Forster Ungeheurer Riesling Spatlese Trocken, Pfalz, 2004, Reichsrat von Buhl, 12 gradi.

“Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra, limava gli scalini e le catene, ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga.” (Da “Il deserto dei Tartari”, di Dino Buzzati).

Il Riesling tedesco fu uno tra i miei primi innamoramenti quando cominciai ad assaggiare consapevolmente i vini. Così diverso da qualunque altro avessi fino al allora assaggiato, mi pareva una scoperta incredibile, come se i degustatori più esperti mi avessero passato a mezza voce un segreto iniziatico, la parola d’ordine che dava accesso a un circolo ristretto.

Vallo tu a spiegare a un ragazzo di vent’anni o poco più che la storia del Riesling tedesco è lunga e gloriosa, che sono vini di fama mondiale e che se allora non circolavano più ampiamente in Italia (ormai qualcosa si è mosso, mi pare), era solo colpevole campanilismo.

I miei primi assaggi furono bianchi della Mosella. Scoprii in seguito che anche altre aree tedesche erano capaci di esiti qualitativi altissimi e sostanzialmente diversi.

Ricordo un viaggio a Monaco di Baviera, all’inizio dell’estate del 2008; l’acquisto di un certo numero di bottiglie in uno storico negozio del centro, cupo e monumentale nelle sue sale rivestite di legni antichi intagliati; tra esse, alcune del Reichsrat von Buhl, inclusa la presente.

Fu la scoperta del Palatinato, continuazione dell’Alsazia in Germania seguendo il corso del Reno, e dei Riesling secchi lì prodotti. Fu la scoperta di questa cantina di antica fondazione (1842), all’epoca assai tradizionale, che mi parve subito eccellente; ed anni dopo ebbi l’occasione di partecipare a Londra ad un’ampia presentazione dei loro vini (sarà stato il 2013), trovandoli tutti, immancabilmente, ottimi: immagini speculari di singole entità territoriali, entusiasmanti per la loro individualità.

Ricordo, tra parentesi, che vennero mostrate le fotografie delle vigne, bellissime e curate come giardini, e delle vecchie botti di legno, enormi e adorne di incisioni finissime.

Ma col tempo la realtà cambia.

Leggo che proprio nel 2013 l’azienda passò di mano. Etichette nuove, di dubbio gusto, hanno sostituito quelle storiche e non lasciano ben sperare. Inoltre, questo vino, che proveniva dal Cru storico Ungeheuer, non viene più prodotto, preferendo assemblarlo a quelli dei Cru Pechstein e Jesuitengarten. Male: il mercato del vino di qualità premia l’approccio opposto.

Questo Ungeheurer di von Buhl del 2004 -fantasma enologico, vino estinto- è però splendido e strabiliante, di incredibile longevità e vigore giovanile, sin dal colore: un limone luminoso e vibrante, che vira sui toni dell’agrume più maturo solo a 36 ore dall’apertura.

I profumi sono intensissimi e complessi, in evoluzione ma ancora miracolosamente giovani, perché gli agrumi freschi -il limone, il lime, il cedro, il mandarino- si uniscono alle erbe ancora madide di rugiada: menta, alloro, muschio; e gli idrocarburi -netti- non li prevaricano. Ammorbidiscono appena il quadro, quasi colore steso col polpastrello, accenni di sesamo, una speziatura molto lieve (forse pepe bianco), e più lieve ancora il cioccolato bianco: ombre sensuali che riscaldano una perfezione anodina.

Sul palato! Una sferzata danzante e traslucida, con spigoli a vista ma magicamente armoniosa; una fantasmagoria ardita e armoniosa come le Jeux di Debussy nell’interpretazione -indimenticabile- di Victor de Sabata con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, lontano disco degli Anni Quaranta.

Un’incisività nitida e sbalzata, fin dall’attacco, che si espande con un’accelerazione rapinosa in bocca, rilasciandovi al culmine una frustata sola, secca, per poi distendersi lateralmente e blandirla, accennando avvolgente erotismo; penetrandola quindi ancora in profondità, stordendola prima con la dolcezza conciliante di un minimo residuo zuccherino, poi picchiettandola insistentemente con una vena salina lunga e continua. In mezzo -al centro della lingua- l’esplosione sferica di un sapore incontenibile, che persiste per minuti interi, verticalizzandosi sull’acidità altissima; infine acquietandosi in equilibrio perfetto, tuttavia instabile, che induce a indice a salivare e ad approcciare un altro sorso, su ritorni di amaretto e di sale.

È un bianco di bellezza superba e guerriera, che si piega alla malia di una sensualità diafana e lunare.

Sole e luna, maschio e femmina per questo vino da trionfo wagneriano, perché tale lo bevevano -son sicuro- gli dei della Tetralogia nel Walhalla: questo il vero oro del Reno.

Stasera, a 15 anni dalla vendemmia, lo gusto su una focaccia di Recco al formaggio: matrimonio sorprendentemente perfetto.

Barbaresco La casa in collina 2004, Terre da vino, 13,5 gradi

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Barbaresco è, senza dubbio, una tra le denominazioni più prestigiose non solo d’Italia, ma del mondo; ed è una tra le massime espressioni del nebbiolo; al punto che accostarsi ad essa potrebbe anche intimidire: i tanti cru, le tante piccole cantine artigiane, il peso della storia, in certi i casi i prezzi dei vini e i dubbi sull’abbinamento: grandi arrosti, cacciagione , tartufi e funghi, si suole dire;  ma chi e quando mangia così oggigiorno?
Eppure, credo, varrebbe la pena godersi un Barbaresco in maniera più rilassata, quasi quotidiana, tale e tanta è la sua classe elegante da apparirmi irrinunciabile; e, aggiungerei, la sua capacità di  accostarsi flessibilmente col cibo è spesso sorprendente.
C’era un tempo che per lavoro capitavo spesso in Langa. Avevo ovviamente le mie tre, quattro cantine preferite: quelle piccole, artigiane che amo io, dove l’elemento umano – il contatto umano- non solo conta, ma è parte del piacere.
Tuttavia mi garbava accostarmi ad altre realtà, assaggiare e scoprire, non solo i vini, ma le aziende stesse, i modelli produttivi. C’era, e c’è, una grande cooperativa sociale ai piedi del paese di Barolo, poco prima della collina di Cannubi: Terre da vino. Un struttura moderna, non spiacevole, con un negozio fruibile dove trovare moltissime etichette delle denominazioni piemontesi, dall’Astigiano a Gavi, oltre naturalmente ai classici delle Langhe; famosi, in specie , i Barbera.
Lì comprai questo Barbaresco, proprio per il gusto della scoperta, oltre per l’attrazione esercitata dalla bella etichetta che citava un libro di Pavese che avevo letto e amato molti anni prima.
Non ne ricordo con esattezza il prezzo, ma lo ricordo abbordabile.
Come molti altri vini rimase a parecchio tempo semidimenticato nella mia cantina milanese durante la mia lunga parentesi inglese, salvo riemergere durante uno dei mei periodici rientri. E, dunque, quando l’aprii un paio di anni fa, lui ne aveva già undici sulle spalle e le sue condizioni provavano la tenuta nel tempo di un buon Barbaresco.
Era color granato di media trasparenza e formava lacrime fitte e scorrevoli sul vetro. Il suo profumo era timido sulle prime, poi intenso e complesso, da gran Nebbiolo invecchiato, con rose, susine, chiodo di garofano , liquirizia in tronchetti: queste le evidenze. Poi, più sfumati, accenni di asfalto, tocchi di arance e di foglie bagnate e di tabacco. Al sorso, mostrava la sua gran stoffa: ampio e pieno di corpo, ma non pesante; con un tannino maturo e abbondante, appena un po’ rugoso ma di grana fine, con un’alta acidità. Serio, con una media concentrazione di sapori, presentava una discreta continuità ed espansione sul palato con una lunghezza media ed un finale non troppo complesso, ma un poco asciugante. Un Barbaresco paradigmatico e didascalico, straordinariamente integro, sebbene non coinvolgente; però rispettava le aspettative, regalava quelle sensazioni da Nebbiolo invecchiato che un amico definisce “come entrare in chiesa” e soprattutto si rivelava straordinariamente flessibile e godibile negli abbinamenti,  per tornare al punto di partenza. Per noi fu un buon compagno su un pollo alla birra, ma perché non provarlo su una bella fiorentina?

Salamartano 2004, Toscana IGT Rosso, Montellori, 14,4 gradi.

Dalle parti mie – o, meglio, da quelle di origine della mia famiglia- il vino si è sempre prodotto: esistono denominazioni d’origine controllata storiche e zone di eccellenza riconosciute da decenni, se non da secoli persino, come l’area – relativamente ampia in verità- del Montalbano. Storicamente quest’ultimo è  territorio di vino Chianti: di sangiovese, di canaiolo, di trebbiano, di malvasia; ed è, ne sono convinto, ampiamente sottostimato e sotto valorizzato rispetto alle sue reali potenzialità. L’ho battuto parecchio: le prime gite in vespa e poi in auto, per vedere quegli scorci meravigliosi che colpirono la fantasia del giovane Leonardo e per provarmi sui tornanti di San Baronto; poi a cercarvi vini classici: toscani e natii. Nel mio girovagare dell’epoca, giunsi – era inverno: una mattina grigia e fredda tra il Natale e il Capodanno, col Padule che aveva i bozzi pieni d’acqua- a  Fucecchio alla Fattoria Montellori, attratto soprattutto dal Dicatum (Sangiovese in purezza) e l’ottimo metodo classico Blanc de Blanc non dosato. La cantina era chiusa, ma Alessandro Nieri – il titolare – mi accolse con gentilezza e disponibilità rimarchevoli, considerato  che ero un giovane signor nessuno.
Parlando con lui mi accorsi di come tenesse particolarmente al suo taglio bordolese, il Salamartano. Allora io ero assai poco interessato ai tagli bordolesi, ma il suo sincero entusiasmo mi convinse ad acquistarne una bottiglia per assaggiarlo.
E quella bottiglia rimase, come tante altre, a prender polvere nella mia cantina – pardon,  ad affinare: per un vino così speciale, serviva una certa occasione.
Mi son deciso qualche mese addietro, a Pasqua. L’ho aperto con calma, con tutti i crismi: 12 ore prima. Anche con tanta curiosità, perché nel frattempo qualche buon taglio bordolese italiano e soprattutto francese l’ho assaggiato negli anni; e tuttavia del Salamartano ho sentito parlar bene più volte; delle annate recenti, soprattutto. Questo vino, invece, i suoi anni li ha: supera di buon slancio la dozzina. Chissà come si è evoluto, col suo 60% di Cabernet Sauvignon ed il restante 40 % di Merlot, a quanto mi recita l’etichetta( bada, amica o amico che mi leggi: nelle ultime uscite credo vi trovi spazio anche il  Cabernet Franc).  Nel calice lo verso ed è rubino profondo, tendente al granato, con gocciole assai fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha un fiato bordolese, ma solo in parte, perché è più solare, con  caratteristiche note boschive che scartano verso aromi da gran Sangiovese , montalcinesco per intenderci: ecco la terra Toscana, dico io. Preciso, rifinito, concentrato in una sua sfera di pensieri, di radicamento  territoriale.  Il profumo è molto intenso, in sviluppo, persino più giovanile di quello che avrei pronosticato: i terziari dell’invecchiamento sono accennati appena, giusta qualche nota di tabacco biondo.  La frutta nera, il cigarbox, la liquerizia; poi mirto, menta, alloro, eucalipto; la canfora, il pepe, la china , la noce moscata. C’è sul fondo un ritorno iodato e pietroso, quasi un ricordo del mare che copriva il Montalbano . Sembra stare in dialogo costante tra aperture solari e ripiegamenti intimistici,  in un chiaroscuro di marca giottesca che ravviva una linearità altrimenti ordinata e che pare  distendersi coi minuti nel calice  verso colpi d’ala più luminosi, quando anche la frutta rossa trova il suo spazio: un cenno di amarena.  Sul palato è disteso, di gran corpo, si allunga e ti accoglie con una nettezza rotonda sulle prime e tanta polpa poi, gustosissima e di buon sapore, che conquista spazi ma rimane composta, solida e flessibile, senza impuntature, verso un finale molto lungo, spazioso, giustamente articolato, dove la sola frenata è un tannino ancora deciso, robusto, terragno, ma sempre educato: è la passione che morde il freno sotto gli abiti dell’eleganza, il moto convulso delle viscere  che tenta di disarcionare il fantino, come nei cavalli di Marino Marini. Però, codesto tannino, si ricompone sulla tavola, sui sapidi piatti toscani: questo Salamartano è stato compagno eccellente dell’agnello con le olive, dei pecorini locali. Il merito è anche della sua acidità decisa, che non demorde dopo 13 anni, ma sta lì affondata nella polpa del vino, seminascosta eppure  presente; ed una salinità altissima, indimenticabile, caratteristica  io credo dei rossi del Montalbano  (saranno quelle conchiglie, sarà il mare antico?) . Un eccellente bordolese, che sa di vino e non di legno ( ecco l’ uso accurato delle barrique), che gioca la partita dell’eleganza pur non mancandogli la forza: educato fino a un passo dal riserbo, ti favella nella sua lingua con voce energica e suadente.

Brunello di Montalcino 2004 (13,5 gradi) e Brunello di Montalcino 2006 (14 gradi), Sanlorenzo.

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Mi ha detto: “Queste però  bevile, che le ho portate al Vinitaly e in giro da qualche altra parte” . Ubbidisco, Luciano: “stasera ho il cinghiale in umido, domani fiorentina” sulla brace vera, odorosa: l’occasioni giuste. Le altre tue – sorelle loro -continueranno il riposo  in cantina. Detto, fatto; e inavvertitamente gustate all’inverso: 2006 sull’umido, 2004 sulla griglia. Avrei preferito l’opposto, ma va bene così: perché la 2006 la risento ora a 27 ore dall’apertura e non è ancora doma. Non che la 2004 scherzi, dopo 15 ore. Non son vini questi Brunello a quali puoi dare del tu: Esigono rispetto e son quasi sangiovese di montagna: 550 metri non sono pochi, anche se si è esposti a sud-ovest con una luce aperta, piena. Ogni volta che arrivo al podere, oltre il bosco, e lascio la macchina in un angolo, scendo e mi fermo un attimo a rimirare quello straordinario cannocchiale prospettico, che è come un balzo sulle montagne russe quando arrivi in cima alla salita e con il cuore in gola il trenino ti scaraventa in picchiata verso la discesa a capofitto. E respiro a pieni polmoni l’aria fresca e pura. Come l’altra mattina: non sarei più andato via e nemmeno quasi entrato in cantina: lo debbo chiedere una volta a Luciano: “portami a passeggiare le vigne”, perché da lì nasce tutto.
Come si fa la verticale – anche se mini, come in questo caso? Di solito vino più giovane al più vecchio, ma c’è chi sostiene anche il contrario: in Francia, credo. Non del tutto a torto: il quelli più vecchi hanno solitamente più fine il tannino, più docile l’acidità: conquistano con la seduzione, non con la forza. Nel dubbio, il mio assaggio è stato ondivago: un sorso qui, uno là, e  me li sono pure portati a tavola, come ti dicevo. Probabilmente neppure avrei dovuto scriverle, le note di degustazione: “Queste però bevile…”. Meglio: la tempra di un vino si misura anche così, alla prova delle battaglie della vita vera: la cantina interrata dalla volte ampie e buie, in fondo, chi ce l’ha? Quindi, più che note, sono appunti sghembi, vergati una sera di febbraio “al canto del foco”.
Il rubino è trasparente  per entrambi, con riflessi cupi, più cupi ancora per il 2006, mentre il 2004 tende un po’ più al granato ed è lievemente di tinta meno carica. Formano entrambi gocciole irregolari, rade, lente, piuttosto persistenti, più massicce forse nel 2006, ma son sfumature. Danzano entrambi piuttosto materici nel calice: muscolosi e sensuali come ballerini e ballerine della compagnia di David Parsons. L’olfatto: eh, una parola: “fermati, attimo, sei bello” brama Faust di dire al momento supremo. Qui, questi profumi non stanno fermi un istante, cambiano come una girandola sospinta da un alito di vento: da ore li sento mutare nel bicchiere, mi tocca cercare di fotografarli all’improvviso. Ora il 2004 nelle mie nari è decisamente intenso, in sviluppo, concentratissimo, netto e sfaccettato,  una stratificazione profonda come ere geologiche di lampone, amarena, pesche noce , prugna, arancia, anche qualche nota di mora di rovo e mirtillo. Ci sono terziari, come una lieve nota di fungo porcino e di pelli, ma lo domina una potenza balsamica che sa di macchia e di eucalipto, con le sue foglie affusolate che se le spezzi sono così odorose, ma anche il suo legno, tracimante di clorofilla profumata e tenero: basta inciderlo con un’unghia per vederla uscire verde smeraldo. Un accenno di spezie dolci: vaniglia, cannella, cacao. Un balugine ematico, ferroso, forse anche affumicato e latteo, come una scamorza lievemente annerita. Una spolverata di pepe nero, rosmarino, olio d’oliva (pure quello, e potrei continuare vista la mutevolezza di questi profumi). Il 2006 all’olfatto è in questo momento più ritroso: concentratissimo anche lui ma di intensità più mediana. Mi verrebbe da dire che è più indietro nell’evoluzione – e ci sta: notazione banale, se è due anni più giovane – ma non in maniera proporzionale rispetto alle attese. Meno aperto del 2004 -in questa fase almeno- gioca tutto il suo fascino olfattivo su un crinale sottile di freschezza fruttata e floreale e note iodate, grafitiche, di muschio, ferrose; come se viole ed amarene e chicchi di melograno freschissimi fossero nascosti in uno scrigno severo e robusto di metallo, del quale solo il tempo è la chiave. Tra essi, mischiate, giuggiole, licis , corbezzoli. Anche qui, pepe, ma bianco e nero insieme; profumi di macchia, ma più sfumati, lontani, prossimi all’orizzonte. Al sorso, sono entrambi vini di grande concentrazione gustativa e di corpo, ma dinamici e pronti allo scatto, freschi.  Il 2004 in qualche modo è più gentile, con un attacco sul palato quasi impalpabile, in un vibrante pianissimo. L’acidità resta come avvolta in trine morbide, ma è notevolissima e trascinante, allungando  su un sentiero salino questo Brunello verso il finale lungo e composto, dove rimane però una certa sensazione di tannino abbondantissimo e ancora austero, fermo come un colonnato  che marca una soglia: guai  a non meritarne l’ingresso. Il 2006 è educato nell’attacco, ma ancora più risoluto nell’instaurare un dialogo col tuo palato: il colpo d’ala nella prima sezione della lingua e sull’arcata dentale è da titano e si avanza poi trionfante a spiegare il suo gran corpo, la struttura saldissima, che si allarga quasi dolce e ricca di polpa a centro bocca , gustosa e succosissima, per poi allungarsi ancora verso un finale a coda di pavone, come diceva Veronelli, ampio e sonante, ben bilanciato. L’acidità è anche qui notevole, ma come più avvolta nella polpa, nella carne viva di frutto, così che fatico a dire quale dei due fratelli l’abbia più alta: persino, assaggia assaggia, mi sbilancerei sul 2006 , ma non ci scommetterei un soldo bucato. Quella che mi par chiara è la qualità del tannino ( la quantità tra i due non si discosta molto): assai più fine è rotondo nel 2006. Insomma, due splendidi fratelli, emozionanti e autentici, simili ma assai diversi: darai del lei al 2004 e del voi al 2006, o viceversa , seconda del tuo gusto e del tuo umore. Sono vini di sorprendente qualità gastronomica, o, se vuoi,  da compagnia, da meditazione: non li offendere con una mera degustazione.  Io, è chiaro, ho avuto stasera la mia preferenza, ma è un attimo bello e domani, chissà. Difatti sono vini ancora lontani dal raggiungere la loro maturazion ideale, naturale seguano un loro ciclo imprevedibile di gioiose aperture e ritrose chiusure.
Mi resta una postilla: fu l’annata 2004, la seconda prodotta da Luciano, eccellente; ancor più la 2006; entrambe a cinque stelle, secondo la valutazione del Consorzio del Brunello.  Vai tuttavia a sentire, amica o amico che mi leggi, quali gioiellini ha tirato fuori Luciano in annate meno felici come la 2011 o la 2014 e mi dirai: con l’esperienza, ancora più rifiniti. Io intanto aspetto curioso le prossime uscite…

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Valpolicella Superiore Ripassa 2004, Zenato, 13,5 gradi.

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Confesso che nella mia beata ignoranza da apprendista assaggiatore (e lo dico con sincera umiltà, non solo con l’ironia dovuta  ai miei primi maldestri e un po’ supponenti tentativi)  per lungo tempo non avevo mai dato troppo credito ai vini della Valpolicella: l’Amarone troppo fitto e grosso, “roba da americani”, pensavo; il Valpolicella annata “una cosetta leggera, da palati femminili o da grande distribuzione”, il Ripasso “un Valpolicella un po’ raffazzonato, rinforzato”, con quella aggiunta in fermentazione delle vinacce dell’Amarone. Ecco, magari salvavo il piuttosto raro Recioto. Poi, fortunatamente, negli anni gli assaggi e un po’ di conoscenza mi hanno riportato sulla retta via di un giudizio che riconosce la qualità e l’originalità di questi vini (ricordo la prima bottiglia assaggiata di un Valpolicella Superiore d’autore come una rivelazione per la finezza impalpabile).  Eppure – sarà che sono cresciuto a Sangiovese toscano e a Nebbiolo – ho sempre creduto che un vino per essere grande debba avere anche una buona capacità di invecchiamento; caratteristica che davo scontata per l’Amarone viste le sue caratteristiche strutturali e le relativamente frequenti occasioni di verifica, meno per i suoi fratellini minori. E allora chi lo avrebbe detto di trovare un Valpolicella del 2004, seppur Ripasso Superiore, in condizioni così smaglianti? Certo denuncia la sua età  – quasi 12 anni- nel colore granato impenetrabile. Disegna sul calice lacrime fitte, lente e persistenti: vino materico anche solo a riguardarlo. Se alla vista t’incuriosisce, inevitabile portarlo al naso: gli scopri un profumo molto intenso e personale, che alla frutta rossa appassita (ma, bada bene, non ridotta a marmellata) abbina un grande senso freschezza ed una speziatura abbondante di noce moscata e chiodo di garofano e persino tocco di zafferano (ohibò? In un rosso? Sogno o son desto?); poi sottobosco: intendo dire: foglie secche bagnate, humus, e note quasi balsamiche. Certo: anche qui ci sono i segni di una maturità, ma ben portata, affascinante. Allora non resta che l’assaggio. Perdonami, amico o amica che mi leggi, il gergo da assaggiatore grossolano, ma questa volta lo devo proprio usare: una bocca carnosa. Intendo dire che è il senso voluttuoso, la matericità docile e morbida che deliziano in questo vino il tuo palato. Il suo residuo zuccherino è evidente, quasi da vino del nuovo mondo,  ma lo bilancia alla perfezione un’acidità che è ancora sorprendentemente molto alta seppur avvolta in così tanto corpo. Anche il tannino: sì, più abbondante della media e solido più che fine, ma senza spigoli. Campo aperto, insomma, a un’ intensità gustativa notevole e in equilibrio tra frutta e incensi, con ritorni balsamici nel finale lungo che chiude piacevolmente amaricante sul sapore di tabacco, appena un po’ alcolico. Passami – amico, amica mia- un paragone sopra le righe: col suo stare in equilibrio tra freschezza e ricchezza mi sembra quasi un gelato cremoso ai frutti di bosco, che abbia però anche gli aromi e i sapori terziari dell’invecchiamento, e non puoi fare altro che tuffarci la lingua. Vino, mi piace pensare, femminile: una donna  dalle forme un po’ abbondanti, ma sensualissima; la promessa di un peccato, con una gran dama vestita di nero in un palazzo storico e signorile; e con un’inconfondibile parlata veneta: quella cantilena che sa essere avvolgente e gentile. L’avevo compagno per rallegrarci una cena: notevole su un petto anatra arrosto; e anche più su spiedini di polenta e salsiccia.

Barbera d’Asti Superiore Nizza Martlet 2004, 13,5 gradi.

Ancora quando ero piccolo io, della Barbera si diceva che era vino grosso, rustico, da muratori: chissà quanti palazzi e chiese di Milano e di Torino sono stati innalzati a forza di braccia e di quel liquido rosso dall’acidità viperina e dalla tendenza fortemente alcolica, le botti in arrivo sui carri o sui barconi dall’Oltrepo’, dalle Langhe e dal Monferrato. E la si chiamava al femminile perché generosa e sempre amica disponibile a recar conforto. La Barbera poi è cambiata, ne è stato svelato il lato più elegante e gentile, curando la pianta, impiegando la barrique per una volta benedetta. Si è scoperto poteva invecchiare ed adattarsi bene persino ai più sofisticati palati internazionali (anche più colti e sensibili? No, quello non è detto): perché ha dalla sua la gentilezza tannica, i bei profumi freschi di frutta matura, la mai doma freschezza che le viene dall’acidità, il bel colore brillante e giovanile, il gusto pieno, rotondo e vigoroso. Questa Martlet della Cooperativa Terre da Vino e’ proprio così: la barbera moderna, che tiene la testa alta di fronte ai Tempranillo, ai Grenache, ai Merlot sulle mense mondiali, giovandosi delle qualità della sotto zona Nizza, di antico riconoscimento; che ancora piace e appaga dopo undici anni dalla vendemmia, svelandosi al guardo cupa ma ancora rubina, tendente appena al granato, molto concentrata, contegnosa di lacrime molto lente e fitte. La sua voce dal calice ti dice di aromi concentrati che sono ancora di frutta rossa in preponderanza (ciliegie, prugne) molto dolce, di maturità estrema e tuttavia non cotta non appassita, solo al limitare. Mirtilli  e fichi neri sono lì come a dare profondità, e odor di tostatura di vaniglia di cioccolato e caffè, quasi lumeggiature per arricchire la tinta di un quadro. Al sorso e’ ampia e di gusto potente, sorso saldo come il tannino, non abbondante ma maturo, con l’acidità suo propulsore ad alto voltaggio sotto l’avvolgenza di un alcol che non disturba tanto e’ accompagnato da estratti gustosi e succosi, che alla frutta sommano gli aromi terziari dell’invecchiamento: spezie, pepe e liquerizia,  e quel goudron che affianca e sostituisce il fiore nei vini piemontesi invecchiati. Ha consistenza setosa sulle prime, prosegue irradiante e lungo, complesso ma non contrastato. Eccola qui la sua pecca: pieno,moderno, internazionale, ma non troppo articolato; gli manca quello scartare di lato, quella nervosità terragna e contadina che di una Barbera segna l’anima e la differenza, seppur fosse velata e ridotta alla luminescenza di fili di perle. Tu però, amico o amica che mi leggi, non mi ascoltare: lo potresti anche preferir così.

Vino Nobile di Montepulciano 2004, Antico Colle, 14 gradi.

Se vai a Montepulciano e ti arrampichi sul colle, l’occhio tuo rimane avvolto nella meraviglia delle mura e delle porte di pietra, che ti aprono come un sipario al susseguirsi dei palazzi dalle facciate contigue, dalle geometrie perfette, più monumentali e signorili via via che ti avvicini alla Piazza, dove risplendono i marmi sulla Cattedrale e sui palazzi pubblici. Questa la luce, questa la corsa verso il cielo. Però c’è un cuore segreto a Montepulciano e per trovarlo devi percorrere le viscere della terra addentrandoti nel tufo, in antri segreti: chilometri di cantine scavate nei secoli per accogliere le botti e l’affinarsi del vino Nobile, oro rosso di queste terre; e nel fondo del recesso più buio, non ti stupire se vi troverai celata un tomba etrusca: ecco la terra infera che chiude il cerchio, ecco l’ombra del sonno che permette d’un balzo di festeggiare la vita. Ahime’: tanti – non tutti – dei vini che trovi nelle cantine storiche del centro sono un po’ commerciali, un po’ acchiappa turisti. Le vigne, la vera ricchezza, è pur vero che sono fuori le mura: celebri i nomi di Cru come Bossona, Quercetonda, Asinone, Acquaviva…La cantina Antico Colle si trova appena fuori le mura, non gode dell’immagine monumentale di quelle del centro ed è come una volta, con la vendita del vino in bottiglia e del vino sfuso. Però per il Vino Nobile usano uve loro e non cercano scorciatoie atte a filtrare la voce della terra per adattarla ai palati internazionali – almeno, questo era nel 2004 quando fecero questo vino e di più non posso dire, giacché non li conosco. So però che nel mio calice ho un rosso di tutto e solo sangiovese, affinato due anni nelle botti grandi; nessuna concessione alle uve straniere, ai Merlot e ai cabernet che si’ talvolta piacevolmente integrano, ma più spesso snaturano. Invece qui mi godo con piacere la sua tinta rubino, di media profondità: ha riflessi scuri e autunnali, in po’ granati ai bordi, ma sempre la trasparenza vera del sangiovese, si’ che puoi vederci attraverso e fermarti a sognare, mentre lui rilascia lacrime sul bordo rade, lente, irregolari. E lento e’ anche questo vino, chiuso appena lo svegli a dieci anni dalla vendemmia levandogli il sughero, ma già affascinante di note scure, di un tannino terroso: vino da armigeri, da notte lunga di guardia prima di un assedio. Poi, con le ore, si fa più morbido: non sorridente, sempre guardingo e austero, solo più rilassato; vino maschio era e maschio resta, potente, affascinante nei suoi misteri scuri, anche ruvido volendo; ma non per farti sgarbo, solo per essere vero. Ecco, poco a poco troverai, nella direzione di un aroma che pare timido ma in realtà è molto concentrato, le viole; poi susine mature, giuggiole, more di rovo, tocchi leggeri di uvetta sultanina e di arancia sanguinella; poi il pepe nero, idee appena, lontane e sfumatissme, di cannella e chinotti canditi; una persistente scia ematica e carnosa, che si fonde continua e lunga alla limatura di ferro, ruggine, toni di pietra bagnata; ed ancora terra, erba, macchia, foglie essiccate di salvia, di menta di te’. Tuttavia quasi saresti tentato di dirlo beverino, perché ti appare sulle prime tanto semplice quanto potente: la potenza di Montepulciano; che però, se ci fai attenzione, e’ una complessità non esibita, elegantemente discreta. Al punto che quasi lo diresti rinfrescante: i quattordici gradi li senti e non li senti a fronte di un corpo pieno e scattante, teso e centrato, più che morbido, largo, accomodante; con un’acidità ben alta, che rinfresca, sostiene, spinge e trattiene, corda tesa come un violino che suoni sul tuo palato, deciso, l’attacco del Concerto di Beethoven; una lunghezza ficcante soprattutto, appena irradiante, non ampia, ma che chiude persistendo sui tratti più salini ed amaricanti, figli di un tannino divenuto nelle ore fine, sabbioso, eppero’ sempre abbondante e robusto; non è l’amaro che disturba di una sovraestrazione dell’uva, ma quello che piace, quasi ammandorlato, che pulisce chiude e soddisfa. E se la sua fattura quasi contadina e senza filtri ricalca una snellezza quasi chiantigiana, tuttavia la naturalezza di un olfatto animale, di un gusto profondamente terragno, oscuro e segreto, rimandano a Montepulciano, a quel tendere millenario la vita tra le grotte oscure ed il cielo, per il breve battito d’ali che ci e’ concesso di godere. Vino che gusterai in questa fase su grandi arrosti di cacciagione da piuma, più giovane sulle paste asciutte, anche col sugo del cinghiale.