Il mio Ovidio 2009, Camillo Donati, 14,5 gradi.

I miei primi passi curiosi da amatore di vini furono quantomai disordinati e divertenti: una scoperta continua, senza regole, vincoli, scuole.

Letture scombinate, consigli di conoscitori e orecchianti, assaggi vari, perlustrazioni e, talvolta, colpi di fortuna.

Chi mi parlasse la prima volta di Camillo Donati non lo ricordo.

So che ad un certo punto volevo assaggiare del Lambrusco e della Malvasia autentiche, rifermentate in bottiglia, e fui indirizzato da lui.

Era già un nome importante – oserei dire storico – del movimento dei vini cosiddetti naturali, verso i quali nutrivo e nutro una certa simpatia: mi piace e mi interessa il concetto di lasciar parlare la natura e i suoi tempi, valorizzandone le caratteristiche; non gradisco, invece, estremismi e trascuratezze reclamizzate per pregi.

Donati appartiene in effetti all’ala purista, con rara maestria: confesso di aver trovato i suoi vini talvolta non completamente convincenti, secondo l’annata, ma costantemente di carattere e onesti. Nei casi migliori, però, dalle sue vigne trae esiti notevolissimi.

In realtà, per un motivo o per l’altro, non sono mai andato da lui sulle morbide colline tra Langhirano e Felino, nel Parmense: le sue bottiglie me le procurava anni addietro un amico, che passava spesso in zona.

Un peccato: resta una di quelle tappe inevase, tuttavia ineludibili.

Di quelle antiche bottiglie summenzionate mi rimaneva ormai solo questo Croatina. Confesso che era rimasta ultima perché mi interessava meno: della Croatina non ero per nulla pratico all’epoca, mentre negli anni, conoscendola, ho imparato ad amarla.

Ecco: questo Croatina, dedicato al vecchio cantiniere Ovidio, è forse il più buono e perfetto tra i vini di Donati che ho assaggiato finora, confermandomi l’idea che la Croatina sia il vitigno rosso italiano più sottostimato.

Versandolo, svela al primo sguardo, celata, una promessa sensuale: granato profondo, molto viscoso; e sul vetro gocciole prima rade, poi fitte e persistenti.

Stupisce per il profumo intensissimo e nitido di frutti di bosco maturi, al limite di una piacevole confettura. Poi, morbidi come le carni dei putti del Correggio, si svolgono rifrazioni e rimandi di spezie, caffè, cioccolato fondente, liquirizia, nocciola, carruba, caramello.

Il corpo è pieno, polposo; la tessitura avvolgente; il sorso amabile e gustosissimo; l’intensità vibrante; l’equilibrio mirabile e raro.

Il tannino abbondante, col tempo, si è risolto in un signorile velluto. L’acidità, pure notevolissima, complici corpo e zucchero si nasconde, danzando sul palato un ballo in maschera: una mazurka, delicatamente mossa da un residuo di anidride carbonica, che sfuma su un finale piacevolmente alcolico, di buona lunghezza.

Questo vino, oggi giustamente invecchiato, gravido di umori, mi parla di Parma, del suo spirito.

“Come, non un Lambrusco?”. È che il Lambrusco parmense è superbamente popolano, operaio e contatadino, magari borghese o finanche anarchico: ritrae bene gli aspetti più grintosi dell’anima parmigiana, che la sera magari andava al Teatro Regio solo per il gusto di fischiare il tenore.

C’è però anche la Parma dei palazzi dagli androni silenziosi, dei conventi solenni, delle ville che si perdono nella campagna oltre interminabili finali di aceri: la Parma dei signori e della nobiltà, delle dolci armonie architettoniche, delle sculture immortali dell’Antelami, dell’enigmatica bellezza dei volti del Parmigianino; quella che, certe sere sul finire dell’autunno, quando calano il buio e la nebbia, si infittisce per le strade del centro, illuminate appena dai lampioni gialli, e sembra avvolgere, accarezzare, chi passi infreddolito stringendosi nel suo tabarro; che, a vederlo di lontano, non sapresti se figura reale o fantasma amico.

Quella Parma nobile e ombrosa, dal palpito romantico, è perfettamente ritratta da questo vino: sensuale, appassionato, col suo slancio naturale che subito si vela di dolce malinconia.

Buono fresco, sulla mia tavola è stato bene sui tortellini in brodo. L’avrei accostato volentieri a costine di maiale, al forno; ma il suo matrimonio, io credo, l’oca arrosto.

I vini di Val di Buri


Certo, il progresso ha le sue ragioni.


Quando guardo, però, le pianure interne della Toscana settentrionale, mi domando se davvero fosse necessario tanto stravolgimento, se non si potesse negoziare un equilibrio con la natura ed il paesaggio storico.


La situazione è particolarmente dolorosa nel Pistoiese, laddove la piana si restringe, da Quarrata in direzione di Serravalle, o dov’è cinta stretta di colline, sul versante valdinievolino: lì cemento, elettrodotti, serre e abbandono agricolo aggrediscono scorci di paesaggio altrimenti incantati, che paiono presi tal quali dalle pitture dei Maestri del Rinascimento.


Non solo: le tradizioni agricole e sociali sembrano essersi disgregate in pochi decenni, disumanizzando il territorio e chi lo abita: le dinamiche negative del boom economico qui concentrate in un tempo dimezzato e assai più recente, apparendo pertanto ancora più assurde.


Che cosa c’entra questo col vino?


C’entra che, siccome il vino accompagna l’uomo da millenni, è un indicatore importante della società e delle sue evoluzioni, a saperlo leggere.


In larghe zone del Pistoiese non esistevano le grandi proprietà, il latifondo. L’origine di questa situazione è complessa e antica, risalendo in nuce all’epoca romana e all’assegnazione di particelle ai veterani dell’esercito. In tempi più recenti – dai primi del Novecento, circa – qui esistevano perlopiù piccoli proprietari e piccoli mezzadri, questi ruoli spesso confondendosi: chi coltivava il suo campetto spesso badava anche a quelli del padrone, pure non gran cosa. Mio nonno, che appunto aveva vissuto quella condizione, diceva che i poderi della zona erano degli “scansa-pigione”: buoni giusto per l’autoconsumo e per un poco di vendita diretta che aiutava a quadrare i conti del bilancio familiare.


Con le dovute eccezioni, anche il vino è stato così prodotto in zona per lunghissimo tempo in maniera artigianale e venduto in damigiana, tramite rapporti diretti, spesso fiduciari. Non c’è stata la molla dell’etichetta, dell’orgogliosa competizione, dell’esigenza imprenditoriale di individuare le migliori tecniche e i migliori vigneti, identificando nomeranze.


Questo, almeno, negli ultimi decenni, restando realtà imprenditoriali solo episodiche e troppo lontane nel tempo per aver lasciato memoria.


Quindi il vero potenziale enologico di queste colline non è mai stato indagato a fondo e, per l’invecchiamento dei vignaioli e della loro clientela, passata al consumo in bottiglia col cambio generazionale, anche la produzione ha subito un calo col conseguente abbandono di vigneti spesso bellissimi e ricchi di un’interessante varietà ampeleografica residuale: vigne museo accidentali, vecchie di decenni, tanto nel patrimonio botanico che negli impianti e tecniche di allevamento. Si aggiungano le pendenze spesso proibitive e i profili tortuosi: condizioni inadatte alla meccanizzazione.


Qui, finalmente, si inserisce il percorso di Val di Buri, una realtà nata quasi per il passatempo di una coppia già impegnata professionalmente nel mondo del vino, per avere un po’ di Trebbiano per sé e per gli amici: Marina Ciancaglini e Giacomo Lippi; non li conosco di persona, ma la loro avventura e la loro determinazione, così come mi sono state raccontate, mi hanno affascinato, perché vi rinvengo una spinta etica che si traduce in un cortocircuito rinfrescante.


Eccoli dunque ricercare con dedizione quelle vigne che i vecchi abbandonano per mancanza di forze e che figli e nipoti disertano per disinteresse. Eccoli ripulire e riparare i vecchi filari, spesso strappati al bosco, allevando con cura le varietà antiche, i trebbiano, i canaiolo e i tanti altri che affiancano il sangiovese.

Ne ricavano vini felicemente disadorni e schietti, tuttavia curati e nitidi: nascono dalla fatica, ma hanno la bellezza della semplicità. Richiamano lo stile dei vini toscani di qualche decennio addietro: se ne sentiva il bisogno, vieppiù sulla tavola.
Qui di seguito, amica o amico che mi leggi, veloci note d’assaggio delle loro tre etichette- le annate più recenti in commercio – assaggiate tra l’estate e l’autunno di quest’anno.

Eco della valle 2019, Val di Buri, 12 gradi.


Da uve rosse e bianche insieme, non è rosato, non è cerasuolo, ma un rosso all’antica maniera contadina di Toscana.
Semplice come un acquerello, ma profumato e screziato, dissetante (asprigno, dicevano i vecchi).


Giovane giovane, odora di viole, rose, mele rosse, visciole, fragoline, susine, chiodo di garofano, senape, pepe nero.
Appena tannico, snello, salino, lungo, da poterselo godere ben fresco anche in un afoso Ferragosto.


Matrimonio d’amore sul coniglio arrosto e stringhe in umido, classica pietanza delle campagne pistoiesi, ma buonissimo anche su olive cotte in padella (olive magre, da olio).
Il mio vino del cuore tra quelli di Val di Buri.

Bure Chiara, vino da tavola, L. bc19, 12,5 gradi.


Rosso da uve rosse: sangiovese ed altri autoctoni, più o meno noti.


La veste è rubino, assai trasparente, luminosa, con screziature granata. Lascia sul vetro gocciole fitte veloci, regolari, evanescenti.


Dopo un’iniziale riduzione, il profumo è molto intenso, puro, arioso, primariamente floreale: festoni di viole, violette, lavanda, punteggiati di rose rosse; cesti di fragoline di bosco, fragole, ciliegie appena mature, mandarini; poi cola, foglia d’ulivo, resina, terriccio; infine spunti eterei misti ad aliti di alloro, di mirto.


Medio il corpo ed il tannino, che è fine, perfettamente maturo. Succosissima stoffa, felice tensione innervata di salinità abbondante ed un’acidità notevolissima, d’altri tempi.
Dopo decenni di sperimentazioni sulle varietà bordolesi e le barrique, è questa forse la nuova frontiera della ricerca enologica Toscana: in sottrazione e in damigiana.


È dichiarato a tutto pasto: sulla nostra tavola ottimo accompagnamento per un arrosto di faraona e di gallo, ma ancor meglio sul castagnaccio. Chissà come starebbe insieme ai necci con la ricotta ed un tagliere di salumi.


Forabuja , L. fb19, Val di Buri, 12,5 gradi.

Trebbiano toscano, vinificato sulle bucce.
Veste limone carico tendente al dorato, con una lieve torbidità e deposito sul fondo della bottiglia. Sul vetro, ghirlanda di gocciole lente, irregolari, in ampie volute.

Ha profumo molto intenso e nitido: fiori gialli e più ancora frutta gialla. Sono pesche e albicocche, mature e disidratate, con striature di pompelmo, di limone d’Amalfi, ananas, buccia di melone e un sfondo nitido e caratteriale di olive, di olio appena franto, di resina. Infine, accennati, un’iride aldeidica e mieli d’acacia e castagno.


Corposo e disteso, vellutato e succoso, è sorprendentemente rilassato: una lieve tannicità (fine e matura) e l’evidente trama salina suppliscono un’acidità piuttosto attenuata, ma elegantemente distribuita su un sorso di buona lunghezza e persistenza, che termina pulito, in equilibrio, con un lieve sbuffo d’alcol.


Concepito forse più per valorizzare l’immediata maturità della materia che per cercare col tempo complessi equilibri nei registri ossidativi, traduce il Trebbiano Toscano in una piacevolezza avvolgente e dinamica: un abbraccio, una carezza, una coccola.


Un bianco da tutto pasto, che immagino eccellente su un gran fritto di terra toscano.

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996, Tenuta Bibbiano,13 gradi, bottiglia 12901

A Castellina la luce sa essere tersa e cristallina come il suo nome, anche sotto la pioggia.

Pioveva la prima volta che arrivai a Bibbiano, un giorno indimenticabile, con l’auto che arrancava una sterrata lunghissima e fangosa, per il piacere dell’avventura e della scoperta. Con me, un amico carissimo.

Pioveva l’ultima volta che vi sono arrivato, un giorno altrettanto indimenticabile, per una strada più svelta, in compagnia di colei che di lì appresso sarebbe diventata mia moglie.

In mezzo, una decade esatta della mia esistenza e di scoperte nel mondo del vino.

Giunsi a Bibbiano muovendo i primi consapevoli passi in cerca del Sangiovese autentico, mio primo e sempre coltivato amore.

Divenne poi luogo del cuore con le ripetute visite, mai abbastanza frequenti stanti i casi della vita.

Ora, quando vado a Bibbiano, è primariamente per visitare Tommaso Marrocchesi Marzi, che considero un amico ed un imprenditore illuminato: amo conversare con lui e imparare.

Quell’ultima volta trascorremmo insieme un intero pomeriggio: ci mostrò le vigne, la cantina, gli uffici, ci presentò i suoi validi collaboratori. Parlammo del passato, del presente, del futuro: degli ultimi lavori effettuati per recuperare e riadattare al meglio gli spazi, della variante alla via di accesso, dei lavori di cantina, delle ambizioni future: progetti interessantissimi, quali lo studio dei terreni, del patrimonio di antichi cloni aziendali, dove la scienza moderna può valorizzare la natura.

“Adattare le proprie idee alla realtà, piuttosto che forzare la realtà alle proprie idee”: è una frase che mi disse allora Tommaso, illuminante perché credo riassuma bene anche la filosofia aziendale.

Mi confessò Tommaso che solo da un certo momento in poi aveva avuto chiaro che tipo di vini avrebbe voluto produrre. Ed ecco che le memorie del luogo e quelle familiari, le antiche fotografie e le medaglie, raccontate con amore quel giorno da Tommaso per noi, in tale prospettiva rivivevano e diventavano il sestante per l’avvenire. Anche la bellissima targa che si è voluta apporre sulla facciata dell’azienda a memoria di Giulio Gambelli, il leggendario Maestro Assaggiatore di 60 vendemmie a Bibbiano, suona ora come una dichiarazione di intenti.

Bibbiano non è un’azienda-vetrina, né un sepolcreto, ma una realtà viva che proietta la sua storia nel futuro, coltivando il genius loci e la naturale eleganza dei vini.

Ci condusse allora Tommaso nella parte più profonda e antica della struttura, dove sono conservate le annate storiche. Sapendoci prossimi alle nozze, ci regalò una bottiglia di Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996 ed una di Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1995, nate ancora sotto l’egida di suo padre Alfredo e di Giulio Gambelli, monumenti di storia chiantigiana: Sangiovese dalla vigna aziendale esposta a sud-ovest, verso l’assolata apertura che guarda a Monteriggioni, concepita fin dall’origine -credo negli Anni ’50- per la produzione della Riserva, di concezione classica.

Un gesto che mia moglie ed io non dimenticheremo mai.

Vini così speciali meritano, laddove possibile, momenti speciali e tavole all’altezza. Decisi di aprire, con emozione, la 1996 lo scorso luglio 2020, per l’ottantacinquesimo genetliaco di mio padre.

Era ancora incredibilmente rubino, trasparente e luminoso; si distingueva appena qualche accenno al granato. Sul vetro creava una sarabanda di gocciole molto lente, molto fitte, regolari, di solenne andamento.

Il suo profumo: integro, intenso, sfaccettato, arioso, puro; rifinito e severo insieme, come la trina di un capitello altomedievale. La freschezza cristallina del lampone e della ciliegia maturi sfumava nei fiori appassiti, rosa e viola; si screziava eterea dei balsami del rosmarino, dell’origano, dell’alloro, di un bosco di lecci, foglie e corteccia; la dolcezza domestica, malinconica, autunnale della farina di castagne diveniva controcanto alla liquerizia e alle nobili profondità minerali della pietra assolata, del ferro, della polvere da sparo, del goudron; infine, tenui note di spezie: aliti di brezza.

Di gran corpo, aveva la stoffa dei migliori vini del versante inferiore e meridionale di Castellina: rotonda, completa, equilibrata, ma leggiadra; con un tratto sottilmente femminile che spesso ritrovo nei vini di Bibbiano: era la delicatezza dell’attacco setoso, che si modulava nell’alata forza strutturale di un tannino sciolto e rotondo, ma ancora abbondante; dell’acidità notevole e tuttavia naturalmente distribuita lungo il palato; di una salinità puntuale, infiltrante, riverberante.

Profondissimo, chiudeva la sua lunghissima arcata su echi ematici, minerali, speziati: di pepe bianco e nero, di noce moscata e cenni – forse – di cannella.

Vino che racconta, da ascoltare: un suono liquido, profondo, ma deciso e screziato, disegnato con perfette proporzioni, sì da scordare analisi tecniche e sentire solo il racconto della musica. Ecco: nella mia memoria di ascoltatore appassionato, l’orchestra di Toscanini, la V Sinfonia di Beethoven, la pregnanza di quel motto in levare.

Furono istanti di raccoglimento trasognato, su arrosto di faraona e piccione.

I Lacryma Christi del Vesuvio di Cantine Matrone.

Sarò magari suggestionato dalla bellezza abbagliante dei luoghi – quell’insieme di cobalto marino, giada lussureggiante di vegetazione, ametista della terra, ocra delle monumentali rovine – mi pare tuttavia che dai Campi Flegrei al Vesuvio ci sia una concentrazione straordinaria di piccole cantine eccellenti e di deliziose perle enologiche.

Ciascuna con un carattere assai peculiare: la capacità dei vignaioli e, credo, le caratteristiche stesse delle varietà locali, valorizzano la notevole parcellizzazione di un territorio dal fascino naturale e storico unico.

Vini dei vulcani, tutti; ma, a grandi linee, aggiungerei che quelli dei Campi Flegrei, salatissimi e sciolti, declinano al mare; i Lacryma Christi, più acidi e strutturati, declinano alla montagna.

Il Lacryma Christi è un vino di antica tradizione (gli affreschi pompeiani mostrano il Vesuvio coperto di viti) e di notevoli citazioni letterarie: ne ricordo una poco nota, ma che è stata il mio primo memorabile incontro con la tipologia, nelle pagine che Pratolini dedica al personaggio de “la Signora”, in Cronache di poveri amanti.

Ha subito purtroppo un periodo d’oblio, durante il quale, almeno fuori zona, si trovavano solo esemplari commerciali di scarsa personalità ed interesse.

Da qualche anno la situazione è decisamente migliorata.

Cantine Matrone produce questi Lacryma Christi del Vesuvio, rosso e bianco, dallo spirito felicemente artigianale.

Mi paiono tra i conseguimenti più felici della tipologia.

Lacryma Christi del Vesuvio Rosso 2015, Cantine Matrone, 13,5 gradi.

Un taglio tradizionale di Piedorosso maggioritario, che dona scioltezza e profumi caratteristici, con una decima parte tra Aglianico, che garantisce nerbo e struttura, e Sciascinoso, che aggiunge note fruttate.

Tinta rubino, di media profondità, molto luminosa: bella. Lascia sul bicchiere gocciole regolari, fitte, lente.

Profumatissimo: immediato, tuttavia molto complesso, terroso e insieme puro. Di primo acchito, è come entrare in certe annose cantine, che portano sui muri il ricordo di tante vendemmie passate. Poi, ordinando le sensazioni, di distinguono l’uva sultanina o, meglio, arrostita; il gelso nero, la mora selvatica, l’amarena, la pesca, il chinotto; poi – qui sta il carattere – origano, timo, melanzana, pomodorino del piennolo essicato, cappero, acciuga, tantissimo pepe e le nette sensazioni minerali e affumicate, firma del vulcano.

Sorso agile, secco, continuo e compatto, ma accessibile, comunicativo, di slancio felice.

Ha tannino importante e pastoso; salinità impressionante; acidità appena sopra la media; ottima lunghezza: chiude con quel tannino pastoso a riempire la bocca e note piacevolmente dolci-amare, dal retrogusto balsamico ed ematico.

Un vino di alto artigianato, originalissimo, buonissimo anche fresco, pieno di gioia. Mi ricorda certi Cotes du Rhone settentrionale, certi St. Joseph, ma in una veste mediterranea.

Gustato con grande piacere su pollo ai peperoni e melanzane, con contorno di patate arrosto.

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2015, Cantine Matrone, 12,5 gradi.

Tinta giallo limone intenso. Forma lacrime accennate, fitte, veloci, evanescenti.

Il profumo è molto intenso e puro. Un’esplosione di agrumi: freschi, disidratati, caramellati; poi, fiori gialli, olio d’oliva, macchia mediterranea con la salsedine nell’aria: iodio. Vibranti: gli idrocarburi, i toni empireumatici, lo zolfo e la pietra.

Il corpo è medio. Il sorso molto salino, delicato e carezzevole; saldo, però, con un’acidità naturalmente integrata, di media intensità. Anche la concentrazione del gusto è mediana, ma trova notevole allungo e persistenti risonanze.

Un ottimo bianco da pesce, che ragiona di mare e d’altura.

Giovane, è buonissimo, ma una bottiglia vecchia di un lustro, in condizioni perfette come questa, dona piena felicità. Se lo stato non fosse ideale, ma discreto, se ne apprezzeranno comunque la florealità intensa, selvatica, mediterranea; la distinta vena agrumata; l’odore di vulcano: zolfo, pietra, idrocarburo.

Aglianico del Vulture Riserva Caselle 2003, D’Angelo, 13 gradi

Mi disse una volta un amico di origini lucane, a proposito della sua terra: “Eppure esiste!”.

Agli occhi di chi abita al Nord la Basilicata pare remotissima, più di ogni altra regione del Sud.

Forse non ha saputo promuoversi bene; forse ne è mancata l’occasione; forse, il carattere stesso dei Lucani che, fuor di luogo comune, ha un fondo schivo e riservato, contribuisce a tenerla in ombra.

Credo che anche sui vini della Basilicata non si siano mai davvero accese le luci, nemmeno sul più celebre e storico di essi, l’Aglianico del Vulture.

Quando vivevo in Inghilterra lo trovavo, con sorpresa e piacere, in un negozio in pieno centro a Londra: era il vino di un certo produttore di meritata fama, premiato e famoso, ma lì appariva più in rappresentanza di se stesso come un unicum, che testimone di un intero territorio.

Peccato: l’Aglianico del Vulture è un vino buonissimo, forse il più gentile degli Aglianico, escludendo quello cilentano, con una rotondità ed una speziatura personalissime, che gli derivano dalla particolare combinazione di suoli argillo-calcarei su sostrati vulcanici più o meno affioranti e caratteristiche pedoclimatiche particolari, interne e di alta collina, in territorio largamente incontaminato.

Inoltre, ha una lunga storia da raccontare (celebre la citazione di Orazio) e sono numerosi i produttori degli di nota: una bella squadra.

D’Angelo è uno tra quelli di lunga tradizione: attivo fin dagli Anni Venti del Novecento come produttore di uve, i primi imbottigliamenti sono degli Anni Settanta.

Tra le numerose etichette, il Caselle occupa un posto particolare per la concezione a un tempo classica e ambiziosa, con rese limitate a 45 quintali di uva per ettaro ed un invecchiamento di 5 anni prima della messa in commercio, dei quali 2 in botti grandi: sono numeri da Barolo, da Brunello di Montalcino, per intenderci.

Questa bottiglia mi giunse da un amico scambiandoci bottiglie: lui in vacanza al sud, io al centro nord, ci dividemmo il bottino a mezza via.

L’Aglianico ha generalmente lunga vita. Mi preme tuttavia sottolineare l’ottima condizione di questa ben conservata 2003, annata molto calda e mal apprezzata agli esordi: si affermava che i vini – in tutta Italia – fossero cotti, sbilanciati, scarsamente longevi.

Invece, con gli anni in vetro, spesso hanno trovato equilibri mirabili e una certa freschezza.

Non so come fosse questo Aglianico del Vulture agli esordi, ma tali attributi gli si applicano oggi a perfezione.

È color granato profondo, con riflessi rubino. Sul vetro, lacrime molto lente e regolari.

Ha un profumo molto intenso di mora di rovo, di mirtilli, di susine scure. Suoi sono gli incensi, nobili e maestosi, sua la foresta: resina di conifere, corteccia, muschio; suo un tratto fermamente mediterraneo: il rosmarino, il ginepro, l’alloro, l’oliva; infine una nota ematica nitida, un sottotraccia di polvere pirica, di affumicato, eco discreta dei suoli vulcanici.

Di gran corpo e concentrazione, gusto intensissimo.

Si apre ampio, nitido, deciso e quasi dolce sul palato, virando subito energico, nervoso, molto reattivo, con un allungo fresco, succosissimo, profondo, naturale, secondo un incedere compatto, percussivo, verticale e tuttavia sciolto, a suo modo leggiadro. L’acidità è notevole, il tannino fine e abbondante: tra queste poderose spinte, il vino vibra ricco di armonici, come la cavata violinistica di un David Oistrak

Sulla mia tavola è stato compagno eccellente di un agnello al forno con le olive.

Colli Trevigiani IGT “Venegazzù della casa” 2005, Loredan Gasparini, 13 gradi.

Rimango sempre tiepido verso i tagli bordolesi italici: intendo quelli classici, da Merlot e Cabernet principalmente, con l’aggiunta delle altre uve rosse complementari dei Bordeaux.

Molti hanno un piglio dimostrativo, che mal si sposa coi miei gusti e le mie vivande; altri sono troppo slegati dal territorio per destare il mio interesse; alcuni sono buonissimi, ma richiedono esborsi che sopporto più volentieri per un grande Nebbiolo, o un grande Sangiovese, a me più congeniali.

E persino tra i buonissimi, trovo una certa inclinazione o verso interpretazioni scopertamente mediterranee, di luci dirette e tinte accese, o verso toni intellettualistici, di rigori geometrici e colori freddi. Insomma, il punto di equilibrio tra elegante ricercatezza e coinvolgente eloquio sfugge sovente.

Gli storici tagli bordolesi di Loredana Gasparini mi hanno invece sempre conquistato, dal lontanissimo primo assaggio del sontuoso Capo di Stato, mai abbastanza lodato, al più immediato Venegazzù, vino decisamente sottovalutato.

Varrebbe la pena spendere qualche parola sul territorio e sulla storia dell’azienda, ma non è questa l’occasione adatta.

Basti dire i vini del Montello, rilievo di circa 6000 ettari che supera di slancio i 370 metri d’altezza, sono lodati già dal ‘500 e che le uve bordolesi per la produzione di vini pregiati vennero piantate dal Conte Loredan Gasperini già negli anni ‘50. Il primissimo Rosso di Venegazzù – toponimo riportato anticamente come Vignigazzù – è appunto del 1951.

Negli anni questi tagli bordolesi hanno mantenuto la loro naturale suadenza: una ricchezza strutturata e setosa, naturale e scorrevole, aperta ma sfumata. Forse è la forza del territorio e dei suoli del Montello, terre rosse con ciottoli calcari, granitici e porfirici in matrice argillosa, detriti alpini portati dal corso del Piave; oppure il taglio indovinato di Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc, Malbec; o, infine, l’affinamento che per il Venegazzù della Casa è di 36 in botte grande, evitando la barrique che l’ortodossa adesione all’enologia bordolese avrebbe suggerito, forse per la consapevolezza di una materia prima diversa.

Consapevolezza: forse questo è il segreto che negli anni chi ha accudito questi vini si è passato di mano.

Ho una passione particolare per il Venegazzù: un vino eccezionale che si può trovare a prezzi onestissimi e che, pur prestante, non stanca mai.

Avevo semmai un dubbio circa lo stato di forma di questa bottiglia quindicenne dalla vita travagliata, causa ripetuti via vai tra la mia cantina e l’appartamento.

Tuttavia, se il colore è granato impenetrabile, il vino è smagliante: “in evoluzione”, ma per nulla “evoluto”.

Lascia sul calice gocciole lentissime, regolari, persistenti, come spesso accade con i grandi Rossi invecchiati.

Il suo profumo è molto intenso, nitido, complesso: un bouquet amplissimo, dalla frutta rossa e nera, come amarena matura e la prugna essiccata, al peperone, al pepe verde e bianco, e poi cacao, rabarbaro, caffè macinato, castagne, alloro, rosmarino, balsami, legno di cedro, tabacco.

Di corpo poco più che medio, ha estrema finezza, avvolgenza setosa, concentrazione senza eccessi, armonia. Con un tannino ben presente, ma morbido; un’acidità notevolissima, rinfrescante, ma naturalmente celata; una residua carbonica disciolta; un tenore alcolico giudizioso; offre un sorso estremamente continuo, lirico, arioso, senza asperità, lunghissimo.

Il legno di affinamento non è percettibile.

Difficile distinguere questo vino signorilissimo, finissimo, da un bordeaux di buon comando, un grand cru bordolese o second vin di una gran firma, se non, forse, per un tocco di comunicativa italiana, espressa fluentemente, senza ansie dimostrative.

Goduto su un filetto di piemontese alla griglia, con sale pepe rosmarino e l’olio di Ormannni, Poggibonsi.

Visioni di Montecucco

Anzitutto: chi non conosce o non ha bevuto i vini del Montecucco, si perde qualcosa di grande.

A spanne, parliamo di vini che vengono dalle pendici occidentali del Monte Amiata, in provincia di Grosseto, a sud della DOCG del Brunello di Montalcino, guadato l’Orcia (che si può oltrepassare, più prosaicamente, con comodi ponti).

Tre annate, tre cantine, tre vini, tre prospettive.

Montecucco Sangiovese 2015 Montenero, 14 gradi. Un vino affascinante, di rude potenza, ma che riesce naturalmente elegante per l’estrema compattezza del sorso: l’eleganza di un buttero dalla schiena dritta. Ha fiato potente, affumicato e boschivo, con polvere da sparo, lampone, ciliegia, amarena, arancia, viola, pepe, alloro, cannella. Corpo importante, con tannino potente, grintosissimo, forse appena un po’ verde. L’acidita è media, è salino, ma la@tensione è tutta nella maglia tannica. Fu calda e potente l’annata.

Basile Montecucco Sangiovese Cartacanta 2016, 14 gradi. Vino fresco, sul fiore, sul frutto, sulla cipria; di buona tensione, dal tannino educato, col finale molto ben bilanciato. Un vino rifinito e godibilssimo, che si giova dell’eccezionale annata 2016, potente e fresca, ma permane una sensazione di tecnicismo smaliziato, che filtra il territorio. L’arrotonda un 10% di Merlot.

Montecucco Rosso 2018 Campinuovi, 13,5 gradi. È il rosso “della casa”, il meno ambizioso, di questo produttore di Cinigiano, che confina con Basile. Sangiovese all’80%, 15% Cabernet Sauvignon, 5% Merlot. Nell’annata la Riserva di Sangiovese in purezza non fu prodotta. Il profumo è un’iride colorata di straordinaria ampiezza: forse non per tutti, con le aldeidi in evidenza, ma profuma di vecchia cantina, di lieviti, di ciliegia, fragola, susina, menta, alloro, sangue, caffè, uva sultanina, polvere pirica. Di corpo e di stoffa vellutata, ha sorso puro, sciolto, coerente, con tannino maturo e abbondante, carnoso; giusto di sale, caldo di alcol, acidità notevole. E ci sono il bosco e la resina, netti: la firma del Montecucco.

L’ultima immagine è uno squarcio di panorama da Cinigiano: un territorio di bellezza abbagliante.

I vini di Dario Dall’Ò.

Ho in Veneto amici e conoscenti che sento ormai raramente, ma che mi sono assai cari.

Ruotano quasi tutti intorno al mondo del vino; del palato di alcuni ho fiducia cieca.

Fabrizio Borin è uno di loro: mi fido sia del suo gusto che del giudizio schietto.

Vedendo Fabrizio bere spesso i vini trentini di Dario Dall’Ò, amico suo, me ne incuriosii e gli scrissi che ne avrei esatto un assaggio al primo incontro, per brindare.

Fabrizio è persona dinamica, non perse tempo: per suo tramite Dario mi contattò, mi raccontò di sé e della sua azienda, mi omaggiò inviandomi tre bottiglie del suo vino (malgrado insistessi per averle con un ordine regolare…).

Scoprii così la bella storia di un sogno realizzato, anzi: il cantiere a cielo aperto di un sogno, ma con le fondamenta ben gittate.

Dario, rodigino, si era occupato a lungo di vino in un’azienda sui Colli Euganei; luoghi di bellezza invidiabile, ma lui coltivava il sogno della montagna sin da ragazzino.

Così, cercando una casa per il tempo libero in Trentino, in modo quasi casuale trovò un’azienda in vendita, a Cavedine, della quale lui e la moglie Silvia si innamorarono. Al balzo, la decisione di una vita e di un’avventura professionale nuove.

Anche la scelta dell’enologo, un professionista celebre, Roberto Cipresso, fu quasi casuale, guidata solo dall’istinto e dal gusto personale; risalendo a lui tramite i riferimenti presenti sull’etichetta di un vino particolarmente apprezzato.

Altrettanto romantico, come Cipresso accettò l’incarico: venne, vide, “passeggiò le vigne” (per citare il vecchio, attualissimo detto veronelliano), toccò la terra: con quel gesto si convinse di poter trarre di lì qualcosa di buono e sono sicuro che Dario, in quel momento, toccò il cielo con un dito.

Da parte sua, per quel che ho veduto della sua attività e per quel che ho percepito in una conversazione telefonica, Dario è esuberante: idee, passione, comunicativa.

Il desiderio di legare il vino all’arte, con mostre in cantina; la maniera con la quale ha ricavato certi spazi della sede aziendale, modellando legno, ferro; la comunicazione aziendale ricercata ed evocativa (con qualche rischio di retorica): parlano di una mente creativa ed ambiziosa; mentre le iniziative in supporto de “La città della speranza” raccontano una moderna e benvenuta sensibilità ai temi sociali.

Poi però ci sono i vini e con quelli non si scappa: oltre l’ambizione ci vuole la capacità, oltre la capacità ci vuole il terroir.

Le vigne di Dario guardano in viso l’Adamello, giacendo su suoli granitici e porfirici. I tre ettari e mezzo dello chardonnay sono a 550 metri di quota, in valle ripida e chiusa. I 6 ettari del pinot nero a 450 metri, su alture più morbide e soleggiate. Gli impianti sono a guyot, tra i 12 e i 14 anni, con circa 6000 ceppi per ettaro, condotti in regime biologico. Le esposizioni: prevalentemente occidentali.

Un territorio montano dunque, a tratti estremo per le peculiarità pedoclimatiche.

Ebbene, non sono vini facili quelli di Dario: raccontano una montagna severa, rocciosa, introversa, fredda a tratti, quasi spiazzante; ma sono vini di carattere, che marcano un segno. Vini lenti, da attendere nel bicchiere e in bottiglia.

Ho la sensazione che ci sia potenziale per superare anche i conseguimenti attuali. Attendo con curiosità le future annate e il Metodo Classico che verrà.

“In primis” Chardonnay, 2018, Az. Agr. Dario Dall’Ò , 12,5 gradi.

Tenue color limone, con tenui riflessi topazio, trasparente, luminoso.

Forma sul calice un velo che si dissolve in fretta, senza lacrime.

Il profumo è nitido, di roccia: gessoso, minerale, di media intensità, ma complesso: l’ingentiliscono frutta a polpa bianca, pera, mela verde, erbe amare di montagna. Cenni di cedro e sentori empireumatici, come di petrolio, lo completano.

Altrettanto tagliente e severo al sorso, di trama gessosa e calcarea, ha corpo virato appena al sottile, estremamente teso, con salinità vivida e acidità vividissima, netto e incisivo verso un finale molto lungo, sapido, con ritorni medicinali ed una lieve scodata alcolica.

Vino, di primo acchito, anodino, nordico, freddo, composto e riservato, nelle briglie di un’interpretazione tecnica in riduzione, che tuttavia racconta il territorio, quasi estremizzandolo in prospettiva espressionista.

Così, l’immagino ideale su frutti di mare crudi.

Tuttavia, a distanza di 24 ore dall’apertura, correttamente conservato, trova aperture luminose sul fieno, sulla camomilla; un equilibrio al palato più concessivo e migliore, perfettamente accompagnando gli strozzapreti alla fiorentina, conditi con parmigiano e burro fuso.

L’assaggio dell’annata 2017 racconta un’impostazione molto simile, sempre giocata sulle durezze, con maggiore evidenza di agrumi ed equilibrio gustativo appena più alcolico, suggerendo una stagione meno semplice da gestire ed un minimo rilassamento occorso in bottiglia.

Dall’Ò Nero 2017, Vino Rosso, 13 gradi.

Ha colore rubino trasparente. Sul calice, le gocciole sono veloci, irregolari.

Il profumo è molto intenso, pulito: l’amarena nettissima, poi grafite, e chiodo di garofano, evidenti; si susseguono, a ghirlanda, mirtillo, mora, lampone, tabacco biondo, carne, senape, curcuma, alloro e rosmarino umidi, come dopo una notte di pioggia.

C’è ancora un accenno di profumo di legno di elevazione: cocco, fumé, un po’ di vaniglia; il vetro, col tempo, lo dovrebbe affinare.

C’è, soprattutto, l’odore della neve: chi non vi ha tuffato, da bambino in montagna, il viso?

Al sorso è di medio corpo, ma tenacissima stoffa: è come innervato da un cavo d’acciaio resistentissimo. Il tannino è ben presente, fine, con un tratto verde, amaricante, piacevole, ché restituisce un’idea vegetale e boschiva. La salinità è più che discreta e l’acidità vividissima, traducendosi un una freschezza sorprendente per un vino dell’annata 2017, secca e calda in molte zone italiane.

L’allungo è notevole, per persistenza, equilibrio e rigore, segnato appena da un ultimo sbuffo alcolico.

Vino di durezze e rarefazioni, dall’anima nordica, sembra proporre punti di vista sorprendenti e contrasti, più che simmetria e armonie; divisivo, con la tecnica in evidenza, ma vibrante materia e territorio, ha una freschezza compatta sconosciuta a molti Pinot Nero italiani.

Un bello sperare per la sua evoluzione in bottiglia e per le prossime annate.

Montevertine 2001, Az. Agr. Monteverine, 12,5 gradi.

Nell’estate del 2001 ero in servizio civile – mi ero trovato costretto ad interrompere momentaneamente gli studi, che portavo avanti con fatica.

Ero innamorato di una bella fanciulla – non ricambiato, o non ci capimmo.

Morì in quei giorni la mia amata nonna Gina.

Eppure, malgrado questi brutti ricordi, di quell’estate rammento il sole, come se la pioggia non fosse esistita. Sole, calore, luce: una vibrazione luminosa che investiva anche le notti.

Sarà che avevo solo 24 anni.

Quell’estate maturavano le uve di questo Montevertine – ed allora le colline di Radda non mi erano affatto familiari come oggi: mi orientavo appena nella vasta zona del Chianti Classico.

Nel 2001 c’erano a Montevertine Martino Manetti (e c’è tuttora), Bruno Bini e Giulio Gambelli (che ci hanno lasciato), i quali imperterriti portavano avanti un’idea di vino classico, proporzionato, riflessivo, trasparente nel colore e nell’anima, in un’epoca di vini scuri, pomposi, costruiti con la voglia di stupire ed ottundere.

Questi concetti mi erano allora ignoti: li avrei intesi solo molti anni dopo.

Nemmeno li conoscevo diversi anni dopo quando acquistai questa bottiglia, che stava impolverata e verticale sullo scaffale più alto di una piccola enoteca milanese, dalle parti di corso Buenos Aires: certamente avevo letto e ascoltato riscontri ottimo su questo vino, ma generici, cioè senza chiave interpretativa.

Qualcosa, nel tempo da allora trascorso, penso di averlo imparato: un po’ di nozioni e un po’ di esperienza.

Conosco oggi la strada per Radda, so dove si svolta per Montevertine; conosco quel cielo, quell’aria, ho odorato un pugno di quella terra; negli occhi ho disegnate quelle colline.

Quei nomi, che l’etichetta raccontava con trasparente umiltà e orgoglio, oggi so che posto occupano nella storia del vino mondiale.

Questo vino oggi ha 19 anni. L’avessi comprato in cantina, o comunque poco dopo L imbottigliamento, avrei avuto il polso fermo di attenderlo più a lungo; vista la cattiva conservazione subita durante i primi anni, mi son deciso ad aprirla, con adeguato anticipo.

Difatti il tappo è molto secco, tende a sfaldarsi: evito il peggio con cura e fortuna.

Non saprò mai come poteva essere questo Montevertine 2001, se ben conservato – altre bottiglie non ne ho.

Quel che leggo nel calice è un vino granato, con sfumature arancio e quasi dorate, di buona trasparenza, luminoso.

Il profumo è intenso e ritroso insieme, un continuo cangiare, con la stessa naturalezza delle nuvole mosse dal vento.

Si potrebbe analizzarlo freddamente, coi descrittori insegnanti dalle varie scuole, oppure applicando griglie tecniche standardizzate, ma se ne perderebbe l’essenza trasognata: c’è in lui un quid sfuggente, che la parola stenta a evocare.

Il motivo sta scritto in etichetta: un luogo e le persone. Nessuna griglia può racchiudere la vita.

Pertanto, anche se amo essere preciso ed metodologie condivise, mi arrendo. Sospinto dall’emozione, i freddi descrittori acquistano un significato nuovo e pulsante.

I fiori, le viole, sono proprio quelle viole, colte in un angolo e momento precisio: convivono nell’evocazione fresche e appassite.

La ciliegia è materica, ma ecco: un momento essa è acerba e fresca, poi matura, poi diviene conserva sotto spirito: il tempo relativizza in questo vino, la successione degli eventi oniricamente si confonde e parallelizza, come nel sinfonismo di Debussy.

C’è l’aria, c’è la pietra, c’è l’acqua dei torrenti; il bosco con le cortecce, i muschi, le castagne, i funghi, la terra; un quadro di prospettiva aerea, nel quale smagarsi.

Ci sono le erbe aromatiche, colte nelle diverse ore del giorno; così pure le spezie.

Perché questo è un vino che si muove, un vino che cammina; molti altri, pur grandi, stanno.

C’è il ferro e c’è il sangue: persino la violenza della vita qui è ricomposta in superiore armonia.

L’aldeide è un grido di rondine a sera.

Al sorso, seta: la tessitura di qualità impalpabile che ho trovato in tutti i vini di Giulio Gambelli: l’attaccare energico e delicatissimo insieme, come musica che nasca dal silenzio, ma decisa; l’apertura al centro bocca, come un rapace maestoso dispiega le ali, come la ninfea sboccia in una fonte.

Il corpo agile, il tannino autorevole, l’acidità vibrante, il sale della terra vivido.

Il gusto centrato, sferico, che armoniosamente degrada e svanisce, in un riverbero lunghissimo, indimenticabile, di inattingibile equilibrio, perfetto compagno di ogni tavola: col pollo alla cacciatora è stato oggi un dialogo d’amore.

Fosse scultura: il David di Donatello. Architettura: un chiostro brunelleschiano.

E poi, soprattutto, in lui si sente l’uva viva, schiacciata tra i denti quando pulsa ancora di vita, di sole, tutta succo, appena colta dalla pianta: mi ricordo quando mio nonno mi portava bimbetto sulle prode, coglieva un chicco maturo di sangiovese o di canaiolo – buccia tesa, polpa turgida – e me lo faceva assaggiare.

Con questo Montevertine ci si potrebbe perdere nel vago e nella poesia.

Forse, meglio tornare alle descrizioni asciutte che usavano un tempo.

Avrebbero scritto, magari: “Gran vino di stoffa e razza superiori, da uva sangiovese con quote minoritarie di canaiolo nero e colorino; profumato, armonico, secco e di corpo, da arrosti e umidi; guadagna con l’invecchiamento”.

E sarebbe stato migliore omaggio alla sua signorile misura.

Dolcetto d’Alba 2006 e Barbera d’Alba superiore 2004, di Flavio Roddolo

Sentii parlare la prima volta di Flavio Roddolo da quell’Enrico Rovera che è stato il mio primo maestro nel mondo dei vini.

Lo considerava il vero prototipo del contadino di Langa.

Quando gli chiedevo dei vini langaroli autentici, mi citava anche altri produttori artigianali -che stimava sommamente, beninteso – ritenendoli, però, intellettuali prestati alle vigne.

Flavio Roddolo era invece l’uomo pragmatico del lavoro manuale e – soprattutto – del silenzio: “Vai da lui”, raccontava divertito l’Enrico, “e subito ti porta sul retro della cantina per mostrarti le vigne. “Lì c’è il nebbiolo” e seguono 30 secondi di silenzio, “lì il dolcetto”, altri 30 secondi di silenzio, “là la Barbera”, ancora un lungo silenzio.”. Roddolo era uno schivo, che non si vedeva nè alle fiere, nè alle premiazioni dei vini.

Ce lo decantò al punto che con Roberto, il mio compagno di scorribande enologiche, decidemmo di andare a visitarlo. Enrico, quando lo seppe, ci raccomandò il Dolcetto: straordinario. Era una dozzina d’anni fa.

Partimmo un sabato invernale, credo: ricordo gli alberi spogli di foglie, il freddo per le vie di Diano d’Alba, dove ci fermammo in trattoria, rimasugli di neve vecchia qua e là.

Direzione Monforte d’Alba, dove non eravamo mai stati. Vi arrivammo da Barolo e superandola verso Roddino, con le colline che diventavano via via più selvagge, mi sembrava di varcare il confine di un mondo remotissimo. Più ancora quando iniziammo, con l’auto che arrancava, la ripida salita che portava alla cantina: un tortuoso serpente nel fitto degli alberi.

Cantina, o piuttosto, visibilmente, casa-cantina, come molte si trovano nelle Langhe: una struttura annosa, di pietra, sobria, con una certa imponenza.

Quando Flavio Roddolo ci aprì la porta, pensai che assomigliava in fondo alla sua casa: un uomo massiccio, ma con una certa grazia impacciata di modi, forse timido, che vestiva una sorta di tuta da lavoro, quasi da operaio. Il viso, incorniciato da barba e baffi grigi, sembrava un’effige risorgimentale.

Si scusò perché era raffreddato: febbricitante nei giorni precedenti, aveva voluto ugualmente accoglierci: una cortesia verso ospiti sconosciuti, che mi intenerì.

Ci fece accomodare. Attraversammo la casa scendendo in cantina. Era scavata nella roccia friabile localmente chiamata tufo (ma credo sia marna), vi si accatastavano ordinatamente innumerevoli barrique. Mi stupii di trovarle da un produttore così tradizionalista e gliene chiesi conto. Ricevetti una candida spiegazione: lavorando da solo, con pochi ettari, gli erano più pratiche da gestire rispetto alle botti grandi; e comunque erano tutti legni molto vecchi, che nulla rilasciavano al vino.

Finalmente giungemmo al portone che dava sul retro. Roddolo l’aprì e dal buio ventre della collina ci trovammo nell’aria fredda su un breve impiantito che dominava dall’alto l’intero bricco, ornato dal fusto spoglio ed enorme di una vite vecchissima, che risaliva gigante le mura della cantina. Pendevano stalattiti di ghiaccio.

La luce era quasi abbagliante, bianca, riflessa di neve, irradiata dai velami di nebbia e di nuvole basse; risalivano ripidissimi i filari vitati, digradanti dalla cima di Bricco Appiani. Lungo di essi scorreva indugiando, infine perdendosi lo sguardo, in un silenzio arcano. Il flebile soffio del vento ed i nostri respiri gli unici suoni. Poi cominciò Roddolo: “Questa è la vigna. Lì c’è il nebbiolo…”, la scena che ci aveva raccontato l’Enrico.

Andammo poi in una sala con un gran tavolone e innumerevoli bottiglie, un po’ chiuse un po’ aperte, e cominciamo ad assaggiare i vini: Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Cabernet Sauvignon in purezza; eccellenti: dotati tutti di un grande sussurrato vigore, di una naturalezza confidenziale.

Non ricordo granché della conversazione, ma il tono sì: semplice, domestico, familiare, sussurrato anch’esso. Nè cambiò quando giunse inatteso il giornalista Gigi Garanzini, col quale il vignaiolo aveva evidente confidenza. Roddolo avrebbe potuto guardare noi due, appassionati principianti, dall’alto al basso, lui celebre nella nicchia dei produttori artigiani, apprezzato da firme come Gianni Mura e Andrea Scanzi, e invece era alla mano; avrebbe potuto atteggiarsi da artista iconoclasta, con quel Cabernet che faceva lui, invece diceva solo che nella sua terra gli era sembrato potesse venire bene; poteva proporsi custode integrale della tradizione, invece si serviva spensieratamente delle barrique.

Pensai che quel vignaiolo, da qualcuno descritto come scorbutico, da altri come sempliciotto, era in realtà un uomo acuto che aveva fatto una scelta precisa: nato in quella casa-cantina sulla cima del Bricco Appiani, si era volutamente posto un limite, confinandosi lassù in quella casa, conficcando lui stesso radici nella sua terra, diventando confidente e custode di quel piccolo appartato lembo di mondo, elemento naturale anch’esso, fratello di sangue e destino della vecchia vite che stava sul retro.

Quel limite gli permetteva di ascoltare il silenzio. Nel silenzio c’erano le voci del vento e delle sue viti, che lui intrecciava come un antico polifonista per ricavarne vini.

Sono trascorsi troppi anni: dovremo tornare presto da Roddolo, Roberto e io, appena sarà possibile. Noi avremo qualche capello grigio in capo, che allora non c’era. Lui, forse, qualche ruga in più, ma sarà saldo e vigoroso come quella vecchia vite buona e gigante, sul retro della cantina.

Intanto ce lo ricordano i suo vini: saldi come eroi, hanno il caldo abbraccio degli amici.

Dolcetto d’Alba 2006, 13,5 gradi.

Dolcetto di 14 anni (si dice che i Dolcetto andrebbero consumati nei primi 2-3 anni: questo ha un’età venerabile anche per tipologie più ambiziose).

Non filtrato. Non stabilizzato, se non dal tempo.

Granato profondo, lascia sul vetro gocciole fitte e veloci, di media persistenza.

Ha profumo molto intenso, principalmente di sangue, ferro, ghisa, poi origano, rosmarino, frutta rossa, noce moscata. Cenni farmyard. Ancora in sviluppo. Affascinante.

Soprattutto, però, è vino di bocca.

Naturalezza, anzitutto.

Vivo, virile, elegante, è secco, di corpo medio. Ha avvolgenza glicerica, polpa, sapidità..

L’acidità è giusta da Dolcetto, cioè di medio vigore, ma il vino è ben dritto malgrado gli anni: si sostiene su sapidità vivida e tannino eccellente per presenza, definizione, pastosità e grana.

La trama è ancora fitta e continua fino all’equilibratissimo finale: molto lungo, felicemente amaro e ammandorlato, con la grinta tannica che preme sul palato anteriore: stimolo piacevolissimo, d’altri tempi.

Come una prosa bella e vibrante.

Compagno meraviglioso della tavola, pienamente goduto con salsicce stagionate di Sergio Falaschi, fette di scamone ai ferri, formaggio pecorino.

Barbera d’Alba superiore 2004, 14,5 gradi.

Colore granato tendente al rubino profondo,con lacrime fitte e irregolari. Appare molto più giovane dei suoi sedici anni.

Profumo molto intenso, in divenire, tutto chiaroscuri e prospettive: la delicatezza della rosa, la maturità della fragola e della prugna, la purezza delle erbe amate di montagna, i toni umbratili del tartufo, la sottigliezza degli inchiostri e delle aldeidi.

Sorso molto naturale, polposo, continuo, fluido, lungo, con succo e sale; di corpo notevole, ma fresco per aciditá vividissima, vibrante, perfettamente integrata. Per essere un Barbera ha tannino particolarmente abbondante, ma pastoso.

Nel retrogusto: frutti di bosco.

Vino disarmante: pare sospeso nel tempo e fattosi da sé, senza mano umana né a ingentilirlo, né a complicarlo.

Con amore sulle costine di suino grigio semibrado della Macelleria Falaschi di San Miniato, al forno.