Lambrusco di Modena Grosso 2014, Paltrinieri Gianfranco, 12 gradi. Bottiglia 1958 di 2850. Anni


Da Modena verso Mirandola la vecchia strada scorre lenta.

È una questione di ritmo, non di velocità: quei rettifili si presterebbero anzi a pigiare l’acceleratore ed è facile immaginare il boato di bolidi rossi tra nubi di polvere, Ferrari Alfa Maserati, a cavallo tra le due Guerre e dopo l’ultima, quando ancora era più terra battuta che asfalto.

Tuttavia il paesaggio intorno, piatto, punteggiato appena di filari monotoni di pioppi, qualche gelso, diversi tronchi neri contorti di lambrusco; e le case ammattonate malinconiche, che spesso riportano ancora i segni del terremoto, talvolta ridotte a ruderi; e i campanili affusolati, piegati dagli eventi: tutto ispira a fermarsi, al silenzio, a godere di una lentezza quasi sospesa.  

Se c’è la nebbia l’incantamento è vieppiù intenso, quasi il luogo fosse memore delle antiche paludi e la nebbia il loro spettro, che si solleva di quando in quando a tenerne memoria. Nè i capannoni, immancabili, sanno spezzare la magia.

Lì si incrociano Secchia e Panàro, forieri di alluvioni soventi.  Là in mezzo i vigneti del Cristo, dove il Sorbara si dice trovi la sua massima espressione. Da essi nasce questo Metodo Classico Lambrusco, da quelle terre di sabbie e depositi fluviali.

Ci sono molti modi di interpretare il Sorbara, secondo la tecnica ed il gusto di chi lo produce: finemente, o con veracità; normalmente con l’ausilio dell’autoclave, o con rifermentazioni in bottiglia per produzioni più contenute; tradizionalmente con taglio di uva lambrusco salamino, frequentemente oggi in purezza. Il suo crisma, mi pare, è sempre quello della grazia.

Questo Grosso di Paltrinieri raccoglie la sfida difficile del metodo classico da sole uve sorbara e vi risponde rabbioso. Se c’è grazia, è quella del gatto che guarda sottecchi, poi d’un balzo graffia.

Il colore è rosa antico, o oro rosa, mi suggeriscono. La spuma è di bolla finissima per dimensioni, ma un po’ tumultuosa sulle prime. 

Ha profumo molto intenso e complesso di rosa appassita, fragola essiccata, miele di arancia, camomilla, giglio, cocomero, corbezzolo, carrube, alloro, noce moscata, vello animale. Evidenti note fungine e di lieviti. 

Un profilo olfattivo evoluto, quindi, che contrasta con una acidità imperiosa, una salinità ferina, una drittezza passionale. 

La struttura è importante, tutt’ossa e fasci di nervi. Il finale lungo, secco, e amaro per un ricordo tannico.

È vino intransigente, non conciliante, dove ritrovo l’Emilia più angolosa, feroce, graffiante: quella di Guareschi, di Verdi, di Lucio Dalla, più che delle donne morbide del Correggio e della sensuale evocazione dei tortellini.

C’è in lui qualcosa di antico, che sa di cacce, nebbie, ombrosità di foreste primiziali: un ambiente padano perduto e primitivo, che si ritrova forse, molto parzialmente, nelle aree ancora oggi dette “valli”; come se il metodo classico qui avesse estratto dall’uva il ricordo di un mondo fossile.

Certo, vino non facile, non da aperitivo; fin’anche obliquo, ma di fascino personale.

Sbaglierò: vino da grandi spiedi di uccelli lo credo, da arrosti di piccione, da terrine di fagiano; e di interessanti prospettive: tappato con cura, conservato in frigorifero e riassaggiato dopo 48 ore, risplende più pulito, equilibrato, composto, fine. 

Sinespina, Vino Rosato, Cascina Melognis, L1 2018, 13,5 gradi.

Un acquerello.

Il colore, un pallido rosa, delicatissimo e sfumato, luminoso, con riflessi quasi lilla.

I profumi, un arabesco sottile di petali di rose, di pesco, di glicine, di gelsomino, di carcadè, di erbe di montagna, appena striato da scie di cannella, raffinato fino alla soglia del confetto e del candito, ma senza oltrepassarla.

Bevendolo -non degustandolo- salino, guizzante eppure morbido e avvolgente, fresco sulla lingua, caldo sul palato, irradiante: si è quasi presi e portati ai piedi dei monti innevati, respirandone l’aria pura, prolungando l’incanto su un finale di mandorla.

Tutto un sussurro, tutto un volo di libellula.

Attendendolo, mille altre sfumature, dolci e piccanti, fino a un cenno di peperone verde e di mallo di noce.

Un vino straordinario – rosato.

Viene dalle alture di Saluzzo, dai piedi del Monviso.

Su un minestrone di verdura seguilo, amica o amico che mi leggi.

Rosato di Caparsa 2014, vino toscano IGT, 13 gradi (magnum).

Il Chianti è terra di contrasti: in questo senso, è quasi una Toscana al quadrato. Ci sono quelli di campanile, storici e storicizzati, che si tramandano e si manifestano nella modernità; ci sono poi quelli paesaggistici e geologici, perché qui ogni vigna potrebbe fare storia a sè, per altitudine, terreno, esposizione; e c’è infine contrasto, talora ricomposto, talora accalorato, tra le grosse aziende e i piccoli vignaioli artigiani.

Paolo Cianferoni, a Radda nella sua Caparsa, è uno tra i più grandi e veri vignaioli italiani. Lui – mi sono bastate poche battute in un paio di occasioni, per pesarlo – è uno dal carattere e dalla lingua schietta, ma non un burbero: anzi, è ben attento alla comunicazione e persino al marketing, ma a modo suo, cioè con un entusiasmo genuino e quasi fanciullesco. Lui è uno che le mani in vigna se le sporca davvero, che in cantina lavora sodo ed ha una concezione del suo lavoro come pratica primariamente agricola, armoniosa e virtuosa: ossia attenta alla natura, ma anche alla tradizione ed al genio del luogo. Caratteristica pure la sua voglia di condividere il vino alla maniera antica, nei bottiglioni e nelle dame: un vino sempre naturale, a tratti rustico e caratteriale, ma genuino.

Sono giustamente noti i suoi Chianti Classico; ma esiste tutta una linea di altri vini suoi buonissimi e di estremo interesse, alcuni figli di tradizioni desuete e coltivate con intima affezione, altri di un ghiribizzo individuale; sempre, però, con la natura a guidargli la mano, rispettando le stagioni, il territorio e l’uva.

Tra questi vini alternativi al Chianti Classico, acquistai, nella rivendita di Caparsa che sta in centro a Radda, questo rosato di sangiovese in formato magnum, ovvero in un bel bottiglione di vetro chiaro: originale e buonissimo, uno tra i migliori rosato che io abbia assaggiato; anzi, uno tra i migliori vini della mia piccola storia di assaggiatore: perché è un rosato che scalda il cuore, naturale, senza nulla di tecnico: parla una lingua schietta e dolcissima, un’autentica favella toscana.

Vino inconsueto e libero, che scarta di lato e sorprende già a guardarlo, col suo colore che tende alla buccia di cipolla virando da un corallo antico, mentre sul calice disegna gocce frastagliate e veloci.

Il suo profumo è un altro balzo, una montagna russa sulle colline chiantigiane, che per qualcuno potrebbe essere estremo, ma a me garba assai: è molto intenso, appena in sviluppo, con aldeidi non timide, è vero, ma fresche, giovanili nella spinta; ed esprime una complessità che sa di natura, di frutta, di foglie e di fiori: viole, fragole, ciliegie, melone, arancia, melagrana, alloro e borragine, muschio, una caratteristica limatura di ferro sottotraccia, una lieve speziatura, sandalo e cannella.

È al sorso però che mi conquista, perché di una naturalezza disarmante: pieno, glicerico, avvolgente, ma anche fresco, salinissimo, con una mineralità pura, da acqua oligominerale. Ha passo dinamico e svelto, irradia, vibra e tintinna argentino, violino e triangolo come nella Campanella di Paganini. Lo spinge la sua alta acidità, con un certo frizzar lieve di carbonica sul palato, piacevolissimo.

Gustosissimo, lungo, bilanciatissimo, da bere e a litri, e non per modo di dire, ma alla prova dei fatti. Appena un po’ abboccato, perché è perlopiù questione di sensazione glicerica: in realtà, un equilibrio mirabile di corpo e freschezza.

Benedetta l’annata 2014 – maledetta per i sacrifici ai quali ha costretto i vignaioli per via del maltempo, ma benedetta per noi bevitori, se ha generato vini come questo: irresistibile, sulla mia tavola, con le verdure ripiene.

Falistra Lambrusco di Sorbara DOP, L 515, Podere Il saliceto, 12,5 gradi.

…chiarissimo, quasi rosa; profumato, secco, spumante, di fragile corpo. Non esistono, per i vini, leggi assolute“. (Mario Soldati in “Vino al vino”).

È un Sorbara che stupisce e sorprende, in tutti i sensi e tutti i sensi. Se lo pensi rosso, o nero, sbagli. Vecchia questione quella della tinta tipica del Sorbara: ne sono piene pagine di letteratura ed essa rimane, posta la sostanziale delicatezza colorante di quest’uva lambrusca, nelle mani e nella sensibilità del produttore.

Un rosato pallido, delicato, antico ed un po’ torbido, questo Falistra: non sono bravo a descrivere il colore dei rosati, ma rammenta lo sfondo di certi cammei antichi che si trovan nei musei. Fine la bolla: rifermentato in bottiglia secondo la tecnica tradizionale, giusta per le produzioni di qualità.

Spiccato il suo profumo, segnato dalla morbidezza pastosa dei lieviti, che si rinnova in tensione con la freschezza del ribes, del bocciolo di rosa, della fragolina di bosco e di un insieme minerale, immaginando la forra di un torrente che scorre impetuoso sui sassi del greto, con le alghe e la vegetazione palustre ed umida intorno.

Ben secco al sorso, di buon sapore e articolato -seppur in un ambito di complessità media- risulta di corpo snello, ma voluminoso, per via di un’acidità altissima , davvero con pochi confronti: animo fumino di lottatore, questo Sorbara manda a tappeto persino parecchi Riesling; eppure essa è bene integrata, naturale, sciolta, stuzzicante, pulente; ed il Falistra è anche magicamente delicato, avvolgente, cremoso, ancora per effetto dei lieviti sospesi. Salinissimo e rinfrescante, dal tannino percettibile ma sottile ed in perfetto accordo armonioso con il resto della tessitura, si slancia lunghissimo e ritmato, sopravanzando agevolmente per nettezza, pulizia e naturalezza spumanti rosati di ben altra prestesa.

Gustato ottimo, l’estate, su fusilli al sugo ed arrosto di vitella, lo direi davvero eletto sulla cucina emiliana sapida e unta. Certo, un occhio alla storia, non era il Lambrusco del popolo, questo, ma delle corti borghesi, che guardavano alla Francia ed allo sciampagna, magari con un tocco provinciale, ma senza troppa soggezione. Oppure, più domesticamente, nipote di quello che assaggiò Mario Soldati presso il Parroco di Sorbara, nel ’57.

Rosato d’Istine, Rosato Toscana IGT 2016, Istine, 13 gradi.

Sono tornato, dopo tanti, troppi anni, a Radda nel bicchiere, la bella manifestazione che si tiene a giugno per le rughe del borgo chiantigiano. Mi piace per il suo essere in fondo più una festa paesana che una manifestazione rivolta agli intenditori e qualche personaggio eccessivamente colorato ai banchetti lo si può senz’altro vedere: basta non essere snob e ricordarsi di sorridere, perché il vino serve – o servirebbe- soprattutto a unire in un’allegria conviviale. Soprattuto, però, è una bella occasione per conoscere i vini del territorio,farsene un’idea e scoprire -o riscoprire- qualche chicca.Territorio, quello di Radda, invero eccezionale, e non solo per i rossi, come forse si sarebbe portati a pensare. Fatto sta che di lì quest’anno mi son portato a casa perlopiù bianchi e rosati: i rosati e i bianchi di Radda, io li adoro. Quello di Istine per la verità l’avevo assaggiato qualche mese prima, annata 2015: un gran bel bere; e a Radda son andato con l’idea chiara di assaggiare l’annata  2016, anch’esso tutto da sangiovese; che non solo ho assaggiato, ma me lo sono  goduto, trovandolo uno tra i vini più interessanti della manifestazione. Poi, per via del tappo a vite che lo mantiene pimpante anche con la metà di solforosa (me lo diceva la brava produttrice), mi sta ancora più simpatico. Mi chiederai a questo punto – amica o amico che mi leggi – “Insomma ce lo dici com’è codesto vino?”. Hai ragione e dovrei incominciare dal colore, però nel valutare quello dei rosati mi trovo spesso in difficoltà ad orientarmi tra le varie sfumature. Diciamo allora che è limpidissimo, brillante, non troppo scarico ma nemmeno troppo intenso, diciamo un corallo un po’ pallido che ha qualche riflesso di buccia di cipolla. Forma sul calice gocciole veloci, regolari, che svaniscono in fretta. Il profumo è di media intensità, ma nitido, finissimo, articolato, dominato da fiori e frutta fresca: viole e rose, forse anche un cenno di fiori di pitisforo e di arancio; amarene, ciliegie, forse anche la buccia dell’albicocca e della pesca. Un tocco di succo d’agrume, arancia, e una sensazione, assai difficile da descrivere, di mineralità: boia, direbbero a Livorno, o questa? Ecco, quel odore di sasso bagnato che asciuga al sole, quello che si sente vicino ai torrenti con l’acqua limpida che scorre. E che ritrovo in qualche modo anche al palato, dove la maniera stessa che questo Rosato d’Istine ha di scorrere, così nitido, compatto e slanciato, richiama l’idea di mineralità: senso di direzione è, senza nessuna sfrangiatura. Di corpo medio, ma incisivo; con una acidità spiccatissima e integrata a perfezione che sottolinea i lineamenti più freschi e agrumati di questo vino, dove ritrovo sottotraccia, ma chiarissima, quella nota ferrosa che ritengo tipica del Sangiovese raddese. La sua corsa conosce un bell’allungo, equilibratissimo: i 13 gradi nemmeno si sentono, ma bisogna ricordarseli, perché la beva è pericolosamente ammaliatrice. Inoltre ha una giusta secchezza, seppure non disdegni quella lieve morbidezza un po’ derivante dall’alcol e un po’ dal residuo zuccherino; e possiede una salinità così spiccata che, nonostante avessi ancora la bocca di mare dopo un bagno nel golfo di Follonica, dominava ogni residuo salmastro. E stasera che scrivo da una terrazza sul mare, mi sembra proprio il compagno perfetto che vorrei condividere con te, amica o amico che mi leggi. Prima, te lo dico, è stato eccellente a cena con un vitello tonnato .
(18/06/2017)

Larmes  du Paradis Rosè Vallée d’Aoste DOC 2016, Caves de Donnas, 12,5 gradi.

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A Donnas l’ amante dei vini va per il rosso locale, inutile nasconderlo: quella la tradizione, quello il figlio diletto delle vigne che si arroccano ostinate ai fianchi rocciosi e ripidi della montagna, bellissime come giardini: e difatti, con le loro tozze colonnine di granito che sostengono le pergole, mi sembrano quasi una versione rustica di quelli pensili di Babilonia. Laggiù, nel tempo antico, schiavi; a Donnas, contadini che per secoli, e forse millenni, come schiavi hanno sgobbato per creare quei terrazzi vitati; nè, oggi, malgrado tutti i progressi della scienza e della tecnica, il lavoro è leggero, perché le vigne non sono meccanizzabili. Anche io son andato là per il rosso (e per sfuggire alla calura estiva della città); ma, stante la stagione, non ho resistito ad acquistare un po’ di rosato presso la cantina cooperativa locale. Ottenuto da mosto fiore di uve nebbiolo, con un bel color corallo profondo e limpido, è una piacevolissima sorpresa. Più che gocce lascia sul calice un velo viscoso che poi si dissolve; ed ha un profumo delicato, di lampone misto a fragoline di bosco e petali di rose. Si sente poi un fondo più scuro,  quasi autunnale, che ricorda in filigrana quello dei nebbiolo invecchiati: forse, farina di noci e di castagne e foglie secche umide. Al sorso è secco, nervoso, salino e con un’alta acidità. Il corpo è medio, o forse appena sopra la media, ma molto compatto e scorrevolissimo in bocca, di giusta concentrazione gustativa e rispondenza. Vive tuttavia una integrità cristallina e minerale come acqua di roccia, e scorre sul palato snello, verso un allungo di buona proporzione ed equilibrio , che si spinge su tenaci note saline alla fine del suo riverbero. Insomma, amica o amico che mi leggi, mi pare proprio un bel rosato, che si beve alla grande e non è per nulla ruffiano. Sottovoce ti dico che più ne bevo, più ne berrei. Ottimo, come recita l’etichetta, su antipasti delicati e sulle carni bianche, se anch’esse delicatamente preparate, aggiungo io. Il mio ultimo pensiero torna a quelle vigne antiche, che vegliano la valle laddove si stringe a segnare l’ingresso nell’Italia Padana, con le rocce che quasi si toccano dai due lati presso il forte di Bard, e mirano dall’alto l’arco e la strada romani che erano l’antico ingresso settentrionale di Donnas: che riescano a produrre un vino così contemporaneo, nel senso di adatto ai ritmi e gli stili di oggi, è una tra le piccole affascinanti magie del mondo del vino.

Il rosato sfuso di Cantine Ciervo, 2016?

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Da tempo sognavo un viaggio nel Sannio, per scoprire questo territorio dalle memorie antichissime, a un tempo vicino e così remoto; intimamente rustico nella sua essenza ancora autentica e quasi selvaggia ; sorprendente nordico, con le sue colline dolci coltivate a frutteto (mele e ciliegie), a vigna e a oliveto, che cedono il passo a falesie e dirupi verticali e  bianchi di roccia calcarea, talvolta ancora segnati da sequenze di terrazzamenti ripidissimi e spesso ahimè abbandonati.
Fatto sta che ci son viti in produzione fin quasi a mille metri d’altezza e il Monte Taburno, con i suoi pascoli erbosi, supera ampiamente i 1300.
Lì c’è Sant’Agata dei Goti, allineata sulla sua rupe tufacea a 160 metri sul livello del mare, che sembrano però di più, perché l’ambiente intorno ha caratteristiche montane, con cime ripide e rocciose, bianche e verdi, che sforano i 400 metri; la “perla del Sannio”, come la chiamano i vecchi depliant turistici: un paesino ordinato e lindo di una pulizia svizzera, con le strade pavimentate di pietra lucente che creano un reticolo di stampo medievale; e chiese e palazzi imponenti: colonne romane di spoglio si accostano a facciate nitide, colorate, di un rococò semplice e elegante. Aria fina, cielo azzurro ed un profumo di fiori d’arancio  inebriante che veniva da Piazza Umberto Primo, da farmi cercare con lo sguardo una rivendita di saponi a metri di distanza: perché così intenso, non l’avevo mai sentito. Poi, negozietti di ogni sorta ed il mio occhio si ferma inevitabilmente su quelli agroalimentari: le mele annurche, i fagioli e l’origano a mazzetti, locali; i gelati raffinati del Bar Normanno; le carni e i salumi; l’antico forno;  il Palazzo delle Cantine Mustilli, purtroppo chiuso; le ’ nfrennule de Gli Antichi Sapori. Poi, un negozietto di vini ed altri prodotti locali, dove allignano bottiglie campane di diversi produttori. Entro, curioso, scelgo; ma qui la chiacchiera è d’obbligo e più ancora l’ospitalità gentile e calorosa: da tornare solo per essa. Apprendo che in realtà il negozio è un punto vendita di Cantine Ciervo, azienda ancora familiare che ha vigne tra Sant’Agata dei Goti e Dugenta, che sta un po’ più in basso verso il fondovalle, a una decina di chilometri. Fede ne fa l’angolo dei vini sfusi, da spillare al momento e confezionare nei più vari formati. Mi si offrono svariati assaggi, tra i quali un rosato che trovo subito piacevolissimo e ne acquisto in litro, che viene imbottigliato innanzi a me nel vetro e chiuso con tappo a corona. 1 euro e 90 centesimi al litro, più la bottiglia sui 30 centesimi, se ben ricordo. Aglianico in purezza? Credo. Annata 2016? Credo. Un po’ non chiesi e un po’ dimenticai: troppe informazioni e immagini quel giorno da imprimermi nella memoria. Rientro poi dal viaggio in Campania, orgoglioso del mio bottino di vini, formaggi, salumi, pane; e più ancora di colori, odori, ricordi.
Tra le tante bottiglie che riporto, etichettate e pregiate, forte la curiosità di riassaggiare nella calma della casa proprio quel rosato sfuso. Eccolo qui: golosamente ne salto il tappo metallico e nel calice appena un po’ fresco lo verso. Bellissimo il suo color corallo, trasparente e di media profondità, con gocciole sul calice  fitte e veloci, di media persistenza. Anche il suo profumo ha un’intensità media, ma è nitidissimo: io vi discerno ciliegie, fiori di campo e rose; camomilla, timo, pepe bianco, lavanda e noce moscata; un fondo di caramello, un senso di salmastro. Richiama la beva ed io non gli resisto, al bacio trovo un corpo molto pieno, ma  è vino svelto perché secco e salino;  diretto, non si attarda, anzi lo trovo corroborante, con la sua alta acidità, il tenore alcolico medio,  il gran sapore che possiede quella finezza un po’ metallica e minerale dei vini nati sul calcare: e difatti la sua rispondenza iniziale tra gusto ed olfatto si sposta poi su toni gessosi, che ne evidenziano la fine tessitura. Il finale: lungo, ben proporzionato, piacevolmente alcolico, felicemente amaricante. Accurato, di carattere, tipico e piacevole: che cosa volere di più? Ecco: questo, che va anche oltre, perché è un rosato drittissimo e tanto più interessante è sorprendentemente fine rispetto a molti altri che vengono etichettati e commercializzati con grandi ambizioni. Inoltre – amica o amico che mi leggi – sulla tavola sa il fatto suo: a tutto tondo e senza scherzi.