I vini di Dario Dall’Ò.

Ho in Veneto amici e conoscenti che sento ormai raramente, ma che mi sono assai cari.

Ruotano quasi tutti intorno al mondo del vino; del palato di alcuni ho fiducia cieca.

Fabrizio Borin è uno di loro: mi fido sia del suo gusto che del giudizio schietto.

Vedendo Fabrizio bere spesso i vini trentini di Dario Dall’Ò, amico suo, me ne incuriosii e gli scrissi che ne avrei esatto un assaggio al primo incontro, per brindare.

Fabrizio è persona dinamica, non perse tempo: per suo tramite Dario mi contattò, mi raccontò di sé e della sua azienda, mi omaggiò inviandomi tre bottiglie del suo vino (malgrado insistessi per averle con un ordine regolare…).

Scoprii così la bella storia di un sogno realizzato, anzi: il cantiere a cielo aperto di un sogno, ma con le fondamenta ben gittate.

Dario, rodigino, si era occupato a lungo di vino in un’azienda sui Colli Euganei; luoghi di bellezza invidiabile, ma lui coltivava il sogno della montagna sin da ragazzino.

Così, cercando una casa per il tempo libero in Trentino, in modo quasi casuale trovò un’azienda in vendita, a Cavedine, della quale lui e la moglie Silvia si innamorarono. Al balzo, la decisione di una vita e di un’avventura professionale nuove.

Anche la scelta dell’enologo, un professionista celebre, Roberto Cipresso, fu quasi casuale, guidata solo dall’istinto e dal gusto personale; risalendo a lui tramite i riferimenti presenti sull’etichetta di un vino particolarmente apprezzato.

Altrettanto romantico, come Cipresso accettò l’incarico: venne, vide, “passeggiò le vigne” (per citare il vecchio, attualissimo detto veronelliano), toccò la terra: con quel gesto si convinse di poter trarre di lì qualcosa di buono e sono sicuro che Dario, in quel momento, toccò il cielo con un dito.

Da parte sua, per quel che ho veduto della sua attività e per quel che ho percepito in una conversazione telefonica, Dario è esuberante: idee, passione, comunicativa.

Il desiderio di legare il vino all’arte, con mostre in cantina; la maniera con la quale ha ricavato certi spazi della sede aziendale, modellando legno, ferro; la comunicazione aziendale ricercata ed evocativa (con qualche rischio di retorica): parlano di una mente creativa ed ambiziosa; mentre le iniziative in supporto de “La città della speranza” raccontano una moderna e benvenuta sensibilità ai temi sociali.

Poi però ci sono i vini e con quelli non si scappa: oltre l’ambizione ci vuole la capacità, oltre la capacità ci vuole il terroir.

Le vigne di Dario guardano in viso l’Adamello, giacendo su suoli granitici e porfirici. I tre ettari e mezzo dello chardonnay sono a 550 metri di quota, in valle ripida e chiusa. I 6 ettari del pinot nero a 450 metri, su alture più morbide e soleggiate. Gli impianti sono a guyot, tra i 12 e i 14 anni, con circa 6000 ceppi per ettaro, condotti in regime biologico. Le esposizioni: prevalentemente occidentali.

Un territorio montano dunque, a tratti estremo per le peculiarità pedoclimatiche.

Ebbene, non sono vini facili quelli di Dario: raccontano una montagna severa, rocciosa, introversa, fredda a tratti, quasi spiazzante; ma sono vini di carattere, che marcano un segno. Vini lenti, da attendere nel bicchiere e in bottiglia.

Ho la sensazione che ci sia potenziale per superare anche i conseguimenti attuali. Attendo con curiosità le future annate e il Metodo Classico che verrà.

“In primis” Chardonnay, 2018, Az. Agr. Dario Dall’Ò , 12,5 gradi.

Tenue color limone, con tenui riflessi topazio, trasparente, luminoso.

Forma sul calice un velo che si dissolve in fretta, senza lacrime.

Il profumo è nitido, di roccia: gessoso, minerale, di media intensità, ma complesso: l’ingentiliscono frutta a polpa bianca, pera, mela verde, erbe amare di montagna. Cenni di cedro e sentori empireumatici, come di petrolio, lo completano.

Altrettanto tagliente e severo al sorso, di trama gessosa e calcarea, ha corpo virato appena al sottile, estremamente teso, con salinità vivida e acidità vividissima, netto e incisivo verso un finale molto lungo, sapido, con ritorni medicinali ed una lieve scodata alcolica.

Vino, di primo acchito, anodino, nordico, freddo, composto e riservato, nelle briglie di un’interpretazione tecnica in riduzione, che tuttavia racconta il territorio, quasi estremizzandolo in prospettiva espressionista.

Così, l’immagino ideale su frutti di mare crudi.

Tuttavia, a distanza di 24 ore dall’apertura, correttamente conservato, trova aperture luminose sul fieno, sulla camomilla; un equilibrio al palato più concessivo e migliore, perfettamente accompagnando gli strozzapreti alla fiorentina, conditi con parmigiano e burro fuso.

L’assaggio dell’annata 2017 racconta un’impostazione molto simile, sempre giocata sulle durezze, con maggiore evidenza di agrumi ed equilibrio gustativo appena più alcolico, suggerendo una stagione meno semplice da gestire ed un minimo rilassamento occorso in bottiglia.

Dall’Ò Nero 2017, Vino Rosso, 13 gradi.

Ha colore rubino trasparente. Sul calice, le gocciole sono veloci, irregolari.

Il profumo è molto intenso, pulito: l’amarena nettissima, poi grafite, e chiodo di garofano, evidenti; si susseguono, a ghirlanda, mirtillo, mora, lampone, tabacco biondo, carne, senape, curcuma, alloro e rosmarino umidi, come dopo una notte di pioggia.

C’è ancora un accenno di profumo di legno di elevazione: cocco, fumé, un po’ di vaniglia; il vetro, col tempo, lo dovrebbe affinare.

C’è, soprattutto, l’odore della neve: chi non vi ha tuffato, da bambino in montagna, il viso?

Al sorso è di medio corpo, ma tenacissima stoffa: è come innervato da un cavo d’acciaio resistentissimo. Il tannino è ben presente, fine, con un tratto verde, amaricante, piacevole, ché restituisce un’idea vegetale e boschiva. La salinità è più che discreta e l’acidità vividissima, traducendosi un una freschezza sorprendente per un vino dell’annata 2017, secca e calda in molte zone italiane.

L’allungo è notevole, per persistenza, equilibrio e rigore, segnato appena da un ultimo sbuffo alcolico.

Vino di durezze e rarefazioni, dall’anima nordica, sembra proporre punti di vista sorprendenti e contrasti, più che simmetria e armonie; divisivo, con la tecnica in evidenza, ma vibrante materia e territorio, ha una freschezza compatta sconosciuta a molti Pinot Nero italiani.

Un bello sperare per la sua evoluzione in bottiglia e per le prossime annate.

Franciacorta Extra Brut, sboccatura 2 sem 2010 , Faccoli, 12,5 gradi.

Negli ultimi anni mi son tenuto  alla larga da certi gruppi di appassionati di vino, abbastanza da non saper più nemmeno veramente dire che cosa è di moda  e che cosa non lo sia. Mi piace, e mi è sempre piaciuto, seguire un’idea mia, magai un po’ obliqua, trasversale, sghemba, ma libera di andare dove le pare – ed io libero con lei. Ricordo che presso codesti circoli, o piuttosto rassembramenti, il nome degli spumanti metodo classico di Franciacorta era -e forse ancora è- in disgrazia, ben oltre il segno comprensibile di qualche concreto demerito; eppure quello di Faccoli veniva salvato per eccezione e agitato come un feticcio, al punto da risultare quasi antipatico come lo sono tutte le scelte imposte dalla massa, che spesso sceglie senza supporto di un pensiero critico, ma per sentito dire. Entravi in certe enoteche o ristoranti e già sapevi che avresti trovato Faccoli; parlavi con certe persone e: “Io non bevo Franciacorta” (o “non tratto”: la variante), “ solo Faccoli”, dicevano. Al punto che di Faccoli io alla fine nemmeno ne volevo sentir  parlare: me ne ero allontanato così tanto da rimandare, oltre ogni concreto impedimento e giusta ragione, l’apertura e l’assaggio di qualche bottiglia in mio possesso, acquistata appunto anni addietro per genuina curiosità e per l’onda della moda. Inoltre uno spumante di Faccoli, rosato, aperto davvero dopo troppi anni dalla sboccatura, aveva mostrato tutto il peso del tempo trascorso, lasciandomi un certo disappunto e poche speranze per le restanti bottiglie.
Ma quando ho aperto questo extra brut, che è il vino più distintivo dell’azienda, oh meraviglia! Di un bel giallo limone carico, dalla bolla fine e delicata, è eccellente  malgrado i 7 anni passati dalla sboccatura. Nasce da Pinot Bianco e Chardonnay e in massima parte i vini base sono d’annata singola: praticamente è un millesimato. Il Pinot Bianco, con le sue eleganti delicatezze, è  identitario per la denominazione, giacché si trova in molti Franciacorta riusciti; anche qui appone la sua firma, ma il risultato è  personalissimo. Questo extra brut ha un profumo molto intenso, vinoso e fungino: un’abbondanza di porcini secchi, disegnati con precisione. Poi, in dettaglio, fiori di sambuca,  arance e albicocche candite, tocchi di limone fresco, una speziatura dolce di noce moscata ed un senso vegetale di legno che è vivido e naturale, perché è muschio e corteccia ed in particolare corteccia di eucalipto, se la conosci. C’è qualcosa di carnoso, di ematico, di empireumatico, e insieme qualcosa di verde: il profumo dell’alloro e quello sfaccettato di altre erbe botaniche, come le distillano, care alla mia memoria,  i monaci di Camaldoli. C’è qualcosa di anice e di rosa e di mandorle, quelle buone, fresche e semplicemente pelate, non tostate; è una mineralita forse un po’ ammansita, ma scoperta.  Al sorso è notevolissimo, dritto, di quella stessa scabra eleganza che ha il Monte Orfano dal quale proviene, isolato e testardo in mezzo alla Pianura Padana, sola emergenza marina con i suoi conglomerati e i suoli poveri, fiero e ruvido come solo certi bresciani sanno essere. Di buon corpo, con un’acidità  davvero alta e una dolcezza media in senso assoluto (quell’acidità va pure compensata, per avere equilibrio), ma decisamente contenuta per uno spumante, marca appena un po’ di alcool nel lungo finale, ma in sostanza è deciso, energico, longilineo, piuttosto sfaccettato; mi verrebbe quasi da paragonarlo, absit injurias verbis, ad uno champagne di vigneron, per la qualità e la focalizzazione che esprime: un territorio, uno stile, niente compromessi. Da non gustare troppo freddo per goderlo appieno, sulla tavola è flessibile e con lui mi sono divertito a giocare; ma chissà che matrimonio sarebbe stato con un’astice o un’aragosta?

Sant’Antimo Chardonnay DOC 2015, Enzo Tiezzi Podere Soccorso, 14 gradi.

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Enzo Tiezzi – amico, amica che mi leggi forse già lo sai- è un signore gentile e di lunga esperienza che come pochi altri può parlar d’amore col sangiovese e con le terre di Montalcino, palmo a palmo. Penso sempre che bisognerebbe raccogliere la sua conoscenza e i suoi ricordi in un libro: ci ispirerebbero a guardare avanti e ad andare lontano. Basterebbe pensare al lavoro svolto per recuperare l’antico Podere Soccorso e ai vini che vi produce per capire quanto la sua opera sia meritoria.
Pertanto, quando ho saputo che produceva anche un bianco da uve Chardonnay – credo da un terreno sul versante nord di Montalcino- ho provato un misto di curiosità e di sconcerto: ma come, l’uva bianca borgognona a Montalcino?
Capita – lo dico per onestà – che ne riceva da lui una bottiglia, omaggio delicato e gentile che ne accompagna altre di suo Brunello che avevo richiesto per me e per amici. Capisco allora dalle parole che mi invia, che lui a quel vino tiene parecchio: “Il Bianco è un po’ particolare; fermentato per alcuni giorni sulle bucce;  3 mesi in barriques; e dopo un po’ di acciaio messo in bottiglia senza filtrare e essenza chiarifica. È un mio sfizio”. Difficile resistere a lungo: lo apro alla prima occasione, passata qualche settimana, nella pace della mia vecchia casa, sotto la  penombra dei miei travi, nel caldo estivo; e lo trovo  giallo limone carico, viscoso di gocciole irregolari e lente, “dalle gambe lunghe” . Assai petillant sulle prime: ti ricorda quanto è giovane e che è un imbottigliamento recente. Ha un profumo intensissimo, aderente al varietale dello Chardonnay, ma declinato con il calore e la ricchezza di un clima mediterraneo.  Gli aromi sono sfaccettati, ma precisi e decisi, anche se trascolorano con naturalezza l’uno nell’altro, in un accordo pieno che si espande luminoso tra i gradi della scala: la frutta, le spezie, i fiori; unendo, a dispetto della giovane età maturità e freschezza in modo mirabile ed entusiasmante.  Se lo ascolti, vi trovi susine verdi: le Claudia mature; e pesche mature: le percocche. Poi gli agrumi: buccia di limone, spremuta di arance, succo di pompelmo. Non mancano tocchi tropicali: i frutti della passione, gli  alchicingi, il melone, la banana. Profumi piccanti e dolci: il pepe bianco e la vaniglia; ariosi e segreti: i fiori di limone, di pesco, di albicocco accanto al tabacco biondo. Per finire, un po’ di aldeidi, che sono per me come un dettaglio sexy in una donna: può essere più o meno bella, ma senza non sarà sexy.   All’assaggio, il corpo è assai pieno ma molto dinamico, fresco e reattivo. C’è una sensazione di mela gialla al gusto, ma soprattuto è salino, sospinto da un’acidità ben superiore alla media, accolta tuttavia e nascosta dall’intensità ampia del vino, che si distende ed espande sul palato con una progressione trionfale, di proporzioni wagneriane, risultando sferico, profondo, lunghissimo in una persistenza di minuti, con un alcol indubbiamente presente, ma piacevole perché partecipa ad un gioco di chiaroscuro donatelliano. Rimango incerto se definirlo un grande Chardonnay intimamente toscano o un grande bianco toscano vestito alla francese, però poco importa:  ciò che conta è la mano felicissima di Enzo Tiezzi e la potenza di un territorio. Sottovoce aggiungo che è un bianco forse come vorrei farlo io, se producessi vino. L’abbiamo gustato, con intimo piacere, sul vitello tonnato.

Champagne Nectar Imperial Demi-Sec n.m. Moet & Chandon, 12 gradi.

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Ecco lo Champagne del vero snob! In un’epoca che la moda vuole spumanti secchi, extra brut, pas dosé, pas operé, e di piccoli produttori artigiani, ecco qui il vino spumeggiante di un colosso produttivo da dieci e più milioni di bottiglie dalla qualità implacabilmente costante, declinato nella versione demi-sec, con un residuo zuccherino di 45 grammi per litro: ovvero abboccato, usando un termine bellissimo e desueto che si ritrova ( o ritrovava?) per i Lambrusco, gli Orvieto, i Frascati, i Bonarda dell’Oltrepo’. D’altra parte lo Champagne della Russia degli Zar e degli eccessi del Moulin Rouge era ben più dolce di quello che siamo soliti consumare oggi: demi-sec, appunto, o addirittura sec – più dolce ancora. Non dobbiamo dimenticare: fino a 60, 70 anni fa’ una caramella era un lusso,  il gusto dolce raro e particolarmente apprezzato. Inoltre: a berlo fuori pasto, con una soubrette, dopo una lauta cena ( di quelle ottocentesche! Per dirla con Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio: “Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa”), ci stava bene un bel vino dolce o con tendenza dolce. Non si trova però facilmente oggi lo Champagne demi-sec: questa bottiglia l’ho trovata in offerta in un supermercato Sainsbury’s e giusto perché si era sotto Natale. Eccolo qui Pinot Nero dal 40% al 50%, Pinot Meunier dal 30% al 40%, un po’ di Chardonnay ( dal 10% al 20%). Un bel color limone, bolle molto fini ma decise, abbondanti e persistenti (direbbero i colti: una spuma cremosa), aroma molto intenso, maturo, di frutta tropicale e candita (ananas e mango), susine verdi, albicocche, vaniglia, un’idea appena di pompelmo a rinfrescare il tutto. Voluminoso in bocca, cremoso e oleoso, non stucca malgrado la dolcezza, perché si mantiene fresco: ha un’acidità altissima e le note ossidative sono ridotte al minimo, giusto una sfumatura per dare profondità. Certo: hai  gli aromi dei lieviti, ma non troppo insistiti. Finale sul palato lungo, a ben vedere un po’ troppo insistito sulla dolcezza, con un ricordo un tantino didascalico e sentimentale di zucchero filato da lunapark o da sabato all’uscita dalla scuola. Pazienza, perché è ora che comincia il gioco, che è quello dell’abbinamento. Provalo – amico, amica che mi leggi- sulle cucine orientali: certe vivande della tradizione thailandese, ad esempio. Se vuoi essere davvero contro corrente però, accostalo a qualcosa di ancora più esotico: certi piatti locali della nostra tradizione, e con essi ti potrai io credo sbizzarrire. Dal piacentino: pancetta arrotolata, pisarei e fasö, torta bortellina. Dal milanese: il riso al salto, la cotoletta con l’osso cotta nel burro, i nervetti. I piatti sapidi della cucina romana: cacio e pepe, pasta alla gricia, l’amatriciana, oserei persino i rigatoni alla paiata e la coda alla vaccinara. (Se ne trovo qualche altra bottiglia giuro che questi abbinamenti li provo tutti). Altrimenti – è di rigore- con una ballerina di can-can.

Champagne Brut Reserve, Pol Roger, 12,5 gradi

È difficile aggiungere qualcosa sugli Champagne di Pol Roger, maison antica e celeberrima della quale tanto è stato detto e scritto. Un milione e mezzo di bottiglie annue innanzi alle quali appassionati e intenditori si inchinano; una storia iniziata nel 1849; una presenza rilevante nel mercato inglese dai tempi della Belle Epoque, suggellata dall’apprezzamento di Winston Churchill ( nientepopodimenochè), amico di famiglia e dedicatario di una celebrata Cuvee. Stasera sono di fronte al Brut Reserve, lo Champagne più facilmente reperibile di Pol Roger, il più semplice se di semplicità si può parlare: un taglio di 30 vini di due vendemmie da uve Pinot Noir, Pinot Meunier e Chardonnay, ciascuno nella misura di un terzo; affinato ulteriormente in bottiglia dopo la sboccatura finché il componente più giovane non abbia almeno tre anni. È la porta d’ingresso nel mondo Pol Roger. Non un ingresso facile, però: tutto è fuorché accondiscendente; piuttosto, consideralo l’avvio di un percorso iniziatico. Anzitutto: oltre alla tinta limone, all’apertura un’esplosione di spuma persistente -segno, mi si dice, di ricchezza proteica- che poi si placa in bolle fini e cremose, seppure un po’ tumultuose. L’olfatto sulle prime è velato: col tempo – ed a temperature senz’altro più alte di quelle alle quali si berrebbe normalmente uno Champagne da aperitivo – emergono la scorza di limone e di arancio caramellata, sentori di fiori gialli, note balsamiche d’eucalipto e tostate: mandorle e arachidi e nocciole che si confondono col profumo del lievito, su “nuance” fungine. Il palato è sorprendentemente molto salino: e sul sale permane, come nota sola, sulla lingua, al punto da farti quasi scordare il dosaggio e la -chiamiamola così- riserva zuccherina; risultando perciò  minerale, ma non scarno, quasi anzi su un crinale di opulenza, in un’affascinante sciarada. Appena tannico, potente, dalle spalle larghe ma insieme acidissimo, lo vorresti se possibile anche più persistente, ma così non è: ti lascia con un desiderio inespresso. Questo il punto: non è concessivo, anzi, è riservato come un vero gentiluomo d’altri tempi o come una gran dama che  sta sulle sue: da te  pretende il riguardo e non sarà certo lei a venirti incontro e a compiacerti. Però: che equilibro, che classe! Mai trovi in lui quelle note spiacevolmente amare,lì nascoste sul finale, che aduggiano tanti Champagne e spumanti di nominalmente pari livello. Da aperitivo? Forse; ma dopo aver cacciato, coi panni inumiditi, gli stivali coperti di fango e l’odore dei cavalli ancora addosso, impregnato nel tabarro, perchè v’è un lui qualcosa di vagamente autunnale, che suggerisce lunghe passeggiate nei boschi e letture innanzi al camino mentre fuori piove più che l’estroversione di party nei dancing alla moda. C’è chi lo suggerisce su un vassoio di ostriche: può darsi. Io stasera l’ho gustato con un salame bresciano speziatissimo, dono di mio zio:  fresco di carne ed evidente in lui il chiodo di garofano. Però -amico, amica che mi leggi- lo vedrei bene con tartine di paté di fagiano, se ti riuscisse di trovarne.

L’Extra Langlois Cremant de Loire Brutt NM, Langlois Chateau. 12, 5 gradi.


Non vorrei proprio apparire snob, ma debbo confessare di preferire spesso un buon Cremant de Loire a parecchi Champagne. Nel senso che lo apro più volentieri. Certo il prezzo più conveniente gioca a favore, rendendolo questi vini interessanti per la tavola quotidiana. Ma c’è anche dell’altro, che va oltre all’istintiva simpatia per la regione della Loira, così ricca di storia e di castelli. E’ che spesso sono vini non solo ben fatti ed abbordabili, ma con uno stile che si adatta bene al cibo quotidiano e domestico e che piace senza sforzo a tutti i palati. Meno complessi magari di uno Champagne, ma più accessibili, più freschi , più disinibiti. Questo di Langlois Chateau e’ un bel prototipo, dotato di una eleganza spigliata e verticale ammaliante. Eccolo nel calice giallo limone molto tenue, con una spuma molto delicate e gentile (non per nulla dagli anni Settanta la proprietà’ e’ Bollinger), che accarezza e stuzzica con la grazia sottile del riso di una donna: se lascia lacrime sul bordo, son certo quelle dei suoi amanti. Ha un aroma delicato e incisivo di melone, di agrumi (lime e cedro), di miele di arancio e di acacia ed una certa nota che è roccia, torba, iodio e solvente che è tutta la marca di quel 70% di Chenin Blanc che lo compone (il resto e’ Chardonnay). Molto, molto moderate, le note di lievito, dolci: la mollica del pane, quando ancor caldo ne prendi e orco di farina dal sacco caldo del fornaio. In bocca e’ diritto, acido, compatto, senza tanto fronzoli ma carezzevole, con una sua titillante morbidezza, croccante e leggero come il batter d’ali della Trilli di Peter Pan, di corpo medio, di buona acidità che si chiude su una finale di discreta lunghezza ma nitido ed un poco erbaceo, ricordando piacevolmente l’amarezza della cicoria. Quasi, verrebbe da dire, mediano tra un Prosecco ed uno Champagne, dell’uno conservando l’immediata freschezza, dell’altro la forza motrice e la complessità; e pertanto sa piacere a tanti: a chi cerca il vino importante e serio, a chi apprezza invece uno spensierato sorso. Io l’ho gustato sugli spaghetti alla puttanesca, dove ha ben figurato, rinfrescante e sapido com’è; ed ancora più grande il piacere che mi ha donato su un parmigiano a lunga stagionatura. Perché questo il regno suo: un aperitivo, un’entree di classe e di stile.

Franciacorta DOCG Cuvee Imperiale Brut, Guido Berlucchi, sboccatura 2014, L0235/13A2E114I , 12,5 gradi.


Se fossi snob, non vi parlerei di questo vino. Diamine: lo trovi anche alla Coop, all’Esselunga, all’aeroporto di Fiumicino dove l’ho acquistato per 13 euro o poco più. Ma io non sono snob, amo gli spumanti metodo classico e qui in Inghilterra mi son comperato anche qualche Cava spagnolo in offerta da Sainsbury’s; e pure qualche Champagne economico prodotto da una delle varie cooperative. Poi, se alla Royal Festiva Hall mi son preso un prosecchino, beh, tanto meglio se non ne ho chiesto il nome. Questo per dire che, a dispetto del favore che i vini spumanti incontrano, in giro si trova di tutto e la qualità non e’ necessariamente garantita; e il consumatore, consciamente o meno, vi si adatta.
Però questo Franciacorta DOCG, a dispetto dei tre milioni e duecentomila bottiglie nelle quali e’ prodotto, segna proprio un altro passo. E lo vedi subito nella sua spuma ben definita, cremosa, senza arroganza, che illumina la sua tinta di pallido color limone. Lo godi all’olfatto, che e’ intenso, nitido e fruttato seppur le note di lievito e pane non manchino: eppure sono così perfettamente, elegantemente integrate in aromi di agrume ( tanto mi ricorda il dolce limone di Amalfi! ) e di frutta a polpa gialla e bianca (albicocca e pesca noce), da apparire come colpi di pennello che rifiniscono caldi una tela sfumando e approfondendo un paesaggio, parti di una vibrazione atmosferica come il principio del sole che tramonta, arricchiti poi da una fuggevolissima ma apprezzabile idea di chiodi di garofano e di ruta. Ed alla bocca lo troverai ben bilanciato, riposato ma non grasso, carezzevole ma giustamente sorretto da una bella acidità, senza nessuna inutile svenevolezza, senza quella grassezza ed amaroticita’ che, a torto o a ragione, si attribuisce con biasimo ai Franciacorta. Anzi: ha un allungo più che discreto ed ordinato, ma soprattutto: amico, amica che mi leggi, qui c’è carattere! Non la controllata evoluzione degli Champagne, non la consistenza piacevolmente terrosa dei Cava, ma una nitidezza luminosa e solare fruttata che gioca qui il ruolo di una sigla di italianità; quasi ponendosi, se ben mi intendi, piacevolmente a metà tra un complesso Vintage ed in immediato Prosecco. C’è di che esserne, come italiani, estremamente orgogliosi: a quei volumi, a quel prezzo! Certo, starà bene, se lo vorrai provare, su antipasti di pesce o magari, persino, sulla tinca ripiena come la fanno sul Lago d’Iseo a Sulzano. Tuttavia, perché non giocarlo come un jolly su un tagliere composto dai meravigliosi formaggi bresciani dai nomi sonanti? Bagoss, Fatuli’, Rosa Camuna, Silter…

Per saperne di più: http://www.berlucchi.it/prodotti/#cuvee

Champagne extra quality brut Ployez Jacquemart NM .


C’è poco da fare: quando si ha qualcosa da celebrare una bottiglia di Champagne fa sempre la differenza. C’è il fascino del nome, certo, esotico il giusto e così onomatopeico che nemmeno il più celebrato studio di comunicazione del mondo potrebbe trovar meglio: Champagne, e già nella parola c’è tutta la spuma e il gorgoglìo di quelle bolle sottili quando sotto e ai lati della lingua.
Più difficile capire il perché dell’approvazione universale che ottiene anche da parte di chi, in tutta onestà, poco si cura del vino e certo poco si fa blandire dai nomi altisonanti. Però, quando se ne ha una bottiglia sulla tavola per un pranzo o una cena, e la compagnia e’ buona e le vivande di livello, ecco si aggiunge piacere a piacere, ed il senso critico stenta proprio a restar desto: diciamo anzi che non c’è nessuna voglia di analizzare e si pensa piuttosto a godere. Così e’ stato per me con questo Extra Quality Brut di Ployez Jaquemar, perché un fatto era evidente: sarà pure la cuvee più semplice di questa firma di Ludes, ma era uno Champagne di alta distinzione. D’altra parte alcune sue caratteristiche produttive, come il minimo dosaggio e l’impiego maggioritario dei vini d’annata, indicano chiaramente una cura ed una ricerca di fresca eleganza non frequentissime nelle etichette di ingresso. E se il corpo e’ medio, e se non ostenta complessità particolari, il suo bilanciamento e’ da applauso, con una liqueur d’expedition perfettamente integrata, con abbondanza di limoni e note agrumate che sottolineano si’ una acidità veramente alta, ma che al momento giusto sanno farsi da parte lasciando la scena a più calde nocciole, e nitidi ma delicati accenni di panificazione, firma del processo di autolisi, presentati senza alcun compiacimento, senza indulgere in una faciloneria per così dire da basso ventre, da baritono bercione che cerca l’applauso ingrossando la voce. Soprattutto e’ raffinato, diritto, di un’eleganza cesellata da fine dicitore che sa come fraseggiare anche se la voce non e’ sempre uniforme (l’astringenza), minerale nelle sue rifrangenze aromatiche e gustative, bianco e cristallino alla vista; dove le bolle sono fini, lente, pacate, ma a lungo persistenti.
Un fedele compagno troverai in lui per le piccole e grandi celebrazioni, per donare un momento di gioia e rispetto a chi ami . (21luglio 2014)

Brut Argentina Methode Traditionelle , Chandon, lot.17273, 13 gradi.


Certo che un Metodo Classico argentino incuriosisce…e quel nome, Chandon?Massi’, come hai fatto a non pensarci! Voila’: la celebre Maison di Champagne Moet & Chandon sul finire degli anni Cinquanta cercava nuovi spazi – in tutti i sensi- ed andò fino in Argentina per scovarli. Poi, già che c’era, si concesse altre zingarate, in Australia ad esempio, ma questa e’ un’altra storia. Fatto sta che ai piedi delle Ande trovo alcune zone adatte ad impiantarvi Chardonnay e Pinot Noir per le basi spumante; il bagaglio tecnico certo non mancava…c’è eccoci qua. “Sicche’, com’è codesto spumante?”, tu mi dirai, “assomiglia a uno Champagne?”. Piano, piano: si sente che è un Metodo Classico fatto molto bene, senza sbavature, con tanta sapienza; ma, tecnica a parte, il territorio conta ancora qualcosa e quello dello Champagne dice ancora la sua: o piuttosto la sventola, la esibisce con una grazia ed una forza di convincimento senza pari. Però qui hai un ottimo spumante, con un bel colore dorato scarico, una mousse sulle prime quasi un po’ aggressiva ma dalla bolla molto fine e persistente. Al naso e’ un po’ più caldo, maturo e fruttato (ecco un termine in voga tra la fine degli anni Novanta e i Duemila!), di uno Champagne, con belle note di cedro, di buccia di albicocca, di lime, di banana; ma non mancano poi gli aromi di lieviti, di crosta di pane e di mandorla amara, e soprattutto una certa affumicatura intrigante, si’, ma insistente. Ed alla bocca e’ importante, benché non pesante, di buon corpo e discreta lunghezza, con un che di piacevolmente salato che rende dinamica ed interessante la beva, ed una acidità bella alta, eppure sempre più abbordabile di quella di un “vero” Champagne; e sempre quella certa terrosa affumicatura, che si sostituisce alla snella slanciata eleganza dei migliori francesi e che, per dirla tutta, un pochino -poco- mi fa pensare a un Cava di Spagna. E dunque? A me garba, perché interpreta in un modo originale, più ciccione e caciarone, un’idea di vino spumante diversamente non solo elegante, ma persino austera, rendendola gioviale ed amichevole perché virata sul frutto, sulla bolla titillante senza timidezze (anzi, quasi un po’ aggressiva), su na acidità non bassa ma certo contenuta, su una certa carnosità cui contribuisce un dosaggio mi pare non proprio minimo, forse consono agli standard gustativi del cosiddetto Nuovo Mondo. Tuttavia -amico, amica che mi leggi- ti prometto che si fa apprezzare come e più di certi Franciacorta nostrali (quelli, sia chiaro, vinificati senza troppa cura). Ed infatti senza troppo riguardo me lo son goduto -absit injuria verbis- con due salsicce toscane bollite.

Franciacorta Brut Enrico Gatti, sboccatura ottobre 2010, 13 gradi.


Certo che bere bollicine (non amo questo termine, ma mi adeguo!) e’ sempre un piacere, soprattutto quando non c’è altro “perché” se non la gioia della tavola.
Bollicine quotidiane? Magari così si esagera, diciamo piuttosto che ci son bottiglie che tale piacere invogliano a regalarselo di quando in quando, o magari anche spesso. Prendiamo questo a Franciacorta Brut di Enrico Gatti, che produce in totale 130.000 bottiglie, nemmeno tantissime per gli standard della zona. Al di la’ della veste accattivante dell’etichetta,semplice ma signorile (anche l’occhio vuole la sua parte) e’ soprattutto un vino benfatto e direi sincero: perché non si atteggia, non fa il di più, non vuol sembrare ciò che non e’; insomma, lontano da certi spumanti (e ce ne sono! Anche in Franciacorta) che fan la voce grossa senza averne adeguata struttura, ma solo a forza di dosaggi zuccherini e liquorosi e di lunghe permanenze sui lieviti, cercando così di mascherare, possibilmente, le carenze del vino base e dell’uva. Questo di Gatti, 100% chardonnay, tenuto 18 mesi sui lieviti ( malgrado sia stato sboccato tre anni e mezzo fa, e’ ancora in un’ottima condizione giovanile) fa il suo con onestà, col suo color paglierino scarico e con un perlage sottile, persistente e fitto ed assai spumoso, che titilla più che accarezzare. Non ti soverchia di aromi e non cerca complessità’ estreme, ma profuma intensamente di fiori bianchi e gialli, pompelmo, susine verdi, banana, un tocco di nocciole fresche, di miele d’acacia e crosta di pane, ma non di un robusto filone campagnolo, piuttosto di un panino all’olio. Forse appena una punta di burro ve la puoi trovare. Soprattutto però è nitido, pulito, solare. Al sorso e’ giustamente secco, ha una bella mineralita’ salina, un’acidità più che sufficiente a caratterizzarlo nel senso di una tensione sonante, piuttosto che in uno sfrangiarsi cremoso sul palato – anche fosse, però, che ci sarebbe di male se fosse salva la misura? Ma il corpo c’è e pure al persistenza, ancora su ricordi appena un po’ iodati, delicati di nocciole fresche e più decisi di pompelmo. Ne’ largo, dolciastro, piacione e tutto lustrini; ne’ meditabondo come il Pensatore di Rodin o i cupi santi di El Greco e giocato sul filo dell’ossidazione, neppure tagliente ed ossuto come vogliono certe tendenze un po’ autopunitive (e…“io bevo solo Pas dose’” dice l’enochic), piuttosto impostato sulla freschezza, sul conservare una certa purezza della materia, ma senza ossessioni; insomma, la sua chiave e’ un’equilibrio che direi quasi mozartiano laddove e’ la levità sorridente della forma a creare la sostanza. Forse per questo non sarà mai di moda: parafrasando una vecchia battuta e restando in tema musicale, l’equilibrio e’ come la musica da camera: buona, ma la praticano in pochi.

Per saperne di più: http://www.enricogatti.it