Dolcetto d’Alba 2006 e Barbera d’Alba superiore 2004, di Flavio Roddolo

Sentii parlare la prima volta di Flavio Roddolo da quell’Enrico Rovera che è stato il mio primo maestro nel mondo dei vini.

Lo considerava il vero prototipo del contadino di Langa.

Quando gli chiedevo dei vini langaroli autentici, mi citava anche altri produttori artigianali -che stimava sommamente, beninteso – ritenendoli, però, intellettuali prestati alle vigne.

Flavio Roddolo era invece l’uomo pragmatico del lavoro manuale e – soprattutto – del silenzio: “Vai da lui”, raccontava divertito l’Enrico, “e subito ti porta sul retro della cantina per mostrarti le vigne. “Lì c’è il nebbiolo” e seguono 30 secondi di silenzio, “lì il dolcetto”, altri 30 secondi di silenzio, “là la Barbera”, ancora un lungo silenzio.”. Roddolo era uno schivo, che non si vedeva nè alle fiere, nè alle premiazioni dei vini.

Ce lo decantò al punto che con Roberto, il mio compagno di scorribande enologiche, decidemmo di andare a visitarlo. Enrico, quando lo seppe, ci raccomandò il Dolcetto: straordinario. Era una dozzina d’anni fa.

Partimmo un sabato invernale, credo: ricordo gli alberi spogli di foglie, il freddo per le vie di Diano d’Alba, dove ci fermammo in trattoria, rimasugli di neve vecchia qua e là.

Direzione Monforte d’Alba, dove non eravamo mai stati. Vi arrivammo da Barolo e superandola verso Roddino, con le colline che diventavano via via più selvagge, mi sembrava di varcare il confine di un mondo remotissimo. Più ancora quando iniziammo, con l’auto che arrancava, la ripida salita che portava alla cantina: un tortuoso serpente nel fitto degli alberi.

Cantina, o piuttosto, visibilmente, casa-cantina, come molte si trovano nelle Langhe: una struttura annosa, di pietra, sobria, con una certa imponenza.

Quando Flavio Roddolo ci aprì la porta, pensai che assomigliava in fondo alla sua casa: un uomo massiccio, ma con una certa grazia impacciata di modi, forse timido, che vestiva una sorta di tuta da lavoro, quasi da operaio. Il viso, incorniciato da barba e baffi grigi, sembrava un’effige risorgimentale.

Si scusò perché era raffreddato: febbricitante nei giorni precedenti, aveva voluto ugualmente accoglierci: una cortesia verso ospiti sconosciuti, che mi intenerì.

Ci fece accomodare. Attraversammo la casa scendendo in cantina. Era scavata nella roccia friabile localmente chiamata tufo (ma credo sia marna), vi si accatastavano ordinatamente innumerevoli barrique. Mi stupii di trovarle da un produttore così tradizionalista e gliene chiesi conto. Ricevetti una candida spiegazione: lavorando da solo, con pochi ettari, gli erano più pratiche da gestire rispetto alle botti grandi; e comunque erano tutti legni molto vecchi, che nulla rilasciavano al vino.

Finalmente giungemmo al portone che dava sul retro. Roddolo l’aprì e dal buio ventre della collina ci trovammo nell’aria fredda su un breve impiantito che dominava dall’alto l’intero bricco, ornato dal fusto spoglio ed enorme di una vite vecchissima, che risaliva gigante le mura della cantina. Pendevano stalattiti di ghiaccio.

La luce era quasi abbagliante, bianca, riflessa di neve, irradiata dai velami di nebbia e di nuvole basse; risalivano ripidissimi i filari vitati, digradanti dalla cima di Bricco Appiani. Lungo di essi scorreva indugiando, infine perdendosi lo sguardo, in un silenzio arcano. Il flebile soffio del vento ed i nostri respiri gli unici suoni. Poi cominciò Roddolo: “Questa è la vigna. Lì c’è il nebbiolo…”, la scena che ci aveva raccontato l’Enrico.

Andammo poi in una sala con un gran tavolone e innumerevoli bottiglie, un po’ chiuse un po’ aperte, e cominciamo ad assaggiare i vini: Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Cabernet Sauvignon in purezza; eccellenti: dotati tutti di un grande sussurrato vigore, di una naturalezza confidenziale.

Non ricordo granché della conversazione, ma il tono sì: semplice, domestico, familiare, sussurrato anch’esso. Nè cambiò quando giunse inatteso il giornalista Gigi Garanzini, col quale il vignaiolo aveva evidente confidenza. Roddolo avrebbe potuto guardare noi due, appassionati principianti, dall’alto al basso, lui celebre nella nicchia dei produttori artigiani, apprezzato da firme come Gianni Mura e Andrea Scanzi, e invece era alla mano; avrebbe potuto atteggiarsi da artista iconoclasta, con quel Cabernet che faceva lui, invece diceva solo che nella sua terra gli era sembrato potesse venire bene; poteva proporsi custode integrale della tradizione, invece si serviva spensieratamente delle barrique.

Pensai che quel vignaiolo, da qualcuno descritto come scorbutico, da altri come sempliciotto, era in realtà un uomo acuto che aveva fatto una scelta precisa: nato in quella casa-cantina sulla cima del Bricco Appiani, si era volutamente posto un limite, confinandosi lassù in quella casa, conficcando lui stesso radici nella sua terra, diventando confidente e custode di quel piccolo appartato lembo di mondo, elemento naturale anch’esso, fratello di sangue e destino della vecchia vite che stava sul retro.

Quel limite gli permetteva di ascoltare il silenzio. Nel silenzio c’erano le voci del vento e delle sue viti, che lui intrecciava come un antico polifonista per ricavarne vini.

Sono trascorsi troppi anni: dovremo tornare presto da Roddolo, Roberto e io, appena sarà possibile. Noi avremo qualche capello grigio in capo, che allora non c’era. Lui, forse, qualche ruga in più, ma sarà saldo e vigoroso come quella vecchia vite buona e gigante, sul retro della cantina.

Intanto ce lo ricordano i suo vini: saldi come eroi, hanno il caldo abbraccio degli amici.

Dolcetto d’Alba 2006, 13,5 gradi.

Dolcetto di 14 anni (si dice che i Dolcetto andrebbero consumati nei primi 2-3 anni: questo ha un’età venerabile anche per tipologie più ambiziose).

Non filtrato. Non stabilizzato, se non dal tempo.

Granato profondo, lascia sul vetro gocciole fitte e veloci, di media persistenza.

Ha profumo molto intenso, principalmente di sangue, ferro, ghisa, poi origano, rosmarino, frutta rossa, noce moscata. Cenni farmyard. Ancora in sviluppo. Affascinante.

Soprattutto, però, è vino di bocca.

Naturalezza, anzitutto.

Vivo, virile, elegante, è secco, di corpo medio. Ha avvolgenza glicerica, polpa, sapidità..

L’acidità è giusta da Dolcetto, cioè di medio vigore, ma il vino è ben dritto malgrado gli anni: si sostiene su sapidità vivida e tannino eccellente per presenza, definizione, pastosità e grana.

La trama è ancora fitta e continua fino all’equilibratissimo finale: molto lungo, felicemente amaro e ammandorlato, con la grinta tannica che preme sul palato anteriore: stimolo piacevolissimo, d’altri tempi.

Come una prosa bella e vibrante.

Compagno meraviglioso della tavola, pienamente goduto con salsicce stagionate di Sergio Falaschi, fette di scamone ai ferri, formaggio pecorino.

Barbera d’Alba superiore 2004, 14,5 gradi.

Colore granato tendente al rubino profondo,con lacrime fitte e irregolari. Appare molto più giovane dei suoi sedici anni.

Profumo molto intenso, in divenire, tutto chiaroscuri e prospettive: la delicatezza della rosa, la maturità della fragola e della prugna, la purezza delle erbe amate di montagna, i toni umbratili del tartufo, la sottigliezza degli inchiostri e delle aldeidi.

Sorso molto naturale, polposo, continuo, fluido, lungo, con succo e sale; di corpo notevole, ma fresco per aciditá vividissima, vibrante, perfettamente integrata. Per essere un Barbera ha tannino particolarmente abbondante, ma pastoso.

Nel retrogusto: frutti di bosco.

Vino disarmante: pare sospeso nel tempo e fattosi da sé, senza mano umana né a ingentilirlo, né a complicarlo.

Con amore sulle costine di suino grigio semibrado della Macelleria Falaschi di San Miniato, al forno.

Cercatoja Rosso 2004, Toscana IGT, Fattoria del Buonamico, 14 gradi.

Quasi nulla mi rattrista più che leggere certe vecchie pubblicazioni sul vino.

Non le grandi pagine di letteratura, ovviamente: Monelli, Soldati, molto Veronelli, a distanza di decenni ci restituiscono vividamente mondi scomparsi, come se li avessimo davanti: ne ravvivano colori, rumori e umori, li soffiano verso di noi come faville del maglio mosse dal vento: tale è la forza dell’arte.

Quando però l’impostazione è enciclopedica, catalogante, innanzi a tutti quei nomi caduti nell’oblio la malinconia si fa strada. Che ne è di quelle aziende, dei luoghi, dei vini? Certi Cru, più o meno celebri un tempo, oggi dimenticati, ridotti a bosco o, peggio, pompa di benzina? Mi pare di trovarmi innanzi alle lapidi dei vecchi al cimitero, perché intorno a quei nomi c’era tutto un mondo vivo, oggi scomparso.

Similmente mi è presa la malinconia ier l’altro, ascoltando un vecchio vinile con le canzoni di Odoardo Spadaro: in quell’accento risentivo la voce dei miei nonni e di tutti i parenti che lo circondavano quand’ero piccino; in quelle storie di povera gente, di contadini, di ortolani, di emigranti, di aie e di cappelli di paglia, rivedevo il loro mondo, quello che immaginavo attraverso i loro vividi racconti: era per me un passato remoto e affascinante.

Ora sono in quel “mezzo del cammino” che consente di giudicare il passato alla distanza, di percepirne le cesure col presente, di consegnare ad esso la memoria di un mondo che non è più.

Io so che quando vado a Chiesina rivedo la mia Valdinievole filtrata con gli occhi di quand’ero bambino; e che già allora vedevo, presumibilmente, filtrata con le lenti immaginifiche dei miei nonni. Non così è per mia moglie e meno ancora sarà, con mia pena, per mio figlio: loro la vedono com’è.

Quel mondo è passato: esiste solo nei miei ricordi.

Marcello il macellaio, il suo mallegato profumato e le salsicce buone come dolci; la focaccia cotta a legna, sapida e oleosa, della bottega quando era in piazza alla Chiesanuova; l’officina morchiosa di Leino a San Salvatore, che riparava biciclette e motorini; l’odore dei garofani colti da poco nel capannone, quando li ammazzettavano i miei zii e i miei cugini: tutte realtà dissolte, consegnate ai quei ricordi che sono tesoro e fardello di ogni essere umano.

Ahimè, la lista sarebbe assai lunga ed è sempre sgradevole paragonare lo ieri con l’oggi.

In essa, tuttavia, c’è anche la vecchia Fattoria del Buonamico di Montecarlo. Oggi si chiama Tenuta del Buonamico, ma è davvero altra cosa: non dico meglio o peggio, ma altra.

La Fattoria del Buonamico che ricordo io era un luogo di sapiente artigianalità. Un edificio essenziale, dall’intonaco rossiccio, dove l’accoglienza non esisteva come la intendiamo oggi, nel senso della ricezione turistica, ma era la semplice gentilezza delle persone che vi lavoravano.

Stava – e sta ancora, malgrado i mutamenti occorsi – su un poggio appena sotto Montecarlo, in Lucchesia, sul lato che digrada verso Capànnori, dal quale si godeva una bella vista sul borgo, sulla piana di Altopascio e Bientina, sul Monte Serra.

Intorno, colline morbide, particolarmente dolci di forme e vegetazione: quasi che la natura lì si conceda un momento di riposo dopo le balze appenniniche, prima di slanciarsi verso le tormentate coste, ridendo al sole viti, ulivi e fiori, che crescono spontanei in incredibile varietà e coloritura. Lì, sullo spiazzo prima del Buonamico salivo con la Vespa per vedere le stelle e di giugno, di luglio, c’erano sempre le lucciole. A due passi, il cru Cercatoia.

Credo l’azienda fosse nata nel dopoguerra, nel 1964, per rifornire di vino un ristorante a Torino, Al Gatto Nero: era abitudine dei ristoratori toscani approvvigionarsi nelle loro zone d’origine e chi di loro poteva acquistava terra con vigna e ulivi, in un’epoca di spopolamento delle campagne. Normalmente i ristoratori affidavano la fattoria a un uomo di fiducia, perché producesse vini onesti ma senza particolari pretese, adatti alla mescita come vino della casa. Quello, immagino, l’intendimento originario della Fattoria del Buonamico.

Poi qualcosa doveva essere intervenuto, perché i vini della Fattoria che conobbi io raccontavano piuttosto una spericolata fuga in avanti, un avanguardismo sperimentale affascinante e senza rete.

Vini da singolo vigneto, in purezza o con uvaggi arditi, eppure attentamente bilanciati, che parlavano una lingua tutta loro: erano, è vero, gli anni nei quali in Italia si scopriva la barrique e si diffondevano i vitigni internazionali; trovavano pure una solida base nella tradizione montecarlese, che i vitigni bordolesi, e più ancora rodaniani, li aveva già accolti in pieno ‘800; eppure esprimevano una individualità fortissima, dovuta, credo, all’estro e all’impegno di chi dirigeva la cantina: Vasco Grassi, che ebbi il piacere di conoscere al Buonamico quando ero poco più che un ragazzino ai suoi primi acquisti direttamente in cantina, con con i risparmi da studente universitario.

Fu in una di quelle occasioni che acquistai questo Cercatoja, credo una delle ultime bottiglie prima della nuova proprietà.

Rimase nella mia cantina toscana per anni, fino allo scorso gennaio, quando decisi di aprirla insieme a mia moglie. Eravamo da soli nella vecchia casa per un paio di giorni: una scappata, perché aspettavamo la nascita del nostro bimbo a breve e dicevo: “Almeno apriamo la casa, poi vedrai fino a Pasqua non riusciremo a scendere”. Non immaginavo la pandemia che avrebbe flagellato questo 2020 e che saremmo stati impossibilitati a muoverci ben oltre Pasqua.

Quando la presi dallo scaffale dove riposava distesa ero un po’ perplesso: nella mia esperienza – senz’altro limitata- i vini rossi di Montecarlo, anche ambiziosi, esprimono il loro meglio entro i dieci anni.

Questo Cercatoja andava per i sedici.

Sfilai il tappo: un sughero intero molto lungo, molto bello, in ottime condizioni.

E cominciò la magia.

Fu una danza di ore, evocazioni che si rincorrevano sotto i travi antichi e scuri della cucina, bagliori di memoria intrecciati a quelli del focolare acceso.

La tinta: granata, trasparente, luminosa, con vaghi ricordi rubino. Gocciole sul calice, fitte, regolari, rapide, persistenti.

Il profumo: di particolare intensità, ampiezza e finezza. Etereo e rarefatto all’apertura e dopo un congruo tempo, mi ricordava sorprendentemente certi Pinot Noir Villages o Premier Crus di Borgogna invecchiati: pelliccia, alchermes, ciliegia, lampone, prugna, mirtillo, peperone verde, cola, ruta, erbe verdi, liquirizia, ferro, sangue, iodio, noce moscata, pepe bianco.

Spiriti sospesi, iridescenti, sfumati.

Virava poi, dopo 12 ore, verso i vini del Rodano, cercando il paragone d’Oltralpe: il frutto difatti diventava più scuro, emergendo toni di pepe nero, e di cappero-acciuga, da crostino toscano.

Secco, lasciava la bocca piacevolmente asciutta.

Aveva corpo pieno e tannino di trama fitta, fine, maturo, croccante; forse appena un ricordo di legno d’affinamento nella sua grana.

L’acidità: media.

Era molto equilibrato, sul sale.

Nel finale lungo: un ricordo di farina di castagne.

Aveva tutta la scorrevolezza e facilità d’eloquio dei rossi di Montecarlo, ma c’era in lui qualcosa in più e di unico.

Figlio della sua era riguardo l’uso del legno d’affinamento, aveva però trovato negli anni di bottiglia un passo cadenzato, quasi antico per trasparenze e per l’equilibrata compostezza: “Gran vino da selvaggina di piuma, assai fine”, si sarebbe detto un tempo.

A Montecarlo non ho mai assaggiato un rosso pari a questo, colto allora nei suoi sedici anni; né produzioni successive a me note mi lasciano sperare per il futuro.

Qui il Sangiovese si sposava al Cabernet Sauvignon, al Merlot e al Syrah, nelle proporzioni: 40%, 30%, 20%, 10%. L’amai come amo il Sangiovese maggioritario o in purezza.

A trovarne una bottiglia ben conservata, amica o amico che mi leggi, bevilo un po’ fresco: sui sedici gradi.

Forster Ungeheurer Riesling Spatlese Trocken, Pfalz, 2004, Reichsrat von Buhl, 12 gradi.

“Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra, limava gli scalini e le catene, ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga.” (Da “Il deserto dei Tartari”, di Dino Buzzati).

Il Riesling tedesco fu uno tra i miei primi innamoramenti quando cominciai ad assaggiare consapevolmente i vini. Così diverso da qualunque altro avessi fino al allora assaggiato, mi pareva una scoperta incredibile, come se i degustatori più esperti mi avessero passato a mezza voce un segreto iniziatico, la parola d’ordine che dava accesso a un circolo ristretto.

Vallo tu a spiegare a un ragazzo di vent’anni o poco più che la storia del Riesling tedesco è lunga e gloriosa, che sono vini di fama mondiale e che se allora non circolavano più ampiamente in Italia (ormai qualcosa si è mosso, mi pare), era solo colpevole campanilismo.

I miei primi assaggi furono bianchi della Mosella. Scoprii in seguito che anche altre aree tedesche erano capaci di esiti qualitativi altissimi e sostanzialmente diversi.

Ricordo un viaggio a Monaco di Baviera, all’inizio dell’estate del 2008; l’acquisto di un certo numero di bottiglie in uno storico negozio del centro, cupo e monumentale nelle sue sale rivestite di legni antichi intagliati; tra esse, alcune del Reichsrat von Buhl, inclusa la presente.

Fu la scoperta del Palatinato, continuazione dell’Alsazia in Germania seguendo il corso del Reno, e dei Riesling secchi lì prodotti. Fu la scoperta di questa cantina di antica fondazione (1842), all’epoca assai tradizionale, che mi parve subito eccellente; ed anni dopo ebbi l’occasione di partecipare a Londra ad un’ampia presentazione dei loro vini (sarà stato il 2013), trovandoli tutti, immancabilmente, ottimi: immagini speculari di singole entità territoriali, entusiasmanti per la loro individualità.

Ricordo, tra parentesi, che vennero mostrate le fotografie delle vigne, bellissime e curate come giardini, e delle vecchie botti di legno, enormi e adorne di incisioni finissime.

Ma col tempo la realtà cambia.

Leggo che proprio nel 2013 l’azienda passò di mano. Etichette nuove, di dubbio gusto, hanno sostituito quelle storiche e non lasciano ben sperare. Inoltre, questo vino, che proveniva dal Cru storico Ungeheuer, non viene più prodotto, preferendo assemblarlo a quelli dei Cru Pechstein e Jesuitengarten. Male: il mercato del vino di qualità premia l’approccio opposto.

Questo Ungeheurer di von Buhl del 2004 -fantasma enologico, vino estinto- è però splendido e strabiliante, di incredibile longevità e vigore giovanile, sin dal colore: un limone luminoso e vibrante, che vira sui toni dell’agrume più maturo solo a 36 ore dall’apertura.

I profumi sono intensissimi e complessi, in evoluzione ma ancora miracolosamente giovani, perché gli agrumi freschi -il limone, il lime, il cedro, il mandarino- si uniscono alle erbe ancora madide di rugiada: menta, alloro, muschio; e gli idrocarburi -netti- non li prevaricano. Ammorbidiscono appena il quadro, quasi colore steso col polpastrello, accenni di sesamo, una speziatura molto lieve (forse pepe bianco), e più lieve ancora il cioccolato bianco: ombre sensuali che riscaldano una perfezione anodina.

Sul palato! Una sferzata danzante e traslucida, con spigoli a vista ma magicamente armoniosa; una fantasmagoria ardita e armoniosa come le Jeux di Debussy nell’interpretazione -indimenticabile- di Victor de Sabata con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, lontano disco degli Anni Quaranta.

Un’incisività nitida e sbalzata, fin dall’attacco, che si espande con un’accelerazione rapinosa in bocca, rilasciandovi al culmine una frustata sola, secca, per poi distendersi lateralmente e blandirla, accennando avvolgente erotismo; penetrandola quindi ancora in profondità, stordendola prima con la dolcezza conciliante di un minimo residuo zuccherino, poi picchiettandola insistentemente con una vena salina lunga e continua. In mezzo -al centro della lingua- l’esplosione sferica di un sapore incontenibile, che persiste per minuti interi, verticalizzandosi sull’acidità altissima; infine acquietandosi in equilibrio perfetto, tuttavia instabile, che induce a indice a salivare e ad approcciare un altro sorso, su ritorni di amaretto e di sale.

È un bianco di bellezza superba e guerriera, che si piega alla malia di una sensualità diafana e lunare.

Sole e luna, maschio e femmina per questo vino da trionfo wagneriano, perché tale lo bevevano -son sicuro- gli dei della Tetralogia nel Walhalla: questo il vero oro del Reno.

Stasera, a 15 anni dalla vendemmia, lo gusto su una focaccia di Recco al formaggio: matrimonio sorprendentemente perfetto.

Barbaresco La casa in collina 2004, Terre da vino, 13,5 gradi

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Barbaresco è, senza dubbio, una tra le denominazioni più prestigiose non solo d’Italia, ma del mondo; ed è una tra le massime espressioni del nebbiolo; al punto che accostarsi ad essa potrebbe anche intimidire: i tanti cru, le tante piccole cantine artigiane, il peso della storia, in certi i casi i prezzi dei vini e i dubbi sull’abbinamento: grandi arrosti, cacciagione , tartufi e funghi, si suole dire;  ma chi e quando mangia così oggigiorno?
Eppure, credo, varrebbe la pena godersi un Barbaresco in maniera più rilassata, quasi quotidiana, tale e tanta è la sua classe elegante da apparirmi irrinunciabile; e, aggiungerei, la sua capacità di  accostarsi flessibilmente col cibo è spesso sorprendente.
C’era un tempo che per lavoro capitavo spesso in Langa. Avevo ovviamente le mie tre, quattro cantine preferite: quelle piccole, artigiane che amo io, dove l’elemento umano – il contatto umano- non solo conta, ma è parte del piacere.
Tuttavia mi garbava accostarmi ad altre realtà, assaggiare e scoprire, non solo i vini, ma le aziende stesse, i modelli produttivi. C’era, e c’è, una grande cooperativa sociale ai piedi del paese di Barolo, poco prima della collina di Cannubi: Terre da vino. Un struttura moderna, non spiacevole, con un negozio fruibile dove trovare moltissime etichette delle denominazioni piemontesi, dall’Astigiano a Gavi, oltre naturalmente ai classici delle Langhe; famosi, in specie , i Barbera.
Lì comprai questo Barbaresco, proprio per il gusto della scoperta, oltre per l’attrazione esercitata dalla bella etichetta che citava un libro di Pavese che avevo letto e amato molti anni prima.
Non ne ricordo con esattezza il prezzo, ma lo ricordo abbordabile.
Come molti altri vini rimase a parecchio tempo semidimenticato nella mia cantina milanese durante la mia lunga parentesi inglese, salvo riemergere durante uno dei mei periodici rientri. E, dunque, quando l’aprii un paio di anni fa, lui ne aveva già undici sulle spalle e le sue condizioni provavano la tenuta nel tempo di un buon Barbaresco.
Era color granato di media trasparenza e formava lacrime fitte e scorrevoli sul vetro. Il suo profumo era timido sulle prime, poi intenso e complesso, da gran Nebbiolo invecchiato, con rose, susine, chiodo di garofano , liquirizia in tronchetti: queste le evidenze. Poi, più sfumati, accenni di asfalto, tocchi di arance e di foglie bagnate e di tabacco. Al sorso, mostrava la sua gran stoffa: ampio e pieno di corpo, ma non pesante; con un tannino maturo e abbondante, appena un po’ rugoso ma di grana fine, con un’alta acidità. Serio, con una media concentrazione di sapori, presentava una discreta continuità ed espansione sul palato con una lunghezza media ed un finale non troppo complesso, ma un poco asciugante. Un Barbaresco paradigmatico e didascalico, straordinariamente integro, sebbene non coinvolgente; però rispettava le aspettative, regalava quelle sensazioni da Nebbiolo invecchiato che un amico definisce “come entrare in chiesa” e soprattutto si rivelava straordinariamente flessibile e godibile negli abbinamenti,  per tornare al punto di partenza. Per noi fu un buon compagno su un pollo alla birra, ma perché non provarlo su una bella fiorentina?

Salamartano 2004, Toscana IGT Rosso, Montellori, 14,4 gradi.

Dalle parti mie – o, meglio, da quelle di origine della mia famiglia- il vino si è sempre prodotto: esistono denominazioni d’origine controllata storiche e zone di eccellenza riconosciute da decenni, se non da secoli persino, come l’area – relativamente ampia in verità- del Montalbano. Storicamente quest’ultimo è  territorio di vino Chianti: di sangiovese, di canaiolo, di trebbiano, di malvasia; ed è, ne sono convinto, ampiamente sottostimato e sotto valorizzato rispetto alle sue reali potenzialità. L’ho battuto parecchio: le prime gite in vespa e poi in auto, per vedere quegli scorci meravigliosi che colpirono la fantasia del giovane Leonardo e per provarmi sui tornanti di San Baronto; poi a cercarvi vini classici: toscani e natii. Nel mio girovagare dell’epoca, giunsi – era inverno: una mattina grigia e fredda tra il Natale e il Capodanno, col Padule che aveva i bozzi pieni d’acqua- a  Fucecchio alla Fattoria Montellori, attratto soprattutto dal Dicatum (Sangiovese in purezza) e l’ottimo metodo classico Blanc de Blanc non dosato. La cantina era chiusa, ma Alessandro Nieri – il titolare – mi accolse con gentilezza e disponibilità rimarchevoli, considerato  che ero un giovane signor nessuno.
Parlando con lui mi accorsi di come tenesse particolarmente al suo taglio bordolese, il Salamartano. Allora io ero assai poco interessato ai tagli bordolesi, ma il suo sincero entusiasmo mi convinse ad acquistarne una bottiglia per assaggiarlo.
E quella bottiglia rimase, come tante altre, a prender polvere nella mia cantina – pardon,  ad affinare: per un vino così speciale, serviva una certa occasione.
Mi son deciso qualche mese addietro, a Pasqua. L’ho aperto con calma, con tutti i crismi: 12 ore prima. Anche con tanta curiosità, perché nel frattempo qualche buon taglio bordolese italiano e soprattutto francese l’ho assaggiato negli anni; e tuttavia del Salamartano ho sentito parlar bene più volte; delle annate recenti, soprattutto. Questo vino, invece, i suoi anni li ha: supera di buon slancio la dozzina. Chissà come si è evoluto, col suo 60% di Cabernet Sauvignon ed il restante 40 % di Merlot, a quanto mi recita l’etichetta( bada, amica o amico che mi leggi: nelle ultime uscite credo vi trovi spazio anche il  Cabernet Franc).  Nel calice lo verso ed è rubino profondo, tendente al granato, con gocciole assai fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha un fiato bordolese, ma solo in parte, perché è più solare, con  caratteristiche note boschive che scartano verso aromi da gran Sangiovese , montalcinesco per intenderci: ecco la terra Toscana, dico io. Preciso, rifinito, concentrato in una sua sfera di pensieri, di radicamento  territoriale.  Il profumo è molto intenso, in sviluppo, persino più giovanile di quello che avrei pronosticato: i terziari dell’invecchiamento sono accennati appena, giusta qualche nota di tabacco biondo.  La frutta nera, il cigarbox, la liquerizia; poi mirto, menta, alloro, eucalipto; la canfora, il pepe, la china , la noce moscata. C’è sul fondo un ritorno iodato e pietroso, quasi un ricordo del mare che copriva il Montalbano . Sembra stare in dialogo costante tra aperture solari e ripiegamenti intimistici,  in un chiaroscuro di marca giottesca che ravviva una linearità altrimenti ordinata e che pare  distendersi coi minuti nel calice  verso colpi d’ala più luminosi, quando anche la frutta rossa trova il suo spazio: un cenno di amarena.  Sul palato è disteso, di gran corpo, si allunga e ti accoglie con una nettezza rotonda sulle prime e tanta polpa poi, gustosissima e di buon sapore, che conquista spazi ma rimane composta, solida e flessibile, senza impuntature, verso un finale molto lungo, spazioso, giustamente articolato, dove la sola frenata è un tannino ancora deciso, robusto, terragno, ma sempre educato: è la passione che morde il freno sotto gli abiti dell’eleganza, il moto convulso delle viscere  che tenta di disarcionare il fantino, come nei cavalli di Marino Marini. Però, codesto tannino, si ricompone sulla tavola, sui sapidi piatti toscani: questo Salamartano è stato compagno eccellente dell’agnello con le olive, dei pecorini locali. Il merito è anche della sua acidità decisa, che non demorde dopo 13 anni, ma sta lì affondata nella polpa del vino, seminascosta eppure  presente; ed una salinità altissima, indimenticabile, caratteristica  io credo dei rossi del Montalbano  (saranno quelle conchiglie, sarà il mare antico?) . Un eccellente bordolese, che sa di vino e non di legno ( ecco l’ uso accurato delle barrique), che gioca la partita dell’eleganza pur non mancandogli la forza: educato fino a un passo dal riserbo, ti favella nella sua lingua con voce energica e suadente.

Brunello di Montalcino 2004 (13,5 gradi) e Brunello di Montalcino 2006 (14 gradi), Sanlorenzo.

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Mi ha detto: “Queste però  bevile, che le ho portate al Vinitaly e in giro da qualche altra parte” . Ubbidisco, Luciano: “stasera ho il cinghiale in umido, domani fiorentina” sulla brace vera, odorosa: l’occasioni giuste. Le altre tue – sorelle loro -continueranno il riposo  in cantina. Detto, fatto; e inavvertitamente gustate all’inverso: 2006 sull’umido, 2004 sulla griglia. Avrei preferito l’opposto, ma va bene così: perché la 2006 la risento ora a 27 ore dall’apertura e non è ancora doma. Non che la 2004 scherzi, dopo 15 ore. Non son vini questi Brunello a quali puoi dare del tu: Esigono rispetto e son quasi sangiovese di montagna: 550 metri non sono pochi, anche se si è esposti a sud-ovest con una luce aperta, piena. Ogni volta che arrivo al podere, oltre il bosco, e lascio la macchina in un angolo, scendo e mi fermo un attimo a rimirare quello straordinario cannocchiale prospettico, che è come un balzo sulle montagne russe quando arrivi in cima alla salita e con il cuore in gola il trenino ti scaraventa in picchiata verso la discesa a capofitto. E respiro a pieni polmoni l’aria fresca e pura. Come l’altra mattina: non sarei più andato via e nemmeno quasi entrato in cantina: lo debbo chiedere una volta a Luciano: “portami a passeggiare le vigne”, perché da lì nasce tutto.
Come si fa la verticale – anche se mini, come in questo caso? Di solito vino più giovane al più vecchio, ma c’è chi sostiene anche il contrario: in Francia, credo. Non del tutto a torto: il quelli più vecchi hanno solitamente più fine il tannino, più docile l’acidità: conquistano con la seduzione, non con la forza. Nel dubbio, il mio assaggio è stato ondivago: un sorso qui, uno là, e  me li sono pure portati a tavola, come ti dicevo. Probabilmente neppure avrei dovuto scriverle, le note di degustazione: “Queste però bevile…”. Meglio: la tempra di un vino si misura anche così, alla prova delle battaglie della vita vera: la cantina interrata dalla volte ampie e buie, in fondo, chi ce l’ha? Quindi, più che note, sono appunti sghembi, vergati una sera di febbraio “al canto del foco”.
Il rubino è trasparente  per entrambi, con riflessi cupi, più cupi ancora per il 2006, mentre il 2004 tende un po’ più al granato ed è lievemente di tinta meno carica. Formano entrambi gocciole irregolari, rade, lente, piuttosto persistenti, più massicce forse nel 2006, ma son sfumature. Danzano entrambi piuttosto materici nel calice: muscolosi e sensuali come ballerini e ballerine della compagnia di David Parsons. L’olfatto: eh, una parola: “fermati, attimo, sei bello” brama Faust di dire al momento supremo. Qui, questi profumi non stanno fermi un istante, cambiano come una girandola sospinta da un alito di vento: da ore li sento mutare nel bicchiere, mi tocca cercare di fotografarli all’improvviso. Ora il 2004 nelle mie nari è decisamente intenso, in sviluppo, concentratissimo, netto e sfaccettato,  una stratificazione profonda come ere geologiche di lampone, amarena, pesche noce , prugna, arancia, anche qualche nota di mora di rovo e mirtillo. Ci sono terziari, come una lieve nota di fungo porcino e di pelli, ma lo domina una potenza balsamica che sa di macchia e di eucalipto, con le sue foglie affusolate che se le spezzi sono così odorose, ma anche il suo legno, tracimante di clorofilla profumata e tenero: basta inciderlo con un’unghia per vederla uscire verde smeraldo. Un accenno di spezie dolci: vaniglia, cannella, cacao. Un balugine ematico, ferroso, forse anche affumicato e latteo, come una scamorza lievemente annerita. Una spolverata di pepe nero, rosmarino, olio d’oliva (pure quello, e potrei continuare vista la mutevolezza di questi profumi). Il 2006 all’olfatto è in questo momento più ritroso: concentratissimo anche lui ma di intensità più mediana. Mi verrebbe da dire che è più indietro nell’evoluzione – e ci sta: notazione banale, se è due anni più giovane – ma non in maniera proporzionale rispetto alle attese. Meno aperto del 2004 -in questa fase almeno- gioca tutto il suo fascino olfattivo su un crinale sottile di freschezza fruttata e floreale e note iodate, grafitiche, di muschio, ferrose; come se viole ed amarene e chicchi di melograno freschissimi fossero nascosti in uno scrigno severo e robusto di metallo, del quale solo il tempo è la chiave. Tra essi, mischiate, giuggiole, licis , corbezzoli. Anche qui, pepe, ma bianco e nero insieme; profumi di macchia, ma più sfumati, lontani, prossimi all’orizzonte. Al sorso, sono entrambi vini di grande concentrazione gustativa e di corpo, ma dinamici e pronti allo scatto, freschi.  Il 2004 in qualche modo è più gentile, con un attacco sul palato quasi impalpabile, in un vibrante pianissimo. L’acidità resta come avvolta in trine morbide, ma è notevolissima e trascinante, allungando  su un sentiero salino questo Brunello verso il finale lungo e composto, dove rimane però una certa sensazione di tannino abbondantissimo e ancora austero, fermo come un colonnato  che marca una soglia: guai  a non meritarne l’ingresso. Il 2006 è educato nell’attacco, ma ancora più risoluto nell’instaurare un dialogo col tuo palato: il colpo d’ala nella prima sezione della lingua e sull’arcata dentale è da titano e si avanza poi trionfante a spiegare il suo gran corpo, la struttura saldissima, che si allarga quasi dolce e ricca di polpa a centro bocca , gustosa e succosissima, per poi allungarsi ancora verso un finale a coda di pavone, come diceva Veronelli, ampio e sonante, ben bilanciato. L’acidità è anche qui notevole, ma come più avvolta nella polpa, nella carne viva di frutto, così che fatico a dire quale dei due fratelli l’abbia più alta: persino, assaggia assaggia, mi sbilancerei sul 2006 , ma non ci scommetterei un soldo bucato. Quella che mi par chiara è la qualità del tannino ( la quantità tra i due non si discosta molto): assai più fine è rotondo nel 2006. Insomma, due splendidi fratelli, emozionanti e autentici, simili ma assai diversi: darai del lei al 2004 e del voi al 2006, o viceversa , seconda del tuo gusto e del tuo umore. Sono vini di sorprendente qualità gastronomica, o, se vuoi,  da compagnia, da meditazione: non li offendere con una mera degustazione.  Io, è chiaro, ho avuto stasera la mia preferenza, ma è un attimo bello e domani, chissà. Difatti sono vini ancora lontani dal raggiungere la loro maturazion ideale, naturale seguano un loro ciclo imprevedibile di gioiose aperture e ritrose chiusure.
Mi resta una postilla: fu l’annata 2004, la seconda prodotta da Luciano, eccellente; ancor più la 2006; entrambe a cinque stelle, secondo la valutazione del Consorzio del Brunello.  Vai tuttavia a sentire, amica o amico che mi leggi, quali gioiellini ha tirato fuori Luciano in annate meno felici come la 2011 o la 2014 e mi dirai: con l’esperienza, ancora più rifiniti. Io intanto aspetto curioso le prossime uscite…

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Valpolicella Superiore Ripassa 2004, Zenato, 13,5 gradi.

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Confesso che nella mia beata ignoranza da apprendista assaggiatore (e lo dico con sincera umiltà, non solo con l’ironia dovuta  ai miei primi maldestri e un po’ supponenti tentativi)  per lungo tempo non avevo mai dato troppo credito ai vini della Valpolicella: l’Amarone troppo fitto e grosso, “roba da americani”, pensavo; il Valpolicella annata “una cosetta leggera, da palati femminili o da grande distribuzione”, il Ripasso “un Valpolicella un po’ raffazzonato, rinforzato”, con quella aggiunta in fermentazione delle vinacce dell’Amarone. Ecco, magari salvavo il piuttosto raro Recioto. Poi, fortunatamente, negli anni gli assaggi e un po’ di conoscenza mi hanno riportato sulla retta via di un giudizio che riconosce la qualità e l’originalità di questi vini (ricordo la prima bottiglia assaggiata di un Valpolicella Superiore d’autore come una rivelazione per la finezza impalpabile).  Eppure – sarà che sono cresciuto a Sangiovese toscano e a Nebbiolo – ho sempre creduto che un vino per essere grande debba avere anche una buona capacità di invecchiamento; caratteristica che davo scontata per l’Amarone viste le sue caratteristiche strutturali e le relativamente frequenti occasioni di verifica, meno per i suoi fratellini minori. E allora chi lo avrebbe detto di trovare un Valpolicella del 2004, seppur Ripasso Superiore, in condizioni così smaglianti? Certo denuncia la sua età  – quasi 12 anni- nel colore granato impenetrabile. Disegna sul calice lacrime fitte, lente e persistenti: vino materico anche solo a riguardarlo. Se alla vista t’incuriosisce, inevitabile portarlo al naso: gli scopri un profumo molto intenso e personale, che alla frutta rossa appassita (ma, bada bene, non ridotta a marmellata) abbina un grande senso freschezza ed una speziatura abbondante di noce moscata e chiodo di garofano e persino tocco di zafferano (ohibò? In un rosso? Sogno o son desto?); poi sottobosco: intendo dire: foglie secche bagnate, humus, e note quasi balsamiche. Certo: anche qui ci sono i segni di una maturità, ma ben portata, affascinante. Allora non resta che l’assaggio. Perdonami, amico o amica che mi leggi, il gergo da assaggiatore grossolano, ma questa volta lo devo proprio usare: una bocca carnosa. Intendo dire che è il senso voluttuoso, la matericità docile e morbida che deliziano in questo vino il tuo palato. Il suo residuo zuccherino è evidente, quasi da vino del nuovo mondo,  ma lo bilancia alla perfezione un’acidità che è ancora sorprendentemente molto alta seppur avvolta in così tanto corpo. Anche il tannino: sì, più abbondante della media e solido più che fine, ma senza spigoli. Campo aperto, insomma, a un’ intensità gustativa notevole e in equilibrio tra frutta e incensi, con ritorni balsamici nel finale lungo che chiude piacevolmente amaricante sul sapore di tabacco, appena un po’ alcolico. Passami – amico, amica mia- un paragone sopra le righe: col suo stare in equilibrio tra freschezza e ricchezza mi sembra quasi un gelato cremoso ai frutti di bosco, che abbia però anche gli aromi e i sapori terziari dell’invecchiamento, e non puoi fare altro che tuffarci la lingua. Vino, mi piace pensare, femminile: una donna  dalle forme un po’ abbondanti, ma sensualissima; la promessa di un peccato, con una gran dama vestita di nero in un palazzo storico e signorile; e con un’inconfondibile parlata veneta: quella cantilena che sa essere avvolgente e gentile. L’avevo compagno per rallegrarci una cena: notevole su un petto anatra arrosto; e anche più su spiedini di polenta e salsiccia.

Barbera d’Asti Superiore Nizza Martlet 2004, 13,5 gradi.

Ancora quando ero piccolo io, della Barbera si diceva che era vino grosso, rustico, da muratori: chissà quanti palazzi e chiese di Milano e di Torino sono stati innalzati a forza di braccia e di quel liquido rosso dall’acidità viperina e dalla tendenza fortemente alcolica, le botti in arrivo sui carri o sui barconi dall’Oltrepo’, dalle Langhe e dal Monferrato. E la si chiamava al femminile perché generosa e sempre amica disponibile a recar conforto. La Barbera poi è cambiata, ne è stato svelato il lato più elegante e gentile, curando la pianta, impiegando la barrique per una volta benedetta. Si è scoperto poteva invecchiare ed adattarsi bene persino ai più sofisticati palati internazionali (anche più colti e sensibili? No, quello non è detto): perché ha dalla sua la gentilezza tannica, i bei profumi freschi di frutta matura, la mai doma freschezza che le viene dall’acidità, il bel colore brillante e giovanile, il gusto pieno, rotondo e vigoroso. Questa Martlet della Cooperativa Terre da Vino e’ proprio così: la barbera moderna, che tiene la testa alta di fronte ai Tempranillo, ai Grenache, ai Merlot sulle mense mondiali, giovandosi delle qualità della sotto zona Nizza, di antico riconoscimento; che ancora piace e appaga dopo undici anni dalla vendemmia, svelandosi al guardo cupa ma ancora rubina, tendente appena al granato, molto concentrata, contegnosa di lacrime molto lente e fitte. La sua voce dal calice ti dice di aromi concentrati che sono ancora di frutta rossa in preponderanza (ciliegie, prugne) molto dolce, di maturità estrema e tuttavia non cotta non appassita, solo al limitare. Mirtilli  e fichi neri sono lì come a dare profondità, e odor di tostatura di vaniglia di cioccolato e caffè, quasi lumeggiature per arricchire la tinta di un quadro. Al sorso e’ ampia e di gusto potente, sorso saldo come il tannino, non abbondante ma maturo, con l’acidità suo propulsore ad alto voltaggio sotto l’avvolgenza di un alcol che non disturba tanto e’ accompagnato da estratti gustosi e succosi, che alla frutta sommano gli aromi terziari dell’invecchiamento: spezie, pepe e liquerizia,  e quel goudron che affianca e sostituisce il fiore nei vini piemontesi invecchiati. Ha consistenza setosa sulle prime, prosegue irradiante e lungo, complesso ma non contrastato. Eccola qui la sua pecca: pieno,moderno, internazionale, ma non troppo articolato; gli manca quello scartare di lato, quella nervosità terragna e contadina che di una Barbera segna l’anima e la differenza, seppur fosse velata e ridotta alla luminescenza di fili di perle. Tu però, amico o amica che mi leggi, non mi ascoltare: lo potresti anche preferir così.

Vino Nobile di Montepulciano 2004, Antico Colle, 14 gradi.

Se vai a Montepulciano e ti arrampichi sul colle, l’occhio tuo rimane avvolto nella meraviglia delle mura e delle porte di pietra, che ti aprono come un sipario al susseguirsi dei palazzi dalle facciate contigue, dalle geometrie perfette, più monumentali e signorili via via che ti avvicini alla Piazza, dove risplendono i marmi sulla Cattedrale e sui palazzi pubblici. Questa la luce, questa la corsa verso il cielo. Però c’è un cuore segreto a Montepulciano e per trovarlo devi percorrere le viscere della terra addentrandoti nel tufo, in antri segreti: chilometri di cantine scavate nei secoli per accogliere le botti e l’affinarsi del vino Nobile, oro rosso di queste terre; e nel fondo del recesso più buio, non ti stupire se vi troverai celata un tomba etrusca: ecco la terra infera che chiude il cerchio, ecco l’ombra del sonno che permette d’un balzo di festeggiare la vita. Ahime’: tanti – non tutti – dei vini che trovi nelle cantine storiche del centro sono un po’ commerciali, un po’ acchiappa turisti. Le vigne, la vera ricchezza, è pur vero che sono fuori le mura: celebri i nomi di Cru come Bossona, Quercetonda, Asinone, Acquaviva…La cantina Antico Colle si trova appena fuori le mura, non gode dell’immagine monumentale di quelle del centro ed è come una volta, con la vendita del vino in bottiglia e del vino sfuso. Però per il Vino Nobile usano uve loro e non cercano scorciatoie atte a filtrare la voce della terra per adattarla ai palati internazionali – almeno, questo era nel 2004 quando fecero questo vino e di più non posso dire, giacché non li conosco. So però che nel mio calice ho un rosso di tutto e solo sangiovese, affinato due anni nelle botti grandi; nessuna concessione alle uve straniere, ai Merlot e ai cabernet che si’ talvolta piacevolmente integrano, ma più spesso snaturano. Invece qui mi godo con piacere la sua tinta rubino, di media profondità: ha riflessi scuri e autunnali, in po’ granati ai bordi, ma sempre la trasparenza vera del sangiovese, si’ che puoi vederci attraverso e fermarti a sognare, mentre lui rilascia lacrime sul bordo rade, lente, irregolari. E lento e’ anche questo vino, chiuso appena lo svegli a dieci anni dalla vendemmia levandogli il sughero, ma già affascinante di note scure, di un tannino terroso: vino da armigeri, da notte lunga di guardia prima di un assedio. Poi, con le ore, si fa più morbido: non sorridente, sempre guardingo e austero, solo più rilassato; vino maschio era e maschio resta, potente, affascinante nei suoi misteri scuri, anche ruvido volendo; ma non per farti sgarbo, solo per essere vero. Ecco, poco a poco troverai, nella direzione di un aroma che pare timido ma in realtà è molto concentrato, le viole; poi susine mature, giuggiole, more di rovo, tocchi leggeri di uvetta sultanina e di arancia sanguinella; poi il pepe nero, idee appena, lontane e sfumatissme, di cannella e chinotti canditi; una persistente scia ematica e carnosa, che si fonde continua e lunga alla limatura di ferro, ruggine, toni di pietra bagnata; ed ancora terra, erba, macchia, foglie essiccate di salvia, di menta di te’. Tuttavia quasi saresti tentato di dirlo beverino, perché ti appare sulle prime tanto semplice quanto potente: la potenza di Montepulciano; che però, se ci fai attenzione, e’ una complessità non esibita, elegantemente discreta. Al punto che quasi lo diresti rinfrescante: i quattordici gradi li senti e non li senti a fronte di un corpo pieno e scattante, teso e centrato, più che morbido, largo, accomodante; con un’acidità ben alta, che rinfresca, sostiene, spinge e trattiene, corda tesa come un violino che suoni sul tuo palato, deciso, l’attacco del Concerto di Beethoven; una lunghezza ficcante soprattutto, appena irradiante, non ampia, ma che chiude persistendo sui tratti più salini ed amaricanti, figli di un tannino divenuto nelle ore fine, sabbioso, eppero’ sempre abbondante e robusto; non è l’amaro che disturba di una sovraestrazione dell’uva, ma quello che piace, quasi ammandorlato, che pulisce chiude e soddisfa. E se la sua fattura quasi contadina e senza filtri ricalca una snellezza quasi chiantigiana, tuttavia la naturalezza di un olfatto animale, di un gusto profondamente terragno, oscuro e segreto, rimandano a Montepulciano, a quel tendere millenario la vita tra le grotte oscure ed il cielo, per il breve battito d’ali che ci e’ concesso di godere. Vino che gusterai in questa fase su grandi arrosti di cacciagione da piuma, più giovane sulle paste asciutte, anche col sugo del cinghiale.

Cannonau di Sardegna Sa Mola 2004, Alberto Loi, 13,5 gradi.


Ed il tappo si sbriciola. Maledetto. Ecco fatto: tienilo per anni nel ripostiglio di casa, steso si’ ma in un caldo che sfianca d’agosto, negli anni torridi 2009, 2011, 2012, sommandoli ai più gentili 2010, 2013, 2014. E pure l’inverno col riscaldamento. Bravo. Solo perché aspettavi, nella tua testa, l’occasione giusta, il perfetto abbinamento. Ma che ne sai; e come l’avrai conciato. Pero’ dal collo del bottiglia il suo profumo quasi m’assale, come a dirmi:“io sono qui” e lo sento ancora mentre l’ho nel bicchiere a trenta centimetri dal naso venirmi addosso come folate di vento. E se la tinta si è fatta granata e un po’ velata, pure e’ più profonda: la trasparenza del bordo che lascia spazio a un abisso che ti intriga, mentre lui sa danzare nel calice con movenze flessuose e morbide -non molli- lasciando sul bordo lacrime irregolari e capricciose, nella forma e nella loro velocità. Non “lui"dunque, ma "lei”: vino femmina e’ questo, di quelle femmine ardenti, scure d’occhio, di capello, finanche di pelle, ma non aggressive: al loro posto sanno stare, attendendo il momento, tendendo la rete. Pensa, senza scomodar veline, a certe bellezze sarde: ecco, quello il tipo, un po’ fenicio. Quell’aroma! Così intenso che lo diresti nettare di uve stramature, e non è cosi’, perché’ nulla ha di stucchevole. Come ti esplode tuttavia, intensissimo, con la forza del sole, con la succosita’ polposa della frutta rossa, delle prugne mature, di pesche da cogliere all’attimo estremo che traboccano dorate di luce e calde di aria del loro contenuto zuccherino; ed una combinazione di frutta candita e speziata, come la ritrovi in certi dolci antichi, afrodisiaca miscela di dolcezza golosa e di piccante; la’ son spezie dolci e non: cannella e pepe bianco, noce moscata e pepe nero, un ricordo di chiodi di garofano. Uno sbuffo leggerissimo di solvente, come una vernice stesa su un violino prezioso da mani esperte, a renderne più lucente l’identità preziosa. Ricordi lontani dell’umidità segreta di un canneto che cela il suo greto, dell’effluvio di piante di corbezzolo; e mi pare di sentirvi tutta la Sardegna interna, come l’ho veduta, come l’ho sognata. Cenni di fragola e di liquerizia dolce, dissimulati, mimetizzati: in fondo il cannonau è parente della granaccia o piuttosto grenache, e diciamola così per non addentrarci in diatribe da ampelografi. Alla bocca, ecco: quella finezza di tannino squisita, come fosse una polvere appena di cipra, per ventura rimasta velo sottile sul comò, presso lo specchio, dopo trucco di dama: poca, leggera, raffinata; il corpo estrattivo, pieno, ancora una volta sensualmente carnoso; l’alcol che irradiando scalda e rende euforici, ma non disturba; una lunghezza estrema, come la volta della notte che si riflette sul mare e tu ne perdi l’inizio e la fine. Questo rosso di Alberto Loi, pur vecchio e’ ben fresco e salino e non sai se fermarti a goderne o berne ancora; perché ha anche quel non so che di rustico che lo rende sincero, o forse sara’ quel suo finire amaricante su un pedale di miele di corbezzolo, che insieme invoglia e soddisfa. E sarebbe Sa Mola la vigna pianeggiante dell’azienda, quella di vigne giovani? Chapeau allora, tanto di cappello. Si dice: “difficile fare un gran vino con la grenache in purezza, se trovi il corpo perdi freschezza”. Io qualcuno l’ho assaggiato, anche di quelli quotati di Spagna, la terra d’origine del Grenache, e di quelli del Nuovo Mondo (e se vedi l’azienda Alberto Loi, bassa e bianca in mezzo alle vigne, ti aspetteresti da un momento all’altro di vedere apparire Don Chisciotte; oppure un eroe sudamericano, perché sembra la fazenda de “La casa degli Spiriti”): tante delusioni. Questo, assaggiato ora con più di dieci anni d’eta’ ed il tappo che si sbriciola, invece è sublime, da non temer confronti nella sua unicità’. Sarà’ che non è grenache: e’ Cannonau.