Spumante Gigli Metodo Classico Brut, lotto 1-15, sboccatura 16-03-18, 11 gradi.

La Garfagnana è terra di straordinaria fascinazione, un angolo di Toscana per certi versi ancora appartato e segreto.

Si snoda lunga e stretta lungo il corso del Serchio, tra alture boscose, imponenti e ripide, intervallate qui e là da vallecole minori che si aprono come diverticoli, nascondendo borghi, grotte, torrenti. “La Garfagnana è posta tra l’Appennino, che la divide dalla valle del Po, e le Alpi Apuane che la separano dal mare Tirreno: la cruna di quelle sue giogaie è appunto in gran parte il confine naturale e insieme amministrativo della Garfagnana” (da “La Garfagnana”- Atti della giunta agraria 1883).

Una terra dura e severa, scavata dalle acque, che hanno tagliato le montagne in orridi spettacolari, gli strati geologici nudi. Un paesaggio introverso, quasi nordico, che pare uscito dai quadri dei pittori romantici di primo Ottocento, dagli scorci vertiginosi di un Caspar David Friedrich; specie l’inverno, quando le cime ardite emergono dalle nebbie del fondovalle, quasi memore dell’origine lacustre: 2054 metri la vetta del Prado, 1946 metri il Monte Pisanino, a occidente.

Chi la visita, tuttavia, non sfugge a un sentimento di magia sospesa: saranno i suoi silenzi, le pievi millenarie, le stratificazioni storiche, i rimandi sonori delle acque e degli uccelli; o una certa luce, qui spesso indiretta, schermata dai monti e dalle gore che la curvano e la sbiecano in lame. Terra di leggende popolate di fate e folletti, come forse solo l’Amiata è pari in Toscana; e, come l’Amiata, luogo eletto di eremitaggi e misticismi.

Tanta bellezza, tuttavia, cela una storia di miseria: terra fredda, le Apuane la escludono dai venti marini, la più fredda della Toscana; e la più piovosa: in media, 1356 mm l’anno, che erano oltre 1770 millimetri negli Anni Venti e raggiungono massime di 3000 mm l’anno. Per confronto, la media annuale di pioggia a Castellina in Chianti è 921 mm, a Udine 1377 mm, a Londra 690 mm, a Reims 625 mm, a Beaune 912 mm. “...il garfagnino cerca i mezzi minimi di esistenza nello sfruttamento del bosco e del sottobosco…“: così denunciava un rapporto prefettizio dei primi del Novecento, quando la disoccupazione qui arrivava al 70% e la gente emigrava in massa, verso il Nord, Oltralpe, o le Americhe; fenomeno iniziato già a metà Ottocento e protrattosi per oltre un secolo.

Ai giorni nostri, fortunatamente, la situazione è cambiata: industria, artigianato, turismo, sagre, festival musicali, giacimenti enogastronomici; per qualcuno è “la valle del bello e del buono”. Nuove attività e colture hanno soppiantato quelle tradizionali, inclusa la viticoltura: del vigneto più estremo della Toscana rimangono muti testimoni chilometri di ripidi terrazzamenti, che il bosco inesorabile ricopre, come nel Nord Piemonte; e una mezza dozzina di antiche varietà locali. Alcuni coraggiosi vignaioli producono vini di qualità, ma le vigne rimaste sono pochissime rispetto all’estensione dell’antica viticoltura.

Capitai appunto qualche anno addietro – era l’aprile o il maggio 2018- a Borgo a Mozzano, piccolo comune sulla destra orografica del Serchio, in occasione della locale Festa dell’Azalea, la cui origine è del 1970, quando il Centro Studi Agricoli constatò che quei fiori vi crescevano spontaneamente, vuoi per il terreno, o la ricchezza delle acque, o il particolare microclima, influenzato dal fiume e dai monti che cingono il paese: se questo si adagia su uno stretto pianoro a 96 metri sul livello del mare, lo dominano vette e altopiani che si elevano bruschi, sfiorando i 1000 metri. Il Centro Studi Agricoli aiutò chi fosse stato disponibile alla floricoltura e alla commercializzazione, creando così nuove entrate e occupazione in questa terra marginale che viveva, così, l’onda lunga del boom economico.

Quel giorno il paese era tutto una festa: correvano i bimbi tra le bancarelle, gorgogliavano le acque dei numerosi torrenti che l’attraversano, le bandiere dei rioni gareggiavano con le azalee nel’osanna dei colori. Sotto un portico in via Roma, dipresso al palazzo del Comune, stava il banco dei Vignaioli di Borgo a Mozzano, quattro o cinque aziende, se ben ricordo. Fui particolarmente incuriosito dai vini di un signore dagli occhi cilestrini ed il sorriso franco e aperto, che sfoggiava un cappello di paglia sulle ventitré e vistose bretelle. Mi raccontò, con passione e sense of humor, che nella sua azienda, Cantina Gigli, produceva artigianalmente due spumanti, un metodo classico ed un sur lie, da una vecchia e rara varietà rossa locale, la barsaglina.

Comprai due bottiglie senza nemmeno assaggiarle, forzando un po’ la mano, perché non le riteneva ancora pronte: gli promisi che le avrei sistemate in cantina, lasciandole maturare qualche mese.

Per i casi della vita, le due bottiglie rimasero a riposare ben più di qualche mese. Nel frattempo, però, ho incontrato quel signore in varie manifestazioni, scoprendo che il suo nome è Angelo Bertacchini, di professione agronomo-enologo, e ho assaggiato alcuni vini delle aziende per le quali è consulente: ottimi, di espressione sincera ed elegante, raffinatamente artigianali, precisi nell’evocazione di terroir.

Finalmente mi sono deciso ad aprire quel metodo classico di Cantina Gigli, che tanto mi aveva incuriosito: una bottiglia del lotto 01-15, sboccata il 16 marzo del 2018.

Così buona, interessante e sorprendente, che ho contattato immediatamente Angelo per rinfrescare la mia memoria e saperne di più.

Ho ricevuto” mi racconta Angelo “questa mia piccola azienda dai miei nonni, Alvaro e Anna, che erano contadini a tutto tondo a Borgo a Mozzano. Due vacche, formaggio, ortaggi, frutta, azalee: di quello loro campavano, ma avevano anche una produzione di olio e di vino, che vendevano ai ristoratori della vallata in damigiane e fiaschi.

Quando ho preso le redini, ho pensato fosse impossibile gestirla in quel modo ed ho puntato sulla passione comune che avevo con mio nonno: il vino.

I due vigneti erano esauriti, una babilonia di vitigni, allora ho pensato di scegliere il più promettente e rappresentativo del territorio. Fu cosi che nel 2010 ho piantato mezzo ettaro di barsaglina, circa 3800 piante.

I vigneti si trovano a circa 180 metri di altitudine, subito alle spalle di Borgo a Mozzano, in una conca esposta a sud e ripatata dal “cavallone”, una nebbia fredda che discende ogni mattina lungo la vallata del Serchio.

Da prima pensavo di fare un rosso, vista le caratteristiche del vitigno, ma poi mi sono reso conto delle sue potenzialita’ come rosato e, in special modo, spumante. Dal 2012 ho iniziato a fare prove, ma la prima annata in commercio e’ la 2014, sboccata nel 2018 ed imbottigliata nel 2015, con un 15% di una quota di riserva.”

L’Azienda si trova nella frazione di Oneta e nella piccola cantina le operazioni sono artigianali: remuage, sboccatura, tappatura, tutto avviene manualmente, con mezzi di essenzialità francescana. L’approccio in vigna – che mi dicono bellissima – è il medesimo: lo stretto necessario, accordandosi all’ambiente naturale circostante, boschivo, più che a qualche certificazione.

Con queste premesse, facilmente si immagina un vino originale, ma nulla prepara alla personalità ed alla compiutezza del Metodo Classico di Cantina Gigli, rilasciato come brut nell’annata in oggetto, extra brut in altre uscite.

E’ ramato trasparente e luminoso, un particolarissimo punto di colore, raro, simile – ma non uguale- alla tinta degli Champagne da Pinot Meunier o di qualche Sorbara fortuitamente invecchiato.

In poche manciate di secondi, si smaltisce nel bicchiere l’ossigeno intrappolato, che confonde l’immagine con le sue bolle grosse e disordinate, e nitida risalta una mousse fine, sottile, continua, elegante, molto durevole: ottima.

Anche il profumo richiede un po’ pazienza per perdere qualche velatura riduttiva, ma è un attimo: poi il vino è comunicativo, con un profumo delicato, tuttavia penetrante, etereo, nitido, complesso.

Il candore di una fioritura primaverile di peschi e acacie; la freschezza del melograno, del ribes, del lampone; la polpa delicata e soda della mela renetta, dell’albicocca; la ricchezza dorata dei cereali, il malto in evidenza; poi, tratti boschivi e minerali: il mallo di noce, il muschio, la pietra bagnata al sole, sullo sfondo il terriccio, cenni di aldeidi. Il profumo dei lieviti, pur percettibile, è misurato, armonioso, tridimensionale.

Bevendolo conquista: il sorso nitido, drittissimo, penetrante, asciutto, estremamente sapido ed acido; quasi percussivo, ma bastevolmente ampio e contrastato, equilibrato e virile nel notevolissimo allungo perdurante freschezza; il grado alcolico gentilissimo.

Per trovare spumanti metodo classico così verticali, vibranti, stilizzati, bisogna normalmente guardare molto più a settentrione, varcando, se è il caso, le Alpi. Questo Metodo Classico di Cantina Gigli, però, ha una identità tutta sua: spiazzante minimalismo e forza interiore.

L’abbinamento perfetto forse sui grandi sapori artigianali della tradizione locale: la norcineria e i formaggi, ma sarebbe stato bello sperimentare, ne avessi avuta un’altra bottiglia, con le paste, le carni, i pesci, osando persino – potendo – la selvaggina da piuma.

Vino visionario, questo, perché ritrae fulminante l’asprezza e l’armonia di un territorio duro, freddo, montano: le sue ombre e le luci, le morbidezze e gli angoli scabri.

Più ancora, perché indica magistralmente una via inesplorata e possibile: ripenso ancora a quei terrazzi coperti dal bosco, a quei muri a secco che ostinatamente si arrampicano sui monti, quasi volessero toccare le cime innevate, come li ho visti d’inverno dalla spianata aerea e sospesa del candido Duomo di Barga; e come sarebbe bello vederli rivivere, gettare pampini di barsaglina, di sangiovese e di altre uve ancora, esplodere di grappoli diventando la patria toscana di spumanti eroici e ricercati.

Scappalepre Toscana Rosato IGT 2017, Tenuta di Bibbiano, 14,5 gradi.

Scrivevo di questo Scappalepre l’estate dello scorso anno:

“… un vino di color rosa antico: tenue, luminoso, bellissimo. Ciò che più importa era buonissimo, difatti è finito in un attimo. Delicato, un profumo sfumato e nitido di rose, più sfumata ancora la ciliegia, erbe aromatiche, chiodo di garofano. È Sangiovese chiantigiano, un rosato delicato, agile, snello, fresco, che avrei detto perfetto da pesce. Lo è, ma oggi è stato perfetto anche su lasagne, verdure gratinate, coniglio arrosto con le stringhe in umido. Aggraziato, quindi, altro che delicato!”

Lo riassaggio oggi con estremo piacere, complice la tavola, la compagnia, la calura estiva; ed il tempo trascorso esige una riflessione ulteriore, perché lo ritrovo ancora più compiuto e integrato.

A tre anni dalla vendemmia, lo Scappalepre 2017 è in uno stato di perfezione sferica. Tutta la sua freschezza è vieppiù sviluppata tridimensionalmente, secondo una spazialità sinfonica: profumo, sapore, articolazione, con un’acidità vivida.

Stupefacente per la capacità di dissimulare forza e massa in un sorso gentile, pacato, di grazia stilnovista; secco e glicerico insieme, con un ritmo salino che l’innerva scandendolo maestoso.

Azienda chiantigiana storica, Bibbiano ha saputo rispettare la tradizione, introducendo tuttavia ragionate novità. Lo Scappalepre è una di queste: una sussurrata ode allo spessore del Sangiovese di Castellina.

(Luglio 2020)

Rosato IGT Toscana 2019, Sanlorenzo, 14 gradi.

Superato il fitto bosco, quando si arriva sulla sella ariosa dove sorge la cantina di Sanlorenzo, viene fatto di fermarsi in limine: oltre ci sono le vigne digradanti, e ancora boschi, e acque, chissà; ed un orizzonte infinito che si spinge oltre i monti fino al mare, sorvegliato dall’Amiata massiccio, a sinistra, limitato dalla Val d’Arbia misteriosa, a destra. Bisognerebbe essere uccelli e spiccare il volo per superare quella soglia fatata; invece lì si resta, figurandosi spazi distesi, concavità discrete, luci e ombre, animali nascosti, fiori sperduti come gioielli lascati cadere negletti da un sovrabbondante scrigno. Intorno, i grappoli turgidi danzano al sole.

A 500 metri d’altezza, questa terra è vocata per Brunello eleganti e robusti.

Dal 2014 però, Luciano Ciolfi, anima di Sanlorenzo, ottiene dalle sue uve anche un rosato, col salasso di piccole quantità di mosto.

Ho avuto la fortuna di poterne assaggiare tutte le annate, fino alla 2019, ultima imbottigliata.

Sei vendemmie sono una traiettoria sufficientemente lunga per delinearne i caratteri fondamentali: è un rosato estremamente elegante, potente, ricamato e preciso, di una naturalezza disarmante.

Pur restando se stesso, legge in trasparenza ogni annata, sempre diverso: ad esempio, il 2019 spicca per mineralità e gentilezza, felicemente abbinandosi al pesce; certi millesimi, più ampi e sul frutto, si accostano gioiosi a piatti di terra.

Sarebbe interessante affrontarne una verticale: non teme certo qualche anno di invecchiamento.

Mi risuona sempre l’idea che sia un’essenza di Brunello: intendo un Brunello spogliato della sua massa, dei suoi tannini, ridotto a un’idea primigenia e rarefatta di profumi e sapori, lieve ed etereo come un aquilone di carta, alto nel cielo per un soffio di vento. Ecco la magia: ha nel suo colore certi attimi sospesi tra tramonto e crepuscolo, come li ho visti in inverno dai pendii di Sanlorenzo, che durano un nulla come le cose belle, come il piacere abbagliante di questo Rosato.

Questo 2019, che accanto all’abituale affinamento in tonneaux, ha visto il passaggio di una piccola quantità in clavier, è di tinta bellissima, trasparente e luminosa, dai riflessi vagamente ramati da cipolla di Certaldo, con gocciole fitte, veloci, persistenti.

Il profumo è molto intenso e molto complesso, elegantemente sfumato e musicalmente fuso: in lui trovo fiori secchi di campo gialli e viola, tanta camomilla. Poi frutta mediterranea e antica: arancia, corbezzolo, giuggiola; la suggestione esotica del lichi contrapposta a una nordica mela verde; e la paglia, il fieno che asciuga al sole, struggente evocazione campestre da quadro macchiaiolo; lo iodio, il ferro: sentimenti marini e guerrieri addolciti da una spaziatura molto tenue, molto dolce, di cacao bianco; infine, note di alloro e di resina, tra lo splendore ordinato di un giardino e l’ombra gentile di un bosco.

Corpo ampio, gran stoffa, attacco energico e dolce, corrente salina continua, acidità franca e decisa, tengono e ritmano l’incanto trasognato dei profumi, con un alcol presente, in ottimo equilibrio, che carezza il palato. Il sorso è avvolgente, secco, slanciato, notevolmente persistente, ma ben calibrato per esaltare la tavola, con una scia minerale e salina che pulisce e rinfresca; quasi fosse un’acqua profumata, sapida, saporita, insieme fresca e calda.

Eccezionale e beverino, sulla mia tavola, con un gran fritto di mare: perfetto per morbidezza, profumo, pulizia del palato.

Lambrusco di Modena Grosso 2014, Paltrinieri Gianfranco, 12 gradi. Bottiglia 1958 di 2850.


Da Modena verso Mirandola la vecchia strada scorre lenta.

È una questione di ritmo, non di velocità: quei rettifili si presterebbero anzi a pigiare l’acceleratore ed è facile immaginare il boato di bolidi rossi tra nubi di polvere, Ferrari Alfa Maserati, a cavallo tra le due Guerre e dopo l’ultima, quando ancora era più terra battuta che asfalto.

Tuttavia il paesaggio intorno, piatto, punteggiato appena di filari monotoni di pioppi, qualche gelso, diversi tronchi neri contorti di lambrusco; e le case ammattonate malinconiche, che spesso riportano ancora i segni del terremoto, talvolta ridotte a ruderi; e i campanili affusolati, piegati dagli eventi: tutto ispira a fermarsi, al silenzio, a godere di una lentezza quasi sospesa.  

Se c’è la nebbia l’incantamento è vieppiù intenso, quasi il luogo fosse memore delle antiche paludi e la nebbia il loro spettro, che si solleva di quando in quando a tenerne memoria. Nè i capannoni, immancabili, sanno spezzare la magia.

Lì si incrociano Secchia e Panàro, forieri di alluvioni soventi.  Là in mezzo i vigneti del Cristo, dove il Sorbara si dice trovi la sua massima espressione. Da essi nasce questo Metodo Classico Lambrusco, da quelle terre di sabbie e depositi fluviali.

Ci sono molti modi di interpretare il Sorbara, secondo la tecnica ed il gusto di chi lo produce: finemente, o con veracità; normalmente con l’ausilio dell’autoclave, o con rifermentazioni in bottiglia per produzioni più contenute; tradizionalmente con taglio di uva lambrusco salamino, frequentemente oggi in purezza. Il suo crisma, mi pare, è sempre quello della grazia.

Questo Grosso di Paltrinieri raccoglie la sfida difficile del metodo classico da sole uve sorbara e vi risponde rabbioso. Se c’è grazia, è quella del gatto che guarda sottecchi, poi d’un balzo graffia.

Il colore è rosa antico, o oro rosa, mi suggeriscono. La spuma è di bolla finissima per dimensioni, ma un po’ tumultuosa sulle prime. 

Ha profumo molto intenso e complesso di rosa appassita, fragola essiccata, miele di arancia, camomilla, giglio, cocomero, corbezzolo, carrube, alloro, noce moscata, vello animale. Evidenti note fungine e di lieviti. 

Un profilo olfattivo evoluto, quindi, che contrasta con una acidità imperiosa, una salinità ferina, una drittezza passionale. 

La struttura è importante, tutt’ossa e fasci di nervi. Il finale lungo, secco, e amaro per un ricordo tannico.

È vino intransigente, non conciliante, dove ritrovo l’Emilia più angolosa, feroce, graffiante: quella di Guareschi, di Verdi, di Lucio Dalla, più che delle donne morbide del Correggio e della sensuale evocazione dei tortellini.

C’è in lui qualcosa di antico, che sa di cacce, nebbie, ombrosità di foreste primiziali: un ambiente padano perduto e primitivo, che si ritrova forse, molto parzialmente, nelle aree ancora oggi dette “valli”; come se il metodo classico qui avesse estratto dall’uva il ricordo di un mondo fossile.

Certo, vino non facile, non da aperitivo; fin’anche obliquo, ma di fascino personale.

Sbaglierò: vino da grandi spiedi di uccelli lo credo, da arrosti di piccione, da terrine di fagiano; e di interessanti prospettive: tappato con cura, conservato in frigorifero e riassaggiato dopo 48 ore, risplende più pulito, equilibrato, composto, fine. 

Sinespina, Vino Rosato, Cascina Melognis, L1 2018, 13,5 gradi.

Un acquerello.

Il colore, un pallido rosa, delicatissimo e sfumato, luminoso, con riflessi quasi lilla.

I profumi, un arabesco sottile di petali di rose, di pesco, di glicine, di gelsomino, di carcadè, di erbe di montagna, appena striato da scie di cannella, raffinato fino alla soglia del confetto e del candito, ma senza oltrepassarla.

Bevendolo -non degustandolo- salino, guizzante eppure morbido e avvolgente, fresco sulla lingua, caldo sul palato, irradiante: si è quasi presi e portati ai piedi dei monti innevati, respirandone l’aria pura, prolungando l’incanto su un finale di mandorla.

Tutto un sussurro, tutto un volo di libellula.

Attendendolo, mille altre sfumature, dolci e piccanti, fino a un cenno di peperone verde e di mallo di noce.

Un vino straordinario – rosato.

Viene dalle alture di Saluzzo, dai piedi del Monviso.

Su un minestrone di verdura seguilo, amica o amico che mi leggi.

Rosato di Caparsa 2014, vino toscano IGT, 13 gradi (magnum).

Il Chianti è terra di contrasti: in questo senso, è quasi una Toscana al quadrato. Ci sono quelli di campanile, storici e storicizzati, che si tramandano e si manifestano nella modernità; ci sono poi quelli paesaggistici e geologici, perché qui ogni vigna potrebbe fare storia a sè, per altitudine, terreno, esposizione; e c’è infine contrasto, talora ricomposto, talora accalorato, tra le grosse aziende e i piccoli vignaioli artigiani.

Paolo Cianferoni, a Radda nella sua Caparsa, è uno tra i più grandi e veri vignaioli italiani. Lui – mi sono bastate poche battute in un paio di occasioni, per pesarlo – è uno dal carattere e dalla lingua schietta, ma non un burbero: anzi, è ben attento alla comunicazione e persino al marketing, ma a modo suo, cioè con un entusiasmo genuino e quasi fanciullesco. Lui è uno che le mani in vigna se le sporca davvero, che in cantina lavora sodo ed ha una concezione del suo lavoro come pratica primariamente agricola, armoniosa e virtuosa: ossia attenta alla natura, ma anche alla tradizione ed al genio del luogo. Caratteristica pure la sua voglia di condividere il vino alla maniera antica, nei bottiglioni e nelle dame: un vino sempre naturale, a tratti rustico e caratteriale, ma genuino.

Sono giustamente noti i suoi Chianti Classico; ma esiste tutta una linea di altri vini suoi buonissimi e di estremo interesse, alcuni figli di tradizioni desuete e coltivate con intima affezione, altri di un ghiribizzo individuale; sempre, però, con la natura a guidargli la mano, rispettando le stagioni, il territorio e l’uva.

Tra questi vini alternativi al Chianti Classico, acquistai, nella rivendita di Caparsa che sta in centro a Radda, questo rosato di sangiovese in formato magnum, ovvero in un bel bottiglione di vetro chiaro: originale e buonissimo, uno tra i migliori rosato che io abbia assaggiato; anzi, uno tra i migliori vini della mia piccola storia di assaggiatore: perché è un rosato che scalda il cuore, naturale, senza nulla di tecnico: parla una lingua schietta e dolcissima, un’autentica favella toscana.

Vino inconsueto e libero, che scarta di lato e sorprende già a guardarlo, col suo colore che tende alla buccia di cipolla virando da un corallo antico, mentre sul calice disegna gocce frastagliate e veloci.

Il suo profumo è un altro balzo, una montagna russa sulle colline chiantigiane, che per qualcuno potrebbe essere estremo, ma a me garba assai: è molto intenso, appena in sviluppo, con aldeidi non timide, è vero, ma fresche, giovanili nella spinta; ed esprime una complessità che sa di natura, di frutta, di foglie e di fiori: viole, fragole, ciliegie, melone, arancia, melagrana, alloro e borragine, muschio, una caratteristica limatura di ferro sottotraccia, una lieve speziatura, sandalo e cannella.

È al sorso però che mi conquista, perché di una naturalezza disarmante: pieno, glicerico, avvolgente, ma anche fresco, salinissimo, con una mineralità pura, da acqua oligominerale. Ha passo dinamico e svelto, irradia, vibra e tintinna argentino, violino e triangolo come nella Campanella di Paganini. Lo spinge la sua alta acidità, con un certo frizzar lieve di carbonica sul palato, piacevolissimo.

Gustosissimo, lungo, bilanciatissimo, da bere e a litri, e non per modo di dire, ma alla prova dei fatti. Appena un po’ abboccato, perché è perlopiù questione di sensazione glicerica: in realtà, un equilibrio mirabile di corpo e freschezza.

Benedetta l’annata 2014 – maledetta per i sacrifici ai quali ha costretto i vignaioli per via del maltempo, ma benedetta per noi bevitori, se ha generato vini come questo: irresistibile, sulla mia tavola, con le verdure ripiene.

Falistra Lambrusco di Sorbara DOP, L 515, Podere Il saliceto, 12,5 gradi.

…chiarissimo, quasi rosa; profumato, secco, spumante, di fragile corpo. Non esistono, per i vini, leggi assolute“. (Mario Soldati in “Vino al vino”).

È un Sorbara che stupisce e sorprende, in tutti i sensi e tutti i sensi. Se lo pensi rosso, o nero, sbagli. Vecchia questione quella della tinta tipica del Sorbara: ne sono piene pagine di letteratura ed essa rimane, posta la sostanziale delicatezza colorante di quest’uva lambrusca, nelle mani e nella sensibilità del produttore.

Un rosato pallido, delicato, antico ed un po’ torbido, questo Falistra: non sono bravo a descrivere il colore dei rosati, ma rammenta lo sfondo di certi cammei antichi che si trovan nei musei. Fine la bolla: rifermentato in bottiglia secondo la tecnica tradizionale, giusta per le produzioni di qualità.

Spiccato il suo profumo, segnato dalla morbidezza pastosa dei lieviti, che si rinnova in tensione con la freschezza del ribes, del bocciolo di rosa, della fragolina di bosco e di un insieme minerale, immaginando la forra di un torrente che scorre impetuoso sui sassi del greto, con le alghe e la vegetazione palustre ed umida intorno.

Ben secco al sorso, di buon sapore e articolato -seppur in un ambito di complessità media- risulta di corpo snello, ma voluminoso, per via di un’acidità altissima , davvero con pochi confronti: animo fumino di lottatore, questo Sorbara manda a tappeto persino parecchi Riesling; eppure essa è bene integrata, naturale, sciolta, stuzzicante, pulente; ed il Falistra è anche magicamente delicato, avvolgente, cremoso, ancora per effetto dei lieviti sospesi. Salinissimo e rinfrescante, dal tannino percettibile ma sottile ed in perfetto accordo armonioso con il resto della tessitura, si slancia lunghissimo e ritmato, sopravanzando agevolmente per nettezza, pulizia e naturalezza spumanti rosati di ben altra prestesa.

Gustato ottimo, l’estate, su fusilli al sugo ed arrosto di vitella, lo direi davvero eletto sulla cucina emiliana sapida e unta. Certo, un occhio alla storia, non era il Lambrusco del popolo, questo, ma delle corti borghesi, che guardavano alla Francia ed allo sciampagna, magari con un tocco provinciale, ma senza troppa soggezione. Oppure, più domesticamente, nipote di quello che assaggiò Mario Soldati presso il Parroco di Sorbara, nel ’57.

Rosato d’Istine, Rosato Toscana IGT 2016, Istine, 13 gradi.

Sono tornato, dopo tanti, troppi anni, a Radda nel bicchiere, la bella manifestazione che si tiene a giugno per le rughe del borgo chiantigiano. Mi piace per il suo essere in fondo più una festa paesana che una manifestazione rivolta agli intenditori e qualche personaggio eccessivamente colorato ai banchetti lo si può senz’altro vedere: basta non essere snob e ricordarsi di sorridere, perché il vino serve – o servirebbe- soprattutto a unire in un’allegria conviviale. Soprattuto, però, è una bella occasione per conoscere i vini del territorio,farsene un’idea e scoprire -o riscoprire- qualche chicca.Territorio, quello di Radda, invero eccezionale, e non solo per i rossi, come forse si sarebbe portati a pensare. Fatto sta che di lì quest’anno mi son portato a casa perlopiù bianchi e rosati: i rosati e i bianchi di Radda, io li adoro. Quello di Istine per la verità l’avevo assaggiato qualche mese prima, annata 2015: un gran bel bere; e a Radda son andato con l’idea chiara di assaggiare l’annata  2016, anch’esso tutto da sangiovese; che non solo ho assaggiato, ma me lo sono  goduto, trovandolo uno tra i vini più interessanti della manifestazione. Poi, per via del tappo a vite che lo mantiene pimpante anche con la metà di solforosa (me lo diceva la brava produttrice), mi sta ancora più simpatico. Mi chiederai a questo punto – amica o amico che mi leggi – “Insomma ce lo dici com’è codesto vino?”. Hai ragione e dovrei incominciare dal colore, però nel valutare quello dei rosati mi trovo spesso in difficoltà ad orientarmi tra le varie sfumature. Diciamo allora che è limpidissimo, brillante, non troppo scarico ma nemmeno troppo intenso, diciamo un corallo un po’ pallido che ha qualche riflesso di buccia di cipolla. Forma sul calice gocciole veloci, regolari, che svaniscono in fretta. Il profumo è di media intensità, ma nitido, finissimo, articolato, dominato da fiori e frutta fresca: viole e rose, forse anche un cenno di fiori di pitisforo e di arancio; amarene, ciliegie, forse anche la buccia dell’albicocca e della pesca. Un tocco di succo d’agrume, arancia, e una sensazione, assai difficile da descrivere, di mineralità: boia, direbbero a Livorno, o questa? Ecco, quel odore di sasso bagnato che asciuga al sole, quello che si sente vicino ai torrenti con l’acqua limpida che scorre. E che ritrovo in qualche modo anche al palato, dove la maniera stessa che questo Rosato d’Istine ha di scorrere, così nitido, compatto e slanciato, richiama l’idea di mineralità: senso di direzione è, senza nessuna sfrangiatura. Di corpo medio, ma incisivo; con una acidità spiccatissima e integrata a perfezione che sottolinea i lineamenti più freschi e agrumati di questo vino, dove ritrovo sottotraccia, ma chiarissima, quella nota ferrosa che ritengo tipica del Sangiovese raddese. La sua corsa conosce un bell’allungo, equilibratissimo: i 13 gradi nemmeno si sentono, ma bisogna ricordarseli, perché la beva è pericolosamente ammaliatrice. Inoltre ha una giusta secchezza, seppure non disdegni quella lieve morbidezza un po’ derivante dall’alcol e un po’ dal residuo zuccherino; e possiede una salinità così spiccata che, nonostante avessi ancora la bocca di mare dopo un bagno nel golfo di Follonica, dominava ogni residuo salmastro. E stasera che scrivo da una terrazza sul mare, mi sembra proprio il compagno perfetto che vorrei condividere con te, amica o amico che mi leggi. Prima, te lo dico, è stato eccellente a cena con un vitello tonnato .
(18/06/2017)

Larmes  du Paradis Rosè Vallée d’Aoste DOC 2016, Caves de Donnas, 12,5 gradi.

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A Donnas l’ amante dei vini va per il rosso locale, inutile nasconderlo: quella la tradizione, quello il figlio diletto delle vigne che si arroccano ostinate ai fianchi rocciosi e ripidi della montagna, bellissime come giardini: e difatti, con le loro tozze colonnine di granito che sostengono le pergole, mi sembrano quasi una versione rustica di quelli pensili di Babilonia. Laggiù, nel tempo antico, schiavi; a Donnas, contadini che per secoli, e forse millenni, come schiavi hanno sgobbato per creare quei terrazzi vitati; nè, oggi, malgrado tutti i progressi della scienza e della tecnica, il lavoro è leggero, perché le vigne non sono meccanizzabili. Anche io son andato là per il rosso (e per sfuggire alla calura estiva della città); ma, stante la stagione, non ho resistito ad acquistare un po’ di rosato presso la cantina cooperativa locale. Ottenuto da mosto fiore di uve nebbiolo, con un bel color corallo profondo e limpido, è una piacevolissima sorpresa. Più che gocce lascia sul calice un velo viscoso che poi si dissolve; ed ha un profumo delicato, di lampone misto a fragoline di bosco e petali di rose. Si sente poi un fondo più scuro,  quasi autunnale, che ricorda in filigrana quello dei nebbiolo invecchiati: forse, farina di noci e di castagne e foglie secche umide. Al sorso è secco, nervoso, salino e con un’alta acidità. Il corpo è medio, o forse appena sopra la media, ma molto compatto e scorrevolissimo in bocca, di giusta concentrazione gustativa e rispondenza. Vive tuttavia una integrità cristallina e minerale come acqua di roccia, e scorre sul palato snello, verso un allungo di buona proporzione ed equilibrio , che si spinge su tenaci note saline alla fine del suo riverbero. Insomma, amica o amico che mi leggi, mi pare proprio un bel rosato, che si beve alla grande e non è per nulla ruffiano. Sottovoce ti dico che più ne bevo, più ne berrei. Ottimo, come recita l’etichetta, su antipasti delicati e sulle carni bianche, se anch’esse delicatamente preparate, aggiungo io. Il mio ultimo pensiero torna a quelle vigne antiche, che vegliano la valle laddove si stringe a segnare l’ingresso nell’Italia Padana, con le rocce che quasi si toccano dai due lati presso il forte di Bard, e mirano dall’alto l’arco e la strada romani che erano l’antico ingresso settentrionale di Donnas: che riescano a produrre un vino così contemporaneo, nel senso di adatto ai ritmi e gli stili di oggi, è una tra le piccole affascinanti magie del mondo del vino.

Il rosato sfuso di Cantine Ciervo, 2016?

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Da tempo sognavo un viaggio nel Sannio, per scoprire questo territorio dalle memorie antichissime, a un tempo vicino e così remoto; intimamente rustico nella sua essenza ancora autentica e quasi selvaggia ; sorprendente nordico, con le sue colline dolci coltivate a frutteto (mele e ciliegie), a vigna e a oliveto, che cedono il passo a falesie e dirupi verticali e  bianchi di roccia calcarea, talvolta ancora segnati da sequenze di terrazzamenti ripidissimi e spesso ahimè abbandonati.
Fatto sta che ci son viti in produzione fin quasi a mille metri d’altezza e il Monte Taburno, con i suoi pascoli erbosi, supera ampiamente i 1300.
Lì c’è Sant’Agata dei Goti, allineata sulla sua rupe tufacea a 160 metri sul livello del mare, che sembrano però di più, perché l’ambiente intorno ha caratteristiche montane, con cime ripide e rocciose, bianche e verdi, che sforano i 400 metri; la “perla del Sannio”, come la chiamano i vecchi depliant turistici: un paesino ordinato e lindo di una pulizia svizzera, con le strade pavimentate di pietra lucente che creano un reticolo di stampo medievale; e chiese e palazzi imponenti: colonne romane di spoglio si accostano a facciate nitide, colorate, di un rococò semplice e elegante. Aria fina, cielo azzurro ed un profumo di fiori d’arancio  inebriante che veniva da Piazza Umberto Primo, da farmi cercare con lo sguardo una rivendita di saponi a metri di distanza: perché così intenso, non l’avevo mai sentito. Poi, negozietti di ogni sorta ed il mio occhio si ferma inevitabilmente su quelli agroalimentari: le mele annurche, i fagioli e l’origano a mazzetti, locali; i gelati raffinati del Bar Normanno; le carni e i salumi; l’antico forno;  il Palazzo delle Cantine Mustilli, purtroppo chiuso; le ’ nfrennule de Gli Antichi Sapori. Poi, un negozietto di vini ed altri prodotti locali, dove allignano bottiglie campane di diversi produttori. Entro, curioso, scelgo; ma qui la chiacchiera è d’obbligo e più ancora l’ospitalità gentile e calorosa: da tornare solo per essa. Apprendo che in realtà il negozio è un punto vendita di Cantine Ciervo, azienda ancora familiare che ha vigne tra Sant’Agata dei Goti e Dugenta, che sta un po’ più in basso verso il fondovalle, a una decina di chilometri. Fede ne fa l’angolo dei vini sfusi, da spillare al momento e confezionare nei più vari formati. Mi si offrono svariati assaggi, tra i quali un rosato che trovo subito piacevolissimo e ne acquisto in litro, che viene imbottigliato innanzi a me nel vetro e chiuso con tappo a corona. 1 euro e 90 centesimi al litro, più la bottiglia sui 30 centesimi, se ben ricordo. Aglianico in purezza? Credo. Annata 2016? Credo. Un po’ non chiesi e un po’ dimenticai: troppe informazioni e immagini quel giorno da imprimermi nella memoria. Rientro poi dal viaggio in Campania, orgoglioso del mio bottino di vini, formaggi, salumi, pane; e più ancora di colori, odori, ricordi.
Tra le tante bottiglie che riporto, etichettate e pregiate, forte la curiosità di riassaggiare nella calma della casa proprio quel rosato sfuso. Eccolo qui: golosamente ne salto il tappo metallico e nel calice appena un po’ fresco lo verso. Bellissimo il suo color corallo, trasparente e di media profondità, con gocciole sul calice  fitte e veloci, di media persistenza. Anche il suo profumo ha un’intensità media, ma è nitidissimo: io vi discerno ciliegie, fiori di campo e rose; camomilla, timo, pepe bianco, lavanda e noce moscata; un fondo di caramello, un senso di salmastro. Richiama la beva ed io non gli resisto, al bacio trovo un corpo molto pieno, ma  è vino svelto perché secco e salino;  diretto, non si attarda, anzi lo trovo corroborante, con la sua alta acidità, il tenore alcolico medio,  il gran sapore che possiede quella finezza un po’ metallica e minerale dei vini nati sul calcare: e difatti la sua rispondenza iniziale tra gusto ed olfatto si sposta poi su toni gessosi, che ne evidenziano la fine tessitura. Il finale: lungo, ben proporzionato, piacevolmente alcolico, felicemente amaricante. Accurato, di carattere, tipico e piacevole: che cosa volere di più? Ecco: questo, che va anche oltre, perché è un rosato drittissimo e tanto più interessante è sorprendentemente fine rispetto a molti altri che vengono etichettati e commercializzati con grandi ambizioni. Inoltre – amica o amico che mi leggi – sulla tavola sa il fatto suo: a tutto tondo e senza scherzi.