere la seconda metà del XIX secolo per la prima produzione locale; peraltro il consumo di vino subì una drammatica eclissi tra la fine del ‘500 e il ‘600, quando i Cristiani vennero perseguitati e tutto ciò che era collegato con la loro cultura visto con sospetto o vietato. Persecuzione, non discriminazione: nel solo 5 febbraio 1597, 26 cristiani furono crocifissi, giusto per ricordare quanto barbaro sia l’uomo.
Tuttavia, non furono solo queste vicende  a rallentare lo sviluppo della locale produzione vinicola: il clima giapponese ha caratteristiche estreme e molto sfavorevoli per la viticoltura. Anche per rapide pennellate, sembra un elenco di calamità: venti gelidi dalla Siberia, monsoni dal Pacifico tra la primavera e l’estate, con le piogge concentrate all’incirca nel periodo della maturazione dell’uva: nel solo mese di settembre a Kofu, il centro del distretto vinicolo Yamanashi, presso il monte Fuji, si hanno in media 183 millimetri di pioggia, contro i 99 mm della pur bagnatissima Udine, gli 84 mm di Bordeaux, i 63 mm di Nantes, i 54 mm di Bolzano. Quando non c’è un bel tifone, piove; quando non piove, l’umidità è altissima. Sulle alture, che sono le più soggette ai tifoni, i suoli sono acidi, vulcanici, e ben drenanti, ma soggetti al dilavamento se non ci sono le foreste  a trattenerli. In pianura i suoli sono alluvionali e poco drenanti, non adatti alla vite.
In questo inferno verde, l’uva Koshu si è adattata con testardaggine nipponica, grazie a grandi acini dalla buccia massiccia, resistente, di un bel colore rosato (ricorda vagamente quello del Pinot Grigio) e ad una maturazione tardiva. Inoltre, l’ingegno dell’uomo l’ha allevata storicamente su pergole alte ed estese, per evitare attacchi fungini.
Quando poi ho saputo che Kurambon Wine, il produttore di questo Koshu nella prefettura di Yamanashi, applica dal 2007 metodi di coltura naturali (niente fertilizzanti, niente chimica per insetticidi, fungicidi, eccetera) ho provato una immediata ammirazione che va al di là del risultato nel bicchiere, perché ci ritrovo tutta la cultura e la sensibilità di un popolo grande e orgoglioso.
“Insomma, com’è questo Koshu?”, mi chiederai amica o amico che mi leggi. Nella letteratura di settore ricorre spesso il termine Zen, magari abusato, ma ammetto che rende l’idea almeno per l’occidentale medio.
Ha color bianco carta, del più pallido e tenue che tu possa immaginare e molto trasparente. Sul calice forma lacrime fitte, veloci, piuttosto persistenti. Mi ricorda alla vista il Blanc de Morgex et de la Salle valdostano, nelle sue versioni più fresche e immediate.  Ha un profumo molto delicato di intensità media, a carattere soprattutto floreale: sambuco, nontiscordardimé. Poi un agrume verde giovane penetrante: direi lime. Infine, qualche nota tra la buccia di pera ed l’idrocarburo. L’assaggio: in bocca spicca subito la polpa di pera. E’ molto secco, ma ha una certa morbidezza glicerina che ne arrotonda il sorso. Sulle prime il corpo pare piccino e si sa che, vuoi le piogge, vuoi le grandi pergole, questo è il profilo tipico del Koshu; ma assaggiandolo con attenzione,  è un po’ meno leggero di quel che sulle prime sei potrebbe pensare, grazie probabilmente alle cure che gli riserva il produttore: diciamo che ha corpo leggero, ma tende al medio. L’acidità è vivida, piacevole la sensazione di basso tenore alcolico (per le difficoltà della viticoltura, si ricorre spesso alla captalizzazione).  Si percepisce una lieve salinità. Ha un retrogusto di idrocarburi e di giuggiola acerba, ed una persistenza notevole, sorprendente in un vino dalle tinte così acquerello, con note finali balsamiche e quasi resinate. Questo Koshu è senz’altro un vino minimalista,  ma estremamente interessante: pochi elementi, ma dettagli originali al posto giusto, disegnati con cura. L’ammetto, amica o amico che mi leggi, il mio abbinamento è stato banale ma sicuro: sushi.