Aglianico del Vulture Riserva Caselle 2003, D’Angelo, 13 gradi

Mi disse una volta un amico di origini lucane, a proposito della sua terra: “Eppure esiste!”.

Agli occhi di chi abita al Nord la Basilicata pare remotissima, più di ogni altra regione del Sud.

Forse non ha saputo promuoversi bene; forse ne è mancata l’occasione; forse, il carattere stesso dei Lucani che, fuor di luogo comune, ha un fondo schivo e riservato, contribuisce a tenerla in ombra.

Credo che anche sui vini della Basilicata non si siano mai davvero accese le luci, nemmeno sul più celebre e storico di essi, l’Aglianico del Vulture.

Quando vivevo in Inghilterra lo trovavo, con sorpresa e piacere, in un negozio in pieno centro a Londra: era il vino di un certo produttore di meritata fama, premiato e famoso, ma lì appariva più in rappresentanza di se stesso come un unicum, che testimone di un intero territorio.

Peccato: l’Aglianico del Vulture è un vino buonissimo, forse il più gentile degli Aglianico, escludendo quello cilentano, con una rotondità ed una speziatura personalissime, che gli derivano dalla particolare combinazione di suoli argillo-calcarei su sostrati vulcanici più o meno affioranti e caratteristiche pedoclimatiche particolari, interne e di alta collina, in territorio largamente incontaminato.

Inoltre, ha una lunga storia da raccontare (celebre la citazione di Orazio) e sono numerosi i produttori degli di nota: una bella squadra.

D’Angelo è uno tra quelli di lunga tradizione: attivo fin dagli Anni Venti del Novecento come produttore di uve, i primi imbottigliamenti sono degli Anni Settanta.

Tra le numerose etichette, il Caselle occupa un posto particolare per la concezione a un tempo classica e ambiziosa, con rese limitate a 45 quintali di uva per ettaro ed un invecchiamento di 5 anni prima della messa in commercio, dei quali 2 in botti grandi: sono numeri da Barolo, da Brunello di Montalcino, per intenderci.

Questa bottiglia mi giunse da un amico scambiandoci bottiglie: lui in vacanza al sud, io al centro nord, ci dividemmo il bottino a mezza via.

L’Aglianico ha generalmente lunga vita. Mi preme tuttavia sottolineare l’ottima condizione di questa ben conservata 2003, annata molto calda e mal apprezzata agli esordi: si affermava che i vini – in tutta Italia – fossero cotti, sbilanciati, scarsamente longevi.

Invece, con gli anni in vetro, spesso hanno trovato equilibri mirabili e una certa freschezza.

Non so come fosse questo Aglianico del Vulture agli esordi, ma tali attributi gli si applicano oggi a perfezione.

È color granato profondo, con riflessi rubino. Sul vetro, lacrime molto lente e regolari.

Ha un profumo molto intenso di mora di rovo, di mirtilli, di susine scure. Suoi sono gli incensi, nobili e maestosi, sua la foresta: resina di conifere, corteccia, muschio; suo un tratto fermamente mediterraneo: il rosmarino, il ginepro, l’alloro, l’oliva; infine una nota ematica nitida, un sottotraccia di polvere pirica, di affumicato, eco discreta dei suoli vulcanici.

Di gran corpo e concentrazione, gusto intensissimo.

Si apre ampio, nitido, deciso e quasi dolce sul palato, virando subito energico, nervoso, molto reattivo, con un allungo fresco, succosissimo, profondo, naturale, secondo un incedere compatto, percussivo, verticale e tuttavia sciolto, a suo modo leggiadro. L’acidità è notevole, il tannino fine e abbondante: tra queste poderose spinte, il vino vibra ricco di armonici, come la cavata violinistica di un David Oistrak

Sulla mia tavola è stato compagno eccellente di un agnello al forno con le olive.

Colli Trevigiani IGT “Venegazzù della casa” 2005, Loredan Gasparini, 13 gradi.

Rimango sempre tiepido verso i tagli bordolesi italici: intendo quelli classici, da Merlot e Cabernet principalmente, con l’aggiunta delle altre uve rosse complementari dei Bordeaux.

Molti hanno un piglio dimostrativo, che mal si sposa coi miei gusti e le mie vivande; altri sono troppo slegati dal territorio per destare il mio interesse; alcuni sono buonissimi, ma richiedono esborsi che sopporto più volentieri per un grande Nebbiolo, o un grande Sangiovese, a me più congeniali.

E persino tra i buonissimi, trovo una certa inclinazione o verso interpretazioni scopertamente mediterranee, di luci dirette e tinte accese, o verso toni intellettualistici, di rigori geometrici e colori freddi. Insomma, il punto di equilibrio tra elegante ricercatezza e coinvolgente eloquio sfugge sovente.

Gli storici tagli bordolesi di Loredana Gasparini mi hanno invece sempre conquistato, dal lontanissimo primo assaggio del sontuoso Capo di Stato, mai abbastanza lodato, al più immediato Venegazzù, vino decisamente sottovalutato.

Varrebbe la pena spendere qualche parola sul territorio e sulla storia dell’azienda, ma non è questa l’occasione adatta.

Basti dire i vini del Montello, rilievo di circa 6000 ettari che supera di slancio i 370 metri d’altezza, sono lodati già dal ‘500 e che le uve bordolesi per la produzione di vini pregiati vennero piantate dal Conte Loredan Gasperini già negli anni ‘50. Il primissimo Rosso di Venegazzù – toponimo riportato anticamente come Vignigazzù – è appunto del 1951.

Negli anni questi tagli bordolesi hanno mantenuto la loro naturale suadenza: una ricchezza strutturata e setosa, naturale e scorrevole, aperta ma sfumata. Forse è la forza del territorio e dei suoli del Montello, terre rosse con ciottoli calcari, granitici e porfirici in matrice argillosa, detriti alpini portati dal corso del Piave; oppure il taglio indovinato di Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc, Malbec; o, infine, l’affinamento che per il Venegazzù della Casa è di 36 in botte grande, evitando la barrique che l’ortodossa adesione all’enologia bordolese avrebbe suggerito, forse per la consapevolezza di una materia prima diversa.

Consapevolezza: forse questo è il segreto che negli anni chi ha accudito questi vini si è passato di mano.

Avevo da anni in casa questa bottiglia di Venegazzù: non in cantina, perché in effetti ha subito qualche vai e vieni tra essa è l’appartamento.

Ho una passione particolare per il Venegazzù: un vino eccezionale che si può trovare a prezzi onestissimi e che, pur prestante, non stanca mai.

Avevo semmai un dubbio circa lo stato di forma di questa bottiglia quindicenne dalla vita travagliata.

Tuttavia, se il colore è granato impenetrabile, il vino è smagliante: “in evoluzione”, ma per nulla “evoluto”.

Lascia sul calice gocciole lentissime, regolari, persistenti, come spesso accade con i grandi Rossi invecchiati.

Il suo profumo è molto intenso, nitido, complesso: un bouquet amplissimo, dalla frutta rossa e nera, come amarena matura e la prugna essiccata, al peperone, al pepe verde e bianco, e poi cacao, rabarbaro, caffè macinato, castagne, alloro, rosmarino, balsami, legno di cedro, tabacco.

Di corpo poco più che medio, ha estrema finezza, avvolgenza setosa, concentrazione senza eccessi, armonia. Con un tannino ben presente, ma morbido; un’acidità notevolissima, rinfrescante, ma naturalmente celata; una residua carbonica disciolta; un tenore alcolico giudizioso; offre un sorso estremamente continuo, lirico, arioso, senza asperità, lunghissimo.

Il legno di affinamento non è percettibile.

Difficile distinguere questo vino signorilissimo, finissimo, da un bordeaux di buon comando, un grand cru bordolese o second vin di una gran firma, se non, forse, per un tocco di comunicativa italiana, espressa fluentemente, senza ansie dimostrative.

Goduto su un filetto di piemontese alla griglia, con sale pepe rosmarino e l’olio di Ormannni, Poggibonsi.

Visioni di Montecucco

Anzitutto: chi non conosce o non ha bevuto i vini del Montecucco, si perde qualcosa di grande.

A spanne, parliamo di vini che vengono dalle pendici occidentali del Monte Amiata, in provincia di Grosseto, a sud della DOCG del Brunello di Montalcino, guadato l’Orcia (che si può oltrepassare, più prosaicamente, con comodi ponti).

Tre annate, tre cantine, tre vini, tre prospettive.

Montecucco Sangiovese 2015 Montenero, 14 gradi. Un vino affascinante, di rude potenza, ma che riesce naturalmente elegante per l’estrema compattezza del sorso: l’eleganza di un buttero dalla schiena dritta. Ha fiato potente, affumicato e boschivo, con polvere da sparo, lampone, ciliegia, amarena, arancia, viola, pepe, alloro, cannella. Corpo importante, con tannino potente, grintosissimo, forse appena un po’ verde. L’acidita è media, è salino, ma la@tensione è tutta nella maglia tannica. Fu calda e potente l’annata.

Basile Montecucco Sangiovese Cartacanta 2016, 14 gradi. Vino fresco, sul fiore, sul frutto, sulla cipria; di buona tensione, dal tannino educato, col finale molto ben bilanciato. Un vino rifinito e godibilssimo, che si giova dell’eccezionale annata 2016, potente e fresca, ma permane una sensazione di tecnicismo smaliziato, che filtra il territorio. L’arrotonda un 10% di Merlot.

Montecucco Rosso 2018 Campinuovi, 13,5 gradi. È il rosso “della casa”, il meno ambizioso, di questo produttore di Cinigiano, che confina con Basile. Sangiovese all’80%, 15% Cabernet Sauvignon, 5% Merlot. Nell’annata la Riserva di Sangiovese in purezza non fu prodotta. Il profumo è un’iride colorata di straordinaria ampiezza: forse non per tutti, con le aldeidi in evidenza, ma profuma di vecchia cantina, di lieviti, di ciliegia, fragola, susina, menta, alloro, sangue, caffè, uva sultanina, polvere pirica. Di corpo e di stoffa vellutata, ha sorso puro, sciolto, coerente, con tannino maturo e abbondante, carnoso; giusto di sale, caldo di alcol, acidità notevole. E ci sono il bosco e la resina, netti: la firma del Montecucco.

L’ultima immagine è uno squarcio di panorama da Cinigiano: un territorio di bellezza abbagliante.

I vini di Dario Dall’Ò.

Ho in Veneto amici e conoscenti che sento ormai raramente, ma che mi sono assai cari.

Ruotano quasi tutti intorno al mondo del vino; del palato di alcuni ho fiducia cieca.

Fabrizio Borin è uno di loro: mi fido sia del suo gusto che del giudizio schietto.

Vedendo Fabrizio bere spesso i vini trentini di Dario Dall’Ò, amico suo, me ne incuriosii e gli scrissi che ne avrei esatto un assaggio al primo incontro, per brindare.

Fabrizio è persona dinamica, non perse tempo: per suo tramite Dario mi contattò, mi raccontò di sé e della sua azienda, mi omaggiò inviandomi tre bottiglie del suo vino (malgrado insistessi per averle con un ordine regolare…).

Scoprii così la bella storia di un sogno realizzato, anzi: il cantiere a cielo aperto di un sogno, ma con le fondamenta ben gittate.

Dario, rodigino, si era occupato a lungo di vino in un’azienda sui Colli Euganei; luoghi di bellezza invidiabile, ma lui coltivava il sogno della montagna sin da ragazzino.

Così, cercando una casa per il tempo libero in Trentino, in modo quasi casuale trovò un’azienda in vendita, a Cavedine, della quale lui e la moglie Silvia si innamorarono. Al balzo, la decisione di una vita e di un’avventura professionale nuove.

Anche la scelta dell’enologo, un professionista celebre, Roberto Cipresso, fu quasi casuale, guidata solo dall’istinto e dal gusto personale; risalendo a lui tramite i riferimenti presenti sull’etichetta di un vino particolarmente apprezzato.

Altrettanto romantico, come Cipresso accettò l’incarico: venne, vide, “passeggiò le vigne” (per citare il vecchio, attualissimo detto veronelliano), toccò la terra: con quel gesto si convinse di poter trarre di lì qualcosa di buono e sono sicuro che Dario, in quel momento, toccò il cielo con un dito.

Da parte sua, per quel che ho veduto della sua attività e per quel che ho percepito in una conversazione telefonica, Dario è esuberante: idee, passione, comunicativa.

Il desiderio di legare il vino all’arte, con mostre in cantina; la maniera con la quale ha ricavato certi spazi della sede aziendale, modellando legno, ferro; la comunicazione aziendale ricercata ed evocativa (con qualche rischio di retorica): parlano di una mente creativa ed ambiziosa; mentre le iniziative in supporto de “La città della speranza” raccontano una moderna e benvenuta sensibilità ai temi sociali.

Poi però ci sono i vini e con quelli non si scappa: oltre l’ambizione ci vuole la capacità, oltre la capacità ci vuole il terroir.

Le vigne di Dario guardano in viso l’Adamello, giacendo su suoli granitici e porfirici. I tre ettari e mezzo dello chardonnay sono a 550 metri di quota, in valle ripida e chiusa. I 6 ettari del pinot nero a 450 metri, su alture più morbide e soleggiate. Gli impianti sono a guyot, tra i 12 e i 14 anni, con circa 6000 ceppi per ettaro, condotti in regime biologico. Le esposizioni: prevalentemente occidentali.

Un territorio montano dunque, a tratti estremo per le peculiarità pedoclimatiche.

Ebbene, non sono vini facili quelli di Dario: raccontano una montagna severa, rocciosa, introversa, fredda a tratti, quasi spiazzante; ma sono vini di carattere, che marcano un segno. Vini lenti, da attendere nel bicchiere e in bottiglia.

Ho la sensazione che ci sia potenziale per superare anche i conseguimenti attuali. Attendo con curiosità le future annate e il Metodo Classico che verrà.

“In primis” Chardonnay, 2018, Az. Agr. Dario Dall’Ò , 12,5 gradi.

Tenue color limone, con tenui riflessi topazio, trasparente, luminoso.

Forma sul calice un velo che si dissolve in fretta, senza lacrime.

Il profumo è nitido, di roccia: gessoso, minerale, di media intensità, ma complesso: l’ingentiliscono frutta a polpa bianca, pera, mela verde, erbe amare di montagna. Cenni di cedro e sentori empireumatici, come di petrolio, lo completano.

Altrettanto tagliente e severo al sorso, di trama gessosa e calcarea, ha corpo virato appena al sottile, estremamente teso, con salinità vivida e acidità vividissima, netto e incisivo verso un finale molto lungo, sapido, con ritorni medicinali ed una lieve scodata alcolica.

Vino, di primo acchito, anodino, nordico, freddo, composto e riservato, nelle briglie di un’interpretazione tecnica in riduzione, che tuttavia racconta il territorio, quasi estremizzandolo in prospettiva espressionista.

Così, l’immagino ideale su frutti di mare crudi.

Tuttavia, a distanza di 24 ore dall’apertura, correttamente conservato, trova aperture luminose sul fieno, sulla camomilla; un equilibrio al palato più concessivo e migliore, perfettamente accompagnando gli strozzapreti alla fiorentina, conditi con parmigiano e burro fuso.

L’assaggio dell’annata 2017 racconta un’impostazione molto simile, sempre giocata sulle durezze, con maggiore evidenza di agrumi ed equilibrio gustativo appena più alcolico, suggerendo una stagione meno semplice da gestire ed un minimo rilassamento occorso in bottiglia.

Dall’Ò Nero 2017, Vino Rosso, 13 gradi.

Ha colore rubino trasparente. Sul calice, le gocciole sono veloci, irregolari.

Il profumo è molto intenso, pulito: l’amarena nettissima, poi grafite, e chiodo di garofano, evidenti; si susseguono, a ghirlanda, mirtillo, mora, lampone, tabacco biondo, carne, senape, curcuma, alloro e rosmarino umidi, come dopo una notte di pioggia.

C’è ancora un accenno di profumo di legno di elevazione: cocco, fumé, un po’ di vaniglia; il vetro, col tempo, lo dovrebbe affinare.

C’è, soprattutto, l’odore della neve: chi non vi ha tuffato, da bambino in montagna, il viso?

Al sorso è di medio corpo, ma tenacissima stoffa: è come innervato da un cavo d’acciaio resistentissimo. Il tannino è ben presente, fine, con un tratto verde, amaricante, piacevole, ché restituisce un’idea vegetale e boschiva. La salinità è più che discreta e l’acidità vividissima, traducendosi un una freschezza sorprendente per un vino dell’annata 2017, secca e calda in molte zone italiane.

L’allungo è notevole, per persistenza, equilibrio e rigore, segnato appena da un ultimo sbuffo alcolico.

Vino di durezze e rarefazioni, dall’anima nordica, sembra proporre punti di vista sorprendenti e contrasti, più che simmetria e armonie; divisivo, con la tecnica in evidenza, ma vibrante materia e territorio, ha una freschezza compatta sconosciuta a molti Pinot Nero italiani.

Un bello sperare per la sua evoluzione in bottiglia e per le prossime annate.

Montevertine 2001, Az. Agr. Monteverine, 12,5 gradi.

Nell’estate del 2001 ero in servizio civile – mi ero trovato costretto ad interrompere momentaneamente gli studi, che portavo avanti con fatica.

Ero innamorato di una bella fanciulla – non ricambiato, o non ci capimmo.

Morì in quei giorni la mia amata nonna Gina.

Eppure, malgrado questi brutti ricordi, di quell’estate rammento il sole, come se la pioggia non fosse esistita. Sole, calore, luce: una vibrazione luminosa che investiva anche le notti.

Sarà che avevo solo 24 anni.

Quell’estate maturavano le uve di questo Montevertine – ed allora le colline di Radda non mi erano affatto familiari come oggi: mi orientavo appena nella vasta zona del Chianti Classico.

Nel 2001 c’erano a Montevertine Martino Manetti (e c’è tuttora), Bruno Bini e Giulio Gambelli (che ci hanno lasciato), i quali imperterriti portavano avanti un’idea di vino classico, proporzionato, riflessivo, trasparente nel colore e nell’anima, in un’epoca di vini scuri, pomposi, costruiti con la voglia di stupire ed ottundere.

Questi concetti mi erano allora ignoti: li avrei intesi solo molti anni dopo.

Nemmeno li conoscevo diversi anni dopo quando acquistai questa bottiglia, che stava impolverata e verticale sullo scaffale più alto di una piccola enoteca milanese, dalle parti di corso Buenos Aires: certamente avevo letto e ascoltato riscontri ottimo su questo vino, ma generici, cioè senza chiave interpretativa.

Qualcosa, nel tempo da allora trascorso, penso di averlo imparato: un po’ di nozioni e un po’ di esperienza.

Conosco oggi la strada per Radda, so dove si svolta per Montevertine; conosco quel cielo, quell’aria, ho odorato un pugno di quella terra; negli occhi ho disegnate quelle colline.

Quei nomi, che l’etichetta raccontava con trasparente umiltà e orgoglio, oggi so che posto occupano nella storia del vino mondiale.

Questo vino oggi ha 19 anni. L’avessi comprato in cantina, o comunque poco dopo L imbottigliamento, avrei avuto il polso fermo di attenderlo più a lungo; vista la cattiva conservazione subita durante i primi anni, mi son deciso ad aprirla, con adeguato anticipo.

Difatti il tappo è molto secco, tende a sfaldarsi: evito il peggio con cura e fortuna.

Non saprò mai come poteva essere questo Montevertine 2001, se ben conservato – altre bottiglie non ne ho.

Quel che leggo nel calice è un vino granato, con sfumature arancio e quasi dorate, di buona trasparenza, luminoso.

Il profumo è intenso e ritroso insieme, un continuo cangiare, con la stessa naturalezza delle nuvole mosse dal vento.

Si potrebbe analizzarlo freddamente, coi descrittori insegnanti dalle varie scuole, oppure applicando griglie tecniche standardizzate, ma se ne perderebbe l’essenza trasognata: c’è in lui un quid sfuggente, che la parola stenta a evocare.

Il motivo sta scritto in etichetta: un luogo e le persone. Nessuna griglia può racchiudere la vita.

Pertanto, anche se amo essere preciso ed metodologie condivise, mi arrendo. Sospinto dall’emozione, i freddi descrittori acquistano un significato nuovo e pulsante.

I fiori, le viole, sono proprio quelle viole, colte in un angolo e momento precisio: convivono nell’evocazione fresche e appassite.

La ciliegia è materica, ma ecco: un momento essa è acerba e fresca, poi matura, poi diviene conserva sotto spirito: il tempo relativizza in questo vino, la successione degli eventi oniricamente si confonde e parallelizza, come nel sinfonismo di Debussy.

C’è l’aria, c’è la pietra, c’è l’acqua dei torrenti; il bosco con le cortecce, i muschi, le castagne, i funghi, la terra; un quadro di prospettiva aerea, nel quale smagarsi.

Ci sono le erbe aromatiche, colte nelle diverse ore del giorno; così pure le spezie.

Perché questo è un vino che si muove, un vino che cammina; molti altri, pur grandi, stanno.

C’è il ferro e c’è il sangue: persino la violenza della vita qui è ricomposta in superiore armonia.

L’aldeide è un grido di rondine a sera.

Al sorso, seta: la tessitura di qualità impalpabile che ho trovato in tutti i vini di Giulio Gambelli: l’attaccare energico e delicatissimo insieme, come musica che nasca dal silenzio, ma decisa; l’apertura al centro bocca, come un rapace maestoso dispiega le ali, come la ninfea sboccia in una fonte.

Il corpo agile, il tannino autorevole, l’acidità vibrante, il sale della terra vivido.

Il gusto centrato, sferico, che armoniosamente degrada e svanisce, in un riverbero lunghissimo, indimenticabile, di inattingibile equilibrio, perfetto compagno di ogni tavola: col pollo alla cacciatora è stato oggi un dialogo d’amore.

Fosse scultura: il David di Donatello. Architettura: un chiostro brunelleschiano.

E poi, soprattutto, in lui si sente l’uva viva, schiacciata tra i denti quando pulsa ancora di vita, di sole, tutta succo, appena colta dalla pianta: mi ricordo quando mio nonno mi portava bimbetto sulle prode, coglieva un chicco maturo di sangiovese o di canaiolo – buccia tesa, polpa turgida – e me lo faceva assaggiare.

Con questo Montevertine ci si potrebbe perdere nel vago e nella poesia.

Forse, meglio tornare alle descrizioni asciutte che usavano un tempo.

Avrebbero scritto, magari: “Gran vino di stoffa e razza superiori, da uva sangiovese con quote minoritarie di canaiolo nero e colorino; profumato, armonico, secco e di corpo, da arrosti e umidi; guadagna con l’invecchiamento”.

E sarebbe stato migliore omaggio alla sua signorile misura.

Dolcetto d’Alba 2006 e Barbera d’Alba superiore 2004, di Flavio Roddolo

Sentii parlare la prima volta di Flavio Roddolo da quell’Enrico Rovera che è stato il mio primo maestro nel mondo dei vini.

Lo considerava il vero prototipo del contadino di Langa.

Quando gli chiedevo dei vini langaroli autentici, mi citava anche altri produttori artigianali -che stimava sommamente, beninteso – ritenendoli, però, intellettuali prestati alle vigne.

Flavio Roddolo era invece l’uomo pragmatico del lavoro manuale e – soprattutto – del silenzio: “Vai da lui”, raccontava divertito l’Enrico, “e subito ti porta sul retro della cantina per mostrarti le vigne. “Lì c’è il nebbiolo” e seguono 30 secondi di silenzio, “lì il dolcetto”, altri 30 secondi di silenzio, “là la Barbera”, ancora un lungo silenzio.”. Roddolo era uno schivo, che non si vedeva nè alle fiere, nè alle premiazioni dei vini.

Ce lo decantò al punto che con Roberto, il mio compagno di scorribande enologiche, decidemmo di andare a visitarlo. Enrico, quando lo seppe, ci raccomandò il Dolcetto: straordinario. Era una dozzina d’anni fa.

Partimmo un sabato invernale, credo: ricordo gli alberi spogli di foglie, il freddo per le vie di Diano d’Alba, dove ci fermammo in trattoria, rimasugli di neve vecchia qua e là.

Direzione Monforte d’Alba, dove non eravamo mai stati. Vi arrivammo da Barolo e superandola verso Roddino, con le colline che diventavano via via più selvagge, mi sembrava di varcare il confine di un mondo remotissimo. Più ancora quando iniziammo, con l’auto che arrancava, la ripida salita che portava alla cantina: un tortuoso serpente nel fitto degli alberi.

Cantina, o piuttosto, visibilmente, casa-cantina, come molte si trovano nelle Langhe: una struttura annosa, di pietra, sobria, con una certa imponenza.

Quando Flavio Roddolo ci aprì la porta, pensai che assomigliava in fondo alla sua casa: un uomo massiccio, ma con una certa grazia impacciata di modi, forse timido, che vestiva una sorta di tuta da lavoro, quasi da operaio. Il viso, incorniciato da barba e baffi grigi, sembrava un’effige risorgimentale.

Si scusò perché era raffreddato: febbricitante nei giorni precedenti, aveva voluto ugualmente accoglierci: una cortesia verso ospiti sconosciuti, che mi intenerì.

Ci fece accomodare. Attraversammo la casa scendendo in cantina. Era scavata nella roccia friabile localmente chiamata tufo (ma credo sia marna), vi si accatastavano ordinatamente innumerevoli barrique. Mi stupii di trovarle da un produttore così tradizionalista e gliene chiesi conto. Ricevetti una candida spiegazione: lavorando da solo, con pochi ettari, gli erano più pratiche da gestire rispetto alle botti grandi; e comunque erano tutti legni molto vecchi, che nulla rilasciavano al vino.

Finalmente giungemmo al portone che dava sul retro. Roddolo l’aprì e dal buio ventre della collina ci trovammo nell’aria fredda su un breve impiantito che dominava dall’alto l’intero bricco, ornato dal fusto spoglio ed enorme di una vite vecchissima, che risaliva gigante le mura della cantina. Pendevano stalattiti di ghiaccio.

La luce era quasi abbagliante, bianca, riflessa di neve, irradiata dai velami di nebbia e di nuvole basse; risalivano ripidissimi i filari vitati, digradanti dalla cima di Bricco Appiani. Lungo di essi scorreva indugiando, infine perdendosi lo sguardo, in un silenzio arcano. Il flebile soffio del vento ed i nostri respiri gli unici suoni. Poi cominciò Roddolo: “Questa è la vigna. Lì c’è il nebbiolo…”, la scena che ci aveva raccontato l’Enrico.

Andammo poi in una sala con un gran tavolone e innumerevoli bottiglie, un po’ chiuse un po’ aperte, e cominciamo ad assaggiare i vini: Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Cabernet Sauvignon in purezza; eccellenti: dotati tutti di un grande sussurrato vigore, di una naturalezza confidenziale.

Non ricordo granché della conversazione, ma il tono sì: semplice, domestico, familiare, sussurrato anch’esso. Nè cambiò quando giunse inatteso il giornalista Gigi Garanzini, col quale il vignaiolo aveva evidente confidenza. Roddolo avrebbe potuto guardare noi due, appassionati principianti, dall’alto al basso, lui celebre nella nicchia dei produttori artigiani, apprezzato da firme come Gianni Mura e Andrea Scanzi, e invece era alla mano; avrebbe potuto atteggiarsi da artista iconoclasta, con quel Cabernet che faceva lui, invece diceva solo che nella sua terra gli era sembrato potesse venire bene; poteva proporsi custode integrale della tradizione, invece si serviva spensieratamente delle barrique.

Pensai che quel vignaiolo, da qualcuno descritto come scorbutico, da altri come sempliciotto, era in realtà un uomo acuto che aveva fatto una scelta precisa: nato in quella casa-cantina sulla cima del Bricco Appiani, si era volutamente posto un limite, confinandosi lassù in quella casa, conficcando lui stesso radici nella sua terra, diventando confidente e custode di quel piccolo appartato lembo di mondo, elemento naturale anch’esso, fratello di sangue e destino della vecchia vite che stava sul retro.

Quel limite gli permetteva di ascoltare il silenzio. Nel silenzio c’erano le voci del vento e delle sue viti, che lui intrecciava come un antico polifonista per ricavarne vini.

Sono trascorsi troppi anni: dovremo tornare presto da Roddolo, Roberto e io, appena sarà possibile. Noi avremo qualche capello grigio in capo, che allora non c’era. Lui, forse, qualche ruga in più, ma sarà saldo e vigoroso come quella vecchia vite buona e gigante, sul retro della cantina.

Intanto ce lo ricordano i suo vini: saldi come eroi, hanno il caldo abbraccio degli amici.

Dolcetto d’Alba 2006, 13,5 gradi.

Dolcetto di 14 anni (si dice che i Dolcetto andrebbero consumati nei primi 2-3 anni: questo ha un’età venerabile anche per tipologie più ambiziose).

Non filtrato. Non stabilizzato, se non dal tempo.

Granato profondo, lascia sul vetro gocciole fitte e veloci, di media persistenza.

Ha profumo molto intenso, principalmente di sangue, ferro, ghisa, poi origano, rosmarino, frutta rossa, noce moscata. Cenni farmyard. Ancora in sviluppo. Affascinante.

Soprattutto, però, è vino di bocca.

Naturalezza, anzitutto.

Vivo, virile, elegante, è secco, di corpo medio. Ha avvolgenza glicerica, polpa, sapidità..

L’acidità è giusta da Dolcetto, cioè di medio vigore, ma il vino è ben dritto malgrado gli anni: si sostiene su sapidità vivida e tannino eccellente per presenza, definizione, pastosità e grana.

La trama è ancora fitta e continua fino all’equilibratissimo finale: molto lungo, felicemente amaro e ammandorlato, con la grinta tannica che preme sul palato anteriore: stimolo piacevolissimo, d’altri tempi.

Come una prosa bella e vibrante.

Compagno meraviglioso della tavola, pienamente goduto con salsicce stagionate di Sergio Falaschi, fette di scamone ai ferri, formaggio pecorino.

Barbera d’Alba superiore 2004, 14,5 gradi.

Colore granato tendente al rubino profondo,con lacrime fitte e irregolari. Appare molto più giovane dei suoi sedici anni.

Profumo molto intenso, in divenire, tutto chiaroscuri e prospettive: la delicatezza della rosa, la maturità della fragola e della prugna, la purezza delle erbe amate di montagna, i toni umbratili del tartufo, la sottigliezza degli inchiostri e delle aldeidi.

Sorso molto naturale, polposo, continuo, fluido, lungo, con succo e sale; di corpo notevole, ma fresco per aciditá vividissima, vibrante, perfettamente integrata. Per essere un Barbera ha tannino particolarmente abbondante, ma pastoso.

Nel retrogusto: frutti di bosco.

Vino disarmante: pare sospeso nel tempo e fattosi da sé, senza mano umana né a ingentilirlo, né a complicarlo.

Con amore sulle costine di suino grigio semibrado della Macelleria Falaschi di San Miniato, al forno.

Cercatoja Rosso 2004, Toscana IGT, Fattoria del Buonamico, 14 gradi.

Quasi nulla mi rattrista più che leggere certe vecchie pubblicazioni sul vino.

Non le grandi pagine di letteratura, ovviamente: Monelli, Soldati, molto Veronelli, a distanza di decenni ci restituiscono vividamente mondi scomparsi, come se li avessimo davanti: ne ravvivano colori, rumori e umori, li soffiano verso di noi come faville del maglio mosse dal vento: tale è la forza dell’arte.

Quando però l’impostazione è enciclopedica, catalogante, innanzi a tutti quei nomi caduti nell’oblio la malinconia si fa strada. Che ne è di quelle aziende, dei luoghi, dei vini? Certi Cru, più o meno celebri un tempo, oggi dimenticati, ridotti a bosco o, peggio, pompa di benzina? Mi pare di trovarmi innanzi alle lapidi dei vecchi al cimitero, perché intorno a quei nomi c’era tutto un mondo vivo, oggi scomparso.

Similmente mi è presa la malinconia ier l’altro, ascoltando un vecchio vinile con le canzoni di Odoardo Spadaro: in quell’accento risentivo la voce dei miei nonni e di tutti i parenti che lo circondavano quand’ero piccino; in quelle storie di povera gente, di contadini, di ortolani, di emigranti, di aie e di cappelli di paglia, rivedevo il loro mondo, quello che immaginavo attraverso i loro vividi racconti: era per me un passato remoto e affascinante.

Ora sono in quel “mezzo del cammino” che consente di giudicare il passato alla distanza, di percepirne le cesure col presente, di consegnare ad esso la memoria di un mondo che non è più.

Io so che quando vado a Chiesina rivedo la mia Valdinievole filtrata con gli occhi di quand’ero bambino; e che già allora vedevo, presumibilmente, filtrata con le lenti immaginifiche dei miei nonni. Non così è per mia moglie e meno ancora sarà, con mia pena, per mio figlio: loro la vedono com’è.

Quel mondo è passato: esiste solo nei miei ricordi.

Marcello il macellaio, il suo mallegato profumato e le salsicce buone come dolci; la focaccia cotta a legna, sapida e oleosa, della bottega quando era in piazza alla Chiesanuova; l’officina morchiosa di Leino a San Salvatore, che riparava biciclette e motorini; l’odore dei garofani colti da poco nel capannone, quando li ammazzettavano i miei zii e i miei cugini: tutte realtà dissolte, consegnate ai quei ricordi che sono tesoro e fardello di ogni essere umano.

Ahimè, la lista sarebbe assai lunga ed è sempre sgradevole paragonare lo ieri con l’oggi.

In essa, tuttavia, c’è anche la vecchia Fattoria del Buonamico di Montecarlo. Oggi si chiama Tenuta del Buonamico, ma è davvero altra cosa: non dico meglio o peggio, ma altra.

La Fattoria del Buonamico che ricordo io era un luogo di sapiente artigianalità. Un edificio essenziale, dall’intonaco rossiccio, dove l’accoglienza non esisteva come la intendiamo oggi, nel senso della ricezione turistica, ma era la semplice gentilezza delle persone che vi lavoravano.

Stava – e sta ancora, malgrado i mutamenti occorsi – su un poggio appena sotto Montecarlo, in Lucchesia, sul lato che digrada verso Capànnori, dal quale si godeva una bella vista sul borgo, sulla piana di Altopascio e Bientina, sul Monte Serra.

Intorno, colline morbide, particolarmente dolci di forme e vegetazione: quasi che la natura lì si conceda un momento di riposo dopo le balze appenniniche, prima di slanciarsi verso le tormentate coste, ridendo al sole viti, ulivi e fiori, che crescono spontanei in incredibile varietà e coloritura. Lì, sullo spiazzo prima del Buonamico salivo con la Vespa per vedere le stelle e di giugno, di luglio, c’erano sempre le lucciole. A due passi, il cru Cercatoia.

Credo l’azienda fosse nata nel dopoguerra, nel 1964, per rifornire di vino un ristorante a Torino, Al Gatto Nero: era abitudine dei ristoratori toscani approvvigionarsi nelle loro zone d’origine e chi di loro poteva acquistava terra con vigna e ulivi, in un’epoca di spopolamento delle campagne. Normalmente i ristoratori affidavano la fattoria a un uomo di fiducia, perché producesse vini onesti ma senza particolari pretese, adatti alla mescita come vino della casa. Quello, immagino, l’intendimento originario della Fattoria del Buonamico.

Poi qualcosa doveva essere intervenuto, perché i vini della Fattoria che conobbi io raccontavano piuttosto una spericolata fuga in avanti, un avanguardismo sperimentale affascinante e senza rete.

Vini da singolo vigneto, in purezza o con uvaggi arditi, eppure attentamente bilanciati, che parlavano una lingua tutta loro: erano, è vero, gli anni nei quali in Italia si scopriva la barrique e si diffondevano i vitigni internazionali; trovavano pure una solida base nella tradizione montecarlese, che i vitigni bordolesi, e più ancora rodaniani, li aveva già accolti in pieno ‘800; eppure esprimevano una individualità fortissima, dovuta, credo, all’estro e all’impegno di chi dirigeva la cantina: Vasco Grassi, che ebbi il piacere di conoscere al Buonamico quando ero poco più che un ragazzino ai suoi primi acquisti direttamente in cantina, con con i risparmi da studente universitario.

Fu in una di quelle occasioni che acquistai questo Cercatoja, credo una delle ultime bottiglie prima della nuova proprietà.

Rimase nella mia cantina toscana per anni, fino allo scorso gennaio, quando decisi di aprirla insieme a mia moglie. Eravamo da soli nella vecchia casa per un paio di giorni: una scappata, perché aspettavamo la nascita del nostro bimbo a breve e dicevo: “Almeno apriamo la casa, poi vedrai fino a Pasqua non riusciremo a scendere”. Non immaginavo la pandemia che avrebbe flagellato questo 2020 e che saremmo stati impossibilitati a muoverci ben oltre Pasqua.

Quando la presi dallo scaffale dove riposava distesa ero un po’ perplesso: nella mia esperienza – senz’altro limitata- i vini rossi di Montecarlo, anche ambiziosi, esprimono il loro meglio entro i dieci anni.

Questo Cercatoja andava per i sedici.

Sfilai il tappo: un sughero intero molto lungo, molto bello, in ottime condizioni.

E cominciò la magia.

Fu una danza di ore, evocazioni che si rincorrevano sotto i travi antichi e scuri della cucina, bagliori di memoria intrecciati a quelli del focolare acceso.

La tinta: granata, trasparente, luminosa, con vaghi ricordi rubino. Gocciole sul calice, fitte, regolari, rapide, persistenti.

Il profumo: di particolare intensità, ampiezza e finezza. Etereo e rarefatto all’apertura e dopo un congruo tempo, mi ricordava sorprendentemente certi Pinot Noir Villages o Premier Crus di Borgogna invecchiati: pelliccia, alchermes, ciliegia, lampone, prugna, mirtillo, peperone verde, cola, ruta, erbe verdi, liquirizia, ferro, sangue, iodio, noce moscata, pepe bianco.

Spiriti sospesi, iridescenti, sfumati.

Virava poi, dopo 12 ore, verso i vini del Rodano, cercando il paragone d’Oltralpe: il frutto difatti diventava più scuro, emergendo toni di pepe nero, e di cappero-acciuga, da crostino toscano.

Secco, lasciava la bocca piacevolmente asciutta.

Aveva corpo pieno e tannino di trama fitta, fine, maturo, croccante; forse appena un ricordo di legno d’affinamento nella sua grana.

L’acidità: media.

Era molto equilibrato, sul sale.

Nel finale lungo: un ricordo di farina di castagne.

Aveva tutta la scorrevolezza e facilità d’eloquio dei rossi di Montecarlo, ma c’era in lui qualcosa in più e di unico.

Figlio della sua era riguardo l’uso del legno d’affinamento, aveva però trovato negli anni di bottiglia un passo cadenzato, quasi antico per trasparenze e per l’equilibrata compostezza: “Gran vino da selvaggina di piuma, assai fine”, si sarebbe detto un tempo.

A Montecarlo non ho mai assaggiato un rosso pari a questo, colto allora nei suoi sedici anni; né produzioni successive a me note mi lasciano sperare per il futuro.

Qui il Sangiovese si sposava al Cabernet Sauvignon, al Merlot e al Syrah, nelle proporzioni: 40%, 30%, 20%, 10%. L’amai come amo il Sangiovese maggioritario o in purezza.

A trovarne una bottiglia ben conservata, amica o amico che mi leggi, bevilo un po’ fresco: sui sedici gradi.

Pinot nero dell’Oltrepò Pavese “ Carillo” 2018, Frecciarossa, 13 gradi.

“I vini di Frecciarossa, di cui descriviamo i quattro tipi, costituiscono l’artistocrazia dei vini dell’Oltrepò”. Luigi Veronelli.

La lapidaria affermazione, tratta dallo splendido volume “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli, edito da Canesi nel 1961, testimonia in qual conto fosse tenuta all’epoca l’azienda Frecciarossa di Casteggio, provincia pavese.

Marchio storicissimo: la tenuta, acquistata nel 1919 dalla famiglia Odero, venne subito impostata secondo tecniche produttive borgognone e champagnotte, commercializzando ed esportando vini in bottiglia già negli Anni Venti, quando in Italia il vino si vendeva perlopiù in botti e damigiane, che venivano portate su carri alle osterie e ai ristoranti.

Sin dal principio le uve tipiche della zona vennero affiancate dal Pinot Nero e dal Riesling per la produzione di vini fermi e spumanti, che si fecero appunto un gran nome: vuoi per le tecniche d’avanguardia, vuoi per l’abilità commerciale (parleremmo oggi di marketing), vuoi per le peculiari caratteristiche della collina di Frecciarossa (corruzione del toponimo Fraccia Rossa – ovvero frana rossa – che alludeva al colore ferrigno delle argille del suolo, sovente erose dalle acque piovane). Probabilmente il successo fu combinazione di questi tre elementi, uniti alla caparbietà di Giorgio Odero, al quale è oggi intitolato il più ambizioso Pinot Nero della firma.

Esiste però nella gamma aziendale anche un altro Pinot Nero, volutamene più semplice, giovane, vinificato e affinato in acciaio: il Carillo, che mi ha subito incuriosito. D’altronde il potenziale del pinot nero oltrepadano è noto: persino il grande produttore langarolo Bruno Giacosa, leggendario conoscitore di uve, acquistava in Oltrepò il pinot nero per il suo metodo classico.

Il Carillo mantiene felicemente le sue promesse, perché è un ottimo esempio di Pinot nero fresco, lieve, immediato, ma ricamato finemente.

Di color rubino molto trasparente, ha lacrime veloci, irregolari, evanescenti.

Il profumo è spiccato, sfumato, arioso, giovanile, molto particolare: unisce la freschezza di un confit di fragoline rosse toni eterei e più autunnali di fiori secchi, sangue, ferro, ai quali segue una scia morbida di spezie: cannella e noce moscata.

Ha discreto corpo, felice ampiezza, sorso tonico, piacevolmente alcolico, con contrasto caldo-fresco basato più sulla salinità che sull’acidità. I tannini sono di grana piuttosto fine; la loro presenza: discreta. La persistenza: proporzionata, fruttata.

Ventura ha voluto che lo gustassi a Pasquetta di questo strano 2020, sfruttando il balcone e un tavolinetto da bistrot, su crostini di cacciagione e dei malfattini di pane in brodo, vecchia ricetta milanese, di quelle così tradizionali che – ahimè – nei ristoranti non si trovano più.

E questo Carillo, bevuto fresco, all’aria aperta sotto un sole che baciava, c’è stato talmente bene che ho pensato sarebbe il vino perfetto per un bistrot autenticamente milanese, cioè di eleganza semplice e riservata, dove ritrovare le ricette delle case di un tempo, uscendo dal risaputo cortocircuito di ossobuco, risotto, cotoletta.

Sarebbe un bel posto e si berrebbe meglio che in quelli parigini.

Rosae 2009, Vino da tavola rosso. Giuseppe Rinaldi. 13 gradi.

Torno ad assaggiare questo vino dopo quasi un anno e mezzo. Forse è l’ultima bottiglia rimastami.

È il mio compleanno oggi: una festa molto misurata, perché ci sono altri e più importanti eventi familiari alle porte. Pici al ragù di manzo; con essi desideravo un vino amico. Guardando nella cantinetta domestica l’ho notato, mi è battuto il cuore nei ricordi, mi son detto che a 11 anni era inutile insistere a conservarlo oltre.

Il Rosae era il Ruché in purezza che Beppe Rinaldi faceva a Barolo e che credo tutt’oggi producano le sue figlie.

Potrei scrivere pagine su Rinaldi in aggiunta a quante se ne sono scritte, ma non è il caso. Negli anni che ho frequentato la sua cantina era per me l’incarnazione del vignaiolo artigiano e della tradizione enologica. L’ammiravo per il suo approccio idealista e disincantato, ironico e sornione, appassionato e saggio. Di più: nell’ambito dell’approccio formale tra un produttore e un piccolo cliente privato, gli volevo bene.

Tuttavia, preferisco quest’oggi concentrarmi sul vino più che sul produttore: mi pare una forma di rispettoso omaggio.

Questo Rosae di 11 anni ha tanto da dire. Rinaldi, che pure aveva il Rosae molto caro, lo considerava un vino da merenda -mi pare dicesse proprio così- da condividere con gli amici insieme al salame, al patè, a qualche formaggio. Implicitamente, non lo riteneva da invecchiamento.

Difatti, difficile che il Ruchè sia considerato tale anche in Monferrato, dov’è probabilmente nato e assai più diffuso: quel profumo primario di rosa, così marcato e diretto fino alla prepotenza, con tocchi di fragolina, su uno sfondo appena speziato; e la struttura morbida, seppur di sorso ampio, non incoraggiano lunghi affinamenti; anzi, ispira amore e odio, come mi diceva un pur bravissimo produttore di Ruchè di Ozzano Monferrato; che gli preferiva di gran lunga il nobile Grignolino.

Eppure questo Rosae 2009 lo trovo oggi buonissimo, ancor più che all’ultimo incontro.

Non ha nulla del vino ingessato dalla pratica enologica, nulla che suggerisca uno stato innaturale di ibernazione che l’abbia irrigidito in un cliché.

Lui, invece, appena tolto il tappo -perfetto- e versato, sembra gonfiare i polmoni e spirare soffi di perfetta armonia, come Eolo nella Nascita di Venere botticelliana, se mi si passa il paragone ardito.

Naturale già il suo moto nel bicchiere: senza sforzo, un po’ viscoso; con gocciole molto lente, irregolari, fitte, che trapuntano un bellissimo granato: trasparente, luminoso.

Ma è il profumo che va diritto al cuore: mi apre anni e stagioni di sentimenti e di ricordi.

La rosa c’è ancora, ma sfumata, integrata: parte di un tutto, di un paesaggio che scorre come dal finestrino di un treno a vapore o di una vecchia auto, cosicché avanzino non troppo veloci.

C’è la cantina di mio nonno, quando a novembre gorgogliava il tino, quando a settembre lavava le damigiane per la nuova annata. Ci sono le estati ed i campi riarsi al sole d’agosto, l’odore delle balle che seccano, il grano e il mais sulle stuoie prima che finisse nei contenitori per l’inverno. C’è il segreto del bosco, di un giardino incantato, dell’acqua che gorgoglia, ruscelli o fontanelle di pietra, non importa. C’è la chiacchiera al tramonto sull’argine del fiume, le galline che chiocciano al mattino, la civetta nella notte umida. C’è l’aria della terra di Langa sotto la neve, la mattina presto a Parafada, e poi al sole di mezzogiorno sul belvedere di Diano, mentre il vento spazza di fronte all’abbraccio delle Alpi.

C’è un palpito di vita, una storia raccontata in versi, a cuore aperto.

Poi, potremmo giocare ore coi descrittori di questo profumo sicuramente annoso, terziarizzato, ma ancora in divenire: oltre la rosa, amarena, fragolina di bosco, pepe verde e bianco, polvere di cacao amaro, arancia disidratata, funghi porcini, foglie secche, terra bagnata, noce, corteccia, liquirizia, gli accenti balsamici e di erbe verdi. Tutti fusi, sfumati, come in un quadro leonardesco, nel quale perdersi sognanti.

Potremmo dire che, col tempo, il territorio – le Langhe- abbiano avuto la meglio sul varietale dell’uva, che questo Ruchè baroleggi un po’; ma non basta a spiegarne la magia.

Inevitabile il sorso, una comunione più che un assaggio: centrato, pieno d’intenzione, lungo. La stoffa è setosa, la trama fitta, flessibilissima; il tannino delicato, maturo, disperso, ma di tenacia masticabile; l’acidità vivida, ma gentilmente distribuita sul palato; la salinità spiccatissima; l’insieme bilanciatissimo, rinfrescante, giustamente asciutto.

Un grande vino, da gustare oggi, più che con gli amici, intimamente, in muto colloquio; o, almeno, da tenergli un piccolo spazio lontano da clamore, per meglio ascoltarne la voce. Ecco che dopo tanti assaggi, eccitanti o deludenti, e tanti mesi di fatiche e di rincorse, ritrovo in questo vino antico, riservato, silenzioso, il senso profondo della mia passione e del mio scrivere.

Mentre batto i tasti mi cade l’occhio sul calice, preso a caso nella mia dispensa: riporta la scritta Vini Veri, associazione che Rinaldi contribuì a fondare.

Ci vedo un senso profondo; sempre che il caso, anch’esso, non volesse rendere omaggio a Beppe Rinaldi.

Salento Primitivo Vigne Vecchie 2005, Duca Carlo Guarini, 13,5 gradi.

“I vini vecchi si assomigliano tutti”: tante volte ho sentito questa frase, quante non mi ha persuaso.

Qui una clamorosa smentita: un Primitivo salentino di 13 anni.

Ho poca dimestichezza coi vini pugliesi e non ho esperienza di altri Primitivo lungamente invecchiati.

Questa bottiglia fu il frutto di uno scambio col mio amico Roberto, compagno di viaggi per cantine. L’estate del 2008 lui aveva girato il sud, io il centro-nord; ci trovammo a San Gimignano coi bagagliai delle auto pieni di vini e si fece a metà.

Finì in cantina e lì rimase, perché era legata a un bel ricordo e mi spiaceva aprirlo senza un’occasione. Quasi la dimenticai. Ho poi imparato che l’occasione giusta è quando mi va e perciò mi son deciso.

Ecco: non si potrebbe sicuramente confonderlo né con un Nebbiolo, né con un Sangiovese invecchiato. Nemmeno con un Bordeaux. Tutt’altro spirito qui, tutt’altra tempra. Chi sostiene che i vini invecchiando si somigliano, forse vini vecchi non ne ha assaggiati abbastanza.

Questo è diverso da ogni altro vino rosso invecchiato che io abbia assaggiato.

Granato scuro e profondo, ma ancóra trasparente, lascia sul calice gocciole lunghe, di lentezza e persistenza estenuate, regolari e fitte.

Profumo è molto intenso, in evoluzione spinta, cangiante tra mora di rovo, oliva e carciofi alla brace, cappero, brace d’olivo, noce, prugna secca, caramello, cacao, sedano, ferro, caffè, pomodoro secco, origano, cardi, cime di rapa, pasta di acciughe; profumi per me nobilissimi, perché mediterranei, illuminati e addolciti da fiori di campo, pesca, noce moscata, cannella.

L’assaggio richiede un certo tempo di assestamento dopo l’apertura.

È secco, con notevolissima componete glicerica ad ammorbidirlo, quasi ingannatrice.

Il tannino è molto fine, ma assai presente (quale differenza rispetto a tanti Primitivo levigati e morbidi in commercio); spiccatissima l’acidità, percussiva e insistente; il corpo ampio ma dinamico, che attacca conciliante, frusta, si spenge su una lunga folata di gusto e di alcol, come scirocco d’estate al mare.

Non è un vino per tutti i palati e può riuscire anche sconcertante; per me, però, è buonissimo. L’ho gustato con piacere su lasagne al forno e su un’arista; l’immagino delizioso su umidi importanti, ad esempio di castrato.