Elda, Vino rosso, Nusserhof- Heinrich Mayr, L09, 12,5 gradi.

Uno dei temi più discussi tra i musicofili riguarda l’ascolto delle registrazioni storiche: quelle, cioè, inquadrabili tra gli albori delle tecniche di registazione fino all’avvento della stereofonia, alla metà degli Anni Cinquanta del Novecento.

Alcuni lo trovano un piacere imprescindibile, sublime; per altri, si tratta di una tortura insopportabile.

Certo che orientarsi in mezzo a fruscii e cigolii che inevitabilmente accompagnano tali registrazioni richiede una buona dose di concentrazione ed immedesimazione, per non parlare delle dinamiche ridotte, dei rapporti sonori falsati, della mancanza di armonici, delle distorsioni…In realtà, per ricostruire sulla base di suoni approssimativi e disturbati l’esecuzione originaria occorre conoscenza, esperienza, propensione e capacità immaginifica, così da colmare le lacune e sovrapporre all’immagine sonora sbiadita ed alterata una rinata lucentezza. E, d’altronde, un tocco di immaginazione è la sola maniera possibile per fruire interpretazioni magnifiche di artisti quali Erich Kleiber, Wilhelm Mengelberg o Antonio Guarneri, la resa sonora dei dischi orchestrali per tutti gli Anni Venti essendo spesso sconfortante.

Provo una sensazione simile innazi alle rovine antiche: figurarsi in Sirmione, da pochi imponenti muraglioni mozzati, l’incanto della Villa di Catullo, o dalle cupole sprofondate per il bradisimo dei Campi Flegrei lo splendore delle Terme di Baia, richiede un’opera di fantasia che trascende ed integra il dato reale.

La medesima condizione mi è occorsa con questo Elda, uno Schiava altoatesino di eccellente caratura, malgrado la semplice classificazione di Vino da Tavola. Rammento bene di averlo acquistato al primissimo Mercato della FIVI, 2011 immagino, coerentemente col lotto di produzione che indica, presumo, l’anno di vendemmia 2009. Non che uno Schiava si debba per forza bere giovane di un paio d’anni, specie se di questa caratura, ma questa volta i casi della vita mi hanno portato a berlo ben oltre il suo tempo, laddove è necessaria una certa immaginazione per ricostruirne il profilo quale doveva essere all’apice del suo fulgore. E, sia detto per inciso, non sono poi molti i vini che migliorano davvero invecchiando. Eppure, proprio come certe registrazioni storiche, come certe rovine, questo Elda mantiene una bellezza che non si può tacere, che non è il semplice ricordo di quel vino che mi aveva deliziato e stregato in anni ormai lontani, ma ha una sua incantevole, seppur sfiorita vitalità.

Nel bicchiere appare granato di profondità media, con gocciole molto lente che formano ampie arcate.

E’ profumatissimo, pulito, arioso, estremamente sfaccettato ed avvolgente. C’è un’evidenza di cedro e di melograno, dal tono appena crepuscolare, dolciastro come la facile commozione degli anziani, ma subito il vino piroetta verso il ribes nero, il mirtillo rosso, avvolti in un’evocazione potente di foresta che si dettaglia prima su tinte affini (maggiorana, ruta, terriccio), poi più lontane, morbide (la liquerizia, l’amaretto, la mandorla) e rudi (pepe verde, ruggine). L’impatto, oggi, è quello di un amaro alle erbe, non alcolico, articolato in una decadente iridescenza, variazioni su un tema di mineralità iodata.

Al sorso è seta leggerissima e fatata, delicata come la carezza di un bimbo ad una bimba, col tannino ridotto ad un ricordo, il sale in evidenza, l’acidità melodiosamente vivida. Secco, scorrevole, infiltrante, gentilissimo, è lunghissimo, con un gusto dettagliato e preciso: malgrado gli anni e l’eccessiva evoluzione, è ancora una lama di luce, di purezza ultraterrena. L’armonia in verità sarebbe perfetta, se non fosse così virato all’amaro; però, come accade in certe vecchie fotografie, nelle quali il tempo ha sbiadito i colori uniformandoli verso il seppia, l’immagine è ancora vivida e perfettamente comunicativa, e questo Elda riesce persino rinfrescante ed aggraziato: una piccola magia, che a tavola funziona benissimo, malgrado tutto, su formaggi e affettati.

Ci sarebbero altre storie da raccontare su questo vino e sul suo produttore: che Heinrich Mayr l’ha dedicato alla moglie, violoncellista se ben ricordo, e ciò spiega forse perché sia un vino dall’eloquio tanto musicale; delle viti vecchie di ottant’anni, di rare e antiche varietà schiava (altrimenti Vernatsch), con un 15% di lagrein, blatterle, teroldego ed altre varietà, per così dire, “minori”; della vinificazione essenziale, ma che non rinuncia alla botte grande; dello storico maso sede della cantina, salvato dal piano di espansione di Bolzano per rispetto alla memoria del patriota Josef Mayr-Nusser che lo aveva abitato, opponendosi al Terzo Reich; tutti temi che varrebbe la pena approfondire, ma non è questa la sede opportuna.

Mi preme piuttosto invitare l’amico o l’amica che mi legge a cercare l’Elda e a berlo giovane – è un grandissimo vino che merita sorte migliore di quella che io gli ho riservato.

Infine: ho amato ed amo ancora i vini maturi, bianchi o rossi che siano, fermi o spumanti; si cerca sempre di bere il vino nel momento del suo apice, in quell’istante di perfetta compiutezza. Esiste davvero, però, quel momento, o è solo un’illusione? Ormai, rassegnato all’incompiutezza e all’imperfezione, tra le estenuate morbidezze di un vino troppo evoluto ed il teso nervosismo del giovane, scelgo il secondo: preferisco maneggiare l’irruente energia ed intravvedere la potenziale bellezza futura, che constatare i segni del decadimento incipiente.

Sarà, probabilmente, che il tempo è trascorso anche per me.

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