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“Chi son? Chi son?!” esclama Rodolfo nel primo atto de la Boheme: “sono un poeta”.

Buon per lui! Io lavoro da anni in un’aziendona spacciandomi prima per tecnico e ormai non solo: loro se la bevono e io mi bevo molte altre cose; ogni tanto, anche qualche buon vino.

Mio nonno contadino, mio padre ristoratore, io beone: la catena del nettare di Bacco è servita.

Scrivo di vini perché mi diverto e perché è deliziosamente superfluo. Sono solo parole consegnate alle foglie, letteratura senza personaggi e storie. Solo evocazioni di istanti e fantasmi; perché il vino è – come la musica e più della musica- il trionfo dell’effimero: l’una vive lo spazio dell’esecuzione, ma poi resta vaga in uno spartito o su un disco; l’altro l’istante di un sorso, poi solo nel ricordo e nelle parole: così se ne vanno stagioni, mani callose che hanno accudito le vigne, e nasi e palati e saggezze sopraffine e tradizioni secolari. Perfino un paesaggio, una collina, non sono poi tanto più durevoli degli uomini che le hanno abitate e ne han tratto del vino.

Questo mi illudo di fermare, in poche parole, come un’istantanea: lo scorrere del tempo che si è cristallizzato in una bottiglia.

Per apparire più serio ha anche seguito -con occhio critico- i corsi di degustazione del celebre WSET inglese fino a prenderne il diploma; ma è inutile, per me il vino è altro: c’entra, diceva Soldati, con la poesia.

Federico Bindi