Lambrusco di Modena Grosso 2014, Paltrinieri Gianfranco, 12 gradi. Bottiglia 1958 di 2850. Anni


Da Modena verso Mirandola la vecchia strada scorre lenta.

È una questione di ritmo, non di velocità: quei rettifili si presterebbero anzi a pigiare l’acceleratore ed è facile immaginare il boato di bolidi rossi tra nubi di polvere, Ferrari Alfa Maserati, a cavallo tra le due Guerre e dopo l’ultima, quando ancora era più terra battuta che asfalto.

Tuttavia il paesaggio intorno, piatto, punteggiato appena di filari monotoni di pioppi, qualche gelso, diversi tronchi neri contorti di lambrusco; e le case ammattonate malinconiche, che spesso riportano ancora i segni del terremoto, talvolta ridotte a ruderi; e i campanili affusolati, piegati dagli eventi: tutto ispira a fermarsi, al silenzio, a godere di una lentezza quasi sospesa.  

Se c’è la nebbia l’incantamento è vieppiù intenso, quasi il luogo fosse memore delle antiche paludi e la nebbia il loro spettro, che si solleva di quando in quando a tenerne memoria. Nè i capannoni, immancabili, sanno spezzare la magia.

Lì si incrociano Secchia e Panàro, forieri di alluvioni soventi.  Là in mezzo i vigneti del Cristo, dove il Sorbara si dice trovi la sua massima espressione. Da essi nasce questo Metodo Classico Lambrusco, da quelle terre di sabbie e depositi fluviali.

Ci sono molti modi di interpretare il Sorbara, secondo la tecnica ed il gusto di chi lo produce: finemente, o con veracità; normalmente con l’ausilio dell’autoclave, o con rifermentazioni in bottiglia per produzioni più contenute; tradizionalmente con taglio di uva lambrusco salamino, frequentemente oggi in purezza. Il suo crisma, mi pare, è sempre quello della grazia.

Questo Grosso di Paltrinieri raccoglie la sfida difficile del metodo classico da sole uve sorbara e vi risponde rabbioso. Se c’è grazia, è quella del gatto che guarda sottecchi, poi d’un balzo graffia.

Il colore è rosa antico, o oro rosa, mi suggeriscono. La spuma è di bolla finissima per dimensioni, ma un po’ tumultuosa sulle prime. 

Ha profumo molto intenso e complesso di rosa appassita, fragola essiccata, miele di arancia, camomilla, giglio, cocomero, corbezzolo, carrube, alloro, noce moscata, vello animale. Evidenti note fungine e di lieviti. 

Un profilo olfattivo evoluto, quindi, che contrasta con una acidità imperiosa, una salinità ferina, una drittezza passionale. 

La struttura è importante, tutt’ossa e fasci di nervi. Il finale lungo, secco, e amaro per un ricordo tannico.

È vino intransigente, non conciliante, dove ritrovo l’Emilia più angolosa, feroce, graffiante: quella di Guareschi, di Verdi, di Lucio Dalla, più che delle donne morbide del Correggio e della sensuale evocazione dei tortellini.

C’è in lui qualcosa di antico, che sa di cacce, nebbie, ombrosità di foreste primiziali: un ambiente padano perduto e primitivo, che si ritrova forse, molto parzialmente, nelle aree ancora oggi dette “valli”; come se il metodo classico qui avesse estratto dall’uva il ricordo di un mondo fossile.

Certo, vino non facile, non da aperitivo; fin’anche obliquo, ma di fascino personale.

Sbaglierò: vino da grandi spiedi di uccelli lo credo, da arrosti di piccione, da terrine di fagiano; e di interessanti prospettive: tappato con cura, conservato in frigorifero e riassaggiato dopo 48 ore, risplende più pulito, equilibrato, composto, fine. 

Falistra Lambrusco di Sorbara DOP, L 515, Podere Il saliceto, 12,5 gradi.

…chiarissimo, quasi rosa; profumato, secco, spumante, di fragile corpo. Non esistono, per i vini, leggi assolute“. (Mario Soldati in “Vino al vino”).

È un Sorbara che stupisce e sorprende, in tutti i sensi e tutti i sensi. Se lo pensi rosso, o nero, sbagli. Vecchia questione quella della tinta tipica del Sorbara: ne sono piene pagine di letteratura ed essa rimane, posta la sostanziale delicatezza colorante di quest’uva lambrusca, nelle mani e nella sensibilità del produttore.

Un rosato pallido, delicato, antico ed un po’ torbido, questo Falistra: non sono bravo a descrivere il colore dei rosati, ma rammenta lo sfondo di certi cammei antichi che si trovan nei musei. Fine la bolla: rifermentato in bottiglia secondo la tecnica tradizionale, giusta per le produzioni di qualità.

Spiccato il suo profumo, segnato dalla morbidezza pastosa dei lieviti, che si rinnova in tensione con la freschezza del ribes, del bocciolo di rosa, della fragolina di bosco e di un insieme minerale, immaginando la forra di un torrente che scorre impetuoso sui sassi del greto, con le alghe e la vegetazione palustre ed umida intorno.

Ben secco al sorso, di buon sapore e articolato -seppur in un ambito di complessità media- risulta di corpo snello, ma voluminoso, per via di un’acidità altissima , davvero con pochi confronti: animo fumino di lottatore, questo Sorbara manda a tappeto persino parecchi Riesling; eppure essa è bene integrata, naturale, sciolta, stuzzicante, pulente; ed il Falistra è anche magicamente delicato, avvolgente, cremoso, ancora per effetto dei lieviti sospesi. Salinissimo e rinfrescante, dal tannino percettibile ma sottile ed in perfetto accordo armonioso con il resto della tessitura, si slancia lunghissimo e ritmato, sopravanzando agevolmente per nettezza, pulizia e naturalezza spumanti rosati di ben altra prestesa.

Gustato ottimo, l’estate, su fusilli al sugo ed arrosto di vitella, lo direi davvero eletto sulla cucina emiliana sapida e unta. Certo, un occhio alla storia, non era il Lambrusco del popolo, questo, ma delle corti borghesi, che guardavano alla Francia ed allo sciampagna, magari con un tocco provinciale, ma senza troppa soggezione. Oppure, più domesticamente, nipote di quello che assaggiò Mario Soldati presso il Parroco di Sorbara, nel ’57.

Moscato d’Autunno Piemonte IGP 2010, Saracco, 5,5 gradi.

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Se ne può parlare, si può trovargli mille abbinamenti, ma inutile negarlo: al Moscato spumante o frizzante che fosse, rimane un posto d’onore durante le feste. Nè io mi sono esentato dal goderne in questo Natale. In realtà, se vado indietro nella memoria ai Natale di quando ero bambino, non ne ricordo uno che non fosse rallegrato, a fine pasto, da un Moscato astigiano o talvolta dell’Oltrepo’ (solo da adulto ho conosciuto quelli deliziosi e ricchi dei Colli Eugenei).
La sua leggerezza, il colore candido di fata eterea, la spuma che sembrava imbiancarlo come la neve le fronde dell’albero natalizio e la capanna del presepe, lo rendeva perfetto per l’occasione. Era ancora l’Italia che sentiva l’onda lunga del boom, che andava alla Fiera Campionaria orgogliosa dei suoi prodotti e delle sua produttività. Quel Moscato che ricordo, io forse, era quello delle grandi marche, quello dell’industria del vino e dei liquori di Asti, ma andava bene così allora: era la cristallizzazione liquida di una certa idea di benessere.
Poi, però, l’interesse per quel tipo di Moscato andò in me via via scemando e m’orientai verso altre scoperte. Magari era per la qualità stessa di quel vino , man mano che divenivo un bevitore più smaliziato: così pallido, quasi anemico; così dolce e prevedibilmente unidimensionale. Magari, invece, era solo un segno dei tempi: l’Italia del boom era davvero finita.
Ricordo però una sera d’autunno, molti anni addietro, una riunione di lavoro con gli allora massimi vertici aziendali, in un bellissimo albergo tra le colline del Monferrato, che non saprei più nominare, né ricordare: una cena buonissima, tipica, durante la quale ci servirono un eccellente Grignolino ed, a fine pasto, con una certa mia sorpresa un Moscato mosso. “Ma come”, pensai, “Natale non è alle porte”. Non ricordo con che cosa lo abbinarono, forse una torta di nocciole con la crema, ma quel Moscato mi parve scioccante: una simile esplosione di profumi, una tale complessità, quelle pienezza alla vista e al gusto in un Moscato io non l’avevo mai sentita. Mi feci portare la bottiglia dal sommelier: era il Moscato d’Autunno di Saracco. E quel vino eccellente cambiò dal giorno alla notte la mia percezione della tipologia, perché aveva messo un segno: ecco dove si poteva arrivare col Moscato. Scoprii poi tante altre piccole e pregevoli produzioni, la viticoltura quasi eroica sulle alture ripidissime e scoscese di Castiglione Tinella e Santo Stefano Belbo,  ma il Moscato d’autunno di Saracco rimase per me la pietra di paragone imprescindibile; e lo è tuttora, a distanza di anni e di tanti assaggi. Arrivai a conoscerlo, Paolo Saracco, a uno tra i primi mercati FIVI: un signore minuto, riservato e garbato, ma evidentemente energico e fiero del suo lavoro, con una passione particolare, personale, per il Pinot Nero, che difatti coltiva e produce. Mi si dice, anche, lui si stato  guida e stimolo per altri vignaioli della zona, per contrastare le logiche industriali e tornare a produrre un Moscato più autentico; lui, mi si dice, in una zona dove il diserbo chimico era e spesso è ancora la norma, il primo a muoversi verso un’agricoltura sostenibile; lui, raccogliendo negli anni  diversi appezzamenti di vigne, a formare un mosaico colorato che è composto di strati di sabbia, limo e calcare, tra i 250 e i 500 metri sul livello del mare, che sarebbe curioso poter un giorno assaggiare individualmente, per cru,
Mi incapricciai, un giorno, di scoprire  la tenuta del suo Moscato d’Autunno: di verificare come potesse evolvere, come il tempo, compiendo il suo giro, potesse mutarne l’aspetto, se l’esaltasse o gli potesse nuocere.
Cosi, ne tenni da parte una bottiglia dell’annata 2010, in una cantina discreta. Per queste feste, frugando tra i cartoni, l’ho trovata e mi sono deciso: sette anni potevan bastare per la mia prova.
E quindi, oggi, giorno di Natale, l’ho aperta a fine pasto per accompagnare un panettone artigianale. Ero fiducioso, perché negli anni ho imparato che un buon Moscato sa uscire vittorioso alla sfida del tempo; però questa non era una bottiglia affinata nella cantina del produttore e con tutte le cure del caso conservata, ma aveva trascorso, per così dire, la sua vita sugli scudi.
Cavatappi alla mano, il tappo si trancia, di netto a metà: un taglio precisissimo, da raggio laser. “Ahi, ahi”, penso. Con pazienza e cura estraggo il moncherino rimasto nel collo della bottiglia, poi  lo verso nei calici ed è come veder sorgere l’arcobaleno dopo la pioggia: la sua luce ed il profumo che si spande nella stanza illuminata dal camino acceso. Bellissimo nel suo color limone carico, con una mousse che già alla vista è finissima, delicata e cremosa. Nemmeno importa accostare il calice al naso, per goderne, tanto è intensa la sua aromaticità: irradia nell’aria fiori: mimose e sambuco;  agrumi canditi: cedro, chinotto, mandarino, arancia; mele: gialle e cotogne; zafferano, curcuma e zenzero; muschio e tanta botrite, così che ricorda un po’ i Riesling trockenbeerenauslese, i Sautern, i Cotes du Layon, ma con tanta più freschezza, con quella grazia leggera del barocchetto e del rococò piemontese, oppure di tanta architettura ottocentesca locale, quella della borghesia delle piccole cose che , viste con l’occhio d’oggi, sono di ottimo gusto. Assaggiandolo, è sorprendentemente pieno, ma rimane un vino di alata leggerezza: si  libra su un’acidità altissima ed una salinità superiore alla media e perciò, malgrado sia dolcissimo, spicca il volo: sorridendo ti porge il suo sapore concentratissimo e rispondente, svolgendolo sul palato melodioso una nota dopo l’altra, con gli agrumi e la mela cotogna in evidenza, e la crema pasticciera e la botrite nel retrolfatto, con un riverberare ulteriore moscato e fungino,  rimanendo lunghissimo a soddisfare e accompagnare un momento di gioia e piacere. Dopo sette anni, quindi, un vino ancora buonissimo, forse ancora più ricco e suadente, seducente come una dama ideale e senza tempo. Il mio abbinamento, oggi, è stato d’ordinanza, ma ad averne ancora lo proverei volentieri sui formaggi, magari erboranti e piccanti: un bel Gorgonzola di qualità; oppure, perché no, su qualche complessa preparazione orientale oppure, tratta, se hai voglia di sperimentare -amica, amico che mi leggi- da qualche ricettario del Trecento. Cin cin, amica o amico che mi leggi, e buon Natale. 

Ridgeview Cavendish 2011, 12 gradi

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Ci sono momenti nei quali è giusto e bello fermarsi e voltarsi indietro: esercizio forse nostalgico e sottilmente malinconico, ma  in fondo utile e fors’anche necessario; adatto ai giorni del Natale, che ispirano un ripiegamento intimo.
Mi volgo indietro e misuro la strada percorsa. Nel mio frugare trovo alcune vecchie note di assaggio relative a uno spumante metodo classico britannico: sono del 19 settembre del 2014; tuttavia mi sento di proportele – amica o amico che mi leggi- perché parlano di un vino che ritengo interessante e ricordano un pezzetto della mia vita. Questo, in fondo, il senso del mio scrivere delle bottiglie mie: fermo un istante cullandomi nel sentimento del tempo, senza guardare all’attualità.
Vivevo allora in Inghilterra e le produzioni locali mi incuriosivano e vieppiù quei metodo classico che avevo sentito tanto decantare e che sapevo avevano riscosso ampi consensi e premi sorprendenti. In fondo, il freddo clima inglese si adatta assai meglio alla tipologia spumante che ai vini fermi; e i suoli,  frequentemente così calcarei, clamorosamente bianchi (li vedevo in pareti rocciose passando col treno tra Reading ed Oxford lungo la valle del Tamigi, all’altezza di Pangbourne e della collina Whitchurch Hill), sono spesso una continuazione di quelli che si trovano Oltremanica, in Chablis e in Champagne.
Avevo già assaggiati alcuni metodo classico locali davvero validi, come quelli dell’azienda Nyetimber, ma a conquistarmi furono soprattutto quelli di Ridgeview,  e primo fra tutti questo Cavendish, un classico taglio di Pinot Noir, Pinot Meunier, Chardonnay – appunto, alla maniera dello Champagne più classico e didattico.
Era quasi dorato allo sguardo, con bolle fini e cremose , di buona persistenza. Trovai l’aroma di intensità superiore alla media, nitido e complesso: con tanti frutti neri, un tocco di cedro e di mela cotogna e, in quantità: lievito, biscotti, burro, nocciola, noce moscata. A sorprendermi però fu soprattutto il sorso: appena off-dry, pieno, corposo,  salato, con un’acidità assassina che non perdona e che assicura una spinta notevolissime, quasi una folle corsa con l’acceleratore sempre schiacciato, alla maniera di un Nigel Mansell impazzito. Magari non complessissimo nell’articolazione questo Cavendish, ma con una buona lunghezza ed una persistenza salata che contrasta con un riverbero di gusto che nell’insieme evoca ancora la mela cotogna e quasi – direi-i cantucci toscani e la pasta di mandorle, ed ancora tanto lievito . Un metodo classico tosto, scuro, con una sua grandeur britannica, in grado di reggere l’abbinamento persino con costine di agnello alla griglia (e che delizia!). Forse non perfetto ed elegante come i cugini francesi, ma maschio ed di gran spessore. Carattere, quello è: indimenticabile.

Spumante metodo classico Asprinio d’Aversa DOP Priezza, Masseria Campito, 11,5 gradi.

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La sorte dell’Asprino d’Aversa è paradossale. Vino storicissimo, come pochi altri vanta citazioni letterarie di alto livello ed entusiastiche: indimenticabili quelle di Paolo Monelli, di Luigi Veronelli, di Mario Soldati; tre mammasantissima, come dicono a Napoli. Ed, appunto, anticamente l’Asprinio era il bianco per antonomasia della città partenopea, che si accattava ghiacciato dai vinai nelle grotte ad una lira e venti centesimi al litro: così negli gli Anni Trenta si combattevano la sete e la calura. Eppure già qualche cosa doveva essere andato storto se Soldati, negli anni Sessanta, si stupiva commosso finalmente trovando da assaggiare l’Asprino presso un oscuro vinaio sulla Riviera di Chiaia. Oggi la situazione è quasi drammatica , se mi si dice che gli ettari di questo vitigno nell’agro aversano calano di anno in anno, col rischio di veder scomparire per sempre le monumentali alberate: viti allevate in filari, alte come pioppi ed ad essi maritate,  coltivate secondo forma antichissima, italica, etrusca o forse pre-etrusca: ci vogliono le scale per vendemmiarle ed una vocazione da uomini ragno. In verità la maggior parte della coltura oggi è bassa, nei canonici filari a guyot, ma è proprio la vite dell’Asprinio che rischia di scomparire, per mancanza di domanda del vino. La moda predilige oggi altri prodotti, come la più concessiva Falanghina, ubiqua in Campania. Perché, dal suo nome l’avrai capito, l’Asprinio tutto è fuor che un vino che indulga in mollezze. Però frecce nell’arco ne avrebbe assai, proprio partendo da quelle sue doti che son croce e delizia: l’acidità indomita, la secchezza assoluta, il corpo tenue, la delicatezza aromatica, l’alcolicità ridotta. Qualità queste che possono risultar gradite ad un buon numero di bevitori contemporanei, direi quasi postmoderni, se non addirittura futuribili; ad oggi, comunque, pur sempre una nicchia, seppur cospicua. Tuttavia, quelle caratteristiche poc’anzi menzionate sono doti tecniche perfette, anzi,  veri assi pigliatutto se legati proprio a un’altra moda, quella dei vini spumanti. Difatti da anni i produttori locali lo spumantizzano, con esiti più o meno felici, ma con una visibilità  ahimè molto limitata. Questo Metodo Classico di Masseria Campito mi pare una riuscita eccellente, che non china il capo di fronte a nessunissimo Metodo Classico, parlando in termini generici: nel senso che è un Metodo Classico nobilissimo e di pura razza, sebbene il suo territorio con le vigne in pianura a 50 metri sul livello del mare, a quella latitudine così meridionale, praticamente l’opposto di quello dello Champagne,  possa far temere qualche deriva pretenziosa. Già il suo colore è bello e originale, limone carico o paglierino carico, con riflessi dorati. Ha un  profumo nitido e intenso, dominato dai limoni di Sorrento, ammorbidito da miele di fiori di limone e d’arancio, reso arioso da qualche cenno vegetale come di salvia e basilico fresco, connotato forse anche una lievissima speziatura di noce moscata. I profumi riconducibili all’uva sono in equilibrio ed in ottima integrazione coi sentori classici dei lieviti della spumantizzazione: la crosta di pane, le nocciole fresche. La spuma – pardon: la  mousse- è cremosa, il sorso  ampio e scattante, ingannatore: se il corpo medio, è la concentrazione del sapore superiore alla media ad amplificarne l’apparenza, e l’acidità taglientissima dell’Asprinio completa il gioco di prestigio: essa non fa sconti,  ma qui rinfresca alla perfezione l’assetto gustativo, e spinge sul palato, fornendo eleganza e un passo sicuro. In più, possiede una certa  salinitá ed una buona lunghezza. Pur essendo uno spumante che risolutamente tocca le corde della freschezza, è molto più complesso ed elegante di quel che ci si possa aspettare. Ecco allora che questa miscela riuscita, spinta dalla forza motrice incredibile dell’alta acidità dell’Asprinio, ne fa davvero un’ alternativa credibile a certi Champagne dritti come fusi, benché nel corpo e nei sapori emerga tutta l’anima sua mediterranea. Sorridendo,  rifletto che l’insinuazione di Monelli nel suo venerando testo “Il ghiottone errante” che di Asprino ne venisse mandato assai in Francia per farne Champagne, non fosse solo una battuta legata a quei tempi lontani di orgoglio italico e di autarchico regime.

Franciacorta Extra Brut, sboccatura 2 sem 2010 , Faccoli, 12,5 gradi.

Negli ultimi anni mi son tenuto  alla larga da certi gruppi di appassionati di vino, abbastanza da non saper più nemmeno veramente dire che cosa è di moda  e che cosa non lo sia. Mi piace, e mi è sempre piaciuto, seguire un’idea mia, magai un po’ obliqua, trasversale, sghemba, ma libera di andare dove le pare – ed io libero con lei. Ricordo che presso codesti circoli, o piuttosto rassembramenti, il nome degli spumanti metodo classico di Franciacorta era -e forse ancora è- in disgrazia, ben oltre il segno comprensibile di qualche concreto demerito; eppure quello di Faccoli veniva salvato per eccezione e agitato come un feticcio, al punto da risultare quasi antipatico come lo sono tutte le scelte imposte dalla massa, che spesso sceglie senza supporto di un pensiero critico, ma per sentito dire. Entravi in certe enoteche o ristoranti e già sapevi che avresti trovato Faccoli; parlavi con certe persone e: “Io non bevo Franciacorta” (o “non tratto”: la variante), “ solo Faccoli”, dicevano. Al punto che di Faccoli io alla fine nemmeno ne volevo sentir  parlare: me ne ero allontanato così tanto da rimandare, oltre ogni concreto impedimento e giusta ragione, l’apertura e l’assaggio di qualche bottiglia in mio possesso, acquistata appunto anni addietro per genuina curiosità e per l’onda della moda. Inoltre uno spumante di Faccoli, rosato, aperto davvero dopo troppi anni dalla sboccatura, aveva mostrato tutto il peso del tempo trascorso, lasciandomi un certo disappunto e poche speranze per le restanti bottiglie.
Ma quando ho aperto questo extra brut, che è il vino più distintivo dell’azienda, oh meraviglia! Di un bel giallo limone carico, dalla bolla fine e delicata, è eccellente  malgrado i 7 anni passati dalla sboccatura. Nasce da Pinot Bianco e Chardonnay e in massima parte i vini base sono d’annata singola: praticamente è un millesimato. Il Pinot Bianco, con le sue eleganti delicatezze, è  identitario per la denominazione, giacché si trova in molti Franciacorta riusciti; anche qui appone la sua firma, ma il risultato è  personalissimo. Questo extra brut ha un profumo molto intenso, vinoso e fungino: un’abbondanza di porcini secchi, disegnati con precisione. Poi, in dettaglio, fiori di sambuca,  arance e albicocche candite, tocchi di limone fresco, una speziatura dolce di noce moscata ed un senso vegetale di legno che è vivido e naturale, perché è muschio e corteccia ed in particolare corteccia di eucalipto, se la conosci. C’è qualcosa di carnoso, di ematico, di empireumatico, e insieme qualcosa di verde: il profumo dell’alloro e quello sfaccettato di altre erbe botaniche, come le distillano, care alla mia memoria,  i monaci di Camaldoli. C’è qualcosa di anice e di rosa e di mandorle, quelle buone, fresche e semplicemente pelate, non tostate; è una mineralita forse un po’ ammansita, ma scoperta.  Al sorso è notevolissimo, dritto, di quella stessa scabra eleganza che ha il Monte Orfano dal quale proviene, isolato e testardo in mezzo alla Pianura Padana, sola emergenza marina con i suoi conglomerati e i suoli poveri, fiero e ruvido come solo certi bresciani sanno essere. Di buon corpo, con un’acidità  davvero alta e una dolcezza media in senso assoluto (quell’acidità va pure compensata, per avere equilibrio), ma decisamente contenuta per uno spumante, marca appena un po’ di alcool nel lungo finale, ma in sostanza è deciso, energico, longilineo, piuttosto sfaccettato; mi verrebbe quasi da paragonarlo, absit injurias verbis, ad uno champagne di vigneron, per la qualità e la focalizzazione che esprime: un territorio, uno stile, niente compromessi. Da non gustare troppo freddo per goderlo appieno, sulla tavola è flessibile e con lui mi sono divertito a giocare; ma chissà che matrimonio sarebbe stato con un’astice o un’aragosta?

Terrebianche 2016, vino frizzante secco, Bianco dell’Emilia IGT , TerraQuilia, 12 gradi.

Guiglia sta tra Sassuolo e Bologna, su quelle colline che poi diventano Appennino. La Ferrari sta a Maranello, venti chilometri o poco più, per aggiungere una coordinata di respiro internazionale. Ma a 10 minuti c’è il parco regionale dei Sassi di Roccamalatina, per dire che la zona mantiene ampiamente la sua naturalità. Terraquilia, della quale poco so, si fa il punto infatti di produrre vini naturali, dalla sue vigne a 450 metri. E si pregia di esser parte della FIVI , la Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti: oramai è quasi una garanzia di qualità. Ricevo in regalo da un’amica questo bianco, Grechetto e Trebbiano, che mi resta simpatico come tutti quelli realizzati col metodo ancestrale: mica detto che siano buoni, ma simpatici sì, perché seguono la tecnica antica ed empirica    praticata dai contadini direi di ogni dove, ma che in Emilia trova un radicamento profondissimo. Dunque lo bevo questo Terrebianche in una di quelle serate estive milanesi afose e uggiose da non lasciar respiro e da far boccheggiare come pesci rossi nella bolla di cristallo. Il cibo: roba semplice, saporita, da stuzzicare l’appetito malgrado la calura. Serve un vino fresco, pimpante, leggero e stuzzicante del pari.  Eccolo qua, nel suo paglierino tenue, quasi verdino, un po’ torbido, con una spuma delicata e un po’ disordinata. Il profumo è piuttosto delicato, ma ha una buona articolazione: a mio avviso vi puoi sentire qualcosa di cerealicolo, come fosse orzata; poi frutta bianca, pesca magari; più lieve l’agrume, limone; una florealità variegata e qualche nota più vegetale, verde , fresca: un po’ di salvia, un po’ di finocchio; e mela verde, appunto. Tuttavia, essendo quasi timido il profumo, è alla bocca che questo Terrebianche svela il suo protagonismo: corpo medio, alta acidità, salino, con una buona concentrazione di gusto dove torna e spicca la mela verde. Ha un allungo di buona misura ed equilibrato, appena un po’ amaro: ma questo perché il suo residuo zuccherino è misuratissimo , quanto basta per ammorbidirne gli spigoli alla beva, perché non ti vengano a disturbare. Recita l’etichetta:“Vinum laetificat cor hominis” ed appunto lo spirito è quello. Serve la traduzione ? “Il vino allieta il cuore degli uomini” . Abbinamento? Una sera come questa, calda, caldissima, ed una buona compagnia, allegra. Il cibo, vedrai, verrà da sè insieme alle risa.