Franciacorta Dosaggio Zero, Andrea Arici – Colline della Stella, sboccatura 15/2/2010, 12,5 gradi.

A quasi 10 anni dalla sboccatura, è color limone carico, con finissimo perlage, continuo ed instancabile.

Profumo assai intenso, con lievito e frutta secca in evidenza. Al di sotto, sfumati, miele millefiori, agrumi canditi, zenzero, zafferano, fungo porcino fresco e madido.

Bocca dritta, precisa, danzante, succosa, con ritorni di cioccolato bianco. Finale pulito, a sua volta succoso, e salino. Nel retrogusto, un cenno balsamico, tra salvia e burro fuso.

Uno spumante di Franciacorta equilibrato e virile, ampio e slanciato, per nulla esornatiovo, di estrema, testarda aderenza territoriale: nobilissimo perciò.

Oggi, per noi, eccellente su polpette squisite di lesso di gallina allevata libera nel Mirandolese e vitello. Avessimo qui anche i casoncelli, sai tu che meraviglia.

Barbarossa Il Dosso Forlì IGT 2010, Fattoria Paradiso, 14 gradi.

Talvolta le sorprese sono là dove meno te le aspetti.

Mi trovavo per lavoro a Misano. A fine giornata, dovendo rientrare a Milano, mi attardai in un supermercato di Cattolica, perché volevo tornare a casa con qualche vino locale, ma ero ormai fuori orario per una visita in cantina o per cercare un’enoteca.

Restai a lungo incerto allo scaffale, perché non conoscevo nessun vino esposto. Studiate le etichette, ricordai infine di aver letto molti anni prima della Fattoria Paradiso, in termini lusinghieri. In effetti è un’azienda storica, che ha compiuto un gran lavoro sul sangiovese e su alcuni vitigni romagnoli storici, salvandoli presumibilmente dall’oblio: pagadebit, cagnina e, soprattutto, il barbarossa.

Così comprai sulla fiducia l’enigmatico Barbarossa, dall’omonimo vitigno “scoperto” nel 1955 in una vecchia vigna di sangiovese a Bertinoro e così chiamato onorando l’imperatore svevo che soggiornò nella Rocca locale.

Richiamo labile, tuttavia azzeccato: lo temevo pretenzioso, invece il vino ricavato dalla Vigna il Dosso è nobile, elegante, tuttavia imperioso nella forza dei suoi accenti.

Còlto al suo nono anno, è trasparente e luminoso, granato con riflessi ancora rubino, veloce disegna archetti fitti e stretti sul vetro.

Il suo profumo è molto intenso, elegante e complesso, ricco e maturo, ma sotteso di dinamismo, quasi lasciasse intuire le forze alterne e sbalzate del tannino, dell’acidità, dell’alcol, della polpa.

Sicuramente in evoluzione, si coglie ancora tanta giovinezza, mancando segni evidenti di una terziarizzazione, più intuita che reale.

C’è piuttosto una tensione continua tra maturità e freschezza a caratterizzarlo, che si ritrova trasposta pari dall’olfatto al gusto. Tale la sua dote, la sua unicità.

Squaderna al mio naso frutta rossa matura: ciliegi, amarena, ribes, lampone, da un lato; dall’altro prugna essiccata, netta, qualche tocco di fiori secchi, tra rosa e viola, e di erbe officinali essiccate anch’esse. Infine, una scia convinta, ma sfumata, di spezie dolci: cannella e noce moscata, vaniglia e cacao; in seconda battuta – ricordi più percettibili a calice vuoto – tabacco, liquirizia, cuoio.

Strutturato e ampio, seconda un equilibrio originale tra sensazioni dure e morbide, tra orizzontale e verticale: con un tannino importante ma dolce, di piacevole spessore masticabile, ed altà acidità, si offre alla beva sfumato e molto cremoso; non è nervoso, ma incisivo, potentemente chiaroscurato, assecondando il gusto del bello e delle proporzioni, più che il senso del dramma del dramma. Fosse un’esecuzione musicale, sarebbe nello stile sontuoso e raffinato del Maestro Karajan. Anche la persistenza, adeguata, si apprezza principalmente per l’equilibrio e la proporzione di un appagante gioco sensoriale.

Questo rosso romagnolo dal generoso abbraccio avvolgente, sanguigno ma elegante, l’ho gustato, con molto piacere su siti al ragù.

Mi piace sottolinearne, a margine, la curata vinificazione: è affinato in barrique, ma non si percepisce.

Chianti Classico 2010, Tenuta Villa Rosa, 13 gradi.

image

Un vino che non so se esista più, di un’azienda che forse non esiste più, di un enologo che non c’è più; ma un vino che ispira poesia e commozione. Ché poi, enologo, non sarebbe nemmeno corretto: Maestro assaggiatore, com’era chiamato Giulio Gambelli. Lui, che enologo non era, sapeva però – è stato detto –  ascoltare il vino. Questo Chianti Classico fu uno tra gli ultimi suoi grandi. Andai a Villa Rosa alcuni anni addietro, credo nel 2012. Arrivarci non era difficile, seppure fosse su una strada un po’ secondaria, all’incirca tra Poggibonsi e la parte alta di Castellina. Era però difficile trovare la porta aperta e, se si bussava a quella porta, o era per caso o perché con determinazione si era giunti a conoscenza di quei vini lì nati: la visibilità della firma sulla stampa dell’epoca era quasi nulla. Quel giorno di un agosto ormai lontano la porta si aprì. La cantina era semplicissima, pulita ma non asettica, intonacata di bianco, tra i pilastri botti grandi e annose ovunque. L’accoglienza, semplice, gentile, signorile a suo modo, con molto understatement. Su una parete, un ritratto fotografico di Giulio Gambelli.  Tecnologia, lo stretto indispensabile, forse ferma da qualche lustro. Ne venni via con una dozzina di bottiglie miste ed ancora mi pento di essere stato avaro. Gambelli mancò nel 2012 e Villa Rosa, che era passata alle sapientissime cure dell’allievo Paolo Salvi, credo venisse già nel 2013  acquisita da Cecchi. Il marchio, non saprei se esista ancora; e se esiste, non so chi e come ne curi la fattura dei vini. Allora mi rimangono queste poche bottiglie non ancora godute ed ho stasera l’occasione felice di una cena in famiglia con le persone che amo e di una costata all’antica. Cavo il sughero in anticipo di circa otto ore, perché il vino respiri. Ed eccolo, giunta l’ora nel calice, con le sue lacrime lente, pensose, persistentissime, dalle gambe lunghe; vivido e lucente nella sua tinta rubina e trasparente, che si scurisce un calice dopo l’altro per la dispersione finissima del fondo. Nobile profumo, intenso, ma sfumato come un quadro leonardesco, con la stessa misura velando e fondendo aereo infiniti dettagli minuti. Le viole, le rose, le ciliegie, uva nera matura, la piccola mora di rovo che si coglie passeggiando per le macchie, la susina nera,  i minerali (ferro, ghisa, ruggine, sasso, rena), le spezie (pepe bianco e nero, noce moscata, chiodo di garofano), un profumo netto di conifera, non saprei se pino o cipresso, la liquirizia, il carciofo, l’alloro, un sentore lontano di terra umida e gravida, evocati vividamente, ma come attraverso la lente del ricordo, con infinita malinconia. Cangiante, ma in un tono minore, con quella sorta di opacità severa che Cesare Brandi attribuiva ai colori della campagna toscana e che si ritrova nei quadri di Fattori e di Rosai. Invitante, assonando con gli odori della mensa toscana, riserba al sorso ulteriori bellezze. È una dama in lungo, una notte con un manto di stelle, un suono di viola d’amore. Vividissimo, più di quello che i suoi otto anni suggerirebbero: l’acidità altissima ne sorregge la danza, guizzando sulle punte, rilucendo come la trota che risale il torrente; tuttavia la bocca ne risulta avvolta, con un senso di levità setosa, con un brillìo salino sottotraccia, arco teso di intensità minerale. Il gusto è pienissimo, profondo, specchio perfetto dei profumi, irradiante, preciso, concentrato di energia, lunghissimo e vibrante, in equilibrio fatato, dove ogni asperità tannica (un tannino presente, virile, deciso, maturo) è un’ulteriore rifrazione luminosa e sonora, significante e misurata.
Stasera, ancora una volta, in questo Chianti Classico di Castellina –  sangiovese il più, con pochi tocchi forse di canaiolo e di merlot –   si è ripetuta la magia di un vino del Maestro. Il caro Maestro, che con la misura dei suoi vini francescani evocava la Toscana antica che favellavano i miei nonni. Il tempo però passa e questo dolce privilegio sarà per pochi anni ancora.

image

Bianco Pomice 2010, Sicilia IGT, Tenuta di Castellaro, 13,5 gradi.

Oggi il Mercato novembrino della FIVI (Federazione Italiana Vignaioli indipendenti) è uno tra gli eventi più conosciuti , amati e frequentati da chi, a varo titolo, si occupa di vino. Io, che per intuizione fortunata lo visitai anche il primo anno che si svolse, posso testimoniare che partì alquanto in sordina. Però, ciò che era vero allora è vero ancora oggi: al Mercato della FIVI si possono scoprire vini meravigliosi, anche uscendo dalle rotte più conosciute. Fu appunto in quel lontano primo mercato della FIVI che acquistai questo Bianco Pomice: mi stregò allora, mi strega forse ancor più oggi, che mi decido finalmente ad aprirlo. Pomice nel nome, perché richiama la pietra vulcanica e leggera che abbonda sulla terra dove è nato: Lipari, l’isola maggiore delle Eolie. Fu, nell’assaggiarlo allora, un tuffo nel sole di quell’isola, nei riflessi del suo mare, nei suoi profumi, evocando in me i ricordi di una visita lontana nel tempo, ma abbagliante. Vino, questo Bianco Pomice – sei decimi da malvasia delle Lipari ed il restante da uva carricante- che mi pareva di esecuzione precisa e di grande suggestione; tuttavia ne sospettavo e temevo una ridotta capacità di tenuta nel tempo, un po’ per mio preconcetto di allora verso i vini isolani in generale, vieppiù se bianchi e del sud, un po’  perché ricordavo che la Tenuta di Castellaro era alle sue prime annate e, nella mia mente, tale gioventù produttiva doveva pur pagarsi, in qualche modo. Il produttore stesso ne indicava una vita stimata tra i tre e i quattro anni. Perché dunque aspettai tanto ad aprirlo, otto lunghi anni dalla sua vendemmia? I casi della vita, puri e semplici, senza nessuna premeditazione.  Ecco dunque che viene il momento propizio, e speranzoso lo apro. Speranzoso, sì, perché col tempo l’esperienza mi ha portato a deflettere da quei preconcetti. Speranzoso, malgrado l’abbia conservato in una cantina buona, ma non ideale. Però, a versarlo nel calice, io resto addirittura allibito:  il suo colore è limone perfetto, limpido, appena con qualche riflesso dorato, luminoso, solare, e forma sul calice gocciole rade, veloci, che subito divengono evanescenti: prima un velo, poi spariscono. A riguardarlo – e bisogna, perché affattura la vista- non dimostra che la metà dei suoi anni.
Attira, seduce, in un attimo si accosta alle nari: anche il profumo, benché in evoluzione, è assai più giovane di quello che detterebbero i suoi anni; risponde piuttosto, in pieno, alla sua immagine visiva: pulito, molto intenso e complesso, ti rapisce e ti porta dritto nella primavera eoliana avvolgendoti in una nuvola di zagara, mimosa , di fiori di limone e di arancio e i fiori gialli tutti; ed ecco che il fiore diventa frutto e si fa estate profumata di limoni, di aranci maturi, materici fino a percepirne il profumo della scorza, e poi le susine bianche (le Claudia); ed ecco inoltrarsi ancora nei caldi agostani, le macchie riarse ed ebbre di salsedine, le erbe arroventate dal sole che ancor più si fanno odorose: rosmarino e timo; persino la terra nuda, in una mineralità ocra che profuma quasi di sabbia, di pomice, creando una correlazione evocativa tra profumo e colore e materia impressionante; ed ancora, ad un ascolto attento (eh sì, perché un vino così , che racconta, bisogna proprio ascoltarlo) , capperi e acciughe, su un fondale distintamente ammandorlato: pura territorialità.
È il suo bacio però, come in un crescendo, a conquistarti per sempre, come proprio dovrebbe essere per tutti i grandi vini: alla bocca è incredibile per forza motrice, così ampio, pieno di gusto, perfettamente rispondente e aperto come la coda di un pavone, ripercorrendo sul palato tutti i profumi dell’olfatto fino a toccare, nel retrogusto la mandorla e l’amaretto. Tuttavia, sono la sua struttura e la sua freschezza ad accendere la miccia di tanta complessità, e provocarne in bocca l’esplosione piroclastica che la lancia in volo: la sua acidità è altissima, incredibile per un vino isolano di quelle latitudini, ed è meravigliosamente integrata, sciolta e naturale al punto che, foss’anche un gioco di prestigio enologico  –  ma non lo credo affatto- lo avrei benvenuto. Poi è salinissimo, come pochissimi ne ho assaggiati in vita mia, al punto che userei un doppio superlativo per descriverlo, come si faceva nelle filastrocche da bambini: “ -issimissimo!”.  E sul sale sta per tutta la sua persistenza, per il resto bilanciatissima e lunghissima. Per complessità, souplesse e scatto, ed anche per la suggestione dovuta alla forma della bottiglia, verrebbe da definirlo un Borgogna del sud Italia: la citan tutti a sproposito la Brogogna, lo faccio anch’io. La realtà tuttavia è che  questo Bianco Pomice è individuale e unico, perché  riesce a trasmettere tutta l’emozione e la forza del suo territorio in una veste moderna, precisa, distinta: forse perché c’è in lui e nella mente e nelle mani di chi l’ha creato un laico ideale di rispetto per ciò che genera la terra, la volontà di assecondare la vocazione dell’uva, senza forzature, utilizzando tecnica e ingegno solo quanto basta, quasi l’enologia non fosse che l’opera sensibile di una levatrice: lieviti indigeni, chiarifica naturale dei mosti, pratiche antiche. E, per esperienza ci scommetto, partendo da una gestione attenta e progettuale del vigneto.
Il risultato è, al mio gusto almeno, un miracolo di bellezza.  
Lo immagino ideale, in questa fase matura  della sua vita, su pesce pescato di mare al forno- ad esempio un semplice branzino al sale. Stasera ha avuto compagno del pesce spada cotto coi pomodorini: la sua voce ci ha comunque incantato. 

Serrone 2010, Taburno Rosso, Nifo Sarrapochiello, 14 gradi .

image

Aglianico, Piedirosso, Sangiovese. Io credo che dal primo prenda la forza e il profumo di frutta, dal secondo le spezie e la delicatezza, dall’ultimo finezza e slancio: un vino sorprendente questo Serrone che ho scoperto per caso, acquistandolo su internet e scegliendolo volutamente tra alcuni vini campani da tenere a portata di mano per berne in scioltezza sulla tavola quotidiana, senza pensarci su, magari col gusto però di provare etichette nuove. In questo caso, ad attrarmi, oltre al prezzo molto accessibile (poco più di sei euro), fu il nome del produttore, che nella mia piccola esperienza tengo tra i più seri della Campania; ed inoltre l’evocazione magica del Taburno, la montagna sannita aspra e dolcissima, dai boschi verdi e dai candidi massi calcarei, dall’aria profumata di erbe e di fiori: un paradiso che ad andarci permette ancora il tuffo in una natura primigenia, quasi che il tempo l’avesse cristallizzata. La cantina Di Lorenzo Nifo Sarrapochiello sta a Ponte, Sannio profondo e straordinariamente agricolo, preservato: lì coltiva le vigne in regime biologico ed a me pare – a prescindere dalla certificazione pure posseduta- scelta giustissima, dato il contesto. Con le prime caldane di maggio lo preparai in frigorifero per berlo un po’ fresco ed una sera, avendo in tavola spiedini ed una buona compagnia, pensai di aprirlo.
Solo allora mi accorsi che l’annata era la 2010 e che dunque questo vino scelto per contesti quotidiani e senza troppe aspettative né pretese, aveva già otto anni; e quasi rimasi perplesso, chiedendomi se la temperatura ridotta non  svilisse pertanto i suoi aromi; persino, se non fosse magari già troppo evoluto. Il tappo tuttavia era un lungo monopezzo di sughero che emise, estraendolo, un incoraggiante “plum”, indice di buona tenuta.
Difatti questo vino dal colore rubino scuro e concentrato, tendente al granato sull’unghia e che lasciava sul calice gocciole fitte e lente e regolari, mi apparve subito ben più giovanile del previsto, portando assai bene i suoi anni: perché il suo profumo intenso, sebbene in evoluzione, mostrava una quantità di aromi primari che ben si adattava al servizio fresco; ed i suoi terziari erano chiari e nitidi, risaltati ed integrati perfettamente anche alla bassa temperatura (tra i 12 e i 13 gradi all’apertura, ma in lenta risalita perché nessun accorgimento presi per stabilizzarla). Si svolgeva come una successione di piani prospettici: anzitutto, amarene, ciliegie e fragole anche candite; poi rose rosse, ed insieme macchia, bosco, bacche di ginepro, alloro, rosmarino; quindi  spezie dolci (cannella) ed ancora humus e inchiostro e petrolio e ruggine. Un vino tutto terra, che trovava il suo senso nell’evocazione ruvida della materia, quasi una natura morta di Morandi. Un sentimento terragno che si ripresentava anche al palato, dove il Serrone esordiva secco, ma segnato dalla dolcezza dell’alcol, con un corpo pieno, quasi commestibile eppure restando scattante. Tutto polpa, era fitto, cremoso, carnoso, con un tannino irregolare ma piacevolissimo, maturo, croccante e rispettoso. Mostrava  una certa salinità, un’acidità notevolissima, una discreta lunghezza che si chiudeva su un finale un po’ scomposto tra alcol e tannino, ma il vino andava giù che era una meraviglia e con soddisfazione, anche per via di una chiarezza espositiva e di esecuzione accuratissime: sebbene una parte di lui avesse conosciuto  barrique (che tuttavia presumo usate), l’avrei detto affinato in contenitori del tutto neutri, perché  lui cantava  l’evidenza del sole del sud e dell’aria di montagna o dell’alta collina. È un vino allegro questo Taburno Rosso, di compagnia, rusticone, sinceramente carnale e senza fronzoli, tutto terra; un po’ guascone, ma agile e leggero a dispetto del corpaccione, e di purezza primigenia. Ottimo, e su quegli spiedini ci stava benissimo. Però devi averne bevuti, di vini, per apprezzarne appieno la sincerità spudorata.

Brunello di Montalcino Bramante 2010, Sanlorenzo, 15 gradi.

image

Il 2010: che estate nei miei ricordi, di viaggi e avventure, forse l’ultima davvero spensierata. Con gli occhi di poi, l’ultima vissuta con animo di ragazzo; quelle venute dopo, nel bene o nel male le ho vissute da uomo. Tranne un breve viaggio d’agosto, l’ultima estate che ho vissuto intera in Italia, trascolorandola d’un fiato dalla primavera all’autunno, fino a cinque anni dopo.  Un’estate che rammento assolata, intensa, potente, ma non oppressiva, come altre venute dopo: la 2011, la 2012. Ricordo certe serate fresche, con l’aria profumata della vita che batteva: certe lunghe passeggiate in campagna e sul mare, che non si possono dimenticare. Questo vino non posso dire di averlo visto nascere: nel 2010 ancora non frequentavo assiduamente Montalcino; però posso dire di averlo viso in fasce, grazie alla consuetudine col mio amico Luciano e alla sua gentilezza.
In cantina il primo assaggio fu dalla botte: esprimeva già una grande potenza, insieme al carattere ribelle della gioventù. E con curiosità l’ho seguito di anno in anno nel suo percorso di affinamento, fino alla sua presentazione a Benvenuto Brunello 2015. Quando l’assaggiai allora, scrissi di “un’energia speciale che scalpita e trabocca”. Ne ho – ne avevo- 12 bottiglie nella mia piccola, umida e fresca, cantinetta toscana, il mio minuscolo antro ipogeo; lì c’erano tanti altri vini tra i quali scegliere per questo Natale, anche altri Brunello di Montalcino di Sanlorenzo di annate che oggi sarebbero più pronte e godibili: la 2009, la 2011…Eppure ho voluto aprire questo 2010, incontrarlo di nuovo come si saluta un amico, fors’anche per cullarmi nei ricordi in questi giorni di festa. Sulla tavola, crostini e affettati toscani, un fagiano ripieno: vivande antiche per un Natale che vorrei fingere sospeso nel tempo, che vorrei trattenere con me come si trattiene un respiro, perchè il tempo “move, come move rota” e tutto consuma: già domani, più nulla sarà uguale.
Allora eccoti, amico mio, ti svelo levandoti il sughero, ti lascio per 12 ore, il tempo che tu respiri e ti distenda le gambe.
Già sei nel mio calice, rubino scuro e trasparente, repentinamente ammattonato ai bordi del calice, dove tu lasci, lunghe e persistenti, le tue lacrime, che son di gioia mentre inneggi alla vita – e noi con te.
Si sente che sei giovane e quasi ritroso a svelarti, dopo 12 e ancora a 36 ore dall’apertura: il tuo profumo in questo momento bisogna un po’ cercarlo, ma è già complesso e arioso, benché appena all’inizio dello sviluppo. C’è la frutta rossa fresca: ciliegia, fragola, lampone, susina; ma anche l’arancia elegantissima e il signorile melograno, che sono propri del Sangiovese più maturo. Sento in te una mineralità gessosa; un’idea, che ora è solo in fasce ed accennata, di terra e di foglie autunnali. Ti assaggio: sei ancora stretto in una morsa di tannino abbondantissimo e di altissima acidità, appena coperti dalla ricchezza piena del tuo corpo perché siano percepiti con giusto riserbo; ma quel tannino, com’è già molto fine e di rotonda maturità, seppur grintoso! E l’acidità tua, come si distribuisce naturale, ritmando il tuo passo. Hai anche salinità in te, che oggi va cercata: un bassorilievo a stiacciato donatellesco tra le colonne possenti dell’acidità e del tannino. La tua ossatura è così possente, il tuo corpo così profondo – stratificato si direbbe, non estrattivo – che l’alcol nemmeno si nota, malgrado i tuoi 15 gradi. E ritmato prosegui il tuo cammino, verso un finale pulito e lungo, al quale il tempo, son sicuro, donerà bronzee e segrete risonanze. Il tempo…magari a te non importa: sebbene io non sia una Cassandra e non mi azzardi a divinare il futuro, credo che tu appartenga a quella stirpe di Brunello eroici, fatti per durare; quelli all’antica, che si teme a volte nemmeno possano più esistere, per il cambio delle mode e del clima. Lo sento anche dal calice vuoto, che dopo minuti profuma ancora di gioventù: purissimo e floreale, di viole e di rose, con un tocco lieve di vaniglia.
Il tempo…alle tue 11 sorelle sarà probabilmente amico, tutte e 11 son futuribili: più amico che a me. Faccio i miei conti: una ogni 10 anni; no, una ogni 5, o magari ogni 4, ogni 3…60 anni, 40, 30. Per la prima volta realizzo che, forse, avranno più tempo di me. All’amica o all’amico lettore consiglio, se vuol berti oggi, d’accompagnarti a cibi molto saporiti. Più avanti, forse, sarà il momento saggio della delicatezza e delle sfumature.

Moscato d’Autunno Piemonte IGP 2010, Saracco, 5,5 gradi.

image

Se ne può parlare, si può trovargli mille abbinamenti, ma inutile negarlo: al Moscato spumante o frizzante che fosse, rimane un posto d’onore durante le feste. Nè io mi sono esentato dal goderne in questo Natale. In realtà, se vado indietro nella memoria ai Natale di quando ero bambino, non ne ricordo uno che non fosse rallegrato, a fine pasto, da un Moscato astigiano o talvolta dell’Oltrepo’ (solo da adulto ho conosciuto quelli deliziosi e ricchi dei Colli Eugenei).
La sua leggerezza, il colore candido di fata eterea, la spuma che sembrava imbiancarlo come la neve le fronde dell’albero natalizio e la capanna del presepe, lo rendeva perfetto per l’occasione. Era ancora l’Italia che sentiva l’onda lunga del boom, che andava alla Fiera Campionaria orgogliosa dei suoi prodotti e delle sua produttività. Quel Moscato che ricordo, io forse, era quello delle grandi marche, quello dell’industria del vino e dei liquori di Asti, ma andava bene così allora: era la cristallizzazione liquida di una certa idea di benessere.
Poi, però, l’interesse per quel tipo di Moscato andò in me via via scemando e m’orientai verso altre scoperte. Magari era per la qualità stessa di quel vino , man mano che divenivo un bevitore più smaliziato: così pallido, quasi anemico; così dolce e prevedibilmente unidimensionale. Magari, invece, era solo un segno dei tempi: l’Italia del boom era davvero finita.
Ricordo però una sera d’autunno, molti anni addietro, una riunione di lavoro con gli allora massimi vertici aziendali, in un bellissimo albergo tra le colline del Monferrato, che non saprei più nominare, né ricordare: una cena buonissima, tipica, durante la quale ci servirono un eccellente Grignolino ed, a fine pasto, con una certa mia sorpresa un Moscato mosso. “Ma come”, pensai, “Natale non è alle porte”. Non ricordo con che cosa lo abbinarono, forse una torta di nocciole con la crema, ma quel Moscato mi parve scioccante: una simile esplosione di profumi, una tale complessità, quelle pienezza alla vista e al gusto in un Moscato io non l’avevo mai sentita. Mi feci portare la bottiglia dal sommelier: era il Moscato d’Autunno di Saracco. E quel vino eccellente cambiò dal giorno alla notte la mia percezione della tipologia, perché aveva messo un segno: ecco dove si poteva arrivare col Moscato. Scoprii poi tante altre piccole e pregevoli produzioni, la viticoltura quasi eroica sulle alture ripidissime e scoscese di Castiglione Tinella e Santo Stefano Belbo,  ma il Moscato d’autunno di Saracco rimase per me la pietra di paragone imprescindibile; e lo è tuttora, a distanza di anni e di tanti assaggi. Arrivai a conoscerlo, Paolo Saracco, a uno tra i primi mercati FIVI: un signore minuto, riservato e garbato, ma evidentemente energico e fiero del suo lavoro, con una passione particolare, personale, per il Pinot Nero, che difatti coltiva e produce. Mi si dice, anche, lui si stato  guida e stimolo per altri vignaioli della zona, per contrastare le logiche industriali e tornare a produrre un Moscato più autentico; lui, mi si dice, in una zona dove il diserbo chimico era e spesso è ancora la norma, il primo a muoversi verso un’agricoltura sostenibile; lui, raccogliendo negli anni  diversi appezzamenti di vigne, a formare un mosaico colorato che è composto di strati di sabbia, limo e calcare, tra i 250 e i 500 metri sul livello del mare, che sarebbe curioso poter un giorno assaggiare individualmente, per cru,
Mi incapricciai, un giorno, di scoprire  la tenuta del suo Moscato d’Autunno: di verificare come potesse evolvere, come il tempo, compiendo il suo giro, potesse mutarne l’aspetto, se l’esaltasse o gli potesse nuocere.
Cosi, ne tenni da parte una bottiglia dell’annata 2010, in una cantina discreta. Per queste feste, frugando tra i cartoni, l’ho trovata e mi sono deciso: sette anni potevan bastare per la mia prova.
E quindi, oggi, giorno di Natale, l’ho aperta a fine pasto per accompagnare un panettone artigianale. Ero fiducioso, perché negli anni ho imparato che un buon Moscato sa uscire vittorioso alla sfida del tempo; però questa non era una bottiglia affinata nella cantina del produttore e con tutte le cure del caso conservata, ma aveva trascorso, per così dire, la sua vita sugli scudi.
Cavatappi alla mano, il tappo si trancia, di netto a metà: un taglio precisissimo, da raggio laser. “Ahi, ahi”, penso. Con pazienza e cura estraggo il moncherino rimasto nel collo della bottiglia, poi  lo verso nei calici ed è come veder sorgere l’arcobaleno dopo la pioggia: la sua luce ed il profumo che si spande nella stanza illuminata dal camino acceso. Bellissimo nel suo color limone carico, con una mousse che già alla vista è finissima, delicata e cremosa. Nemmeno importa accostare il calice al naso, per goderne, tanto è intensa la sua aromaticità: irradia nell’aria fiori: mimose e sambuco;  agrumi canditi: cedro, chinotto, mandarino, arancia; mele: gialle e cotogne; zafferano, curcuma e zenzero; muschio e tanta botrite, così che ricorda un po’ i Riesling trockenbeerenauslese, i Sautern, i Cotes du Layon, ma con tanta più freschezza, con quella grazia leggera del barocchetto e del rococò piemontese, oppure di tanta architettura ottocentesca locale, quella della borghesia delle piccole cose che , viste con l’occhio d’oggi, sono di ottimo gusto. Assaggiandolo, è sorprendentemente pieno, ma rimane un vino di alata leggerezza: si  libra su un’acidità altissima ed una salinità superiore alla media e perciò, malgrado sia dolcissimo, spicca il volo: sorridendo ti porge il suo sapore concentratissimo e rispondente, svolgendolo sul palato melodioso una nota dopo l’altra, con gli agrumi e la mela cotogna in evidenza, e la crema pasticciera e la botrite nel retrolfatto, con un riverberare ulteriore moscato e fungino,  rimanendo lunghissimo a soddisfare e accompagnare un momento di gioia e piacere. Dopo sette anni, quindi, un vino ancora buonissimo, forse ancora più ricco e suadente, seducente come una dama ideale e senza tempo. Il mio abbinamento, oggi, è stato d’ordinanza, ma ad averne ancora lo proverei volentieri sui formaggi, magari erboranti e piccanti: un bel Gorgonzola di qualità; oppure, perché no, su qualche complessa preparazione orientale oppure, tratta, se hai voglia di sperimentare -amica, amico che mi leggi- da qualche ricettario del Trecento. Cin cin, amica o amico che mi leggi, e buon Natale.