Friulano Colli Orientali del Friuli 2008, Gigante, 13,5 gradi

Che il Friuli sia regione bianchista eccellente è noto da tempo: ricordo vagamente uno scritto lontano di Veronelli, che evocava una divisione per gran Cru del Collio; e Soldati ha lasciato pagine altrettanto perentorie.

Ciò nonostante, dopo decenni, mi pare che sfugga ancora la misura dell’eccellenza.

Spesso i bianchi friulani si bevono giovani, con gran piacere, ma così mi pare qualcosa vada perduto.

Un conoscitore profondo del vino friulano non sono, ma qualche fortunoso assaggio di bianchi invecchiati l’ho avuto: bottiglie del Collio, dell’Isonzo, dei Colli Orientali, riportate da viaggi di lavoro o piacere, poi rimaste – non dimenticate- nella mia cantina per mille motivi.

Ebbene: credo che il prolungato affinamento in vetro aggiunga loro una nuova, profonda prospettiva.

Il Friulano particolarmente (o Tocai, come ancora molti lo chiamano malgrado la norma) trova allunghi emozionanti, sebbene la sua delicatezza acida scoraggi apparentemente l’invecchiamento.

Qualche tempo addietro rinvenni in un cartone questo esemplare dei Colli Orientali, annata 2008. Frequentavo spesso l’azienda Gigante, ogni volta che capitavo ad Udine per lavoro. Mi piaceva tutta la loro ampia produzione ed il prezzo era calibrato. 

Questo era il Friulano “base”, difatti esisteva – credo esista tutt’oggi- una selezione da vecchie vigne. Immagino perciò fosse inteso per un consumo solo moderatamente differito.

Invece mi ritrovai nel calice un Friulano undicenne di stupefacente tono e tenuta, plasmato dal tempo, straordinariamente aristocratico, elegante e sensuale: uno splendore dorato, con profumi di frutta a polpa bianca, gialla e tropicale; e note vegetali di erbe su un fondo morbido di burro d’arachidi. 

Assaggiandolo: ampio, preciso, continuo, avvolgente, su una salinità ritmatissima: una lunga, dinamica souplesse.   

Quasi un mosaico, quasi un manto regale. 

Il tempo, il tempo, il tempo.

Lo godetti eccellente su tortino di acciughe e patate. 

Baccanale 2016, Il vino e le rose SAS, 14,5 gradi.

La Terra Trema è una manifestazione novembrina che ho nel cuore: la fondò l’anziano Veronelli  in uno stato di ultima tensione morale, e tanto basti. Il livello dei vini che si trovano in assaggio al milanese Centro Sociale Leoncavallo in queste occasioni non è omogeneo, ma il clima è assai festoso ed i vini sono davvero artigianali senza compromessi. Insomma: il conservatore anarchico che è in me ne viene ampiamente solleticato.

Lo scorso novembre assaggiai per la prima volta i vini della Società Agricola Semplice “Il vino e le rose” e rimasi conquistato sia dal genuino ed un po’ ingenuo entusiasmo di chi stava dall’altra parte del banchetto, sia dall’allegra veracità dei vini proposti. Lo stile di vita in azienda, che capisco trovarsi a Momperone, in provincia di Alessandra, nella zona dei Colli Tortonesi, presso l’oasi di Mastarone a Momperone, mi pare piuttosto originale, perché sembra -sbaglierò- quello di una comune.  La palma dell’originalità va a questo Baccanale, Un Nebbiolo vinificato sulle bucce fresche della barbera, secondo una vecchia tradizione piemontese, che mira ad ottenere un vino col corpo e la freschezza acida e fruttata del Barbera, con il profumo e il gusto del Nebbiolo.  Come  gli altri vini della firma, non contiene solfiti aggiunti, non si usano lieviti autoctoni e, mi spingerei a dire, nessuna pratica enologica che preveda additivi o coadiuvanti chimici.

Ed ora eccolo qui nel mio calice, durante un solitario pranzo in una calda giornata di giugno, 7 mesi dopo l’assaggio in fiera, che avranno sicuramente aiutato il suo assestamento.

Il Baccanale 2016 è rubino di media trasparenza, tuttavia profondo per la complessità dei riflessi, che vanno dal granato al  purpureo. Lascia lacrime di lentezza irregolare e fitte, un po’ evanescenti. Profumo di intensità superiore alla media, complesso, fragola e ciliegia e prugna maturissima nel cuore  che si ammantano di note più solari e campestri ad un estremo e  più scure e gravi, all’altro: la paglia al sole, la ginestra, la camomilla, il timo e la polpa di mele rosse croccanti; poi uva appassita, note segaligne, di asbesto ( intendendo con questo termine un insieme di odori specifici di metallo e di carbone),affumicate, empireumatiche. Qualche sbuffo di aldeide e in ultimo un tocco lievissimo di cipria, come di giovane contadina d’antan allo specchio – il catino a lato –  per farsi bella, nella penombra della casa. Al palato è ben secco,  di medio corpo, polposissimo, scorrevole, ampio,  naturale, con quel certo asprigno dell’uva appena spremuta; difatti, è teso da un’acidità netta e felice e da una salinità marcata e sfavillante. Il tannino è poco più che accennato, ma gioiosamente rustico e irregolare,  per nella sua grana sottile. È molto saporito ed il suo sale contribuisce ad esaltarne la percezione, ravvivando i contrasti. Ha un finale di buona lunghezza e di discreta, intensità, con una nota amarognola che a me piace, stuzzica intriga. Grandissima bevibilità : anche caldo – ma te lo consiglio tra i 16 e i 20 gradi, amica o amico che mi leggi, secondo tuo gusto e abbinamento –  se ne finirebbe una bottiglia; almeno, io la finirei. Molto bello e pulito, il suo bouquet,  anche a calice vuoto: dove emergono nitidi il profumo di melograno e qualche spezia, come curcuma e cumino,  che erano rimasti sottotraccia. Sulla tavola si esalta, con una flessibilità di abbinamenti a tutta prova: mi ha tenuto compagnia, ottimamente, su lenticchie delle Crete Senesi condite con olio d’oliva di Seggiano (un taglio di olivastra seggianese, leccano e moraiolo), sale , pepe, zafferano, pecorino romano; e con fette di pane ed patè di olive taggiasche. Tuttavia, non esiterei a misurarlo a tutto tondo, persino sulle zuppe di pesce o, per esempio, sul tonno, sullo spada, su certo pesce azzurro ( i missolittini del Lago di Como, ad esempio).

È un vino indubbiamente ruspante e con una spiccata individualità, ma possiede un suo  equilibrio instabile ed un’autenticità vernacola trasparente: ha in pieno forza di carattere.

Viene, bevendolo – perché un vino così non si sorseggia, eh- da sollevare un tema, che mi ronza alla mente dopo parecchie prove e controprove: certi vini – chiamiamoli artigiani, naturali, sempliciotti, rustici, contadini, come ci pare – che non hanno quell’equilibrio perfetto ricercato dagli appassionati, me compreso, a tavola si sposano meglio col cibo; come se le loro fallanze gustative e gli squilibri, sovrapposti a quelli che la maggior parte dei cibi possiede, trovassero miglior matrimonio rispetto ad una ipotetica perfetta proporzione. Allora, delle due l’una: per uno sposalizio d’amore, o si accettano mancanze e disarmonie oppure la perfetta proporzione  assurge assurge a livelli di intensità tali da risultare inattaccabile: la flessibilità come traguardo ultimo di un’estrema forza interiore.

Solarancio, L a 2015, Vino Bianco, La pietra del focolare, 13,5 gradi.

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Amo, da sempre, le terre di confine. Le lagune, ad esempio, dove non è suolo e neppure mare; le paludi, dove il capriccio delle acque muta senza posa il paesaggio. Sarà forse per quel senso di indeterminazione, per quel limitare sospeso, per quella vaghezza che aggiunge poesia, senza neppur tirare troppo in ballo il buon Leopardi e le sue teorie. Oppure sarà che l’incontro di sfere diverse, di differenti territori, crea una meravigliosa, seppur obliqua, ricchezza. Le terre dei Colli di Luni sono appunto di confine: politicamente, sempre un po’ indecise tra la Toscana, la Liguria e l’Emilia, e le varie signorie che nei tempi si sono susseguite; geograficamente -ciò che più conta- ponendosi allo stacco tra l’Italia peninsulare e continentale, con gli Appennini e le Apuane alle spalle e davanti lo specchio del mare, prendendo un po’ dai monti e un po’ dal Mediterraneo l’aria e la vegetazione. In fondo in certi periodi dell’anno solo pochi chilometri in linea d’aria separano le onde dalle creste innevate: quella la magia; che, se fossimo in Nuova Zelanda, tutti diremmo: “oh”. Il territorio perciò è peculiare e che fosse favorevole ai vini se n’erano già accorti i romani, se Plinio il Vecchio già giudicava quelli di Luni i migliori vini dell’alta Etruria (uè, all’epoca non c’erano né gli agronomi né gli enologi ad aggiustare ciò che la Natura non dava). Sono i vigneti, lì, lacerti di terra impervi, strappati al bosco ed alle colline a forza di mani, perché spesso col trattore nemmeno ci puoi entrare, tanto son piccini come  fazzoletti di trina della nonna. Però il Vermentino, lì, esprime un carattere notevolissimo, identitario, raggiungendo forse le vette della sua eleganza. Lì sono state negli anni e per forza di tradizione ed evidenza empirica identificate zone di particolare pregio: tra esse, Sarticola, una località tra Castelnuovo Magra e Ortonuovo, posta a circa 300 metri d’altezza, ben ventilata e che guarda il mare, con terreni, da quel che mi si dice -e spero con cognizione- argillosi e sassosi.
Da essa vengono anche le uve di questo Vermentino, del quale a lungo avevo sentito parlare: trovandomelo davanti in un’enoteca di Sarzana nell’agosto del 2016, non l’ho potuto ignorare. E l’apro ora, che si è ben riposato in un’adeguata cantina; e mi pare una fortuna averlo atteso, perché i bianchi 2015 dell’Italia centrale, appena usciti, mi sembravan quasi tutti muti; ma, d’altra parte ,nemmeno vorrei aspettare troppo: non ho grande fiducia nell’invecchiamento del Vermentino, che mi pare sempre un po’ un azzardo perché mi credo sia un peccato perdere quella freschezza caratteristica di questi vini e che è tanto bella.
A maggior ragione tiro un sospiro di sollievo per la decisione presa trovandolo col tappo in plastica: saprai – amica o amico che mi leggi – che assai poco ne stimo la tenuta nel tempo, anche quando sia di qualità buona come mi pare questa chiusura. Allora, giusto così: apriamolo. Lo trovo di una bellissima tinta limone carico, luminosissimo, con una evidentissima carbonica disciolta: veramente “il calor del sole che si fa vino, giunto a l’omor che de la vite cola". Lascia sul calice gocciole veloci, rade, che si disgregano in un velo. Ha un profumo molto intenso e complesso, pulito, arioso e luminoso, solare, mediterraneo o  -più ancora- tirrenico. Un’armonia di fiori: ginestre, mimosa, biancospino e sambuca; di agrumi, soprattutto arancia e mandarino, ma anche un po’ di cedro; di erbe, salvia, alloro, rosmarino; un garbato ma evidente bouquet minerale petroso, gessoso, ferruginoso, sottilmente empireumatico, pronto col tempo ad aumentare ed aggiungere ulteriori profondità. Forse, sul fondo, c’è un barlume di cannella ed una nota lievemente, elegantemente ammandorlata. E’ ancora molto giovane, ma già in sviluppo ed incuriosisce, intriga, invoglia all’assaggio, che è pieno, quasi cremoso eppure un po’ titillante di carbonica. Giustamente secco, con una altissima acidità, molto salino, ritmato verso un finale lunghissimo e nitido, con una gestione esemplare dell’alcol, che resta nascosto tra ricchezza e freschezza, ha una ampiezza sonante che si innalza verso il cielo e il sole in una dimensione verticale con una indimenticabile continuità di tono, e con una scorrevolezza felice che quasi ti verrebbe di definirlo passante, ma solo nel senso della flessibilità naturale e gioiosa: cioè, che passa attraverso la bocca, insinuandone ogni pertugio per poi fuoriuscirne alato. Un Vermentino lirico e potente, verace  e raffinatissimo insieme,  tecnicamente impeccabile e figlio di scelte enologiche consapevoli, ma calorosamente comunicativo. Sulla nostra tavola si è sposato con amore ad un piatto di spaghetti con la bottarga e ad una zuppa di vongole veraci, ma lo immagino un sogno su grandi pesci pescati, ricciole e sanpietri,  sui crostacei , persino sui crudi.
Questa Pietra del Focolare, che pure non conosco direttamente, che altri vini produce e che sarebbe giusto assaggiare, mi pare oggi una pietra di paragone.

Colli orientali del Friuli Sauvignon 2007, Gigante, 13,5 gradi.

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Tra i vini bianchi il Sauvignon è forse quello più unanimemente inteso sotto la marca della freschezza:  di esempi ne sono pieni gli scaffali di qualunque ben fornita enoteca internazionale, spaziando da interpretazioni cilene a sudafricane a australiane a neozelandesi a argentine a americane, oltre a quelle tradizionalmente francesi. Non mancano -sebbene abbiano sempre da prender piede in Occidente-  quelle cinesi o Indiane. 

Gli Italiani, ovviamente non son mai stati a guardare.

Il profilo per lo più è quello (ma non sempre): grandi profumi giovanili, al limite dello psichedelico, e acidità sostenute, al limite del viperino. 

Allora, ha senso assaggiare un Sauvignon di otto anni? Ha senso parlarne dopo altri due anni, riesumando le note del 23 aprile del 2015? Ha senso cercarvi anche un’anima territoriale?
Forse: se -amica o amico che mi leggi- hai voglia di venir con me e scavare sotto la superficie e cercarvi tracce e indizi, come tu fossi il protagonista di un giallo, che segue una pista oscura; o  come il restauratore che svela lacerti di affresco sotto alla calce; oppure come un monaco che con pazienza infinita al buio della biblioteca cerca un testo perduto sotto un palinsesto; se – amica o amico che mi leggi – il territorio è quello forte e severo dei Colli Orientali del Friuli, con le loro piogge abbondanti, ma anche con la loro luce che sa essere sorprendentemente cristallina, con le loro brezze che si incrociano tra le montagne e il mare; se -amica o amico che mi leggi- il produttore è di quelli solidi e con la mano sicura, come Gigante. 

Ecco questo Sauvignon, che è un vino di quelli che si comprano e si bevono senza troppi pensieri, costruiti per essere amici e non per stupire.
E però, dopo 8 anni, lo trovai limone carico, con lacrime lente e poco evidenti, ed un’esplosione di profumi al naso: buccia di limone, cedro, mela verde, salvia asparago, erba cipollina, albicocca e pesca bianca, non troppo mature, note di frutta candita, lichi, frutto della passione. Sorprendentemente, tuttavia, l’insieme tendeva alle tinte calde o,meglio, era in grado di evocare il tepore dell’inizio della primavera. Al sorso, trovai il suo corpo medio, con un’acidità ancora alta, saporito e definito con la precisione di una pietra preziosa: un diamante. Con un tocco un po’ ruvido o scabro sul palato, l’irradiavano tocchi salino-minerali, per una persistenza superiore alla media, un po’ sforata dall’alcol. Ecco che alla freddezza della gioventù, quella che spesso si sente in tanti Sauvignon, aveva sostituito un calore in grado di donargli profondità senza alcun tono artificioso o barriera ad un naturale eloquio. Ma i vini friulani sono mai freddi? Semmai sono un po’ sulle loro, come i friulani stessi, che hanno solo bisogno di un po’ di tempo per aprirsi. Era perfetto sul San Daniele e, presumo, lo sarebbe stato sul frico. L’avrei osato anche sulle ostriche, potendo, per associare complessità a complessità, aroma ad aroma.

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Colli di Luni Vermentino Costa Marina 2015, Ottaviano Lambruschi,13 gradi.

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C’è una terra strana, che sta tra Toscana, Emilia e Liguria; partecipa un poco dello spirito di ciascuna di esse, ma a nessuna di esse completamente appartiene. Mi ha insegnato una signora di Lerici un po’ folle, Lucia, che tiene una trattoria fuori dal tempo in un carruggio del vecchio molo, a chiamarla Apuania, cioè la terra che che si baricentra sulle Alpi Apuane; ed è un termine che mi piace, concettualmente più esteso di quello di Lunigiana, che ricomprende territori un tempo assoggettati alla città di Luni.  Se vi arrivi, come a me capita spesso, da nord, scendendo dalla tortuosa autostrada della Cisa, c’è un punto dopo curve e contro curve che il panorama si apre, facendosi più dolce e quasi magico: il Magra che scorre in basso tra le rocce stratificate e nel suo letto di ciottoli, le ultime basse alture dell’Appennino di lato, già addolcite dalle coltivazioni di piccoli poderi che rubano terra ai boschi, e a manca le cime aguzze delle Apuane, che si innalzano bianche e azzurrine come una visione; al punto che l’autunno, quando la valle si riempie di nebbia, pare si ergano quasi da un lago incantato di ballata nordica; ma di fronte a te -amica, amico che mi leggi- un’ampia apertura di cielo, solitamente nitida e luminosa, perché già risente del vento e del riflesso del mare: là il golfo di La Spezia, là la Versilia: è la porta dell’Italia peninsulare, dove lo Stivale si stacca a ovest dal continente. Ci sono, da questo lato, Aulla e Pontremoli, ancora appenniniche, con caratteri di montagna; sull’altro versante Sarzana, Castelnuovo Magra, Ortonuovo, i ruderi di Luni, e lì il mare, pur non sempre visibile, si sente sulla pelle, si respira nelle nari. Anche le viti lo sentono, e lo trasmettono ai vini. Qui i Vermentino sono spesso indimenticabili: potenti, a volte, ma sempre longilinei, scattanti, freschi, minerali come acqua di roccia. Mi dicessero: “ nominane uno, emblematico”, direi il Costa Marina di Ottaviano Lambruschi. Il nome del Cru, cioè della vigna, dice tutto: il suo racconto è ben chiaro. Poi, il suo valore è acclarato anno dopo anno. Ottaviano Lambruschi è produttore storicissimo, lui che lasciò, mi pare di ricordare, le cave di marmo per la vigna agli albori della denominazione, determinato che lì potesse venire un gran vino bianco, piccandosi appunto a lavorare il meglio delle uve per singola vigna: oltre al Costa Marina, il Sarticola (oggi, però, quella vigna è tornata in mano altrui) e più avanti il Maggiore. Anche se ormai da anni la conduzione dell’azienda è passata al figlio, ricordo favorevoli annate, anche recenti, nelle quali i Vermentino di Lambruschi ti inginocchiavano adorante, per freschezza, purezza, lucentezza, slancio: veramente, un’acqua saporita cavata dalle rocce. Ti racconto qui invece l’assaggio di un’annata stranamente calda, la 2015, e ti confesso: io, parecchi bianchi di quel millesimo non sono stato tanto buono a interpretarli,almeno quelli del Centro-Nord : forse solo ora comincio a raccoglierne il dialogo, che si sono un po’ evoluti. L’assaggio che ti racconto, però, è di quando questo Costa Marina era uscito da poco; e ci sta, perché se spesso amo i bianchi evoluti, nei Vermentino preferisco la freschezza della gioventù. Giovane, questo Costa Marina lo era senz’altro, il 17 settembre del 2016, forse ancora da svelarsi, come un bimbo carico di promesse dorme placido, e del futuro ignaro, nella sua culla: era difatti di colore limone tenue, con riflessi verdi, d’erba primaverile bagnata di rugiada. Non formava gocce sul calice: solo un velo, che lesto di ritirava. Però il profumo, quello invece ti veniva incontro: intenso, nitido, puro, e più ancora: deciso e schietto; esprimendo un gioco di frutta e fiori, sulle prime: limone, cedro, chinotto e margherita, glicine, mughetto. Tuttavia, con un po’ di attenzione, altri profumi si facevano strada, più originali, più domestici, direi quasi più umani, se qualcuno a penna rossa li rilevasse come meno ortodossi, vedi mai: il sedano, il finocchio, la zucchina, la foglia di pomodoro…non svilirlo definendolo erbaceo. C’era anche dell’altro, quasi un’idea fra le righe: spezie? Pepe bianco, forse, magari un tocco di noce moscata. Con maggior chiarezza, invece, idrocarburi, pietra, acciaio. C’è un’idea di mare all’alba col sole che si alza, una lama di luce all’orizzonte, se un’immagine potesse raccontare un profumo.  Non ha bisogno questo vino del contributo di certi aromi secondari, di affinamenti in legni vari, per essere grande all’olfatto: solo acciaio l’affina.  Venne il momento delll’assaggio: secco ma rotondo, di corpo superiore alla media, morbido e carezzevole, ma reattivo perché in esso c’è una grande acidità mimetizzata ed ammansita; spinge tuttavia verso un finale che schiocca e sbuffa magari un po’ di alcol, lungo ma senza esagerare. La tavola, il suo regno: un bel vino di grande soddisfazione col pescato di mare. Più ancora, un vino che trasmette il carattere del Vermentino e quello della gente di quella terra e della terra stessa: come una cartolina di marmo e di verde. Eppure, meno nervoso di come lo ricordassi, lasciandomi la nostalgia di annate più fresche, più profonde e viscerali.  
Queste le mie note di allora. Mi sembra ieri, ed è passato più di un anno

Ageno 2007 Emilia IGT, La Stoppa, 13,5 gradi.

Se nominassi i Colli Piacentini ad uno straniero, o anche ad un italiano che vive fuori zona, diciamo al sud, credo che evocherei ben poco. Non che la zona brilli per visibilità, né dal punto di vista enologico, né da quello strettamente paesaggistico o artistico, ed è un peccato, perché in realtà si tratta di una gemma a pochi chilometri da Milano: un polmone verde che è rimasto per tanti versi autentico e incontaminato, a dispetto dell’industrializzazione che si spande disordinata dai lati dell’autostrada A1.
Per me, i Colli Piacentini erano quelli delle gite domenicali con la mia famiglia: mio padre li privilegiava perché erano ad un’oretta d’auto, non si trovava mai traffico e con poco si mangiava bene. Mi ricordo tante volte in autunno, in inverno, si usciva dall’autostrada a Piacenza e in pochi minuti si era tra i campi dalle zolle brune che esalavano nebbia verso un cielo uniformemente grigio, verso il quale filari di alberi levavano i rami spogli come un monito nero, ed i corvi pigri a terra punteggiavano il paesaggio dell’unica apparenza di vita; eppure l’insieme era di una dolcezza nuda, desolata e struggente, quasi segreta nei ruderi di chiese e ville barocche, e abbazie, e fattorie e castelli che si intuivano in lontananza; profondamente triste e consolatoria come l’Andante con moto quasi Allegretto, che del terzo dei Quartetti Razumowski di Beethoven è il secondo tempo. Poi, si saliva verso le colline, così morbidamente da non avvertire alcuna soluzione di continuità. Allineate lungo i fiumi, che le solcano da sud ovest a nord est, si traversavano la Val Tidone, la Val di Nure, la Valchero, la Val Luretta, la Val Trebbia, scabre l’inverno e talvolta imbiancate, su su fino a Bettola o a Bobbio, dove si pranzava e ci si scaldava col locale Gutturnio, che se anche a volte era un po’ rustico, a noi piaceva, così pieno e corposo. La primavera, invece, che era un tripudio di verde virgineo, uno scorrere d’acque, un luccicare di sabbie gialle, dinargille azzurre, di candidi calcari , di arenarie grigie  (le matrici sono marine e spesso affiorano fossili), di fiori e di api, era anche il tempo dell’Ortrugo: bianco, fresco, vivace e sottile; allora, anch’esso un po’ rustico, o comunque senza troppe pretese. Se li nominavi fuori zona, Ortrugo e Gutturnio, ben pochi ne avevano sentito parlare. Eppure la tradizione vinicola dei Colli Piacentini è antica e la vocazione riconosciuta, quantomeno  da alcuni pionieri: pare infatti plausibile che il celebre Louis Oudart, che a metà ‘800 per primo vinificò il Nebbiolo secco a Neive (e perciò lo si ritiene il “papà” dei moderni Barbaresco e Barolo), si rifornisse già nel 1833 di uve dalle parti di Bobbio, le vinificasse alla maniera dello Champagne e come Champagne le vendesse: non c’erano le DOC e AOC allora. Tra i pionieri, probabilmente, andrebbe nominato l’avvocato Giancarlo Ageno, che fondò La Stoppa ai primi del ‘900, impiantando vitigni francesi per saggiare il territorio.  

Io pure, pur amando profondamente quelle colline, non mi ero reso conto del potenziale dei vini del  piacentino, finché, qualche anno addietro, non assaggiai vini de La Stoppa a una manifestazione chiamata Sorgente del Vino, che si teneva la allora appunto su quei colli, nel suggestivo castello di Agazzano; e rimasi letteralmente a bocca aperta.

La Stoppa appartiene dal 1973 alla famiglia Pantaleoni, che a Rivergaro, su quei terreni di terre rosse antiche, ricchi di ossidi minerali, poco lontano dal fiume Trebbia,  ha deciso di ripiantare in buona parte uve autoctone, di coltivare e vinificare secondo principi biodinamici, con interventi in cantina minimi. Tutta la produzione è buonissima, territoriale, personale. Già in quegli assaggi, però, un posto speciale me lo conquistò nel cuore proprio il vino dedicato all’antico fondatore, un bianco da  malvasia di Candia aromatica, ortrugo e trebbiano, vinificato secco e fermo, con la tecnica della macerazione sulle bucce (30 giorni) e affinato a lungo in legno e acciaio: tre anni. E che sorpresa fu trovarlo in offerta su un sito internet  inglese ! Perché questo non è un vino standardizzato e per tutti , mainstream, come dicono lassù, ma una cosa viva, parlante, mutevole, inevitabilmente dialettica. Ti racconto – amica, amico che mi leggi- il mio assaggio domestico, che risale a 7 giugno del 2016. 

Il suo colore…come definirlo? Ambra luminosissimo e trasparente? Ricorda più un vinsanto, o un Madeira, o un whisky scozzese, che un vino da pasto, sia pure anche superiore, come si diceva una volta. Disabituati noi, forse, a certe tinte affascinanti e antiche. Lascia sul calice gocciole estremamente lente, variabili nella velocità e che dunque formano cime frastagliate, ma regolari nella successione. Molte bolle finissime di anidride carbonica lì intrappolata si palesano nel bicchiere, ma subito svaniscono alla vista lasciando il vino limpido e fermo, però rimangono al palato sotto traccia,  stuzzicandolo. L’Ageno esprime un aroma intensissimo e estremamente complesso, continuamente cangiante, notevolissimo per la personalità del suo profilo: acetaldeidi in misura che può che anche disturbare chi è di naso sensibile,  e tanta frutta matura, maturissima, ma tutt’altro che cotta: arance, limoni ( persino canditi), tanto mandarino, susine bianche, pesche ,albicocche, corbezzoli; persino tocchi tropicali. Fiori ed erbe: ginestre, origano , rosmarino, salvia, prezzemolo, timo. Poi sentori di lieviti: biscotti, crosta di brioche; uniti a burro (che in genere stucca e qui invece mi delizia) e funghi, neanche fosse un grandissimo Champagne maturo. Quindi, attendendo ancora, un’altra arcobaleno di sovrappone senza sostituirsi, spiazzante: ora è minerale iodato, sa di sabbia sulla spiaggia; sa di vaniglia e di cocco; di mele, al plurale: cotogne, renette, golden; di nocciole; di pere; di muschio e legna umida; di sandalo; di zafferano. Se lo bevi,  noterai lo stuzzicare dell’anidride carbonica residua sulle prime; sentirai che c’è anche un po’ di tannino, inevitabile, ma maturo e di grana molto fine.
Noterai poi il sapore molto concentrato, con tocchi addirittura di frutta rossa ed ancora di burro; ed il corpo che è pieno e glicerico e che si snoda deciso sul palato; ma soprattuto che il vino è lieve, vivido, danzante, e con un’acidità ancora altissima e ben distribuita, fusa con una estrema salinità, viaggia verso una chiusura lunghissima, perfettamente equilibrata e rotonda  al gusto; forse appena un po’ alcolica, ma non è che un’inezia: spicca di più la sua tessitura carezzevolissima, con un tocco ruvido che la rende vibrante. L’ho provato sui cibi più svariati e si è dimostrato a suo modo garbato nell’ accompagnare ( sta su tutto) e insieme estremamente selettivo (difficile trovargli l’abbinamento eccellente). Allora, se pure è stato bene su bucatini a cacio e pepe, credo che il suo meglio l’avrebbe dato con abbinamenti più marcatamente territoriali: sarà la biodinamica che rafforza il legame con la terra d’origine, ma avessi avuto con me certi soavi e sapidi salumi piacentini,  certe paste ripiene locali così opulente e di sapori e condimento, certi arrosti scioglievoli! Magari non è per tutti questo bianco assaggiato a 9 anni dalla vendemmia, con quella quantità di aldeidi, con quell’equilibrio funambolico tra freschezza- che c’è, eccome- ed ossidazione: chi cerca solo la prima, ne sarà spiazzato. Per me, però, è semplicemente un gran vino, che migliora a distanza di giorni dall’apertura , diventando più delicato e floreale; così grande che invoglia non solo a berne e riberne, ma anche  a conoscere meglio tutti i prodotti di quel territorio: ti par poco, amica o amico che mi leggi?

Sottoriva Colfondo per tradizione, Glera colli Trevigiani, Malibràn, 11 gradi.

La prima volta che assaggiai i vini di Malibràn ero alla Raw Wine Fair di Londra con un gruppetto dei miei compagni di corso del WSET; saranno passati tre o quattro anni ormai.
Mi ero preso con gusto l’incarico di far assaggiare loro qualche buon vino italiano, che fosse soprattutto diverso e più autentico rispetto a quelli un po’ stereotipati che ci facevano assaggiare allora (eravamo al terzo livello, io credo): ci tenevo che il mio Paese facesse bella figura e sapevo di poterli stupire.
Mi attirava l’idea che conoscessero qualche spumante rifermentato in bottiglia e col fondo, cioè ancora con i lieviti e le fecce fini all’interno (sur lie come si dice talvolta), riproponendo così le antiche usanze popolari, quando il vino era spesso prodotto per autoconsumo e non esisteva l’autoclave: persino nella mia Valdinievole i contadini sigillavano le bottiglie dopo aver aggiunto un po’ di zucchero e qualche chicco d’orzo o di grano nel bianco da trebbiano locale per averlo frizzante; figuriamoci nelle terre del Lambrusco e del Prosecco.  Questo stile, che si trovava allora nella capitale britannica con difficoltà,  avevo incominciato ad apprezzarlo qualche anno prima di lasciare l’Italia per il Regno Unito, ma con riserva: questi spumanti col fondo erano pieni di carattere ed entusiasmanti nei casi migliori; ma rustici e talvolta sciancrati tra acidità citrine e un odor di lieviti – non profumo- che ne copriva parecchio l’identità varietale. Vidi il banchetto di questo produttore  di Prosecco che non avevo mai sentito e mi attrasse per il nome, che mi ricordava quello di Maria Malibràn, la leggendaria cantante lirica della prima metà dell’Ottocento.  Ricordo che i miei amici gustando i loro vini rimasero di sasso e strabuzzarono gli occhi, mentre io sorridevo sotto i baffi divertito e sornione. E però ero anch’io  stupito dalla qualità dei vini di Malibràn: la complessità e la piacevolezza che avevo nel calice superavano quella di parecchi metodo classico dal prezzo 5 o 6 volte superiore assaggiati quel giorno, Champagne inclusi.
Io non avevo allora una gran familiarità col Prosecco e non ne ho molta ora, ma insomma, almeno qualche punto fermo nella testa me lo sono messo e qualche assaggio istruttivo c’è stato. Bene, ora che ritrovo i vini di Malibràn al Mercato della Fivi e li riassaggio, mi riconfermo dell’idea di eccellenza che me ne ero fatta: tutti molto, molto buoni.
Piglio questo Glera dei Colli Trevigiani proprio perché mi sembra esemplare di come dovrebbe essere un sur lie e mi permetto di tradurlo in Prosecco, e che Prosecco; sebbene non sia particolarmente rappresentativo della sua tipologia, così secco e deciso nell’acidità. Bada però, amica o amico che mi leggi: ho sentito spumanti sur lie con acidità così selvatiche da essere sul filo dell’imbevibilità, mentre qui tutto si ricompone in una misura piacevole e appropriata. Considerazioni simili circa la presenza del fondo: le note di lievito sono ben percettibili, ma pulite, perfettamente calibrate e con un tocco di distinzione: aggiungono complessità sapida e saporita, ma l’eleganza è preservata. Infatti, a versarlo, è piuttosto simile ad un convenzionale Prosecco: è di un bel limone tendente al verdino, pressoché limpido sulle prime, poi via via più torbido, fino a velarsi un po’. Non forma gocciole.  Più frizzante che spumante, verrebbe da dire, con bolle finissime, verticali e disciolte, delicate, solo un velo in dispersione, una spuma che per delicatezza non sfigura di fronte ad un ambizioso metodo classico. Similmente  i profumi, che sono precisi, curati, di media intensità, richiamando i fiori di ginestra e di mimosa, e la frutta: la pesca, il melone, l’albicocca e il limone.  Ad essi si sommano i ricordi di lievito, le note affumicate, lattee, di crosta di pane, cerealicole (orzo, specialmente), qualche traccia di salvia, di alloro; infine una mineralità solare e salina. Già lo dicevo: relativamente secco al sorso, energico, cremoso, di corpo medio, conferma sul palato quella salinità già percepita nelle nari, ed è il suo bello: permane lungamente come una scia, accompagnando il vino nella sua corsa  verso il finale, molto lungo. Il suo gusto è un accordo perfetto con l’olfatto: ritornano i lieviti, la frutta, i fiori. Pur mantenendo una dimensione di rotonda piacevolezza, con quell’acidità che pulisce e rinfresca risulta saldo, reattivo e guizzante e chiama con decisione la tavola ed un sorso dietro l’altro: non è un vino che lasci volentieri nel bicchiere mentre sei preso da una chiacchiera distratta e nemmeno l’useresti per un cocktail,  perché ha una ricchezza armonica che lo accosta a metodi classici senza perdere il carattere di Prosecco, instaurando con te un dialogo attivo. Magari non è per tutte le bocche, ma se tu vuoi un vino di carattere, eccolo. Potrai anche giocarci un po’ col suo fondo, decidendo se lasciarti andare al godimento dei suoi più torbidi versanti o preferire, come me stasera, di mantenerlo sul limpido per apprezzare la parte più pura degli aromi. Da averne sempre in casa, di spumanti così. L’ho trovato eccellente su un sushi.