Bourgogne Rouge l’Hermitage 2013 Domaine de la Cadette, 12 gradi.

Era qualche mese che non bevevo Pinot Nero e mi mancava la sua fascinazione.

Da ancor più tempo occhieggiavo questa bottiglia, rimanenza del mio quinquennio in Inghilterra. Acquistata a Londra: per l’esattezza, al Whole Market di South Kensington.

Il 29 giugno scorso, malgrado il caldo affocante che opprimeva Milano, mi decisi ad aprirla, dopo averla opportunamente rinfrescata a 10-12 gradi; ché tanto a scaldarsi un poco, con quell’afa, bastava un attimo: il tempo di versare nel calice.

Non sono esperto di Borgogna: assaggi metodici e studi si allontanano negli anni, divenendo labili ricordi. Perciò, mentre il vino si distendeva nel bicchiere, mi informavo su che cosa stessi bevendo.

Scoprivo che questo Pinot Nero è di Vezelay, estremità settentrionale della Borgogna, nord est di Chablis. Un rosso da una terra di bianchi, che presumo assai fresca, come la zona classica dello Chablis; al punto che, malignamente, mi insospettii sulle effettive qualità di questo vino, temendo che fosse nato, sull’onda della crescente domanda mondiale di Pinot Nero borgognone, in un’area poco consona. Pare infatti che Vezelay venisse colpita pesantemente dalla fillossera e che i reimpianti siano solo recenti.

Il ricorso all’ uvaggio, anziché l’impiego in purezza di Pinot Nero, com’è abituale in molta parte della Borgogna, testimoniava forse questa difficoltà ambientale e accresceva il mio sospetto: qui, 80% di Pinot Nero e 20% di Cezar, varietà rustica che apporta grado alcolico, tannino e, pare, profumo.

Tuttavia l’assaggio fugava ogni dubbio, presentando un vino risolto, forse al suo apice: sua dote era la discrezione, unita a una spiccata caratteristica dissetante, caratteristica anche della fredda annata 2013, secondo l’autorevole commento di Armando Castagno.

Nel mio calice roteava rubino tendendo al granato, trasparente, luminoso, con gocciole molto lente e irregolari.

Il suo profumo era spiccato, fascinoso: fragolina di bosco, arancia, ciliegia, melograno; poi spezie: noce moscata e cannella, molto delicate, dolci e sfumate. Ascoltando attentamente, petali di rosa appassita e qualche nota idrocarburica, che preludevano a un commiato aromatico tra zenzero e rabarbaro.

Di corpo sottile, infiltrava il palato succoso e assai salino, con discreta avvolgenza. Un po’ timido sulle prime, sulla spinta di un’acidità notevole e di un tannino molto delicato, che aveva tracce di rusticità e tuttavia risultava in una ruvidezza tattile lieve e piacevole, accelerava notevolmente nel finale, sorprendendo per proporzione.

Col caldo di quella giornata sarebbe stato difficile godere un rosso più piacevole di questo, che gustatammo con piacere su fagioli bianchi di Sant’Agata dei Goti semplicemente bolliti con uno spicchio d’aglio e conditi con sale, pepe nero, olio della Fattoria Niccolini di Seggiano; accompagnati, a parte, da una caponatina dedicata di melanzane e zucchine.

Tuttavia lo ritengo flessibilissimo sulla tavola, eccellendo ad esempio con formaggi a crosta fiorita ed arrosti di carni bianche, perché con discrezione, appunto, è non chiede attenzione e tanto dona: una compagnia di piacevolezza domestica, semplice, affettuosa, pura.

Pinot Noir Dundee Hills, Oregon, 2013, Domaine Drouhin, 13,5 gradi.

Nell’agosto del 2011 feci un lungo viaggio in auto negli Stati Uniti, da Denver a Seattle, attraversando Stati che fino ad allora erano per me solo suggestioni di romanzi o di film: Colorado, Wyoming, Utah, Idaho, Nevada, Oregon, Washington. Di tutti riportai un’immagine vivissima. Dell’Oregon, in particolare, ricordo le coste atlantiche, con le spiagge sabbiose e lunghissime, alternate a promotori rocciosi; e l’immediato entroterra così verde, per l’influsso umido e piovoso dell’Oceano Pacifico. Trattengo un’immagine in mente: l’interminabile nastro d’asfalto di una statale parallela alla costa, la pioggerella battente dal cielo grigi e a destra lo shop di una cantina tra le tante -indicate da cartelli turistici – che offrivano vini in degustazione e per l’acquisto; parecchie etichette, tutte discrete, da uve internazionali (ovviamente) e con un certo residuo zuccherino. Questo per dire che in Oregon il vino è quasi un’espressione del vivere quotidiano, tanto si è radicata, o comunque rappresenta una parte non trascurabile dell’economia agricola e del tessuto sociale: mutatis mutandis, l’accosterei al nostrano Friuli. Può sorprendere che addirittura uno storico produttore di Borgogna abbia ritenuto di trovare lì le condizioni ideali per produrre vini da pinot nero, varietà notoriamente difficile e riottosa, alla quale basta un breve deragliare da condizioni di maturazione ideali per precipitare da vette enologiche sublimi a risultati blandi, con sapori slavati , squilibri acido-tannici, eccessi alcolici. Eppure Robert Drouhin, dopo un lungo periodo di frequentazioni iniziate negli Anni Sessanta, decise di avviare un’azienda nel 1987, con la prima vendemmia nell’88. Non che fosse un pioniere, giacché alcuni produttori locali si erano distinti con i loro Pinot Nero dalla metà degli Anni ’70, tuttavia rilevò la compresenza di un’opportunità commerciale e produttiva con una vera vocazione territoriale. Infatti la Willamette Valley, prima AVA (American Viticultural Area) riconosciuta in Oregon, estendendosi parallelamente alla costa gode di un clima moderato, con inverni freschi e piovosi ed estati relativamente calde e secche, lunghe, con importanti sbalzi termici fra il giorno e la notte, e molte ore di luce. Vi sono inoltre numerosi corsi d’acqua e suoli particolari, vulcanici e sedimentari, ben drenanti. Il pinot nero , come altre varietà d’uva che amano il freddo, pare essersi ben acclimatato, esprimendo caratteristiche territoriali: affidandomi alla memoria di diversi assaggi di Pinot Nero locali, ormai lontani nel tempo, direi che i profumi intensamente fruttati e maturi sono tipici, così come una certa spinta alcolica ed una rotondità tannica gradevole. Insomma: i vini possono essere assai piacevoli, con un occhio all’immediata gradevolezza più che alla complessità; oppure rischiare derive giunoniche poco interessanti. Spesso, anche laddove il vino conservi un piacevole equilibrio, risalta il carattere americano, spingendo le leve della concentrazione, della pienezza di frutto, dell’impatto.

I Pinot Nero del Domaine Drouhin, fin dalla prima volta che li assaggiai a Londra, mi parvero una piacevole eccezione: French Soul, Oregon Soil, diceva l’etichetta e difatti mi attrassero per misura, rifinitura, capacità di dettaglio enologicamente più francesi che statunitensi: insomma, almeno per i vini del vertice aziendale, il paragone con un Borgogna non era azzardato.

Tra le bottiglie che riportai in Italia dall’Inghilterra c’era anche questa, il vino d’ingresso del Domaine Drouhin. È una buona occasione per rinfrescarmi la memoria e verificare se anch’esso riesca a riportarmi la magia di quel particolare terroir. Però, soprattutto, desidero godermelo a cena, che è il miglior banco d’assaggio.

Versandolo nel calice, non lascia dubbi sulla sua identità: è Pinot noir già alla vista, così trasparente, rubino; con riflessi granati e gocciole lente, rade, un po’ evanescenti. Il profumo, di intensità superiore alla media e tuttavia più timido di quanto mi attendessi, è quello caratteristico del Pinot Nero un po’ invecchiato di scuola classica francese, sfumato, persino un po’ ombroso in questo caso: forse è la marca della sua piovosa zona di provenienza, oppure sente l’età; tuttavia è ampio, mi rammenta la fragola, i frutti di bosco, le spezie (specie il pepe nero), ma risuona note verdi di vegetazione (latifoglie e ruta) ed humus.

Ha un corpo piuttosto importante, più di quanto normalmente si associa al varietale, ma l’ acidità è superiore alla media; mentre il tannino è maturo e fine, come ci si aspetta dal Pinot Nero, ma non finissimo. È saporito in bocca, con un accenno lievissimo di salinità, e molto lungo. Però risulta un po’ largo, si appoggia placido sull’alcol, si vorrebbe più nerbo. Perciò, fuori degustazione, ma consumato a cena, sta bene sul risotto alle quaglie, meno sulla quaglia arrosto, perché quella certa sua dolcezza confligge con l’amaro della carne.

Insomma: è un buon vino, onesto nel rispettare il varietale, nel riportare il territorio e riesce di una certa classe. Però resta a metà nel guado, senza compiere quel salto verso l’intimo piacere o la magia.

Magari è che l’ho servito troppo caldo: sui 14 gradi avrebbe certo figurato meglio. Oppure la bottiglia ha un po’ sofferto, oppure è il mio palato questa sera. Però il dubbio mi resta, che i migliori Pinot Nero del Domaine Drouhin siano su un altro livello.

Franciacorta Extra Brut, sboccatura 2 sem 2010 , Faccoli, 12,5 gradi.

Negli ultimi anni mi son tenuto  alla larga da certi gruppi di appassionati di vino, abbastanza da non saper più nemmeno veramente dire che cosa è di moda  e che cosa non lo sia. Mi piace, e mi è sempre piaciuto, seguire un’idea mia, magai un po’ obliqua, trasversale, sghemba, ma libera di andare dove le pare – ed io libero con lei. Ricordo che presso codesti circoli, o piuttosto rassembramenti, il nome degli spumanti metodo classico di Franciacorta era -e forse ancora è- in disgrazia, ben oltre il segno comprensibile di qualche concreto demerito; eppure quello di Faccoli veniva salvato per eccezione e agitato come un feticcio, al punto da risultare quasi antipatico come lo sono tutte le scelte imposte dalla massa, che spesso sceglie senza supporto di un pensiero critico, ma per sentito dire. Entravi in certe enoteche o ristoranti e già sapevi che avresti trovato Faccoli; parlavi con certe persone e: “Io non bevo Franciacorta” (o “non tratto”: la variante), “ solo Faccoli”, dicevano. Al punto che di Faccoli io alla fine nemmeno ne volevo sentir  parlare: me ne ero allontanato così tanto da rimandare, oltre ogni concreto impedimento e giusta ragione, l’apertura e l’assaggio di qualche bottiglia in mio possesso, acquistata appunto anni addietro per genuina curiosità e per l’onda della moda. Inoltre uno spumante di Faccoli, rosato, aperto davvero dopo troppi anni dalla sboccatura, aveva mostrato tutto il peso del tempo trascorso, lasciandomi un certo disappunto e poche speranze per le restanti bottiglie.
Ma quando ho aperto questo extra brut, che è il vino più distintivo dell’azienda, oh meraviglia! Di un bel giallo limone carico, dalla bolla fine e delicata, è eccellente  malgrado i 7 anni passati dalla sboccatura. Nasce da Pinot Bianco e Chardonnay e in massima parte i vini base sono d’annata singola: praticamente è un millesimato. Il Pinot Bianco, con le sue eleganti delicatezze, è  identitario per la denominazione, giacché si trova in molti Franciacorta riusciti; anche qui appone la sua firma, ma il risultato è  personalissimo. Questo extra brut ha un profumo molto intenso, vinoso e fungino: un’abbondanza di porcini secchi, disegnati con precisione. Poi, in dettaglio, fiori di sambuca,  arance e albicocche candite, tocchi di limone fresco, una speziatura dolce di noce moscata ed un senso vegetale di legno che è vivido e naturale, perché è muschio e corteccia ed in particolare corteccia di eucalipto, se la conosci. C’è qualcosa di carnoso, di ematico, di empireumatico, e insieme qualcosa di verde: il profumo dell’alloro e quello sfaccettato di altre erbe botaniche, come le distillano, care alla mia memoria,  i monaci di Camaldoli. C’è qualcosa di anice e di rosa e di mandorle, quelle buone, fresche e semplicemente pelate, non tostate; è una mineralita forse un po’ ammansita, ma scoperta.  Al sorso è notevolissimo, dritto, di quella stessa scabra eleganza che ha il Monte Orfano dal quale proviene, isolato e testardo in mezzo alla Pianura Padana, sola emergenza marina con i suoi conglomerati e i suoli poveri, fiero e ruvido come solo certi bresciani sanno essere. Di buon corpo, con un’acidità  davvero alta e una dolcezza media in senso assoluto (quell’acidità va pure compensata, per avere equilibrio), ma decisamente contenuta per uno spumante, marca appena un po’ di alcool nel lungo finale, ma in sostanza è deciso, energico, longilineo, piuttosto sfaccettato; mi verrebbe quasi da paragonarlo, absit injurias verbis, ad uno champagne di vigneron, per la qualità e la focalizzazione che esprime: un territorio, uno stile, niente compromessi. Da non gustare troppo freddo per goderlo appieno, sulla tavola è flessibile e con lui mi sono divertito a giocare; ma chissà che matrimonio sarebbe stato con un’astice o un’aragosta?

Bourgogne AOC, Cuvee de Noble Souche, 2005,  Denis Mortet, 13 gradi.

image

Fu il vino dell’amore col Pinot nero e con la Borgogna; forse, col vino tout court. Una sera, tanti anni fa, fredda. A prima vista: il suo colore, il suo profumo, il suo bacio. Sensazioni mai immaginate, lo svelamento di un ideale fino ad allora solo vagamente immaginato. Il mio ideale della donna da sposare: accogliente, femminile, sensuale, elegante, morbida. Perdona, amica che mi leggi, se posso sembrarti un poco maschilista qui: è che da allora di vini ne ho assaggiati parecchi, e parecchi prima ancora, ma con nessuno ho più avuto quella sensazione lì. Col Sangiovese, che pure può essere gentile, io mi posso immedesimare: vi affondo le radici e sento l’eco dei miei avi; in un Nebbiolo, trovo il maestro, l’amico che ti ascolta, il senso del conforto. Ma sono vini maschi, al confronto con questo Borgogna. Specifico: questo Borgogna. Ne ho assaggiati altri negli anni, anche di caratura superiore se vogliamo, da Cru blasonati: più profondi, complessi ed articolati magari, ma nessuno con la stessa scorrevolezza agile, con la levità intensa e carezzevole di questo di Denis Mortet, con quel suo modo di stare a tavola senza attrarre troppo l’attenzione, ma blandendo in maniera sottile ed obliqua, quasi impercettibilmente. Unico per la sensazione che mi regala di star naturalmente bene, di non aver bisogno di un dialogo per parlasi e capirsi, come se bastasse un gioco di sguardi, o al più uno sfioramento, pelle a pelle.
Da tantissimo in realtà non lo incontro. Ne riposano sei bottiglie nella mia cantina di Milano. Mi decido infine un certo giorno a spostare gli scatoloni affastellati, pieni di  altre bottiglie, ognuna che racconta viaggi, ricordi, storie, e sposto vendemmie e territori, scoprendo che cosa si è sedimentato nel tempo; ma ne voglio una di quel Borgogna, perché domani compirò quarant’anni e per la prima volta dal 2011 potrò festeggiare nella tiepida quiete della mia famiglia.
Temo l’incontro e ne sono anche un po’ emozionato e preoccupato: per le mie conoscenze, non è affatto garantita la tenuta di un vino come questo per 12 anni; o, meglio, non è detto che l’evoluzione sia virtuosa: in fondo è un semplice Bourgogne AOC, non un Premier Cru o un Grand Cru.
Il tappo di sughero è lunghissimo. Accenna a spezzarsi quando esercito forza, ma riesco destramente ad estrarlo. Sorrido, perché anni di esercizio sono evidentemente serviti; ma più ancora perché già dal fiato della bottiglia capisco che il vino è in ordine: non è compromesso da spunti acetici, ossidazioni o altro.
Lo verso e godo la bellezza del suo color rubino trasparente che tende appena al granato, con gocciole belle, perfette. Il suo profumo! Ricordo che giovane mi sembrava una droga per la sua armonia e un amico ci scherzava su sarcastico, dicendo che lo si poteva considerare un sostitutivo della cocaina. Oggi è più maturo, ma ancora in evoluzione: se ha perso in fruttato, ha tuttavia ancora un bilanciamento meraviglioso, che si è spostato più sulle spezie. Eppure è ancora lui: molto intenso, puro, profondissimo, risonante, solenne, arioso come le navate di una cattedrale gotica, luminosa ma ricca di chiaroscuri, con fragola e più ancora fragola di bosco, con una sfumatura floreale tra la rosa, la viola e la mimosa. Le spezie, l’accennavo, sono tantissime: pepe e noce moscata in evidenza, cannella e chiodi di garofano; chi più ne ha, più ne metta. Un tocco di cipria, molto lieve, civettuolo, che contrasta con un fondo autunnale di tabacco e foglie ingiallite, più serio e compunto. Infine, come una scia variegata, un’affumicatura leggera, vaniglia, ricordi marini che mi richiamano alla mente l’odore delle posidonie al sole sulla battigia, il muschio ed un sospiro appena mentolato e di grafite e di pietra bagnata. Tuttavia è l’unione equilibrata di tutti gli aromi ad essere magica come una droga, non qualcuno di essi in particolare. L’assaggio: un beva piena ma leggiadra, setosa e ricca di nerbo; forse appena sfrangiata dall’età, ma è cosa assai lieve. E’ rotondo, dolce al tatto sul palato (ma, bada bene, non al gusto); senza una nota fuori posto, anzi, con una accordatura perfetta ed armonica che fa godere, come quando si ascoltano certi clavicembali antichi e ben temperati negli arpeggi delle Toccate di Girolamo Frescobaldi. Ha un tannino finissimo e di vera, superba eleganza;  un’acidità decisa, ma dissimulata, distribuita, irradiante. Il suo sapore è concentratissimo, in un dialogo tra fiori e spezie, forse appena semplificato rispetto all’olfatto, ma il sorso è in progressione ed in crescendo, fresco, lunghissimo, con un alcol equilibratissimo, che apre alla soddisfazione di un contrasto caldo-freddo magistrale. Leggiadria e potenza, verrebbe da riassumere, ma ancora non si è detto abbastanza di come a tavola sappia essere un perfetto compagno camerista, più che un ingombrante solista.  Io ad esempio l’ho gustato,  e parecchio, su un bollito misto con pollo, vitello, manzo, lingua e cotechino. L’amore si rinnova; malgrado qualche minima ruga, malgrado la constatazione, dopo tanti assaggi, che un lieve e forse impercettibile ammiccare a certi Pinot del Nuovo Mondo esista pure, realizzandosi in forme armoniose  e atletiche che sono lontane da una certa essenzialità ossuta. Sorprende quasi, se si pensa che le uve vengono da una zona estremamente secondaria e difficilmente ascrivibile alla rinomata Cote d’Or. Vengono dal piccolo paese di Daix, parte della misconosciuta Cote Dijonnaise, giusto nord ovest delle città di Dijione, non troppo oltre una distesa di sobborghi dal carattere industriale. Però a Daix ci sono delle belle colline dove le uve crescono a circa 400 metri sul livello del mare, su suoli bruni  e molto gessosi,  ma le vigne sono poche e poche forse sono sempre state. Denis Mortet, però ci credeva e da questi terreni meno famosi provò a trarre un vino che fosse accostabile a quello dei Cru più celebrati, ai quali aveva comunque accesso per proprietà o come affittuario: Gevrey Chambertin, Chamberlin, persino Clos de Vougeot, poi molti altri. Aveva fama di essere un gran perfezionista e i suoi vini, non filtrati e non chiarificati, si diceva fossero: “di pieno corpo, concentrati, armoniosi, intensamente profumati e di splendida eleganza”, tutte caratteristiche che ritrovo, lo sai, in questa meraviglia di Bourogne AOC 2005. Denis Mortet, Infatti, da qui terreni misconosciuti creò un vino grandissimo, in quella che fu la sua ultima vendemmia. Quando il vino riposava da poco nelle botti, una mattina di gennaio del 2006, si uccise con un colpo di fucile nel parcheggio di fronte alla sua cantina. Aveva appena 49 anni. Si dice che fosse depresso. Si dice. Per me resterà sempre una domanda senza risposta come possa uccidersi chi ha il dono  creare un esempio di così fulgida bellezza. Misteri dell’anima umana oscuri e terribili, inutile sondarli: meglio esercitarvi una cristiana pietas.

Monsupello Nature Metodo Classico Pinot Nero, 13 gradi.

Credo che l’Oltrepo’ Pavese sia uno dei distretti vinicoli più belli e sfortunati d’Italia. La bellezza è evidente: basta recarsi colà, in quello che Gianni Brera chiamava “il mio orizzonte di pampini”, per rendersene conto: le colline ubertose, varie in forme e terreni; le differenze altimetriche; le bellezze boschive. In certe parti le vigne si distendono morbide e tonde come sui seni ampi e prosperi di una donna sdraiata che riposa; altrove, le pendenze sono talmente ripide (e i suoli spesso così sassosi) che si potrebbe parlare a ragione di viticoltura eroica. E non mancano – lasciami amico o amica che mi leggi stiracchiare un poco i concetti francesi- i Cru (uno per tutti, il Barbacarlo), gli Chateau storici (ad esempio, Frecciarossa), i vigneron, i villages.
Purtroppo non sono mancati negli anni scandali, frodi, fallimenti, o anche semplicemente  una gestione enologica, commerciale e legislativa zoppicanti, che hanno velato la zona di una nebbia più fitta di quella padana.
Si dimentica spesso poi che l’Oltrepo’ è la piccola patria italiana di uno tra i vitigni più nobili, apprezzati ed alla moda: il pinot nero. Arrivato in zona già a metà Ottocento con barbatelle prelevate in Borgogna, con quasi 3000 ettari esso copre oggi circa il 75 per cento della produzione nazionale. Nei casi migliori si può anche esclamare: “e che pinot nero!”. Infatti anche un produttore leggendario come il langarolo Bruno Giacosa si approvvigiona qui per le uve del suo metodo classico: ampio, vinoso, bellissimo.
Perciò, non è una sorpresa che mi si parli bene di questo  Nature Metodo Classico Pinot Nero, una piccola produzione dell’Azienda Monsupello. Ed io curioso, trovatene una bottiglia, mi dispongo all’assaggio, trovandolo di un bel colore limone carico, sì, ma vorrei dirti biondo, ramato. La sua mousse è delicata, di media persistenza: nulla più.  Ha un buon profumo nitido e fresco, di  media intensità, con aromi agrumati di  limone, arancia e  chinotto, di frutta a polpa bianca fresca, come  buccia di pesche; un po’ di quei sentori che derivano dall’affinamento e dal riposo in bottiglia, come mandorle e crosta di brioche, ma neanche tanto marcati a dispetto dei 30 mesi sui lieviti, a tutto vantaggio di una sensazione ariosa. C’è una nota minerale leggera, come di iodio. È un profumo quasi un po’ da cercare, in fin dei conti, come esprimesse una sua timidezza, chè solo apparenza, se la sostanza è quella che inonda il palato: lì c’è grinta vera, perché è pieno di corpo, secco, persino piuttosto tannico (per la tipologia) e con una acidità altissima: non scherza affatto, avanzando deciso verso un finale molto lungo: se  si può dire, non solo persistente, ma anche pertinace, con una giusta intensità di sapore. Insomma, vista la fama attribuita agli spumanti oltrepadani,  l’aspetti morbido, largo e piacione  e lui invece è netto, dritto, rigoroso fino quasi all’austerità. Più che il lombardone grasso tipizzato da Gino Bramieri, ricorda più certi intellettuali segaligni di stampo protestante e giansenista, come il Carlo Cattaneo delle Cinque Giornate del ‘48. E chissà: se nel salotto risorgimentale della Contessa Maffei tra le note di Verdi si beveva spumante, probabilmente era Champagne, ma a me piace pensare con un falso storico che fosse questo Monsupello. Ottimo, naturalmente, sul pesce e come aperitivo, ma per me, stanco per la  prima giornata di lavoro italiano dopo 5 anni all’estero, il pieno godimento è stato con un salame Milano.

Bourgogne Les Avoines Pinot Blanc 2010, Domaine Jean Fournier, 14 gradi.

image

Avrò senz’altro molti difetti come assaggiatore di vini, ma non mi lascio condizionare dalle mode: che io legga in etichetta Riesling o Pinot Nero, Borgogna o Etna, poco mi importa; anzi: piuttosto sono a volte sospettoso e restio, di fronte alla moda divento più severo e incontentabile. Semmai ad abbagliarmi può essere la simpatia verso una denominazione, una varietà d’uva o un produttore. Bene: questo Borgogna lo apro praticamente alla cieca, non conoscendo affatto il produttore -nemmeno di fama- né avendo particolare amore  per il Pinot Bianco. Lo compro incuriosito però dal varietale,  in Borgogna tutt’altro che frequente: i vini bianchi lassù sono solitamente l’Aligotè e lo soprattutto Chardonnay che è sovrano,  l’uva pinot bianco non sapevo nemmeno fosse consentita. Allora: sono curioso, mi piace l’etichetta, mi rassicurano le indicazioni che è un vino di vignaiolo e che la coltivazione è in conversione all’agricoltura biologica certificata. L’acquisto con un discreto sconto: 11,67 sterline invece che 17,95. Bene. Arriva il momento, messolo in fresco, di aprirlo; e levata la capsula in tutto tradizionale, mi trovo di fronte a un tappo di vetro: non sta a me dire se sia una soluzione valida per sigillare il vino, ma chi lo usa – per esperienza di consumo- è un produttore ambizioso. Più che estrarlo, quel tappo, debbo farlo saltare, con una leggera pressione sul suo bordo. Verso. Bella l’apparenza, come tante: un luminoso giallo limone di media profondità, cristallino; ma oggidì, chi non sa dare al vino un bel colore? Sul bordo lacrime fitte appena accennate, più che altro un velo che tende a dissolversi. Poi però lo avvicinò al naso e… che aroma! Avvolgente e fresco a un tempo, ricco di frutta e di spezie; più ancora: originale e identitario, quasi diresti – a tuo rischio- inconfondibile. Necessita magari di un po’ di tempo – poco- per bene ossigenarsi e non vuole essere servito troppo fresco, ma poi, Santo Cielo, qual profumo, quale voce! Certo, la frutta, ma non prosaicamente riprodotta, anzi: per dirla col Beethoven della Sinfonia Pastorale, “più espressione di sentimenti, che pittura”: solo applicando questa premessa potrai evocare senza apparire ridicolo limoni, cedri,albicocche, pesche, manghi, kiwi, banane; chi più ne ha, più ne metta. Sulle stesse frequenze, come un’intuizione: timo e rosmarino essiccati, noce moscata e pepe bianco, la vaniglia che sulle prime insiste e poi si frantuma e disperde in una dissolvenza armoniosa; sentori minerali di pietra focaia e fumè che ritornano con l’insistenza di un comando giusto ma imperioso. La stessa sicurezza, non ambigua ma flessibile, la ritrovi sul palato: corposo e persino oleoso, ma sottratto ad ogni eccesso di ampiezze o dolcezze concilianti o mollezze da un’ imperiosa freschezza che gli deriva da una aciditá più che decisa, ma perfettamente integrata nel corpo del vino; che però risulta pieno e leggero a un tempo. Avvolgente e secco all’attacco, si allunga sulla tua lingua salino ed intenso, quasi balsamico; fungino ( ti rammenta prezioso il tartufo bianco) come un grande e vecchio Champagne vintage, e ricco di anice che ricorda momenti di festa, l’innocenza di una sagra paesana; lunghissimo e pieno nel finale come un accordo orchestrale, che ricapitola ogni aroma, ogni sentore, ogni gusto, persino ogni ricordo che ti ha riportato alla mente. Non è però ingombrante: dei suoi 14 gradi alcolici, più che dimenticarti in fretta, non hai nemmeno consapevolezza: ti resta appena nel finale un certo calore che si mischia alla dominante freschezza; non solo benvenuto contrasto: soprattuto è consolante e piacevole. Gustato su un formaggio bianco di capra a crosta fiorita e su un salmone bollito, ti chiedi su quanti altri piatti ne potresti godere: gli oseresti persino, quale compagno, il complessissimo, difficile e antico mallegato toscano: così, per gusto della sfida. Soprattutto però la domanda cruciale sarà: un vino che porteresti a cena con amici o sull’isola deserta? La risposta può essere assai pericolosa, perché saresti tentato di dire: “ entrambe”.  

Champagne Nectar Imperial Demi-Sec n.m. Moet & Chandon, 12 gradi.

image

Ecco lo Champagne del vero snob! In un’epoca che la moda vuole spumanti secchi, extra brut, pas dosé, pas operé, e di piccoli produttori artigiani, ecco qui il vino spumeggiante di un colosso produttivo da dieci e più milioni di bottiglie dalla qualità implacabilmente costante, declinato nella versione demi-sec, con un residuo zuccherino di 45 grammi per litro: ovvero abboccato, usando un termine bellissimo e desueto che si ritrova ( o ritrovava?) per i Lambrusco, gli Orvieto, i Frascati, i Bonarda dell’Oltrepo’. D’altra parte lo Champagne della Russia degli Zar e degli eccessi del Moulin Rouge era ben più dolce di quello che siamo soliti consumare oggi: demi-sec, appunto, o addirittura sec – più dolce ancora. Non dobbiamo dimenticare: fino a 60, 70 anni fa’ una caramella era un lusso,  il gusto dolce raro e particolarmente apprezzato. Inoltre: a berlo fuori pasto, con una soubrette, dopo una lauta cena ( di quelle ottocentesche! Per dirla con Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio: “Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa”), ci stava bene un bel vino dolce o con tendenza dolce. Non si trova però facilmente oggi lo Champagne demi-sec: questa bottiglia l’ho trovata in offerta in un supermercato Sainsbury’s e giusto perché si era sotto Natale. Eccolo qui Pinot Nero dal 40% al 50%, Pinot Meunier dal 30% al 40%, un po’ di Chardonnay ( dal 10% al 20%). Un bel color limone, bolle molto fini ma decise, abbondanti e persistenti (direbbero i colti: una spuma cremosa), aroma molto intenso, maturo, di frutta tropicale e candita (ananas e mango), susine verdi, albicocche, vaniglia, un’idea appena di pompelmo a rinfrescare il tutto. Voluminoso in bocca, cremoso e oleoso, non stucca malgrado la dolcezza, perché si mantiene fresco: ha un’acidità altissima e le note ossidative sono ridotte al minimo, giusto una sfumatura per dare profondità. Certo: hai  gli aromi dei lieviti, ma non troppo insistiti. Finale sul palato lungo, a ben vedere un po’ troppo insistito sulla dolcezza, con un ricordo un tantino didascalico e sentimentale di zucchero filato da lunapark o da sabato all’uscita dalla scuola. Pazienza, perché è ora che comincia il gioco, che è quello dell’abbinamento. Provalo – amico, amica che mi leggi- sulle cucine orientali: certe vivande della tradizione thailandese, ad esempio. Se vuoi essere davvero contro corrente però, accostalo a qualcosa di ancora più esotico: certi piatti locali della nostra tradizione, e con essi ti potrai io credo sbizzarrire. Dal piacentino: pancetta arrotolata, pisarei e fasö, torta bortellina. Dal milanese: il riso al salto, la cotoletta con l’osso cotta nel burro, i nervetti. I piatti sapidi della cucina romana: cacio e pepe, pasta alla gricia, l’amatriciana, oserei persino i rigatoni alla paiata e la coda alla vaccinara. (Se ne trovo qualche altra bottiglia giuro che questi abbinamenti li provo tutti). Altrimenti – è di rigore- con una ballerina di can-can.