I “Pompeiano” Piedirosso e Falanghina di Sorrentino Vini.

Per anni, l’immagine che ho avuto io di Napoli e quella del Vesuvio sono rimaste inestricabilmente fuse, come nella celebre cartolina del Golfo col pino in primo piano, la città piccina laggiù tra l’abbraccio del suo mare e il vulcano, ornato da un pennacchio di fumo placido e indolente nell’azzurro. Un’immagine quasi artificiosa rimasta cristallizzata per generazioni, se già negli Anni Quaranta il Vesuvio aveva smesso di emettere vapori.

Col tempo sono stato in grado di mettere meglio a fuoco quella interconnessione ingenua. ” A’ muntagna ” incombe su Napoli e sul suo destino, eppure è altro rispetto al dedalo di vicoli oscuri e colorati, ai palazzi e alle miserie, ai castelli, alle chiese, alla varia umanità che brulica gli spazi cittadini con la sua vitalità potente e a tratti selvaggia e feroce.

Il Vesuvio è spazio aperto, aria, luce, cielo vorticoso e avvolgente, da toccare con un dito; è natura indomita, senza filtro umano alcuno, è madre-matrigna generosa e temibile.

Ricordo un vecchio affresco poimpeiano, il vulcano dipinto come monte coperto di uva e di pampini: nemmeno se ne sospettava la pericolosità, allora.

Pompei, solo a nominarla, provoca un brivido di bellezza e di sgomento: chi dimenticare quei calchi umani imprigionati dalle ceneri e come ombre dissolti nell’istante ultimo del loro dolore mortale?

Diversamente, nominando il vini definiti dalla norma Pompeiano IGT, i ricordi terribili sfumano dolcemente nel richiamo alla vita: il Vesuvio dorme il sonno di una pace provvisoria, l’uomo ha riconquistato le sue pendici per poi abbandonarle e ancora riscoprirle: andirivieni che è storia sociale dell’Italia agricola, divenuta industriale, oggi in cerca di se stessa.

Il vulcano, quieto, porge i suoi frutti, nutre le viti sui suoi fianchi di terra vulcanica nera, sabbiose alla sua base: Falanghina e Piedirosso su tutti, ma non i soli.

I Pompeiano di Sorrentino, Piedirosso e Falanghina, sono un buon viatico: territorialmente riconoscibili, da agricoltura biologica, hanno tra l’altro i pregi di una buona reperibilità ed accessibilità. Mi piace qui riportare alcune note di degustazione.

Pompeiano Piedirosso “7 moggi ” 2015, Sorrentino, 12,5 gradi.

Il Piedirosso è uno tra i segreti meglio nascosti dell’enologia italiana: noto all’appassionato smaliziato ed al degustatore professionista, sfugge ancora al grande pubblico, sebbene abbia tutte le doti per essere amato e felicemente bevuto; sottostimato, forse, perché spesso usato ad ingentilire la poderosa struttura dell’aglianico.

Il Piedirosso è tutto genio e sregolatezza: di beva spesso lieve e danzante, ha profumi ammalianti e caleidoscopici fino a stordire, che trascolorano, a seconda dei terreni e delle vinificazioni, da eleganze quasi estenuate a profumi animali, virili, minerali.

Nell’areale napoletano dei vulcani, da Ischia ai Campi Flegrei al Vesuvio, origina vini estremi per classe ed originalità.

Questo “7 Moggi”, prodotto in regime biologico a circa 400 metri di altezza, incanta col suo colore rubino trasparente, dai riflessi quai porpora. Ruota nel calice leggero eppur viscoso e difatti crea lacrime lente, fitte, persistenti, mentre immediato rilascia un profumo molto intenso, caratteristico, pulito, di viole e di frutta rossa soprattutto, e di frutta nera matura, quasi lampone e mirtillo fossero spremuti freschi, sfumando fino alla confettura di susina, ma casalinga, con cenni di arancia rossa, cola, carruba. Su tutto si stende un velo profondo come la notte di zolfo e di affumicato, quasi incenso e cera, che ricorda l’origine vulcanica dei luoghi delle vigne.

Carezzevole, morbido, ha gusto concentrato e corpo medio, con acidità media del pari, così come il tannino che è rotondo, molto profondo e persistente.

Tutto l’insieme è sostenuto da una grande salinità (proprio sale grosso, non fine), esprimendosi su una lunghezza più che discreta, con l’alcol relativamente contenuto e ben equilibrato. Resta però un rosso felicemente meridionale, che trasmette un piacevole senso di calore.

È un vino dal tratto giovanile, ma non immaturo: una fanciulla adolescente col suo lato sensuale e torbido (ripenso a certi licenziosi affreschi pompeiani!).

L’ho gustato con piacere su un caciocavallo di media stagionatura. Lo proverei su una pizza e qualche primo col sugo di pesce, giocato su sapori forti come spada, tonno, sugarello, palamita. Mi pare una sicurezza su coniglio e pollame. Addirittura, l’azzarderei per un aperitivo di gran lusso, all’insegna di un inarrivabile stile italiano.

Pompeiano Falanghina 2015 , Sorrentino Vini, 12,5 gradi.

La Falanghina è talmente alla moda ormai che rischia di essere fraintesa.

Sbaglia chi ritiene dia vini facili: semmai, se ben lavorata, origini vini di estrema preziosità e lievi, sciolti, specie nel biotipo flegreo che immagino sia la base di questo Pompeiano, che si offre alla vista limone assai tenue, trasparente, lasciando sul calice gocce rapide e nervose, ma non persistenti.

Ha profumo intensissimo e concentrato, fresco ed arioso: fiori gialli e agrumi (il mandarino, in particolare) virano al dolce miele di zagara, con una nota di pepe verde contrastante la frutta a polpa gialla e persino l’ananas tropicale. Poi c’è il marchio del vulcano: un’idea di zolfo e di affumicato che è una sorta di terza dimensione: è pietra al sole, acciaio caldo. Un appassionante susseguirsi di durezze e suadenze.

Al sorso tutta la delicatezza della Falangina. Gusto concentrato, col mandarino ancora in evidenza insieme alla menta, al cappero, alla mandorla. L’acidità mediana, così come l’alcol, nel suo corpo ristretto sono in splendido equilibrio. La salinità notevole, figlia del territorio, contrasta un residuo zuccherino lievissimo, creando un bel gioco rotondo e piacevole.

O, piuttosto, è un contenuto notevole di glicerina a creare l’effetto e ingannare?

Salinità, acidità, carezza glicerica: gode il tatto con questa Falanghina aera, flessuosa, passante, flessibile, leggera ma intensa; che attacca netta, avvolge la bocca setosa e sfuma delicata come brezza. Gusto e aroma avvolti in una trama fine: un merletto.

Viene spontaneo il collegamento con certa arte napoletana, raffinatissima nelle minuzie: scultura, pittura, musica; semplicemente, si pensi ai dettagli del presepe popolare.

L’ho avuto in tavola, con piacere, su una mozzarella di bufala, vorrei provarlo su una zuppetta di cozze.

Gli esempi più artigianali di Falanghina flegrea e del Vesuvio sono magari più articolati, ma la felice beva di questo non si dimentica.

Barbarossa Il Dosso Forlì IGT 2010, Fattoria Paradiso, 14 gradi.

Talvolta le sorprese sono là dove meno te le aspetti.

Mi trovavo per lavoro a Misano. A fine giornata, dovendo rientrare a Milano, mi attardai in un supermercato di Cattolica, perché volevo tornare a casa con qualche vino locale, ma ero ormai fuori orario per una visita in cantina o per cercare un’enoteca.

Restai a lungo incerto allo scaffale, perché non conoscevo nessun vino esposto. Studiate le etichette, ricordai infine di aver letto molti anni prima della Fattoria Paradiso, in termini lusinghieri. In effetti è un’azienda storica, che ha compiuto un gran lavoro sul sangiovese e su alcuni vitigni romagnoli storici, salvandoli presumibilmente dall’oblio: pagadebit, cagnina e, soprattutto, il barbarossa.

Così comprai sulla fiducia l’enigmatico Barbarossa, dall’omonimo vitigno “scoperto” nel 1955 in una vecchia vigna di sangiovese a Bertinoro e così chiamato onorando l’imperatore svevo che soggiornò nella Rocca locale.

Richiamo labile, tuttavia azzeccato: lo temevo pretenzioso, invece il vino ricavato dalla Vigna il Dosso è nobile, elegante, tuttavia imperioso nella forza dei suoi accenti.

Còlto al suo nono anno, è trasparente e luminoso, granato con riflessi ancora rubino, veloce disegna archetti fitti e stretti sul vetro.

Il suo profumo è molto intenso, elegante e complesso, ricco e maturo, ma sotteso di dinamismo, quasi lasciasse intuire le forze alterne e sbalzate del tannino, dell’acidità, dell’alcol, della polpa.

Sicuramente in evoluzione, si coglie ancora tanta giovinezza, mancando segni evidenti di una terziarizzazione, più intuita che reale.

C’è piuttosto una tensione continua tra maturità e freschezza a caratterizzarlo, che si ritrova trasposta pari dall’olfatto al gusto. Tale la sua dote, la sua unicità.

Squaderna al mio naso frutta rossa matura: ciliegi, amarena, ribes, lampone, da un lato; dall’altro prugna essiccata, netta, qualche tocco di fiori secchi, tra rosa e viola, e di erbe officinali essiccate anch’esse. Infine, una scia convinta, ma sfumata, di spezie dolci: cannella e noce moscata, vaniglia e cacao; in seconda battuta – ricordi più percettibili a calice vuoto – tabacco, liquirizia, cuoio.

Strutturato e ampio, seconda un equilibrio originale tra sensazioni dure e morbide, tra orizzontale e verticale: con un tannino importante ma dolce, di piacevole spessore masticabile, ed altà acidità, si offre alla beva sfumato e molto cremoso; non è nervoso, ma incisivo, potentemente chiaroscurato, assecondando il gusto del bello e delle proporzioni, più che il senso del dramma del dramma. Fosse un’esecuzione musicale, sarebbe nello stile sontuoso e raffinato del Maestro Karajan. Anche la persistenza, adeguata, si apprezza principalmente per l’equilibrio e la proporzione di un appagante gioco sensoriale.

Questo rosso romagnolo dal generoso abbraccio avvolgente, sanguigno ma elegante, l’ho gustato, con molto piacere su siti al ragù.

Mi piace sottolinearne, a margine, la curata vinificazione: è affinato in barrique, ma non si percepisce.

Chianti Classico 2014, Ormanni, 14 gradi.


In Chianti, mi fermo spesso da Ormanni.

Ufficialmente: per comprare il vino bag-in-box per i miei genitori; per l’ottimo olio; perché si raggiunge bene. 

Tutte scuse. 

In realtà adoro andarci; sia percorrendo la strada che scende da Castellina, sia salendo da Poggibonsi. Per me, i panorami che si squadernano tra quelle curve sono tra i più belli del mondo: l’immagine di una natura davvero bucolica, in equilibrio perfetto con l’uomo.

Mi piace arrivare sul piazzale ghiaioso della cantina, che esternamente appare solo muro basso e severo, massiccio di pietre irregolari, con le finestre squadrate, rade e alte, e fermarmi a guardare in direzione opposta: c’è un paesaggio leonardesco, sempre diverso, ogni stagione dell’anno.

Potrei incantarmi lì per ore, sugli incastri convessi delle colline; sulle fughe prospettiche che vibrano atmosfera; sulle vaghe, infinite sfumature dei verdi ed azzurri, ora quasi riflessi di ocra, ora di giada, ora d’argento e di ametista. 

Sapere che da Ormanni troverò vini classicissimi, abbordabili, deliziosi, raddoppia il mio piacere.

Oltre ai bag-in-box acquisto sempre qualche bottiglia per me; poche, ché ormai dovrei soprattutto berne dalla mia cantina.

Ultimamente ne riportai questo Chianti Classico 2014, incuriosito se l’annata piovosa avesse domato i solitamente maschi vini di Ormanni oppure se li avesse slavati, snaturandoli.

Rimase a riposare nel buio e nel silenzio per quasi due anni, fino all’occasione felice di un pranzo in famiglia, alla buona, ma con l’unione ritrovata dopo una certa convalescenza.

In tavola: salumi, formaggi, un piatto di pasta al sugo di carne, insalata; serenità.

Eccolo servito fresco di cantina, a quattordici-quindi gradi.  

Limpido, trasparentissimo, luminoso e rubino; con gocciole rade, molto lente, più evidenti salendo la temperatura ai diciassette-diciotto gradi della stanza. 

Ha profumo molto intenso, freschissimo: uno sbocciare di primavera.

Sono fiori: rose, viole, lilla; e arancia; tocchi freschi di frutta rossa, tra ciliegia e fragola. Poi cola ed un insieme di erbe aromatiche da arrosto. Le spezie, delicatamente soffuse: chiodo di garofano, noce moscata, una sfumatura di cannella, tanto zenzero.  L’insieme ancora molto giovanile: solo sintomo dell’evoluzione, un cenno di cuoio e caramello. 

È beverinissimo così fresco: finirebbe a secchi. Molto puro, senza note amare o artificiali: naturalissimo. Ha tannino molto fine, ma grintosissimo e presente; l’acidità vividissima; salinissima in progressione; lunghezza notevole. 

Per il mio gusto è un vino meraviglioso, agilissimo, essenziale, di forme flessuose e danzanti, che mi ricorda quei Chianti lievi, schioccanti, saporiti della mia infanzia, ma ha più classe. 

Come loro, scommetto, estremamente flessibile a tavola.

Il mio Benvenuto Brunello 2019: tutti i colori del cielo.

Premessa

Qualcuno lo ha anche chiesto: “Chi viene al Benvenuto Brunello? Chi viene ad assaggiare l’annata 2014?”

La domanda, formulata da persona assai acuta e che ben conosce il mondo del vino, mi era girata per il capo almeno fin sulla soglia dei chiostri del Museo di Montalcino.

“Io sì!”, avrei voluto rispondere, perché mi piace il Sangiovese in tutte le sue bizzarrie; mi interessa il territorio di Montalcino – natura e uomini – anche in annate difficili come la 2014; è l’occasione di incontrare persone che stimo, ed amici, in un contesto festivo e allegro.

Inoltre, mi offre la scusa per tornare a Montalcino: passata Buonconvento, con le sue mura che paiono creta d’artista, appare fiera ed arcigna lassù, ma è come un invito.

Risalendo i fianchi del colle, scorrono paesaggi e nomi familiari: Montosoli, Canalicchio…l’incanto riconquista ogni volta, adagio.

Infine, in alto, a poche curve dalla Fortezza, il paesaggio si apre improvviso verso occidente: ampio, aereo, grandioso, solenne, infinito ed immoto verso la Maremma. Il fiato è sospeso, la magia ripetuta.

A sera, col buio, dalle Logge di piazza Mazzini dove la folla brinda nei giorni di Benvenuto Brunello, il vociare si spenge nel silenzio solitario dei vicoli e la luna occhieggia fra le tegole, mentre la notte ammanta la Val d’Orcia: la zolla respira all’unisono col firmamento.

La mattina profuma di pane l’aria fresca e pura, sotto un cielo blu, senza nuvole: pare rubato a Simone Martini. Al bancone del macellaio, chiacchiere buffe, perdigiorno; sagge e vitali tuttavia, quanto quelle di un capitano d’azienda sui calici delle nuove annate: popolo e nobiltà, qui, si danno la mano, figli di un’unica tradizione.

Una Comunità di gente forte e allegra, ospitale e gentile, ma sanguigna, col gusto del pettegolezzo piccante così candido da avere in sé la propria assoluzione; abituata a lavorare sodo, specie quando la stagione è inclemente.

Chi arriva qui, sposando quei valori, non è più ospite: diventa amico, familiare, anche se si ferma solo poche ore; e, quando parte, vorrebbe subito tornare e chiamare questo luogo, un giorno, casa.

Le annate presentate: tutti i colori del cielo.

Le annate presentate sono spettacolarmente diverse, persino opposte, quasi rappresentassero tutti i colori del cielo.

A Benvenuto Brunello 2019 si assaggiano i Brunello di Montalcino 2014, i Brunello di Montalcino Riserva 2013, i Rosso di Montalcino 2017, ed alcune uscite ritardate, principalmente Rosso di Montalcino 2016.

È sempre arduo e inadeguato trarre conclusioni da assaggi avvenuti in piedi ai banchetti. Provo a tracciare linee generali; però, amica o amico lettore, prendi le mie descrizioni col beneficio del dubbio.

La 2014 fu estremamente difficile, con molta pioggia, poco sole e temperature sotto la media, già da maggio. Precoci fioritura ed invaiatura, ma quest’ultima e la maturazione furono rallentate da piogge e scarsa luminosità, perdurate agosto e le prime due decadi settembrine. In molti vigneti comparvero muffe, richiedendo continue attenzioni e, sovente, lo scarto di importanti quantitativi di grappoli. Il tempo migliorò solo a fine settembre, inanellando giornate calde e soleggiate che premiarono chi aspettò a vendemmiare; ciò nonostante, in certi vigneti alti e freschi il sangiovese stentò assai la maturazione. Indicativo che taluni produttori rinunciassero a imbottigliare Brunello.

Il risultato nel calice è assai variabile. Numerosi Brunello sono soddisfacenti: scorrevoli, eleganti, dinamici, piacevoli, più che forti e complessi; alcuni, oggi costretti tra tannino ed acidità causa un centro bocca poco polposo, potrebbero riservare piacevoli sorprese con un moderato invecchiamento; altri, invece, sono pieni, ma con note di frutta surmatura: giovandosi forse del 15% di taglio con altre annate previsto dal disciplinare, hanno un poco snaturata l’identità del millesimo.

In generale, i Brunello di Montalcino 2014 mi sembrano suggerire un consumo immediato o differito di pochi anni; godendoli a tavola, anche su preparazioni leggere, mediterranee, persino sui pesci della tradizione campagnola, in umido.

Non mancano, comunque, conseguimenti notevoli.

Credo che alla riuscita di un buon Brunello di Montalcino 2014 contribuissero diversi fattori, quali: le condizioni dei singoli vigneti (esposizione, ventilazione, suolo; età e tipo dell’impianto); la disponibilità di vigneti diversi e non contigui, così da dosare uve e tagli; l’esperienza del produttore, sia in vigna che in cantina; la solidità economica, laddove “salvare il salvabile” significava rinunziare a notevoli quantitativi d’uva, diradati e scartati per migliorare il rimanente.

Più di altri anni il buon risultato sembra quindi dipeso dalla mano dell’uomo che, consapevolmente, ha accompagnato la natura al conseguimento desiderato, lasciandole libertà di esprimersi. Facile a dirsi, difficile a realizzarsi: infatti i Brunello 2014 di certi produttori promettenti sembrano soffrire la limitata esperienza: ad esempio, in taluni casi il legno di affinamento marca una materia meno ricca del solito.

L’annata 2017 ebbe altro andamento, non meno difficile: gelate ad aprile inoltrato, soprattutto alle quote più basse, soggette all’aria fredda del fondovalle; l’estate siccitosa, causa di difficile maturazione. Si dice comunque sia più facile gestire l’annata calda e secca rispetto a quella fredda ed umida: molti Rosso di Montalcino 2017 lo confermano, sfoggiando nerbo ed inattesa freschezza.

Gli assaggi dei Rosso di Montalcino 2016, di forza e di grazia, con profumi fascinosi, ribadiscono l’annata straordinaria, ravvivando l’attesa per i futuri Brunello.

I Brunello di Montalcino Riserva 2013 raccontano un millesimo equilibrato: composti, dignitosi, sfumati.

Intermezzo: la cena al Giglio e tre vini da ricordare.

Cenare al Giglio il venerdì sera, prima della giornata degli assaggi, è diventata una bella tradizione.

Per ricongiungersi in clima conviviale e ritrovarsi dopo un anno, rinsaldando i propri legami, la compagnia ghiottona, si giova dell’eleganza d’antan del ristorante, dell’ottima cucina e dell’eccellente carta dei vini, che indaga profondamente la produzione locale.

Tra una tartare di Chianina e un peposo, tra crostini di fegato di fagiano e pecorini locali, fino al trionfo di fiorentina e ai dolci, ci siamo deliziati di chiacchiere e di vini che non si possono tacere.

Rosso di Montalcino 2013, Podere San Giuseppe – Stella di Campalto: un vino indimenticabile, un’ipotesi di Sangiovese gloriosa e aerea, iridescente per le sue mille sfaccettature, etereo ed insieme profondamente radicato alla terra nei suoi profumi, un carezza sensuale di sfericità setosa e inestinguibile sul palato. Quasi un’epifania, per quanto riesce a ricordare i Rosso di Montalcino che nascevano a Poggio di Sotto sotto l’egida del duo Palmucci-Gambelli. Complimento migliore, non saprei fargliene.

Rosso di Montalcino 2014, Podere Salicutti: è un velluto setoso che appaga e convince, è una fittezza di trama piena di intenzione, dalla fibra suadente e dalla pennellata bronzea, tenorile. Malgrado l’annata sfavorevole e l’impronta indelebile lasciata dal Rosso precedente, si imprime netto nella memoria.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2003, Lisini. Lento e autunnale, corazza e spigoli contro di noi che importuniamo il suo lungo sonno. Dispiega adagio la sua forza contratta, balugina altre dimensioni di suadenza bruna. Ne intuiamo il fascino, gli neghiamo il tempo di esprimerlo.

Gli incontri di un giorno.

Posso chiamarli assaggi, se dentro quei vini ci sono sole, pioggia e soprattutto vita?

Sono incontri, piuttosto: ogni vino è racconto pulsate che si affianca alle parole di chi lo produce, lo vende, lo presenta. Vale la pena ascoltarli tutti, con rispetto, in silenzio.

È difficile giudicare le annate assaggiando in piedi ai banchetti, ma più ancora i singoli vini. Porta dunque pazienza, amica o amico lettore, se prenderò qualche cantonata, o se non sarò accurato: è così bello star lì in mezzo ai chiostri del Museo di Montalcino (occhieggiandone a tratti le sale divine), e scambiare opinioni con la gente attorno, col vignaiolo, passeggiando senza fretta; lì è la festa vera, ma è facile distrarsi.

Peraltro, stanti le annate diverse, certi Rosso possiedono forza da prevaricare i Brunello assaggiati appena dopo: difficile tararsi.

Ecco le mie notarelle. L’ordine è quello del libretto di appunti distribuito alla manifestazione, invertito.

Mastrojanni

Brunello di Montalcino 2014: elegante, tra arancia, sangue e bosco; succoso, armonioso di già; col finale fascinosamente sfumato, si accetta il tannino un po’ verde

L’insieme è straordinariamente curato e coerente, mantenendo scioltezza. Velluto-seta, come sovente istiga Castelnuovo dell’Abate.

Peccato il sospetto di tappo sul Rosso di Montalcino 2017: interrompo l’appunto.

Lisini

Brunello di Montalcino 2014: profumato, con i fiori e la frutta in gelatina sbalzati e vaporosi, puro e aperto. Armonico, ha nerbo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: di classica compostezza, tannico, eppure agile: invoglia sorsi su sorsi. Suggerisce complessità future.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2013: oggi il profumo è chiuso, una scorza minerale e ferrosa; bisogna affidarsi all’ampio retrogusto che lascia questo vino potente e agile: un sorriso da divinità etrusca, sa di arance, viole, rose.

Trittico maestoso questo di Lisini: l’impaginato saldo si piega al sussurro di voci diverse, raccontando la medesima idea di classicità.

La sede aziendale è nel quadrante meridionale della denominazione, presso Sant’Angelo in Colle, in zona areata: può avere giovato contro le bizze del clima.

Le Ragnaie

Rosso di Montalcino 2016: giunge con la freschezza della primavera, al profumo e sul palato. Agrumi e spezie l’annunciano. Delizia lungo, delicato, dissetante, però ha nerbo, struttura. Fiato, corpo, anima di Sangiovese, ma si affratella ai migliori Pinot Nero di Borgogna per grazia e suggestione.

Con questo, Riccardo Campinoti firma un altro capolavoro.

È, peraltro, persona coraggiosa e trasparente circa i risultati del suo mestiere. Le Ragnaie, è noto, include vigne a quote alte, anche la più elevata della denominazione. Ovvie le difficoltà di maturazione nel 2014: il Brunello di Montalcino non si imbottigliò, declassando le masse a Rosso di Montalcino, per Cru. Riccardo ne ripropone qui due, per mostrarne l’evoluzione, per ricordare a tutti che cosa sia stato quel millesimo sfortunato.

Rosso di Montalcino Pietroso 2014, viene da una vigna sul poggio accanto al paese, tra i boschi, ad alta quota. Le parole di Riccardo mentre lo versa: “Lì l’uva quell’anno non maturava mai, mai, mai…”. È un vino schietto, ossuto, boschivo, con lampi di arancia sanguinella e di ferro.

Rosso di Montalcino 2014 V.V.: da vigne vecchie, profumi accattivanti a coda di pavone, su netta matrice minerale. Più che corpo, spirito di delicatezza estenuata.

(Chiosa: solo poche settimane dopo, altri straordinari assaggi de Le Ragnaie a Terre di Toscana ne rammentano lo smalto in millesimi “normali”; tra essi – sorpresa- un bianco montalcinese quasi contadino, buonissimo).

Le Chiuse

Rosso di Montalcino 2017. Un profumo complesso e concentrato, di terra. È potente, sa di ciliegia. Un vino lungo, dal retrolfatto speziato, in divenire. Un grande rosso.

Brunello di Montalcino 2014: misurato, compassato, profondo, nella tradizione della firma, tuttavia in questo millesimo anche fluido, accessibile, scorrevole. Tra note terrose, ferrose e minerali, la sua voce tenorile si tinge di colori autunnali.

La sorpresa: in millesimi bizzarri ed opposti, i vini de Le Chiuse, spesso di classicità gagliarda e altezzosa, inattesi trovano sorrisi, delicatezze e flessuosità. Si sarebbe detto il contrario. Se non è sapienza, questa!

Il Pino – Fattoria del Pino.

Rosso di Montalcino 2016, un tripudio di profumi: fiori, balsami, eucalipto, resina e tanto pepe. Aperto, succoso, gustoso, di grande acidità e tannino, vibra e avvolge. È una meraviglia.

Brunello di Montalcino 2014: anch’esso -sarà suggestione- resina e bosco in primo piano, poi folate di arancia e di pepe. Armonioso, tannico più che acido, scorre fluido in ragionevole allungo. Un grappolo a pianta: lavoro e rinunce per una primizia. Pensare che viene dal versante nord.

C’è fascino carnale nei vini radiosi e sognanti di Jessica Pellegrini: sempre più brava, bravissima, sempre genuina.

Il Marroneto

Rosso di Montalcino 2016 “Ignaccio”: trasparente e aranciato alla vista, è vino forte e lirico. Dispiega il bouquet tra frutta matura, fiori e profumi terziari. Di corpo: ampio, tannico, l’acidità viva e avvolta. Aggraziato e imperioso. Memorabile per finezza, dettaglio, eleganza.

Manco, per combinazione, il Brunello di Montalcino 2014. Peccato.

A Il Marroneto nascono icone ormai ineludibili. Meglio: sono pale gotiche su fondo oro.

Fattoi

Rosso di Montalcino 2017 è frutta matura e ciliegia sotto spirito, a tratti gradevolmente liquorosa. Di gran corpo, potente di tannino e acidità. Giusta lunghezza, l’alcol lo ferma.

Brunello di Montalcino 2014: irruente, scomposto, potente; profumo e sorso, l’impatto è importante. Viola e visciola e altra frutta rossa, fumè, speziato e minerale. Incute rispetto, con piglio deciso.

Le vigne di Fattoi, così soleggiate e aperte verso la luce della Maremma, ben ventilate, giustificano la riuscita del Rosso; e vieppiù del Brunello, nel millesimo freddo.

La visceralità profonda e generosa di questi vini, però, è nelle mani del produttore. Non saprei rinunciarvi.

Corte dei venti

Rosso di Montalcino 2017: profuma di agrumi e frutti di bosco rossi, è buono e succoso, molto sapido, un piacere da bere.

Brunello di Montalcino 2014: stretto tra tannino e acidità, è scorrevole e setoso. In altre annate avrebbe sapore, corpo e presenza, in questa sembrano sfuggirgli.

L’eloquio nei vini di Corte dei venti è scorrevole, aperto, mediterraneo, sempre mosso e fresco. Forse il millesimo freddo ha giocato uno sgambetto in contropiede, malgrado la posizione al meridione estremo del territorio montalcinese.

Castello Tricerchi

Rosso di Montalcino 2017: fragrante, fresco, esplode frutta matura. Molto setoso, dolcissimo tannino, ha stoffa.

Brunello di Montalcino 2014: vino di eleganza autunnale. Soffre un po’ il legno, si offre un po’ amaro.

Brunello di Montalcino Riserava “A.D. 1441” 2013: portamento solenne e austero, setosa tessitura. Profumo e gusto assai segnati dal legno, in questa fase; dovesse smaltirlo, sarebbe un gran vino.

Nel trittico la ricerca della propria voce: risultato altalenante, ma c’è fermento; l’esperienza aiuterà .

Baricci

Rosso di Montalcino 2017: vino freschissimo; in lui pienezza di fiori e frutta, forza acida, allungo. Campione di vasca ancora ribelle, la caratura è tuttavia evidente.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di fiori: un tocco di lavanda, tante violette; per me, la firma di Montosoli, sua culla. Racconta il millesimo: ha corpo, ancora stretto tra aciditá e tannino, ma l’equilibrio racconta già armonie future. A bicchiere vuoto, persistenti profumi incantati, lindi.

Vini soavi, luminosi, puri, di eleganza e rusticità indissolubilmente legate. Traggono freschezza e florealità dalle zolle di Montosoli, l’onestà da chi li produce, risultando irrinunciabili.

Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2017: profumo ampio, variegato, bilanciato, in divenire. Ha bella struttura, qualche sorprendente diluizione a centro bocca, ma saldo equilibrio. Con 42.000 bottiglie prodotte, una sicurezza.

Brunello di Montalcino 2014: vino sfaccettato, di buon vecchio stile; stoffa e grande equilibrio. Profumo delicato e raffinato, con ricordi di cipria. Ben 120.000 bottiglie prodotte, estremamente convincenti: tra le migliori riuscite del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: il classicismo della denominazione, erto e rifinito come una colonna corinzia. Profumo aperto, ma il sorso, soprattutto, è potente, luminoso, lunghissimo, fuso. Un paradigma.

I Sangiovese della Fattora dei Barbi sono un baluardo ineludibile per gli amanti della tradizione montalcinese e dei vini classici. Prova autorevole a questo Benvenuto Brunello di millesimi difficili: probabilmente grazie all’ampio parco vitato, sicuramente per la consapevolezza crescente.

Ventolaio

Rosso di Montalcino 2017: fresco; profumo balsamico; sorso bellissimo: succoso, potente, ampio, di gran struttura. Ottimo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino autunnale, ombroso, come un cielo fosco, gravido di vento e di pioggia, e perciò affascinante: originale, ematico, quasi gotico. Il sorso è gustoso, un po’ amaro, bilanciato, strutturato. Stante l’annata, solo 1000 bottiglie prodotte, segno evidente di cure rabbiose.

Anche in questi millesimi difficili i vini di Ventolaio affascinano, come il Cru omonimo. Originali, obliqui, danzano su ali leggere, incuranti degli strapiombi.

Tiezzi

Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2017: superata la riduzione iniziale, profuma lampone, sale, aldeidi. Fresco, tannico, acido, di struttura e svelto. Qualche piacevole rusticità.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2014. Affascina: fungino, autunnale, balsami e ruta, aldeidi, agrumi, alcuni toni verdi. Il sorso ha tenuta e spessore adeguati, stante il millesimo.

Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2014. Il profumo è pulito, aperto, di amarena fresca. Il sorso lieve, scattante; non grande, ma alato. Vino radioso: una scintillante ipotesi di Brunello, in levare.

Brunello di Montalcino Riserva “Vigna Soccorso” 2013. Superbo, di stoffa e razza superiore: alato come il 2014, lo ricorda nell’impianto, ma è assai più profondo e complesso.

I vini di Tiezzi sono comunicativi, ispirati, caratteriali, grintosi e svelti, anche nei millesimi estremi. Nel freddo 2014, la Vigna Soccorso, malgrado l’alta quota, lapidariamente ricorda le ragioni della sua fama ultracentenaria.

Terre Nere

Rosso di Montalcino 2017. Ha buon profumo fruttato, balsamico, agrumato, sfaccettato. Di corpo, con sorso di levità ed avvolgenza setosa. Discreta persistenza.

Brunello di Montalcino 2014. Buon vino, pieno, dal profumo terroso, fumé, maturo, e dal sorso stretto nella morsa tannico-acida.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: bel carattere forte da vera Riserva, sorso di ricchissima struttura, polpa, persistenza. Ottimo.

Polpa, seta, una sensualità sorvegliata ma sottesa: filo rosso nei vini dei Campigli Vallone, che ben interpretano il territorio meridionale di Castelnuovo dell’Abate e del Castello di Velona.

Tenute Silvio Nardi

Rosso di Montalcino 2017. Profuma di frutta matura, di selva. Ha sorso pieno, centrale, non articolatissimo, un po’ alcolico infine. Vino gustoso, molto ricco, di grande impatto.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di erbe essiccate (origano, timo), ha venature fumè. Centrato tra tannino e acidità giusti, chiude sull’alcol e sull’amaro. Profilo mediterraneo, protervo impatto. Scostato dai crismi del millesimo.

Vini energici e pieni, di stile riconoscibile, tutto forza solare e quadrata; persino – sorpresa- nel 2014, ma il produttore racconta di selezione feroce: 40000 bottiglie, invece delle abituali 150000.

Tenuta Le Potazzine

Rosso di Montalcino 2017. Vino sonoro di frutta fresca, potente, complesso, tuttavia lirico, aggraziato. Giovane e ancora piccante.

Brunello di Montalcino 2014. Affascinante profumo d’autunno: terra bagnata, foglie secche, afrore di aia. Portamento elegante: succoso, lieve, lirico, sciolto. Il millesimo freddo regala un tannino un po’ verde e tenui rimandi al legno.

Valori certi i vini de Le Potazzine: grazia leggiadra e tenera, delicato lirismo riconducono a naturale armonia anche i nei di queste annate difficili.

Sanlorenzo

Rosso di Montalcino 2016. Vino di eleganza e misura superiori. Profumo fresco di fiori, di bosco, cenni pepati, affumicati e minerali. Fresco parimenti il sorso: verticale, longilineo, teso, di corpo. Balsamica persistenza. Perde coi minuti una certa chiusura e trionfa frutta rossa, piena, matura.

Brunello di Montalcino “Bramante” 2014. Bellissimo vino, pieno di profumo e di gusto: buono, saporito, rotondo, profondo. Scorre sulla vena minerale. L’agilità del millesimo si giova di una struttura robusta, in mirabile equilibrio.

Brunello di Montalcino Riserva “Bramante” 2013. Assaggio particolare, che merita una chiosa. Interlocutorio a Benvenuto Brunello: stoffa eccellente per gusto, polpa e struttura, ma vino marcato dal legno di affinamento, al profumo e sul palato; tuttavia, già dopo poche settimane, a Terre di Toscana, appariva trasfigurato: più pulito il profumo, floreale e fruttato, più puro il sorso, facendo sperare in una Riserva ottima, potenzialmente la più classica prodotta a Sanlorenzo.

Esempi di Sangiovese d’altura, contemporanei per integrità, sempre più orientati ad una classica compostezza. L’eleganza rifinita si lega ad una calda artigianalità e la barra di Luciano Ciolfi, a Sanlorenzo, è drittissima, anche quando il millesimo è difficile. Se la Riserva 2013 evolverà positivamente – questa la scommessa- se ne parlerà a lungo.

San Giacomo

Rosso di Montalcino 2016. Colore bellissimo: aranciato, antico. Goloso: profuma arancia matura e acciuga, è avvolgente e caldo. Vino ottimo: confortevole, sensuale, di corpo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino di bella polpa e stoffa; sui toni dell’arancia matura: vista, olfatto, gusto. Soffre un poco -peccato- certo tannino asciugante.

I vini di San Giacomo stanno trovando passo passo l’identità precisa: con naturalezza e semplicità, traggono carattere dal versante nord di Montalcino, che già ne delinea il profilo. La strada è buona, l’esperienza aiuterà nei millesimi difficili.

Salvioni – La Cerbaiola

Rosso di Montalcino 2017. Vino potentissimo e sanguigno. Profumo molto intenso, primaverile, fruttato ed ematico. Stoffa imponente e reattiva, polpa ricca e compressa tra acidità e tannino imperiosi. Rinfrescante. È un puledro ancora da domare, dalle movenze forti e eleganti, di naturalezza disarmante.

Salvioni presenta soltanto il Rosso di Montalcino, ma che vino! Per classe e statura guarda parecchi Brunello, non solo 2014, dall’alto al basso. La firma è un riferimento ineludibile.

Poggio di Sotto

Rosso di Montalcino 2016. Vino superiore, di gran stoffa e impianto austero: il profumo, molto sfaccettato, richiede ascolto. Salinissimo, energico, equilibrato, lieve, puro e preciso.

Brunello di Montalcino 2014. Vino superiore, di gran stoffa e giusto corpo, dal profilo autunnale, affascinante, seducente. Il passo è naturale e sciolto. Una bellissima riuscita di un’annata minore.

Vini di eccezionale caratura, con rarefatta, eterea personalità, gioia per gli amanti del Sangiovese classico. Irripetibile la magia di qualche anno addietro, quando altre mani li modellavano, il lavoro resta di alta qualità: si veda l’ottima riuscita nel travagliato 2014.

Un tesoro per la denominazione ed oltre.

Podere Le Ripi

Rosso di Montalcino “Sogni e follia” 2015. Vino superiore, di gran stoffa. Bel colore aranciato, potente, caldo, etereo, dal delicatissimo tannino. Evidente – benvenuta- ispirazione gambelliana.

Brunello di Montalcino “Lupi e Sirene” 2014. Vino elegante, dal fiato etereo, venato di arancia, erbe aromatiche, spezie, aldeidi, ferro e sangue. Ha bella struttura. La lunghezza discreta è pegno del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva “Lupi e Sirene” 2013. Vino di altissima caratura: molto gustoso, estremamente elegante, lunghezza eccezionale. Nel miglior stile antico.

Vigne in posizioni assolate e calde a Castelnuovo dell’Abate, allevate per lo più ad alberello, con grandi cure, forniscono una materia eccellente per vinificazioni ormai orientate ai dettami della scuola antica: rispetto, lunghe macerazioni, lunghi affinamenti. Ne risultano vini meravigliosi, somiglianti ai Poggio di Sotto della originaria gestione. Lascia senza fiato la strada qui percorsa in pochi anni.

Epilogo

Finisce la giornata degli assaggi, col dispiacere per ciò che si è dovuto tralasciare, solo per mancanza di tempo e per stanchezza fisica.

Fuori la luce assume quel tono caldo che prelude di qualche ora al tramonto.

Un tempo breve di ristoro e siamo a Sanlorenzo: finalmente il bosco, le vigne, i profumi della terra.

La terra.

Lì sostiamo un poco, al bordo dei filari di sangiovese, presso un leccio. A manca l’Amiata, a destra Siena, dritto la Maremma ed il bagliore che il mare riflette nel cielo. I colori sono nitidi per l’aria tersa dal vento, di una lucentezza quasi metallica.

Poi in cantina fra le botti. Altri assaggi mirabili (che buoni saranno i Brunello di Montalcino 2015 e 2016!), con la compagnia allegra e competente di alcuni soci AIS piemontesi.

Infine la cena a La sosta, tra amici vecchi e nuovi, in immediata confidenza. Tutto un vociare mentre si assaggia alla cieca, con risultati pessimi, anche peggiori del solito; non importa: contano i visi puliti, i sorrisi, la familiarità.

È la celebrazione della festa, la versione contemporanea delle cene chi si tenevano in antico sull’aia dopo la mietitura o la vendemmia, il rito che rinnova i cicli della vita.

Questo il senso profondo di Benvenuto Brunello, la ragione ultima che aggrega anche noi forestieri: con me l’amico Stefano, la mia Emanuela…

Finché a Montalcino batterà un cuore saldo e antico, ogni sogno sarà possibile.

Domenica mattina: sole, cielo limpido, aria tiepida che profuma già di primavera. Due passi tra i vicoli e lungo le mura, guardando e sognando le case e quale vita sarebbe tra quelle mura. Per un attimo il Brunello è lontano. Poi il pranzo alla Taverna dei Barbi. Quasi di soppiatto camminiamo le vigne ai Podernovi.

Rientriamo: l’asfalto scivola sotto le ruote e con lui un misto di gioia e nostalgia.

Quest’anno il sogno lo portiamo con noi.

Montescudaio Rosso Riserva 2009, Fattoria Poggio Gagliardo, 14 gradi.

Quaglie allo spiedo e spiedini, poi un pecorino fresco di latte crudo, dalle alture pesciatine, raro prodotto del pistoiese: questo era il menù.

Mi infilai nel cunicolo stretto della cantina, il buio illuminato da una torcia appena e dalla finestrella; fruga fruga: “Si potrebbe aprire questo”: un Montescudaio Riserva vecchio di 10 anni, un Sangiovese in purezza.

Montescudaio, borgo bellissimo alle spalle della costa di Cecina, di antica tradizione mineraria. Montescudaio, terra etrusca: la Gens Caecina, secondo il nome latino di questa famiglia, o piuttosto i Kaikna, marca ancora oggi la toponomastica.

Montescudaio: terreni salini e ricchi di minerali, escursioni termiche più marcate che sulla costa, maggiori precipitazioni: il mare cede il passo al colle.

Montescudaio: zona vinicola, tra le meno note DOC e DOCG toscane.

Portai sulla tavola la bottiglia con l’etichetta blu, un po’ vecchio stile. Ne cavai il tappo lungo, di sughero intero.

Versai nei calici.

Una sorpresa color rubino: un rubino convinto, trasparente, scintillante, bellissimo, giovane con appena qualche cenno granato sul bordo e gocciole molto lente, irregolari, persistenti.

Eccolo il Montescudaio. Eccolo il Sangiovese.

Un profumo molto intenso, molto complesso, distinto, disteso, etereo con aristocratica discrezione. In evoluzione, con tanti tratti ancora giovanili. Rosa, viola e glicine dipingono un quadro primaverile che trascolora subito nell’estate novella di prugna, ciliegia, amarena, lampone, mora, mirtillo, fresca dei balsami di eucalipto, di conifera. Sotto, quasi a venare il quadro di malinconia autunnale, il cuoio, l’inchiostro, il solvente, l’humus, cenni di incenso e di legno palo santo, infine l’inverno del sanguinaccio, del ferro bagnato, del carciofo: già il limitare di primavera, il cerchio della vita si chiude.

Un sorso di sapore, ben presente e di stoffa. Vino fine e corposo, più di struttura che di massa, possiede dirittezza ed equilibrio di spigoli armonici, non di rotondità: in questo è molto toscano. Tannico di uva matura, il nerbo acido vivace e dissimulato, gentilmente salino, giustamente lungo, è lieve e lento all’attacco, poi accelera e cresce, sfumando bene nel finalcalmo e tranquillo, chiamando ancora e ancora con gioia alla beva.

Una combinazione sorprendente di solarità mediterranea e di snellezza montana, espressa in classico rigore.

Colto oggi, forse, marzo 2019, al suo massimo splendore.

Ho un ricordo bello di un pomeriggio estivo di millanta anni fa, rientrando dalle spiagge di Cecina, quando mi persi là, nell’immensità delle colline della Fattoria di Poggio Gagliardo: uno spazio ancora completamente verde, a perdita d’occhio, dove la natura e la mano dell’uomo sembravano trovare l’arcadico equilibrio. Una tenuta storica, tradizionale, appartata, enorme: 391 ettari, 56 a vigneto. In acque cattive, secondo il Tirreno del 1 febbraio di quest’anno: destinata all’asta e, presumibilmente, a cambiare.

Spero di non dover dire un giorno: “Peccato”, ripensando a un Sangiovese, a un Montescudaio così, di questa purezza e caratura.

Barbera d’Asti 2017, Emilio Vada, 15 gradi.

Ricordo una vecchia querelle, testimoniata anche da Mario Soldati nel suo pluricitato “Vino al Vino”: se siano migliori le Barbera della riva destra o della riva sinistra del Tanaro.

Lui, da vecchio dandy nostalgico piemontese, si schierava nettamente a sinistra: “…non si può dubitare di un assioma: i caratteri precipui della Barbera, fragranza finezza allegria, appartengono solo alle Barbere della sinistra…”. Questo nell’autunno del’75. Si sdegnava persino che qualcuno considerasse generalmente migliori le Barbera della destra.

Probabile, cercando nella letteratura coeva o di poco anteriore, si riferisse a posizioni come quella di Ugo Graioni (“Dalla vigna alla tavola”, Canesi, 1973), secondo il quale le zone “dalle quali si ricava tradizionalmente il miglior Barbera d’Asti, (sono) i comuni della Val Tiglione, sulla destra del Tanaro”; “Rude e schietto” la sua qualità pregiata, “dà vita e ardire”.

Forse è questione di gusto personale: Soldati scriveva “la Barbera”, al femminile, secondo il vecchio uso ottocentesco, poetico e contadino; Graioni “il Barbera” intendendo così ” non contraddire le doti maschie del vigoroso vino”, e magari la differenza è tutta lì.

Effettivamente la Barbera si presta ad entrambe le interpretazioni, più o meno favorevolmente secondo la sua provenienza.

Ed allora, com’è che assaggiando questa Barbera al Mercato della FIVI lo scorso novembre esclamai: “Ecco una Barbera paradigmatica!” ? Fu un’affermazione superficiale ed insieme correttissima.

La Barbera paradigmatica, in sé, non esiste, anche all’interno delle tre macrozone definite dalle grandi denominazioni d’origine piemontesi: albese, astigiano, Monferrato. I conoscitori sanno bene che in queste aree oltremodo estese insistono comuni, angoli più vocati di altri e che, primariamente importante, impartiscono caratteri peculiari alle loro Barbera. Poi ci sono tutti i consueti fattori che concorrono alle differenze tra i vini, non ultima l’età delle viti, che nel caso della Barbera mi pare elemento marcante.

Tuttavia la Barbera d’Asti 2017 di Emilio Vada unisce equilibratamente, con nonchalance, le caratteristiche tradizionalmente attribuite alle Barbera della riva sinistra e a quelle della riva destra; ed è anche in linea con il tipo fissato in letteratura per i vini da uve Barbera: profumo, colore, più acidità che tannino.

Eccola qui di nuovo nel mio calice, porpora e profonda, con gocciole veloci, irregolari, persistenti. Bella di un profumo assai intenso, giovanile, di rose, di fragola, di cipria, su un tappeto morbido, speziato, balsamico: burro di cacao, chiodo di garofano, eucalipto.

Delicata all’attacco sul palato, scorrendo subito si espande e diventa ampia, vellutata, con un tannino giusto da Barbera, non evidente, ma rustico; contrastato subito da una naturale freschezza, quasi una brezza sospinta dalla notevole acidità sottesa e solo intuita.

Più che un velluto, invero, è un tweed di buona lana, che si accarezza volentieri per assaporarne la grana. Pazienza se dopo la piacevolezza campestre di un finale amaricante di alloro, la persistenza è minore del desiderio che lascia di un altro sorso. È sincera, generosa, piacevole, curata, dissetante. Candida, ma seducente. Femminile, una vera Barbera – ma con la giusta potenza del vero Barbera.

È stata compagna amorosa e gustosa di un piatto di penne col sugo di salsiccia.

Quasi dimenticavo: viene dalla riva destra del Tanaro. O no?

Il Vermentino de La Fralluca (ed un piccolo bonus).

Da Bolgheri a Follonica, il Tirreno è una lamina d’acciaio ineludibile sotto un cielo di cristallo, che riempie l’aria del suo respiro e dei suoi riflessi: la luce, qui, ha un’intensità pura, altrove impensabile. Le lunghe lingue di spiagge sabbiose, bordate verso la terra ferma da macchie, pinete e leccete, sono spartite dal roccioso promontorio di Populonia e Piombino: a nord, il Golfo di Baratti conosce un ultimo sussulto di roccia, per poi distendersi quieto verso Rimigliano e San Vincenzo; a meridione, il Golfo di Follonica si apre ampio come un abbraccio materno: la terra della Val di Cornia, agricola, scura e gravida, si congiunge al mare.

Quel tratto di costa che si incardina sulle località di Carbonifera e Torre Mozza è frequentato con ragionevolezza anche in alta stagione: bimbi che giocano felici, nonni, coppie innamorate, amici in zingarata, ognuno trova il suo spazio con accettabile convivenza.

Tuttavia basta dirigersi pochi chilometri verso l’interno per un cambiamento radicale: oltre i campi del fondovalle, una prima fascia di alture morbide dai suoli argillosi, rossi, ferruginosi, sovente vitata; poi colline che si alzano ripide, quasi imbizzarrite voltassero brusche le spalle al mare. Là, silenzio e solitudine, una natura quasi selvatica. Là, il mare un ricordo lontano, ché vi soffia tramontana fredda la sera, incanalandosi dai borri interni. Esse formano come una fascia da nord a sud, parallela alla costa ma separata da un diaframma, dove si trovano i centri di Monteverdi Marittimo, Monterotondo Marittimo, in parte i comuni di Suvereto e Massa Marittima. 

Potenzialmente, una zona di vocazione enologica peculiare; legalmente, ricompresa sotto varie denominazioni, quali Val di Cornia DOC, Suvereto DOC, eccetera; nella pratica divulgativa e nella mente del consumatore, diluita nelle menzioni generiche di Costa Toscana e di Maremma.

C’è una strada sterrata, poco oltre l’abitato di Suvereto, che sale alla località Barbiconi. Alcuni chilometri in morbida pendenza, che dimenticano presto i molli campi coltivati per tuffarsi in una macchia impenetrabile e selvaggia, con affioramenti vivi di roccia, e le colline intorno a contrafforte, serrate come un giogo. Finché all’improvviso la strada sale ripida, lungo una curva scandita da giovani cipressi, mentre intorno si apre un anfiteatro naturale, quasi un ferro di cavallo su se stesso concluso e vitato da un lato, dove il suo limite assume la forma una sella. La terra è bianca: roccia calcarea, nuda qui e là. La ventilazione, costante. La luce, intensa, dettagliata, tuttavia diffusa. L’altezza, 120 metri sul livello del mare. Attorno, la macchia incontaminata e un incredibile tripudio di profumi, di fiori di campo ed erbe e più ancora di farfalle coloratissime e grandi. 

La marina è preclusa ai sensi ed al ricordo.

Credo che un giorno due ragazzi percorressero quella strada, dopo un lungo peregrinare alla ricerca di un luogo dove avverare il loro sogno di cambiare vita, lasciare la città e il lavoro nelle grandi aziende multinazionali. Francesca e Luca. Quando giunsero all’anfiteatro c’erano all’epoca campi incolti e pascoli, abbandono e nessunissima vite, ma intuirono che quello fosse il luogo giusto per il tipo di vino che avevano in mente: longilineo e fine.

Lì oggi c’è l’azienda La Fralluca, che si giova della combinazione di terre sassose e calcaree, del sole che nel suo corso bacia tutti i vigneti , disposti a corona sui versanti della collina; delle forti inversioni termiche notturne, con l’aria fredda che si incanala a settentrione dalla parte di Monteverdi Marittimo. Di là, e da Larderello, arrivano solitamente i temporali, che spesso si scaricano qualche centinaio di metri prima, su una fascia di colline verdi. Le argille rosse tipiche di Suvereto, qui sono assenti.
Per le peculiarità territoriali, svelate dall’opera tenace di Francesca e Luca, ritengo che il nome “La Fralluca” dovrebbe essere riconosciuto ed individuare un Cru.

A La Fralluca producono ottimi vini, bianchi e rossi, secondo uno stile preciso, controllato, soprattutto trasparente: pulizia esecutiva ed equilibrio compositivo sono i mezzi impiegati perché l’annata e il territorio si esprimano al loro meglio. Qui l’evoluzione esecutiva è consapevole sottrazione.

Tra tutti il Vermentino Filemone, dalla vigna esposta a sud-est, è il loro vino più rappresentativo e quello che più sinceramente ho amato, perché rappresenta un’ipotesi di Vermentino obliqua, ma perfettamente coerente: estremamente nordico da non parere affatto maremmano, fresco, persino più dritto e quintessenziale di quello dei Colli di Luni, riesce solitamente a sfoggiare una stupefacente tavolozza aromatica; la florealità, la beva sapida, il sottotraccia idrocarburico, la giocosità sulla tavola sono i lasciti che, amo immaginare, gli dona la terra toscana.

Riporto qui tre assaggi del Filemone, disegnando una piccola verticale seppure siano avvenuti in epoche leggermente diverse. I vini sono stati acquistati in cantina, tranne il 2008 che mi è stato gentilmente regalato dal produttore, e consumati di lì a poco e ben conservati nell’attesa.

Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2016, La Fralluca, 13 gradi. Assaggio del 25 giugno 2017.

Estratto il tappo Diam, il vino si svela in fase giovanilissima, con riflessi verdini, limpidissimo e luminoso. 

Una delizia il profumo intensissimo, di salvia e basilico, fiori di sambuco, uva spina, un agrume fresco e morbido come il lime e un tocco di cedro e di pompelmo. Fiori, fiori, fiori sono la sua cifra elegante e precipua, E, al naso mio, sedano e cetriolo, nel senso delle verdure più fresche, vedi succose ed estive. 

Drittissimo al palato, ma gustosissimo: ad un attacco morbido e discreta ampiezza risponde subito un’acidità altissima, quasi viperina ed elettrica, ed una notevole salinità: un sorso che ha l’argento vivo addosso. La sua persistenza finale è lunghissima, in perfetta armonia dei componenti, con un ritorno aromatico di fiori di campo: cardo, sulla, camomilla. L’alcol, è come non ci fosse: avverta appena un lieve calore dopo minuti dalla deglutizione, ma ancora si sentono il sale, la freschezza, il gusto. 

Un vino superbo, gustato con piacere su spaghetti all’acciuga, ma sperimentato poi con esiti meravigliosi su quelli alle vongole, sui fritti di mare, sul pescato nobile. Senza tema, uno dei massimi Vermentino della mia piccola vita di assaggiatore. 


Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2015 La Fralluca, 13 gradi. Assaggio del 14 luglio 2017.

Nonostante provenga dal millesimo precedente, più caldo e asciutto, conferma il suo profilo nordico, in un assetto gustativo – al momento dell’assaggio- più riposato rispetto al 2016. Rispetto al suo giovane fratello, è più ampio e accogliente, magari lievemente meno articolato. 

Al profumo svettano i fior bianchi e la salva; si dipana la frutta a polpa bianca, con volute di sambuco e ribes bianco; si fa strada una idea di idrocarburo, ancor vaga. Il suo corpo è un peso medio che vibra di acidità notevolissima. È gustoso, lungo, appena un po’ alcolico nel finale, comunque buonissimo. 

Si conferma un gran cru maremmano. 



Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2008 La Fralluca, 12,5 gradi. Assaggio del 6 luglio 2018.

Il suo colore è limone di media profondità, incredibilmente giovanile visti i suoi 10 anni. Sono le gocciole fittissime, frastagliate, persistenti a suggerirne l’età matura, come il sole alto rivela l’ora più luminosa del giorno. Vino roccioso fin dalle sue movenze nel calice, misurate, energiche. 

Difatti è saldissimo: non una sfrangiatura dovuta all’età o all’alcool. All’olfatazione è molto intenso, concentrato, complesso, fitto. Sono, per primi, profumi di fiori bianchi e gialli, tra sambuca a ginestra, a tenere il campo. Sotto, si dispiega un tappeto orientaleggiante di agrumi maturi e canditi, a volute, tra i quali il pompelmo è preminente. 

Sono come accenni morbidi della mano sinistra di un venerando direttore d’orchestra la frutta a polpa bianca, primariamente pesche, e tropicale: il melone e l’ananas, che ritorna, spiccata, nel retrogusto. Si ergono come fondamenta e colonne portanti, la roccia minerale e l’affumicato della permanenza sui lieviti: sono suggestioni di idrocarburi, cerino spento. Al sorso è ben secco. 

Incede, diretto, deciso, seppur avvolgente: in maniera quasi toscaniniana – parlassimo di interpretazione musicale – va dritto al sodo: punta al cuore senza svenevolezze. 

Elegante, virile, gustosissimo, si riconferma saldissimo, roccioso, dall’equilibrio perfetto, per tutta l’arcata palatale. Attacca e prosegue deciso; si distende con un allungo notevolissimo, combinando abbondanza di sale e un’acidità ancora altissima, seppur avvolta in un corpo davvero pieno e con grandissima concentrazione di sapore, in piena rispondenza ai richiami olfattivi. Tutta la sua ipotesi gustativa, si sorregge su quella vena acido-salina che lo mantiene vibrante. 

Il finale non solo è molto lungo, ma cadenzato, ritmato, con un’ alcolicità piacevol e lieve , che innesta, sorpresa delle ultime battute, una nota delicatamente ammandorlata. 

Un Vermentino stupefacente e trionfale, che ho gustato eccellente su tartare di tonno rosso ( condita solo a olio, sale grosso, pepe nero, rosmarino) e focaccia di Recco.


Un piccolo bonus.
Mi recai a La Fralluca, la prima volta, il nel giugno del 2017. Ero in vacanza alla Baia Etrusca, in una casetta candida posata sulla rena della spiaggia, con un terrazzo incantato sul mare. Di fronte, qualunque l’ora, il sole, le onde, l’aria fresca, l’Isola d’Elba e il cielo.
Non ricordo che cosa ci fosse in tavola, ma volli aprire un rosso delizioso e lieve che avevo appena acquistato alla Cantina, rinfrescato un poco nel frigo. Anch’esso, nelle mie note di allora, còlte nella presa diretta d’inizio estate e della tavola, dimostra la bontà del territorio de La Fralluca e delle mani che vi operano.

Fillide Toscana Rosso IGT 2013, La Fralluca, 14 gradi. Assaggio del 19 giugno 2017

Sangiovese, Sirah, Alicante.

Rubino scuro e fitto, ma con belle trasparenze e luminosità scintillante. Gocciole irregolari, che formano prima un’ondata veloce, poi una seconda più lenta e persistente. 
Profumo intensissimo, maturo e mediterraneo, ma freschissimo come una brezza odorosa. È nitidissimo e preciso, mantenendo comunque un profilo naturalmente sciolto, giocato sui profumi primari e secondari. 

C’è frutta rossa e scura, carnosa eppure croccante: dalla susina alla mora, al mirtillo; ecco un tocco di corbezzolo e di alloro, di pepe forse; netta la ciliegia del Sangiovese, la liquirizia dell’Alicante ed, attendendo, anche un po’ della sua fragola. Poi un insieme di cocco, tabacco, di affumicato del legno, evidente sì, ma ben integrato e piacevole: costituisce in un certo senso un arrotondamento sorridente, educato ed elegante, perché qui la volgarità non è di casa. 

In bocca è anche più elegante: fitto, gustoso, continuo e irradiante, fresco di un’acidità notevole, con un tocco salino. È pienezza unita a leggerezza, perché il corpo c’è, eccome. Anche il tannino abbonda, ma ha grande finezza: una regolarità gessosa. All’attacco è dolce ma slanciato, poi gustoso e stuzzicante, infine assai lungo, appena marcato dall’alcol.

 È un vino facile, ma non semplice, molto buono e centrato. Sta sulla tavola di tutti i giorni, se ci si vuol concedere un lusso.