Forlì Sangiovese IGP 2019 “La Farfalla”, Marta Valpiani, 13,5 gradi.

Mi dispiace per la brutta fotografia che svilisce la bella etichetta disegnata da Elisa Mazzavillani stessa – la vignaiola, e ben conosco quanto lei tenga ai dettagli – ma questo Sangiovese romagnolo meritava una presa diretta, senza indugi.

Ne sapevo la bontà, avendolo assaggiato a Castrocaro in cantina da Elisa a dicembre, ma – saranno anche quei due trimestri in più – la prova sul campo (ossia: la tavola) mi soddisfa oltre ogni dire.

Libero chiunque di dissentire e di ritenermi incompetente, però da qualche tempo il vino rosso in estate lo desidero fresco, anzi, freddo. Coi dovuti distinguo, beninteso, ma certi rossi coi caldi di luglio sono insopportabili anche a 18, a 16 gradi, ed appena tollerabili a 14: pesano sul palato e si sfaldano come rose rinsecchite.

Questo, ben fresco, sta benissimo, nel senso che rinsalda persino la sua armonia. A 12 gradi è delizioso, a 10 fors’anche di più. Compatto, continuo, ritmato, piacevolissimo.

Perché è giovane, profumato, equilibrato, snello e slanciato: una vera farfalla ottimamente calibrata, con un quartetto di acidità, alcol, tannino e sale perfettamente accordato.

Il grado c’è, ma non esagerato e si giova di un’acidità non timida, che controbilancia. Il tannino è di grana fine, gentile ma risoluto, ed il sale innerva il sorso di una mineralità iodata che sta, olfattivamente, a metà tra un’acqua termale ed il greto asciutto e sassoso di un fiume.

La sua corporatura è media, si capisce, snella e danzante, nemmeno sulle punte ma sulle ali di un lepidottero.

Poi potrei raccontarvi della pulizia dei profumi intensi, del corteo di rose, viòle, ciliegie, fragole, mirtilli selvatici, arance candite, spezie piccanti e dolci (tanto pepe bianco e nero, noce moscata), cacao amaro, tabacco, erbe officinali, ma scadrei nello stucchevole.

Meglio riportarne il colore rubino trasparente e luminoso e le gocciole lunghe, lente e irregolari e morbide, che evocano una dolcezza nascosta, assente al gusto ma presente per disposizione d’animo o, pragmaticamente, nella sensazione tattile.

Meglio ancora specificare che l’ho goduto, ben fresco ribadisco, su un tradizionale primo al ragù di carne, ma che scendendo di temperatura l’arrischierei volentieri su una zuppa di pesce o uno spaghetto allo scoglio. E se l’abbinamento non sarà perfetto, pazienza, perché ne berrete comunque con gran godimento.

Quattro storie di Aglianico

Questo che iniziate a leggere, amici lettori e amiche lettrici, è un racconto alquanto sghembo.

Già il titolo è sbagliato: più corretto sarebbe: “Due storie di Taburno e due storie di Vulture”, però forse non ci saremmo capiti e la legislazione italiana, la DOC/DOCG, pone per questi vini l’accento più sul varietale ampeleografico che sul territorio di provenienza.

Difatti, potendo, vorrei scrivere: “Vulture Aglianico”, o addirittura: “ Vulture Rosso”, e similmente “Taburno Aglianico” o “Taburno Rosso”. Anzi, mi piacerebbe poter specificare le località d’origine, i paesi quantomeno: Maschito o Barile, Montesarchio o Torrecuso.

Ma lasciamo andare, sono forse solo sogni.

Ho poi ultimamente una certa uggia a scrivere di vino: vorrei entrare nel dettaglio di uno studio meticoloso, quello che può, o potrebbe, svolgere un professionista del racconto enologico – libero poi di velarlo con periodi ben scelti, lievi e divertenti, beninteso. Io, che sono un dilettante, mi accorgo che troppo spesso tempo ed energie mal si accordano con la mia ambizione, da ciò la rinuncia.

Oppure, la diversione verso annotazioni sul filo della memoria, men che bozzetti su un quadernaccio, che nulla hanno a spartire con una degustazione tecnica: alzo, per il momento, bandiera bianca. In effetti, di questi quattro vini, uno solo è nel bicchiere e da lato la penna è alla mano; gli altri evaporati senza altro appunto che un immagine mentale, nel corso degli ultimi due mesi.

Tuttavia quattro fili si annodano intorno ad un’idea di Aglianico, quattro ipotesi dettate dal territorio, dall’uomo, da tempo e dall’occasione, in un singolare e casuale parallelismo, appunto, tra Taburno e Vulture.

In ordine di apparizione, primo il Caudium 2015, IGP Aglianico Beneventano di Masseria Frattasi, da 13 gradi d’alcol. Via il tappo, è un immediato tripudio gioioso e succoso di frutta rossa e nera, con una morbidezza allegramente danzante che declina la prestanza dell’Aglianico in una suadenza sorridente, sensuale e quasi sfrontata, non fosse per una naturalezza di modi cui tutto si perdona.

Peraltro Masseria Frattasi dichiara in etichetta che i: “metodi di coltivagione (sic) sono rigorosamente naturali”, e però non si trova un difetto, uno, in questo vino.

L’Aglianico del Taburno 2011 dell’Azienda Cav. M. Falluto (non sulla bocca dei più, ne convenite?) è di contro grifagno e austero; anzi: inaccessibile di primo acchito, appena aperto, da quanto è ridotto, richiede almeno 24 dalla stappatura per intentare un dialogo, che sarà, sulle prime per lo più a gesti e segnali di fumo, perché lui sta lì mezzo sfinge e mezzo Toro Seduto. Nè, quando si scioglierà al dialogo, perderà una certa vena penitenziale, monacale. Non mi stupirei se emergesse un’appartenenza antica delle vigne ad abbazia benedettina. La condizione parla di una vita potenzialmente eterna, nulla dei suoi undici anni racconta scalfitura, nel tannino o nel profumo: c’è solo una minuzia, un bisbiglio di discorso distinto ed elevato che chiede attenzione.

M’avessero detto: “Senti un Taurasi”, forse non avrei fatto una piega, se non per il dubbio di una più ossuta corporatura.

Il Synthesi, Aglianico del Vulture 2007 di Paternoster, 13,5 gradi, è piuttosto antitesi dopo il vino di Falluto, col quale condivide il grado alcolico: l’ampiezza, la morbidezza vellutata, il carattere amoroso, la vaporosità eterea dei profumi dalle tinte mediterranee e levantine, tra balsami, spezie, frutta, goudron, subito traducono in un’altra dimensione, quasi un tappeto volante sul quale accomodarsi e sognare. Quanto si vuole caldo, estivo, persino evoluto ma memore della primigenia tensione, colto forse appena prima dell’ineluttabile sfiorire; o forse no, semplicemente giunto alla vetta e ben determinato a restarci. Se il precedente era vino monacale, qui siamo a corte: una corte meridionale e provinciale forse, ma colta e ricca di segreti.

Infine, eccolo stasera nel bicchiere, il Maschitano, Aglianico del Vulture 2014 di Musto Carmelitano, 13,5 gradi.

Dei quattro forse il più geniale, stante l’annata bislacca, flagellata da piogge in buona parte della Penisola – a Maschito non saprei dire. Molti vini italiani del millesimo hanno sfoggiato profumi originali, ammalianti, salvo poi dopo qualche anno svaporare su sorsi scomposti, con acidità fuori registro e corpi magri.

Sarà per la proverbiale inscalfibilità dell’Aglianico, ma questo Maschitano stasera non è solo originale, ma godibilissimo e perfetto, geniale. Presenza e slancio, corpo e sveltezza -viceversa anzi, chè prima lo si sente scivolare su un’acidita succosa e come su biglie di sale, poi giunge l’eco tannica, possente come la fila di contrabbassi di un’orchestra sinfonica. A ritroso, una sensazione verde, primaverile, di clorofilla, refoli fumé (non saprei dire se figli del vulcano o dell’annata) ed una distintissima, nitidissima, nota di miele di lavanda provenzale (giacché di lì lo comperavo, “millanta” anni fa), contrappuntata di aldeidi in guisa così rifinita da far salivare, su una lunga scia finale di liquirizia e chinotto e alloro.

Che cosa significano le diversità tra questi vini di uva Aglianico, da due diversi territori, quattro annate, ed un intervallo di quasi due lustri? Cambiamenti climatici? Mutazioni di stile?

Lascio a voi – o a d altri – la risposta. A me interessava berne ed il giocarne nel racconto.

Elda, Vino rosso, Nusserhof- Heinrich Mayr, L09, 12,5 gradi.

Uno dei temi più discussi tra i musicofili riguarda l’ascolto delle registrazioni storiche: quelle, cioè, inquadrabili tra gli albori delle tecniche di registazione fino all’avvento della stereofonia, alla metà degli Anni Cinquanta del Novecento.

Alcuni lo trovano un piacere imprescindibile, sublime; per altri, si tratta di una tortura insopportabile.

Certo che orientarsi in mezzo a fruscii e cigolii che inevitabilmente accompagnano tali registrazioni richiede una buona dose di concentrazione ed immedesimazione, per non parlare delle dinamiche ridotte, dei rapporti sonori falsati, della mancanza di armonici, delle distorsioni…In realtà, per ricostruire sulla base di suoni approssimativi e disturbati l’esecuzione originaria occorre conoscenza, esperienza, propensione e capacità immaginifica, così da colmare le lacune e sovrapporre all’immagine sonora sbiadita ed alterata una rinata lucentezza. E, d’altronde, un tocco di immaginazione è la sola maniera possibile per fruire interpretazioni magnifiche di artisti quali Erich Kleiber, Wilhelm Mengelberg o Antonio Guarneri, la resa sonora dei dischi orchestrali per tutti gli Anni Venti essendo spesso sconfortante.

Provo una sensazione simile innazi alle rovine antiche: figurarsi in Sirmione, da pochi imponenti muraglioni mozzati, l’incanto della Villa di Catullo, o dalle cupole sprofondate per il bradisimo dei Campi Flegrei lo splendore delle Terme di Baia, richiede un’opera di fantasia che trascende ed integra il dato reale.

La medesima condizione mi è occorsa con questo Elda, uno Schiava altoatesino di eccellente caratura, malgrado la semplice classificazione di Vino da Tavola. Rammento bene di averlo acquistato al primissimo Mercato della FIVI, 2011 immagino, coerentemente col lotto di produzione che indica, presumo, l’anno di vendemmia 2009. Non che uno Schiava si debba per forza bere giovane di un paio d’anni, specie se di questa caratura, ma questa volta i casi della vita mi hanno portato a berlo ben oltre il suo tempo, laddove è necessaria una certa immaginazione per ricostruirne il profilo quale doveva essere all’apice del suo fulgore. E, sia detto per inciso, non sono poi molti i vini che migliorano davvero invecchiando. Eppure, proprio come certe registrazioni storiche, come certe rovine, questo Elda mantiene una bellezza che non si può tacere, che non è il semplice ricordo di quel vino che mi aveva deliziato e stregato in anni ormai lontani, ma ha una sua incantevole, seppur sfiorita vitalità.

Nel bicchiere appare granato di profondità media, con gocciole molto lente che formano ampie arcate.

E’ profumatissimo, pulito, arioso, estremamente sfaccettato ed avvolgente. C’è un’evidenza di cedro e di melograno, dal tono appena crepuscolare, dolciastro come la facile commozione degli anziani, ma subito il vino piroetta verso il ribes nero, il mirtillo rosso, avvolti in un’evocazione potente di foresta che si dettaglia prima su tinte affini (maggiorana, ruta, terriccio), poi più lontane, morbide (la liquerizia, l’amaretto, la mandorla) e rudi (pepe verde, ruggine). L’impatto, oggi, è quello di un amaro alle erbe, non alcolico, articolato in una decadente iridescenza, variazioni su un tema di mineralità iodata.

Al sorso è seta leggerissima e fatata, delicata come la carezza di un bimbo ad una bimba, col tannino ridotto ad un ricordo, il sale in evidenza, l’acidità melodiosamente vivida. Secco, scorrevole, infiltrante, gentilissimo, è lunghissimo, con un gusto dettagliato e preciso: malgrado gli anni e l’eccessiva evoluzione, è ancora una lama di luce, di purezza ultraterrena. L’armonia in verità sarebbe perfetta, se non fosse così virato all’amaro; però, come accade in certe vecchie fotografie, nelle quali il tempo ha sbiadito i colori uniformandoli verso il seppia, l’immagine è ancora vivida e perfettamente comunicativa, e questo Elda riesce persino rinfrescante ed aggraziato: una piccola magia, che a tavola funziona benissimo, malgrado tutto, su formaggi e affettati.

Ci sarebbero altre storie da raccontare su questo vino e sul suo produttore: che Heinrich Mayr l’ha dedicato alla moglie, violoncellista se ben ricordo, e ciò spiega forse perché sia un vino dall’eloquio tanto musicale; delle viti vecchie di ottant’anni, di rare e antiche varietà schiava (altrimenti Vernatsch), con un 15% di lagrein, blatterle, teroldego ed altre varietà, per così dire, “minori”; della vinificazione essenziale, ma che non rinuncia alla botte grande; dello storico maso sede della cantina, salvato dal piano di espansione di Bolzano per rispetto alla memoria del patriota Josef Mayr-Nusser che lo aveva abitato, opponendosi al Terzo Reich; tutti temi che varrebbe la pena approfondire, ma non è questa la sede opportuna.

Mi preme piuttosto invitare l’amico o l’amica che mi legge a cercare l’Elda e a berlo giovane – è un grandissimo vino che merita sorte migliore di quella che io gli ho riservato.

Infine: ho amato ed amo ancora i vini maturi, bianchi o rossi che siano, fermi o spumanti; si cerca sempre di bere il vino nel momento del suo apice, in quell’istante di perfetta compiutezza. Esiste davvero, però, quel momento, o è solo un’illusione? Ormai, rassegnato all’incompiutezza e all’imperfezione, tra le estenuate morbidezze di un vino troppo evoluto ed il teso nervosismo del giovane, scelgo il secondo: preferisco maneggiare l’irruente energia ed intravvedere la potenziale bellezza futura, che constatare i segni del decadimento incipiente.

Sarà, probabilmente, che il tempo è trascorso anche per me.

Brunello di Montalcino 2016, Fattoria dei Barbi, 14,5 gradi.

Dovessi assaggiare un solo Brunello, uno solo, per valutare un’intera annata della denominazione, assaggerei quello di Fattoria dei Barbi, il classicissimo etichetta blu.

Da vigne in qualche modo mediane nella geografia della denominazione, storiche, ha dalla sua uno stile tradizionale senza fondamentalismi, una costanza qualitativa – nell’individualità delle annate- rassicurante, una reperibilità a tutta prova, ed un prezzo ragionevole.

Insomma, con lui si casca sempre in piedi: ti salva all’ultimo la cena con gli amici, perché lo trovi anche in qualche supermercato, e piace a tutti, dal bevitore occasionale allo smaliziato; e se lo consigli al poco informato, ti senti leggero: sarà felice, farà un figurone, non si svenerà.

Questo 2016, poi, è davvero ottimo.
Ero curioso di assaggiarlo, perché l’annata in zona è stata particolarmente buona, e difatti mi ha squadernato maestose ghirlande di fiori freschi e di frutta, ed un sentimento struggente di bosco, di legna e di spazi aperti, un chiaroscuro di lame di luce e ombreggiature, venato di spezie e dell’eleganza dell’arancia.

Ma più che il profumo, com’è giusto, il sorso è distintivo, nel suo equilibrio tra compatta tensione e vellutato abbraccio: tannino, sale, acidità allineati con composta misura.

A 36 ore dall’apertura, avendolo richiuso con un tappo che permette l’estrazione dell’ossigeno, è smagliante, col gusto raffinato del grande Sangiovese.

Mi si potrà dire che esistono Brunello di Montalcino più cesellati, o più possenti, ma quanti sono prodotti, a questi livelli, in 180.000 bottiglie?

E, come ha detto un amico che beve quasi solo spumanti, versandosi l’ennesimo bicchiere: “Va giù proprio bene”.

Bozzetti vinosi, tra ottobre e novembre 2021.

Ottobre e novembre sono trascorsi, senza nemmeno lasciare il tempo per un appunto al vino.

Queste bottiglie che si sono allineate sulla mia tavola, però, spiace passarle sotto silenzio. Ognuna una personalità decisa, con la quale nemmeno andare d’accordo, magari, ma che merita il racconto: saranno solo bozzetti al limite della sprezzatura, istantanee còlte frugando nella memoria di emozioni vivide.

Il Chianti Classico 2016 della famiglia Losi viene da Querciavalle, e lì appresso l’ho gustato, un giorno bigio e piovoso di fine ottobre, ma dolcissimo nei colori dell’autunno del Chianti, che dagli occhi discendono all’anima. Dei vini di Castelnuovo Berardenga ha la voce profonda e baritonale, il chiaroscuro, ma rifugge lo stereotipo che li vuole caldi, distesi. Qui c’è una trama rifinita e polifonica, di ispirazione autentica ed artigiana. Un incontro atteso da tempo e nuovo approdo nel mio personale tragitto al bere bene chiantigiano.

Il Chianti Classico 2009 di Castellinuzza e Piuca, da Lamole, pescato dalla una mia cantina, vola dritto al cuore. Sangiovese e canaiolo vinificati e affinati in cemento, essenziale semplicità. I fiori dei vini di Lamole sono tuttì lì, a dispetto dei tredici anni dalla vendemmia, in una composizione dove ai freschi si affiancani gli essicati, i frutti rossi subordinati, ed un ventaglio di profumi di bosco, di terra, di pietra: un’insieme di eleganza struggente. Ha il corpo e il tannino robusti di un vino da climi caldi, ma profumi e tensione interna di tale energia – il vibrato stretto, iridescente, di uno strumento ad arco che suoni forte – da gran vino di montagna. Resta in bocca una sensazione d’uva matura, quasi la buccia tra i denti schiacciata. Indimenticabile.

Il Chianti Classico Gran Selezione 2015 di La Castellina viene da un’altra annata ottima in zona. Un colore limpido, trasparente, luminoso, per una materia materia nitida, bellissima per tensione, freschezza, profondità, tannino raffinato, allungo, con la luminosità dei vini di Castellina – perfetto equilibrio tra fiore e frutto – un po’ offuscata dal legno dell’affinamento. E’ uno stile che a taluni piacerà, ma è un peccato: sarebbe bello potesse librarsi, perché riuscirebbe irresistibile.

Il Rosso di Montalcino 2006 di Lambardi potremmo definirlo didascalico della tipologia, ma non gli renderemmo giustizia. Con lui si sta a proprio agio: pacatamente racconta il Sangiovese di Montalcino, la sua forza, la rilazzatezza, i sussurri, le trasparenze, i dettagli, il ritmo cadenzato, il senso della misura, la tenuta. E’ un racconto semplice, si badi, senza accensioni, né impennate, ma con quell’onestà affidabile che talvolta sfugge ai grandi oratori.

Col Donnas 2005 della Caves Cooperatives de Donnas basta chiudere gli occhi e si entra nella cucina fumosa di una baita o di un castello alpino. Non è pura retorica: con gli anni, il caratteristico profumo del Nebbiolo, l’accoppiata classica di rosa e liquerizia, si è arricchita di una tinta silvestre e più ancora speziata ed ematica: ginepro, chiodo di garofano e sangue, che sembrano evocare istantaneamente fumanti portate di cervo in salmì. Un vino severo, dal passo antico, con qualche ruga e un grande fascino.

Herzu 2006 è un Riesling Renano dell’Alta Langa, forse il primo ad accendere le luci sulla zona qualche anno addietro, per felice intuizione di Sergio Germano, grande barolista dalla mano felice anche coi bianchi. Dopo quindici anni è splendido: del Riesling ha il nerbo, la stretta esaltante, il nitore dorato e deciso, l’ariosa compattezza: “erto”, come il suo nome suggerisce. In piena maturità, si libra tra le note più delicate della gioventù (l’uva spina, il biancospino, il sambuco) e quelle più evolute (la pietra focaia, l’idrocarburo). Peso medio, Riesling secco “di razza purissima”, come si sarebbe detto un tempo, nella perfetta individuazione varietale non rinuncia ad una identità territoriale netta, sì che in un ideale atlante dei Riesling del mondo quest’area piemontese troverebbe di diritto spazio.

Bevo, a più di due anni dalla messa in commercio, l’Asolo Prosecco Superiore Extra Brut di Tenuta Amadio – pericolosamente l’ultima di una dozzina di bottiglie condivise con amici in varie occasioni – e abbagliante, improvviso comprendo il motivo del successo universale del Prosecco. In lui, finezza, purezza, grazia, leggerezza, freschezza, delicatezza, raffinatezza, unite ad una vibrante intensità: ritrovarle in altri spumanti di qualsivoglia tipologia o area, tutte riunite nella medesima armonica proporzione, impossibile! Inoltre, con la sua trina di profumi e la setosità tattile, è così docile nell’accompagnare la tavola, spaziando dal più disimpegnato aperitivo con le chips fino alle fritture di mare, attraverso le preparazioni più leggere e vegetariane, accordate al vivere contemporaneo. Accompagna, appunto, in senso squisitamente musicale: sa restare sullo sfondo con arte sottile, valorizzando le vivande e la compagnia, in modo che esse, non lui, risaltino. Vero: questo Asolo è l’esempio eccezionale di un areale estremamente vocato, mentre i tanti Prosecco corrivi che esistono in commercio sono solo pallide ombre a confronto; perciò, a maggior ragione lascia un segno.

Lambrusco di Sorbara DOC, Zucchi, L21179, 11,5 gradi.

La sua misura è l’esattezza.

Guardalo, tra corallo e rubino, limpidissimo, con la spuma che risale il bicchiere fine e ordinata, più da metodo classico che da charmat, quale in effetti è. Come pietra preziosa iridescente: ha la medesima luce delle tinte del Bronzino.

Il profumo molto intenso e nitidissimo, tra ciliegia e fragola, composto, sovra un fondale solido che richiama la terra e vieppiù la sabbia al sole. C’è un refolo vegetale, di erba luigia, di sarello, di canneti, ma esposti al sole: un’idea golenale che trascolora in un abbaglio di luce estiva, e lì si quieta.

Oh, com’è dolce il ricordo del giardino dove si girava bambini, e c’era il vecchio ciliegio coi frutti rossi, madidi di rugiada; un po’ asprigni, è vero, ma così freschi e buoni, tra una corsa sullo scivolo e l’altalena: questo evoca.

Bevilo. È signorile il sorso: l’acidità vigorosa incanalata e doma nel contrappunto raffinato del tannino, nemmeno di media prestanza; la misurata scia di sale, il finale composto, Brut, giusto. Preciso, ma sodale, simpatetico.

C’è davvero in lui qualche cosa del modenese che ho imparato a conoscere: un senso etico, ma disinvolto e sostanzialmente modesto di fronte alla vita: quel certo sorriso amichevole.

Quando un vino, nella sua semplicità, è specchio di un popolo.

Sarà buonissimo con infiniti abbinamenti creativi, non dubitarne; ma io me lo riserbo per la tradizione: i passatelli in brodo, lo gnocco o la crescente con i salumi. O appena stuzzicando, tu e lui soli, per scacciare con garbo la malinconia.

Douro Reserva Vinhas Velhas Doc 2013, Quinta do Crasto, 14,5 gradi.

La parabola dei vini del Douro ha i tratti affascinanti di un’epopea, dove eventi storici, elementi leggendari, individualità avventurose e circostanze naturali uniche si intrecciano. Non è questa la sede per ricostruirla, se non per quei sommi capi che l’accomunano alla storia del brutto anatroccolo – onde si alimenta, in parte, la mia suggestione.

È noto che il serbatoio privilegiato e naturale di vino per l’assetato popolo britannico e per le sue colonie fosse la Francia, la regione di Bordeaux in particolar modo.

Ciononostante, una serie di embarghi, dovuti a guerre o dispute politiche, orientò l’attenzione dei mercanti britannici ad approvvigionarsi in Portogallo. Non che i vini locali risultassero particolarmente graditi, anzi: avevano fama di essere esageratamente acidi (presumibilmente quelli della regione del Minho), o estremamente tannici e “neri”; erano però a buon mercato. Le importazioni crebbero specie dopo l’embargo deciso dal Parlamento inglese nel 1679 per limitare gli introiti fiscali al proprio monarca Carlo II e ridurlo a miti consigli; e dopo il trattato di Metheun del 1703, ratificato per sviluppare gli interessi inglesi in Portogallo, che riduceva i dazi sui vini locali: all’epoca il prezzo medio di un gallone di vino portoghese era di 7 sterline, contro le 20 sterline del vino francese.

Torniamo tuttavia ai tannici e rozzi vini del Douro di quell’epoca. Non fu solo il regime fiscale favorevole a spingere le importazioni del vino portoghese in Inghilterra, fino ad un impressionante 66% contro un 4% dei vini francesi registrato nel 1717. Nel frattempo, infatti, si era diffusa la pratica di fortificare i vini del Douro durante la fermentazione con aguardiente (ovvero acquavite), rendendoli stabili e dolci a sufficienza per contrastare piacevolmente i potentissimi tannini: era nato il Porto, che avrebbe dominato incontrastato la scena enologica locale per almeno tre secoli.

Il Porto, per lo più e con debite eccezioni, è stato ed è vino di commerci, di grandi cantine, di raffinata arte di taglio e di affinamento, ponendo così in secondo piano il territorio d’origine, quella valle dove il Douro – che nasce in Spagna col nome di Duero- scorre portoghese per settanta tortuosi chilometri di curve e controcurve tra sponde ripidissime di granito e ardesia, aride, con estati afose, caldissime e inverni estremamente rigidi. Quelle rive inospitali sono state faticosamente scolpite con chilometri di stretti terrazzamenti, spesso scavati nella roccia viva, che hanno consentito la coltivazione della vite, del tutto non meccanizzata almeno fino agli Anni Settanta. Un paesaggio unico, estremo, che giustamente può definirsi eroico. Si aggiungano un repertorio ampeleografico di una trentina di uve locali e pratiche tradizionali come la vinificazione in ampie vasche di granito, i lagares, e la classificazione a Patrimonio dell’Unesco risulta coerente.

Pertanto, la possibilità di assaggiare un vino nativo, scevro da tagli, fortificazioni, e altre pratiche di cantina che ne offuscassero il racconto di terroir, è comprensibile desiderio, a costo di fronteggiare quelle rustiche densità e astringenze che infastidivano i conoscitori prima della nascita del Porto; rimasto tuttavia a lungo inappagato, almeno per un ampio pubblico.

La situazione principiò a mutare nel 1986, con l’ingresso del Portogallo nell’Unione Europea dopo la fine della dittatura militare. Stabilità politica e fondi europei permisero a molti piccoli produttori, precedentemente vincolati a cooperative che rifornivano le grandi firme del Porto (talune ormai marchi afferenti a multinazionali), di creare o sviluppare una propria produzione. Con l’eccezione del Barca Velha prodotto dalla famiglia portoghese Ferreira già dal 1952, quel periodo segnò l’origine dei moderni vini secchi del Douro.

Quinta do Crasto fu uno tra i pionieri . Tenuta antica, documentata fin dal 1615, appartenuta nei secoli ad un numero sorprendentemente piccolo di famiglie ed una tra le poche proprietà portoghesi a commerciare direttamente il proprio Porto (giacché il trade è stato notoriamente in mano inglese), ha costruito molta della sua fama recente proprio sui Douro DOC.

Il Douro Reserva Vinhas Velhas fu il primo Douro DOC prodotto da Quinta do Crasto e la sua carta d’identità è interessante: vale la pena, vista la lontananza e peculiarità di questo mondo enoico, per una volta sommariamente descriverla.

Viti vecchie di 70 anni, coltivate su 40 ettari di terrazze suddivise in 42 lotti, assommando fino a 30 diverse varietà di uve locali; tra le quali, presumo, abbiamo parte preminente il touriga national, il touriga francesa, il tinto cao, il tinta roriz, il tinta barroca, il tinta amarela, le più comuni e apprezzate.La produzione media è di 3000 litri per ettaro, per un numero di bottiglie che oscilla tra le 80.000 e le 90.000, secondo l’annata. I grappoli deraspati sono pigiati delicatamente e fermentati in vasche di acciaio inox a temperatura controllata. Viene aggiunta una quota di torchiato a fine fermentazione. L’affinamento avviene in barriques francesi per l’85%, americane per 15%, e il vino viene imbottigliato senza filtrazione.

Questi i dati analitici per l’annata 2013, imbottiglata nell’agosto 2015: acidità totale 4,9 g/l, pH 3,67, lo zucchero residuo 1,4 grammi per litro.

Venendo alla storia di questa specifica bottiglia, essa è parte del tesoretto di bottiglie internazionali che mi riportai dall’Inghilterra nel 2016, al termine dei 5 anni che vi trascorsi. Ricordo che l’avevo assaggiato in un negozio londinese, The Sampler a South Kensinghton (credo purtroppo abbia chiuso, ma resistono le sedi di Islington e Wimbledon). Lo trovai di carattere particolarissimo e mi ispiro subitaneamente simpatia ed il desiderio di riassaggiarlo calma.

Se l’ho aperto e riassaggiato solo nel giugno del 2021, evidentemente calma ne ho avuta assai – ma non è certo colpa di questo meraviglioso vino del Douro, che quella simpatia mi ha subito rinnovata.

Oggi è granato profondissimo dai bagliori rubino, impenetrabile, dovizioso di lente lacrime sul vetro del bicchiere.

Il profumo molto intenso subito evidenzia frutti di bosco neri e prugna scura, anche disidratata. Poi, di spezie un florilegio, dolci e piccanti, dal pepe verde alla curcuma, alla cannella: quasi fosse un curry dolce. Si adagia un istante su essenze di legni pregiati, rilanciando poi agrumi dolci: cedro e chinotto; con aldeidi che sollevano e rinfrescano un insieme altrimenti caldo e opulento. Si insinua infiltrante – filo rosso tra le diverse sensazioni- l’uva sultanina, disidratata in parte e in parte ancora croccante come frutto estremamente maturo: meglio, come i chicchi quando sono cotti nel forno, sulla schiacciata, e rimangono turgidi, densi di succo.

Soprattutto è la bocca, come si dice in gergo, la sua tessitura a renderlo amico e indimenticabile.

Vino di corpo e di estratto, molto morbido, carezzevole, finanche abboccato, è bastevolmente dinamico, grazie all’acidità media, ad un pizzico di salinità, e soprattutto al tannino caratteristico: terroso, rabbioso, granuloso, anche dopo 8 anni.

La sua lunghezza è notevole, note dolci al contrasto del tannino, soprattutto quella sensazione tattile e gustativa di uva arrostita che permane all’assaggio, percorrendo tutto il palato.

Decisamente ricorda un Porto Vintage, immaginandoselo secco, ed è un vinone, non c’è che dire, ma con una sua delicatezza, un suo dettaglio ed una naturalezza non artificiosa, sebbene sia curato e preciso. Così obliquo e caratteristico, penso, “o si ama o si odia”, specie oggi che la moda – dannosa come tutte le mode- imporrebbe vini leggerini, acidini, beverini. A mio avviso è proprio buono e l’ho goduto straordinariamente con una bistecca di podolica alla griglia con zucchine in padella.

E poi mi ha ricordato un vecchio film di Bud Spencer, “Lo chiamavano Bulldozer”, dove l’attore impersonava campione di football americano, improvvisamente ritiratosi nauseato dagli incontri truccati: ha lo stesso insieme di placida forza e delicatezza burbera di quel personaggio lì.

(Assaggio del 12 giugno 2021)

Dolcetto d’Alba 2017 , Emilio Vada, 14 gradi.

“A Peveragno, ricordo, un pomeriggio di marzo, in un’osteria infima, vidi entrare un mendicante, un vecchio vagabondo di quelli che ormai non se ne vedono più: aveva a tracolla due o tre tascapani rigonfi, una gavetta, una padella, una mantellina grigioverde arrotolata. Sedette in un angolo, vicino alla porta vetrata. Tirò fuori un pezzo di pane, e ordinò, non senza una certa solennità, ” mezza stupa”. Non disse, naturalmente, la qualità. Non dire la qualità significa, in quei luoghi, dire Dolcetto (…)”

Vino al Vino, Mario Soldati, autunno 1968.

Il Dolcetto, si sa, non è per nulla dolce.

Anzi, riesce addirittura amaro per un’incomprensibile perdita di affezione, fotografata da numeri impietosi: in vent’anni gli ettari vitati sono scesi da 5.600 a 3.800, le bottiglie da 27 a 20 milioni.

C’è stato però un tempo nel quale era il vero traino della viticoltura langarola e cuneese, spuntando talvolta, persino, prezzi più alti del Nebbiolo e rallegrando, nel secondo dopoguerra, i pasti della borghesia lombarda e piemontese.

Il Dolcetto, per me, è casa, al pari del Chianti: quelli i tipi che ricorrevano più sovente sulla nostra tavola, quand’ero bambino. Ricordo ancora la cucina lunga e buia della vecchia casa nel centro di Milano, che lasciammo prima della mia terza elementare: la luce gialla della lampadina a incandescenza evidenziava il vapore che saliva dai piatti: la minestrina in brodo coi capelli d’angelo, il lesso, l’insalata di cicoria selvatica; al centro, la bottiglia di Dolcetto d’Alba della Cantina Sociale.

Si sa com’è il Dolcetto: un profumo nascosto, quasi malinconico“: scriveva ancora Soldati.

Negli anni il Dolcetto ha accompagnato, per me, momenti di amicizia, incontri romantici, istanti di solitudine: conversazioni, sguardi, silenzi. L’ho studiato, ho imparato a descriverlo in termini tecnici, a distinguerne la provenienza, a valutarne la qualità. In lui, felicemente, mi sono perso e l’ho amato: perché è un vino nudo, di memoria e di pensiero.

La vera nudità, quella dello spirito, spaventa; la memoria è un morbido guanciale, talvolta; più spesso, un grido d’accusa: “Un giovane dolcetto ha sempre, nella sua posatezza, qualcosa di vecchio”.

Il Dolcetto è uno specchio, senza infingimenti: è vino-vino, essenziale nella sua funzione: non permette ostentazioni, rifugge esoterismi. Perciò il Dolcetto – oltre le dinamiche commerciali – è fuori moda: per la sua onestà.

Guardando tuttavia in quello specchio, senza paure, si vedrà che il Dolcetto, declinato in tre DOCG e nove DOC, può stare nell’Olimpo dei vini con voce grande e originale, senza fare la voce grossa; e, soprattutto, regala gioie che hanno la bellezza della semplicità.

Se questa è la tesi, il Dolcetto d’Alba di Emilio Vada ne è la dimostrazione. Mi folgorò al primo assaggio, a un Mercato FIVI, qualche tempo fa. Che nasca da un vignaiolo vero, di giovane generazione, che ha convinto la sua famiglia a trattenere parte delle uve da decenni conferite, è forse consequenziale: un atto di coraggio e di onestà verso se stessi e le proprie capacità.

Si dice in Toscana: “Se un si va, un si vede“: Emilio Vada ha mostrato eccome la caratura del suo lavoro: Moscato, Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, tutti buonissimi.

Quest’ultimo è coltivato tra Coazzolo e Mango, al confine tra Astigiano e Cuneese, tra Langhe e Monferrato, su suoli calcarei, franco-sabbiosi. La vinificazione segue un protocollo essenziale, tra acciaio e vetro: un vino sans signature, nel quale parla il territorio e l’artefice rimane dietro le quinte; testimoniano però la sua opera le rese di uva per ettaro: 50 quintali, contro i 90 ammessi dal disciplinare.

Qui con me, oggi, ho una bottiglia dell’annata 2017. Lo apro. Lo verso.

Nel mio vetro, rubino purpureo trasparente: bellissimo, luminoso; su di esso, gocciole molto fitte, regolari, lente.

Il profumo è intensissimo: molto complesso, giovanile con un principio di evoluzione, suggerisce polpa e materia.

È una fantasmagoria vegetale ed arborea, un sogno di mezz’estate aperto da un trionfo di frutta: nettissimo il gelso nero, poi fragolina, susina polposa, duroni sotto spirito, melone, cocomero; quindi, come una girandola scoppiettante, erbe aromatiche, spezie, balsami: alloro, rosmarino, prezzemolo, basilico, curcuma, zafferano, corteccia d’eucalipto, fieno. Con le ore, chiudono il corteo, eleganti e riflessive, rosa, viola, liquirizia.

Vino pastoso, di giusto corpo, molto saporito, esemplare per fittezza e finezza di trama.

Abbondantemente tannico e sapido, moderato in acidità, risolve la sua grande tensione interna in un equilibrio stabile per l’intera arcata del sorso, fin nel notevole allungo, obliando il grado alcolico.

Questo stupefacente Dolcetto, tra i più buoni da me assaggiati, possiede una dote rara e senza tempo: il senso della misura.

Gustato con piacere su hamburger di Casa Serra, lo immagino delizioso su taglierini al ragù di carne.

(30 maggio 2020)

Il mio Ovidio 2009, Camillo Donati, 14,5 gradi.

I miei primi passi curiosi da amatore di vini furono quantomai disordinati e divertenti: una scoperta continua, senza regole, vincoli, scuole.

Letture scombinate, consigli di conoscitori e orecchianti, assaggi vari, perlustrazioni e, talvolta, colpi di fortuna.

Chi mi parlasse la prima volta di Camillo Donati non lo ricordo.

So che ad un certo punto volevo assaggiare del Lambrusco e della Malvasia autentiche, rifermentate in bottiglia, e fui indirizzato da lui.

Era già un nome importante – oserei dire storico – del movimento dei vini cosiddetti naturali, verso i quali nutrivo e nutro una certa simpatia: mi piace e mi interessa il concetto di lasciar parlare la natura e i suoi tempi, valorizzandone le caratteristiche; non gradisco, invece, estremismi e trascuratezze reclamizzate per pregi.

Donati appartiene in effetti all’ala purista, con rara maestria: confesso di aver trovato i suoi vini talvolta non completamente convincenti, secondo l’annata, ma costantemente di carattere e onesti. Nei casi migliori, però, dalle sue vigne trae esiti notevolissimi.

In realtà, per un motivo o per l’altro, non sono mai andato da lui sulle morbide colline tra Langhirano e Felino, nel Parmense: le sue bottiglie me le procurava anni addietro un amico, che passava spesso in zona.

Un peccato: resta una di quelle tappe inevase, tuttavia ineludibili.

Di quelle antiche bottiglie summenzionate mi rimaneva ormai solo questo Croatina. Confesso che era rimasta ultima perché mi interessava meno: della Croatina non ero per nulla pratico all’epoca, mentre negli anni, conoscendola, ho imparato ad amarla.

Ecco: questo Croatina, dedicato al vecchio cantiniere Ovidio, è forse il più buono e perfetto tra i vini di Donati che ho assaggiato finora, confermandomi l’idea che la Croatina sia il vitigno rosso italiano più sottostimato.

Versandolo, svela al primo sguardo, celata, una promessa sensuale: granato profondo, molto viscoso; e sul vetro gocciole prima rade, poi fitte e persistenti.

Stupisce per il profumo intensissimo e nitido di frutti di bosco maturi, al limite di una piacevole confettura. Poi, morbidi come le carni dei putti del Correggio, si svolgono rifrazioni e rimandi di spezie, caffè, cioccolato fondente, liquirizia, nocciola, carruba, caramello.

Il corpo è pieno, polposo; la tessitura avvolgente; il sorso amabile e gustosissimo; l’intensità vibrante; l’equilibrio mirabile e raro.

Il tannino abbondante, col tempo, si è risolto in un signorile velluto. L’acidità, pure notevolissima, complici corpo e zucchero si nasconde, danzando sul palato un ballo in maschera: una mazurka, delicatamente mossa da un residuo di anidride carbonica, che sfuma su un finale piacevolmente alcolico, di buona lunghezza.

Questo vino, oggi giustamente invecchiato, gravido di umori, mi parla di Parma, del suo spirito.

“Come, non un Lambrusco?”. È che il Lambrusco parmense è superbamente popolano, operaio e contatadino, magari borghese o finanche anarchico: ritrae bene gli aspetti più grintosi dell’anima parmigiana, che la sera magari andava al Teatro Regio solo per il gusto di fischiare il tenore.

C’è però anche la Parma dei palazzi dagli androni silenziosi, dei conventi solenni, delle ville che si perdono nella campagna oltre interminabili finali di aceri: la Parma dei signori e della nobiltà, delle dolci armonie architettoniche, delle sculture immortali dell’Antelami, dell’enigmatica bellezza dei volti del Parmigianino; quella che, certe sere sul finire dell’autunno, quando calano il buio e la nebbia, si infittisce per le strade del centro, illuminate appena dai lampioni gialli, e sembra avvolgere, accarezzare, chi passi infreddolito stringendosi nel suo tabarro; che, a vederlo di lontano, non sapresti se figura reale o fantasma amico.

Quella Parma nobile e ombrosa, dal palpito romantico, è perfettamente ritratta da questo vino: sensuale, appassionato, col suo slancio naturale che subito si vela di dolce malinconia.

Buono fresco, sulla mia tavola è stato bene sui tortellini in brodo. L’avrei accostato volentieri a costine di maiale, al forno; ma il suo matrimonio, io credo, l’oca arrosto.

I vini di Val di Buri


Certo, il progresso ha le sue ragioni.


Quando guardo, però, le pianure interne della Toscana settentrionale, mi domando se davvero fosse necessario tanto stravolgimento, se non si potesse negoziare un equilibrio con la natura ed il paesaggio storico.


La situazione è particolarmente dolorosa nel Pistoiese, laddove la piana si restringe, da Quarrata in direzione di Serravalle, o dov’è cinta stretta di colline, sul versante valdinievolino: lì cemento, elettrodotti, serre e abbandono agricolo aggrediscono scorci di paesaggio altrimenti incantati, che paiono presi tal quali dalle pitture dei Maestri del Rinascimento.


Non solo: le tradizioni agricole e sociali sembrano essersi disgregate in pochi decenni, disumanizzando il territorio e chi lo abita: le dinamiche negative del boom economico qui concentrate in un tempo dimezzato e assai più recente, apparendo pertanto ancora più assurde.


Che cosa c’entra questo col vino?


C’entra che, siccome il vino accompagna l’uomo da millenni, è un indicatore importante della società e delle sue evoluzioni, a saperlo leggere.


In larghe zone del Pistoiese non esistevano le grandi proprietà, il latifondo. L’origine di questa situazione è complessa e antica, risalendo in nuce all’epoca romana e all’assegnazione di particelle ai veterani dell’esercito. In tempi più recenti – dai primi del Novecento, circa – qui esistevano perlopiù piccoli proprietari e piccoli mezzadri, questi ruoli spesso confondendosi: chi coltivava il suo campetto spesso badava anche a quelli del padrone, pure non gran cosa. Mio nonno, che appunto aveva vissuto quella condizione, diceva che i poderi della zona erano degli “scansa-pigione”: buoni giusto per l’autoconsumo e per un poco di vendita diretta che aiutava a quadrare i conti del bilancio familiare.


Con le dovute eccezioni, anche il vino è stato così prodotto in zona per lunghissimo tempo in maniera artigianale e venduto in damigiana, tramite rapporti diretti, spesso fiduciari. Non c’è stata la molla dell’etichetta, dell’orgogliosa competizione, dell’esigenza imprenditoriale di individuare le migliori tecniche e i migliori vigneti, identificando nomeranze.


Questo, almeno, negli ultimi decenni, restando realtà imprenditoriali solo episodiche e troppo lontane nel tempo per aver lasciato memoria.


Quindi il vero potenziale enologico di queste colline non è mai stato indagato a fondo e, per l’invecchiamento dei vignaioli e della loro clientela, passata al consumo in bottiglia col cambio generazionale, anche la produzione ha subito un calo col conseguente abbandono di vigneti spesso bellissimi e ricchi di un’interessante varietà ampeleografica residuale: vigne museo accidentali, vecchie di decenni, tanto nel patrimonio botanico che negli impianti e tecniche di allevamento. Si aggiungano le pendenze spesso proibitive e i profili tortuosi: condizioni inadatte alla meccanizzazione.


Qui, finalmente, si inserisce il percorso di Val di Buri, una realtà nata quasi per il passatempo di una coppia già impegnata professionalmente nel mondo del vino, per avere un po’ di Trebbiano per sé e per gli amici: Marina Ciancaglini e Giacomo Lippi; non li conosco di persona, ma la loro avventura e la loro determinazione, così come mi sono state raccontate, mi hanno affascinato, perché vi rinvengo una spinta etica che si traduce in un cortocircuito rinfrescante.


Eccoli dunque ricercare con dedizione quelle vigne che i vecchi abbandonano per mancanza di forze e che figli e nipoti disertano per disinteresse. Eccoli ripulire e riparare i vecchi filari, spesso strappati al bosco, allevando con cura le varietà antiche, i trebbiano, i canaiolo e i tanti altri che affiancano il sangiovese.

Ne ricavano vini felicemente disadorni e schietti, tuttavia curati e nitidi: nascono dalla fatica, ma hanno la bellezza della semplicità. Richiamano lo stile dei vini toscani di qualche decennio addietro: se ne sentiva il bisogno, vieppiù sulla tavola.
Qui di seguito, amica o amico che mi leggi, veloci note d’assaggio delle loro tre etichette- le annate più recenti in commercio – assaggiate tra l’estate e l’autunno di quest’anno.

Eco della valle 2019, Val di Buri, 12 gradi.


Da uve rosse e bianche insieme, non è rosato, non è cerasuolo, ma un rosso all’antica maniera contadina di Toscana.
Semplice come un acquerello, ma profumato e screziato, dissetante (asprigno, dicevano i vecchi).


Giovane giovane, odora di viole, rose, mele rosse, visciole, fragoline, susine, chiodo di garofano, senape, pepe nero.
Appena tannico, snello, salino, lungo, da poterselo godere ben fresco anche in un afoso Ferragosto.


Matrimonio d’amore sul coniglio arrosto e stringhe in umido, classica pietanza delle campagne pistoiesi, ma buonissimo anche su olive cotte in padella (olive magre, da olio).
Il mio vino del cuore tra quelli di Val di Buri.

Bure Chiara, vino da tavola, L. bc19, 12,5 gradi.


Rosso da uve rosse: sangiovese ed altri autoctoni, più o meno noti.


La veste è rubino, assai trasparente, luminosa, con screziature granata. Lascia sul vetro gocciole fitte veloci, regolari, evanescenti.


Dopo un’iniziale riduzione, il profumo è molto intenso, puro, arioso, primariamente floreale: festoni di viole, violette, lavanda, punteggiati di rose rosse; cesti di fragoline di bosco, fragole, ciliegie appena mature, mandarini; poi cola, foglia d’ulivo, resina, terriccio; infine spunti eterei misti ad aliti di alloro, di mirto.


Medio il corpo ed il tannino, che è fine, perfettamente maturo. Succosissima stoffa, felice tensione innervata di salinità abbondante ed un’acidità notevolissima, d’altri tempi.
Dopo decenni di sperimentazioni sulle varietà bordolesi e le barrique, è questa forse la nuova frontiera della ricerca enologica Toscana: in sottrazione e in damigiana.


È dichiarato a tutto pasto: sulla nostra tavola ottimo accompagnamento per un arrosto di faraona e di gallo, ma ancor meglio sul castagnaccio. Chissà come starebbe insieme ai necci con la ricotta ed un tagliere di salumi.


Forabuja , L. fb19, Val di Buri, 12,5 gradi.

Trebbiano toscano, vinificato sulle bucce.
Veste limone carico tendente al dorato, con una lieve torbidità e deposito sul fondo della bottiglia. Sul vetro, ghirlanda di gocciole lente, irregolari, in ampie volute.

Ha profumo molto intenso e nitido: fiori gialli e più ancora frutta gialla. Sono pesche e albicocche, mature e disidratate, con striature di pompelmo, di limone d’Amalfi, ananas, buccia di melone e un sfondo nitido e caratteriale di olive, di olio appena franto, di resina. Infine, accennati, un’iride aldeidica e mieli d’acacia e castagno.


Corposo e disteso, vellutato e succoso, è sorprendentemente rilassato: una lieve tannicità (fine e matura) e l’evidente trama salina suppliscono un’acidità piuttosto attenuata, ma elegantemente distribuita su un sorso di buona lunghezza e persistenza, che termina pulito, in equilibrio, con un lieve sbuffo d’alcol.


Concepito forse più per valorizzare l’immediata maturità della materia che per cercare col tempo complessi equilibri nei registri ossidativi, traduce il Trebbiano Toscano in una piacevolezza avvolgente e dinamica: un abbraccio, una carezza, una coccola.


Un bianco da tutto pasto, che immagino eccellente su un gran fritto di terra toscano.