Il climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe di Castellina in Chianti

ovvero, delle meravigliose individualità territoriali del Chianti Classico.

Il crinale del climat visto da Castellina.

Premessa: Il velo dissolto

Agosto 1996
Discussione in spiaggia, a Santa Maria di Leuca.


I grandi vini sono solo quelli monovarietali.

Ma come, allora il Chianti Classico?

Il Chianti Classico non è un grande vino.

Stai scherzando! Esistono decreti del 1700 che ne testimoniano la qualità.

Mio padre è un grande intenditore di vini: lui dice che i Borgogna sono i più grandi, perché nascono da una sola uva e senza tagli, così si sente bene il territorio.

Ma Bordeaux…

I Bordeaux non sono grandi come i Borgogna; e comunque anche lì i migliori nascono da Merlot in purezza.

Io so che il mio saccente interlocutore ha torto, ma non ho conoscenze adeguate per dimostrarlo. Però nasce in me un tarlo: tutto il mio interesse per il vino, i miei assaggi negli anni seguenti, le letture e gli studi, avranno sempre, in nuce, il desiderio di dimostrare la grandezza del territorio del Chianti Classico, prima, e del suo vitigno principe, poi: il Sangiovese. Quello il vino dei miei avi, della mia infanzia, del mio cuore.

Febbraio 2009
Piove a dirotto. Nella luce pomeridiana, che già perde intensità, le nubi grasse e pesanti sembrano ancora più basse, avvolgendoci da ogni lato. L’auto arranca nel fango di una strada sterrata, sul crinale di una collina, risalendo da Poggibonsi verso Castellina. Tutt’intorno, colline, macchie e vigneti, che si intuiscono nella foschia. Destinazione: Tenuta di Bibbiano.
Eravamo partiti alla ricerca del Sangiovese autentico, dopo anni di assaggi deludenti, e finalmente mi sembra di essere giunto nel cuore del Chianti cosiddetto Classico.

Avrei scoperto più tardi che così non era: perché, semplicemente, il Chianti Classico ha molti cuori.

Autunno 2010
Cena da amici. L’argomento cade sul vino. Tra alcuni commensali toscani, conosciuti quella sera, e me, toscano d’origini, la discussione si accende intorno al vino “Chianti”. Io sostengo che i Chianti non sono assolutamente tutti uguali, causa i variegatissimi territori d’origine (il Classico e le altre più o meno celebri zone, dalla nordica Rùfina ai meridionali Colli Senesi) e perché il disciplinare lascia ampi margini ai produttori di definire uno stile aziendale; loro, che “Chianti” è comunque un tipo di vino ben definito e che, pertanto, qualunque sia il Chianti, la differenza sarà minima.

Che quei toscani non capiscano un concetto per me chiarissimo mi infuria: quel malinteso, ritengo, danneggia profondamente la percezione qualitativa di tutto il vino toscano. Gli animi si scaldano assai e chiudiamo la discussione solo per rispetto alla padrona di casa, in un silenzio gelido. Comincio a sognare l’organizzazione di una serata dove percorrere, assaggiando, tutti i territori toscani che producono un vino chiamato “Chianti”. Non riuscirò mai ad organizzarla, ma la dimostrazione che “I Chianti non sono tutti uguali” diventerà insieme un campo d’inchiesta, un gioco, una passione, destinata a precisarsi, e completarsi, in una personale indagine sul Sangiovese.

Dicembre 2020
” Ormai sei un esperto del terroir, a quando una disamina del climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe?”. Non mi sento affatto un esperto, anzi, so bene che ci sono persone molto più qualificate di me per trattare l’argomento; ma la sfida mi affascina: è un debito verso il vino ed il territorio che è stato il mio primo amore, il completamento ideale di una fascinazione iniziata molti anni prima, lungo quella strada sterrata che tocca, gioielli di una stessa corona, le aziende Fattoria di Rodàno, Tenuta di Bibbiano, Tenuta di Lilliano, Rocca delle Macìe.

La via di crinale, da ovest.

Capitolo I – Quel pasticciaccio brutto: il nome Chianti.

…terra di rubini, dei grappoli accesi e sospesi, i quali, ai primi caldi, avviano a picchiolettarsi di violetto, poi via via che la calura aumenta, trovano tòni vivi e cangianti dal più bel nero al pavonazzo tenero e vellutato, dal biondo miele al chiaro filogranato, dal cesio indaco al roseo pallido dei mattini. Sono i colori delle notti chiantigiane, profonde e mute dentro le quali il volto virile e tenace di un paese che dalla pietra trae nutrimento e vigore, con tranquillità, si specchia“.
Idilio Dell’Era, La mia Toscana.

E’ uno tra i paesaggi più belli del mondo ed anche uno tra i più fraintesi: l’armonia che esprime è frutto di tormentate vicende millenarie, un’impressionante stratificazione geologica e storica. Inoltre, è forse il caso più macroscopico di scollamento legislativo tra il territorio ed il vino che ne porta il nome.

Paesaggio chiantigiano da Macìe

Taluni sostengono che Chianti derivi da clangor: in latino, il suono delle buccine usate durante le cacce, alle quali ben si prestavano i boschi locali. Più probabile l’origine dai gentilizi etruschi Ciante (pronuncia: Kiante), oppure Clante, Clanti. La presenza etrusca è attestata da siti archeologici a Castellina, Gaiole, Radda e nella toponomastica: Avane, Avevano, Rosennano, Nusenna, Starda, Vercenni, ad esempio.
L’ipotesi di alcuni storici che l’origine della parola Chianti vada individuata nel nome etrusco del torrente Massellone, rafforza l’idea: similmente, il torrente Cecina è legato all’omonima famiglia etrusca ed alla località presso la costa livornese; come pure Era (da Herial) ed Elsa (da HelzniHelzunia) sono idronimi legati a nomi personali o familiari etruschi, dai quali discendono la Val d’Era, in provincia di Pisa, e la Val d’Elsa, tra le province di Siena e Firenze.
Peraltro, almeno fino alla seconda metà del XIII secolo il territorio chiantigiano era genericamente indicato, negli atti, come Castiglione: si direbbe che Castellina, derivazione dal più antico toponimo, avesse allora un ruolo preminente, accentrandosi tutto il territorio in una metonimia toponimastica. La presenza in località Montecalvario, appena fuori dell’odierno abitato, di un’imponente tomba a tumulo etrusca dal diametro di 53 metri, risalente al VII-VI secolo a.C., riallaccerebbe la centralità del ruolo di Castellina ad epoche assai più antiche di quella medievale.

Il cassero della Rocca di Castellina: ospita il Museo Archeologico del Chianti Senese.

Nemmeno è chiaro, in realtà, quale territorio originariamente venisse indicato con Chianti, sebbene alcuni elementi suggeriscano che fosse sovrapponibile con il quadrante centro-meridionale dell’attuale denominazione Chianti Classico; né la storia ha stabiliti univocamente i suoi confini.
Se il limite orientale corrisponde al crinale che separa i monti chiantigiani dal Valdarno, i confini settentrionali, occidentali e meridionali sono più labili, perché nessuna formazione naturale riesce a delimitarli adeguatamente, nonostante qualcuno abbia voluto individuarli nel corso del fiume Greve a nord, ai fiumi Pesa e Elsa ad ovest, alle sorgenti dei fiumi Ombrone e Arbia a sud.

Ci si potrebbe riferire al cosiddetto Chianti Storico, ovvero i territori costituenti la Lega del Chianti documentata dal 1306: cioè, i Terzi di Castellina, Gaiole e Radda, escludendo quindi ampie ed importanti aree oggi comprese nella denominazione; ma gli attuali confini comunali non coincidono certo con quelli degli antichi Terzi, né questi combaciano necessariamente con la più antica – e tenace – divisione in Pievi e Vicariati: il Vicariato di San Donato in Poggio e del Chianti è attestato almeno dal 1260.
Evidenze documentali dimostrano che, già nel XVI-XVII secolo, Greve era considerata la porta del Chianti giungendo da settentrione, ossia da Firenze, ed i pregiati vini delle alture della Valle della Greve (Rùffoli, Càsole, Làmole, Panzàno) erano considerati chiantigiani.
Viceversa, per i Senesi, da meridione, il Chianti cominciava appena a nord delle mura cittadine, all’incirca a Ponte a Bozzone, sovrapponendosi in parte al territorio detto della Berardenga (dal conte Berardo, figlio di Wuinigi, che qui dominava la contea della Berardenga nel X secolo).

Per una prima delimitazione ufficiale bisogna giungere al decreto granducale del 24 settembre del 1716 , che menziona limiti geografici chiari, ma non chiarissimi, per proteggere l’origine dei vini commerciati sotto il nome di Chianti; lasciando però il dubbio che la più generosa estensione dei confini a settentrione ( “Dallo Spedaluzzo, fino a Greve; di lì a Panzano, con tutta la Potesteria di Radda, che contiene tre Terzi, cioè Radda, Gajole, e Castellina, arrivando fino al confine dello stato di Siena.“) fosse stata accordata per favorire l’aristocrazia fiorentina a scapito della senese.

Il bando, veramente, non fu risolutivo, se il Repetti nel suo celebre Dizionario Geografico Fisico Storio della Toscana del 1833, commentava: “Niuno scrittore, né alcun dicastero governativo, ha indicato finora quali fossero i limiti e l’estensione della provincia del Chianti“.

Riproduzione del bando granducale.

La questione, intanto, diventava sempre più scottante, non per amor di geografia, ma per gli interessi in gioco, legati ormai al raggiunto successo del vino cosiddetto “Chianti”: perché ad un certo punto, Chianti era diventato un “vino tipico”, come definito dalla legge Marescalchi (la 497 del 7 marzo 1924): ossia “Chianti” stava per vino prodotto all’uso di quello del territorio Chianti; cioè, “Chianti” era diventato un marchio, che si era svincolato, per dinamiche eminentemente commerciali, dal territorio di origine. I centri di smercio di questo vino cosiddetto “Chianti” erano esterni a quello che oggi individuiamo come Chianti Classico, prossimi a linee stradali, fluviali, ferroviarie, con comodo accesso a colline morbide, più facilmente lavorabili dei duri, isolati, silvestri monti del Chianti: Poggibonsi, Pontassieve, Empoli, Sesto Fiorentino…

Finalmente, con il lavoro della Commissione Fornaciari e il susseguente decreto governativo del 1932, si giunse a delimitare e distinguere l’ampia area di produzione del vino Chianti (con relative sei sottozone) da quella del Chianti Classico, integrando indagini geologiche, storiche, ampeleografiche, climatiche, enologiche, sociologiche, economiche.

Si ricomprese, per il Chianti Classico, tutto il territorio dei comuni di: Castellina, Radda, Gaiole, Greve, che aggiungono “in Chianti” al loro nome; parzialmente il territorio dei comuni San Casciano Val di Pesa, Poggibonsi, Castelnuovo Berardenga, Barberino Val d’Elsa, Tavarnelle (questi ultimi fusi in Barberino Tavarnelle dal 2020).

Discutibile che sia questa individuazione territoriale, esiste dal 1932, traghettando a seguito di stratificazioni storiche una cultura vitivinicola millenaria nell’era della modernità. Per l’estrema rilevanza di questo dato, ritengo che si debba, ormai, convenientemente tenerla valida e non discutere oltre sui suoi confini.

Capitolo II – Uno, nessuno, centomila: il territorio del Chianti Classico e l’esigenza di Unità Geografiche Aggiuntive.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: il nome di un vino non è mai completo se non con l’aggiunta, per le qualità più comuni, del cognome della zona e, per le qualità più pregiate, anche del “predicato del podere”. Per le qualità eccelse, infine, è necessario anche menzionare il sottopredicato della vigna, di quel particolare angolo del podere dove sono state raccolte le uve.” Mario Soldati, Vino al vino.

Il territorio che ricade sotto la singola denominazione Chianti Classico conta 7.000 ettari vitati registrati nella DOCG, e circa 3.000 registrati a IGT. Questi 10.000 ettari totali, dei quali, secondo una stima conservativa, il 50% è coltivato a sangiovese, sono distribuiti su una superficie di 71.800 ettari (ovvero 718 chilometri quadrati), dei quali 30.400 in provincia di Firenze e 41.400 in quella di Siena.

Per riferimento, la regione vinicola di Bordeaux consta di 113.000 ettari vitati, per una sessantina di denominazioni. Il territorio risulta nell’insieme più omogeneo del Chianti Classico: se, in particolare, si considera la sola zona del Medòc, essa consta di 8 denominazioni, per 10.600 ettari vitati, distribuiti su 600 chilometri quadrati compresi tra l’Oceano Atlantico e la riva sinistra della Gironda, con terreno prettamente pianeggiante e quote circa dal livello del mare, fino a un massimo di 30 metri.

La Cote d’Or borgognona, d’altra parte, consta di 9.445 ettari, dei quali 8.500 sono coltivati a pinot nero, distribuiti su un’area pari forse a un quinto del Chianti Classico; ma comprende oltre 80 AOC (l’equivalente delle nostre DOC/DOCG) e ulteriori menzioni geografiche aggiuntive, quindi più del 20% di tutte le AOC francesi. Eppure, grossolanamente, la regione è molto più omogenea del Chianti Classico, per esposizioni ed altimetrie, svolgendosi sul versante orientale di un unico massiccio lungo più di 60 chilometri, disposto in asse nord-sud; benché le differenze in latitudine, la complessità geologica, nonché fattori storici, sociali ed economici, abbiano generato e giustificato tale capillare suddivisione.

L’orografia del Chianti Classico, collinare e montuosa, è invece estremamente frammentaria e irregolare, labirintica a confronto: benché genericamente rubricabile ad altopiano, esposizioni, altitudini, formazioni geologiche, sono le più varie e tormentate: la sua chiave di lettura è la discontinuità.

Le altimetrie dei vigneti (esclusi da disciplinare di produzione quelli “situati in terreni umidi, su fondi valle”) variano da circa 250 metri sul livello del mare fino al massimo consentito di 700 metri. La quota più alta del comprensorio è il Monte San Michele, coi suoi 893 metri, nel comune di Greve, al confine con Radda. Le pendenze variano da morbidissime (i dolci “colli per vendemmia festanti” di foscoliana memoria) a estremamente ripide, richiedendo terrazzamenti o a ciglioni, o con muretti a secco nelle zone più impervie, non dissimili a quelli di aree celebrate per la loro viticultura eroica, sebbene dal dopoguerra siano stati in quantità abbandonati o distrutti. Oltre alla vite, il bosco è preminente, specie alle quote più elevate; scendendo si trovano altre colture, compresi l’olivo e i cereali.

Ciglioni sotto Castellina, versante Val D’Elsa.
Resti di terrazzamenti murati a secco tra Greve e Panzano.
Resti di terrazzamenti murati sotto l’abitato di Castellina.

I valori pluviometrici, con medie annue registrate nel periodo tra il 1951 ed il 1980, vedono all’interno dell’areale un minimo di 778 mm ed un massimo di 1.083 mm: 305 mm sono una differenza notevolissima nello spazio di pochi chilometri in linea d’aria, dovuta appunto all’effetto combinato della variabile disposizione dei versanti e dell’interazione locale dei venti. Per confronto, la piovosità media annua a Manduria (fonte: il disciplinare di produzione del Primitivo) è 650 mm, a Barolo è 1.127 millimetri: la differenza è 477 mm. L’influenza marina in Chianti Classico varia da sensibile a nulla. Variabilissime anche la disponibilità di luce, umidità, temperatura, in funzione di esposizione, altitudine, latitudine, vegetazione circostante, suolo, e persino della vicinanza ai numerosi corsi d’acqua a carattere torrentizio.

L’epoca di vendemmia, in conseguenza di questi ed altri fattori (taluni di origine squisitamente umana, quali la disposizione della vigna, il sesto d’impianto, il sistema di allevamento, il portainnesto) si colloca tra l’inizio di settembre e l’inizio di ottobre. In passato, essa si spingeva tipicamente fino alla seconda e terza settimana d’ottobre, ma i cambiamenti climatici (complici, forse, le recenti tecniche agronomiche) hanno modificato il fotoperiodo, anticipando anche la germogliazione ed esponendo le viti al rischio, un tempo rarissimo, di gelate, più o meno severe secondo le zone, come la grandine e la siccità: la prima, ad esempio, colpisce maggiormente le vigne in quota, benché non manchino areali specificatamente soggetti anche alle medie e basse altitudini (ad esempio, Fonterutoli); la seconda è più temibile a quote ridotte o laddove il suolo sia molto drenante, ad esempio prevalentemente sabbioso.

Già questi dati evidenziano quale omologante limite ponga ricondurre tutti i vini del Chianti Classico sotto un’unica denominazione, fossero anche – e non lo sono – da monovitigno come in Côte d’Or: cioè, la diluizione della loro identità sensoriale, riconducendola ad un tipo precostituito tramite opportuni interventi agronomici ed enologici, riferendosi appunto al concetto di “vino tipico” della legge Marescalchi; oppure, semplicemente, non comunicandone adeguatamente le diversità, rinunciando alla loro valorizzazione.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: Castelnuovo Berardenga, Radda, San Donato in Poggio, Gaiole.

In realtà specificare dettagliatamente l’origine del vino è un approccio vincente sia nell’ottica di offrire al consumatore la massima trasparenza, sia da un punto di vista del posizionamento
sul mercato. E’ una regola di marketing semplice, ma accettata e valida in ogni settore, che il prodotto di grandi volumi e piccolo margine unitario richieda standardizzazione e una proposta comunicativa generalista; viceversa, il prodotto ad alto margine richiede differenziazione e quindi una proposta comunicativa di nicchia. Perciò, la complessità di un sistema di unità geografiche aggiuntive non spaventerà né l’appassionato disposto a spendere più del consumatore medio per avere “il vino che proviene solo da quell’unico luogo”, né chi, desiderando una tantum l’acquisto prestigioso, si farà consigliare da chi è più competente. La Cote d’or, in questo senso, è un perfetto case study, perché, con le sue 80 denominazioni e 247 climat riconosciuti dall’UNESCO crea ricchezza per i vignaioli e genera un importantissimo indotto sul mercato del vino internazionale. Né bisogna temere la nascita di una scala di valori, almeno sul breve periodo: a Bordeaux e in Borgogna sono stati necessari secoli e chiare volontà politiche per realizzarla. L’unico risultato, in Chianti Classico, potrebbe – potrà – dunque essere una benefica esaltazione del genius loci.

Tuttavia, un approccio non esclude l’altro ed il Chianti Classico ha le risorse per supportarli entrambi, contemporaneamente.

Effettivamente, ad un’analisi dettagliata del territorio, che comprenda gli aspetti geomorfologici e climatici, risulta quasi più difficile identificare l’unità del Chianti Classico che evidenziarne le differenze interne.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: San Donato in Poggio, Radda, Castellina, Gaiole da Radda.

Quali sono, dunque, gli elementi unificanti del Chianti Classico?

Secondo l’agronomo Ruggero Mazzilli, pur nell’estrema complessità geologica (una medesima vigna può contenere al suo interno matrici molto dissimili), i suoli del Chianti Classico convergono verso una relativa uniformità chimica. Piuttosto, sono i parametri idrici, legati alla tessitura del suolo, ad avere una maggiore influenza: ritenzione e cessione idrica; ed, in tal senso, suggerisce la divisione del Chianti Classico in tre fasce altimetriche (280 m – 350 m, 350 m – 450 m, oltre 450 m), perché la tessitura del suolo varia con l’altitudine, che influenza a sua volta la temperatura atmosferica media. Inoltre, risulta assai determinante la fertilità microbiologica, fortemente influenzata dalla condotta delle colture, quindi dall’attività umana.

Parcella calcarea nella fascia alta di Castellina.

Sicuramente, pur accettandone le differenze, l’area del Chianti Classico ha una collocazione interna -non costiera, né a ridosso dell’Appennino – tra determinate coordinate di latitudine e longitudine.

Ritengo però che altri elementi fondanti dell’unità chiantigiana debbano individuarsi nel dato storico, sociale, gustativo, in una commistione di valori esclusivamente naturali (per così dire: lo spartito) e di umano “saper fare” (l’interpretazione).

Il dato storico ci porta indietro nelle nebbie del tempo, a seguire un filo rosso ipotetico, ma suggestivo, che unisca la viticoltura antica all’attuale, alla ricerca di quel vino che, definito “ad uso del Chianti”, venne poi imitato – appunto in termini di “saper fare” – da altre zone toscane.

Emerge dai documenti antichi, in maniera convergente e incontrovertibile (includendo testimonianze artistiche del Martini, del Lorenzetti, del Redi, e trattati come il cinquecentesco “Sopra l’agricoltura” di Girolamo da Firenzuola), che le viti, sulle alture del Chianti, siano state da tempo immemorabile allevate basse: ad alberello ed, in seguito, in altre forme quali il capovolto toscano.

Viti ad alberello su terrazze, a Lamole.

Un’eccezione notevole, questa, nel contesto toscano e, in generale, dell’Italia centrale, dove l’eredità etrusca aveva lasciato la predilezione per le forme alte, ad alberata, maritate a tutori vivi.
Inoltre, un’ipotesi attendibile sull’origine del nome Sangiovese, è la derivazione dai termini etruschi Thana-chvil (offerta votiva), o tbcms-zusleva (offerta di chi compie un rito), o thezin-eis (offerta al dio) o sani-sva (padre, antenato, quindi traslando, offerta per i padri), tutti legati ai concetto di libagione sacra: il sangiovese in purezza, tipicamente color rubino, trasparente, richiamava naturalmente il sangue senza bisogno di allungarlo con l’acqua, come invece era necessario con i vini di molti altri vitigni antichi, più colorati.

Vecchie viti in Chianti.

Quindi, questi due elementi, l’uno agronomico, l’altro ampeleografico, si sarebbero in qualche modo conservati nei secoli, divenendo identitari: di vigne storiche ad alberello rimangono tutt’oggi vive testimonianze a Làmole; il sangiovese, pur con alterne fortune, è rimasto radicato, fino ad ottenere il ruolo preminente nella celebre formula del Barone Bettino Ricasoli, il quale rimarcava che, dopo anni di studi con vitigni stranieri, si era risolto a privilegiare quei vitigni tradizionalmente favoriti dai contadini locali.

Tra gli elementi sociali, è caratteristica l’organizzazione in fattorie e poderi, rimasta pressoché intatta sino alla fine della mezzadria, nel 1964, e perpetuatasi, più solidamente rispetto ad altre zone toscane, nelle grandi Tenute moderne, che non escludono, in verità, la benvenuta presenza di realtà più piccole, di nuova creazione o discendenti da antiche unità poderali, resesi autonome. Questa impostazione crea naturalmente un doppio livello di lettura, rinvenibile già negli scritti del Barone Ricasoli circa la sua attività a Brolio: il vino di fattoria e quello che oggi chiameremmo Cru. Nondimeno, la presenza storica dei vinattieri, ha creato e crea una dialettica tensione interna: rischio e opportunità insieme.

Vigna presso un’antica casa chiantigiana.

Infine, le evidenze gustative. Analizzare il dato gustativo è rischioso, perché richiede capacità, esperienza ed accesso ad una quantità di campioni non manipolati da tecniche di cantina interventiste, possibile solo ad un professionista nell’arco di una lunga carriera; meglio, laddove una genia di professionisti crei nel tempo una cultura condivisa. Inoltre, si corre il rischio, nuovamente, di scivolare in quel concetto insidioso di vino tipico, per definizione uniforme e ripetibile all’infuori del territorio di elezione, che tanto danno porta al Chianti Classico (e, lo vedremo in seguito, anche ad altri territori che imbottigliano sotto il nome di Chianti).

Proverò tuttavia, fidandomi del mio gusto e della mia piccola esperienza, nonché, di quanto la letteratura ha proposto nei decenni, soprattutto fino ai primissimi Anni Ottanta, quando mercato e moda hanno cominciato a imporre una deriva che spesso ha reso meno leggibile il territorio, inteso come insieme di valori geografici e tradizionali nel bicchiere.

E’ forse inattuale, ma meravigliosa, la descrizione che del Chianti Classico forniva Giovanni Righi Parenti nel 1977: “Un vino che lega senza età, buono fresco, frizzante di fresca spremitura, ottimo di mezza età; sublime maturo di anni, quando il tempo gli ha fatto perdere la giovanile durezza e si concede, allora maturo, con tutta la sua forza e prestanza, ricco di tutti i preziosi aromi che le stagioni hanno fatto decantare rendendolo ineguagliabile. Un vino che ha tali e preziose caratteristiche un buongustaio lo potrà adattare, solo modulandone le annate, su ogni cibo, anche se questo potrà sembrare eccessivo. Non altrimenti, ribatto allora io, avviene per lo Champagne…Quello che può essere per lo Champagne può avvenire per il Chianti, sempre, ben s’intende con le debite riserve“.
Questo è ciò che ancora oggi si vorrebbe trovare in un bicchiere di Chianti Classico (Annata, Riserva e Gran Selezione) e che, talvolta, si stenta.

Tuttavia si può affermare che, rispetto a vini di pari potenza e struttura, Sangiovese prevalente, provenienti da zone vinicole poco distanti o confinanti, i Chianti Classico riescono più eleganti e più freschi, sia per profumi che per sapidità e acidità: seppur combinate in diverse proporzioni, garantiscono sempre un’appagante tensione. Inoltre, la qualità della trama tannica, più o meno orgogliosa nelle varie aree del comprensorio, è sempre sostanzialmente fine, anche quando quantitativamente importante: altri buonissimi vini fondati sul Sangiovese, di corpo e struttura paragonabili, che nascono poco oltre i confini del Chianti Classico – ad esempio nel quadrante meridionale della Berardenga, verso le Crete Senesi, o sulle porzioni argillose del comune di San Gimignano (le sabbie tradizionalmente riservate alla Vernaccia) – possiedono una qualità tannica diversa e il loro fascino è più seducentemente terragno. Non si immagini, certo, subitanea la variazione del carattere dei vini alla linea di confine della denominazione: è piuttosto una tendenza che, di sfumatura in sfumatura, già dall’interno della denominazione, l’allontana dai caratteri ideali.

In definitiva, si può e si deve guardare al Chianti Classico come al Giudizio Universale di Michelangelo, non come al suo David: il David è una figura a tutto tondo, che può essere vista da diverse prospettive ed apprezzata nei suoi molteplici dettagli (questo potrebbe essere il caso, ad esempio, di Montalcino); il Giudizio Universale, invece, può essere sicuramente apprezzato in un unico colpo d’occhio, ma è composto da innumerevoli figure, ciascuna con una propria espressione; e l’insieme è superiore alla somma delle singole parti.

Capitolo III – La bella estate: individuare climat in Chianti Classico e la recente ufficializzazione delle Unità Geografiche Aggiuntive.

Great wine has provenance, it comes from a precise location, and one, which gives it its unique character. This uniqueness exactly what gets the wine lover excited.“. Walter Speller

Chiarita l’esigenza di individuare unità geografiche in Chianti Classico – o, adattando un termine francese, climat – , si apre una questione scottante: quali, e con quale metodologia?

Una risposta univoca è difficile. Si è detto – nel capitolo II – della divisione per fasce altimetriche, ma risulta troppo generale per essere esaustiva. Si possono individuare macrozone geologiche, ma, ancora, quest’operazione non tiene conto di peculiarità microclimatiche, né di diversità interne alla stessa vigna: nei 240 ettari vitati della sola tenuta di Brolio, ad esempio, sono stati mappati 19 suoli. Alternativamente, è stata proposta una divisione secondo gli attuali confini comunali, indubbiamente pratica, ma i territori sono molto estesi e differenziati, ed esistono frazioni già ampiamente riconosciute per la loro individualità: esempio, a Greve: Panzano, Càsole, Làmole, Rùffoli, Lucolena. Tuttavia, nemmeno questo livello è appropriato, a mio avviso: si potrebbe eccepire che, a Panzano, le vigne della cosiddetta Conca d’oro sono altra cosa rispetto a quelle che guardano a Montefioralle, sull’altro versante. Esistono esempi simili nel territorio di Radda, di Gaiole, di Castellina…

In realtà, nessuna soluzione basata su un criterio univoco rigidamente applicato è pienamente soddisfacente, perché -vedremo- l’individuazione di un climat è sostanzialmente una creazione umana ed una convenzione: sono l’uso e la stratificazione storica, ivi comprese le spinte socio-economiche, a crearla.

Ritengo però che l’individuazione di unità geografiche debba dettagliare fino ad aree ragionevolmente piccole, dove siano rinvenibili caratteri uniformi nei vini.

Questa sembra essere la strada intrapresa – finalmente! – dal Consorzio del Chianti Classico, che il 16 giugno 2021, mentre questa mia piccola analisi era in gestazione, ha approvato la possibilità di riportare in etichetta una di undici Unità Geografiche Aggiuntive. Esse sono: Castellina, Castelnuovo Berardenga, Gaiole, Greve, Lamole, Montefioralle, Panzano, Radda, San Casciano, San Donato in Poggio, Vagliagli. Al momento, la possibilità di menzionare le UGA è riservata alla Gran Selezione, il teorico vertice della piramide qualitativa dei vini del Chianti Classico, ma il Presidente del Consorzio, Giovanni Manetti, assicura la futura estensione delle UGA alle tipologie Annata e Riserva, nonché la futura valutazione di altre aree per normare ulteriori UGA.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: Làmole, Gaiole (Badia a Coltibuono), Greve, San Casciano.

Cito Armando Castagno, un profondo conoscitore del Chianti Classico, che così commentava il giorno stesso la notizia: “è il timido ma importante inizio di un itinerario che può andare solo nel senso dell’analisi minuziosa e della comunicazione del territorio.” Per esemplificare il suo pensiero, Castagno aggiungeva: “E magari un giorno avremo in etichetta anche – esempi buttati lì- Brolio, Malpensata, Quarcegrossa, Réncine, Lilliano, Vertine, Grignano, La Piazza, Albola, Véscine, Sélvole, e via andare“. Nella sua sinteticità, questa lista è già la traccia per una trattazione integrale dei climat del Chianti Classico.

Giustamente con l’avvento di queste UGA si parla poco di zonazione, perché tale termine è spesso ricondotto a parametri puramente analitici (analisi dei suoli, delle precipitazioni, del fotoperiodo, eccetera) oppure a classifiche di merito. Viceversa, per comprendere il nucleo della questione relativa alle unità territoriali, ritengo sia meglio ritornare all’origine del concetto di climat borgognone, tanto alla sua etimologia, quanto alla sua natura storica, e di esso mi avvarrei con opportuni adattamenti.

I climat borgognoni sono stati definiti ufficialmente dall’UNESCO, così: “les climat son des parcelles de vignes précisément délimitées (…). Elles se distinguent les unes des autres par leurs conditions naturelles spécifiques (géologie, exposition, cépage…) qui on été faconnées per le travail humain, et l’expérience accumulée du savoir-fair vigneron constitué sur près de deux millénaires, et peu à peu identifiées par rapport au vin qu’elles produisent.“.

La definizione chiarisce alcuni concetti fondamentali: la nascita dei climat o, meglio, invenzione, è dovuta non solo a fattori naturali, ma anche al lavoro ed alle conoscenze dell’uomo; il processo della loro individuazione è molto lungo e graduale (“peu à peu“); sono strettamente collegati al vino che vi si produce, secondo quella tecnica che oggi chiameremmo degustazione geosensoriale, ovvero la specialità nella quale eccellevano (ed eccelgono) i cosiddetti palatisti, professionisti in grado di riconoscere all’assaggio l’origine di un vino. Famosi, in Chianti Classico, furono Giulio Straccali e Giulio Gambelli.

Sebbene i primi vigneti chiusi da mura (clos) borgognoni risalgano all’epoca medievale, il sistema attuale dei climat si delineò tra il XVIII e il XIX secolo, quando, appunto, si diffuse la consapevolezza che un vino proveniente da un certo luogo possedeva un gusto grato, certo variabile secondo il millesimo, ma con alcuni tratti costanti di anno in anno: l’impronta di un climat superiore all’andamento di ogni vendemmia ed alla mano del vinificatore. Questa fu forse inizialmente l’intuizione di qualche negotiànt che mirava a più redditizie vendite, ma fu presto condivisa ed accettata da tutta quella parte della società borgognona che viveva intorno al vino, commercianti e vignaioli, perché ciascun attore seppe rinvenirvi un vantaggio. Pertanto in Borgogna la discussione scientifica, basata su parametri analitici, supporta ciò che le generazioni precedenti avevano empiricamente scoperto.

Strade chiantigiane.

Dunque, volendo trasporre questi concetti nel territorio del Chianti Classico, bisogna concludere che l’affinità dei vini all’assaggio, vendemmia dopo vendemmia, dovrebbe costituire il minimo comun denominatore per l’individuazione di un climat.

Poi, l’individuazione di condizioni naturali specifiche. Si sono discusse nel Capitolo II la complessità e variabilità geologica del Chianti Classico: scoraggianti. Eppure, secondo diverse testimonianze, in Chianti Classico il fattore termico e l’illuminazione contano più del suolo, che, a sua volta, vede l’importanza della tessitura, funzione dell’altitudine, più importante della composizione chimica. Considerando questi aspetti è intuitivo riallacciarsi all’etimo di climat, che è il medesimo di clima. Soprattutto, bisognerebbe valutare l’andamento climatico tipico nell’ultima fase, quella della maturazione dell’uva, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, perché marca maggiormente le caratteristiche organolettiche del vino.

Infine, il lavoro umano, il saper fare, la conoscenza accresciuta di generazione in generazione.

Qui ci proponiamo di analizzare il climat composto dalle aziende Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macìe, verificando se soddisfa le tre condizioni della definizione UNESCO adattata alla realtà del Chianti Classico, ovvero:

  • affinità dei vini alla degustazione, vendemmia dopo vendemmia;
  • condizioni naturali specifiche, riferite in particolare a: fattore termico, illuminazione, esposizione, altitudine.
  • fattore umano, inteso come insieme evenienze storiche, di conoscenze e di scelte agronomiche ed enologiche, nonché, in senso lato, di influsso sul territorio e di struttura sociale.

Proprio perché non ancora sancito da alcuna norma italiana, nel seguito della trattazione si parlerà di climat, non di UGA, e lo indicheremo, per comodità, con la sigla RBLM.

Capitolo IV – Narciso e Boccadoro: Castellina in Chianti ed il climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe (RBLM).

«Non è il nostro compito quello d’avvicinarci, così come non s’avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.» Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro.

ll comune di Castellina in Chianti è stato brillantemente definito “baricentro e sintesi” del Chianti Classico, perché, quasi in un gioco di scatole cinesi, compendia nel suo microcosmo di 100 chilometri quadrati – un settimo dell’intera denominazione- tutti gli elementi e i contrasti che la rendono – insieme- unica, varia, affascinante.

Castellina dalla terrazza sul tetto della cantina di Bibbiano.

Qui, l’altura rocciosa, severa e boschiva, coperte di aghifoglie, a breve distanza s’ammansa in colline morbide come fianchi femminili, gravidi di colture; qui, come sole e luna, convivono vini freschi, nervosi, con altri maestosi, generosi o austeri; come mare e terra, grandi tenute affiancano realtà più piccole, fino alla dimensione familiare.

Un territorio doppio, che è terra e cielo insieme: fossimo acquarellisti, da qualunque lato volessimo ritrarre Castellina avremmo per sfondo di essa, delle sue mura vetuste e del suo màstio pietroso ed ardito, il cielo, in un’apertura spaziale che vede gravitare intorno le colline del Chianti, della Val d’Elsa, della Montagnola Senese e, più oltre, il Montalbano, la Dorsale Medio Toscana, l’Amiata.

Giungendovi da San Donato in Poggio, infatti, lungo la Strada Provinciale 76 si superano i 600 metri sul livello del mare, e la vista verso la Valdelsa, ampia almeno 25 chilometri, è grandiosa, mentre il paesaggio intorno è quasi alpino: le rocce scabre e candide emergono nude tra gli abeti e i prati verdi, dove ancora pascolano le pecore; il vento, costante, può essere impetuoso e freddo, se soffia maestrale; la luminosità, di contro, intensa e cristallina, peculiare. Essa si riverbera nei vini di Castellina, su questo versante almeno, costituendone il pregio e la firma: potranno essere austeri e riservati, talvolta, ma non saranno mai ombrosi.

Il paesaggio scabro e montano tra San Donato in Poggio e Castellina.
Apertura spaziale verso la Val d’Elsa, tra San Donato in Poggio e Castellina
Vista da Castellina in direzione Radda e Gaiole.

Castellina, grifagna sul suo poggio a 578 metri sul livello del mare, divide idealmente il suo territorio in due versanti.

L’orientale, silvestre e montuoso, guarda a Radda (530 metri slm) e più oltre a Gaiole (360 metri slm); condividendo con la prima, specie alle quote più elevate, una continuità: geologica, data l’importante presenza di scheletro, alberese e galestro in minor misura; e climatica, addolcendosi però la temperatura da est a ovest, con un aumento della luminosità. I vini ricordano quelli di certe zone raddesi: la struttura verticale, l’acidità vivida, la balsamicità floreale e fruttata, persino il tratto ferroso, talvolta una certa austerità.

Il versante occidentale precipita verso i 190 metri sul livello del mare di Castellina Scalo; ripidissimo lungo la dorsale segnata dalla SP 130 “di Castagnoli” (dove, nelle porzioni elevate, sono ancora ben visibili gli antichi terrazzamenti) e lungo la SR429, più morbido lungo il tracciato della SP51, più mosso lungo la SR 222, che muove verso Siena attraverso Quercegrossa e, pertanto, il comune di Castelnuovo Berardenga.

Vigne “alte” sul versante occidentale di Castellina.

Queste 4 direttrici individuano almeno quattro macrozone, ciascuna delle quali meriterebbe una trattazione a parte, per le diversità che si possono individuare al loro interno; restando l’altitudine, comunque, il fattore determinante, perché ad esso si legano clima, suolo, pendenze.

Basti dire che qui l’influenza marina – luce, aria, calore, sale – diviene via via più marcata, per la posizione più vicina alla costa, per la spettacolare apertura della Val D’Elsa, per l’effetto Venturi tra la Montagnola Senese ed i rilievi di San Gimignano che incanalano l’aria tirrenica, ed infine per le caratteristiche geologiche: se alle quote elevate, poco sotto il paese, esistono situazioni simili a quelle del versante orientale, scendendo di quota aumenta la percentuale di argilla, dovuta a depositi continentali, fluviali, lacustri e marini; in particolare, i suoli delle porzioni più inferiori sono marcati dall’antica linea di spiaggia del mare pliocenico, cioè originati dal mare (o mare-lago, giacché fu soggetto a cicli di aperura e chiusura) che occupava una buona parte dell’attuale Toscana interna tra 5,3 e 2,6 milioni di anni fa; difatti, a valle di essa il contenuto di sale disciolto nel terreno aumenta. Proprio in prossimità di quell’antica linea di spiaggia del lago-mare pliocenico, su di essa o leggermente a monte, si trova il climat RBLM, individuato dalle aziende Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macìe.

Vedute del versante occidentale, da Castellina.

L’area compresa tra Poggibonsi e Siena, nota ai geologi come “Bacino del Casino”, è un complesso mosaico di sedimenti, di depositi, e di formazioni dovute a fenomeni tettonici, specie sul versante di Castellina e verso Castelnuovo Berardenga.

Il versante occidentale, dalla strada tra Sant’Alfonso e Rodàno. Oltre Fizzano e Brancaia, sullo sfondo si riconosce Castellina

La sovrapposizione di situazioni climatiche e geologiche porta grossolanamente ad inquadrare i vini di questo versante occidentale in 3 gruppi:

  • quelli della fascia altimetrica più vicina al borgo, freschi e tesi, ricordano quelli del versante orientale, ma i caratteri ferrosi e austeri gradualmente si addolciscono, divenendo più solari;
  • quelli di un’ampia fascia intermedia, nei quali si registrano ovviamente oscillazioni notevoli, ma che si possono definire equilibrati e rotondi, i profumi tra fiore e frutto, talvolta impreziositi di spezie e agrume, via via più ampi e rilassati al palato, con struttura e generosità variabili, da esempi di eleganza riservata e sinuosa, ad altri estroversi e carnosi, fino ad austeri e serrati;
  • infine quelli delle quote basse, ancora più rilassati, con struttura più leggera e tannino terragno, una discreta sapidità, ma un minor sapore, con frutto rosso piuttosto in evidenza, sfumature agrumate, talvolta cuoio, tabacco e un floreale dolce che si perde nelle annate più calde in favore di toni eterei, restando comunque freschi, gradevoli ed eleganti compagni della tavola.

Storicamente, come visto nel Capitolo II, Castellina è uno dei Terzi che componevano l’antica lega del Chianti, a capo dei popoli che risiedevano tra Val d’Elsa e Val d’Arbia, ma la centralità del suo ruolo nel Chianti è sicuramente più antica.

Le mura di Castellina.

Testimonianza ne sono i resti etruschi del già citato Tumulo di Montecalvario e della Necropoli del Poggino, presso Fonterutoli. Il piccolo centro o agglomerato etrusco antecedente Castellina, tradizionamente chiamato Salivolpe o Saligolpe, era sorto all’incrocio di due vie di crinale: l’una lungo le colline tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, più tardi detta “strada Sanese” o “Strada Maestra Romana ovvero Strada Reale”, l’altro sulle alture tra la Val di Pesa e la Val d’Arbia, che si spingeva verso i monti del Chianti. Non sono state rinvenute testimonianze di epoca romana: probabilmente l’abitato perse importanza, a favore di zone fertili più prossime al fondovalle, come suggeriscono i numerosi toponimi col suffisso “-ano”. Molti di questi agglomerati si fortificarono tra l’VIII e il IX, il periodo dell’incastellamento: compaiono nei documenti prossimi a quel periodo i castelli di Fizzano (dal 1007), Grignano (dal 1016), Rencine (dal 1052), La Leccia (dal 1077), Monternano, Trebbio, Vignale e Bibbiano (quest’ultimo dal 1032). Oggi le strutture fortificate rimangono a stato di rudere, o sono state inglobate in costruzioni successive che le hanno rese irriconoscibili.

La tradizione vinicola a Castellina in Chianti è certamente antica e continuativa. Basti nominare il piccolo borgo di Cellole, immediatamente sotto al paese: presumibilmente dal latino cellula-ae, vocabolo che in epoca tarda significava primariamente cantina, tesi supportata dalla prossimità di antichi terrazzamenti murati.

Cellole.

Il climat RBLM (ovvero: Rodano, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macie).

Vista da Castellina sulla Val d’Elsa. A centro immagine si riconosce la via di crinale del climat.

1 – Il paesaggio, la storia, l’orografia, il clima, la geologia, il vino.

E’ difficile uniformare il paesaggio toscano in un’immagine da cartolina, tale è la sua varietà: si rischia di restarne delusi; come un mio amico, anni fa, che si perse negli accigliati boschi del Chianti più interno, pensando di trovarvi le luminose colline scabre e mistiche della Val d’Orcia.

Tuttavia, se volessimo comporre un quadro di quella campagna toscana classica, come ci è stata consegnata dai racconti dei viaggiatori del Grand Tour dalla fine del Settecento a tutto l’Ottocento, fino ai nostalgici episodi dei primi decenni del Novecento, dovremmo venire qui, lungo questa via di crinale che sfiora e timidamente supera i trecento metri di altezza sul livello del mare, per ritrovare quella dimensione idilliaca, nobilmente bucolica: l’illusione di un equilibrio ideale tra l’uomo e la natura, tra la fatica del suo lavoro ed i suoi frutti, tra il villico e il signore. Qui, tutti gli elementi: il murmure delle fronde e dei torrenti nei borri, il cipresso a segnare il passo, l’orto e la vigna, l’uliveto e il bosco ricco di allodole e di fagiani, la chiesina antica dalle pietre candide, i rustici casali coi fienili e le tinaie e gli animali da cortile, infine la villa padronale, dai viali alberati per il passeggio elegante. Qui, nello spazio breve compreso fra Rodàno e Macìe, poco più di quattro chilometri, sembra preservarsi un sogno antico.

Scorcio di Lilliano.
Edifici rustici a Bibbiano.

Molti modi per giungervi: da Castellina Scalo, superando Cecchi, Villa Cerna, Casale dello Sparviero; da Poggibonsi, risalendo la strada bianca da Spedaletto e oltrepassando Tenuta Sant’Alfonso e le vigne di San Fabiano Calcinaia; ma solo scendendo da Castellina in Chianti lungo la Strada Provinciale 51 si apprezza pienamente l’unicità del luogo.

Basta fermarsi, parcheggiando l’auto in prossimità del campo sportivo: di fronte, verso occidente e meridione, un’apertura spaziale che pare immensa dopo le costrette giogaie del Chianti interno, luminosissima, giacché le alture importanti distano decine di chilometri: le Colline Metallifere, la Montagnola Senese, il Monte Amiata. Il climat RBLM, da quel punto d’osservazione, si staglia netto nel digradare a balze via via più morbide verso la Val D’Elsa, marcato dalla sua via di crinale, sinuoso come una “effe” di violino orizzontalmente orientata verso sud, quasi un pannello solare naturalmente disposto per raccogliere il massimo irraggiamento solare. I suoi confini da qui appaiono netti, essendo un’unica formazione collinare che si alza tra i 200 e i 300 sul livello del mare, bordeggiata da vallecole piuttosto strette, solcate per lo più da torrenti – o piuttosto borri – modesti ma incisivi, che la separano dalle altre colline circostanti, quali il Carfini e il Gagliano.

Così come netto dall’alto appare l’apporto umano, quello che ha segnato il paesaggio nel corso della storia: la già citata via di crinale, probabilmente un’antica derivazione o tracciato alternativo della Francigena, è ancor oggi una strada bianca, che tocca, leggendola da ovest a est, le emergenze notevoli di Rodàno (un basso corpo di pietra, massiccio), Bibbiano (le pure linee dell’antica fattoria a nord della strada, l’elegante e riservata villa a sud), il villaggio e l’imponente, maestosa villa di Lilliano, infine il borgo suggestivo di Rocca delle Macìe. Non ci si lasci ingannare, viaggiando in auto tra Lilliano e Rocca delle Macie, dal tracciato della SP 51, risalente agli anni Settanta, che si raggiunge seguendo l’asfalto lungo il solenne viale alberato: basta proseguire aggirando la Villa e la strada bianca continua tra il verde dei vigneti e delle colture, col suo antico tracciato, sino a Macìe, oltrepassando la Casina di Lilliano.

Il viale d’accesso alla villa di Lilliano.

E’ evidente il dato storico unitario e antico. E’ noto che la lunga pax romana permise l’occupazione e la coltivazione di zone relativamente basse, con la creazione di fattorie ed, infatti, nell’etimologia dei nomi si legge un’origine presumibilmente romana o tardoromana, col suffisso “-ano” (dal latino “-anus, -anum“) tanto frequente in Chianti e in altre zone toscane: spesso si legava a un patronimico, al nome di un legionario al quale era stata data in dote la terra a fine carriera: un colono; oppure, serviva alla latinizzazione di un toponimo preesistente; o, infine, si legava a un etimo latino, che descriveva caratteristiche del luogo. Venendo a Macìe, i vocaboli latini di riferimento sono: maceriae, inteso come muro a secco, interpretazione possibile viste le pendenze delle vigne a sud-est, oppure cumulo di pietre, rovine, forse la memoria di un più antico agglomerato, distrutto per chissà quali vicissitudini, il cui nome terminava anch’esso in “-anum“, completando quarto la triade Rodàno, Bibbiano, Lilliano (o, secondo fonti antiche, Ligliano); e macies, macilenza, sterilità, povertà, magrezza, che crediamo corrobori l’interpretazione legata ad edifici in rovina, più che ad una particolare povertà del terreno.

Se la via di crinale racconta una storica connessione tra questi quattro nuclei, l’origine del nome Macìe apre verosimilmente una finestra su un passato duro e violento, tempi dove a Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe era necessario rinchiudersi e proteggersi da aggressori di passaggio.

Il fianco della villa di Lilliano e il campanile della Pieve di Santa Cristina.

Storicamente, il nucleo con dignità di villaggio è Lilliano. Rocca appartenente in antico ai Signori di Staggia, è nota fin dal XII secolo; ma un piccolo podere posto a Lilliano è già citato in documenti del 998. A Lilliano, oltre alla bellissima Villa, è presente una chiesa, la Pieve di Santa Cristina, la cui facciata di candide bozze d’alberese, semplice e armoniosa, resiste nelle sue forme medievali. Originariamente parte della Diocesi Senese, gravitò in orbita fiorentina sin dal Lodo di Poggibonsi del 1203. Qui, fino a qualche decennio fa, erano le scuole, il parroco, l’oratorio, la fermata della corriera, la bottega, il telefono pubblico: cioè i principali servizi per chi abitava tra Rodàno e Macìe. Ne rimangono oggi tracce malinconiche, che lasciano il rimpianto per un mondo più a misura d’uomo.

A Lilliano: chiesa di Santa Cristina, fermata SITA, rudere delle scuole.

E’ comunque evidente come, in continuità storica, tra Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe, l’uomo abbia modellato il paesaggio, rendendolo funzionale alle colture, ed insieme bellissimo: citando Indro Montanelli, in Toscana non si sa se l’artista sia il contadino o il pittore. Purtroppo, contadini in certe zone toscane ne son rimasti pochi e, disgraziatamente, l’effetto si vede, eccome; ma non qui, sebbene si possa immaginare come fosse devastante per queste aziende di antica tradizione la fine della mezzadria: solo per la fattoria di Lilliano operavano ben 20 famiglie coloniche.

Ora, per apprezzare meglio questa ed altre caratteristiche del climat, conviene lasciare idealmente il punto di osservazione elevato e proseguire lungo la SP 51, per andare ad osservarlo da vicino: una catabasi felice, che permette di apprezzare pienamente l’irraggiamento solare intensissimo da meridione ed il trascolorare della flora da essenze montane ad altre più mediterranee.
Il quadro complessivo muta rapido, ricordando scorci della Toscana meridionale ed in particolare uno, per altimetrie, esposizioni, forme geologiche, luminosità, vegetazione: quello che da Montalcino scende verso Sant’Antimo.

Basta giungere a Rocca delle Macìe per verificare come la vegetazione divenga schiettamente marittima, non dissimile da quella di certe aree della Maremma livornese che, effettivamente, si trova alla medesima latitudine. Oltre alle vigne, gli ulivi, gli alberi da frutta, cipressi, pini, corbezzoli, ampie macchie: i cartelli che indicano l’azienda faunistica venatoria Lilliano-Bibbiano, già ai bordi delle vigne di Macìe, segnalano la presenza di aree incontaminate e selvagge, nonché l’evidente continuità antropologica del climat in oggetto. Il bosco ad alto fusto è meno presente che in altre zone del Chianti Classico.

A Macìe.
Da Macìe, guardando verso Siena.

Percorrendo la via di crinale e quindi proseguendo il tragitto da Macìe verso Lilliano, quindi verso Bibbiano e Rodàno, risultano evidenti altri elementi unificanti. Le forme delle colline sono morbide, tondeggianti, generose, sensuali, con pendenze, dal basso all’alto, prima dolci, poi ripide, poi nuovamente si addolciscono verso la cima. I vigneti si concentrano nella fascia tra i 270 e i 330 metri di altezza, ma arrivano ai 380 metri a Lilliano e scendono fino ai 200 metri.

Varietà di colture sulle morbide colline del climat.

Indimenticabile, soprattutto, è la luce: nitida, intensa, particolarissima, che ricorda a chi scrive quella, straordinaria, del bolgherese. Essa è garantita dall’ampia apertura verso sud e verso la Val d’Elsa, un anfiteatro largo una ventina di chilometri. Oltre le Colline Metallifere, a occidente, s’è detto, c’è il mare ed il cielo pare comportarsi come un enorme, poetico specchio di Archimede, portando qui un riflesso, un balugine attenuato, ma perfettamente percettibile, di Tirreno.

Da Bibbiano, verso sud-ovest.
Da Bibbiano verso ovest, nord-ovest. Percepibile una luminosità marina.

Il mare non è solo nella luce, qui, anzi: esso è proprio la chiave di lettura che sinteticamente uniforma gli elementi naturali dell’intero climat e, verosimilmente, le caratteristiche organolettiche dei vini; insieme al concetto di limine.

A cinquanta chilometri la costa livornese con Castiglioncello, Rosignano e Cecina; dal lato opposto, a soli cinque chilometri il poggio di Castellina e quindi i monti interni del Chianti; a meridione una sorta di giogaia naturale, entro la quale Siena è ben visibile, apre lo spazio verso l’Amiata; mentre a nord la Val d’Elsa si restringe verso il complesso del Montalbano: ed ecco le condizioni per una ventilazione costante e varia, come solo nelle località marittime abitualmente si trova. Son capitato qui una stupenda giornata di maggio, rinfrescata dal maestrale: il profumo salso del mare si sentiva nell’aria, rinforzando l’emozione e il sentimento marino raccontato dai lecci, dalle ginestre in fiore, dai corbezzoli, dai roveti.

Macchia e ulivi a Lilliano, verso sud.

La continuità climatica dettata da altitudine, esposizione, pendenza e latitudine è cardine per affermare l’unità e l’individualità di questo climat: effettivamente, comparando la valutazione descrittiva sull’andamento delle annate fornita dalle singole aziende su 31 vendemmie, dal 1990 al 2020, per 28 annate la coerenza di giudizio è stata superiore al 75%, per 8 annate pari al 100%, per 3 annate almeno del 50%.

Gli inverni sono freddi e asciutti, le primavere tiepide, ma ricche di precipitazioni, le estati temperate con grande escursione termica tra il giorno e la notte gli autunni inizialmente miti, piovosi da novembre in poi. Le precipitazioni si concentrano appunto in primavera ed autunno, variabili da 500 a 1.000 millimetri di pioggia annui (da novembre a novembre). La temperatura media generale è di circa 15-17 °C, molto mitigata dai monti di Castellina che proteggono dai venti del nord, soprattutto il versante orientale del climat, dove si trova Macìe. Nell’insieme sono caratteristiche intermedie per il Chianti Classico.

Infine, il mare sta anche nelle profondità geologiche della terra che si calpesta. Cercando di semplificare una realtà complessa, il climat è sulla linea di spiaggia di antichi bacini lacustri (di acqua presumibilmente salmastra) e marini, risalenti a epoche mioceniche (da 23 milioni a 5,3 milioni di anni fa) e plioceniche (da 5,3 a 2,6 milioni di anni fa) e i terreni sono un insieme complesso di argille e depositi dovuti al disfacimento della dorsale chiantigiana, principalmente di alberese, nei quali emergono vene rocciose profonde spinte dalle forze tettoniche, spesso calcaree, gessose. Il fondale dei bacini, si badi bene, era più a valle, come ancor oggi ci raccontano i suoli.

Le morbide colline a ovest, nord-ovest di Bibbiano.

Perciò mi piace affermare che il climat RBLM sia un limine: è la soglia magica del Chianti Classico, laddove finiva l’acqua e cominciava la terra, dove l’austerità del monte cede alle solarità marine, dove la roccia si frantuma nell’argilla: l’insieme di questi elementi caratterizza deflagrante i Sangiovese qui nati, che – al netto delle differenze stilistiche di cantina, delle accezioni territoriali, delle annate – sono generosi, luminosi, profumati, ampi, eleganti: per quanto strutturati, tannici e di sicuro grado alcolico, riescono sempre armoniosi, equilibrati e tesi, di stoffa; l’evidenza della frutta rossa, della ciliegia in particolare, è sempre bilanciata dal fiore, fresco o secco, più o meno evidente; ed il fiato profondo si stratifica e sfuma verso gli agrumi (spesso arancia rossa), le spezie (con il pepe bianco in evidenza, più raramente il nero), il tabacco, il cuoio, il ferro, la terra, rimandi marini. Vini sovente estroversi, non sono mai gridati; talvolta riservati, mai timidi; tendenzialmente longevi. Stanno anch’essi su una soglia, sintetizzando la fresca finezza dei vini delle montagne con la rotondità muscolosa di quelli della Toscana meridionale e costiera.

Si dovessero rappresentare con una dea della mitologia classica, sarebbe senz’altro Pomona, e potrebbe essere il simbolo dell’intero climat RBLM: una giovane donna che regge una falce, circondata da fiori e frutti, tipicamente grappoli d’uva. Se fossero un colore, sarebbe blu profondo, traslucido, uno zaffiro o un lapislazzulo, con striature rubino nelle annate più calde. Una corrente pittorica: la macchiaiola, alternando pennellate drammatiche alla Fattori, a quelle infiltranti e contrastate di Signorini, a quelle meditative di un Borrani, fino a quelle più liriche di un Lega, secondo l’annata, il vigneto e la mano del produttore.

Inoltre, questi vini hanno una riuscita costantemente soddisfacente: sempre basando l’esame sulla valutazione descrittiva fornitami dai produttori per le annate dal 1990 al 2020, si possono stimare per l’insieme del climat, su 31, 11 annate ottime, 15 annate buone, 5 annate mediocri. Sicuramente la quota e le esposizione del climat favoriscono la maturazione nelle annate più rigide e piovose, mentre nelle annate più calde e siccitose la buona ventilazione ed i suoli argillosi, che permettono una certa ritenzione idrica se adeguatamente lavorati, possono limitare i danni. A quanto mi consta, né le gelate che insidiano le zone più basse e meno soleggiate del Chianti Classico, né le grandinate che interessano le quote medio-alte ed alte, destano particolare preoccupazione.

Tuttavia l’innalzamento delle temperature registrato negli ultimi vent’anni e il parallelo cambiamento delle precipitazioni (minori, ma più intense, quindi dilavanti e inassorbibili per il terreno), pone delle sfide agronomiche ed enologiche: se qui, quando in molte zone del Chianti Classico le maturazioni del sangiovese stentavano, si avevano uve belle, sane e di buon alcol potenziale, oggi si rischiano surmaturazioni, concentrazioni, eccessi di grado alcolico, perdita di profumi.

In definitiva, oggi, i vini del climat più equilibrati, ricchi di dettaglio, sembrano quelli dei millesimi con autunni freschi e asciutti.

2 – L’unitarietà vitivinicola del climat ed il ruolo di Giulio Gambelli.

Il lavoro dell’uomo ha innegabilmente modellato il paesaggio del climat RBLM.

Oggi, tra Rodàno e Macìe, vediamo un uniforme susseguirsi di morbide colline dove la coltura principale è la vite, affiancata dall’ulivo, dall’erba medica nelle esposizioni meno felici e dai cereali nelle zone più basse. Le dimensioni del parco vitato che le aziende possiedono nel climat è molto simile, tra i 30 e i 40 ettari; anche se Rocca delle Macìe ha molti vigneti in altre zone e pertanto una maggiore scala.

Le viti hanno un’età variabile dei 30 ai 10 anni, ma almeno dagli Anni Settanta continuano ad insistere nei medesimi luoghi: i vigneti hanno quindi una storia almeno cinquantennale, ma alcuni di essi, o loro porzioni, sono certamente più antichi. I sesti di impianto sono intorno ai 3.000 ceppi per ettaro nei vigneti più vecchi, e più elevati negli impianti recenti, di norma tra i 5.000 e i 5.800 ceppi per ettaro, con un massimo di 6.500 ceppi per ettaro a Macìe. I filari sono disposti perlopiù a rittochino, ma qualche parcella è a giropoggio. Le rese variano dai 45 ai 60 quintali di uva per ettaro.

Tipicamente la forma di allevamento è il cordone speronato per gli impianti più vecchi, guyot per i più recenti e quest’ultima forma di allevamento, molto simile al capovolto toscano tradizionalmente diffuso in Chianti prima della meccanizzazione, è quella oggi favorita per i reimpianti.

Cordone speronato a Bibbiano.

La varietà più diffusa è di gran lunga il sangiovese, da selezione massale, selezione di cloni autoctoni, o utilizzando i cloni selezionati nel progetto Chianti Classico 2000. Gli si affiancano, in ordine sparso: colorino, canaiolo, merlot, cabernet sauvignon, petit verdot, malvasia nera, ciliegiolo, malvasia bianca del Chianti, trebbiano.

Tutte le aziende che insistono sul climat RBLM sono attente alla sostenibilità: su quattro, tre aziende sono certificate biologiche, una lo è per la produzione dell’olio, mentre una segue i principi della lotta integrata per la viticoltura.

La situazione agricola attuale, e vitivinicola in particolare, è figlia però di una storia lunga e complessa.

Guardando solo allo scorcio che segue la Seconda Guerra Mondiale, fino ad oggi, possiamo immaginare i cambiamenti portati dalla meccanizzazione, dalla necessità di rendere più economicamente sostenibili imprese dove le lavorazioni erano ancora affidate al sudore dell’uomo e al lavoro dei buoi, sino alla fine della mezzadria che impose un’ulteriore razionalizzazione.

Edificio rustico a Lilliano.

Come fotogrammi di un film in bianco e nero, se torniamo con un’ideale macchina del tempo al 1946, vediamo le antiche strutture di Bibbiano danneggiate dai cannoneggiamenti militari durante la ritirata, le ville ferite e le colture che per prime si rialzano, i campi che si imbiondano di spighe precedendo di poco l’invaiatura dei grappoli: le viti riprendono forza, curate finalmente dalle mani di chi è tornato dalla guerra.

Edificio rustico a Bibbiano.

Gli Anni Cinquanta di trasformazione: il proliferare delle macchine, le culture si semplificano e si concentrano sul vino con i nuovi impianti, gli allevamenti progressivamente scompaiono. Gli Anni Sessanta: gli ultimi vigneti promiscui cedono il passo a quelli specializzati, gli uomini e gli animali lasciano le case coloniche. Gli Anni Settanta di consolidamento delle produzioni vinicole di qualità dopo la nascita della DOC (1967).

Negli Anni Ottanta, con l’arrivo di capitali e proprietà nuove, inizia in Chianti un percorso di consapevolezza tortuoso, con sperimentazioni in vigna e in cantina, proseguito negli Anni Novanta e nel primo decennio del XXI secolo: indubbia la crescita qualitativa, grazie anche alle ricerche condotte con le università, ma fu l’epoca della diffusione dei vitigni francesi, delle barrique, dei concentratori, di una ricerca di struttura che si accordava più a una interpretazione del gusto internazionale sulla scia di moderni esempi bordolesi e californiani, che alla tradizione chiantigiana.

In questo lembo del territorio di Castellina, però, si seguì una traiettoria particolare, per un motivo ben preciso. In tutti quei fotogrammi, dal 1942 al 2011, un uomo ha percorso la via sterrata sul crinale tra Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe, a bordo di una teoria innumerevole di Renault 4 e con altrettanto innumerevoli cani da caccia al suo fianco, collaborando a lungo con le prime 3 aziende e contribuendo alla nascita dei vini: Giulio Gambelli.

La via di crinale a Lilliano, verso Bibbiano.

Personaggio leggendario, palato portentoso, sostanziale modestia e disinteresse per denaro e visibilità, meriterebbe una trattazione a parte, per la quale si rimanda il lettore alla bibliografia.

Gambelli aveva un’idea della vinificazione e dei vini “francescana”, come la definì efficacemente Luigi Veronelli – forse anche della vita. L’amore di Gambelli era il sangiovese, in purezza, ma anche affiancato da un uso sapiente dei vitigni complementari, con una predilezione per quelli della tradizione, canaiolo e colorino, benché sapesse impiegare con estrema classe e discrezione anche i vitigni internazionali.

Gambelli non usava chimica in cantina, eccetto un moderato impiego di anidride solforosa per sanificare, e prescriveva severamente quella che chiamava “la regola delle tre p: pulizia, pulizia, pulizia”. Seguiva la vinificazione con continui assaggi, prediligendo un’energica areazione nelle prime fasi e, quando l’uva lo consentiva, macerazioni piuttosto lunghe. Poi, il resto del lavoro era affidato al tempo ed all’attesa, sotto l’attenta sorveglianza del palato di Gambelli, che decideva i momenti dei travasi e selezionava le vasche per il taglio finale, del quale era maestro sublime.

Ne risultavano vini purissimi, di classica finezza ed eleganza, espressioni senza filtri del territorio e dell’annata, tendenzialmente longevi. Tutti, dal più umile al più ambizioso. Poi, nell’esperienza di chi scrive, il tocco magico: un’irripetibile senso di levità anche nei vini più strutturati ed alcolici ed una specialissima qualità dell’attacco sul palato, un insieme di seta e di energia concentrata unico, caratteristico, che evoca paragoni veramente musicali.

Gambelli – che non era laureato, avendo dovuto lavorare fin da ragazzino imparando il mestiere sul campo – molto erroneamente fu descritto, quando imperava la moda dei vini concentrati e di gusto internazionale, come un arretrato difensore della tradizione; ma la realtà era molto diversa: negli Anni Cinquanta e Sessanta fu contrario alla diffusa pratica tradizionale toscana del governo e nel 1968 a San Felice creò, con l’allora Direttore Enzo Morganti, il primo Sangiovese in purezza prodotto in Chianti Classico. Inoltre, viaggiò a lungo per conoscere le più avanzate tecniche francesi e americane, nonché, malgrado il suo palato fosse una sorta di laboratorio naturale, con grande intelligenza non rinunciò mai alle analisi chimiche: chi conosce i fondamenti della scienza delle misure sa che anche il miglior equipaggiamento dev’essere, di quando in quando, tarato.

Perciò i vini di Gambelli non erano figli di conoscenze arretrate, ma di una precisa scelta stilistica ed etica, che mantenne dritta anche quando fu considerato fuori moda, e di una familiarità profondissima, minuziosa, con un territorio volutamente ristretto. La sua predilezione per la botte grande derivava dalla consapevolezza che fosse il miglior strumento per valorizzare il sangiovese, almeno come lui lo intendeva; tuttavia trasse profitto anche dalle barrique, perché così vestiva il suo ruolo di consulente: usando al meglio i mezzi a disposizione, interpretando anche i desideri della proprietà, rimanendo però granitico sui suoi principi professionali.

Con questo approccio, ha lavorato dal 1942 fin quasi alla sua scomparsa per tre generazioni di Marrocchesi Marzi a Bibbiano, per decenni a Rodàno (dove oggi è enologo Paolo Salvi, suo stretto collaboratore) e a Lilliano, conquistando piena fiducia delle Proprietà, divenendo “uno di famiglia” e ispirando scelte importanti e innovative, quali nuovi impianti, la vinificazione e l’imbottigliamento separati di certe vigne particolarmente pregiate.

Vigna del Capannino a Bibbiano, impiantata con clone portato da Gambelli, da Montalcino.

Gambelli ha lasciato qui uno stile fortissimo nei vini, che non hanno mai abbandonato – pur con fasi alterne – un ideale di finezza, purezza, equilibrio, e la centralità del Sangiovese. A Bibbiano, ad esempio, nessuno degli enologi che negli anni si sono susseguiti ha effettuato la malolattica in legno. A Tenuta di Lilliano la nuova Gran Selezione è, almeno dall’annata 2017, Sangiovese in purezza, rinunciando al taglio col Merlot, da tempo impiegato per gli altri Chianti Classico aziendali. E persino Rocca delle Macìe, dove pure Gambelli non ha mai lavorato, ha via via ridimensionato il ruolo dei vitigni internazionali e della barrique, concentrandosi maggiormente su un’ideale classico di Sangiovese e vinificando per Cru , con botti grandi, allineandosi quindi all’approccio divenuto storico nel climat, dove il legno piccolo ha giocato sempre un ruolo secondario, ulteriormente ridotto negli ultimi anni.

Si può dire che Gambelli abbia ripreso e continuato lo spirito del lavoro ottocentesco iniziato a Brolio sul Sangiovese da Bettino Ricasoli, l’abbia congiunto a quello di Tancredi Biondi Santi, suo maestro e mentore all’enopolio di Poggibonsi, e l’abbia consegnato alla modernità, che gli ha finalmente tributato i giusti onori nell’estrema vecchiezza e dopo la sua morte. Fu, senza volerlo, un rivoluzionario divenuto classico, come sempre accade a chi ricerca l’essenza.

Fu autore di diverse pietre miliari dell’enologia toscana, ma nel climat dove insistono Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe si trova una parte importante del suo lascito professionale e spirituale. Le parole incise su una lapide che i Marrocchesi Marzi hanno voluto apporre a Bibbiano chiariscono la portata dell’umile, irripetibile “Maestro Assaggiatore”: “A Giulio Gambelli / signore amico maestro / che tanto ha dato / a questi luoghi“.

Lapide commemorativa a Bibbiano.

3 – Le differenze interne del climat e la loro influenza sui vini.

Malgrado la notevole e sostanziale unitarietà, bisogna però riconoscere che esistono differenze all’interno del climat, sia seguendo l’asse orizzontale ovest-est, che quella verticale nord-sud, nonché nei terreni e nella disposizione delle vigne.

Leggendolo da occidente a oriente, si nota che il crinale, perfettamente orientato secondo un’ideale asse delle ascisse, svolta improvviso subito dopo l’antico e massiccio edificio di Rodano, virando di circa 45 gradi verso sud; quindi, quasi ai confini orientali della Tenuta di Bibbiano, crea un’ampia, morbida curva verso nord di quasi 90 gradi; riacquistando poi, dolcemente, il suo originario orientamento est-ovest, che mantiene fino alla sua porzione terminale, a Macie, dove, dopo un piccolo avvallamento a ovest della SP 51, sul quale insiste la vigna del Pian della Casina, forma una sorta di promontorio, uno straordinario balcone di almeno 180 gradi verso i quadranti meridionale ed orientale.

La conformazione descritta genera evidentemente una varietà di esposizioni, particolarmente marcate nella metà occidentale del climat, che, insieme alla diversità di altezze e di suoli, rende parzialmente ragione delle differenze fra i vini delle diverse aziende.

Paesaggio da Rodàno, verso ovest.

A Rodàno le vigne, che ruotano attorno al corpo aziendale, coprono tutte le esposizioni tranne quella puramente a nord, con una prevalenza ovest e sud ovest; tuttavia questa parte del climat rimane più chiusa verso meridione dalla presenza piuttosto ravvicinata del rilievo in corrispondenza dei Sodi di Bibbiano e di quello, più importante, dove sorge Casale dello Sparviero. I terreni sono sedimentari di origine lacustre (presumibilmente pliocenici) e provenienti dal disfacimento dell’alberese. Le vigne sono comprese tra i 200 e i 350 metri sul livello del mare.
I vini hanno qui fiato particolarmente profondo, sfumature boschive, tannino potente e grintoso e tuttavia una trina olfattiva e tattile raffinata.

Vigna a Rodàno.
Da Rodàno, guardando a ovest, nord-ovest.

A Bibbiano il crinale individua due ampi versanti, esposti prevalentemente a sud-ovest l’uno e a nord-est l’altro, sostanzialmente asincroni, per una radiazione fotosinteticamente attiva (o P.A.R.: photosynthetically active radiation) più estesa di circa un’ora sul versante sud-ovest, dove per un’ampia porzione assomma fino a 2000 Mj/m^2, mentre su tutto il versante nord-est, detto di Montornello, oscilla tra i 1400 e i 1700 Mj/m^2. Le vigne insistono su questi due versanti, ad altezze comprese tra i 270 e i 300 metri di altezza, raccolte in un raggio di 500 metri, su sedimenti pliocenici di argille e arenarie, di origine limicola. Evidentemente i vini sono molto diversi sui due versanti, e meritano una trattazione separata, ma questa da questa dualità quasi opposta e dalla marcata estensione delle vigne sul versante nord-est discende, credo, il profilo particolare e ricamato del Chianti Classico Annata di Tenuta di Bibbiano, per il quale la critica ha sovente parlato di candore: la struttura, la potenza e l’articolazione del versante sud-occidentale sovrapposta alla florealtà e la freschezza del delle vigne a nord-est.

Bibbiano: le vigne di Montornello.
Da Bibbiano, verso ovest, nord-ovest.

A Lilliano l’ampia conca dei vigneti di Montornello si è ormai ristretta. Le quote sono più elevate e i vigneti, disposti intorno alla storica villa, si trovano tra i 270 e i 380 metri d’altezza. Sebbene le esposizioni siano varie ed includano porzioni orientate a settentrione, prevalgono quelle meridionali, da sud-ovest a sud pieno a sud-est. Inoltre, questa porzione del climat registra la massima apertura spaziale verso la Val d’Elsa e Siena, mancando rilievi di nota in quelle direzioni. Nei terreni calcareo-argillosi, i depositi pliocenici sfumano in quelli miocenici, con la costante del disfacimento dell’alberese che lascia abbondanza di scheletro. I vini di questa porzione del climat sono probabilmente i più strutturati e longevi, di particolare finezza. Sebbene possano risultare monolitici in gioventù se l’annata è calda, la riuscita è ottima anche nelle annate più fredde ed il Chianti Classico Annata non manca mai di corpo, grado, potenza.

Vigneto a Lilliano.
Da Lilliano, verso sud.

La vecchia via bianca di crinale ruota intorno alla villa di Lilliano, e prosegue in direzione di Rocca delle Macìe, dove, prima di intersecarsi con la SP 51, sorveglia dall’alto la vigna di Pian della Casina.

A Macìe la quota media delle vigne è 330 metri, con esposizione varia, ma in prevalentemente sud-sudovest. Anche qui l’apertura spaziale è eccezionale, con la particolarità di un quadrante sud-orientale molto aperto, arioso, luminoso, trattandosi dell’estremità est del rilievo del climat. Qui i terreni sono depositi schiettamente miocenici, composti da calcari marnosi con tessitura argilloso-sabbiosa, ricchi in scheletro e tendenzialmente alcalini, con un equilibrata compresenza di alberese e galestro. A Macìe si possono individuare almeno tre differenti porzioni di vigneti:

  • a ovest della SP 51 la conca della Vigna della Casina;
  • immediatamente a nord della sede aziendale;
  • immediatamente a sud di essa, il Vigneto Le Terrazze.

Non esistono in commercio etichette che derivino dal taglio dei vini di queste tre aree, quindi la tipizzazione è difficoltosa; tuttavia, generalizzando, ricordano in parte quelli di Lilliano, ma con una sfumatura più mediterranea ed una maglia strutturale più rilassata. Se blu traslucido è il colore dominante dei vini del climat, al quale nelle annate più calde si sovrappongono striature rubino, a Macie esse appaiono sovente e possono prendere la forma di ampie pennellate, quasi dominando.

Vigneto Le Terrazze a Macìe, porzione ovest, nord-ovest.

Inoltre, si sarebbe tentati di affermare che i vini della porzione occidentale del climat, che derivano da suoli pliocenici, abbiano una sapidità più evidente di quelli della porzione orientale, da suoli miocenici, ma si tratta forse di un azzardo.

L’evidenza di queste differenze interne al climat ha suggerito nei decenni l’individuazione di aree vitate ristrette, dai caratteri specifici, i vini delle quali sono imbottigliati separatamente: sono i Cru del climat RBLM.

4 – I Cru del climat.

Si descrivono qui in dettaglio i Cru rilevanti per la produzione di Chianti Classico; gli altri sono semplicemente citati.

A Rodàno, Viacosta: 7 ettari di suolo sedimentario, esposti a sud-ovest, ad un’altezza media di 300 metri. L’allevamento è a guyot, 5.000 piante per ettaro di età variabile tra i 14 e i 25 anni, condotte in regime biologico certificato. La varietà coltivata è esclusivamente sangiovese e i cloni utilizzati sono quelli del progetto Chianti Classico 2000. L’imbottigliamento separato fu suggerito da Giulio Gambelli. Il vino del Cru Viacosta, imbottigliato separatamente da Fattoria di Rodàno, porta le caratteristiche del Chianti Classico annata dell’Azienda (completezza, struttura, generosità, dialettica tra tratti materici ed eterei, rimandi boschivi) su un piano di complessità, potenza, stoffa, freschezza e finezza superiori, mirabili, straordinarie. Florealità di viola ed iris nettissima. Tannico in gioventù, già a 5 anni di norma sfoggia un profilo olfattivo e palatale sfaccettato, con notevoli capacità di invecchiamento.

Vigna Viacosta a Rodàno.

A Bibbiano, due Cru, entrambi condotti in regime biologico certificato e imbottigliati separatamente da Tenuta di Bibbiano.

Lo storico Vigna del Capannino, 7 ettari su argilla compatta e coerente di origine pliocenica, di colore grigio-azzurro, con alberese in forma scistosa, posti tra i 270 e i 300 metri sul livello del mare, con esposizione a sud-ovest, cioè rivolti verso la Va d’Elsa. Gode di un microclima mite e soleggiato in inverno, caldo e asciutto in estate, ma fortemente ventilato ed esposto al maestrale. Viti allevate a cordone speronato, in regime biologico certificato, 5.800 unità per ettaro con età media di 12 anni. Si tratta di un unico clone di sangiovese grosso originario di Montalcino e qui portato negli Anni Cinquanta da Giulio Gambelli, che è stato recuperato per selezione massale guidata dall’Università di Firenze: porterà ad una registrazione ministeriale esclusiva, una sorta di monopolio aziendale. Il vino è compatto e fitto; monolitico talvolta in gioventù, se l’annata è calda, ma complesso con il tempo: fiorisce tra i 5 e i 10 anni, mai prima, con una prospettiva di evoluzione favorevole, lunghissima, di almeno vent’anni. E’ sorprendentemente saldo e complesso anche nelle annate più fredde e piovose, riuscendo più avvicinabile anche in gioventù. Apparentato al Cru Viacosta per esposizione, ha simile impianto, ma sfumature diverse, percettibili ma difficili da tipizzare stante la differente mano enologica: azzardo tuttavia un profilo più luminoso, un tannino più dolce e arioso, ma una maggior timidezza in gioventù.

Veduta della Vigna del Capannino, a Bibbiano.
Dettaglio della Vigna del Capannino.

Vigne di Montornello: 15 ettari su argille sciolte di origine pliocenica di diversa formazione, di colore grigio, ambra, rosso, con alberese prevalentemente in forma di pillola e presenza di vene di gesso e di sabbia. L’esposizione è nord-est (quindi rivolta verso l’altura di Castellina e i monti del Chianti), con quote dai 250 ai 280 metri: ne risulta un microclima rigido e ombroso in inverno, esposto a grecale e tramontana; caldo e asciutto in estate, ma fortemente ventilato (ed esposto al maestrale), con una forte conversione termica tra giorno e notte. Si coltivano qui, a guyot, sangiovese, colorino, canaiolo, malvasia nera, malvasia bianca, e trebbiano, con densità tra i 5.800 e i 5.900 ceppi per ettaro. I cloni di sangiovese sono quelli del progetto Chianti Classico 2000. Il Sangiovese (la migliore selezione è imbottigliata separatamente dalle altre varietà) si esprime qui in modo più estroverso e gentile rispetto alla Vigna del Capannino, con una sinuosità quasi femminea, una complessità olfattiva e palatale evidente già in gioventù: i profumi sono più sul fiore e sui piccoli frutti rossi, la mineralità e la sapidità pungenti. Di contro, è più altalenante secondo l’annata: dinamico, piacevolmente nervoso e irresistibile nelle calde, in quelle fredde non trova l’armonia inscalfibile del Vigna del Capannino. Probabilmente è il Cru più particolare del climat, quello col fascino dell’irregolare e del ribelle.

Vigne di Montornello a Bibbiano.
Vigne di Montornello, al bordo della via di crinale.
Confronto tra i suoli di Vigna del Capannino e Montornello.

A Lilliano, sono stati individuati tre Cru, dei quali solo il Vignacatena, 1 ettaro esposto a sud, sud-ovest, a 280 metri sul mare e dedicato al Merlot, è imbottigliato separatamente da Tenuta di Lilliano, con l’IGT omonimo. Il Sangiovese dei restanti due Cru è imbottigliato in purezza solo da tempi recentissimi nel Chianti Classico Gran Selezione di Tenuta di Lilliano, credo dal millesimo 2016; al risultante taglio si riferisce pertanto descrizione del vino.
Essi sono:

  • Le Piagge, 3 ettari esposti a sud a 320 metri s.l.m, su suolo prevalentemente di alberese, dove il sangiovese è allevato con una densità di 5.000 barbatelle per ettaro, a cordone speronato in parziale conversione a guyot. 13 anni l’età delle piante.
  • Casina Sopra Strada, 3,6 ettari esposti ad est, sud-est, su suolo prevalentemente di alberese. Qui sono allevati sangiovese e colorino, allevati con una densità di 5.000 barbatelle per ettaro, a cordone speronato in parziale conversione a guyot. 14 anni l’età delle piante.
Vigneto a Lilliano.

Se l’assaggio del Chianti Classico Gran Selezione di Tenuta di Lilliano, unico rosso aziendale di Sangiovese in purezza, è probante, allora la continuità geosensoriale (citando un termine caro all’enologo francese Denis Dubourdieu), di questi Cru con il Viacosta e il Vigna del Capannino, – quelli siti, cioè, a meridione della via di crinale – è evidente: potenza, concentrazione e struttura monolitica, figlie delle temperature relativamente elevate e dell’argilla, unite ai caratteri donati dal calcare: estrema eleganza olfattiva e palatale, che lascia osservare una filigrana di dettagli preziosi e minuti già intorno al quarto, quinto anno, quando si evidenziano le note terziarie e ferrose, in sovrapposizione alla viola e alla ciliegia fresche, spesso all’agrume; ed un’acidità rilevante, ma ben integrata.

A Macìe sono stati individuati tre Cru, separatamente imbottigliati da Rocca delle Macìe.
Uno, il Vigneto Poggio alle Pecchie, vede i suoi 1,86 ettari esposti a sud tra i 350 e i 365 metri s.l.m dedicati al Merlot (prodotto e commercializzato come Roccato IGT); gli altri due sono invece votati al sangiovese.

Il Pian della Casina si trova immediatamente a valle della vecchia via di crinale ed è costeggiato, a oriente dalla SP 51, formando una conca vagamente a ventaglio. Sono 5,63 ettari esposti a sud tra i 340 e i 365 metri d’altezza, su suolo di depositi miocenici, calcari marnosi, argillo-sabbioso, alcalino, molto calcareo e ricco di scheletro di alberese. Il sangiovese è allevato a cordone speronato con una densità di 6.000 piante per ettaro. L’impianto è risale al 2000, con cloni SS-F9-A5-48, VCR 24, VCR 23, VCR19, VCR 30, su porta innesti 110 Richter e 1103 Paulsen. È imbottigliato come Sangiovese in purezza dall’annata 2015, come Chianti Classico Riserva Sergioveto.

Vigna Pian della Casina, a Macìe, in direzione nord-ovest.
Vigneto Le Terrazze, a Macìe, in direzione sud, sud-ovest.

Il vigneto Le Terrazze è uno scosceso lembo a sud-ovest della storica sede aziendale: quella anche l’esposizione dei suoi 3 ettari modellati a ciglioni, dai quali – tra i 330 e i 340 metri sul livello del mare – la vista in direzione di Siena è spettacolare per ampiezza e luminosità. Il suolo è molto simile a quello di Pian della Casina. Anche qui il sangiovese è allevato a cordone speronato, con una densità superiore: 6.500 ceppi per ettaro, impiantati nel 2004. I cloni sono VCR 23, VCR 19, VCR 30, su portainnesto 110 Richter. Il Sangiovese de Le Terrazze è imbottigliato separatamente dall’annata 2014, sotto l’etichetta Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli.

Anche a causa delle storia più breve di queste due etichette, mi è difficile delinearne caratteristiche, similitudini, differenze e percorsi evolutivi. Tuttavia, sono accomunati da una notevole potenza ed ampiezza, simile a quella dei vini di Lilliano, ma più marcatamente aperta, mediterranea, diretta, franca, abbagliata, in un sorso vellutato, rilassato: domina in loro la frutta rossa matura, ciliegia ed amarena, anche sotto spirito. Il vino de Le Terrazze, in particolare, è estremamente potente e la gioventù monolitica dei Cru meridionali dell’intero climat sembra qui assumere fattezze squadrate. Il vino di Pian della Casina, pur molto simile, a pari età è più slanciato e dettagliato, in definitiva più godibile ed abbinabile.
Sarà sicuramente interessante seguire il percorso evolutivo dei vini di questi due Cru, che si prospetta lungo, e il risultato nelle diverse annate: si tratta solo di un’impressione, ma i millesimi freddi potranno forse donare a questi vini benvenute sfumature dinamiche, che affianchino la loro generosità perentoria, quasi marittima.

5 – Le aziende, gli stili e un piccolo repertorio di degustazioni.

Fattoria di Rodàno
La sede aziendale è un casale di pietra basso e massiccio, a suo modo imponente, che appare improvviso tra gli alberi di una radura. La realtà è schiettamente agricola: trattori e aratri qui e là disseminati, cani e gatti in allegra compagnia, il recinto con le capre, i maiali bradi, i polli che beccano a terra e, tra loro, gli immancabili galli neri.

Se non è una fattoria nel senso toscano antico – pressoché impossibile oggi trovarne – pure si respira un’aria autenticamente agricola, quasi contadina.

Acquistata da Carlo Pozzesi dai Ruspoli Berlingeri nel 1958, attraverso il figlio Vittorio è giunta al nipote Enrico, persona schietta e autentico vignaiolo, che la gestisce per conto della famiglia, con l’aiuto ventennale di fidati collaboratori.

Rodàno.
Incontri a Rodàno.

Consta di 103 ettari, dei quali i 32 a vigneto sono tutti intorno alla sede aziendale, condotti in regime biologico dal 2007. Vi si coltivano sangiovese, canaiolo, colorino, cabernet, merlot, impiantati dal 1990 al 2008. Le rese sono, mediamente, tra i 50 e i 60 quintali per ettaro.

Vigna, ulivi e bosco a Rodàno.

In cantina le fermentazioni avvengono con i lieviti indigeni e per l’affinamento si usano primariamente botti e cemento.

La produzione di Chianti Classico si articola su:

  • Chianti Classico Annata e Chianti Classico Bottesola, 9/10 di Sangiovese con restante saldo di Canaiolo e Colorino.
  • Chianti Classico Viacosta, Riserva e non, Sangiovese in purezza.

L’Azienda, che fu seguita da Giulio Gambelli dal 1988 fino alla sua scomparsa, vede oggi Paolo Salvi, suo strettissimo collaboratore come enologo. Tra le aziende del climat Lilliano, è quella che ha tenuto con maggiore continuità lo stile gambelliano, declinato secondo modalità schiettamente artigianali.

Vini magari un po’ ruvidi in gioventù, con l’umoralità dei vini di vigneron, ma generosi, vibranti, viscerali, naturalmente eleganti, restituiscono in dettaglio e sfumature ciò che perdono in precisione. Manti di velluto che avvolgono il palato, quasi soffici e vaporosi nella qualità tattile; sensuali, carnali e insieme eterei, raffinati: dalla conciliazione di questi opposti traggono il loro fascino. Nelle parole di Enrico Pozzesi: “Fortemente legati alla loro identità e territorialità, con un rispetto assoluto della materia prima: l’uva“, segnano un batticuore per l’appassionato del Chianti Classico senza filtri, che abbia la pazienza di trovare questa azienda tra le meno mediatiche della Toscana.

Chianti Classico 2017: vino d’annata molto calda e secca, 15 gradi d’alcol. E’ rubino perfetto, splendente, così carico da avere riflessi porpora, che sfumano al mattone verso il bordo del bicchiere. Profumo molto intenso, etereo, dominato da: arancia sanguinella, ciliegia sotto spirito, lampone, carcadè; arricchito e sfumato da: viole appassite, cereali, macchia mediterranea, spezie piccanti e dolci in equilibrio, col pepe nero in evidenza, una tenue mineralità di tratto ematico e terroso. Sorso insieme caldo e fresco, ampio e tuttavia reattivo, salino, con un’acidità notevole in rapporto all’annata. Il tannino è ben presente, ma senza eccessi, ottimo per maturità, fittezza, finezza, eccezionale per il suo contributo, assieme a sapidità e acidità, nel bilanciare la morbidezza dell’alcol e per la qualità piacevolmente masticabile, che contribuisce ad un retrogusto d’uva sultanina, in una buona persistenza. Pur col sorso sciolto di un Chianti Classico Annata, ha un fiato complesso e profondo di una grande Riserva, rispetto la quale resta solo un debito di lunghezza. Vino di sicuro amore sulla Fiorentina. (25 aprile 2021).

Chianti Classico Riserva Viacosta 2016: vino d’annata equilibrata, estate calda con notti fresche, 14,5 gradi d’alcol. Rubino molto fitto, non impenetrabile, con gocciole fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha profumo intensissimo, schiettamente etereo e nettamente boschivo, con l’accenno di viola a striare amplissime pennellate di frutta rossa: ciliegia, amarena, lampone, arancia sanguinella e, più sfumati, fragola e ribes, tra i quali si insinua, nera, la mora selvatica. Danzano intorno i richiami più vari: pepe bianco e verde, origano, pomodoro, fungo, muschio, ruggine, terra, vello. Ha pieno corpo, stoffa, sale, acidità molto spiccata, un tannino abbondante, potente, grintosissimo. Il finale è molto lungo, sebbene ancora trattenuto dalla prestanza tannica.
Presumibilmente un vino ancora molto giovane e di lunga gittata, se dopo 24 ore è molto più armonico e assestato, i tannini più integrati, e nel profumo spiccano viola, iris e glicine, ariosi. (4 agosto 2021).

Chianti Classico Riserva Viacosta 2015: vino d’annata calda e asciutta, 15 gradi d’alcol. Rubino trasparente tendente al granato; gocciole fittissime, veloci e persistenti. Un fiato – anzi: un respiro – molto intenso, arioso, etereo, sfaccettato, distintamente boschivo e marino, che si sviluppa con le ore dall’apertura in una complessità favolosa. L’evidenza è frutta rossa – ciliegia e lampone – e fiori – viola e rosa – ma sfumano e si arricchiscono di arancia, chinotto, melograno e corbezzolo da un lato, di mimosa e tarassaco dall’altro. Poi una speziatura molto intensa: pepe nero e bianco in subordine, noce moscata, cannella, chiodo di garofano e coriandolo; note dolci, di candito da panforte e melata di bosco, si alternano ad altre più amare: salvia, ruta, tabacco, corteccia, resina, iodio, ferro, sangue.
Corpo pieno, di stoffa e di nerbo, dal sorso incredibilmente dinamico vista la mole strutturale ed il grado alcolico che lo rende un po’ impegnativo: ha una progressione incalzante e inarrivabile, tutta sul sale, con una acidità giusta, non altissima, molto ben integrata, e un tannino abbondante, di grande presenza e grinta, che frena ad oggi un po’ la persistenza sul finale, piacevolmente amaro e comunque decisamente lungo.
Un Chianti Classico all’antica, affascinante e multidimensionale, che, seppur buono all’apertura, vuole diverse ore di areazione per una piena espressione: dopo una giornata intera si amplificano le note fresche, con la cola, e le profonde, terziarie, col goudron; il tannino diviene più integrato e levigato, per un sorso più rilassato, sciolto, lunghissimo. Vino già oggi fantastico. (3 aprile 2021).

Tenuta di Bibbiano
Giungere a Bibbiano trasmette sempre un sentimento di rarefazione. Sarà la posizione, a cavallo tra i due versanti, con l’ampia distesa delle vigne di Montornello, che pare isolare la sede aziendale dal resto del mondo, o le quinte dei cipressi e dei pini, o ancora la villa padronale, segreta, distaccata, celata alla vista, ma questo sentimento esiste ed è fuso con una solarità schietta: Bibbiano è un dualismo che si ritrova nei vini, nelle persone e nello stile aziendale: l’ambizione parla una lingua più che contemporanea: visionaria, ma con una conoscenza ed una dedizione a gesti antichi che la radicano profondamente nella storia e nella tradizione. Forse proprio questa dialettica ha permesso la nascita di imbottigliamenti separati per Cru: nel 1988 la Vigna del Capannino (allora, Riserva) e Vigne di Montornello nei primi Anni Novanta (originariamente come Annata, single vineyard; ma già negli Anni Ottanta si imbottigliava un Chianti Classico Montornello selezionando uve sangiovese, canaiolo e colorino dall’intero vigneto aziendale).

Bibbiano: la sede aziendale.
Bibbiano: l’ingresso della villa, dalla via di crinale.

L’azienda è di proprietà dal 1865 della famiglia Marzi (oggi Marrocchesi Marzi); i fratelli Federico e Tommaso ne rappresentano la quinta generazione a Bibbiano. Tommaso, in particolare, è responsabile della gestione aziendale dal 2000.

Consta di 220 ettari, dei quali 33 sono a vigneto: 30 ettari equamente divisi tra il versante di nord-est (Montornello) e di sud-ovest (dove si trova la Vigna del Capannino), altri 3 sono nel poco distante Poggio a’Lupi. In fase di valutazione un nuovo impianto con esposizione fresca per i vini IGT, a Gaglianuzzo. Si coltivano intorno a Bibbiano: sangiovese, sangiovese grosso, colorino, canaiolo, malvasia nera, malvasia bianca del Chianti, trebbiano; il ciliegiolo sul Poggio a’ Lupi.

Il resto delle colture è rappresentato dall’olivo per l’imbottigliamento del proprio olio, e da 120 ettari di seminativo che producono sfalcio per mangimi bilanciati per allevamento bovino. Interessante notare come dal 1865 i confini della Tenuta, quelli poderali e le aree a bosco, siano rimasti immutati. E’ presente l’attività agrituristica.

Bibbiano: versante sud-ovest.

Tenuta di Bibbiano è associata al Consorzio Vino Chianti Classico dal 1948 e collabora da tempo con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali, Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze. Già dagli Anni Ottanta utilizza solo prodotti a basso impatto ambientale e fertilizzanti di origine organica: oggi l’Azienda è certificata biologica sia in vigna che in cantina. Il 70% dell’energia elettrica necessaria è prodotta da un impianto fotovoltaico, per un bilancio quasi nullo di emissioni di anidride carbonica.

La produzione di Chianti Classico si articola ad oggi su:

  • Chianti Classico Annata, da vigneti su entrambi i versanti aziendali, con rese di 70 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta in acciaio per circa due settimane ed affinato 12 mesi in cemento;
  • Chianti Classico Riserva, da vigneti su entrambi i versanti aziendali, con rese di 70 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta in cemento e acciaio per circa 3 settimane ed è affinato per 18 mesi, metà massa in cemento, l’altra in tonneaux;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello, dai vigneti sul versante nord-est, con rese di 45 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta per circa 3-4 settimane in cemento con rimontaggi, affina 24 mesi parte in cemento e parte in tonneaux, ed ulteriori 6 mesi in bottiglia;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino, dalla vigna omonima sul versante sud-ovest con clone monopolio aziendale, rese di 50 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta per 3-4 settimane in cemento con rimontaggi, affina 24 mesi parte in cemento, parte in tonneaux, parte in botte grande, ed ulteriori 6 mesi in bottiglia.

Tenuta di Bibbiano fu seguita direttamente da Giulio Gambelli dal 1942 al 2004, quando il testimone passò a Stefano Porcinai il quale, oltre a seguire la parte agronomica, aveva già affiancato il Maestro, che continuò tuttavia il rapporto con assaggi e consigli amichevoli negli anni seguenti. Dopo alcune stagioni con cambiamenti di squadra, si è giunti all’assetto attuale, con la parte enologica e agronomica seguite da un team composto dagli enologi esterni Maurizio Castelli e Luca Felicioni e dall’enologo interno Davide Biagiotti.

Storicamente la cifra stilistica dei vini di Bibbiano è stata quella di una raffinatezza estrema, una levità sinuosa e femminile che poteva piegarsi alle ragioni della potenza, secondo l’annata, ma non rinunciava mai ad una magica trina, sebbene rimanesse chiaro il beneficio dell’attesa in bottiglia, per la Vigna del Capannino in specie. E’ d’altronde evidente l’effetto dell’ampiezza del versante nord-est per ingentilire la trama e i profumi dei vini. Questa la memoria affidata ai vini delle vendemmie seguite direttamente da Gambelli ed immediatamente successive. Poi si è aperta una fase più complessa di assestamento stilistico coinciso con un considerevole aumento del numero di etichette, un esteso reimpianto dei vigneti e cambiamenti nel team tecnico.
Negli ultimi anni si è puntato risolutamente sul sangiovese in purezza per i Chianti Classico (ridimensionando i vitigni complementari) ed è stato ridotto e pressoché annullato l’uso delle barrique, preferendo a preferire cemento, botti grandi e tonneaux di rovere francese. D’altra parte, i lieviti utilizzati sono sempre rimasti quelli indigeni e le fermentazioni malolattiche mai avvenute nel legno. Il processo pare ora terminato con successo ed i vini sembrano riacquistare progressivamente focalizzazione e dettaglio.

Chianti Classico 2018, vino d’annata fredda e nevosa l’inverno, fresca e umida l’estate, calda e soleggiata d’autunno; 13,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente e luminoso, gocciole lente, fitte, minute, regolari. Profumo d’intensità media, sfaccettato, etereo, fresco, giovane ma in evoluzione: inizialmente chiuso, si svela con calma. Viola, ciliegia appena matura, melagrana, mela rossa, arancia; qualche cenno verde, come d’erba medica, si sovrappone alla finezza del pepe verde,e a sottili rimandi autunnali, di liquerizia e foglie secche. Sorso svelto e ritmato, di corpo superiore alla media, ma stretto tra un tannino abbondante e grintoso, di grana fine, un’acidità tagliente come una sciabola scintillante e tanto sale: in tale morsa, la lunghezza è discreta.
Un ottimo compagno della tavola, che trasmette una benvenuta sensazione di naturalezza e presumibilmente migliorerà con l’affinamento in bottiglia: a 27 ore dall’apertura, è più armonioso, con note nette di boeri, di bosco, di menta, di ferro. (2 febbraio 2021)

Chianti Classico 2008, vino d’annata complessivamente fresca, con estate calda ma ventilata e soleggiata; 13,5 gradi d’alcol. A 12 ore dall’apertura, è rubino trasparentissimo e luminoso, che vira appena al granato sull’unghia, il vino ruota nel bicchiere veloce e leggero, con lacrime estremamente lente e persistenti. Il profumo è di intensità mediana, ma etereo, prismatico e primaverile: tripudio di fiori in composizione perfetta: viole, gigli, garofani e rose; frutta rossa freschissima: susine, pesche noci, uva, un poco di arancia sanguinella, soave; erbe aromatiche appena colte: borragine, rosmarino, timo, menta; una speziatura raffinatissima ed equilibrata; ricordi lontanissimi di pelle conciata, castagne, tabacco. Sorso succoso – con un’evidenza quasi materica di lampone – croccante e scattante, leggero, fine, equilibrato, saporito, sinuoso, arioso teso, fresco, lungo, saldamente strutturato tra un tannino felicemente abbondante, ma filigranato, ed un’acidità fermissima, delicatamente distribuita sul palato. Un’armonia di forza e di grazia, un vino indimenticabile. Dovrebbe avere ancora un po’ di colorino e canaiolo insieme al sangiovese. Meraviglioso con cavolo nero e fagioli cannellini. (2 giugno 2016)
Riassaggiatane una bottiglia anni dopo, il 21 aprile 2021, conferma le sensazioni: ancora più profumato, arioso, sfaccettato, rarefatto, maggiormente virato sui terziari, benché ciliegia e lampone siano ancora ben presenti, è divenuto tutto una trina nuda, leggera e setosa, un dettaglio struggente e sinuoso, un’armonia minuta, ma di ampio respiro. Bello, profumato, fresco, lieve, sapido, armonioso, slanciato, profondo, longevo, è l’epitome del Chianti Classico annata.

Chianti Classico 2006, vino d’annata equilbrata, con punte di afa estive; 14 gradi d’alcol. Rubino molto trasparente, tendente al granato; forma gocciole rade, lente, persistenti. Profumo molto intenso, sottilmente etereo, con viole e rose fresche e appassite, e tanta frutta rossa in evidenza, ciliegie e susine, con sfumature nitidissime di arancia; e una speziatura dolce-piccante, raffinata e intensa: cannella, noce moscata, chiodi di garofano, pepe bianco, e nero primariamente; ancora, evidente, il tabacco, ed idee sfumate di resina, di macchia marina; tracce ematiche, ferrose, e di goudron . Di notevole corpo – con tannino abbondante, ancora grintoso, ed acidità decisa – ma l’attacco è delicato, si apre a centro bocca: ha stoffa. La persistenza, pur superiore alla media, è ancora un po’ frenata dal tannino, ma il sorso si chiude su ariosi refoli balsamici. Vino lento, che richiede le classiche 12-18 ore per dispiegarsi appieno, da assaggio attento perché finto semplice, si direbbe non ancora al massimo dell’evoluzione, benché meravigliosamente gastronomico a tavola, su carni succulente o sulle classiche vivande toscane. (11 aprile 2021, due bottiglie aperte, la prima pesantemente ossidata; le note di assaggio si riferiscono alla seconda).

Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molto fresche; 14,5 gradi d’alcol. Rubino luminoso con gocciole veloci, irregolari e persistenti. Ha un fiato molto intenso, profondissimo, articolato, netto, raffinato, giovanile ma in evoluzione, molto fresco, immediatamente illuminato da un tripudiare di fiori viola e rossi; poi la frutta rossa, fresca: il lampone, le ciliegie rosse; e, nitidi, gli agrumi: arancia, chinotto; sorprendenti: i fichi, verdi e neri; tra le spezie emerge il pepe bianco, si evoca la curcuma; tra le erbe, l’alloro; uno sfondo signorile di goudron. C’è qualche sentore del legno di affinamento, tra vaniglia e cioccolato, ma in presumibile smaltimento. Il sorso è finissimo, di gran corpo, nervoso, fresco, salino e succoso, insieme snello e muscoloso, con un tannino presente in gran quantità, ma croccante e gustoso come una novella del Boccaccio, ed un’acidità d’intensità notevolissima. L’arcata gustativa è tesa e dinamica, con una persistenza molto lunga, in un finale pulito, salato, riverberante, irradiante. Un grande vino, snello e muscoloso, forse più massiccio e tecnico dei vecchi Montornello (quando non erano Gran Selezione), che ha ottimamente accompagnato un roastbeef in una calda giornata estiva, a temperatura di servizio leggermente fresca. Interessante paragonarlo al Vigna del Capannino di pari annata, più baritonale: se Capannino è un violoncello, Montornello è un violino.

Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2014, vino d’annata complicata, con inverno mite, primavera ed estate notoriamente fresche e piovose, settembre e ottobre soleggiati, ma con frequenti piogge; 14 gradi d’alcol. Stante l’annata particolare, il colore è già granato con riflessi rubino, di media profondità, con gocciole fitte, lunghe e regolari sul bicchiere. Il profumo, di intensità superiore alla media, è suggestivo, stratificato, “freddo”: tabacco, ghisa, torba, note affumicate sono in bella evidenza, ma subito emergono, evidenti, i fiori secchi – le viole soprattutto – e le ciliegie; seguono agrumi: arancia e persino accenni di lime e pompelmo rosa. Con le ore si apre su fiori freschi, succo di pomodoro, pepe bianco, cioccolato fondente. All’assaggio, la struttura e la grana tannica sono quelle tipiche del climat di appartenenza, con generosità vibrante, equilibrio, tannino importante e di grana grintosa, un po’ ruvido. Appena aperto sembra un vino che gravita sulla terra, ma con le ore anche il sorso diventa più aperto e fresco, perdendo sovrastruttura e librandosi in trasparenza. L’acidità è superiore alla media, ma non altissima, ed il retrogusto di un finale di buona lunghezza lascia un senso piacevole di uva un po’ asprigna, non del tutto matura. Assai meno setoso ed armonioso del Capannino pari annata, rispetto al quale è più nudo e leggero, risulta tuttavia più concentrato rispetto ai Montornello degli Anni Duemila. Gli giovano alcune ore di areazione, perché diventa più nervoso e agile. (31 luglio 2021)

Chianti Classico Montornello 2009, vino d’annata fredda e nevosa l’inverno, primavera fresca, estate calda e ventilata, ma con notti fresche. A 12 ore dall’apertura è rubino tendente al granato, di media trasparenza, con gocciole irregolari, fitte, veloci, persistenti. Ha profumo sensuale, elegantissimo, di notevole profondità, complessità e ampiezza, vibrante e arioso, in evoluzione, dominato dai fiori: viola, rosa, glicine; e dalla frutta rossa più fresca (lampone, fragolina, ribes, ciliegia, susina), fusa ad arancia e melograno. Sottostante, un tappeto molto delicato di spezie e di erbe: prevalgono noce moscata e pepe, rosmarino e timo. Gentili del pari, il tabacco e la pelle conciata, il miele di millefiori e castagno, e lo spunto empireumatico: una fine terziarizzazione. Il sorso ha nerbo, slancio, pienezza, ritmo, guizzo, maestosità, souplesse, con grinta e finezza tannica, un’acidità mediana e diffusissima, armonico e rotondo dall’attacco setoso e delicatissimo, fino al finale equilibratissimo, con una piacevolissima sensazione di caldo-freddo. Un vino eccellente, di sontuosa classicità, superbo su coniglio e pollo arrosto. (10 gennaio 2021)

A sinistra: Vigna di Montornello 2014; a destra: Vigna del Capannino 2014. Significativa differenza visiva.

Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molto fresche; 15 gradi d’alcol. Rubino scuro e profondo, ma non impenetrabile, con gocciole lente, irregolari, persistenti. A 12 ore dall’apertura, è del tutto inscalfito e piuttosto monolitico, quasi un bel tenebroso: il profumo, dal tratto appena etereo, è di viola scura, ciliegia scura, susina rossa scura, pepe bianco, inchiostro, idrocarburo. All’assaggio è monumentale, la struttura è potentissima e compatta, con un tannino di qualità superba ed un’agilità notevolissima. Benché molto lungo, oggi sembra frenato in una morsa tra tannini ed alcol. Indubbiamente molto giovane e dal lunghissimo potenziale evolutivo, se comincia appena a rilassarsi tra il quarto e il quinto giorno dall’apertura, incredibilmente, trovando nei profumi una florealità più luminosa e compiuta, marezzata di arancia, ed un sorso di maggiore armonia e allungo. (19 agosto 2021)

Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2014, vino d’annata complicata, con inverno mite, primavera ed estate notoriamente fresche e piovose, settembre e ottobre soleggiati, ma con frequenti pioggie; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, deciso, dall’unghia granata, con gocciole molto lente, irregolari. E’ nettamente più materico e vistoso del Montornello pari annata, alla rotazione. Profumo “caldo”, di grande intensità, etereo e di ampio respiro, vibrante: rose e viole; frutta fresca, matura, e quasi confettura, ciliegie e prugne; una speziatura ricca, dolce e piccante, pepe e cannella, che giunge a refoli perfettamente ricamati insieme con l’incenso; con la cola che addolcisce gli accenti ferrosi ed un afflato agrumato d’arancia rossa, che – nitido, signorile, mediterraneo – con la terra, la pietra al sole, la pelle conciata, “brunelleggia”.
Il corpo è pieno, con tannino in quantità, maturo ed elegante, acidità spiccatissima, col finale proporzionato, assai lungo. Un vino buonissimo, potente ma agile ed elegante, rifinito e tuttavia naturale, che ad un giorno dall’apertura mostra una tenuta perfetta ed un profilo aromatico più floreale, di viola e lavanda. Eccellente, a sorpresa, appena rinfrescato, su vitello tonnato. Indicativa la sua diversa e più sicura riuscita, rispetto al Montornello, nell’annata piovosa. (1 agosto 2021).

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996, vino d’annata con inverno rigido ed estate piovosa, sostanzialmente equilibrata, ma fresca; 13 gradi d’alcol. Aperto con adeguato anticipo, è incredibilmente rubino, trasparente, luminoso, appena distinguibile qualche accenno al granato. Lascia sul bicchiere una sarabanda di gocciole molto lente, molto fitte, regolari, di solenne andamento. Profumo integro, intenso, sfaccettato, arioso, puro; rifinito e severo insieme, come la trina di un capitello altomedievale. La freschezza cristallina del lampone e della ciliegia maturi sfuma nei fiori appassiti, rosa e viola; si screzia eterea nei balsami del rosmarino, dell’origano, dell’alloro, della lecceta: foglie e cortecce; la dolcezza domestica, malinconica autunnale della farina di castagne diviene controcanto alla liquerizia e alle nobili profondità minerali della pietra assolata, del ferro, della polvere da sparo, del goudron; infine tenui note di spezie: aliti di brezza. Di gran corpo e grande stoffa, è rotondo, completo, equilibrato e leggiadro, con quel tratto sottilmente femminile che si ritrova nei Bibbiano più vecchi: la delicatezza dell’attacco setoso si modula nell’alata forza strutturale di un tannino sciolto e rotondo, ma ancora abbondante; nell’acidità notevole e tuttavia naturalmente distribuita lungo il palato; in una salinità puntuale, infiltrante, riverberante. Profondissimo, chiude la sua lunghissima arata gustativa su echi ematici, minerali e speziati: di pepe bianco e nero, noce moscata e cenni di cannella. Un vino disegnato con perfette proporzioni, che poeticamente scavalca l’analisi tecnica: un liquido eloquio da ascoltare trasognati. Serve tuttavia meravigliosamente la tavola su arrosto di faraona e piccione. Indimenticabile. (14 luglio 2020)

Tenuta di Lilliano
Lilliano è la maestà e il mistero: vi si giunga dal lungo viale di platani che termina con un esedra semicircolare di case rustiche, alle quali è quinta il cancello della Villa; vi si giunga da ovest, incontrando prima la candida e semplice fronte di alberese della Pieve di Santa Cristina, per poi giungere allo slargo dove, a valle, sta l’edificio basso della vendita diretta, mentre a monte il possente bugnato della Villa crea l’illusione di una fortezza inespugnabile; sempre quelle grandi finestre promettono interni sconosciuti incanti, fughe di stanze memori nell’oblio del tempo, cantine ombrose dove sedersi a piè di una botte godendo il fresco nell’odor dei vini; sì che vien voglia di bussare a quel cancello, scostarlo, sgusciar dentro di soppiatto, sperando nell’invito a proseguire ed entrare in quel mondo dalla lunga storia. Quelle medesime sensazioni, spesso, ritrovo nei Chianti Classico di Lilliano.

La villa di Lilliano: fronte principale.

Il complesso della fattoria, che domina l’abitato, ha origini fortificate, ma l’aspetto attuale è ottocentesco, anche se le evidenze murarie della rocca medievale sono rinvenibili in diverse parti della struttura. In antico, fu proprietà del Marchese di Toscana, poi della Badia di Poggibonsi, quindi dell’Ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze. Venendo ad epoche più recenti, la Tenuta di Lilliano fu acquistata dal Barone Berlingieri nel 1920. La principessa Eleonora Ruspoli Berlingieri comprese e valorizzò per prima il potenziale enologico della tenuta iniziando ad imbottigliare i vini di Lilliano nel 1958 e chiamando a collaborare Giulio Gambelli, il cui rapporto con l’azienda durò qualche decennio. Le etichette del Lilliano Chianti Classico rappresentano infatti gli stemmi araldici delle famiglie Ruspoli e Berlingieri. Oggi la proprietà della Tenuta di Lilliano è condivisa dai fratelli Pietro e Giulio Ruspoli, che la conduce dal 1989; il nipote Alessandro la rappresenta nei mercati internazionali.

La villa di Lilliano: il fronte con l’accesso alla cantina storica.

L’Azienda consta di 460 ettari, dei quali 40 a vigneto ed altri 10 con diritto di reimpianto, tutti nella zona di Lilliano. I vigneti stanno tra 270 ed i 380 metri con varie esposizioni: sud, sud est, Sud-ovest, Nord. Vi si coltivano sangiovese (cloni del progetto Chianti Classico 2000), colorino, canaiolo, merlot , cabernet sauvignon e petite verdot. L’età delle viti oscilla tra i 10 e i 20 anni, con alcuni ettari recentemente reimpiantati. Le densità variano tra i 3.000 e i 5.000 ceppi per ettaro, le forme di allevamento sono guyot e cordone speronato, le rese, in media, attorno ai 45 quintali per ettaro. Tenuta di Lilliano è certificata biologica e tiene molto alla sua anima polifunzionale: accoglienza, ambiente ed, oltre a vite e vino, altre colture e produzoni: olio extra vergine d’oliva, grappa, farro biologico, condimento balsamico.

Lilliano: verso i campi, a valle.

Nei suoi tratti fondamentali, la vinificazione prevede l’impiego di lieviti selezionati, fermentazione alcolica in vasche d’acciaio, fermentazione malolattica, a seguire affinamento in legno diverso per tipologia di vino. L’ultima fase di affinamento avviene in bottiglia.

La produzione di Chianti Classico, tutta da vigne intorno a Lilliano, si articola ad oggi su:

  • Chianti Classico Annata: 90% Sangiovese, 5% Colorino, 5% Merlot; affinato in botte grande e cemento per 12-14 mesi, breve affinamento in bottiglia a seguire.
  • Chianti Classico Riserva: 95% Sangiovese, 5% vitigni complementari; affinato in botte grande per 15-15 mesi, almeno 6 mesi di affinamento in bottiglia a seguire.
  • Chianti Classico Gran Selezione: Sangiovese in purezza, selezionato dalle migliori vigne aziendali (“Le Piagge” e “Casina sopra strada”); affinato in botte grande e tonneaux di rovere francese per 15 mesi, almeno sei mesi di affinamento in bottiglia a seguire.

Come detto l’azienda fu per molti anni nell’orbita di Giulio Gambelli. Attualmente la parte agronomica è seguita da Stefano Porcinai ad occuparsi e quella enologica da Lorenzo Landi.
Genericamente si può dire che a Tenuta di Lilliano, grazie all’abbondanza di esposizioni solatìe ed alla compresenza di argilla e calcare, si esprime in vini di straordinaria compattezza strutturale e tenuta nel tempo, potenti ed equilibrati, con una discreta riserva di freschezza sia aromatica che gustativa, di riuscita talvolta eclatante nelle annate meno calde. Tipiche le note di viola e ciliegia, che con l’affinamento si stratificano ad un afflato più minerale ed empireumatico. In gioventù possono talvolta risultare alquanto monolitici.
Chi scrive non ha avuto la fortuna di assaggiare i vini dell’epoca gambelliana, restringendo gli assaggi al periodo che va dalla metà degli Anni Duemila alle ultime annate in commercio. L’impressione è che lo stile in questo lasso temporale si sia mosso da vini molto tecnici, poco allineati allo stile del Maestro, imbrigliati in una ricerca di concentrazione e morbidezza, verso espressioni più sciolte, ariose, aggraziate e pure, senza rinunciare alla saldezza strutturale caratteristica di Lilliano: un cambiamento benvenuto, che origina vini piacevolissimi.

Chianti Classico 2018, vino da annata fresca ed equilibrata, estate umida, ma autunno caldo e soleggiato; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, luminoso, con gocciole fitte, veloci, resistenti, irregolari. A tratti etereo, giovanile, me in evoluzione, è profumatissimo di frutta rossa variegata, con accenni di frutta nera (mirtillo e mora, forse), con una notevolissima sezione agrumata: un nettissimo e sorprendente mandarino, insieme ad arancia, chinotto e il cedro accennato; ed una vena verde, come di zucchina fresca (un complimento, dico io), erbe aromatiche essicate, foglia di leccio e cipresso; poi, una nitida speziatura di pepe bianco e nero, un’indole sanguigna ed ematica e note minerali, di polvere da sparo, e refoli marini. Dopo 24 ore si fa strada una certa fragola, quasi da bubble-gum. Il sorso è generoso, molto salino ed equilibrato, con un tannino importante, grintoso e maturo, ma molto educato; un’acidità notevole, ma ben integrata; l’alcol non trascurabile, ottimamente gestito, per tutto l’arco gustativo che termina con un finale molto lungo, gustoso e pastoso di tannino. Un vino forse un po’ tecnico, nel quale si percepisce una vitalità imbrigliata con disciplina, ma è originale e di grande completezza: insomma, buonissimo, piacevole a tavola anche fresco e con un eccellente rapporto qualità prezzo, che mai guasta. (7 luglio 2021)

Chianti Classico 2017, vino da annata con inverno e primavera tiepidi e poveri di piogge, estate siccitosa e calda, con basse escursioni termiche notturne; 14,5 gradi d’alcol. E’ rubino di media trasparenza, discreta luminosità, gocciole sul vetro del bicchiere fitte, veloci, persistenti, irregolari. Un po’ chiuso inizialmente, richiede ore per aprirsi, e lo fa clamorosamente: inizialmente molto concentrato, sboccia con un profumo di intensità superiore alla media, in evoluzione, etereo, melodioso, molto sfaccettato, su toni scuri baritonali, che declinano l’annata calda in struggenti suggestioni terragne ed autunnali, sempre nobili, estroverse, luminose. Si svela poco a poco, con fascino sensuale: tanta rosa, tanta viola, tanta ciliegia sotto spirito; poi susina, foglie d’ulivo, carciofo alla brace, pomodoro essicato, pepe bianco e nero, mostarda, humus; cenni di macchia boschiva, di caffè, liquerizia, si legano a tratti balsamici, ematici ed absesto. Il sorso è bellissimo: carezzevole, rotondo, vellutato, avvolgente, con ritmo e souplesse, tuttavia la fibra è saldissima, maschia. Il corpo è pieno; il tannino è abbondante, ma finissimo e maturo, dolce; l’acidità è superiore alla media, ma è affondata celata nel corpo del vino, come la salinità. Resta accennato nel finale – molto lungo- un retrogusto di mirtillo e mora. Benché di impianto classico, è moderno e contemporaneo per evidenza e precisione del frutto: in questo fermarsi a mezza via, il pregio ed il limite di questo vino molto buono. (1 febbraio 2021).

Chianti Classico 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, vivido, acceso, con gocciole irregolari, lente, persistenti, lunghissime. Profumo molto intenso e articolato, sottilmente etereo, sulla frutta, rossa primariamente: ciliegia e arancia, ricamate di mora, mirtillo, chinotto. Danzano intorno la violetta, il rosmarino, la nota verde di menta ruta ed erbe montane (quasi caramella ricola), il pepe bianco, il batticuore di una cesta di verdure dell’orto (peperoncini, melanzane, zucchine, carciofi), absesto e refoli marini.
Il sorso è ampio e largo, strutturato, sapido con un tannino abbondante e molto levigato ed un’acidità notevole, con un finale molto lungo. Un insieme molto equilibrato, un po’ tecnico e statico, ma piacevole. (29 luglio 2021)

Chianti Classico 2007, vino da annata regolare e calda; 14,5 gradi d’alcol. Una nota d’assaggio presa al volo. Due bottiglie: il vino della prima è buono, molto statico. La seconda: vino sul frutto e ben teso, femminile, ma dall’incedere maestoso, ha stoffa. Un po’ controllato, comunque ottimo e di eccellente bevibilità, malgrado l’importante grado alcolico. (1 febbraio 2021)

Chianti Classico Riserva 2005, vino d’annata equilibrata e parzialmente calda; 14 gradi d’alcol. A nove ore dall’apertura si presenta di colore granato scuro, luminoso, con riflessi ancora rubino. Sul bicchiere, gocciole molto fitte, persistenti, solenni, regolari, ritmate, quasi un colonnato brunelleschiano. Il profumo è molto intenso, in evoluzione, ma la tenuta generale, a sedici anni, è eccellente. L’insieme è eclettico, distintamente etereo seppure in po’ contratto, malgrado l’apparente contraddizione: viole e glicine con un’evidenza quasi stordente, frutta rossa molto matura (molte susine, e ciliegie), rosmarino e origano, sedano, muschio e rafano, tabacco, foglie d’autunno ed una netta marcatura di ferro, di ghisa, ematica, con sfumature empireumatiche. Si nota ancora una certa laccatura da legno nuovo. Il sorso è di bellissima stoffa: c’è pienezza d’estratti e levità. Il tannino è ben presente ampio, maturo, regolare; l’acidità superiore alla media e la salinità notevole, entrambe affondate, avvolte nel corpo del vino. Il finale, di lunghezza adeguata alla tipologia, cioè superiore alla media, è equilibrato, ma su una nota di legno nuovo. A tavola è ottimo su preparazioni grasse: oca arrosto, fegatelli di maiale. (23 gennaio 2021)

Chianti Classico Gran Selezione 2017, vino d’annata con inverno e primavera tiepidi e poveri di piogge, estate siccitosa e calda, con basse escursioni termiche notturne; 14,5 gradi d’alcol. Un sangiovese in purezza color rubino trasparente e luminoso, con lacrime fitte, regolari, lente e persistenti. Ha profumo intensissimo, quasi opulento, etereo e terragno, in evoluzione, con viola e lavanda, ciliegia e lampone in grande evidenza, trapuntate da arancia e tante spezie, tra le quali emerge il pepe, bianco e nero; una balsamicità mediterranea e domestica, di cipresso, l’avvolge. Si avverte anche una speziatura di legni all’olfazione, ma magistralmente non si ritrova nel sorso, che è di gran corpo e stoffa: si muove elegantissimo e fresco, con un tannino in quantità notevole, ma levigatissimo, un’acidità superiore alla media, seppur non altissima (5,2 g/l), verso un finale molto lungo ed equilibrato. Un vino ottimo, perfetto avesse meno sentore di legno e più libertà: sarà interessante l’assaggio tra qualche anno. Buonissimo su coniglio arrosto. (7 agosto 2021)

Rocca delle Macìe
Arrivare a Rocca delle Macìe è una sensazione straniante: si è nel mezzo della Toscana e sembra di giungere alla fine del mondo. E’ che certi giorni, tra i casali di pietra ben ristrutturati che compongono il piccolo borgo, c’è un silenzio assordante rotto solo dal vento, sotto una luce di abbagliante solarità mediterranea; e se a ovest c’è la statale e la verde, morbida, ordinata macchia di pampini del Pian della Casina, a est il climat precipita ripido, perdendosi in macchie, vallecole, forre, mentre la visuale si apre verso un infinito dove si distinguono appena Monteriggioni, Siena, la Montagnola Senese ed, in fondo, quasi leonardescamente sfumato, l’Amiata.

Vigneto Le Terrazze, a Macìe.

L’Azienda è stata fondata nel 1973, quando Italo Zingarelli, celebre produttore cinematografico, acquista la tenuta “Le Macìe”: 140 ettari, dei quali solo due a vigneto. Il sogno di creare una vera azienda agricola lo spinge ad ampliare notevolmente il parco vitato e ad acquistare tenute in altra zone del Chianti Classico. Tramanda amore e passione per l’azienda ai figli Sergio, Sandra e Fabio. In particolare, Sergio inizia a lavorare a Rocca delle Macìe con il padre e dal 1989, insieme alla moglie Daniela e con la collaborazione della sorella Sandra. Segue un periodo di consolidamento ed affermazione sui mercati mondiali.

Oggi l’azienda dispone di circa 500 ettari, dei quali 200 coltivati a vigneto e 25 ad oliveto, suddivisi tra le sei tenute di proprietà: Le Macìe, Sant’Alfonso, la Riserva di Fizzano e le Tavolelle nella zona del Chianti Classico, Campomaccione e Casa Maria in Maremma nella zona del Morellino di Scansano. Altre produzioni solo l’olio extravergine d’oliva e il miele. E’ presente l’attività ricettiva. L’azienda è certificata FFSC22000V.5 ed è in fase di Certificazione per la Sostenibilità Aziendale Viva; è certificata biologica per la produzione dell’olio.

I 32 ettari vitati a Macìe, che hanno un’altezza media di 330 metri sul livello del mare ed esposizioni vari, con prevalenza sud e sud-ovest, sono coltivati a sangiovese, colorino, merlot e cabernet sauvignon, secondo i metodi di lotta integrata, senza diserbanti e concimi chimici dal 2000. L’età media delle viti è 20 anni, allevate principalmente a cordone speronato ed in parte a guyot, su suoli di depositi miocenici, composti da calcari marnosi con tessitura argilloso sabbiosa, ricchi in scheletro e tendenzialmente alcalini: una combinazione equilibrata di galestro e alberese. Qui il sangiovese ha una maturazione molto graduale e regolare, senza eccessi di vigore e poco soggetto ad attacchi di patogeni; tendenzialmente più tardivo rispetto ad altri terreni, molto equilibrato, con un’espressività nei vini di estrema luminosità mediterranea, pur mantenendo una struttura assai solida e compatta, con finezza tannica, profondità olfattiva e gustativa, freschezza, dovute all’elevata presenza di calcare nei suoli ed alla ventilazione.

Dal 1989 l’enologo è Luca Francioni con la consulenza di Lorenzo Landi; il responsabile agronomico dal 1997 Alfio Auzzi.

Sebbene le uve di Macìe partecipino del Chianti Classico Annata e Riserva Famiglia Zingarelli di Rocca delle Macìe, con quelle delle altre tenute aziendali in Chianti Classico, il climat è pienamente rappresentato dai due Chianti Classico prodotti col solo Sangiovese di Macìe:

  • Chianti Classico Riserva Sergioveto, Sangiovese in purezza del Pian della Casina, da rese di 50 quintali per ettaro (tra 0,8 kg e 1 kg per pianta), con fermentazione alcolica di 8-10 giorni e macerazione post-fermentativa di 15 giorni, fermentazione malolattica in cemento, affinamento in botti di rovere francese da 24-35 hl per 24 mesi, 12 mesi in bottiglia. Si impiegano lieviti selezionati. (Dati riferiti all’annata 2016).
  • Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli, Sangiovese in purezza del vigneto Le terrazze, da rese di 50 quintali per ettaro (0,8 kg per pianta), con fermentazione alcolica di 10 giorni e macerazione post-fermentativa di 18 giorni, fermentazione malolattica in cemento, affinamento in botti di rovere francese da 25 hl per 20 mesi, seguiti da altri 20 mesi in bottiglia. Si impiegano lieviti selezionati. (Dati riferiti all’annata 2016).

Da uve esclusivamente del climat Macìe, dal vigneto Le Pecchie, viene prodotto anche il Roccato IGT, Cabernet Sauvignon in purezza dal 2015 (dalla prima annata del 1988 era Sangiovese e Cabernet).

In tal senso, le massime espressioni aziendali sono i Chianti Classico dei Cru di Macìe: tra i vini del climat i più immediatamente solari, diretti, potenti e sul frutto: un frutto rosso abbagliante. Vini che al momento pongono forza, struttura e rotondità sopra a grinta e dettaglio, ma che molto probabilmente riserveranno piacevolissime sorprese tra qualche anno, con la permanenza in bottiglia. Purtroppo la storia breve di queste etichette – nella loro forma attuale – non mi ha permesso un’analisi più approfondita.

Come detto, Rocca delle Macìe è un’azienda di grandi dimensioni ed un’inevitabile apertura ai grandi mercati, nazionali ed internazionali, con circa 2,7 milioni di bottiglie annue su 15 diverse tipologie di vino, distribuite in oltre 50 paesi e con una rete di vendita in Italia che copre circa 3.000 clienti. Per comprendere lo stile dei vini di Rocca delle Macìe bisogna pertanto assaggiare una porzione rappresentativa della produzione. Chi scrive ha avuto una discreta familiarità con i Chianti Classico Annata aziendali dalla fine degli Anni Ottanta ai primi anni Duemila, perché erano in lista al ristorante paterno: erano prodotti piacevoli, affidabili, inclini talvolta allo stile dell’epoca che già cercava colori fitti e concentrazioni bordolesi. Ritrovarli dopo tanti anni più definiti, puri, dettagliati, freschi, solari è stata una piacevolissima sorpresa: difficile bere meglio nella medesima categoria di prezzo e reperibilità: 970.000 bottiglie nell’annata 2018. È interessante notare anche come i vini di punta siano stati rimodulati, dagli IGT in voga negli Anni Novanta, dove il Sangiovese compartecipava, maggioritario o meno, coi vitigni internazionali, ad espressioni di Sangiovese in purezza sotto la denominazione Chianti Classico (con le sue possibili declinazioni), o, nel caso del Roccato IGT, di solo Cabernet Sauvignon, e come, per essi, l’impiego della barrique sia stato limitato o del tutto annullato. In parallelo, la pratica dell’imbottigliamento per Cru o single vineyard: vale la pena citare il piacevolissimo, morbido Chianti Classico Tenuta Sant’Alfonso (Sangiovese in purezza da terreni argillosi tra Castellina e Poggibonsi, affinato in botti di 35 hl), il profumato e dinamico Chianti Classico Gran Selezione Riserva di Fizzano (Sangiovese affiancato da colorino, che dal 2015 ha sostituito il Merlot, proveniente da vigne del versante occidentale di Castellina, ma più alte di Macìe, con terreni più sabbiosi e sassosi; viene affinato parte in botte grande e parte in barrique).
In sostanza, è raro trovare in aziende di simili dimensioni vini altrettanto territoriali e rifiniti; d’altra parte, giocoforza audacie espressive e preziosismi sono evitati, preferendovi una rassicurante solidità tecnica e quella ricerca di potenza che qualifica immediatamente il rango del vino anche al palato non esperto.

Dettaglio del Pian della Casina.

Chianti Classico Riserva Sergioveto 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, con un profumo molto intenso di frutta rossa, primariamente ciliegia, e floreale in second’ordine, che emerge col tempo: viola soprattutto, e rosa. E’ un bouquet in evoluzione, dove sono ben presenti macchia mediterranea (netti rosmarino e alloro), olive al forno, pomodori secchi, tabacco, liquerizia, cacao amaro, ed una speziatura dolce, tra cannella e noce moscata, che addolcisce il severo fondo minerale. A 18 ore dall’apertura emergono note più gravi e profonde, di terra bagnate e di cereali. Il sorso, invece, si direbbe già subito pienamente formato e godibile: tattilmente dolce, di gran corpo e con tanta polpa, con un tannino abbondante, ma estremamente fine e vellutato, un’acidità notevole e ben celata, un finale pulito, lungo, appena un po’ caldo. Un vino importante, ma di immediata piacevolezza, nel quale si sente l’apertura luminosa e mediterranea della zona, la finezza dovuta ai suoli ed il sostanziale equilibrio. Richiama per certi aspetti il Montornello, ma, più ampio, più caldo, ha meno trina, dettaglio. Produzione nell’annata di 6.600 bottiglie. Ottimo su un bollito di cimalino di chianina e mallegato della macelleria Viti di Chiesina Uzzanese. (14 febbraio 2021).

Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molo fresche; 14,5 gradi d’alcol. Produzione nell’annata di 5.944 bottiglie bordolesi,136 magnum, 25 jeroboam. . A 12 ore dall’apertura, è rubino trasparente con riflessi tra porpora e arancio, con gocciole lente, fitte, regolari, veloci. Ha fiato etereo, molto profondo e molto concentrato, in evoluzione, principalmente sui primari tuttavia, con violetta e rosa, e tanta frutta rossa in evidenza: ciliegie e lamponi, ai quali son corolla la susina, il cocomero, il fico, il corbezzolo, il gelso. Dopo altre sei ore emerge una speziatura dolce da panforte, ma con spunti più piccanti, fino allo zenzero: noce moscata, chiodi di garofano, cannella, pepe bianco e nero; nel complesso delicata, con qualche traccia di legno d’affinamento e confetto. Poi, accennati e stratificati, la balsamicità del rosmarino, i cereali, il terriccio, il goudron, sentori empireumatici. Di gran corpo e struttura, è privo di asperità, con grande concentrazione ed avvolgenza, ha un tannino abbondante ma molto vellutato, acidità e salinità notevolissime, ma celate nel corpo. La persistenza è molto lunga, con un finale assai equilibrato, sul tannino, con ritorni piacevolmente ammandorlati, da ricciarello senese. L’impressione è d un vino assai calibrato tecnicamente, al quale manca oggi un po’ di scioltezza per liberarsi dalla confezione. Averne un’altra bottiglia, si scommetterebbe su un riassaggio tra 15 anni. Validamente ha accompagnato arrosto d’agnello con patate al forno. (28 febbraio 2021)

Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Produzione nell’annata di 10.500 bottiglie. Rubino profondo, con riflessi porpora, lacrime lentissime, ravvicinate, fitte, regolari. Profumo di perentoria concentrazione, palesemente in fase aurorale della sua evoluzione (come giusto per un vino da riserva), offre una nota distinta di viola e glicine, sovrastata da frutta eminentemente rossa e, in subordine, nera: ciliegia e susina, con striature d’arancia. Emergono, più lievi, le spezie: pepe bianco e nero, noce moscata; la cola, il cuoio, la liquerizia, cenni di foglie d’olivo e di affumicato, su un sottotraccia minerale. All’assaggio è di gran corpo, concentrato, tuttavia fresco, flessuoso, di sostanziale equilibrio: il tannino abbondante e vellutato, l’acidità notevole, in relazione con le caratteristiche dell’annata, la lunghezza buona, adeguata per l’ambiziosa tipologia. Conferma le impressioni dell’annata 2016 in questa etichetta: vino da invecchiamento, con profumi da farsi e bocca in equilibrio, in continuità con le altre Gran Selezioni e Riserve del climat esposte principalmente a sud, sud-ovest: ad esempio, Vigna del Capannino. Ottimo compagno, oggi, di una bistecca alla fiorentina. (20 febbraio 2021)

6 – Conclusioni sul climat RBLM.

Si voleva dimostrare che le aziende Rodano, Bibbiano, Lilliano e Rocca delle Macìe insistono su un medesimo climat, utilizzando la definizione di climat impiegata dall’UNESCO per la Borgogna.
Attraverso l’analisi della storia, della geografia (anche nelle accezioni geologiche e climatiche), della viticoltura, delle Aziende e tipizzando i vini secondo un approccio geosensoriale, con il supportto di un piccolo repertorio di degustazioni, si crede di aver portato abbastanza elementi per individuare in questo angolo meraviglioso di Chianti Classico un’unicità che meriterebbe di venir valorizzata da una specifica Unità Geografica Aggiuntiva.

Certamente esistono differenze importanti all’interno del climat, e si è cercato di renderne conto. Si potrebbe guardare ad esse e concordare con le parole di Enrico Pozzesi, di Fattoria di Rodàno: “Riconosco che il mio è un punto di vista da produttore contadino, ma mi sembra già troppo vasta la zona Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe per potere indentificare dei caratteri unitari di questa zona“. Noi, però, quei caratteri unitari li abbiamo cercati ed abbiamo la presunzione di averli trovati, bene allineandoci alla definizione UNESCO di climat:

  • nella situazione microclimatica e geomorfologica: solatìa, a ridosso dei monti, ma influenzata dal mare, con pendenze coerenti ed una fascia altimetrica dei vigneti ricompresa tra i 200 e i 380 metri, ma con una concentrazione tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare;
  • nella matrice argillosa dei suoli, con presenza calcarea, su un’antica linea di spiaggia;
  • nella storicità dei confini delle Tenute, delle unità poderali e dei vigneti, che insistono sui medesimi appezzamenti da decenni almeno;
  • Nel “saper fare” umano, influenzato dalla figura di Giulio Gambelli (onde la centralità del Sangiovese, di selezionati autoctoni, di una certa misura espressiva) e sensibile alla sostenibilità ambientale;
  • Nelle caratteristiche gustative dei vini, che uniscono tratti di armonia, equilibrio, freschezza ad una intensità matura, struttura solida e sorso generoso, annata dopo annata.

Bisogna altresì riconoscere i limiti di questa trattazione. Lo scrivente si occupa di vino da amatore: sicuramente un professionista, dedicandosi alla materia a tempio pieno, potrà attingere a più informazioni di prima mano e compiere più lunghe ricerche. Allo stesso modo, la valutazione dei vini andrebbe svolta con una solida metodologia, familiare a chi si occupi professionalmente di misure e che, per ovvi motivi, non mi è stata possibile: analisi chimico-fisiche ed assaggi pianificati in panel, in condizioni controllate, con valutazioni statistiche e coerenza e profondità di annate; addirittura, possibilmente, valutando campionature soggette a minimi interventi enologici, parcellizzate.

Lascio appunto a chi nel mondo del vino ha la sua professione primaria la sfida di un approccio più approfondito e scientifico, nella speranza che l’amico lettore – col quale mi scuso per errori ed omissioni – apprezzi intanto l’onestà intellettuale dello sforzo compiuto: un piccolo atto d’amore per un grande territorio.

L’ultima sfida, qualora fosse universalmente accettata l’unità del climat RBLM e si volesse sancirlo in Unità Geografica Aggiuntiva, sarebbe trovargli un nome adeguato: giacché “Lilliano”, come viene spesso indicato in letteratura, è un marchio registrato aziendale, ed l’ipotetico “Pieve di Santa Cristina” plausibilmente porterebbe a confusione con altri ben conosciuti vini. Perché allora non intitolare proprio a Giulio Gambelli la via di crinale tra Rodano e Macìe e da essa discendere il nome del climat?

Capitolo V – Nel più bel sogno: una nuova legislazione per il Chianti Classico ed oltre.

“La beuté d’un vin doit etre l’expression et la compréhension d’un lieu, la main de l’home est un affaire de style“. Stéphane Derenoncourt, Le gout retrouvé du vin de Bordeaux.

Il futuro del Chianti Classico risiede nella sua storia e nel suo territorio: pur tenendo conto delle dinamiche locali, costituite da imbottigliatori, grandi aziende, fattorie, piccole produzioni poderali, bisogna riportare il Chianti Classico a rappresentare un luogo, o, almeno, riallacciare la produzione a un luogo. Questo è possibile solo valutandone i vantaggi economici, perché i climat sono sempre l’invenzione di una società, basata sulla produzione e sul commercio del vino, che ne ha riconosciuto la validità come strumento di crescita comune e che, pertanto, nel tempo si è impegnata a tutelarne l’unicità e la promozione.

L’introduzione del concetto di Unità Geografiche Aggiuntive è stato l’evento più atteso da chiunque ami questo territorio e i suoi vini, ma c’è ancora molta strada da percorrere. Anzitutto, sarebbe importate poter utilizzare le UGA non solo per la Gran Selezione, ma anche per le tipologie Riserva e Annata. Inoltre, come scritto in precedenza, ci sono altre potenziali UGA che meritano di essere sancite e, per ciascuna di esse, serve una letteratura atta a portarle a conoscenza del pubblico.


Si vorrebbero vedere valorizzate con una DOC e chiaramente legate al territorio anche altre produzioni di alta qualità, del tutto confacenti ad una lunga traduzione, che oggi sono derubricate a IGT Toscana, perché anch’esse contribuirebbero a rinforzare l’identità del territorio, frantumando il concetto di vino tipico, duro a morire: ipotetiche denominazioni come “Bianco del Chianti Classico”, o “Rosa del Chianti Classico” o, ancora più risolutamente, “Malvasia di Castellina in Chianti”, “Canaiolo di Panzano in Chianti”, cioè col legame territoriale il più possibile in evidenza e con l’attenzione ai vitigni autoctoni.

Ancora, lo stile delle tipologie Chianti Classico che si vorrebbe trovare è quello legato ai valori tradizionalmente legati al territorio: freschezza, finezza, eleganza, mineralità, sapidità, raffinatezza, troppo spesso ancora oggi diluite dalla ricerca di un tipo costante da proporre sui mercati o dalla ricerca di un gusto internazionale. Esiste – legato anche ai cambiamenti climatici, ma non solo – un problema di concentrazioni e gradazioni eccessive che minano la bevibilità, specie dei Chianti Classico Annata: l’impiego di una percentuale di uve bianche, all’uso antico, potrebbe essere un buon aiuto e tale opzione meriterebbe il reintegro nella DOCG, invece di condannare i buoni vini in tal modo prodotti, che non mancano, a un insipido Toscana IGT.

Dicevano i miei vecchi, quand’ero bambino: “In Toscana è tutto Chianti“: sicuramente, lo capisco ora, si riferivano inconsciamente a quel concetto di vino tipico, prodotto appunto alla maniera del Chianti, cioè – incrociando diverse testimonianze storiche – da viti collinari, allevate basse (ad alberello, a capovolto toscano, a guyot) per un vino: secco; di corpo e di grado, ma non eccessivi; profumato e fresco; ragionevolmente serbevole; dove il sangiovese giocasse il ruolo primario. Anzi, avendo sentito ripetere quel “In Toscana è tutto Chianti” persino nelle pianure pistoiesi e maremmane, credo che per i vecchi il termine “Chianti” fosse, veramente, sinonimo di Sangiovese.

Proprio dal Sangiovese, dunque, si deve ripartire per la massima esaltazione territoriale: questa potrebbe essere appunto la miglior chiave di lettura per la tipologia Gran Selezione, abbinandola alla menzione geografica aggiuntiva: ricercando, più che modelli precostituiti, l’identità del territorio tramite il vitigno principe di questi luoghi, che sa essere, come nessun altro in zona, specchio trasparente. Il recente cambio del disciplinare, che prescrive ora di utilizzare per la Gran Selezione nove parti di sangiovese e solo vitigni complementari autoctoni per la restante, vietando quelli internazionali è un passo nella giusta direzione, fors’anche un compromesso accettabile.

Infine, la vexata quaestio del nome Chianti, utilizzato per vini che nascono fuori dal Chianti Classico.
Intelligentemente i produttori del Chianti Classico dovrebbero far rete con i migliori produttori di vino Chianti, sulla base delle stesse esigenze di riconoscimento e promozione territoriale, svuotando dall’interno il significato del vino tipico Chianti “non classico”: basterebbe, in una fase di transizione, porre l’accento sulla sottozona, ad esempio Rùfina – Chianti, o Colli di Firenze – Chianti, senza altrimenti toccare il disciplinare, per arrivare un giorno, ai Rufina, ai Montalbano, ai Montespertoli, e via discorrendo.

Forse tutto questo è solo un bel sogno, ma la Toscana, l’Italia, lo meritano.

Ringraziamenti, Disclaimer, Fonti.

Ringrazio vivamente le aziende Fattoria di Rodàno, Tenuta di Bibbiano, Tenuta di Lilliano e Rocca delle Macìe (e le rispettive Proprietà), che mi hanno fornito tanto interessante materiale sul quale lavorare.

In particolare, per aver pazientemente risposto alle mie domande, ringrazio:

  • Enrico Pozzesi (Rodàno);
  • Tommaso Marrocchesi Marzi (Bibbiano);
  • Francesca Rossi (Lilliano);
  • Thomas Francioni (Rocca delle Macìe).

A Tommaso, che è anzitutto un caro amico, va un ringraziamento speciale per avermi stuzzicato a scrivere questa disamina, incoraggiandomi, dedicandomi tempo e mettendomi in contatto con le altre tre aziende.

Sottolineo che ogni concetto o giudizio esposto è frutto del pensiero dello scrivente e non riflette necessariamente, in tutto o parte, né il pensiero delle persone citate nei ringraziamenti, né delle rispettive Aziende.

Circa i vini dei quali si sono riportate le note di assaggio, sono stati tutti regolarmente acquistati come privato acquirente in più riprese, tranne tre di Tenuta di Bibbiano, gentile omaggio di Tommaso in due diverse occasioni tra l’aprile del 2019 e il maggio del 2021:

  • Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2016;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2016.

Tutti i vini sono stati conservati nella mia cantina più o meno a lungo e degustati in vari momenti, per lo più a tavola, in compagnia, con pro e contro del caso.

Per la tipizzazione dei vini, oltre alle note di degustazione riportate, sono ricorso alla memoria di altri assaggi effettuati negli anni in occasioni disparate ed a quanto disponibile in letteratura.

Le informazioni utilizzate, oltre a quelle fornite dalle Aziende, sono state reperite in rete e su libri. Tra le varie pubblicazioni consultate, segnalo:

  • Chianti Classico, di Bill Nesto e Frances Di Savino; University of California Press;
  • Guida al Chianti, di Giovanni Righi Parenti; SugarCo Edizioni;
  • Atlante del Chianti Classico, di Enrico Bosi; Sansoni;
  • Alla ricerca del “vino perfetto”: Il Chianti del Barone di Brolio, di Zefiro Ciuffoletti; Olschki;
  • Native Wine Grapes of Italy, di Ian D’Agata; University of California Press;
  • Le strade del Chianti Gallo Nero, di Brachetti, Morelli, Stoppani; Bonecchi;
  • Il Chianti; Le Lettere;
  • Mappa del Chianti Classico; Alessandro Masnaghetti, Enogea;
  • Il Chianti, di Giovanni Rezoagli; Società Geografica Italiana;
  • Geologia dell’area compresa tra Siena e Poggibonsi “Bacino del Casino”, di Bossio, Mazzei, Salvatorini, Sandrelli; Atti Soc. tosc. Sd. nat.. Mem., Serie A (2000-2002)
    pagg. 69-85, figg. 8;
  • Argille Azzurre, di Faloni, Petti, D’Ambrogi; CNR;
  • Il Sangiovese del futuro; Fondazione Banfi; Actes Sud;
  • Giulio Gambelli, l’uomo che sapeva ascoltare il vino, Carlo Macchi; Slow Food Editore;
  • Le Gout Retrouvè du vin de Bordeaux Jacky Rigaux e Jean Rosen;
  • Les climat du vignoble comme patrimoine mondial de l’humanitè, a cura di Jean.Pierre Garcia, Editions Universitaires de Dijon.

Le fotografie sono mie.

La riproduzione, anche parziale, di testo e immagini, è riservata.

Appendice – Le annate nel climat RBLM

La tabella sottostante è stata creata dall’autore, sintetizzando il giudizio descrittivo sulle annate espresso singolarmente dalle aziende Rodano, Bibbiano, Lilliano, Macìe. Valutazione crescente da * a *** .

Spumante Gigli Metodo Classico Brut, lotto 1-15, sboccatura 16-03-18, 11 gradi.

La Garfagnana è terra di straordinaria fascinazione, un angolo di Toscana per certi versi ancora appartato e segreto.

Si snoda lunga e stretta lungo il corso del Serchio, tra alture boscose, imponenti e ripide, intervallate qui e là da vallecole minori che si aprono come diverticoli, nascondendo borghi, grotte, torrenti. “La Garfagnana è posta tra l’Appennino, che la divide dalla valle del Po, e le Alpi Apuane che la separano dal mare Tirreno: la cruna di quelle sue giogaie è appunto in gran parte il confine naturale e insieme amministrativo della Garfagnana” (da “La Garfagnana”- Atti della giunta agraria 1883).

Una terra dura e severa, scavata dalle acque, che hanno tagliato le montagne in orridi spettacolari, gli strati geologici nudi. Un paesaggio introverso, quasi nordico, che pare uscito dai quadri dei pittori romantici di primo Ottocento, dagli scorci vertiginosi di un Caspar David Friedrich; specie l’inverno, quando le cime ardite emergono dalle nebbie del fondovalle, quasi memore dell’origine lacustre: 2054 metri la vetta del Prado, 1946 metri il Monte Pisanino, a occidente.

Chi la visita, tuttavia, non sfugge a un sentimento di magia sospesa: saranno i suoi silenzi, le pievi millenarie, le stratificazioni storiche, i rimandi sonori delle acque e degli uccelli; o una certa luce, qui spesso indiretta, schermata dai monti e dalle gore che la curvano e la sbiecano in lame. Terra di leggende popolate di fate e folletti, come forse solo l’Amiata è pari in Toscana; e, come l’Amiata, luogo eletto di eremitaggi e misticismi.

Tanta bellezza, tuttavia, cela una storia di miseria: terra fredda, le Apuane la escludono dai venti marini, la più fredda della Toscana; e la più piovosa: in media, 1356 mm l’anno, che erano oltre 1770 millimetri negli Anni Venti e raggiungono massime di 3000 mm l’anno. Per confronto, la media annuale di pioggia a Castellina in Chianti è 921 mm, a Udine 1377 mm, a Londra 690 mm, a Reims 625 mm, a Beaune 912 mm. “...il garfagnino cerca i mezzi minimi di esistenza nello sfruttamento del bosco e del sottobosco…“: così denunciava un rapporto prefettizio dei primi del Novecento, quando la disoccupazione qui arrivava al 70% e la gente emigrava in massa, verso il Nord, Oltralpe, o le Americhe; fenomeno iniziato già a metà Ottocento e protrattosi per oltre un secolo.

Ai giorni nostri, fortunatamente, la situazione è cambiata: industria, artigianato, turismo, sagre, festival musicali, giacimenti enogastronomici; per qualcuno è “la valle del bello e del buono”. Nuove attività e colture hanno soppiantato quelle tradizionali, inclusa la viticoltura: del vigneto più estremo della Toscana rimangono muti testimoni chilometri di ripidi terrazzamenti, che il bosco inesorabile ricopre, come nel Nord Piemonte; e una mezza dozzina di antiche varietà locali. Alcuni coraggiosi vignaioli producono vini di qualità, ma le vigne rimaste sono pochissime rispetto all’estensione dell’antica viticoltura.

Capitai appunto qualche anno addietro – era l’aprile o il maggio 2018- a Borgo a Mozzano, piccolo comune sulla destra orografica del Serchio, in occasione della locale Festa dell’Azalea, la cui origine è del 1970, quando il Centro Studi Agricoli constatò che quei fiori vi crescevano spontaneamente, vuoi per il terreno, o la ricchezza delle acque, o il particolare microclima, influenzato dal fiume e dai monti che cingono il paese: se questo si adagia su uno stretto pianoro a 96 metri sul livello del mare, lo dominano vette e altopiani che si elevano bruschi, sfiorando i 1000 metri. Il Centro Studi Agricoli aiutò chi fosse stato disponibile alla floricoltura e alla commercializzazione, creando così nuove entrate e occupazione in questa terra marginale che viveva, così, l’onda lunga del boom economico.

Quel giorno il paese era tutto una festa: correvano i bimbi tra le bancarelle, gorgogliavano le acque dei numerosi torrenti che l’attraversano, le bandiere dei rioni gareggiavano con le azalee nel’osanna dei colori. Sotto un portico in via Roma, dipresso al palazzo del Comune, stava il banco dei Vignaioli di Borgo a Mozzano, quattro o cinque aziende, se ben ricordo. Fui particolarmente incuriosito dai vini di un signore dagli occhi cilestrini ed il sorriso franco e aperto, che sfoggiava un cappello di paglia sulle ventitré e vistose bretelle. Mi raccontò, con passione e sense of humor, che nella sua azienda, Cantina Gigli, produceva artigianalmente due spumanti, un metodo classico ed un sur lie, da una vecchia e rara varietà rossa locale, la barsaglina.

Comprai due bottiglie senza nemmeno assaggiarle, forzando un po’ la mano, perché non le riteneva ancora pronte: gli promisi che le avrei sistemate in cantina, lasciandole maturare qualche mese.

Per i casi della vita, le due bottiglie rimasero a riposare ben più di qualche mese. Nel frattempo, però, ho incontrato quel signore in varie manifestazioni, scoprendo che il suo nome è Angelo Bertacchini, di professione agronomo-enologo, e ho assaggiato alcuni vini delle aziende per le quali è consulente: ottimi, di espressione sincera ed elegante, raffinatamente artigianali, precisi nell’evocazione di terroir.

Finalmente mi sono deciso ad aprire quel metodo classico di Cantina Gigli, che tanto mi aveva incuriosito: una bottiglia del lotto 01-15, sboccata il 16 marzo del 2018.

Così buona, interessante e sorprendente, che ho contattato immediatamente Angelo per rinfrescare la mia memoria e saperne di più.

Ho ricevuto” mi racconta Angelo “questa mia piccola azienda dai miei nonni, Alvaro e Anna, che erano contadini a tutto tondo a Borgo a Mozzano. Due vacche, formaggio, ortaggi, frutta, azalee: di quello loro campavano, ma avevano anche una produzione di olio e di vino, che vendevano ai ristoratori della vallata in damigiane e fiaschi.

Quando ho preso le redini, ho pensato fosse impossibile gestirla in quel modo ed ho puntato sulla passione comune che avevo con mio nonno: il vino.

I due vigneti erano esauriti, una babilonia di vitigni, allora ho pensato di scegliere il più promettente e rappresentativo del territorio. Fu cosi che nel 2010 ho piantato mezzo ettaro di barsaglina, circa 3800 piante.

I vigneti si trovano a circa 180 metri di altitudine, subito alle spalle di Borgo a Mozzano, in una conca esposta a sud e ripatata dal “cavallone”, una nebbia fredda che discende ogni mattina lungo la vallata del Serchio.

Da prima pensavo di fare un rosso, vista le caratteristiche del vitigno, ma poi mi sono reso conto delle sue potenzialita’ come rosato e, in special modo, spumante. Dal 2012 ho iniziato a fare prove, ma la prima annata in commercio e’ la 2014, sboccata nel 2018 ed imbottigliata nel 2015, con un 15% di una quota di riserva.”

L’Azienda si trova nella frazione di Oneta e nella piccola cantina le operazioni sono artigianali: remuage, sboccatura, tappatura, tutto avviene manualmente, con mezzi di essenzialità francescana. L’approccio in vigna – che mi dicono bellissima – è il medesimo: lo stretto necessario, accordandosi all’ambiente naturale circostante, boschivo, più che a qualche certificazione.

Con queste premesse, facilmente si immagina un vino originale, ma nulla prepara alla personalità ed alla compiutezza del Metodo Classico di Cantina Gigli, rilasciato come brut nell’annata in oggetto, extra brut in altre uscite.

E’ ramato trasparente e luminoso, un particolarissimo punto di colore, raro, simile – ma non uguale- alla tinta degli Champagne da Pinot Meunier o di qualche Sorbara fortuitamente invecchiato.

In poche manciate di secondi, si smaltisce nel bicchiere l’ossigeno intrappolato, che confonde l’immagine con le sue bolle grosse e disordinate, e nitida risalta una mousse fine, sottile, continua, elegante, molto durevole: ottima.

Anche il profumo richiede un po’ pazienza per perdere qualche velatura riduttiva, ma è un attimo: poi il vino è comunicativo, con un profumo delicato, tuttavia penetrante, etereo, nitido, complesso.

Il candore di una fioritura primaverile di peschi e acacie; la freschezza del melograno, del ribes, del lampone; la polpa delicata e soda della mela renetta, dell’albicocca; la ricchezza dorata dei cereali, il malto in evidenza; poi, tratti boschivi e minerali: il mallo di noce, il muschio, la pietra bagnata al sole, sullo sfondo il terriccio, cenni di aldeidi. Il profumo dei lieviti, pur percettibile, è misurato, armonioso, tridimensionale.

Bevendolo conquista: il sorso nitido, drittissimo, penetrante, asciutto, estremamente sapido ed acido; quasi percussivo, ma bastevolmente ampio e contrastato, equilibrato e virile nel notevolissimo allungo perdurante freschezza; il grado alcolico gentilissimo.

Per trovare spumanti metodo classico così verticali, vibranti, stilizzati, bisogna normalmente guardare molto più a settentrione, varcando, se è il caso, le Alpi. Questo Metodo Classico di Cantina Gigli, però, ha una identità tutta sua: spiazzante minimalismo e forza interiore.

L’abbinamento perfetto forse sui grandi sapori artigianali della tradizione locale: la norcineria e i formaggi, ma sarebbe stato bello sperimentare, ne avessi avuta un’altra bottiglia, con le paste, le carni, i pesci, osando persino – potendo – la selvaggina da piuma.

Vino visionario, questo, perché ritrae fulminante l’asprezza e l’armonia di un territorio duro, freddo, montano: le sue ombre e le luci, le morbidezze e gli angoli scabri.

Più ancora, perché indica magistralmente una via inesplorata e possibile: ripenso ancora a quei terrazzi coperti dal bosco, a quei muri a secco che ostinatamente si arrampicano sui monti, quasi volessero toccare le cime innevate, come li ho visti d’inverno dalla spianata aerea e sospesa del candido Duomo di Barga; e come sarebbe bello vederli rivivere, gettare pampini di barsaglina, di sangiovese e di altre uve ancora, esplodere di grappoli diventando la patria toscana di spumanti eroici e ricercati.

Barbera d’Asti DOCG 2014, Cantina Mosparone, 13,5.

vini leggeri, succosi e coinvolgenti, la cui dinamica gustativa stimola il sorso successivo e rende la beva particolarmente agile e gratificante”; questi intendeva proporre pubblicazione di qualche anno addietro, ad opera del l’autorevole trio Castagno, Gravina, Rizzari.

Con molta e vera modestia, credo che questo meraviglio Barbera d’Asti 2014 sarebbe degnissimo protagonista di quel libro. Questo Barbera, affinata in acciaio e vetro dopo una breve macerazione, mi pare una sorta di noumeno: la concretizzazione di quanto di bello ed ideale quell’uva ha da offrire.

Un colore rubino fitto ma trasparente, di lucentezza smagliante, con una trina di gocciole fitte e persistenti a corona.

Un profumo intensissimo, giovanile con appena qualche cenno sensuale di sviluppo. Un tripudio di frutta rossa, la classica fragola-ciliegia, freschissima, nitida, centrata, sfuma tuttavia nelle ampiezze prospettiche di un paesaggio autunnale, che sa di nebbie, di zolla rivoltata, di foglie ingiallite, di corteccia d’albero, di muschio, di sangue, di spezie: la noce moscata, la curcuma, il pepe bianco e quello nero. Forse, nascosto tra i riverberi di luce, un fondo segreto di erbe officinali.

Un sorso agile, gustoso, estremamente vibrante -la quarta corda di un violino colpita da un arco appassionato- irradiante, ritmato; dal tannino delicatissimo, fine;dall’acidità vivida senza eccessi; dalla salinità imperiosa; dall’alcol misurato ma che piacevole scalda; dalla persistenza importante, ma alata.

Ecco: il colpo d’ali fa la differenza. Come quando si ascolta un brano risaputo sotto le mani di due pianisti: le note sono le stesse, entrambi non ne perdono una, magari nemmeno una sbavatura per entrambi; il tempo scelto è lo stesso, pure le dinamiche coincidono; eppure una delle due esecuzioni è cosa viva, palpitante, la musica sembra svolgersi di fronte a noi per la prima volta, raccontando una storia: quello il genio. Il resto, è solo corretta ripetizione di eventi noti.

Così, anche se nella vita di Barbere se ne son bevute altre cento, con questa sembra di assaggiarla per la prima volta.

Non conoscevo affatto Cantina Mosparone fino al novembre del 2018, nemmeno per sentito dire. Mi accostai ai loro vini casualmente al Mercato FIVI lo scorso anno, restando letteralmente di sasso: trovai tutte le loro etichette eccellenti e rispondenti alla definizione sopra citata. Solo casualmente mi trovo ad aprire e raccontare questa prima delle altre che acquistai allora.

Cantina Mosparone si trova in quella parte del Monferrato Astigiano che confina col torinese, tra i comuni di Castelnuovo Don Bosco e Pino d’Asti. Zone che ricordo verdi, deliziose e boschive.

Fondata nel 2008, è evidentemente impostata con criteri moderni, lavorando con attenzione uve da terreni di marne grigio-azzurre posti a circa 400 metri di altezza.

Quell’insieme di territorio vocato e di modernità tecnologica origina vini di straordinaria pulizia olfattiva ed equilibrio.

Per noi oggi, sulla tavola, questo Barbera è stato eccellente con tortellini in brodo e un indimenticabile biancostato bollito di chianina, acquistato presso la benemerita Macelleria Ricci di Trequanda, Siena.

Chianti Classico 2014, Monteraponi , 13 gradi.

Mi disse una volta un amico vignaiolo: “L’annata calda e secca non è mai un grosso problema e si può gestire, perché si hanno uve sane e mature. L’annata fredda e piovosa crea guai”.

Il 2014, appunto, fu un’annata di quelle che creano guai, nei ricordi dei vignaioli coi quali ho dialogato in tante zone del Centro e del Nord Italia; del Sud non saprei dire, né escludo zone privilegiate dal meteo, a macchia di leopardo.

Quell’anno però nacquero anche parecchi buoni vini rossi, che compensavano con profumi affascinanti strutture più snelle del solito; trovando anzi, in certi casi fortunati, l’equilibrio e lo slancio talvolta sfuggente a vini vigorosi o di ampie forme.

Dietro a queste riuscite, immancabilmente, tanto duro lavoro, selezioni drastiche dei grappoli in vigna e scelte accorte in cantina, fino alla rinuncia di produrre le selezioni più ambiziose.

Magari, ad aiutare, vigne con esposizioni assolate e calde, con quote non troppo elevate.

Si immagina perciò la difficoltà del 2014 a Radda in Chianti, così interna ed elevata che un tempo, quando le stagioni erano mediamente più fresche e la viticoltura più primitiva, il sangiovese spesso stentava a maturare: lì i vigneti sono tra i boschi fitti, alti sopra i 500 metri, con monti e colline strette d’intorno.

Eppure a qualcuno riuscì il miracolo: merito del terroir, che è suolo, clima e tradizione vinicola, ossia mano umana.

Monteraponi è azienda e cru, essendosi costruita negli anni reputazione solidissima. Questo Chianti Classico 2014, il meno ambizioso fra i loro, tratteggia un disegno dove stile, naturalezza, preziosità, forza e grazia si fondono in composta eleganza.

È rubino assai trasparente, con gocciole abbondanti e lente.

Di profumo assai intenso, sfaccettato, ove trionfa vivaddio l’uva nella sua identità primigenia, impreziosita di dettagli e sfumature minute come l’intarsio prezioso di un orefice o di un ebanista: un bouquet floreale dominato dalla viola; un pacato trionfo di ciliegia, amarena, lampone, contrappuntate triplicemente da droghe e spezie.

Poi agrumi, spunti vegetali e minerali. Allora, prismaticamente, rilucono arancia e chinotto; pepe nero e bianco insieme alla noce moscata, al chiodo di garofano, al caffè, al cacao amaro; alloro, rosmarino, cenni di oliva al forno e di legna bruciata che si fondono al ferro, il sottotraccia che così spesso ritrovo nei Rossi di Radda.

Questo preziosissimo fugato di profumi è sfumato da una distanza che lo rende struggente, con crescendo che portano più vivida ora l’una, ora l’altra voce: il caffè può dominare un istante, per poi cedere la scena alla viola.

Il corpo è medio, agile, ma di una maestà composta e di classica proporzione. Un concentrazione di gusto notevole, compatta, incisiva, centrata su assai più di quello che suggerirebbe l’annata, e l’innerva in maglia salda una filigrana salina unita a un’acidità misurata e ad un tannino rifinito, delicato, ma presente.

Il finale è pulitissimo, equilibrato, fresco e salino, con un retrogusto coerente di bella lunghezza: ancora prevale il gusto d’uva.

Questo Chianti Classico ha l’eleganza affascinante di una dama in lungo ed è flessibilissimo sulla tavola: sta bene tanto sulle paste che sulle carni, persino, per prova provata, sul difficilissimo mallegato toscano.

Il mio Benvenuto Brunello 2019: tutti i colori del cielo.

Premessa

Qualcuno lo ha anche chiesto: “Chi viene al Benvenuto Brunello? Chi viene ad assaggiare l’annata 2014?”

La domanda, formulata da persona assai acuta e che ben conosce il mondo del vino, mi era girata per il capo almeno fin sulla soglia dei chiostri del Museo di Montalcino.

“Io sì!”, avrei voluto rispondere, perché mi piace il Sangiovese in tutte le sue bizzarrie; mi interessa il territorio di Montalcino – natura e uomini – anche in annate difficili come la 2014; è l’occasione di incontrare persone che stimo, ed amici, in un contesto festivo e allegro.

Inoltre, mi offre la scusa per tornare a Montalcino: passata Buonconvento, con le sue mura che paiono creta d’artista, appare fiera ed arcigna lassù, ma è come un invito.

Risalendo i fianchi del colle, scorrono paesaggi e nomi familiari: Montosoli, Canalicchio…l’incanto riconquista ogni volta, adagio.

Infine, in alto, a poche curve dalla Fortezza, il paesaggio si apre improvviso verso occidente: ampio, aereo, grandioso, solenne, infinito ed immoto verso la Maremma. Il fiato è sospeso, la magia ripetuta.

A sera, col buio, dalle Logge di piazza Mazzini dove la folla brinda nei giorni di Benvenuto Brunello, il vociare si spenge nel silenzio solitario dei vicoli e la luna occhieggia fra le tegole, mentre la notte ammanta la Val d’Orcia: la zolla respira all’unisono col firmamento.

La mattina profuma di pane l’aria fresca e pura, sotto un cielo blu, senza nuvole: pare rubato a Simone Martini. Al bancone del macellaio, chiacchiere buffe, perdigiorno; sagge e vitali tuttavia, quanto quelle di un capitano d’azienda sui calici delle nuove annate: popolo e nobiltà, qui, si danno la mano, figli di un’unica tradizione.

Una Comunità di gente forte e allegra, ospitale e gentile, ma sanguigna, col gusto del pettegolezzo piccante così candido da avere in sé la propria assoluzione; abituata a lavorare sodo, specie quando la stagione è inclemente.

Chi arriva qui, sposando quei valori, non è più ospite: diventa amico, familiare, anche se si ferma solo poche ore; e, quando parte, vorrebbe subito tornare e chiamare questo luogo, un giorno, casa.

Le annate presentate: tutti i colori del cielo.

Le annate presentate sono spettacolarmente diverse, persino opposte, quasi rappresentassero tutti i colori del cielo.

A Benvenuto Brunello 2019 si assaggiano i Brunello di Montalcino 2014, i Brunello di Montalcino Riserva 2013, i Rosso di Montalcino 2017, ed alcune uscite ritardate, principalmente Rosso di Montalcino 2016.

È sempre arduo e inadeguato trarre conclusioni da assaggi avvenuti in piedi ai banchetti. Provo a tracciare linee generali; però, amica o amico lettore, prendi le mie descrizioni col beneficio del dubbio.

La 2014 fu estremamente difficile, con molta pioggia, poco sole e temperature sotto la media, già da maggio. Precoci fioritura ed invaiatura, ma quest’ultima e la maturazione furono rallentate da piogge e scarsa luminosità, perdurate agosto e le prime due decadi settembrine. In molti vigneti comparvero muffe, richiedendo continue attenzioni e, sovente, lo scarto di importanti quantitativi di grappoli. Il tempo migliorò solo a fine settembre, inanellando giornate calde e soleggiate che premiarono chi aspettò a vendemmiare; ciò nonostante, in certi vigneti alti e freschi il sangiovese stentò assai la maturazione. Indicativo che taluni produttori rinunciassero a imbottigliare Brunello.

Il risultato nel calice è assai variabile. Numerosi Brunello sono soddisfacenti: scorrevoli, eleganti, dinamici, piacevoli, più che forti e complessi; alcuni, oggi costretti tra tannino ed acidità causa un centro bocca poco polposo, potrebbero riservare piacevoli sorprese con un moderato invecchiamento; altri, invece, sono pieni, ma con note di frutta surmatura: giovandosi forse del 15% di taglio con altre annate previsto dal disciplinare, hanno un poco snaturata l’identità del millesimo.

In generale, i Brunello di Montalcino 2014 mi sembrano suggerire un consumo immediato o differito di pochi anni; godendoli a tavola, anche su preparazioni leggere, mediterranee, persino sui pesci della tradizione campagnola, in umido.

Non mancano, comunque, conseguimenti notevoli.

Credo che alla riuscita di un buon Brunello di Montalcino 2014 contribuissero diversi fattori, quali: le condizioni dei singoli vigneti (esposizione, ventilazione, suolo; età e tipo dell’impianto); la disponibilità di vigneti diversi e non contigui, così da dosare uve e tagli; l’esperienza del produttore, sia in vigna che in cantina; la solidità economica, laddove “salvare il salvabile” significava rinunziare a notevoli quantitativi d’uva, diradati e scartati per migliorare il rimanente.

Più di altri anni il buon risultato sembra quindi dipeso dalla mano dell’uomo che, consapevolmente, ha accompagnato la natura al conseguimento desiderato, lasciandole libertà di esprimersi. Facile a dirsi, difficile a realizzarsi: infatti i Brunello 2014 di certi produttori promettenti sembrano soffrire la limitata esperienza: ad esempio, in taluni casi il legno di affinamento marca una materia meno ricca del solito.

L’annata 2017 ebbe altro andamento, non meno difficile: gelate ad aprile inoltrato, soprattutto alle quote più basse, soggette all’aria fredda del fondovalle; l’estate siccitosa, causa di difficile maturazione. Si dice comunque sia più facile gestire l’annata calda e secca rispetto a quella fredda ed umida: molti Rosso di Montalcino 2017 lo confermano, sfoggiando nerbo ed inattesa freschezza.

Gli assaggi dei Rosso di Montalcino 2016, di forza e di grazia, con profumi fascinosi, ribadiscono l’annata straordinaria, ravvivando l’attesa per i futuri Brunello.

I Brunello di Montalcino Riserva 2013 raccontano un millesimo equilibrato: composti, dignitosi, sfumati.

Intermezzo: la cena al Giglio e tre vini da ricordare.

Cenare al Giglio il venerdì sera, prima della giornata degli assaggi, è diventata una bella tradizione.

Per ricongiungersi in clima conviviale e ritrovarsi dopo un anno, rinsaldando i propri legami, la compagnia ghiottona, si giova dell’eleganza d’antan del ristorante, dell’ottima cucina e dell’eccellente carta dei vini, che indaga profondamente la produzione locale.

Tra una tartare di Chianina e un peposo, tra crostini di fegato di fagiano e pecorini locali, fino al trionfo di fiorentina e ai dolci, ci siamo deliziati di chiacchiere e di vini che non si possono tacere.

Rosso di Montalcino 2013, Podere San Giuseppe – Stella di Campalto: un vino indimenticabile, un’ipotesi di Sangiovese gloriosa e aerea, iridescente per le sue mille sfaccettature, etereo ed insieme profondamente radicato alla terra nei suoi profumi, un carezza sensuale di sfericità setosa e inestinguibile sul palato. Quasi un’epifania, per quanto riesce a ricordare i Rosso di Montalcino che nascevano a Poggio di Sotto sotto l’egida del duo Palmucci-Gambelli. Complimento migliore, non saprei fargliene.

Rosso di Montalcino 2014, Podere Salicutti: è un velluto setoso che appaga e convince, è una fittezza di trama piena di intenzione, dalla fibra suadente e dalla pennellata bronzea, tenorile. Malgrado l’annata sfavorevole e l’impronta indelebile lasciata dal Rosso precedente, si imprime netto nella memoria.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2003, Lisini. Lento e autunnale, corazza e spigoli contro di noi che importuniamo il suo lungo sonno. Dispiega adagio la sua forza contratta, balugina altre dimensioni di suadenza bruna. Ne intuiamo il fascino, gli neghiamo il tempo di esprimerlo.

Gli incontri di un giorno.

Posso chiamarli assaggi, se dentro quei vini ci sono sole, pioggia e soprattutto vita?

Sono incontri, piuttosto: ogni vino è racconto pulsate che si affianca alle parole di chi lo produce, lo vende, lo presenta. Vale la pena ascoltarli tutti, con rispetto, in silenzio.

È difficile giudicare le annate assaggiando in piedi ai banchetti, ma più ancora i singoli vini. Porta dunque pazienza, amica o amico lettore, se prenderò qualche cantonata, o se non sarò accurato: è così bello star lì in mezzo ai chiostri del Museo di Montalcino (occhieggiandone a tratti le sale divine), e scambiare opinioni con la gente attorno, col vignaiolo, passeggiando senza fretta; lì è la festa vera, ma è facile distrarsi.

Peraltro, stanti le annate diverse, certi Rosso possiedono forza da prevaricare i Brunello assaggiati appena dopo: difficile tararsi.

Ecco le mie notarelle. L’ordine è quello del libretto di appunti distribuito alla manifestazione, invertito.

Mastrojanni

Brunello di Montalcino 2014: elegante, tra arancia, sangue e bosco; succoso, armonioso di già; col finale fascinosamente sfumato, si accetta il tannino un po’ verde

L’insieme è straordinariamente curato e coerente, mantenendo scioltezza. Velluto-seta, come sovente istiga Castelnuovo dell’Abate.

Peccato il sospetto di tappo sul Rosso di Montalcino 2017: interrompo l’appunto.

Lisini

Brunello di Montalcino 2014: profumato, con i fiori e la frutta in gelatina sbalzati e vaporosi, puro e aperto. Armonico, ha nerbo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: di classica compostezza, tannico, eppure agile: invoglia sorsi su sorsi. Suggerisce complessità future.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2013: oggi il profumo è chiuso, una scorza minerale e ferrosa; bisogna affidarsi all’ampio retrogusto che lascia questo vino potente e agile: un sorriso da divinità etrusca, sa di arance, viole, rose.

Trittico maestoso questo di Lisini: l’impaginato saldo si piega al sussurro di voci diverse, raccontando la medesima idea di classicità.

La sede aziendale è nel quadrante meridionale della denominazione, presso Sant’Angelo in Colle, in zona areata: può avere giovato contro le bizze del clima.

Le Ragnaie

Rosso di Montalcino 2016: giunge con la freschezza della primavera, al profumo e sul palato. Agrumi e spezie l’annunciano. Delizia lungo, delicato, dissetante, però ha nerbo, struttura. Fiato, corpo, anima di Sangiovese, ma si affratella ai migliori Pinot Nero di Borgogna per grazia e suggestione.

Con questo, Riccardo Campinoti firma un altro capolavoro.

È, peraltro, persona coraggiosa e trasparente circa i risultati del suo mestiere. Le Ragnaie, è noto, include vigne a quote alte, anche la più elevata della denominazione. Ovvie le difficoltà di maturazione nel 2014: il Brunello di Montalcino non si imbottigliò, declassando le masse a Rosso di Montalcino, per Cru. Riccardo ne ripropone qui due, per mostrarne l’evoluzione, per ricordare a tutti che cosa sia stato quel millesimo sfortunato.

Rosso di Montalcino Pietroso 2014, viene da una vigna sul poggio accanto al paese, tra i boschi, ad alta quota. Le parole di Riccardo mentre lo versa: “Lì l’uva quell’anno non maturava mai, mai, mai…”. È un vino schietto, ossuto, boschivo, con lampi di arancia sanguinella e di ferro.

Rosso di Montalcino 2014 V.V.: da vigne vecchie, profumi accattivanti a coda di pavone, su netta matrice minerale. Più che corpo, spirito di delicatezza estenuata.

(Chiosa: solo poche settimane dopo, altri straordinari assaggi de Le Ragnaie a Terre di Toscana ne rammentano lo smalto in millesimi “normali”; tra essi – sorpresa- un bianco montalcinese quasi contadino, buonissimo).

Le Chiuse

Rosso di Montalcino 2017. Un profumo complesso e concentrato, di terra. È potente, sa di ciliegia. Un vino lungo, dal retrolfatto speziato, in divenire. Un grande rosso.

Brunello di Montalcino 2014: misurato, compassato, profondo, nella tradizione della firma, tuttavia in questo millesimo anche fluido, accessibile, scorrevole. Tra note terrose, ferrose e minerali, la sua voce tenorile si tinge di colori autunnali.

La sorpresa: in millesimi bizzarri ed opposti, i vini de Le Chiuse, spesso di classicità gagliarda e altezzosa, inattesi trovano sorrisi, delicatezze e flessuosità. Si sarebbe detto il contrario. Se non è sapienza, questa!

Il Pino – Fattoria del Pino.

Rosso di Montalcino 2016, un tripudio di profumi: fiori, balsami, eucalipto, resina e tanto pepe. Aperto, succoso, gustoso, di grande acidità e tannino, vibra e avvolge. È una meraviglia.

Brunello di Montalcino 2014: anch’esso -sarà suggestione- resina e bosco in primo piano, poi folate di arancia e di pepe. Armonioso, tannico più che acido, scorre fluido in ragionevole allungo. Un grappolo a pianta: lavoro e rinunce per una primizia. Pensare che viene dal versante nord.

C’è fascino carnale nei vini radiosi e sognanti di Jessica Pellegrini: sempre più brava, bravissima, sempre genuina.

Il Marroneto

Rosso di Montalcino 2016 “Ignaccio”: trasparente e aranciato alla vista, è vino forte e lirico. Dispiega il bouquet tra frutta matura, fiori e profumi terziari. Di corpo: ampio, tannico, l’acidità viva e avvolta. Aggraziato e imperioso. Memorabile per finezza, dettaglio, eleganza.

Manco, per combinazione, il Brunello di Montalcino 2014. Peccato.

A Il Marroneto nascono icone ormai ineludibili. Meglio: sono pale gotiche su fondo oro.

Fattoi

Rosso di Montalcino 2017 è frutta matura e ciliegia sotto spirito, a tratti gradevolmente liquorosa. Di gran corpo, potente di tannino e acidità. Giusta lunghezza, l’alcol lo ferma.

Brunello di Montalcino 2014: irruente, scomposto, potente; profumo e sorso, l’impatto è importante. Viola e visciola e altra frutta rossa, fumè, speziato e minerale. Incute rispetto, con piglio deciso.

Le vigne di Fattoi, così soleggiate e aperte verso la luce della Maremma, ben ventilate, giustificano la riuscita del Rosso; e vieppiù del Brunello, nel millesimo freddo.

La visceralità profonda e generosa di questi vini, però, è nelle mani del produttore. Non saprei rinunciarvi.

Corte dei venti

Rosso di Montalcino 2017: profuma di agrumi e frutti di bosco rossi, è buono e succoso, molto sapido, un piacere da bere.

Brunello di Montalcino 2014: stretto tra tannino e acidità, è scorrevole e setoso. In altre annate avrebbe sapore, corpo e presenza, in questa sembrano sfuggirgli.

L’eloquio nei vini di Corte dei venti è scorrevole, aperto, mediterraneo, sempre mosso e fresco. Forse il millesimo freddo ha giocato uno sgambetto in contropiede, malgrado la posizione al meridione estremo del territorio montalcinese.

Castello Tricerchi

Rosso di Montalcino 2017: fragrante, fresco, esplode frutta matura. Molto setoso, dolcissimo tannino, ha stoffa.

Brunello di Montalcino 2014: vino di eleganza autunnale. Soffre un po’ il legno, si offre un po’ amaro.

Brunello di Montalcino Riserava “A.D. 1441” 2013: portamento solenne e austero, setosa tessitura. Profumo e gusto assai segnati dal legno, in questa fase; dovesse smaltirlo, sarebbe un gran vino.

Nel trittico la ricerca della propria voce: risultato altalenante, ma c’è fermento; l’esperienza aiuterà .

Baricci

Rosso di Montalcino 2017: vino freschissimo; in lui pienezza di fiori e frutta, forza acida, allungo. Campione di vasca ancora ribelle, la caratura è tuttavia evidente.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di fiori: un tocco di lavanda, tante violette; per me, la firma di Montosoli, sua culla. Racconta il millesimo: ha corpo, ancora stretto tra aciditá e tannino, ma l’equilibrio racconta già armonie future. A bicchiere vuoto, persistenti profumi incantati, lindi.

Vini soavi, luminosi, puri, di eleganza e rusticità indissolubilmente legate. Traggono freschezza e florealità dalle zolle di Montosoli, l’onestà da chi li produce, risultando irrinunciabili.

Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2017: profumo ampio, variegato, bilanciato, in divenire. Ha bella struttura, qualche sorprendente diluizione a centro bocca, ma saldo equilibrio. Con 42.000 bottiglie prodotte, una sicurezza.

Brunello di Montalcino 2014: vino sfaccettato, di buon vecchio stile; stoffa e grande equilibrio. Profumo delicato e raffinato, con ricordi di cipria. Ben 120.000 bottiglie prodotte, estremamente convincenti: tra le migliori riuscite del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: il classicismo della denominazione, erto e rifinito come una colonna corinzia. Profumo aperto, ma il sorso, soprattutto, è potente, luminoso, lunghissimo, fuso. Un paradigma.

I Sangiovese della Fattora dei Barbi sono un baluardo ineludibile per gli amanti della tradizione montalcinese e dei vini classici. Prova autorevole a questo Benvenuto Brunello di millesimi difficili: probabilmente grazie all’ampio parco vitato, sicuramente per la consapevolezza crescente.

Ventolaio

Rosso di Montalcino 2017: fresco; profumo balsamico; sorso bellissimo: succoso, potente, ampio, di gran struttura. Ottimo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino autunnale, ombroso, come un cielo fosco, gravido di vento e di pioggia, e perciò affascinante: originale, ematico, quasi gotico. Il sorso è gustoso, un po’ amaro, bilanciato, strutturato. Stante l’annata, solo 1000 bottiglie prodotte, segno evidente di cure rabbiose.

Anche in questi millesimi difficili i vini di Ventolaio affascinano, come il Cru omonimo. Originali, obliqui, danzano su ali leggere, incuranti degli strapiombi.

Tiezzi

Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2017: superata la riduzione iniziale, profuma lampone, sale, aldeidi. Fresco, tannico, acido, di struttura e svelto. Qualche piacevole rusticità.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2014. Affascina: fungino, autunnale, balsami e ruta, aldeidi, agrumi, alcuni toni verdi. Il sorso ha tenuta e spessore adeguati, stante il millesimo.

Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2014. Il profumo è pulito, aperto, di amarena fresca. Il sorso lieve, scattante; non grande, ma alato. Vino radioso: una scintillante ipotesi di Brunello, in levare.

Brunello di Montalcino Riserva “Vigna Soccorso” 2013. Superbo, di stoffa e razza superiore: alato come il 2014, lo ricorda nell’impianto, ma è assai più profondo e complesso.

I vini di Tiezzi sono comunicativi, ispirati, caratteriali, grintosi e svelti, anche nei millesimi estremi. Nel freddo 2014, la Vigna Soccorso, malgrado l’alta quota, lapidariamente ricorda le ragioni della sua fama ultracentenaria.

Terre Nere

Rosso di Montalcino 2017. Ha buon profumo fruttato, balsamico, agrumato, sfaccettato. Di corpo, con sorso di levità ed avvolgenza setosa. Discreta persistenza.

Brunello di Montalcino 2014. Buon vino, pieno, dal profumo terroso, fumé, maturo, e dal sorso stretto nella morsa tannico-acida.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: bel carattere forte da vera Riserva, sorso di ricchissima struttura, polpa, persistenza. Ottimo.

Polpa, seta, una sensualità sorvegliata ma sottesa: filo rosso nei vini dei Campigli Vallone, che ben interpretano il territorio meridionale di Castelnuovo dell’Abate e del Castello di Velona.

Tenute Silvio Nardi

Rosso di Montalcino 2017. Profuma di frutta matura, di selva. Ha sorso pieno, centrale, non articolatissimo, un po’ alcolico infine. Vino gustoso, molto ricco, di grande impatto.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di erbe essiccate (origano, timo), ha venature fumè. Centrato tra tannino e acidità giusti, chiude sull’alcol e sull’amaro. Profilo mediterraneo, protervo impatto. Scostato dai crismi del millesimo.

Vini energici e pieni, di stile riconoscibile, tutto forza solare e quadrata; persino – sorpresa- nel 2014, ma il produttore racconta di selezione feroce: 40000 bottiglie, invece delle abituali 150000.

Tenuta Le Potazzine

Rosso di Montalcino 2017. Vino sonoro di frutta fresca, potente, complesso, tuttavia lirico, aggraziato. Giovane e ancora piccante.

Brunello di Montalcino 2014. Affascinante profumo d’autunno: terra bagnata, foglie secche, afrore di aia. Portamento elegante: succoso, lieve, lirico, sciolto. Il millesimo freddo regala un tannino un po’ verde e tenui rimandi al legno.

Valori certi i vini de Le Potazzine: grazia leggiadra e tenera, delicato lirismo riconducono a naturale armonia anche i nei di queste annate difficili.

Sanlorenzo

Rosso di Montalcino 2016. Vino di eleganza e misura superiori. Profumo fresco di fiori, di bosco, cenni pepati, affumicati e minerali. Fresco parimenti il sorso: verticale, longilineo, teso, di corpo. Balsamica persistenza. Perde coi minuti una certa chiusura e trionfa frutta rossa, piena, matura.

Brunello di Montalcino “Bramante” 2014. Bellissimo vino, pieno di profumo e di gusto: buono, saporito, rotondo, profondo. Scorre sulla vena minerale. L’agilità del millesimo si giova di una struttura robusta, in mirabile equilibrio.

Brunello di Montalcino Riserva “Bramante” 2013. Assaggio particolare, che merita una chiosa. Interlocutorio a Benvenuto Brunello: stoffa eccellente per gusto, polpa e struttura, ma vino marcato dal legno di affinamento, al profumo e sul palato; tuttavia, già dopo poche settimane, a Terre di Toscana, appariva trasfigurato: più pulito il profumo, floreale e fruttato, più puro il sorso, facendo sperare in una Riserva ottima, potenzialmente la più classica prodotta a Sanlorenzo.

Esempi di Sangiovese d’altura, contemporanei per integrità, sempre più orientati ad una classica compostezza. L’eleganza rifinita si lega ad una calda artigianalità e la barra di Luciano Ciolfi, a Sanlorenzo, è drittissima, anche quando il millesimo è difficile. Se la Riserva 2013 evolverà positivamente – questa la scommessa- se ne parlerà a lungo.

San Giacomo

Rosso di Montalcino 2016. Colore bellissimo: aranciato, antico. Goloso: profuma arancia matura e acciuga, è avvolgente e caldo. Vino ottimo: confortevole, sensuale, di corpo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino di bella polpa e stoffa; sui toni dell’arancia matura: vista, olfatto, gusto. Soffre un poco -peccato- certo tannino asciugante.

I vini di San Giacomo stanno trovando passo passo l’identità precisa: con naturalezza e semplicità, traggono carattere dal versante nord di Montalcino, che già ne delinea il profilo. La strada è buona, l’esperienza aiuterà nei millesimi difficili.

Salvioni – La Cerbaiola

Rosso di Montalcino 2017. Vino potentissimo e sanguigno. Profumo molto intenso, primaverile, fruttato ed ematico. Stoffa imponente e reattiva, polpa ricca e compressa tra acidità e tannino imperiosi. Rinfrescante. È un puledro ancora da domare, dalle movenze forti e eleganti, di naturalezza disarmante.

Salvioni presenta soltanto il Rosso di Montalcino, ma che vino! Per classe e statura guarda parecchi Brunello, non solo 2014, dall’alto al basso. La firma è un riferimento ineludibile.

Poggio di Sotto

Rosso di Montalcino 2016. Vino superiore, di gran stoffa e impianto austero: il profumo, molto sfaccettato, richiede ascolto. Salinissimo, energico, equilibrato, lieve, puro e preciso.

Brunello di Montalcino 2014. Vino superiore, di gran stoffa e giusto corpo, dal profilo autunnale, affascinante, seducente. Il passo è naturale e sciolto. Una bellissima riuscita di un’annata minore.

Vini di eccezionale caratura, con rarefatta, eterea personalità, gioia per gli amanti del Sangiovese classico. Irripetibile la magia di qualche anno addietro, quando altre mani li modellavano, il lavoro resta di alta qualità: si veda l’ottima riuscita nel travagliato 2014.

Un tesoro per la denominazione ed oltre.

Podere Le Ripi

Rosso di Montalcino “Sogni e follia” 2015. Vino superiore, di gran stoffa. Bel colore aranciato, potente, caldo, etereo, dal delicatissimo tannino. Evidente – benvenuta- ispirazione gambelliana.

Brunello di Montalcino “Lupi e Sirene” 2014. Vino elegante, dal fiato etereo, venato di arancia, erbe aromatiche, spezie, aldeidi, ferro e sangue. Ha bella struttura. La lunghezza discreta è pegno del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva “Lupi e Sirene” 2013. Vino di altissima caratura: molto gustoso, estremamente elegante, lunghezza eccezionale. Nel miglior stile antico.

Vigne in posizioni assolate e calde a Castelnuovo dell’Abate, allevate per lo più ad alberello, con grandi cure, forniscono una materia eccellente per vinificazioni ormai orientate ai dettami della scuola antica: rispetto, lunghe macerazioni, lunghi affinamenti. Ne risultano vini meravigliosi, somiglianti ai Poggio di Sotto della originaria gestione. Lascia senza fiato la strada qui percorsa in pochi anni.

Epilogo

Finisce la giornata degli assaggi, col dispiacere per ciò che si è dovuto tralasciare, solo per mancanza di tempo e per stanchezza fisica.

Fuori la luce assume quel tono caldo che prelude di qualche ora al tramonto.

Un tempo breve di ristoro e siamo a Sanlorenzo: finalmente il bosco, le vigne, i profumi della terra.

La terra.

Lì sostiamo un poco, al bordo dei filari di sangiovese, presso un leccio. A manca l’Amiata, a destra Siena, dritto la Maremma ed il bagliore che il mare riflette nel cielo. I colori sono nitidi per l’aria tersa dal vento, di una lucentezza quasi metallica.

Poi in cantina fra le botti. Altri assaggi mirabili (che buoni saranno i Brunello di Montalcino 2015 e 2016!), con la compagnia allegra e competente di alcuni soci AIS piemontesi.

Infine la cena a La sosta, tra amici vecchi e nuovi, in immediata confidenza. Tutto un vociare mentre si assaggia alla cieca, con risultati pessimi, anche peggiori del solito; non importa: contano i visi puliti, i sorrisi, la familiarità.

È la celebrazione della festa, la versione contemporanea delle cene chi si tenevano in antico sull’aia dopo la mietitura o la vendemmia, il rito che rinnova i cicli della vita.

Questo il senso profondo di Benvenuto Brunello, la ragione ultima che aggrega anche noi forestieri: con me l’amico Stefano, la mia Emanuela…

Finché a Montalcino batterà un cuore saldo e antico, ogni sogno sarà possibile.

Domenica mattina: sole, cielo limpido, aria tiepida che profuma già di primavera. Due passi tra i vicoli e lungo le mura, guardando e sognando le case e quale vita sarebbe tra quelle mura. Per un attimo il Brunello è lontano. Poi il pranzo alla Taverna dei Barbi. Quasi di soppiatto camminiamo le vigne ai Podernovi.

Rientriamo: l’asfalto scivola sotto le ruote e con lui un misto di gioia e nostalgia.

Quest’anno il sogno lo portiamo con noi.

Rosato di Caparsa 2014, vino toscano IGT, 13 gradi (magnum).

Il Chianti è terra di contrasti: in questo senso, è quasi una Toscana al quadrato. Ci sono quelli di campanile, storici e storicizzati, che si tramandano e si manifestano nella modernità; ci sono poi quelli paesaggistici e geologici, perché qui ogni vigna potrebbe fare storia a sè, per altitudine, terreno, esposizione; e c’è infine contrasto, talora ricomposto, talora accalorato, tra le grosse aziende e i piccoli vignaioli artigiani.

Paolo Cianferoni, a Radda nella sua Caparsa, è uno tra i più grandi e veri vignaioli italiani. Lui – mi sono bastate poche battute in un paio di occasioni, per pesarlo – è uno dal carattere e dalla lingua schietta, ma non un burbero: anzi, è ben attento alla comunicazione e persino al marketing, ma a modo suo, cioè con un entusiasmo genuino e quasi fanciullesco. Lui è uno che le mani in vigna se le sporca davvero, che in cantina lavora sodo ed ha una concezione del suo lavoro come pratica primariamente agricola, armoniosa e virtuosa: ossia attenta alla natura, ma anche alla tradizione ed al genio del luogo. Caratteristica pure la sua voglia di condividere il vino alla maniera antica, nei bottiglioni e nelle dame: un vino sempre naturale, a tratti rustico e caratteriale, ma genuino.

Sono giustamente noti i suoi Chianti Classico; ma esiste tutta una linea di altri vini suoi buonissimi e di estremo interesse, alcuni figli di tradizioni desuete e coltivate con intima affezione, altri di un ghiribizzo individuale; sempre, però, con la natura a guidargli la mano, rispettando le stagioni, il territorio e l’uva.

Tra questi vini alternativi al Chianti Classico, acquistai, nella rivendita di Caparsa che sta in centro a Radda, questo rosato di sangiovese in formato magnum, ovvero in un bel bottiglione di vetro chiaro: originale e buonissimo, uno tra i migliori rosato che io abbia assaggiato; anzi, uno tra i migliori vini della mia piccola storia di assaggiatore: perché è un rosato che scalda il cuore, naturale, senza nulla di tecnico: parla una lingua schietta e dolcissima, un’autentica favella toscana.

Vino inconsueto e libero, che scarta di lato e sorprende già a guardarlo, col suo colore che tende alla buccia di cipolla virando da un corallo antico, mentre sul calice disegna gocce frastagliate e veloci.

Il suo profumo è un altro balzo, una montagna russa sulle colline chiantigiane, che per qualcuno potrebbe essere estremo, ma a me garba assai: è molto intenso, appena in sviluppo, con aldeidi non timide, è vero, ma fresche, giovanili nella spinta; ed esprime una complessità che sa di natura, di frutta, di foglie e di fiori: viole, fragole, ciliegie, melone, arancia, melagrana, alloro e borragine, muschio, una caratteristica limatura di ferro sottotraccia, una lieve speziatura, sandalo e cannella.

È al sorso però che mi conquista, perché di una naturalezza disarmante: pieno, glicerico, avvolgente, ma anche fresco, salinissimo, con una mineralità pura, da acqua oligominerale. Ha passo dinamico e svelto, irradia, vibra e tintinna argentino, violino e triangolo come nella Campanella di Paganini. Lo spinge la sua alta acidità, con un certo frizzar lieve di carbonica sul palato, piacevolissimo.

Gustosissimo, lungo, bilanciatissimo, da bere e a litri, e non per modo di dire, ma alla prova dei fatti. Appena un po’ abboccato, perché è perlopiù questione di sensazione glicerica: in realtà, un equilibrio mirabile di corpo e freschezza.

Benedetta l’annata 2014 – maledetta per i sacrifici ai quali ha costretto i vignaioli per via del maltempo, ma benedetta per noi bevitori, se ha generato vini come questo: irresistibile, sulla mia tavola, con le verdure ripiene.

E quattro…Benvenuto Brunello 2017: ma quest’anno è diverso.

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Parte prima: “Quella verità che ho cercato”.

Pensavo che, rientrato in Italia, per la prima volta mi sarei goduto il viaggio verso Montalcino e Benvenuto Brunello in tranquillità, senza scapicollarmi dall’Inghilterra come era successo i tre anni precedenti. Invece, tutto diverso dai piani originali: vuoi per i cambiamenti nella formula della manifestazione voluti dal Consorzio, vuoi per impegni personali, a Montalcino sono arrivato non il sabato, come al solito, ma il lunedì mattina presto. E da solo.

Però, a maggior ragione, è stato un momento mio di riflessione: niente cene, niente amici coi quali girare per i banchetti ed assaggiare (quelli che c’erano stavano più che altro dietro ai banchetti), nessuno ad aspettarmi in albergo. In compenso, una notte tutta per me tra i silenzi di Montalcino e il martedì una giornata intera a godermi le colline, a respirare l’aria fresca, a percorrere quelle strade sterrate che costeggiano le vigne, dove lo sguardo spazia dalle pecore al pascolo, oltre i lecci, fino all’Amiata, al Monte Labbro, alle alture di Grosseto, oltre le quali immagini il mare, e tra le striature del cielo di febbraio ti par quasi di vederlo, non sapendo se verità o inganno della mente. Quella verità che ho cercato negli occhi delle Madonne e dei Cristi crocifissi al Museo di Montalcino, oltre che nei calici rossi.

Quella dimensione intima, accogliente e domestica di un luogo caro dove ti senti a casa e dove sai ci sono amici che anno dopo anno sono contenti di vederti e tu di veder loro; persino con quel pizzico di chiacchiera e di pettegolezzo sano della provincia, finché non c’è malizia, ma solo studio dei casi e delle fortune umane: le alterne vicende che vivono gli uomini sotto il cielo e per narrare le quali non bastano romanzi.
A preludiare codeste sensazioni, la pioggia che accompagnava la marcia dalla Greve attraverso la Valdelsa e i bordi del Chianti, poi oltre Siena attraverso le Crete a macchia di leopardo, fino a risalire bagnate le curve della Statale del Brunello sù sù per il colle, rivedendo le conosciute case, le insegne, le  vigne. Quanti lecci, quanti ulivi, quanto bosco, quanta bellezza ancora selvaggia che si è fusa armoniosamente con la mano dell’uomo: sono pochi i posti dove un’idea di bellezza si è così caparbiamente sviluppata e preservata attraverso i secoli. Penso alla mia Valdinievole e mi viene da piangere, per come l’hanno ridotta. La bellezza dei luoghi, mi viene da pensare, si riflette anche su quella delle anime: deturpati gli uni , anche le altre sono perdute. Qui no: al netto delle piccolezze e di qualche miseria, gli spiriti sono ancora sani. Perciò torno sempre volentieri a Montalcino e mi pare di non venirci mai abbastanza.

Poi ci sono Brunello e Rosso: ci sono ovviamente differenze dovute alle singole provenienze e più ancora a conti fatti allo stile dei produttori, ma la relativa uniformità ampeleografica permette oggi una bella e istruttiva lettura in trasparenza: meglio, la ricerca di una verità. Perciò ero il primo in coda alla porta per questo Benvenuto Brunello diverso.

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Parte seconda: “Un bel gruppone di testa e nessuno era in fuga”.

La manifestazione, si diceva, ha avuto una diversa organizzazione, sulla quale non posso esprimermi. Però il lunedì non si stava male: gente ce n’era, ma non troppa, e a mio parere mediamente preparata. Chiacchiere sciocche ne ho sentite poche, fors’anche perché io stesso sono stato assai silenzioso e quanto meno ho evitato di aggiungervi il mio contributo.

Altro motivo di diversità rispetto agli anni passati è stato tutto  dovuto alla qualità dei vini e starei per dire delle annate. E’ vero che, conoscendo ormai qualche azienda e muovendomi da solo tra gli assaggi, ho evitato quelle che so non essere nelle mie corde per privilegiarne altre che magari non conoscevo, ma delle quali avevo sentito dir bene; tuttavia la realtà è che il livello dei vini era davvero molto alto ed mi è tuttora difficile dire quali siano stati i due o tre preferiti. Diciamo che c’era un bel gruppone di testa e nessuno era in fuga. Ecco, in tal senso qualche piccola delusione c’è stata: alcuni nomi “del mio privilegio”, come li avrebbe definiti Veronelli, non mi pare abbiano trovato il solito colpo d’ala pur avendo vini buonissimi. In ogni caso tale livellamento verso l’alto non può che far bene ad un territorio per il quale qualcuno dice non essere tutti i vini all’altezza della loro fama planetaria (ma questo, dov’è possibile? Nè in Cote d’Or,  né in Langa, né a Bordeaux).
Comunque, in dettaglio, per quanti ne ho potuti assaggiare, i Brunello di Montalcino 2012 sono senz’altro figli di un’annata calda, ma in generale il risultato mi è sembrato piuttosto buono, perché molti conservano un riuscito equilibrio sia nei confronti delle componenti strutturali che di quelle aromatiche e gustative, ed una bella freschezza. Ecco, a ben vedere, seppur piacevolissimi, alcuni non hanno forse quella spinta acida che ne possa garantire il lunghissimo invecchiamento; e per taluni una frazione di complessità aromatica in più, magari non sarebbe dispiaciuta. Ho provato a capire se queste impressioni potessero essere correlate con la posizione geografica dei vigneti, ma ho finito col desistere: i miei assaggi non bastano per una seria statistica, e anche se molti buoni calici erano di aziende del versante nord o poste a quote altimetriche importanti (in posizioni più fresche, perciò), non mi sento proprio di trarne una regola generale. Si è voluto paragonare la qualità della 2012 alla 2010, altra annata 5 stelle, ma non ne sono convinto; piuttosto, da quel che ho sentito nei Rosso di Montalcino 2015, azzarderei il confronto di quest’ultima alla 2010. Infatti sono vini potenti, svelti e strutturati insieme, con una carica di frutto che ora è di una piacevolezza lasciva (quasi pacchiana, l’ha definita ridendo un amico) e che col tempo, una volta doma, potrà penso trasformarsi un una raffinata sensualità.
Quanto ai Rosso di Montalcino 2014, si sa che l’annata fu un po’ magra, ma chi ha scelto l’uscita ritardata aveva un buon vino nelle botti e ha lavorato con rigore, ottenendo Sangiovese agili e persino beverini, in certi casi lavorati di bulino: i migliori mi pare attraversino oggi una fase di eccezionale apertura e piacevolezza, con la delicatezza a braccetto di una complessità sfaccettata e commovente. Un discorso simile per i Brunello di Montalcino Riserva 2011: l’annata fu caratterizzata da vampate di caldo improvvise e difficili da gestire, ma chi ha messo mano alla riserva in genere sapeva il fatto suo; eccezioni a parte, che al solito non mancano.
A margine, tanti cambiamenti: persone che vanno e che vengono, cantine in costruzione o in ristrutturazione, vigne nuove e reimpianti, acquisizioni, cessioni e scorpori: un mondo vivo che pulsa.

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Parte Terza: “…questa é la foglia nella tormenta…sulla quale e della quale, roteando io stesso, scrivo…”.

Gli assaggi, che sono? Solo appunti brevi, vergati al volo su un taccuino girando nelle sale tra i banchetti; parlano di vini che mutano nel calice e che son ancora giovanissimi, aperti ancora, o quasi, a ogni futuro. Parole che il vento porta via; come le azioni e i fatti umani, del resto: “…questa é la foglia nella tormenta…sulla quale e della quale, roteando io stesso, scrivo…”. Perciò, amica o amico che mi leggi, attribuisci loro solo l’effimero valore che hanno, di impressioni bozzettistiche  disegnate con la matita in ordine sparso; e nulla più.

Lisini è azienda storica, un grande classico ilcinese, ed i suoi  vino offrono un ritratto perfetto delle tre annate, con un Brunello di Montalcino 2012 di bella apertura, molto equilibrato, gustoso e polposo: ottimo. Dal canto suo, il Brunello di Montalcino Selezione Ugolaia 2011 percorre una strada diversa: molto intenso, profondo, con un forte sbalzo di amarena e marasca, di grande impatto anche alcolico congiunto però con una benvenuta freschezza ed un tannino potente. Il Rosso di Montalcino 2015 è un’esplosione di frutti, caldo e fresco ad un tempo grazie a note aranciate, di mandarino, ed al sofisticato richiamo di spezie fini e di incensi. Molto pieno al palato, con un gusto molto intenso, ha struttura, equilibrio , potenza e un tannino robusto.

Con Fuligni siamo sempre tra le firme storiche del territorio. Posso assaggiare solo il Brunello di Montalcino 2012 (il Rosso non l’hanno più al banchetto), ma l’incontro è esaltante: il suo colore è relativamente scarico, ma il vino possiede una meravigliosa purezza aromatica, avvolgente, giocata tra toni di frutta matura e nocciole, esprimendo classe e affettuosità. All’assaggio è molto bilanciato, con una trama tannica bellissima per un Brunello così giovane, ed un’acidità mediana o poco più, ma soprattutto assai sfumata e sviluppata sul palato. Mi sembra, malgrado appena uscito, che sia già godibilissimo, al netto di una lievissima impuntatura tannica più giustamente caratteriale che altro.

Si cambia parecchio registro con Il Pino di Jessica Pellegrini: le dimensioni sono assai più contenute rispetto alle aziende precedenti e magari non ha ancora una fama altisonante, ma i vini sono interessantissimi e nel complesso sono stati, per me, una tra le rivelazioni di questo Benvenuto Brunello: riconoscibilissimi come Sangiovese di Montalcino, possiedono tuttavia una timbrica loro personalissima e difficilmente confondibile. Premesso cha già lo scorso anno il Rosso di Montalcino 2013 mi era sembrato ottimo, anche il 2014 è centrato malgrado l’annata difficile: scuro, terragno, baritonale, profondo, con note di caramella mou, ha una bocca gustosa. Il Brunello   di Montalcino 2012 ha anch’esso quel timbro baritonale ed una gran struttura, sebbene ancora in via di sviluppo: richiede un’attesa che gli concederei assai volentieri, visto l’espressione attuale del Brunello di Montalcino 2011: se lo scorso anno alla manifestazione lo avevo trovato un po’ scomposto, ora è perfetto, etereo, con una bocca bellissima, rotonda, ma sostenuta sempre da quella grande struttura, profonda e scura. Qualcuno che era accanto a me l’ha definito “un canto d’amore” e mi sento di prendere a prestito quelle parole.

Una virata netta con i vini di Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto, tra i più rarefatti ed aerei che mi sia capitato di assaggiare a Benvenuto Brunello. Prendiamo il Rosso di Montalcino 2015: sarei tentato di dire che pinonereggia, se non fosse un concetto limitativo e da circoscrivere comunque più all’olfatto che al palato. Rubino, con profumi intensi, anzi esplosivi di frutta, molto puliti, ha una struttura importante per acidità e tannino. E’ assai fresco, risultando appena un po’ verde. Il Brunello di Montalcino 2012 è più ritroso, scuro, con cenni di uva sultanina e di aromi terziari che si fanno spazio, per un carattere sottilmente sensuale. Il suo impatto al palato è importante, largo, complesso, sostenuto da una buona acidità: non gioca tuttavia il suo fascino sulla forza, ma sulla complessità. C’e qui – a sorpresa- anche un Brunello di Montalcino Riserva 2009 ed è un bel sentire per ricordare come evolva magnificamente – e sorprendentemente – il Brunello: una grandissima profondità, note intense di incenso che gli donano un fascino orientale, poi solvente e petrolio. Al palato ha un gusto un po’ evoluto, con cenni di uva sultanina, quasi un ricordo di Porto. Una Riserva di Brunello scura e sensuale.

Altro Brunello di carattere e di un piccolo produttore è quello di Fornacina, solo 8.880 bottiglie nel 2012, dal quadrante est della denominazione. Un po’ aranciato al colore, con un profumo sfaccettato e un po’ rustico da merenda all’aria aperta: frutta rossa, fiori gialli di campo, note tostate di legno e frutta secca. Vuole tempo nel calice, e coi minuti emerge  al naso perfino la carne. Non è nella qualità del tannino che dà il suo meglio, perché è un po’ asciugante, ma nella salinità decisa che sorregge la bocca e lo sospinge insieme ad una riuscita e rinfrescante acidità.

Restando  in tema di carattere, menziono qui Il Paradiso di Manfredi. Non è detto che chi ha carattere l’abbia facile ed io ammetto che non sempre vado d’accordo con questi vini: ogni volta che li ho assaggiati a Benvenuto Brunello li ho sempre trovati molto interessanti, ma per dir così angolosi e scomposti all’olfatto. Mi sono ripromesso ogni volta di riassaggiarli più avanti e con calma, ma alla fine me n’è sempre mancata l’occasione. Però quest’anno, complici magari le annate favorevoli, il mio dialogo con loro è stato subito più sereno. Il Rosso di Montalcino 2015, dal colore bellissimo, molto rubino, sulle prime ha le solite velature e impuntature aromatiche della firma, ma quando se ne libera (e ci vuole un po’) sfodera profumi molto freschi di frutta e di fiori persino, quasi stupefacenti in un’annata come la 2015, dove il calore non è mancato. Alla bocca è di gran stoffa: piena, già con un’ottima integrazione, anch’essa fresca grazie ad un’alta acidità. Dal canto suo, il Brunello di Montalcino 2012 mi stupisce, perché sebbene per scelta aziendale non sarà in commercio prima di un paio d’anni risulta già molto buono, pulito e centrato negli aromi, potente al palato, con una gran carica tannica. Sono vini particolari, nei quali i suoli particolarmente galestrosi e le esposizioni fresche giocano – mi si dice- un ruolo importante, ma non lo è meno – a mio avviso- la sensibilità di chi li produce: sono figli di un’enologia libera, se così si può dire, che lascia il vino farsi da sé.

Le Chiuse si trova sullo stesso versante de Il Paradiso di Manfredi, la distanza in linea d’aria non è molta. Volendo anche i vini hanno anche qualche punto in comune: quel senso di freschezza, di verticalità, di solidità minerale, che nei vini de Le Chiuse si esprime normalmente in una seria austerità strutturale e aromatica, a volte poco concessiva in gioventù, ma disposta a lunghi affinamenti. Tuttavia a questo Benvenuto Brunello, complici magari le annate, mi sono sembrati vini più aperti del solito al dialogo, più sorridenti, quasi si fossero tolti elmo e corazza per godersi anche loro il sole del 2012 e del 2015. Il Rosso di Montalcino 2015, ad esempio, è esplosivo: ha un color rubino molto netto, luminoso e trasparente; un olfatto dove la componente fruttata domina, ma con una nota decisa di mora che lo sfuma verso la macchia; un sorso ricco, vellutato, estivo, quasi cerealicolo in certi ritorni di aromi, e tuttavia di struttura importante, ben tannico. Il Brunello di Montalcino 2012 è anch’esso aperto, più caldo e complesso, molto profondo, con terziari che virano su toni ferrosi. Ha un tannino potente, quasi severo, ed un’alta acidità: non lascia dubbi sulla sua voglia di sfidare il tempo. In assaggio, quasi per conferma, c’è anche il Brunello di Montalcino Riserva 2006: grande profondità, timbro olfattivo scuro ed ematico, con una intransigenza tutta sua, e tuttavia muta in continuazione nel calice, ora più evoluto, ora più giovanile, facendo presagire mondi che solo il tempo aiuterà pienamente a scoprire. Al sorso è del pari: ha una struttura enorme, ancora contratta: chiede solo una paziente attesa.  

Dopo una serie di piccole aziende, mi vien voglia a mo’ di intermezzo di assaggiare i conseguimenti di qualche cantina di grandi dimensioni: in fondo una buona parte dell’immagine e del nome che il Brunello si farà nei mercati mondiali dipenderà da queste firme che possono garantire una buona distribuzione, se non proprio capillare.

Comincio con Il Poggione, i cui vini non avevo mai assaggiato pur avendoli visti sugli scaffali di una buona fetta del mondo che ho girato. Per intenderci, il loro Brunello di Montalcino 2012 ed il loro Rosso di Montalcino 2015 saranno prodotti in 220.000 bottiglie rispettivamente, che significa un quantitativo 20 volte superiore rispetto a buona parte delle aziende citate in precedenza. Anzitutto noto con piacere che lo stile non deborda da quello classico e questa è forse la qualità più importante di questi vini: sarebbe facile cedere alle sirene di un gusto più internazionale e più semplice da capire per i consumatori esteri, ma qui la barra resta salda. Poi, il Rosso di Montalcino 2015 mi è sembrato davvero molto buono: dal colore felicemente un po’ aranciato ed un bel naso caldo e antico, sottilmente giocato sulla terziarizzazione e su note di humus, terra, carne, sfodera davvero un gran carattere. All’assaggio è morbido, pieno, con un gran tannino, forse un po’ in debito di acidità. Meno convincente, accanto a questo, il Rosso di Montalcino 2014 “Leopoldo Franceschi”, la selezione: mi è sembrato più ampio che dinamico. Quei profumi caratteristici, indentitari e vecchio stile che ho apprezzato nel rosso 2015, li ritrovo nel Brunello di Montalcino 2012 anch’esso giocato sui terziari, sugli odori di humus, di  macchia e di carne, con una vigorosa spaziatura. Però all’assaggio mi è parso un po’ diluito, senza troppo nerbo.

Anche con i numeri di Col d’Orcia non si scherza: credo che sia la più grande azienda vitivinicola biologica in Toscana e se prendiamo il Brunello d’annata come riferimento, nel 2012 la produzione è di 190.000 bottiglie. Il Rosso di Montalcino 2015 (che ha una tiratura solo leggermente inferiore, 180.000 bottiglie) ha una naturalezza aromatica sorprendente e luminosa, anche se all’assaggio non mantiene tutte le attese: mi sembra un po’ vuoto a centro bocca.
Più vigorosa la selezione, Rosso di Montalcino “La Banditella” 2014 , che proviene dai vigneti del Brunello: più nitido, speziato e ficcante, si sente però un po’ il legno e forse questa è la ragione per la quale il tannino mi sembra un po’ asciugante. A mio avviso molto buono il Brunello di Montalcino 2012: pulito, profumato, suggerisce un’apertura solare agostana; non troppo tannico, è morbido ed avvolgente, con una struttura più gentile che imponente, restituisce comunque una visione di Brunello assai affidabile. Il campione di casa, però, è il Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2010, un vino monumentale in tutte le annate, ma che col 2010 ha una quota di polpa e di levità naturalmente unite da stupire. In verità, sa toccare tutte le corde: intenso, segreto, boschivo, ma solare allo stesso tempo; delicato, leggero e impalpabile per come si posa sul palato, ma poi subito imperioso per la sua intensità e la potente struttura, quasi enorme direi per corpo,  tannino ed acidità.

Per concludere il trittico delle aziende dai grandi numeri, torno a un vecchio amore: Fattoria dei Barbi. Comincio assaggiando il Rosso di Montalcino 2015: stranamente mi pare un po’ muto all’olfatto, ma la struttura c’è e credo abbia solo bisogno di farsi un po’. Il Brunello di Montalcino 2012, quello con la leggendaria etichetta blu, è sempre il bel campione dell’ old style, con tutti quei terziari che si spingono fino all’idrocarburo, con quel sorso robusto e gustoso, che procede con  un passo sicuro verso un finale di bella lunghezza. Il Brunello di Montalcino Vigna del Fiore 2012 sarà in commercio da fine marzo, ma è già molto buono. Rispetto al fratello è più fresco, forse più complesso all’olfatto; più strutturato in bocca, ma in questa fase anche un po’ più crudo. Il Brunello di Montalcino Riserva 2011 mi riporta nell’Olimpo dei vini vecchio stile, fin dal colore scarico. Gustoso, morbido, è in realtà strutturatissimo, ma in qualche modo rimane impalpabile, tanta è la sua delicata finezza. In definitiva, mi pare che Fattoria dei Barbi esprima una qualità media eccezionale in relazione al numero di bottiglie prodotte; e lo spirito dei vini è autenticamente territoriale, quasi artigiano : non è poco.

Forse proprio perchè ho respirato di nuovo questo spirito che il mio prossimo assaggio è Fattoi, azienda artigianale e familiare per eccellenza. Anch’essa, amica o amico che mi leggi, un altro mio amore. Vedi la complessità del Rosso di Montalcino 2015: rubino, pieno, tondo e caldo già al naso, con un tocco di aldeidi lì a rinfrescare uno spettro aromatico potentissimo e profondissimo, dai toni gravi, dove i  profumi di frutti rossi, la macchia, il bosco, si esprimono con quella voce di violoncello che secondo me costituisce un po’ la firma di Fattoi e delle loro vigne poste nel quadrante sud-occidentale della denominazione.  Il Brunello di Montalcino 2012 è se possibile ancora più grave, una melodia sulla IV corda del violoncello (pensa, amica o amico mio, alle Suite di Bach), ma suonata in maniera tale da essere artisticamente screziata, con sfumature infinite. Un vino bellissimo, dal profumo ricco, il sorso rotondo e gustoso, la grande struttura. Si riconoscerebbe fra mille: la potenza territoriale interpretata con sensibilità dalle mani dell’uomo risulta naturale, ma anche estremamente individuale. E’ così anche nella musica: il grande interprete che sovrappone la sua personalità alla partitura con semplice umiltà, la porta alla vita soffiando su essa l’alito delle proprie emozioni umane, ma non la distorce al suo capriccio.

Ne ho la conferma spostandomi all’assaggio dei vini di Baricci, una tra le aziende del nucleo storicissimo dei produttori di Montalcino, anch’essa dal carattere fortemente artigiano e familiare, che se conoscevo per chiara fama, non avevo mai avuto prima occasione di incontrare. Le vigne dei Baricci sono in posizione quasi opposta rispetto a quelle di Fattoi: qui siamo al Colombaio di Montosoli, a nord di Montalcino, con esposizioni est e sud-est. Vini molto diversi, ma ugualmente bellissimi, perché – almeno io credo – l’approccio che li ispira è molto simile. Il Rosso di Montalcino 2015: luminoso, di grande impatto; profumatissimo, con uno spettro di aromi completissimo; pieno sul palato, rotondo, solare, con tannini presenti, ma di grana fine. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra uno tra gli assaggi migliori in assoluto di questo Benvenuto Brunello, un capolavoro di equilibrio, complessità, piacevolezza. Trovo in lui evidenti i profumi balsamici e di macchia, poi spezie, frutta; infine note ematiche e di pellami, ma questi cenni evoluti si sposano con una grande forza marina e solare, che si ritrova anche al palato, dove la salinità è decisa e intesse il dialogo con un sorso delicato, dolce, armonioso, sebbene di spalle larghe, con un tannino tenace ma fine ed un’acidità notevole.

Altro incontro nuovo e da tempo atteso, l’ho con Talenti. Mi si dice – non so se sia vero- che in passato i vini avessero strizzato un po’ l’occhio ad uno stile modernista, ma in realtà quello che sento nel bicchiere mi pare sotto l’insegna del classicismo più puro e rifinito; anzi, più “vago” nel senso leopardiano del termine: quel senso di sfumata lontanza, così elegantemente romantico, che apre le porte all’evocazione di un infinito. Nel Rosso di Montalcino  2015 per esempio, l’esplosione aromatica non è diretta, ma come velata di una seta impalpabile, al limite della trasparenza, come si vede sul capo delle Madonne del ‘300. Anche il sorso: così delicato, lieve, sospinto da una notevole acidità ma non pungente, con un tannino fine come cipria, e lunghi ritorni aromatici nel finale di spezie e di  sigaro. Il Brunello di Montalcino 2012, dalla tinta aranciata, il profumo ricco, etereo, di prospettiva aerea, composto; ed un sorso che bilanciandosi tra una gran finezza tannica ed un’alta acidità, è saporitissimo, gustoso, salino, di un’ampiezza sapientemente modulata.

Ventolaio è un altro nuovo assaggio di quest’anno – e debbo dire – mi sorprende assolutamente, forse perché in qualche modo avevo trascurato in passato questa firma, non considerandola come avrei dovuto. Siamo qui, di nuovo, in una realtà dal carattere artigianale e familiare ed i vini hanno un carattere spiccato, quasi arcaico per quelle tinte già aranciate e gli aromi giocati sul filo dell’evoluzione e delle aldeidi: hanno insomma quel “X factor” che a mio avviso rende i vini non più buoni, ma magici. ll Rosso di Montalcino 2015 è un vino d’impatto, nel cui profumo la frutta rossa è evidente come in tutti i vini ilcinesi del millesimo, mi par di capire; ma  anche le spezie vi giocano un ruolo importantissimo. Sul palato è dolce, ampio, particolare e piacevole con i suoi richiami gustativi che a me ricordano l’anice e il panforte senese. Ha una bella struttura, è salino -ciò che lo mantiene stuzzicante- e gustoso assai . Il Brunello di Montalcino 2012 ha un profilo aromatico più scuro, com’è giusto, ma è ficcante, iodato, con strati olfattivi di pelli conciate, di frutta, di cacao; ed ha un una bella presenza scenica in bocca: largo e leggero a un tempo. Forse appena un po’ asciugante nel finale, che è comunque molto lungo.

Dicevo dell’X-factor, quello che crea la magia nei vini. Con le persone è lo stesso, no? Poggio di Sotto fa vini buonissimi ormai da parecchi anni. Le annate dalla metà degli Anni Duemila in poi le ho assaggiate tutte, quanto basta per restarne abbagliato. E buonissimi sono il Rosso di Montalcino 2014 ed il Brunello di Montalcino 2012, che avrò modo il giorno seguente di riassaggiare con calma. Però, perché non mi prende più quel brivido lungo la schiena, quella pelle d’oca che mi si rizzava coi vini di qualche anno fa? Dov’è finito quel loro colore aranciato, così evocativo? Il Rosso ’14, infatti, è di un luminoso color rubino, benché molto scarico come da tradizione; sempre buono, buonissimo per l’annata, ma un altro stile, in qualche modo normalizzato, più accessibile; ed infatti, altri – non io- preferiscono così. Comunque, che complessità! Forse di corpo anche più evidente che in passato – e con qualche nota d’alcol- ma è un Rosso di Montalcino 2014 eccellente. Quanto al Brunello di Montalcino 2012, molto buono anch’esso, un gradino più in alto per pulizia e complessità. ma anch’esso di stile normalizzato. Poi, in tutta onestà , in questa fase nemmeno il tannino mi pare all’altezza stellare che ci si aspetta da Poggio di Sotto: lo trovo un po’ asciugante. E’ un vino infante però, lo so bene. Tuttavia, quando assaggio il Brunello di Montalcino Riserva 2011 ritrovo il “mio” Poggio di Sotto, quello dello stile antico, del colore aranciato, delle grazia impalpabile, dell’evocazione arcana, della potenza segreta, del tannino finissimo, dell’acidità che devi andare a cercare perché gioca con te a rimpiattino sul palato come una dama un un giardino del Rinascimento la notte di giugno, con le lucciole intorno. Una cosa va detta, con onestà:  i cambiamenti di proprietà e di mano in cantina, gli incrementi del fondo vitato, non sono dettagli che si digeriscono un una notte. La sola domanda è: si tratta di assestamento oppure è un conscio cambio di direzione?

Però, certi semi gettati, restano e germogliano. Non c’è un po’ del “vecchio “ Poggio di Sotto nelle ultime uscite di Podere Le Ripi? La zona, poi, è la stessa, quel versante magico dalla parte di Castelnuovo dell’Abate che guarda negli occhi il Monte Amiata. Quest’azienda, che ha iniziato la sua avventura con scelte controcorrente ed azzardate, come i vigneti a densità altissime (4000 piante per ettaro il Rosso, 11000 il Brunello), sta trovando oggi mi pare una sua strada verso uno stile enologico classico, dove forza e scioltezza trovano un connubio molto naturale. Questo per dire che in fondo il vino è un gioco di equilibri sottili e che in quegli equilibri l’uomo è l’ago della bilancia. Il Rosso di Montalcino Amore e Magia 2013 è un’uscita particolarmente ritardata quando i più presentano i 2015. Sorvolando sul nome di fantasia,questo Sangiovese che affina due anni in legno e 1 in bottiglia, ha profumi ampi, solari e screziati, bocca gustosa, un’alta, benvenuta acidità ed un tannino ancora aggressivo. Il Brunello di Montalcino 2012 “Lupi e sirene”, che proviene dalla stessa vigna della Riserva, ha bellissimi profumi maturi, di frutta rossa e terziari. Il sorso è molto vivido, fruttato, con una bella acidità e tannino ottimamente estratti, che non si notano. Insomma, un vino di gran classe e personalità. Il Brunello di Montalcino Riserva 2011 “Lupi e Sirene”, è un colpo al cuore, per quanto assomiglia ai Poggio di Sotto di qualche anno addietro: quello il colore aranciato e scarico, quello il profumo che tra frutta rossa e solvente disegna un arcobaleno aromatico; quella la gran struttura che si cela sotto un sorso ampio e morbido, dalla beva succosa.

Poggio Antico, invece, credo rappresenti bene il concetto di valore sicuro, di una costanza su vini ad alto livello, sempre eleganti anche in annate più calde. Il Rosso di Montalcino 2015  è puro, dolce, poetico, luminoso, fresco: così già solo a sentirne il profumo.  Al sorso è morbido, carezzevole, conciliante, fresco e longilineo, confermando così le sensazioni avute al naso. Ha una bella struttura ed un’acidità rinfrescante, valori fondanti che gli derivano dalle vigne aziendali che sono a quote elevate, sempre fresche e ventilate. A guardare il capello, manca magari lievemente di intensità gustativa a mio vedere, ma è vino di razza e stoffa. Il Brunello di Montalcino 2012 è fresco, elegante e strutturato, anche se mi pare un po’ indietro ancora nella sua definizione  per una certa giovanile reticenza al naso e qualche traccia di astringenza. Il Brunello di Montalcino “Altero” 2012, invece, si atteggia già da campione: più pronto e più dolce del fratello nei profumi, si impone anche con un pizzico di aggressività dovuta  una struttura monumentale, con grandi tannini. Imperioso, certo, ma senza rinunciare ad una sostanziale finezza di modi e ad un disegno accurato.

Tiezzi è un altro di quelli che mi sento di definire valori certi: sarà per la posizione delle vigne, sarà per l’esperienza di Enzo Tiezzi, ma anno dopo anno tutti i vini sono la  piacevolissima conferma di che cosa può esprimere il Sangiovese se trattato con rispetto ed all’insegna dello stile più classico.  Inoltre la loro caratteristica è una notevole grazia gustativa. La dimostrazione inattesa viene dal Rosso di Montalcino 2014, portato in riassaggio alla manifestazione, un po’ a sorpresa. Si sa che l’annata era così così, ma il vino è buono , fresco, pulito, profumatissimo; ed in bocca la freschezza si conferma, accompagnata da un sorso ampio e gustoso, un’acidità un po’ più che media, il tannino finissimo ed abbondante, una percettibile salinità. Fa un figurone questo Rosso, con le sue note scure di virtuosa evoluzione. Messo accanto al  Rosso di Montalcino 2015 la differenza è comunque evidente: alle penombre autunnali del primo, si contrappone la luce meridiana del più giovane, che esprime un profumo fruttato e finissimo da manuale, con una nota purissima di amarena, poi avvolta di spezie. Ha struttura  ed un tannino eccellente per quantità  e grana. Al momento apprezzo il  Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2012  più in bocca che al naso, che credo si  debba ancora fare, ma è molto fresco, succosissimo, comunicativo e strutturato, con una netta salinità. Il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2012 è ancora più fresco e puro ed ha una grande struttura. Mi lascia con la sensazione che abbia una gran vita davanti e che sia al momento meno pronto del fratello. C’è in assaggio anche il Brunello di Montalcino Riserva Vigna Soccorso 2011 ed è interessantissimo notare le differenze tra un’annata e l’altra: la mano in cantina è la stessa, leggera e sapiente, ma qui il colore del vino è più aranciato, l’olfatto vira su note assai più evolute e scure, il sorso più caldo, per un vino bellissimo che trova la compiutezza in equilibri suoi distintivi.

Questo concetto di equilibrio distintivo lo ritrovo nei vini de Le Ragnaie, tra i più personali ed insieme autentici che abbia assaggiato alla manifestazione. Anche qui, vuoi le caratteristiche peculiari dei vigneti, vuoi la sensibilità interpretativa, sono vini inconfondibili e che non si dimenticano. Il Rosso di Montalcino 2014 è rarefatto:  trasparente, freschissimo, agrumato, particolarmente leggero e soave, con un tannino quasi impalpabile. Il Rosso di Montalcino 2014 “Petroso” viene da un vigneto posto sotto Montalcino: già all’olfatto lo dici più pieno, molto balsamico, quasi tu inoltrassi il piede in una lecciaia, ed ha un tannino  più importante. Il Rosso di Montalcino 2014 “V.V.” , che viene dalla vigne aziendali più vecchie, ha una marcia in più in termini di polpa. Il Brunello di Montalcino 2012 è molto fresco, aereo e screziato al naso, con  tocchi di aldeidi e cenni terziari, per un sorso aggraziato e ricco di struttura. Il Brunello di Montalcino 2012 “Fornace” mi pare tra i tre presentati da Riccardo Campinoti quello attualmente più pronto e piacevole, fitto e rotondo, con un senso raro di personalità olfattiva e tattile, ed un tocco lievemente amaro che mi piace. Il Brunello di Montalcino 2012 “V.V.” mi sembra forse quello col maggior potenziale evolutivo, pieno e polposo, ma di eleganza rarefatta. Sebbene non sia ancora del tutto integrato, credo, ha una struttura imponente, più tannica che acida. Vini ossìmori, quelli de Le Ragnaie, e affascinanti.

E di fascino sono maestri al Il Marroneto. Tutti i vini presentati mi sono sembrati eccellenti, personali, ricchi di carisma. Il Rosso di Montalcino 2014 “Ignaccio”, molto trasparente e dal color aranciato,  è così generoso di freschi profumi (fiori, frutti, spezie e ricordi marini) da farmi pensare sia un una fase di eccezionale apertura. Anche al sorso è fresco e lieve, agrumato, stuzzicante e lieve, con un tannino delicato ed una discreta acidità. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra ancora un po’ chiuso, ma il suo aroma, sebben sottile, è già molto infiltrante e la bocca è gustosa e potente, persino muscolosa, con una grande tannino ed un’alta acidità che disegnano un sorso ricco di tensione interiore. Il Brunello di Montalcino   “Madonna delle Grazie” 2012 mi sorprende, perché lo trovò più rubino delle altre annate che ho assaggiato, ma i profumi sono indimenticabili, ricchissimi, coprono tutti i registri dello spettro aromatico. Al sorso è potente ma fresco, dinamicissimo, con un gran tannino ed un’alta acidità. A mio vedere, un gran Brunello, buono già oggi e da lungo invecchiamento. Sono vini, in qualche modo, assertivi, “che non debbono chiedere mai”.

I vini di Pietroso mi sembra portino nel nome il loro carattere: strutture imponenti, rocciose, con un senso di naturalezza primigenia ed una vena sottilmente minerale, al limite talvolta con qualche cenno di austerità. Fossero automobili, sarebbero di quelle per veri amanti della guida, pronti a infilarsi i guanti di pelle ed a tener le mani ben salde sul volante per a domare i cavalli imbizzarriti del motore tra una curva e l’altra. Il Rosso di Montalcino 2015 ha una bella tinta rubina, profumi fruttati, una bocca imponente e gustosa, forse un po’ alcolica, ma dove spicca la struttura importantissima. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra molto buono, ancora assai rubino, con aromi potentissimi, in equilibrio tra giovinezza ed evoluzione, ed un sorso fresco ma di potenza estrema, con un tannino monumentale.

Proprio perché offrono sempre strutture tra le più importanti della denominazione, torno sempre volentieri all’assaggio dei vini di Caprili. Il Rosso di Montalcino 2015 ha un grande impatto aromatico, con note già  evolutive in equilibrio mirabile con quelle più fruttate. Ha una bella potenza, anche se il sorso mi sembra appena un po’ slavato al centro bocca. La mia aspettativa è soddisfatta: conferma un gran tannino ed una notevole acidità. Il Brunello di Montalcino 2012 ha un profilo olfattivo particolare ed affascinante, dalle note scure ed anche tostate, macchia, foglie e frutta secca, mandorle, e sotto la frutta fresca,che pure è presente, fichi secchi. Eppure l’insieme è vispo, fresco, e  il sorso è modulato, rotondo, pieno però di struttura con tantissimo tannino e acidità in abbondanza. Assaggio anche il Moscadello di Montalcino 2016, piacevolissimo! Appena un po’ frizzante, appena un po’ dolce, lo immagino  un vin de soif sulla pancetta.

Canalicchio di Sopra:  anche qui, per quel che ricordo degli assaggi passati, a struttura non si scherza. In degustazione anche il Rosso di Montalcino 2014, che contiene -stante l’annata-  parecchia uva normalmente destinata al Brunello. Mi pare abbia un’intensità di profumi quasi stordente, è tutto frutta e freschezza. Al sorso è relativamente delicato e fresco, eppure ha una gran struttura, notevole per acidità e tannino; forse è appena un po’ amaricante sul finale. Il Rosso di Montalcino 2015 ha una gran potenza olfattiva e gustativa: è reattivo al palato ma ampio, strutturato, forse appena meno compatto e deciso dell’annata precedente. Il Brunello di Montalcino 2012 è più severo, più cupo, giocato sulle note segrete di vello e di macchia. La sua potenza tannica è enorme ed ha una grande acidità, ma in questa fase credo che sia ancora un po’ contratto e non spiega del tutto il suo potenziale.

Dopo certi pesi massimi, per apprezzare adeguatamente i vini de Le Potazzine bisogna essere assaggiatori pronti e bravi a cambiare velocemente registro, perché questi sono tutti sottigliezza e sussurro, quasi evocanti un candido lirismo. Infatti , l’ammetto, lì per lì mi son passati quasi sotto traccia e solo una fortunata occasione di riassaggio una paio di settimane dopo me ne ha svelato meglio il valore. Sono vini freschi, integri, guizzanti, con il Rosso di Montalcino 2015 ancora un po’ da farsi, gustoso, appena un po’ amaro sul finale, ed il Brunello di Montalcino 2012 solo apparentemente leggero, perché in realtà è teso internamente da una gran struttura; anche lui tuttavia, mi pare chieda dell’altro tempo per dare di più e per un Brunello verace, è giusto così.

Il tempo, io credo, sarà amico e alleato anche del Brunello di Montalcino 2012 di Salvioni, che mi è sembrato al momento ripiegato un una sua introversa corazza iodata, marina, complessa, ma più sul metallo e sulla pietra che sul frutto: limatura di ferro, grafite…Decisamente tannico, austero, potente, quasi intransigente. Forse spiazzante sul momento insieme a tanti 2012 più concessivi e ciarlieri, ma nel ricordo affascinante: vorrei riassaggiare ancora e ancora per svelarne i segreti.

Per ultimi i vini del mio amico Luciano Ciolfi, ovvero Sanlorenzo; e c’è un perché. Un po’ li conosco già, li ho assaggiati che erano addirittura in fasce, nelle botti, e sono quindi vecchie conoscenze. Però riassaggiandoli ora li contestualizzo, ne vedo chiaro lo stile e  la traiettoria: anno dopo anno Luciano ne ha affinato  i tratti e quelli che ho nel calice sono rifiniti al bulino, ariosi, pur restando vini importanti e di impatto. L’esperienza maturata in vigna e in cantina ed anche forse l’età delle viti e il loro equilibrio origina oggi vini molto raffinati: quello che Luciano è riuscito a conseguire con il Rosso di Montalcino 2014 è la prova, credo, di un alto livello di consapevolezza: profumi di pulizia e ariosità eccezionali, fiori e frutta rossa, equilibrio ed una gran freschezza. Il Brunello di Montalcino 2012, ha un naso bellissimo, pulito molto complesso, profondo ma aperto e non cupo, ed il sorso è insieme gentile e potente, anche un po’ alcolico ma con gusto; lungo, ampio, un’ottima struttura con un tannino ben presente ma soffice.

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Parte Quarta e Ultima: “La clessidra del mio tempo interno”.

Esco che son le ultime luci e già cedono il passo alle stelle: il crepuscolo è una lama sottile rosso-aranciata che si allunga ampia sull’orizzonte e persiste fino a svanire in un’ombra. Un rapido aperitivo, assaporando le vie di Montalcino gialle dei lampioni ed ancora odorose per la pioggia del mattino, tanti volti noti e qualche saluto. Poi la cena all’Osteria di Porta al Cassero, solo come quando giravo per lavoro l’Italia ed era la norma; non triste, appena con la malinconia del tempo che scorre (quanti anni son già  passati?): una ninfa gentile. In realtà, così un po’ mi piace e lì mi sento quasi a casa. Il mio digestivo: una passeggiata sotto le mura mute  e severe della Rocca, l’aria asciutta e leggera come quella di montagna, fors’anche più odorosa, da respirare a pieni polmoni. E il buio nero dei campi appena oltre le mura e il silenzio profondo e solenne per le vie: tu solo coi passi tuoi. L’immobilità rassicurante e rara.

Quest’anno non son sceso a Sant’Antimo, non avrebbe avuto senso: dopo la visita dello scorso febbraio e quelle degli anni precedenti, così pregne di significato, sentivo di dover lasciare uno stacco, di doverle isolare come un trittico. Il martedì, mie sono state le strade bianche, il cielo e le nubi, l’ara fresca e il sole caldo: i finestrini completamente abbassati per godere l’aria pura e i profumi, amandoli non meno di quelli dei vini. Miei i pampini, i lecci, i fili d’erba, le zolle, le pietre. Ho girato per cantine, ho riannodato i legami con i luoghi e i volti, imprimendoli una volta ancora nella memoria: Sanlorenzo, Barbi, Poggio di Sotto, Podere Soccorso. Un sorriso, uno sguardo. Tanta gentilezza ricevuta: assai più del dovuto. A poco a poco emergeva il senso del viaggio. Passavano i pellegrini in antico per Montalcino, transitando sulla Francigena. Oggi è la mia meta, ma ci vado con ugual spirito pellegrino di anno in anno nei giorni  segreti dell’inverno, quando esso pare sussultare per scrollarsi di dosso il sonno e come crisalide prendere il volo colorato della primavera. È la clessidra del mio tempo interno, che a intervalli regolari inverto perchè la sabbia ricominci a scorrere, misurando ogni volta i cambiamenti fuori e dentro di me. Ecco il senso di venire fin quassù ad assaggiare vini che potrebbero esser portati loro in una più comoda ed asettica struttura fieristica: capire davvero quei  Rosso e Brunello, le loro ragioni, significa aprire un dialogo  con il mondo che li ha generati e trovare uno spazio interiore per conversare con se stessi. “Conosci te stesso” stava scritto sul Partenone, ma non è mai un processo indolore: c’è sotteso un rito di morte e rinascita che bisogna accettare. Oltre i paesaggi vibranti, nei riflessi di quei Rosso e Brunello le persone che si perdono e che si trovano; i dialoghi intimi e segreti che giungono come regali, un po’ balsami e un po’ veleni; su tutto, i volti delle Madonne col Bambino del Museo, sorpresi nei loro fondi oro, immobili in un abbraccio eterno: uno sguardo amoroso ed una tenera carezza che di quella rinascita sono il senso più profondo, l’unico.

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Rosso di Montalcino 2014, Salvioni – La Cerbaiola, 14 gradi.

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Se mi passi una battuta – amica o amico che mi leggi – a Montalcino tutti dicono Brunello; e con ragione, perché il Brunello è la benzina di Montalcino. Io però ho una simpatia particolare per il Rosso: a una certa sua quotidianità unisce nei casi migliori una gioiosità di beva, un’eleganza lieve ed una profondità di sentimento meravigliose e individuali. Ed infatti dice qualcuno che sia una valida alternativa ai Borgogna: ferme restando le evidenti differenze, ci sono in effetti punti in comune di finezza e complessità. È vero tuttavia che la tipologia del Rosso di Montalcino ha una variabilità di esiti notevole, dovuta alla sua origine per dir così ibrida: c’è chi lo interpreta come un vino di seconda categoria dove far confluire le uve meno prestanti, chi come un Brunello meno invecchiato, chi ne adopera il nome per ricercare strade nuove e nuovi equilibri. Alcuni sono ambiziosi e puntualmente eccellenti. Capita poi che certi Rosso di Montalcino nascano per il declassamento di un Brunello non ritenuto all’altezza, a causa di un’annata difficile: sono dei fuori razza che possono riservare sorprese. Fatto sta che lo scorso anno, alla presentazione delle nuove annate di Montalcino, tra tutti i vini proprio un Rosso mi fece letteralmente frizzare le antenne: quello di Salvioni, che in genere non lo produce;  buonissimo, più di molti Brunello che erano sui banchi d’assaggio. Così buono che appena un amico, udito il mio entusiasmo, propose generosamente di cedermi un paio di bottiglie che con alcuni buoni uffici si era procurate, accettai immediatamente con una certa sfacciataggine: volevo proprio riassaggiarlo con calma e forse, ancor più, che me lo volevo godere.
Gli lasciai poche settimane di riposo e lo aprii per Pasqua, il 27 marzo.
Fu la conferma di quei frettolosi assaggi a Benvenuto Brunello: un gran vino, perchè ad una nobile austerità univa lo slancio giovanile, vesti adolescenti su un animo maturo. Il suo colore era rubino perfetto, trasparente, luminoso, appena aranciato sul bordo, con gocciole molto fitte e persistenti sulle pareti del calice. Il profumo intensissimo e molto complesso, giovanile ma con accordi di note terziarie: croccante, profondo, elegante. Ciliegia e marasca in primo piano,  realistiche e mature. Violette e rose. Balzava però subito evidente e distintivo il suo carattere ferroso e minerale. Più sfumati giungevano toni erbacei, da orto dei semplici,  di macchia e di bosco: salvia, rosmarino, origano, leccio e cipresso. Morbido si dipanava un fondale di pellami conciati di fresco, di tabacco, di cera e incenso.  Un tocco appena di solvente. Al sorso profondo, vellutato, lungo e succoso, fresco, gustosissimo, salino, ferroso, ematico, appena vagamente fungino. Corposo, scattante, atletico più che muscoloso, con un tannino abbondante, irruente, molto fine però, ed un’alta  acidità. Uno di quei vini che metti sulla punta del palato e dopo un po’ il sapore si allarga ed esplode con voce di tenore, come certi Nebbioli del nord del Piemonte. Molto puro, partiva netto sul palato e con un ritmo sicuro accelerava sul con un crescendo rossiniano, come fosse l’ouverture della Semiramide, verso un finale lunghissimo e ottimamente integrato,  con un tocco di liquerizia amara che aggiungeva tridimensionalità. Forse, a ben vedere, si sentiva appena un po’ il calore dell’alcol, ma gli dava una spallata di carattere piacevolmente maschio. Lo godemmo con gli arrosti: ottimo sul  fagiano, eccellente  sul cappone. Questo super Rosso si sarebbe tentati di chiamarlo piccolo Brunello – e nemmeno tanto piccolo, anzi- ma gli si farebbe un torto, perché ha un suo profilo personalissimo di forza e di grazia, una bevibilità golosa che non abbisogna di alcun invecchiamento ulteriore -benché non gli sia precluso- perché già si mostrava meraviglioso e sinuoso nel destreggiarsi tra giovanile freschezza e profondità adulta; né, credo, un anno gli abbia marcato grandi differenze.  Insomma, questo Rosso di Montalcino 2014 di Salvioni è una manifestazione evidente delle mille risorse e sfaccettature del Sangiovese di Montalcino. E chi li vede più Bordeaux e Borgogna di fronte a questo carattere, a questa identità?

Sol Lucet Koshu 2014, Kurambon Wine, 11,5 gradi.

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Non avessi vissuto 5 anni in Inghilterra, forse il vino giapponese non l’avrei assaggiato mai; magari nemmeno avrei saputo che esistesse.
Là lo trovavo, per dire, persino nel supermercato sotto casa, l’ottimo Marks&Spencer, insieme a molte altre bottiglie da tutto il mondo: un aspetto questo che mi manca assai di quel Paese, anche se qui posso rifarmi con un abbondante scelta di vini nazionali (che siano per qualità e varietà un mondo a parte, è vero e presto detto; che poi nel supermercato sotto casa ne tengano di pregevoli, non è affatto scontato).
Si può pensare che gustare un vino giapponese rappresenti una mera curiosità e può  anche darsi, perché pure in Sol Levante sono presenti le ubique uve internazionali di origine francese; ma un Koshu come questo, invece,  è un vino così indentitario e ricco di storia che se sei appassionato -amica o amico che mi leggi – dovresti davvero inseguirne l’assaggio.
Le origini dell’uva koshu – nota con sicurezza fin dal Seicento- sono incerte ed oscure: forse dalle leggende che la riguardano si possono rinvenire  brandelli di storia.
Pare che la vite fosse sconosciuta in Giappone fino al 718 d.C., quando il Buddha Nyorai ne regalò a un sant’uomo, Gyoki, che la coltivò a Katsunuma dove edificò anche un tempio, tuttora esistente. C’è in esso di Nyorai, che fu poi detta Budo  Yakushi. “Budo” significa “uva”, “ yakushi" è “maestro della medicina”: già questo collegamento tra uva e medicina mi pare un filone interessante. Proprio lì l’uva Koshu sarebbe stata scoperta nel 1186 che cresceva selvatica. In questi racconti si è voluto vedere un riflesso dell’attività di monaci buddisti lungo la Via della Seta, che avrebbero portato con sé la vite da zone più interne dall’area Euroasiatica. Di certo, l’uva koshu è parte della famiglia europea della Vitis Vinifera, ma con gli studi sul DNA non sì è ancora riusciti a collegarla a nessuna varietà nota. Per la Via della Seta, quanti popoli sono passati? I Persiani, gli uomini, di Carlo Magno, i Romani, Bisanzio, l’Impero Cinese, con scambi continui fruttuosi di merci e cultura: vai a sapere l’uva koshu di quali incroci è figlia.
Lasciandole ora alle nebbie della storia e delle steppe dell’Asia Centrale, bisogna dire che per un bel pezzo i Giapponesi le uve si limitarono a mangiarle, essendo il sakè la loro bevanda nazionale; e, sorpresa, koshu è anche una tipologia di sakè invecchiato. Il vino e il suo consumo fu introdotto nel XVI secolo ancora da monaci, ma questa volta missionari portoghesi: ne portavano come dono di valore per i dignitari e, naturalmente, per l’Eucarestia. Alcuni Giapponesi si abituarono al suo gusto e incominciarono all’epoca le importazioni, ma bisogna attendere la seconda metà del XIX secolo per la prima produzione locale; peraltro il consumo di vino subì una drammatica eclissi tra la fine del ‘500 e il ‘600, quando i Cristiani vennero perseguitati e tutto ciò che era collegato con la loro cultura visto con sospetto o vietato. Persecuzione, non discriminazione: nel solo 5 febbraio 1597, 26 cristiani furono crocifissi, giusto per ricordare quanto barbaro sia l’uomo.
Tuttavia, non furono solo queste vicende  a rallentare lo sviluppo della locale produzione vinicola: il clima giapponese ha caratteristiche estreme e molto sfavorevoli per la viticoltura. Anche per rapide pennellate, sembra un elenco di calamità: venti gelidi dalla Siberia, monsoni dal Pacifico tra la primavera e l’estate, con le piogge concentrate all’incirca nel periodo della maturazione dell’uva: nel solo mese di settembre a Kofu, il centro del distretto vinicolo Yamanashi, presso il monte Fuji, si hanno in media 183 millimetri di pioggia, contro i 99 mm della pur bagnatissima Udine, gli 84 mm di Bordeaux, i 63 mm di Nantes, i 54 mm di Bolzano. Quando non c’è un bel tifone, piove; quando non piove, l’umidità è altissima. Sulle alture, che sono le più soggette ai tifoni, i suoli sono acidi, vulcanici, e ben drenanti, ma soggetti al dilavamento se non ci sono le foreste  a trattenerli. In pianura i suoli sono alluvionali e poco drenanti, non adatti alla vite.
In questo inferno verde, l’uva Koshu si è adattata con testardaggine nipponica, grazie a grandi acini dalla buccia massiccia, resistente, di un bel colore rosato (ricorda vagamente quello del Pinot Grigio) e ad una maturazione tardiva. Inoltre, l’ingegno dell’uomo l’ha allevata storicamente su pergole alte ed estese, per evitare attacchi fungini.
Quando poi ho saputo che Kurambon Wine, il produttore di questo Koshu nella prefettura di Yamanashi, applica dal 2007 metodi di coltura naturali (niente fertilizzanti, niente chimica per insetticidi, fungicidi, eccetera) ho provato una immediata ammirazione che va al di là del risultato nel bicchiere, perché ci ritrovo tutta la cultura e la sensibilità di un popolo grande e orgoglioso.
“Insomma, com’è questo Koshu?”, mi chiederai amica o amico che mi leggi. Nella letteratura di settore ricorre spesso il termine Zen, magari abusato, ma ammetto che rende l’idea almeno per l’occidentale medio.
Ha color bianco carta, del più pallido e tenue che tu possa immaginare e molto trasparente. Sul calice forma lacrime fitte, veloci, piuttosto persistenti. Mi ricorda alla vista il Blanc de Morgex et de la Salle valdostano, nelle sue versioni più fresche e immediate.  Ha un profumo molto delicato di intensità media, a carattere soprattutto floreale: sambuco, nontiscordardimé. Poi un agrume verde giovane penetrante: direi lime. Infine, qualche nota tra la buccia di pera ed l’idrocarburo. L’assaggio: in bocca spicca subito la polpa di pera. E’ molto secco, ma ha una certa morbidezza glicerina che ne arrotonda il sorso. Sulle prime il corpo pare piccino e si sa che, vuoi le piogge, vuoi le grandi pergole, questo è il profilo tipico del Koshu; ma assaggiandolo con attenzione,  è un po’ meno leggero di quel che sulle prime sei potrebbe pensare, grazie probabilmente alle cure che gli riserva il produttore: diciamo che ha corpo leggero, ma tende al medio. L’acidità è vivida, piacevole la sensazione di basso tenore alcolico (per le difficoltà della viticoltura, si ricorre spesso alla captalizzazione).  Si percepisce una lieve salinità. Ha un retrogusto di idrocarburi e di giuggiola acerba, ed una persistenza notevole, sorprendente in un vino dalle tinte così acquerello, con note finali balsamiche e quasi resinate. Questo Koshu è senz’altro un vino minimalista,  ma estremamente interessante: pochi elementi, ma dettagli originali al posto giusto, disegnati con cura. L’ammetto, amica o amico che mi leggi, il mio abbinamento è stato banale ma sicuro: sushi.

Rosso di Montalcino 2014, Sanlorenzo, 14 gradi.

L’ultima volta che sono stato a Sanlorenzo l’aria era pulita, limpidissimo il cielo. C’era il vento che, mentre il giorno principiava il suo cammino dal meriggio verso il crepuscolo, faceva stormire le fronde e muoveva i pampini in un’allegrezza silenziosa e mesta. Un profumo permeava lo spazio celeste e le zolle brune di un odore quasi di fieno al sole: chissà, lo portava forse quel vento dai pascoli dell’Amiata. Si vedeva quel giorno all’orizzonte, lontanissimo ma lucente, il mare e persino i monti della Corsica. Bada – amico o amica che mi leggi – sono forse 50 chilometri in linea d’aria di lì alla costa grossetana , magari anche più. E’ che Sanlorenzo sta in alto, a 500 metri d’altezza, una quota che un tempo rendeva difficili le maturazioni del sangiovese. Però, complice l’esposizione prevalente a sud-ovest e la serie di annate piuttosto calde che si sono succedute almeno dal 2003 innanzi, i vini di Sanlorenzo si sono forgiati normalmente ampi, eleganti, potenti, suadenti. Energici, certo, ma anche caldamente comunicativi, con una loro robusta morbidezza. Così il Brunello e così il Rosso, che riesce sempre di qualità sorprendente: ma Luciano è vignaiolo serio e ambizioso e il suo Rosso è semplicemente un’interpretazione altra del grande sangiovese di Montalcino, più pronta e amichevole, non meno raffinata del Brunello.
Certo, di anno in anno suoi  i vini sono stati diversi e questa speciale filigrana è uno tra i loro aspetti più belli, ma l’annata 2014, così piovosa, fredda e difficile, ha originato un Rosso per certi versi atipico: è sempre lui, ha quei lineamenti da sangiovese di razza e sincero,  però sostituisce scatto a distensione, freschezza a calore, grinta a souplesse. E tali caratteristiche  si concretizzano in una beva incisiva, quintessenziale, slanciata, quasi una saetta.  La prova? Versalo. E’ rubino scuro, ma con una trasparenza speciale ed una luminosità interna, rifrattiva; sul vetro del calice lascia  gocciole fittissime e lentissime: ravviva il desiderio. Tuffa allora le tue nari, lascia ti avvolgano i suoi aromi puliti,  intensi e freschi di frutta rossa: eccoli evidenti, vividi, fragola e ciliegia, lampone e fragola di bosco e poi una vaghezza di fiori, che intravedi appena sfumata com’è alla maniera impressionista. Altre note fresche, quasi rapsodiche: salvia, arancia rossa, un ricordo lontano di spezie di norcineria (noce moscata e cannella), persino zenzero, accenni di iodio e di ruggine, sentori appena percettibili di pellame e tabacco: ma sono solo una premonizione .  Assaggialo: riassumendo in pochi tratti, direbbe l’esperto che il gusto, di notevole intensità, è rispondente a quanto offerto all’olfatto; soprattutto però in bocca io trovo il sapore dell’uva sangiovese appena colta, che bambino mangiavo sulle prode, ed insieme vi sento qualche ricordo  di sultanina, più dolce. Ha un’acidità potente, portante come una struttura di pietra forte, ed è assai tannico,  ma di un tannino finissimo e signorile: ecco, mi ricorda certi Nebbiolo giovani, per il suo essere corposo e stilizzato, lungo, articolato, con un finale di gran classe, che è un po’ amaricante, ma con piacevolezza e lascia quasi un retrogusto antico di rabarbaro. Su tutto domina un’enorme freschezza. Si diceva prima della trasparenza nel leggere le annate: credo che mai come con questo Rosso di Montalcino 2014, in tutta la sua particolarità, io abbia realizzato che il Sangiovese di Sanlorenzo è anzitutto un grande sangiovese di altura, con caratteri montani spiccati nelle annate più fredde. Di qui la forza, di qui l’eleganza, di qui la sua originalità, che l’affratella al meglio delle produzioni internazionali e nostrane.
C’è poi un fatto curioso: gustato a settembre da una bottiglia in tutto gemella, era in una fase interlocutoria anche rispetto a precedenti di assaggi: contratto, svelava a nudo tutto il suo spessore strutturale, anche se svaniva un poco l’immediato godimento. Ora invece sì è schiuso come un fiore a primavera; e nello slanciarsi del profumo gioca quasi a nascondino, perchè ora è la struttura a farsi più sfumata. Però  non mi sento di dirlo sbocciato ancora, perché mi pare di sentire che sia solo all’inizio di un suo cammino e che per goderlo appieno, voglia ancora un ascolto attento. Darà ulteriori soddisfazioni negli anni, figlio di un’annata da molti detta minore? Ci vorrebbe la sfera di cristallo, ma tu tienilo nel bicchiere: seguine l’evoluzione, senti come cambia e si esalta. Perciò io ne accantonerò fiducioso e felice qualche bottiglia. L’ho goduto e trovato eccellente su arrosti misti; un po’ fresco, buonissimo.