Monteregio di Massa Marittima Brecce Rosse 2007, La Cura, 14 gradi.

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Massa Marittima sta alta su un colle, orgogliosa nelle sue pietre, guardando di lontano il mare che in epoche antiche le stava molto più vicino, lambendole quasi i piedi di gigante. Attorno, selve, verso l’interno tra le più impenetrabili della Toscana. Zona di attività minerarie remotissime, che vi han  portato il bene e il male. Certo risplende ancora della ricchezza e dell’importanza vetusta, basta riguardare la sua piazza monumentale, una delle più celebri d’Italia: molti l’hanno vista almeno una volta filmata o in fotografia, ma pochi saprebbero individuarla. Allo stesso modo sono convinto che l’appassionato si strugga ad indicare su una cartina le tante denominazioni d’origine di quella che viene definita nel mondo del vino “la costa Toscana”; e più ancora a spiegarne le differenze. Limite di comunicazione e legislativo, a mio modo di vedere: da una parte non si evidenziano adeguatamente le specificità, dall’altra si apre la porta ad una confusione di stili e prima ancora ampeleografica. La stessa DOC Monteregio è vasta e varia, a partire dai suoli per finire coi risultati enologici. Se, pistola alla tempia, mi dovessero intimare di indicare una caratteristica comune nei vini del Monteregio, azzarderei (sulla base della mia limitatissima conoscenza) un certo tratto minerale ed un profilo più continentale rispetto a quello dei figli di altre aree costiere. Tuttavia fuori discussione è la vocazione dell’area, che ha una tradizione antica e vanta almeno un paio di produttori di sonante rinomanza. Ricordo l’acquisto curioso di questa bottiglia in un negozio di Massa Marittima un pomeriggio caldo e luminosissimo d’estate (la luce laggiù è speciale): una di quelle gite quando la vita comincia ad invertirsi e tu che bambino venivi portato per mano in scoperta del mondo, ora conduci il passo ai tuoi cari. L’ho ben conservata – nel sottoscala umido e fresco, seminterrato e buio, della casa Toscana- ma dei vini del Monteregio ignoro la longevità: sarà solo bevibile o in buona forma? Affinato o solo invecchiato? In fondo ha più di otto anni al momento dell’assaggio. In realtà mi sorprende fin dal colore, rubino trasparente però deciso, ancora con barlumi di porpora al centro, mentre al bordo ha un’aureola granata. Sul calice è molto viscoso, forma archetti persistenti. I suoi  profumi sono assai intensi e nitidi: ci sono gli aromi terziari dovuti all’invecchiamento, molto tabacco in prima evidenza; ma anche tanta frutta rossa ben matura epperò fresca: i canonici frutti di bosco (mora di rovo, lampone, mirtillo) e -assai più sorprendenti- pesche dalla polpa succosa, quasi anche la buccia di melone. Completano il quadro originale ma non stravagante una speziatura tra il piccante, il dolce e l’amaro (pepe nero, cacao nero in polvere) ed uno sfondo piacevolissimo e intrigante di note di vernice. Una piacevolezza confermata dal sorso: il vino è pieno ma agile grazie ad un’acidità ancora discretamente rinfrescante e ad un supporto salino e minerale che lo rendono molto continuo ed irradiante. Se l’ingresso del palato si compiace di un tannino abbondante ma molto fine, la parte finale ne gode la buona lunghezza, ben bilanciata con l’alcol ottimamente integrato. Su una pasta al sugo di carne e poi ceci bolliti e conditi con la semplicità dell’olio d’oliva vero, pepe e sale, ha reso più bella la tavola donando istanti di gioia. Questo Monteregio, frutto di sangiovese per la maggior parte e di cabernet sauvignon per la restante (non trascurabile), che ancora lo diresti fruttato malgrado i suoi otto anni, sarà magari un capello fuori moda per chi ama i vini più lievi e rarefatti, però ha una sensualità così ferma, moderata e ben definita, da prenderti in contropiede nelle tue certezze: come una continua tentazione.

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