Salamartano 2004, Toscana IGT Rosso, Montellori, 14,4 gradi.

Dalle parti mie – o, meglio, da quelle di origine della mia famiglia- il vino si è sempre prodotto: esistono denominazioni d’origine controllata storiche e zone di eccellenza riconosciute da decenni, se non da secoli persino, come l’area – relativamente ampia in verità- del Montalbano. Storicamente quest’ultimo è  territorio di vino Chianti: di sangiovese, di canaiolo, di trebbiano, di malvasia; ed è, ne sono convinto, ampiamente sottostimato e sotto valorizzato rispetto alle sue reali potenzialità. L’ho battuto parecchio: le prime gite in vespa e poi in auto, per vedere quegli scorci meravigliosi che colpirono la fantasia del giovane Leonardo e per provarmi sui tornanti di San Baronto; poi a cercarvi vini classici: toscani e natii. Nel mio girovagare dell’epoca, giunsi – era inverno: una mattina grigia e fredda tra il Natale e il Capodanno, col Padule che aveva i bozzi pieni d’acqua- a  Fucecchio alla Fattoria Montellori, attratto soprattutto dal Dicatum (Sangiovese in purezza) e l’ottimo metodo classico Blanc de Blanc non dosato. La cantina era chiusa, ma Alessandro Nieri – il titolare – mi accolse con gentilezza e disponibilità rimarchevoli, considerato  che ero un giovane signor nessuno.
Parlando con lui mi accorsi di come tenesse particolarmente al suo taglio bordolese, il Salamartano. Allora io ero assai poco interessato ai tagli bordolesi, ma il suo sincero entusiasmo mi convinse ad acquistarne una bottiglia per assaggiarlo.
E quella bottiglia rimase, come tante altre, a prender polvere nella mia cantina – pardon,  ad affinare: per un vino così speciale, serviva una certa occasione.
Mi son deciso qualche mese addietro, a Pasqua. L’ho aperto con calma, con tutti i crismi: 12 ore prima. Anche con tanta curiosità, perché nel frattempo qualche buon taglio bordolese italiano e soprattutto francese l’ho assaggiato negli anni; e tuttavia del Salamartano ho sentito parlar bene più volte; delle annate recenti, soprattutto. Questo vino, invece, i suoi anni li ha: supera di buon slancio la dozzina. Chissà come si è evoluto, col suo 60% di Cabernet Sauvignon ed il restante 40 % di Merlot, a quanto mi recita l’etichetta( bada, amica o amico che mi leggi: nelle ultime uscite credo vi trovi spazio anche il  Cabernet Franc).  Nel calice lo verso ed è rubino profondo, tendente al granato, con gocciole assai fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha un fiato bordolese, ma solo in parte, perché è più solare, con  caratteristiche note boschive che scartano verso aromi da gran Sangiovese , montalcinesco per intenderci: ecco la terra Toscana, dico io. Preciso, rifinito, concentrato in una sua sfera di pensieri, di radicamento  territoriale.  Il profumo è molto intenso, in sviluppo, persino più giovanile di quello che avrei pronosticato: i terziari dell’invecchiamento sono accennati appena, giusta qualche nota di tabacco biondo.  La frutta nera, il cigarbox, la liquerizia; poi mirto, menta, alloro, eucalipto; la canfora, il pepe, la china , la noce moscata. C’è sul fondo un ritorno iodato e pietroso, quasi un ricordo del mare che copriva il Montalbano . Sembra stare in dialogo costante tra aperture solari e ripiegamenti intimistici,  in un chiaroscuro di marca giottesca che ravviva una linearità altrimenti ordinata e che pare  distendersi coi minuti nel calice  verso colpi d’ala più luminosi, quando anche la frutta rossa trova il suo spazio: un cenno di amarena.  Sul palato è disteso, di gran corpo, si allunga e ti accoglie con una nettezza rotonda sulle prime e tanta polpa poi, gustosissima e di buon sapore, che conquista spazi ma rimane composta, solida e flessibile, senza impuntature, verso un finale molto lungo, spazioso, giustamente articolato, dove la sola frenata è un tannino ancora deciso, robusto, terragno, ma sempre educato: è la passione che morde il freno sotto gli abiti dell’eleganza, il moto convulso delle viscere  che tenta di disarcionare il fantino, come nei cavalli di Marino Marini. Però, codesto tannino, si ricompone sulla tavola, sui sapidi piatti toscani: questo Salamartano è stato compagno eccellente dell’agnello con le olive, dei pecorini locali. Il merito è anche della sua acidità decisa, che non demorde dopo 13 anni, ma sta lì affondata nella polpa del vino, seminascosta eppure  presente; ed una salinità altissima, indimenticabile, caratteristica  io credo dei rossi del Montalbano  (saranno quelle conchiglie, sarà il mare antico?) . Un eccellente bordolese, che sa di vino e non di legno ( ecco l’ uso accurato delle barrique), che gioca la partita dell’eleganza pur non mancandogli la forza: educato fino a un passo dal riserbo, ti favella nella sua lingua con voce energica e suadente.

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