Chianti Classico 2014, Ormanni, 14 gradi.


In Chianti, mi fermo spesso da Ormanni.

Ufficialmente: per comprare il vino bag-in-box per i miei genitori; per l’ottimo olio; perché si raggiunge bene. 

Tutte scuse. 

In realtà adoro andarci; sia percorrendo la strada che scende da Castellina, sia salendo da Poggibonsi. Per me, i panorami che si squadernano tra quelle curve sono tra i più belli del mondo: l’immagine di una natura davvero bucolica, in equilibrio perfetto con l’uomo.

Mi piace arrivare sul piazzale ghiaioso della cantina, che esternamente appare solo muro basso e severo, massiccio di pietre irregolari, con le finestre squadrate, rade e alte, e fermarmi a guardare in direzione opposta: c’è un paesaggio leonardesco, sempre diverso, ogni stagione dell’anno.

Potrei incantarmi lì per ore, sugli incastri convessi delle colline; sulle fughe prospettiche che vibrano atmosfera; sulle vaghe, infinite sfumature dei verdi ed azzurri, ora quasi riflessi di ocra, ora di giada, ora d’argento e di ametista. 

Sapere che da Ormanni troverò vini classicissimi, abbordabili, deliziosi, raddoppia il mio piacere.

Oltre ai bag-in-box acquisto sempre qualche bottiglia per me; poche, ché ormai dovrei soprattutto berne dalla mia cantina.

Ultimamente ne riportai questo Chianti Classico 2014, incuriosito se l’annata piovosa avesse domato i solitamente maschi vini di Ormanni oppure se li avesse slavati, snaturandoli.

Rimase a riposare nel buio e nel silenzio per quasi due anni, fino all’occasione felice di un pranzo in famiglia, alla buona, ma con l’unione ritrovata dopo una certa convalescenza.

In tavola: salumi, formaggi, un piatto di pasta al sugo di carne, insalata; serenità.

Eccolo servito fresco di cantina, a quattordici-quindi gradi.  

Limpido, trasparentissimo, luminoso e rubino; con gocciole rade, molto lente, più evidenti salendo la temperatura ai diciassette-diciotto gradi della stanza. 

Ha profumo molto intenso, freschissimo: uno sbocciare di primavera.

Sono fiori: rose, viole, lilla; e arancia; tocchi freschi di frutta rossa, tra ciliegia e fragola. Poi cola ed un insieme di erbe aromatiche da arrosto. Le spezie, delicatamente soffuse: chiodo di garofano, noce moscata, una sfumatura di cannella, tanto zenzero.  L’insieme ancora molto giovanile: solo sintomo dell’evoluzione, un cenno di cuoio e caramello. 

È beverinissimo così fresco: finirebbe a secchi. Molto puro, senza note amare o artificiali: naturalissimo. Ha tannino molto fine, ma grintosissimo e presente; l’acidità vividissima; salinissima in progressione; lunghezza notevole. 

Per il mio gusto è un vino meraviglioso, agilissimo, essenziale, di forme flessuose e danzanti, che mi ricorda quei Chianti lievi, schioccanti, saporiti della mia infanzia, ma ha più classe. 

Come loro, scommetto, estremamente flessibile a tavola.

Chianti Classico Vigna Grospoli Antico Lamole, 2007, Fattoria di Lamole di Paolo Socci, 14,5 gradi – Ovvero: “Spettri a Làmole”.

Parte prima – L’incanto di Làmole.

“Lamola, o Lamole – Varie contrade segnalate con la denominazione di Lamola o Lamole, vale a dire piccole lame, danno di per se stesse a conoscere che la loro posizione è poco lungi da un corso d’acqua, dove ruppe e trascinò via una parte di ripa. Tale è (…) il casale di Lamole sul poggio corroso dalle acque della Greve.

(…)

Lamole in Val di Greve (…) trovasi sulla pendice settentrionale del poggio delle Stinche, fra i due primi rami della fiumana di Greve, sulla strada pedonale che guida sulla cresta del Monta Cintoja.

I vigneti che danno il buon vin di Lamole cotanto lodato, sono piantati tra i macigni di codesto poggio, quasi sull’ingresso della contrada del Chianti”.

(“Dizionario Geografico, Fisico e Storico della Toscana”, di E. Repetti, 1833)

Guardando distrattamente, non sono che poche case vecchie e umili in cima a un poggio alto, sul filo dei 600 metri, raccolte intorno a una chiesa dalle semplici forme, a creare una piazzetta soprelevata e volta ad occaso. Una ringhiera, pochi alberi disposti l’uno accanto all’altro ad intervalli regolari, la separano dalla stradetta solitaria che risale dal fondovalle ciottoloso della Greve.

Di là, però, si apre un panorama ampio, solenne, straordinario, a perdita d’occhio, di alti monti, poggi, forre, colline, vigne, boschi, ulivi, casali, a precipizio l’uno sull’altro, quasi onde di un mare in tempesta che per incanto si fosse trasformato in un paesaggio agricolo: le creste bianche dei cavalloni, vigneti e pampini; le nubi dense, boschi; i velieri scossi, case; i lampi, snelli cipressi; e nella magia, pur mantenendo il ricordo del primordiale tumulto, avesse trovato un’armonia in grado d’ispirare una profondissima pace.

Lassù vidi il più indimenticabile tramonto: dopo un’intera giornata di guida solitaria nella pioggia insistente di novembre, sotto nubi compatte e opprimenti, più nere che grigie, lungo le strade chiantigiane tortuose e fangose, parcheggiai infine l’automobile nella piazzetta, scesi, ed il cielo cupo si aprì inaspettato sulle ultime gocce di pioggia diradata. Lo squarcio, allungato e sottile come un occhio, si riempì, mistica apparizione, della luce del sole, tingendo il creato di rosso, oro, rosa, violetto, pervinca, malva, arancio, giallo, blu. “L’occhio di Dio”, pensai, e mi riempii l’animo dei suoi colori, in quell’aria profumata, fresca e pura, come una benedizione.

La prima volta che salii a Làmole era forse il 2009. Giugno: il caldo dell’estate, l’aria densa dell’afrore della vegetazione e della terra, le cicale che impazzavano. La luce sempre tersa a Làmole, la ventilazione costante, il silenzio d’intorno, i vigneti nel pieno rigoglio che precede di poco l’invaiatura. C’era quel giorno “Profumi di Làmole”: i produttori in piazza coi loro vini. Tanti ne assaggiai, buonissimi: sapevano di fiori, erano lievi e saporiti, avevano qualcosa di antico, perché mi ricordavano i vini buoni della mia infanzia, quelli dove il sangiovese si sposava col canaiolo, che si bevevano a tavola la festa e sembrava ce ne fosse sempre troppo poco nel bicchiere.

Tra tutti, quelli della Fattoria di Làmole mi parvero i più fini e compiuti. Fu allora che ascoltai per la prima volta la storia della Fattoria di Làmole; solo frammenti, però, da un ragazzo giovane, con la barba, i modi decisi e le mani grosse: “Mani da cantiniere”, pensai. Fu allora che comprai, sulla fiducia e senza nemmeno assaggiarne, un’unica bottiglia del Chianti Classico Vigna Grospoli 2007, annata tra le prime in commercio, se non la primissima. Vino di solo sangioveto, ricavato da antichi terrazzamenti di pietra restaurati e reimpiantati ad alberello, alla moda antica di Làmole. Essa rimase, custodita con la cura particolare che si riserva a ciò che è raro e prezioso, nell’angolo più fresco, umido e buio della mia migliore cantina, fino al giorno di Natale dell’appena trascorso 2018.

Parte 2 – “O fortuna / velut luna /statu variabilis”

“O Fortuna, come la luna cambi forma”, è il grido di dolore degli uomini contro la sorte, nei Carmina Burana: sono testi anteriori al XII secolo, ma la loro saggezza è eterna.

Làmole è un luogo di molte storie, ma non tutte sono belle.

La storia della Fattoria di Làmole mi si completò di ulteriori frammenti, a puntate, per bocca dello stesso proprietario, il signor Paolo Socci, tra Milano e Làmole stessa.

Ascesa, caduta, resurrezione, si susseguono senza sosta attraverso i decenni, tra battaglie, conquiste, sacrifici personali, persino umiliazioni; col futuro che pare un’ala nera, sempre pronta a distendersi e a ghermire ratta.

I Socci sono una tra le famiglie più antiche di Lamole. Giovanni (siamo nella prima metà dell’Ottocento) non era il primogenito e per gli usi del tempo non aveva diritto alla terra. Si trasferì a Siena, diventò notaio con successo bastevole a comperare terreni più estesi di quelli del fratello. Sotto di lui la Fattoria di Lamole prosperò, ma il destino era in agguato: la fillossera decimò le viti, ed al figlio Carlo, notaio anch’egli, toccò ricostituire i vigneti ed affrontare le ferite che la guerra lasciò sul territorio e nel tessuto sociale. Fu poi la volta di Giorgio, ingegnere delle ferrovie, che dovette fronteggiare il declino e la fine della mezzadria. In quegli anni l’azienda venne riconosciuta come prima tra le aziende specializzate della Toscana.

Il mondo però cambiava: il consumo di massa e le esigenze di meccanizzazione spinsero a distruggere gli antichi terrazzamenti di pietra dove la vite si allevava ad alberello, a spianare i pendii, a sistemare i vigneti a rittocchino; peggio: a rinunziare infine alla vigna perché il vino non veniva più così buono e la coltivazione degli iris era più redditizia.

Perché non riusciva più quel “buon vin di Lamole cotanto lodato”, che il Repetti già nel 1833 menzionava acclarata eccellenza, al punto che persino la fama ne era andata perduta?

Dopo una vita non priva di avventura Paolo, figlio di Giorgio, nel 2003 ritornò a Làmole e intuì che proprio la scomparsa dei terrazzamenti e degli alberelli aveva danneggiato la qualità del vino, modificando il microclima e provocando la scomparsa nel terreno di fondamentali sostanze organiche, per il dilavamento. Quindi si mise al lavoro per recuperare le terrazze e ripiantare gli alberelli, con spirito archeologico, come lui dice: e, difatti, trovò scavando persino tratti delle vecchie canalizzazioni di scolo, alcuni in pietra, altri di terracotta, forse settecenteschi. Di fatto, recuperò un paesaggio agrario antico, ormai quasi perso nella memoria. Certe vigne terrazzate a Làmole sono così verticali da ricordare quelle delle Cinque Terre o quelle valtellinesi.

Inoltre, prese a vinificare in proprio ciò che da tempo veniva conferito, con metodologie quanto mai semplici e trasparenti: fermentazioni spontanee, cemento, legni non invasivi. Persino le etichette riprendevano accuratamente la grafica di quelle dell’avo notaio.

Il vino di Làmole tornò a cantare. C’erano senz’altro già tanti buoni vini qui, ma quello dei terrazzi aveva una marcia in più.

Il Vigna Grospoli 2007 fu una sorta di coronamento e ricordo che all’uscita se ne fece un gran parlare.

Nel 2018 arrivò anche un prestigioso riconoscimento da parte della Regione Toscana, proprio per il recupero dei terrazzi.

Purtroppo il gran lavoro del riservato e gentile Signor Socci aveva tre insidie avanti a sé. La prima: una limitatissima propensione mediatica ed auto promozionale, quasi una cantina fantasma, per proporzione inversa tra notorietà e qualità. La seconda: l’incerto interesse delle successive generazioni a coltivare l’impresa (da intendere qui quasi in senso cavalleresco). Infine: l’esposizione con le banche.

Riporto la storia come mi è stata raccontata, diciamo che sia una fiaba o una leggenda: “C’è in Siena una banca antichissima, vecchia di secoli, così solida che per decenni e decenni è il punto di riferimento per lo sviluppo del territorio e di molti imprenditori toscani.

A un certo punto, ohimè, certi avidi governanti mettono le mani sulla banca, che traballa e deve rientrare di capitali; così opera una stretta su crediti storici, senza quelle negoziazioni che in passato hanno permesso agli imprenditori di respirare. Cadono in tanti: in Chianti, in Maremma, persino antichi signori a Montalcino.”

Le difficoltà salgono fin sul poggio di Làmole e così l’avidità degli uomini.

“superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville c’hanno i cuori accesi»”

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, VI canto)

Le belle vigne di Socci, coi loro muretti rifatti, gli alberelli, i massi di arenaria che affiorano, ingolosiscono molti, specie certe grandi aziende che da tempo hanno puntato gli occhi e gli investimenti su Làmole e che alla banca senese sono a loro volta legate. La piccola nicchia artigianale della Fattoria di Làmole è una spina nel fianco per chi aspira ad affermare se stesso il migliore sulla piazza a fronte dei mercati internazionali e dei loro volumi produttivi.

Infine, il Socci giocoforza cede una porzione rilevantissima di quelle vigne, trovandosi l’azienda ridotta a un lumicino di superficie vitata, proprio nel momento che la Regione Toscana lo insignisce della medaglia, ma senza tendergli una mano amica.

Diceva il mio bisnonno: “I politici hanno tutti la bocca sotto il naso” e “Il maiale non mangia il maiale”.

Parte 3 – Lo spettro del Vigna Grospoli.

Perciò aprii e godetti questo vino con particolare emozione, come avessi fra le mani una farfalla rara e in via di estinzione, o un meraviglioso oggetto artistico fragile e destinato a disgregarsi col tempo.

Hanno i vini di Làmole fama – forse, a ragione- di essere meno durevoli degli altri chiantigiani, quasi che i loro aerei e freschi profumi fossero caduchi. Tuttavia il Vigna Grospoli dal tempo si è lasciato scolpire: modellate le sue forme in raffinatezze squisite, la grinta ungolata della sua struttura si è distesa in un’armonia corale gravida di nuove profondità.

Luminoso e trasparente, di color granato che tende al rubino, con gocciole lentissime e continue, è elegante anche solo a guardarlo.

Accostandolo al naso, carattere, tono e tinta sono di Sangiovese esemplare, paradigmatico dell’estrema eleganza e finezza che esso può conseguire.

Profumo molto intenso, serissimo: ”austero” per disposizione caratteriale, non per ritrosia olfattiva. È profondissimo, ancora in evoluzione, aereo per una freschezza che ritorna al sorso, e come le nuvole in cielo sospinte dal vento cangia, muta e rinovella: la frutta rossa matura sta tra ciliegia e amarena: e poi diviene fiore: si screzia di rose e viole appassite; poi è grave: è pelle conciata, è terra, è sangue; poi ritorna delicatissimo: buccia di pesca; quindi pungente ed elegante: arancia rossa matura, pepe bianco, noce moscata, chiodo di garofano; si addolcisce, sognante: ricordi di cioccolato bianco e nero, corbezzolo, giuggiola; sfuma nei balsami del bosco: il rosmarino, alloro ginepro e mirto, la selva fresca e madida di rugiada, la resina di conifera; trascolora in esotismi di carcadè; si allunga nei ricordi notturni ed empireumatici del camino spento.

Ha un gran corpo, potente, compatto, dal sorso continuo, ampio, solenne, ma insieme comunicativo, arioso, ritmato, nitido, cristallino ed ancora caldo e avvolgente tuttavia; con un attacco sul palato così nitido, deciso, e armonioso insieme, da definirsi toscaniniano se fosse un suono orchestrale.

È l’inizio di un’arcata sensoriale lunghissima , energica e distesa, che si risolve risuonando , equilibratissima e perfettamente bilanciata, dove il tannino abbondantissimo, che conosco tipicamente nel Vigna Grospoli giovane, è divenuto regolare naturalmente levigato come pietra serena

Un vino indimenticabile, finissimo: la sua cifra è tutta freschezza, compattezza, dirittura, grazia ed eleganza.”

Sulla nostra tavola natalizia fu un trionfo col fagiano alla cacciatora.

Tuttavia la chiosa è triste: lo potremo bere ancora, in futuro, un Sangiovese di Làmole così? Un Vigna Grospoli vinificato in trasparenza, tra cemento e botte grande, con quella semplicità e purezza artigianale che lasciano cantare la terra? Se non potremo, sarà come la morte di una persona cara, una voce perduta e spenta che rimane come spettro solo nella memoria; ma chi non l’ha conosciuto, non potrà mai più goderne.

Sia anatema, perciò, sugli avidi:

“ché tutto l’oro ch’è sotto la luna

e che già fu, di quest’ anime stanche

non poterebbe farne posare una».”

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto VII)

Chianti Classico Villa Calcinaia 2004, 13,5 gradi .

Lui: “Tesoro, assaggia questo vino”.

Lei: “Che cos’è?”.

Lui: “Chianti Classico di Villa Calcinaia, un 2004. L’azienda sta appena fuori Greve in Chianti.

Lei: “Ah, sì, mi ricordo Greve”.

Lui: “Ti piace?”.

Lei: “Oh, sì! Molto!”

Lui: “Vero che non glieli daresti 14 anni?”.

Lei: “Per nulla: sembra tanto più giovane.”

Lui: “Il tappo aveva tenuto perfettamente…È un’azienda storica questa”.

Lei: “Tesoro: questo vino è femmina”.

Lui: “Femmina? Ma sei sicura?”.

Lei: “Certo, donna: senti che profumo sensuale, senti in bocca com’è avvolgente e carnale!”.

Lui: “Dici? A me sembra invece proprio un vino maschio. Sul profumo ci posso anche stare, ma in bocca è così compatto, verticale, deciso…”.

Lei: “Allora è una donna con le palle.”.

Amen.

Inutile discutere del sesso degli angeli, non resta che godere questo Chianti Classico oggi davvero meraviglioso e signorile, ancora rubino scuro, con riflessi granati, di belle trasparenze.

Il suo profumo è di media intensità, in evoluzione, serio, dove frutta rossa è vivida ma sfumata e velata, avvolta in un bouquet di fiori viola appassiti, con erbe officinali e mineralità ferrosa che si fanno strada.

Baluginano le spezie in una spolverata di pepe bianco, con tocchi noce moscata e cannella. La profondità del tè nero si rinfresca con spunti di bergamotto.

La Toscana autunnale, montana, chiantigiana è evocata dall’alloro, dal ginepro, dal rosmarino, dalle foglie di noce e di castagno bagnate, dalla farina stessa delle castagne; da ricordi di cuoio che sanno di passeggiate a cavallo, di cacce sontuose.

Accostandolo alla bocca, il sorso è quello tipico di Calcinaia: composto, compatto, solido e verticale come una colonna, ma allo stesso tempo comunicativo, naturalmente fresco, di alta acidità, ben salino, con tanto tannino elegante e ben presente, un’ottima lunghezza che termina molto asciutta, equilibrata, piena, come un perfetto accordo orchestrale che non conosce sbavature.

In fondo quel dualismo tra forza e grazia, giovinezza ed evoluzione, virilità e femminilità, compostezza e comunicatività, ragione e sentimento è già nell’etichetta, bianca e nera, che riprende lo stemma dei Conti Capponi: che cosa vuol dire, sulla distanza dei tre lustri, la forza di una tradizione e di un territorio.

L’ho gustato, ottimo, su penne Martelli al ragù di cinghiale.

Rosato di Caparsa 2014, vino toscano IGT, 13 gradi (magnum).

Il Chianti è terra di contrasti: in questo senso, è quasi una Toscana al quadrato. Ci sono quelli di campanile, storici e storicizzati, che si tramandano e si manifestano nella modernità; ci sono poi quelli paesaggistici e geologici, perché qui ogni vigna potrebbe fare storia a sè, per altitudine, terreno, esposizione; e c’è infine contrasto, talora ricomposto, talora accalorato, tra le grosse aziende e i piccoli vignaioli artigiani.

Paolo Cianferoni, a Radda nella sua Caparsa, è uno tra i più grandi e veri vignaioli italiani. Lui – mi sono bastate poche battute in un paio di occasioni, per pesarlo – è uno dal carattere e dalla lingua schietta, ma non un burbero: anzi, è ben attento alla comunicazione e persino al marketing, ma a modo suo, cioè con un entusiasmo genuino e quasi fanciullesco. Lui è uno che le mani in vigna se le sporca davvero, che in cantina lavora sodo ed ha una concezione del suo lavoro come pratica primariamente agricola, armoniosa e virtuosa: ossia attenta alla natura, ma anche alla tradizione ed al genio del luogo. Caratteristica pure la sua voglia di condividere il vino alla maniera antica, nei bottiglioni e nelle dame: un vino sempre naturale, a tratti rustico e caratteriale, ma genuino.

Sono giustamente noti i suoi Chianti Classico; ma esiste tutta una linea di altri vini suoi buonissimi e di estremo interesse, alcuni figli di tradizioni desuete e coltivate con intima affezione, altri di un ghiribizzo individuale; sempre, però, con la natura a guidargli la mano, rispettando le stagioni, il territorio e l’uva.

Tra questi vini alternativi al Chianti Classico, acquistai, nella rivendita di Caparsa che sta in centro a Radda, questo rosato di sangiovese in formato magnum, ovvero in un bel bottiglione di vetro chiaro: originale e buonissimo, uno tra i migliori rosato che io abbia assaggiato; anzi, uno tra i migliori vini della mia piccola storia di assaggiatore: perché è un rosato che scalda il cuore, naturale, senza nulla di tecnico: parla una lingua schietta e dolcissima, un’autentica favella toscana.

Vino inconsueto e libero, che scarta di lato e sorprende già a guardarlo, col suo colore che tende alla buccia di cipolla virando da un corallo antico, mentre sul calice disegna gocce frastagliate e veloci.

Il suo profumo è un altro balzo, una montagna russa sulle colline chiantigiane, che per qualcuno potrebbe essere estremo, ma a me garba assai: è molto intenso, appena in sviluppo, con aldeidi non timide, è vero, ma fresche, giovanili nella spinta; ed esprime una complessità che sa di natura, di frutta, di foglie e di fiori: viole, fragole, ciliegie, melone, arancia, melagrana, alloro e borragine, muschio, una caratteristica limatura di ferro sottotraccia, una lieve speziatura, sandalo e cannella.

È al sorso però che mi conquista, perché di una naturalezza disarmante: pieno, glicerico, avvolgente, ma anche fresco, salinissimo, con una mineralità pura, da acqua oligominerale. Ha passo dinamico e svelto, irradia, vibra e tintinna argentino, violino e triangolo come nella Campanella di Paganini. Lo spinge la sua alta acidità, con un certo frizzar lieve di carbonica sul palato, piacevolissimo.

Gustosissimo, lungo, bilanciatissimo, da bere e a litri, e non per modo di dire, ma alla prova dei fatti. Appena un po’ abboccato, perché è perlopiù questione di sensazione glicerica: in realtà, un equilibrio mirabile di corpo e freschezza.

Benedetta l’annata 2014 – maledetta per i sacrifici ai quali ha costretto i vignaioli per via del maltempo, ma benedetta per noi bevitori, se ha generato vini come questo: irresistibile, sulla mia tavola, con le verdure ripiene.

Chianti Colli Senesi 2013, Bindi Sergardi, 13 gradi.

Fosse un racconto, si potrebbe chiamarlo “L’equivoco del Chianti”, che poi coinvolge una buona parte della Toscana interna.

Mi spiego: Chianti è al contempo un vino ed un’area geografica, ed allora il vino che da lì proviene dovrebbe chiamarsi Chianti Classico; ma questo, amica o amico che mi leggi, già lo sai. Quel vino detto semplicemente Chianti, viene da una zona allargata (assai allargata) con caratteristiche spesso dissimili da quelle del Chianti cosiddetto geografico, ma anche questo già lo sai. Saprai pure che esistono alcune sottozone per il vino Chianti: Montalbano, Rufina, Montespertoli… Ciascuna di esse ha una sua particolarità ed una sua vocazione, che sospetto però sia stata raramente indagata a fondo, perché i costi per produzioni di eccezionale caratura non sono facilmente remunerati dal mercato. Tra tutte, la sottozona Colli Senesi è la più ampia e varia, spaziando dai galestrosi confini occidentali del Chianti Classico verso San Gimignano, con le argille, le sabbie, i gessi; verso sud, oltre la Berardenga, costeggiando le Crete, toccando Montalcino con vigne persino oltre i 600 metri, e poi giù fino a Chiusi. Da nord a sud, sono un centinaio di chilometri in linea d’aria e 15 comuni interessati.

È evidente che, per l’origine geografica, i Chianti dei Colli Senesi possano variare, organoletticamente, in maniera affascinante, talvolta spettacolare; senza contare l’effetto dei diversi tagli, col Sangiovese dal 75% al 100%, il resto affidato alle altre uve rosse toscane con quelle internazionali limitate al 10%, come i tradizionali Trebbiano e Malvasia bianchi, consentiti purtroppo solo fino alla vendemmia 2015; poi, c’è la mano del produttore. Questo di Bindi-Sergardi è un piacevole, onesto, interessante esempio di Sangiovese in purezza fuori dalle zone classiche delle maggiori denominazioni; cito dal sito aziendale: “Proveniente dalla selezione delle uve del vigneto della Piera della Tenuta Marcianella, Chiusi (Siena)”, ad un’altitudine di 300 metri sul livello del mare , su terreni di sabbia , argilla e limo, esposti ad est e sud-est, 5000 piante per ettaro, allevate a cordone speronato, come spesso usa nel sud della Toscana. È molto classico nel suo colore rubino trasparente e scuro, di sfumature un po’ granate, con riflessi luminosi e gocciole sul calice molto fitte e piuttosto veloci. Esprime un profumo ancor giovane ma in divenire, piuttosto intenso, di viole, rose e frutta rossa (susine mature e pesche noci e lamponi); vi si fanno strada cannella, pepe bianco, humus, foglie di tè essiccate, chicchi di caffè. Un cenno minerale si accenna col passar delle ore .

Il corpo è giusto, di una certa pienezza, gioca equilibrato in slancio ed ampiezza. Alla bocca si offre rotondo e rilassato soprattutto, ma mantiene nerbo e struttura: la sua acidità è alta, è assai salino, con un sorso essenziale ma dal tannino importante e di grana un po’ rustica; lieve a centro bocca, però sufficientemente articolato in una lunghezza superiore alla media, con una scodata finale un po’ tannica e alcolica e minerale, ma che non spiace e sposa bene la tavola. Un bel Chianti quotidiano, centrato; ma soprattutto è un bella prova del Sangiovese di Chiusi: oggi si vive nel mito del Pinot Nero, ma se si guarda ad esempio alla massa dei Borgogna (non ai villages e ai cru), per affascinante complessità, territorialità, articolazione, se non per eleganza, questo non ha nulla da invidiare; e sta a prezzi assai più abbordabili, che non guasta mai.

“Chianti 2006 Antico Castello del Tegolato, Fattoria Antico Castello di Poppiano,13 gradi”.

“Chianti 2006 Antico Castello del Tegolato, Fattoria Antico Castello di Poppiano, Barberino Val d’Elsa,13 gradi”.

Questi i dati essenziali per un Chianti (un semplice Chianti DOCG) di grande tipicità, che dopo 12 anni è vivo, rubino trasparente appena granato, con una ciliegia polposa e matura che si fonde con le note tipiche del Chianti invecchiato (la terra bagnata, i pellami, il soffio balsamico che sa di boschi sempreverdi, di leccio ed alloro). Soprattutto però è puro, elegante, misurato, flessibile, con un’acidità d’argento a reggerne gli equilibri direi Quattrocenteschi, col contrappunto di un tannino presente, rifinito e grintoso. Goduto su una toscanissima zuppa lombarda coi fagioli dell’occhio, meritava le nozze con un pollo allo spiedo. Io so che il Tegolato era un vino glorioso del rinascimento enoico italiano, ma da tempo estinto. Del produttore nulla so, nemmeno trovo dati in rete: da quel che capisco, il Castello di Poppiano è un’altra azienda. Una cantina fantasma questa o qualcuno mi sa aiutare?

Chianti Classico 2010, Tenuta Villa Rosa, 13 gradi.

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Un vino che non so se esista più, di un’azienda che forse non esiste più, di un enologo che non c’è più; ma un vino che ispira poesia e commozione. Ché poi, enologo, non sarebbe nemmeno corretto: Maestro assaggiatore, com’era chiamato Giulio Gambelli. Lui, che enologo non era, sapeva però – è stato detto –  ascoltare il vino. Questo Chianti Classico fu uno tra gli ultimi suoi grandi. Andai a Villa Rosa alcuni anni addietro, credo nel 2012. Arrivarci non era difficile, seppure fosse su una strada un po’ secondaria, all’incirca tra Poggibonsi e la parte alta di Castellina. Era però difficile trovare la porta aperta e, se si bussava a quella porta, o era per caso o perché con determinazione si era giunti a conoscenza di quei vini lì nati: la visibilità della firma sulla stampa dell’epoca era quasi nulla. Quel giorno di un agosto ormai lontano la porta si aprì. La cantina era semplicissima, pulita ma non asettica, intonacata di bianco, tra i pilastri botti grandi e annose ovunque. L’accoglienza, semplice, gentile, signorile a suo modo, con molto understatement. Su una parete, un ritratto fotografico di Giulio Gambelli.  Tecnologia, lo stretto indispensabile, forse ferma da qualche lustro. Ne venni via con una dozzina di bottiglie miste ed ancora mi pento di essere stato avaro. Gambelli mancò nel 2012 e Villa Rosa, che era passata alle sapientissime cure dell’allievo Paolo Salvi, credo venisse già nel 2013  acquisita da Cecchi. Il marchio, non saprei se esista ancora; e se esiste, non so chi e come ne curi la fattura dei vini. Allora mi rimangono queste poche bottiglie non ancora godute ed ho stasera l’occasione felice di una cena in famiglia con le persone che amo e di una costata all’antica. Cavo il sughero in anticipo di circa otto ore, perché il vino respiri. Ed eccolo, giunta l’ora nel calice, con le sue lacrime lente, pensose, persistentissime, dalle gambe lunghe; vivido e lucente nella sua tinta rubina e trasparente, che si scurisce un calice dopo l’altro per la dispersione finissima del fondo. Nobile profumo, intenso, ma sfumato come un quadro leonardesco, con la stessa misura velando e fondendo aereo infiniti dettagli minuti. Le viole, le rose, le ciliegie, uva nera matura, la piccola mora di rovo che si coglie passeggiando per le macchie, la susina nera,  i minerali (ferro, ghisa, ruggine, sasso, rena), le spezie (pepe bianco e nero, noce moscata, chiodo di garofano), un profumo netto di conifera, non saprei se pino o cipresso, la liquirizia, il carciofo, l’alloro, un sentore lontano di terra umida e gravida, evocati vividamente, ma come attraverso la lente del ricordo, con infinita malinconia. Cangiante, ma in un tono minore, con quella sorta di opacità severa che Cesare Brandi attribuiva ai colori della campagna toscana e che si ritrova nei quadri di Fattori e di Rosai. Invitante, assonando con gli odori della mensa toscana, riserba al sorso ulteriori bellezze. È una dama in lungo, una notte con un manto di stelle, un suono di viola d’amore. Vividissimo, più di quello che i suoi otto anni suggerirebbero: l’acidità altissima ne sorregge la danza, guizzando sulle punte, rilucendo come la trota che risale il torrente; tuttavia la bocca ne risulta avvolta, con un senso di levità setosa, con un brillìo salino sottotraccia, arco teso di intensità minerale. Il gusto è pienissimo, profondo, specchio perfetto dei profumi, irradiante, preciso, concentrato di energia, lunghissimo e vibrante, in equilibrio fatato, dove ogni asperità tannica (un tannino presente, virile, deciso, maturo) è un’ulteriore rifrazione luminosa e sonora, significante e misurata.
Stasera, ancora una volta, in questo Chianti Classico di Castellina –  sangiovese il più, con pochi tocchi forse di canaiolo e di merlot –   si è ripetuta la magia di un vino del Maestro. Il caro Maestro, che con la misura dei suoi vini francescani evocava la Toscana antica che favellavano i miei nonni. Il tempo però passa e questo dolce privilegio sarà per pochi anni ancora.

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