Lambrusco di Modena Grosso 2014, Paltrinieri Gianfranco, 12 gradi. Bottiglia 1958 di 2850.


Da Modena verso Mirandola la vecchia strada scorre lenta.

È una questione di ritmo, non di velocità: quei rettifili si presterebbero anzi a pigiare l’acceleratore ed è facile immaginare il boato di bolidi rossi tra nubi di polvere, Ferrari Alfa Maserati, a cavallo tra le due Guerre e dopo l’ultima, quando ancora era più terra battuta che asfalto.

Tuttavia il paesaggio intorno, piatto, punteggiato appena di filari monotoni di pioppi, qualche gelso, diversi tronchi neri contorti di lambrusco; e le case ammattonate malinconiche, che spesso riportano ancora i segni del terremoto, talvolta ridotte a ruderi; e i campanili affusolati, piegati dagli eventi: tutto ispira a fermarsi, al silenzio, a godere di una lentezza quasi sospesa.  

Se c’è la nebbia l’incantamento è vieppiù intenso, quasi il luogo fosse memore delle antiche paludi e la nebbia il loro spettro, che si solleva di quando in quando a tenerne memoria. Nè i capannoni, immancabili, sanno spezzare la magia.

Lì si incrociano Secchia e Panàro, forieri di alluvioni soventi.  Là in mezzo i vigneti del Cristo, dove il Sorbara si dice trovi la sua massima espressione. Da essi nasce questo Metodo Classico Lambrusco, da quelle terre di sabbie e depositi fluviali.

Ci sono molti modi di interpretare il Sorbara, secondo la tecnica ed il gusto di chi lo produce: finemente, o con veracità; normalmente con l’ausilio dell’autoclave, o con rifermentazioni in bottiglia per produzioni più contenute; tradizionalmente con taglio di uva lambrusco salamino, frequentemente oggi in purezza. Il suo crisma, mi pare, è sempre quello della grazia.

Questo Grosso di Paltrinieri raccoglie la sfida difficile del metodo classico da sole uve sorbara e vi risponde rabbioso. Se c’è grazia, è quella del gatto che guarda sottecchi, poi d’un balzo graffia.

Il colore è rosa antico, o oro rosa, mi suggeriscono. La spuma è di bolla finissima per dimensioni, ma un po’ tumultuosa sulle prime. 

Ha profumo molto intenso e complesso di rosa appassita, fragola essiccata, miele di arancia, camomilla, giglio, cocomero, corbezzolo, carrube, alloro, noce moscata, vello animale. Evidenti note fungine e di lieviti. 

Un profilo olfattivo evoluto, quindi, che contrasta con una acidità imperiosa, una salinità ferina, una drittezza passionale. 

La struttura è importante, tutt’ossa e fasci di nervi. Il finale lungo, secco, e amaro per un ricordo tannico.

È vino intransigente, non conciliante, dove ritrovo l’Emilia più angolosa, feroce, graffiante: quella di Guareschi, di Verdi, di Lucio Dalla, più che delle donne morbide del Correggio e della sensuale evocazione dei tortellini.

C’è in lui qualcosa di antico, che sa di cacce, nebbie, ombrosità di foreste primiziali: un ambiente padano perduto e primitivo, che si ritrova forse, molto parzialmente, nelle aree ancora oggi dette “valli”; come se il metodo classico qui avesse estratto dall’uva il ricordo di un mondo fossile.

Certo, vino non facile, non da aperitivo; fin’anche obliquo, ma di fascino personale.

Sbaglierò: vino da grandi spiedi di uccelli lo credo, da arrosti di piccione, da terrine di fagiano; e di interessanti prospettive: tappato con cura, conservato in frigorifero e riassaggiato dopo 48 ore, risplende più pulito, equilibrato, composto, fine. 

Sinespina, Vino Rosato, Cascina Melognis, L1 2018, 13,5 gradi.

Un acquerello.

Il colore, un pallido rosa, delicatissimo e sfumato, luminoso, con riflessi quasi lilla.

I profumi, un arabesco sottile di petali di rose, di pesco, di glicine, di gelsomino, di carcadè, di erbe di montagna, appena striato da scie di cannella, raffinato fino alla soglia del confetto e del candito, ma senza oltrepassarla.

Bevendolo -non degustandolo- salino, guizzante eppure morbido e avvolgente, fresco sulla lingua, caldo sul palato, irradiante: si è quasi presi e portati ai piedi dei monti innevati, respirandone l’aria pura, prolungando l’incanto su un finale di mandorla.

Tutto un sussurro, tutto un volo di libellula.

Attendendolo, mille altre sfumature, dolci e piccanti, fino a un cenno di peperone verde e di mallo di noce.

Un vino straordinario – rosato.

Viene dalle alture di Saluzzo, dai piedi del Monviso.

Su un minestrone di verdura seguilo, amica o amico che mi leggi.

Rosato di Caparsa 2014, vino toscano IGT, 13 gradi (magnum).

Il Chianti è terra di contrasti: in questo senso, è quasi una Toscana al quadrato. Ci sono quelli di campanile, storici e storicizzati, che si tramandano e si manifestano nella modernità; ci sono poi quelli paesaggistici e geologici, perché qui ogni vigna potrebbe fare storia a sè, per altitudine, terreno, esposizione; e c’è infine contrasto, talora ricomposto, talora accalorato, tra le grosse aziende e i piccoli vignaioli artigiani.

Paolo Cianferoni, a Radda nella sua Caparsa, è uno tra i più grandi e veri vignaioli italiani. Lui – mi sono bastate poche battute in un paio di occasioni, per pesarlo – è uno dal carattere e dalla lingua schietta, ma non un burbero: anzi, è ben attento alla comunicazione e persino al marketing, ma a modo suo, cioè con un entusiasmo genuino e quasi fanciullesco. Lui è uno che le mani in vigna se le sporca davvero, che in cantina lavora sodo ed ha una concezione del suo lavoro come pratica primariamente agricola, armoniosa e virtuosa: ossia attenta alla natura, ma anche alla tradizione ed al genio del luogo. Caratteristica pure la sua voglia di condividere il vino alla maniera antica, nei bottiglioni e nelle dame: un vino sempre naturale, a tratti rustico e caratteriale, ma genuino.

Sono giustamente noti i suoi Chianti Classico; ma esiste tutta una linea di altri vini suoi buonissimi e di estremo interesse, alcuni figli di tradizioni desuete e coltivate con intima affezione, altri di un ghiribizzo individuale; sempre, però, con la natura a guidargli la mano, rispettando le stagioni, il territorio e l’uva.

Tra questi vini alternativi al Chianti Classico, acquistai, nella rivendita di Caparsa che sta in centro a Radda, questo rosato di sangiovese in formato magnum, ovvero in un bel bottiglione di vetro chiaro: originale e buonissimo, uno tra i migliori rosato che io abbia assaggiato; anzi, uno tra i migliori vini della mia piccola storia di assaggiatore: perché è un rosato che scalda il cuore, naturale, senza nulla di tecnico: parla una lingua schietta e dolcissima, un’autentica favella toscana.

Vino inconsueto e libero, che scarta di lato e sorprende già a guardarlo, col suo colore che tende alla buccia di cipolla virando da un corallo antico, mentre sul calice disegna gocce frastagliate e veloci.

Il suo profumo è un altro balzo, una montagna russa sulle colline chiantigiane, che per qualcuno potrebbe essere estremo, ma a me garba assai: è molto intenso, appena in sviluppo, con aldeidi non timide, è vero, ma fresche, giovanili nella spinta; ed esprime una complessità che sa di natura, di frutta, di foglie e di fiori: viole, fragole, ciliegie, melone, arancia, melagrana, alloro e borragine, muschio, una caratteristica limatura di ferro sottotraccia, una lieve speziatura, sandalo e cannella.

È al sorso però che mi conquista, perché di una naturalezza disarmante: pieno, glicerico, avvolgente, ma anche fresco, salinissimo, con una mineralità pura, da acqua oligominerale. Ha passo dinamico e svelto, irradia, vibra e tintinna argentino, violino e triangolo come nella Campanella di Paganini. Lo spinge la sua alta acidità, con un certo frizzar lieve di carbonica sul palato, piacevolissimo.

Gustosissimo, lungo, bilanciatissimo, da bere e a litri, e non per modo di dire, ma alla prova dei fatti. Appena un po’ abboccato, perché è perlopiù questione di sensazione glicerica: in realtà, un equilibrio mirabile di corpo e freschezza.

Benedetta l’annata 2014 – maledetta per i sacrifici ai quali ha costretto i vignaioli per via del maltempo, ma benedetta per noi bevitori, se ha generato vini come questo: irresistibile, sulla mia tavola, con le verdure ripiene.

Falistra Lambrusco di Sorbara DOP, L 515, Podere Il saliceto, 12,5 gradi.

…chiarissimo, quasi rosa; profumato, secco, spumante, di fragile corpo. Non esistono, per i vini, leggi assolute“. (Mario Soldati in “Vino al vino”).

È un Sorbara che stupisce e sorprende, in tutti i sensi e tutti i sensi. Se lo pensi rosso, o nero, sbagli. Vecchia questione quella della tinta tipica del Sorbara: ne sono piene pagine di letteratura ed essa rimane, posta la sostanziale delicatezza colorante di quest’uva lambrusca, nelle mani e nella sensibilità del produttore.

Un rosato pallido, delicato, antico ed un po’ torbido, questo Falistra: non sono bravo a descrivere il colore dei rosati, ma rammenta lo sfondo di certi cammei antichi che si trovan nei musei. Fine la bolla: rifermentato in bottiglia secondo la tecnica tradizionale, giusta per le produzioni di qualità.

Spiccato il suo profumo, segnato dalla morbidezza pastosa dei lieviti, che si rinnova in tensione con la freschezza del ribes, del bocciolo di rosa, della fragolina di bosco e di un insieme minerale, immaginando la forra di un torrente che scorre impetuoso sui sassi del greto, con le alghe e la vegetazione palustre ed umida intorno.

Ben secco al sorso, di buon sapore e articolato -seppur in un ambito di complessità media- risulta di corpo snello, ma voluminoso, per via di un’acidità altissima , davvero con pochi confronti: animo fumino di lottatore, questo Sorbara manda a tappeto persino parecchi Riesling; eppure essa è bene integrata, naturale, sciolta, stuzzicante, pulente; ed il Falistra è anche magicamente delicato, avvolgente, cremoso, ancora per effetto dei lieviti sospesi. Salinissimo e rinfrescante, dal tannino percettibile ma sottile ed in perfetto accordo armonioso con il resto della tessitura, si slancia lunghissimo e ritmato, sopravanzando agevolmente per nettezza, pulizia e naturalezza spumanti rosati di ben altra prestesa.

Gustato ottimo, l’estate, su fusilli al sugo ed arrosto di vitella, lo direi davvero eletto sulla cucina emiliana sapida e unta. Certo, un occhio alla storia, non era il Lambrusco del popolo, questo, ma delle corti borghesi, che guardavano alla Francia ed allo sciampagna, magari con un tocco provinciale, ma senza troppa soggezione. Oppure, più domesticamente, nipote di quello che assaggiò Mario Soldati presso il Parroco di Sorbara, nel ’57.

Rosato d’Istine, Rosato Toscana IGT 2016, Istine, 13 gradi.

Sono tornato, dopo tanti, troppi anni, a Radda nel bicchiere, la bella manifestazione che si tiene a giugno per le rughe del borgo chiantigiano. Mi piace per il suo essere in fondo più una festa paesana che una manifestazione rivolta agli intenditori e qualche personaggio eccessivamente colorato ai banchetti lo si può senz’altro vedere: basta non essere snob e ricordarsi di sorridere, perché il vino serve – o servirebbe- soprattutto a unire in un’allegria conviviale. Soprattuto, però, è una bella occasione per conoscere i vini del territorio,farsene un’idea e scoprire -o riscoprire- qualche chicca.Territorio, quello di Radda, invero eccezionale, e non solo per i rossi, come forse si sarebbe portati a pensare. Fatto sta che di lì quest’anno mi son portato a casa perlopiù bianchi e rosati: i rosati e i bianchi di Radda, io li adoro. Quello di Istine per la verità l’avevo assaggiato qualche mese prima, annata 2015: un gran bel bere; e a Radda son andato con l’idea chiara di assaggiare l’annata  2016, anch’esso tutto da sangiovese; che non solo ho assaggiato, ma me lo sono  goduto, trovandolo uno tra i vini più interessanti della manifestazione. Poi, per via del tappo a vite che lo mantiene pimpante anche con la metà di solforosa (me lo diceva la brava produttrice), mi sta ancora più simpatico. Mi chiederai a questo punto – amica o amico che mi leggi – “Insomma ce lo dici com’è codesto vino?”. Hai ragione e dovrei incominciare dal colore, però nel valutare quello dei rosati mi trovo spesso in difficoltà ad orientarmi tra le varie sfumature. Diciamo allora che è limpidissimo, brillante, non troppo scarico ma nemmeno troppo intenso, diciamo un corallo un po’ pallido che ha qualche riflesso di buccia di cipolla. Forma sul calice gocciole veloci, regolari, che svaniscono in fretta. Il profumo è di media intensità, ma nitido, finissimo, articolato, dominato da fiori e frutta fresca: viole e rose, forse anche un cenno di fiori di pitisforo e di arancio; amarene, ciliegie, forse anche la buccia dell’albicocca e della pesca. Un tocco di succo d’agrume, arancia, e una sensazione, assai difficile da descrivere, di mineralità: boia, direbbero a Livorno, o questa? Ecco, quel odore di sasso bagnato che asciuga al sole, quello che si sente vicino ai torrenti con l’acqua limpida che scorre. E che ritrovo in qualche modo anche al palato, dove la maniera stessa che questo Rosato d’Istine ha di scorrere, così nitido, compatto e slanciato, richiama l’idea di mineralità: senso di direzione è, senza nessuna sfrangiatura. Di corpo medio, ma incisivo; con una acidità spiccatissima e integrata a perfezione che sottolinea i lineamenti più freschi e agrumati di questo vino, dove ritrovo sottotraccia, ma chiarissima, quella nota ferrosa che ritengo tipica del Sangiovese raddese. La sua corsa conosce un bell’allungo, equilibratissimo: i 13 gradi nemmeno si sentono, ma bisogna ricordarseli, perché la beva è pericolosamente ammaliatrice. Inoltre ha una giusta secchezza, seppure non disdegni quella lieve morbidezza un po’ derivante dall’alcol e un po’ dal residuo zuccherino; e possiede una salinità così spiccata che, nonostante avessi ancora la bocca di mare dopo un bagno nel golfo di Follonica, dominava ogni residuo salmastro. E stasera che scrivo da una terrazza sul mare, mi sembra proprio il compagno perfetto che vorrei condividere con te, amica o amico che mi leggi. Prima, te lo dico, è stato eccellente a cena con un vitello tonnato .
(18/06/2017)

Larmes  du Paradis Rosè Vallée d’Aoste DOC 2016, Caves de Donnas, 12,5 gradi.

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A Donnas l’ amante dei vini va per il rosso locale, inutile nasconderlo: quella la tradizione, quello il figlio diletto delle vigne che si arroccano ostinate ai fianchi rocciosi e ripidi della montagna, bellissime come giardini: e difatti, con le loro tozze colonnine di granito che sostengono le pergole, mi sembrano quasi una versione rustica di quelli pensili di Babilonia. Laggiù, nel tempo antico, schiavi; a Donnas, contadini che per secoli, e forse millenni, come schiavi hanno sgobbato per creare quei terrazzi vitati; nè, oggi, malgrado tutti i progressi della scienza e della tecnica, il lavoro è leggero, perché le vigne non sono meccanizzabili. Anche io son andato là per il rosso (e per sfuggire alla calura estiva della città); ma, stante la stagione, non ho resistito ad acquistare un po’ di rosato presso la cantina cooperativa locale. Ottenuto da mosto fiore di uve nebbiolo, con un bel color corallo profondo e limpido, è una piacevolissima sorpresa. Più che gocce lascia sul calice un velo viscoso che poi si dissolve; ed ha un profumo delicato, di lampone misto a fragoline di bosco e petali di rose. Si sente poi un fondo più scuro,  quasi autunnale, che ricorda in filigrana quello dei nebbiolo invecchiati: forse, farina di noci e di castagne e foglie secche umide. Al sorso è secco, nervoso, salino e con un’alta acidità. Il corpo è medio, o forse appena sopra la media, ma molto compatto e scorrevolissimo in bocca, di giusta concentrazione gustativa e rispondenza. Vive tuttavia una integrità cristallina e minerale come acqua di roccia, e scorre sul palato snello, verso un allungo di buona proporzione ed equilibrio , che si spinge su tenaci note saline alla fine del suo riverbero. Insomma, amica o amico che mi leggi, mi pare proprio un bel rosato, che si beve alla grande e non è per nulla ruffiano. Sottovoce ti dico che più ne bevo, più ne berrei. Ottimo, come recita l’etichetta, su antipasti delicati e sulle carni bianche, se anch’esse delicatamente preparate, aggiungo io. Il mio ultimo pensiero torna a quelle vigne antiche, che vegliano la valle laddove si stringe a segnare l’ingresso nell’Italia Padana, con le rocce che quasi si toccano dai due lati presso il forte di Bard, e mirano dall’alto l’arco e la strada romani che erano l’antico ingresso settentrionale di Donnas: che riescano a produrre un vino così contemporaneo, nel senso di adatto ai ritmi e gli stili di oggi, è una tra le piccole affascinanti magie del mondo del vino.

Il rosato sfuso di Cantine Ciervo, 2016?

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Da tempo sognavo un viaggio nel Sannio, per scoprire questo territorio dalle memorie antichissime, a un tempo vicino e così remoto; intimamente rustico nella sua essenza ancora autentica e quasi selvaggia ; sorprendente nordico, con le sue colline dolci coltivate a frutteto (mele e ciliegie), a vigna e a oliveto, che cedono il passo a falesie e dirupi verticali e  bianchi di roccia calcarea, talvolta ancora segnati da sequenze di terrazzamenti ripidissimi e spesso ahimè abbandonati.
Fatto sta che ci son viti in produzione fin quasi a mille metri d’altezza e il Monte Taburno, con i suoi pascoli erbosi, supera ampiamente i 1300.
Lì c’è Sant’Agata dei Goti, allineata sulla sua rupe tufacea a 160 metri sul livello del mare, che sembrano però di più, perché l’ambiente intorno ha caratteristiche montane, con cime ripide e rocciose, bianche e verdi, che sforano i 400 metri; la “perla del Sannio”, come la chiamano i vecchi depliant turistici: un paesino ordinato e lindo di una pulizia svizzera, con le strade pavimentate di pietra lucente che creano un reticolo di stampo medievale; e chiese e palazzi imponenti: colonne romane di spoglio si accostano a facciate nitide, colorate, di un rococò semplice e elegante. Aria fina, cielo azzurro ed un profumo di fiori d’arancio  inebriante che veniva da Piazza Umberto Primo, da farmi cercare con lo sguardo una rivendita di saponi a metri di distanza: perché così intenso, non l’avevo mai sentito. Poi, negozietti di ogni sorta ed il mio occhio si ferma inevitabilmente su quelli agroalimentari: le mele annurche, i fagioli e l’origano a mazzetti, locali; i gelati raffinati del Bar Normanno; le carni e i salumi; l’antico forno;  il Palazzo delle Cantine Mustilli, purtroppo chiuso; le ’ nfrennule de Gli Antichi Sapori. Poi, un negozietto di vini ed altri prodotti locali, dove allignano bottiglie campane di diversi produttori. Entro, curioso, scelgo; ma qui la chiacchiera è d’obbligo e più ancora l’ospitalità gentile e calorosa: da tornare solo per essa. Apprendo che in realtà il negozio è un punto vendita di Cantine Ciervo, azienda ancora familiare che ha vigne tra Sant’Agata dei Goti e Dugenta, che sta un po’ più in basso verso il fondovalle, a una decina di chilometri. Fede ne fa l’angolo dei vini sfusi, da spillare al momento e confezionare nei più vari formati. Mi si offrono svariati assaggi, tra i quali un rosato che trovo subito piacevolissimo e ne acquisto in litro, che viene imbottigliato innanzi a me nel vetro e chiuso con tappo a corona. 1 euro e 90 centesimi al litro, più la bottiglia sui 30 centesimi, se ben ricordo. Aglianico in purezza? Credo. Annata 2016? Credo. Un po’ non chiesi e un po’ dimenticai: troppe informazioni e immagini quel giorno da imprimermi nella memoria. Rientro poi dal viaggio in Campania, orgoglioso del mio bottino di vini, formaggi, salumi, pane; e più ancora di colori, odori, ricordi.
Tra le tante bottiglie che riporto, etichettate e pregiate, forte la curiosità di riassaggiare nella calma della casa proprio quel rosato sfuso. Eccolo qui: golosamente ne salto il tappo metallico e nel calice appena un po’ fresco lo verso. Bellissimo il suo color corallo, trasparente e di media profondità, con gocciole sul calice  fitte e veloci, di media persistenza. Anche il suo profumo ha un’intensità media, ma è nitidissimo: io vi discerno ciliegie, fiori di campo e rose; camomilla, timo, pepe bianco, lavanda e noce moscata; un fondo di caramello, un senso di salmastro. Richiama la beva ed io non gli resisto, al bacio trovo un corpo molto pieno, ma  è vino svelto perché secco e salino;  diretto, non si attarda, anzi lo trovo corroborante, con la sua alta acidità, il tenore alcolico medio,  il gran sapore che possiede quella finezza un po’ metallica e minerale dei vini nati sul calcare: e difatti la sua rispondenza iniziale tra gusto ed olfatto si sposta poi su toni gessosi, che ne evidenziano la fine tessitura. Il finale: lungo, ben proporzionato, piacevolmente alcolico, felicemente amaricante. Accurato, di carattere, tipico e piacevole: che cosa volere di più? Ecco: questo, che va anche oltre, perché è un rosato drittissimo e tanto più interessante è sorprendentemente fine rispetto a molti altri che vengono etichettati e commercializzati con grandi ambizioni. Inoltre – amica o amico che mi leggi – sulla tavola sa il fatto suo: a tutto tondo e senza scherzi.

Rosso Relativo (Rivedibile), Sicilia IGT Rosato 2011, Valcerasa, 14,5 gradi.

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“ La Terra Trema”, fiera contadina di festa e protesta e di benemerita veronelliana memoria, resta uno dei luoghi migliori dove incontrare vini originali, autentici, fuori dai percorsi comuni; nonché occasione di chiacchiere interessanti e istruttive. La visito l’ultima volta lo scorso anno, 2015, in un bel pomeriggio meneghino grigio di meteo e colorato di assaggi. Girovagando, vengo attratto dalla postazione dell’azienda Valcerasa, che sta sull’Etna, in contrada Randazzo. L’Etna è un territorio meraviglioso ed unico, con la sua fusione di luce mediterranea, alte quote e suoli di matrice vulcanica – non servo certo io a dirlo- e ricordo quando qualche anno addietro cominciarono a circolare un po’ più ampiamente i suoi vini,  bianchi e rossi da restare a bocca aperta: non per nulla si evocava da più parti l’immancabile Borgogna. In qualche modo però mi pare sia diventato terreno di conquista e l’originalità  di certi vini un po’ annacquata per adattarsi meglio, forse, ai gusti di un ampio pubblico; e rimango sempre in dubbio sull’utilità di piantare Pinot Nero sull’Etna, come si è preso a fare, prescindendo dai risultati che saranno pure ottimi.
Ecco invece che i vini di questo produttore mi sembrano subito molto identitari ed uno di essi particolarissimo. Mi racconta egli stesso – e mi limito qui a riportarne i concetti- che il rosso etneo come lo conosciamo oggi è figlio di un’enologia aggiornata, quand’anche rispettosa, e che il quello di un tempo era diverso, meno concentrato in qualche modo: nasceva infatti di macerazioni piuttosto corte, il mosto veniva svinato presto. Forse, rifletto io, per evitarne l’acescenza. Lui, mi dice, ha cercato di riprodurre quel vino antico, utilizzando nerello mascalese in purezza. Risultato: bocciatura da parte della commissione della DOC, che considera il vino “rivedibile”: come quando si andava alla visita militare e veniva trovata qualche malformazione fisica o una testa sospettosamente bacata.  L’assaggio dunque al volo, m’incuriosisce, decido di gustarlo con più calma, ne acquisto una bottiglia.
Ora, da etichetta questo non è un vino rosso, ma rosato, e forse sarebbe giusto definire il suo colore buccia di cipolla, ma per come la vedo io è piuttosto trasparente ambrato, con riflessi mogano addirittura. Rivedibile perché ossidato, mi viene da pensare osservandolo. Gocciole lentissime sul calice ne rivelano la viscosità. Trovo il suo aroma intenso, particolarissimo, insieme freschissimo e caldo. Debbo orientarmi attraverso un’evidente complessità aromatica, dove mi pare di distinguere  amarena, mela rossa, pomodoro essiccato, aglio, alloro, cipolla di Tropea, rabarbaro, melagrana, anguria, maraschino, cola, chinotto, con una speziatura persino piccante di pepe bianco e di noce moscata con tocchi di cannella. Questo d’acchito. Emerge poi  un effluvio floreale: di  ginestra, di tiglio, di zagara, di viole. Alla fine è come entrare  vecchia cantina, con i legni stagionati e  nell’aria un odor balsamico di cera, di incenso, di eucalipto. Non manca un tocco di acetaldeidi che aggiunge freschezza. Sorprendente all’olfatto, resta la curiosità delll’assaggio. Il sapore è intensissimo, dove c’è anche mirtillo, mora, lamponi, ma il corpo è leggero, con una beva agevole, salatissima e persino un po’ piccante. L’attacco è quasi soffice, ma subito sostenuto ed allungato da un’acidità sensibile. Secco: è morbido e avvolgente, ma non conosce mollezze e opulenza. Qui l’eloquio è diretto, è muscolo guizzante e pelle e ossa e forme e occhi neri dritti, mediterranei. Non ne senti neppure l’alcol, che pure è alto: resta solo una sensazione pseudo calorica piacevole su un finale che è di lunghezza notevolissima, reso vigoroso dalla salinità e persino succoso. È un vino di grande personalità, non facilissimo magari, ma più che altro la difficoltà  è quella d’inquadrarlo, perché unisce freschezza e complessità in un modo che spesso sfugge ai rossi non rivedibili. Lo immagino eccellente sulle preparazioni tradizionali siciliane e mi chiedo perché cercare altri  accostamenti, sebbene io l’abbia gustato con piacere sulle penne al sugo di cinghiale. Certo: che vino strano, dalle proporzioni insolite e a suo modo anche sghembo; ma l’eccellenza richiede sempre davvero un classico equilibrio?

Cerasuolo d’Abruzzo 2015, Emidio Pepe, 14,5 gradi.

 
Se si è appassionati e qualche cosa si è letto e indagato, accostarsi ai vini di Emidio Pepe non lascia indifferenti; anche perché o si amano, o si odiano: la via di mezzo difficilmente è data.
Essi sono infatti da più di cinquant’anni una sfida consapevole alle regole della produzione di massa ed il loro autore già consegnato in vita alla leggenda: autunno del 1975, nelle pagine del classico, celebre e citassimo testo di Mario Soldati, “Vino al vino”, la figura di Emidio Pepe si sbalza icastica e forte con le proprie convinzioni di un approccio naturale dalla vigna alla cantina, ben prima che questo divenisse una consapevolezza diffusa o persino una moda. Non pensare però – amico, amica che mi leggi – ad un produttore naif fermandoti all’iconografia georgica della pigiatura coi piedi nei mastelli, delle diraspature e dei travasi manuali, delle pazienti decantazioni naturali: ogni atto è in realtà una meditata rottura con la banalità e la routine alla ricerca di un vino unico e vivo, limitando le manipolazioni. Basta appunto tornare alle vecchie pagine di Soldati per comprenderlo ed Emidio Pepe stesso ha affermato di essere partito con l’idea di produrre grandi vini del territorio, che è quello di Torano Nuovo, nel Teramano. Qui, quasi a metà strada tra il mare e le cime dell’Appennino, col Gran Sasso e la Maiella che da meridione sorvegliano le vigne, la notte le brezze rinfrescano l’aria: esse donano  profumi ai vini, mentre dalle argille dei suoli arrivano longevità e potenza. I vini bianchi di Emidio Pepe, Il Trebbiano ed il Pecorino, superbi; il Montepulciano d’Abruzzo  (disponibile in Azienda indietro fino all’annata 1964) talmente complesso e monumentale da risultare spesso indomito dopo decenni: ne ho assaggiati vecchi di quindici, venti, venticinque anni che ancora scalpitavano di acidità e tannini, al punto che mi chiedevo se sarebbero stati mai pronti davvero.
Non avevo invece mai assaggiato questo Cerasuolo, che nasce dalle stesse uve montepulciano, vinificate però in bianco: vengono pigiate coi piedi ed il mosto è separato dalle bucce. Il vino poi è l’unico che questo produttore non invecchia prima della messa in commercio.
Non mi lascio pertanto scappare l’occasione dell’acquisto e di un consumo immediato: una sera, a cena, senza indugio. Servendolo non freddo, appena fresco, lo trovo rubino trasparente, appunto cerasuolo, appena un po’ aranciato ai bordi (sì: colori più da rosso che da rosato); profumatissimo, anzi: così profumato da indurre al sorriso. C’è la frutta rossa (ciliegia, fragola, susina) e quella antica (il melograno, la giuggiola);  la verdura (non sarà glamour citarla: ma un vino del nostro centro e sud, può e deve avere questi sentori): il sedano, il finocchio; una grande mineralità sassosa, salmastra, con cenni di alga marina e di vongola; ematico e sa di carne; speziato, col pepe bianco e nero. Verrebbe da dire che che la componente fruttata è notevolissima, persino che è dominante per il suo impatto immediato; in realtà, ad un ascolto attento,  tutto il gioco di sensazioni olfattive è spostato a un livello superiore, rimandando ad una enorme ricchezza aromatica, nitida e sfumata insieme.
Al sorso è pienissimo, rotondo, armonico, con un’acidità spiccatissima eppure ben integrata. Leggermente tannico, si distende sul palato con piacevole decisione;  salatissimo, di gusto concentratissimo, vi permane con lunghissima persistenza su note iodate e di sale. Un vino emozionante, che sembra racchiudere in sé il calore dei rossi e la freschezza dei bianchi, la solarità dei vini mediterranei e l’eleganza di quelli nordici; conciliando gli opposti in un fluire non solo omogeneo, ma naturale, spontaneo, vivido, che irradia gioia; che canta con una voce quasi struggente, luminosa e profonda: di quelle che consolano e rasserenano tra gli affanni della vita.
Per me, quella sera, è stato eccelso su tonno fresco con pomodorini, capperi e patate in padella.

Rosato Toscana IGT 2009, Il Greppo – Franco Biondi Santi, bottiglia 3027 di 4400, 13,5 gradi.

La scorsa estate, una grande occasione: gli 80 anni di mio padre. Un pranzo speciale. La canicola di luglio che batte sull’aia dalle piastrelle di cotto squadrate e la calura che penetra le stanze persino attraverso le mura massicce, ristagnando sotto i vecchi travi. Serve un vino di alto livello per celebrare degnamente; che sia complesso per stare sulle sapide pietanze, ma fresco, soave. Difficile la quadratura del cerchio,  ma nel buio della cantina scelgo il Rosato di Franco Biondi Santi.
Biondi Santi è uno tra i nomi storici del vino italiano. I Brunello di Montalcino Riserva di questa firma sono vini leggendari che sfidano i decenni, fino a virare la boa del secolo nelle annate migliori. Brunello tradizionalissimi, intransigenti, poco concessivi in gioventù, ma in grado di scolpirsi con gli anni. Quanto a finezza e integrità, anche i loro Rossi di Montalcino sono un riferimento; in certe annate si distinguono anche per una eccezionale forza motrice. Credo però non si possa colgliere in pieno la grandezza di questo produttore se non si conosce anche il loro Rosato, un vino unico e poetico, che nasce da pratiche enologiche tutto sommato semplici: un salasso che Biondi Santi esegue sui mosti del clone di sangiovese BBS11, selezionato negli anni Sessanta nelle loro vigne e caratterizzato – mi si dice – da un acino di grandi dimensioni, quindi con tanta buccia e tannini, ma anche tanta polpa e quindi acqua.  In questo 2009 che apro – e bada, amico, amica mia: un rosato di sei anni – trovo una tinta bellissima, incredibile, tra il salmone e la buccia di cipolla, con riflessi dorati e media profondità. Non lascia gocciole sul calice, ma un velo uniforme che si ritira lentamente, poi si rompe e dissolve. Un piacere per la vista che guida e dispone l’animo all’esercizio dell’olfatto, per scoprire un aroma di media intensità, più sottile che sfacciato, ma molto complesso e profondamente evocativo, che possiede quella vaghezza di leopardiana memoria, scintilla dell’ispirazione. Fiori: le rose, i gigli; poi le erbe: salvia, timo, un tocco appena lieve e piccante di origano; agrumi: la buccia del l’arancia sanguinella, il chinotto; la frutta a polpa: un fondo lontano di melone maturo e pepato, ricordi di cocomero; le spezie: il rabarbaro, la noce moscata, il ginseng; e poi, avvolgendo il tutto come fosse sogno, un che generico e indefinibile di sole, di paglia tagliata nei campi d’agosto, la macchia, le prode riarse, l’aria pura che in lontananza tremula: ricordi di un tempo che passa e forse più non torna.
Vien poi l’assaggio e corona l’intesa come un bacio. Secco, di corpo ma essenziale, è energia e muscolo teso, struttura ma non stazza. Sta dritto su un’alta acidità ed è innervato da una corrente minerale ed estremamente salina che lo percorre per tutta la misura del palato: un’arcata decisa e ininterrotta dall’attacco alla coda, che risuona lunghissima prima di smorzarsi. Ha una grande concentrazione di sapori, che rimandano chiari ai suoi aromi: entra in bocca sottile e si espande nel gusto al punto che ne basta piccolo sorso per soddisfare il piacere, salvo poi desiderarne ancora, per godere nuovamente quella sua tessitura contrastata, giocata a moto perpetuo tra dolce e salato. Un vino signorilissimo, forse non per tutti: figlio di una cultura di equilibrio e di misura, il suo canto è sottovoce e rischia di perdersi nel frastuono del moderno. Per goderlo non serve essere intenditori: ma devi essere disposto ad ascoltare, devi essere disposto ad amare.