Bourgogne Rouge l’Hermitage 2013 Domaine de la Cadette, 12 gradi.

Era qualche mese che non bevevo Pinot Nero e mi mancava la sua fascinazione.

Da ancor più tempo occhieggiavo questa bottiglia, rimanenza del mio quinquennio in Inghilterra. Acquistata a Londra: per l’esattezza, al Whole Market di South Kensington.

Il 29 giugno scorso, malgrado il caldo affocante che opprimeva Milano, mi decisi ad aprirla, dopo averla opportunamente rinfrescata a 10-12 gradi; ché tanto a scaldarsi un poco, con quell’afa, bastava un attimo: il tempo di versare nel calice.

Non sono esperto di Borgogna: assaggi metodici e studi si allontanano negli anni, divenendo labili ricordi. Perciò, mentre il vino si distendeva nel bicchiere, mi informavo su che cosa stessi bevendo.

Scoprivo che questo Pinot Nero è di Vezelay, estremità settentrionale della Borgogna, nord est di Chablis. Un rosso da una terra di bianchi, che presumo assai fresca, come la zona classica dello Chablis; al punto che, malignamente, mi insospettii sulle effettive qualità di questo vino, temendo che fosse nato, sull’onda della crescente domanda mondiale di Pinot Nero borgognone, in un’area poco consona. Pare infatti che Vezelay venisse colpita pesantemente dalla fillossera e che i reimpianti siano solo recenti.

Il ricorso all’ uvaggio, anziché l’impiego in purezza di Pinot Nero, com’è abituale in molta parte della Borgogna, testimoniava forse questa difficoltà ambientale e accresceva il mio sospetto: qui, 80% di Pinot Nero e 20% di Cezar, varietà rustica che apporta grado alcolico, tannino e, pare, profumo.

Tuttavia l’assaggio fugava ogni dubbio, presentando un vino risolto, forse al suo apice: sua dote era la discrezione, unita a una spiccata caratteristica dissetante, caratteristica anche della fredda annata 2013, secondo l’autorevole commento di Armando Castagno.

Nel mio calice roteava rubino tendendo al granato, trasparente, luminoso, con gocciole molto lente e irregolari.

Il suo profumo era spiccato, fascinoso: fragolina di bosco, arancia, ciliegia, melograno; poi spezie: noce moscata e cannella, molto delicate, dolci e sfumate. Ascoltando attentamente, petali di rosa appassita e qualche nota idrocarburica, che preludevano a un commiato aromatico tra zenzero e rabarbaro.

Di corpo sottile, infiltrava il palato succoso e assai salino, con discreta avvolgenza. Un po’ timido sulle prime, sulla spinta di un’acidità notevole e di un tannino molto delicato, che aveva tracce di rusticità e tuttavia risultava in una ruvidezza tattile lieve e piacevole, accelerava notevolmente nel finale, sorprendendo per proporzione.

Col caldo di quella giornata sarebbe stato difficile godere un rosso più piacevole di questo, che gustatammo con piacere su fagioli bianchi di Sant’Agata dei Goti semplicemente bolliti con uno spicchio d’aglio e conditi con sale, pepe nero, olio della Fattoria Niccolini di Seggiano; accompagnati, a parte, da una caponatina dedicata di melanzane e zucchine.

Tuttavia lo ritengo flessibilissimo sulla tavola, eccellendo ad esempio con formaggi a crosta fiorita ed arrosti di carni bianche, perché con discrezione, appunto, è non chiede attenzione e tanto dona: una compagnia di piacevolezza domestica, semplice, affettuosa, pura.

Vin d’Alsace, Vendanges Tardives Rimelsberg Gewurtztraminer 2011, Jean Becker, 13,5 gradi.

Ho sempre una certa simpatia per quelle aree vinicole che mantengono le tradizioni, talvolta marciando ostinatamente contro la corrente del gusto contemporaneo. Si prenda l’Alsazia: certo e’ rinomata in tutto il mondo, non si potrebbe sicuramente considerarla zona marginale come da noi la Garfagnana, il Viterbese, la stessa Valle D’Aosta; però, li’ tra i tetti e i campanili azzurri si insiste su stili non propriamente “a la page”. Le vendemmi tardive, possibili così a nord ed al centro del continente europeo solo grazie al massiccio dei Vosgi che blocca le nuvole, rendendo l’Alsazia la regione meno piovosa di Francia, danno vini di media dolcezza, da pasto più che da dessert, che in realtà oggi  sono poco consumati, alle nostre latitudini in particolare; ed è un peccato, perché hanno tante storie da raccontare, soprattutto nel gioco degli abbinamenti; microtrame forse, non grandi romanzi, ma comunque interessanti. Queso alsaziano lo comprai in una situazione assai particolare – e poco piacevole, invero- a Parigi, su una bancarella natalizia non so più di fronte a quale delle tante Gare ferroviarie. È giallo limone con riflessi , dorati. Gocce non ne lascia sul calice,  ma un velo che scompare, ritirandosi.
Il suo profumo è di intensità superiore alla media: a mio avviso, fiori d’arancia, petali di rosa, miele di limone e lavanda, un tocco fresco di menta. Sul palato è sì di pieno corpo e di una persistenza superiore alla media, ma te lo godi e  ricordi perché morbido, flessibile, salino, con una bassa acidità ed una dolcezza media, con un senso della misura da manuale: in una parola, ha una grande bevibilità.
Ecco, non avrà magari la complessità delle grandi vendemmie tardive, sta bene. Però è un bel vino da tutti i giorni, originale, che funziona bene sul patè alla moda di Bruxelles, meglio ancora su un prosciutto affumicato e speziato. Ed è pure certificato biologico, il che solletica la propria  coscienza ambientale.
( assaggio del 15 settembre 2014)

Sec Symbole 2015, Le Sot de l’Ange Quentin Bourse – Touraine Azay-Le-Rideau, 11,5 gradi.

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Mi regalano questo vino della valle della Loira – ma non il produttore, eh: amici ! – e ne sono contento: mi piace lo Chenin Blanc e la valle della Loira dà normalmente vini freschi e reattivi, non voluttuosi magari, ma che si bevono di gusto per estinguere la voglia e la sete. Poi, la zona, nella sua ampiezza,  è una sorta di grande laboratorio a cielo aperto per pratiche di agricoltura ed enologia sostenibili: la biodinamica applicata al vino è qui che ha trovato le sue primissime manifestazioni ed un terreno fertile di produttori interessati. Poi, ricordo anche se nulla c’entra con la vocazione vitivinicola, che a Azay-Le-Rideau c’è un castello fatato e fiabesco,  con le mura candide, le torri a punta ed un fossato ancora pieno d’acqua nel quale può specchiarsi come Narciso.
La prima sorpresa l’ho col tappo, che è un sofisticato insieme di materiali plastici diversi: sia per ragioni tecniche o meramente estetiche, perdonami, non te lo so dire.
Che non sia un vino comune si capisce anche dal solo guardarlo nel calice: un paglierino estremamente carico che vira netto al dorato, con una quantità di sottilissime bolle di anidride carbonica intrappolate che lo fanno definire petillant. Un colore sorprendente per un 2015, nel senso di un po’ evoluto, che contrasta con quel “petillare” (mi si passi il neologismo) poi tipico di bianchi giovani. Il suo aroma è ben pulito, di media intensità, complesso, primariamente vegetale: rucola, ruta, finocchio , sedano. Poi un tocco di lichi e di cedro ed un senso vagamente iodato e marino, come di roccia e di alga, con  qualche spunto floreale di camomilla e tiglio, buccia di melone,  ed un fondo quasi di terriccio umido.  In bocca esprime un’acidità viperina con la quale non si può fare pace, in grado quasi di coprire ogni altra sensazione e sta in combutta con una secchezza rara, disseccante: vuoi la però la salinità, che pure non manca, vuoi il gusto stesso, che pure offre una piacevole tridimensionalità grazie a quei sentori di miele, di crema di nocciole e di arachidi, tipici a mio avviso degli chenin blanc locali invecchiati,  evidenti nel medio palato e nel retrogusto associati a qualche cenno affumicato e fungino, l’insieme ha un che di bizzarro e di artatamente ricercato, che contrasta col suo dichiararsi biodinamica.  Il finale poi è una sciabolata, con quell’acidità citrina e grifagna, abrasiva, che non conosce tregua, come i dannati di Dante: “La bufera infernal, che mai non resta/ma a gli spiriti con la sua rapina:/voltando e percotendo li molesta.” .  Lunghezza ce n’è, ma sempre su quella corda. Un vino un po’ concettuale e a teorema, dove si uniscono gioventù ed evoluzione in modo non armonico, quasi fosse una di quelle vetturette sportive degli anni novanta a trazione anteriore, che si guidavano un po’ come una biga perché il retro treno andava poco d’accordo con l’avantreno. Pure a tavola la disarmonia faticava a ricomporsi, dando alla fine il suo meglio sopra un’anguilla  affumicata. Forse l’oserei con gli scampi crudi. E tuttavia quest’idea di Chenin Blanc, tanto personale e individuale e lontana dalle mie corde, ho pensato, cara amica o amico che mi leggi, ti andasse raccontata: perché è un vino dialettico, col quale magari discutere senza trovarsi d’accordo.

Bourgogne AOC, Cuvee de Noble Souche, 2005,  Denis Mortet, 13 gradi.

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Fu il vino dell’amore col Pinot nero e con la Borgogna; forse, col vino tout court. Una sera, tanti anni fa, fredda. A prima vista: il suo colore, il suo profumo, il suo bacio. Sensazioni mai immaginate, lo svelamento di un ideale fino ad allora solo vagamente immaginato. Il mio ideale della donna da sposare: accogliente, femminile, sensuale, elegante, morbida. Perdona, amica che mi leggi, se posso sembrarti un poco maschilista qui: è che da allora di vini ne ho assaggiati parecchi, e parecchi prima ancora, ma con nessuno ho più avuto quella sensazione lì. Col Sangiovese, che pure può essere gentile, io mi posso immedesimare: vi affondo le radici e sento l’eco dei miei avi; in un Nebbiolo, trovo il maestro, l’amico che ti ascolta, il senso del conforto. Ma sono vini maschi, al confronto con questo Borgogna. Specifico: questo Borgogna. Ne ho assaggiati altri negli anni, anche di caratura superiore se vogliamo, da Cru blasonati: più profondi, complessi ed articolati magari, ma nessuno con la stessa scorrevolezza agile, con la levità intensa e carezzevole di questo di Denis Mortet, con quel suo modo di stare a tavola senza attrarre troppo l’attenzione, ma blandendo in maniera sottile ed obliqua, quasi impercettibilmente. Unico per la sensazione che mi regala di star naturalmente bene, di non aver bisogno di un dialogo per parlasi e capirsi, come se bastasse un gioco di sguardi, o al più uno sfioramento, pelle a pelle.
Da tantissimo in realtà non lo incontro. Ne riposano sei bottiglie nella mia cantina di Milano. Mi decido infine un certo giorno a spostare gli scatoloni affastellati, pieni di  altre bottiglie, ognuna che racconta viaggi, ricordi, storie, e sposto vendemmie e territori, scoprendo che cosa si è sedimentato nel tempo; ma ne voglio una di quel Borgogna, perché domani compirò quarant’anni e per la prima volta dal 2011 potrò festeggiare nella tiepida quiete della mia famiglia.
Temo l’incontro e ne sono anche un po’ emozionato e preoccupato: per le mie conoscenze, non è affatto garantita la tenuta di un vino come questo per 12 anni; o, meglio, non è detto che l’evoluzione sia virtuosa: in fondo è un semplice Bourgogne AOC, non un Premier Cru o un Grand Cru.
Il tappo di sughero è lunghissimo. Accenna a spezzarsi quando esercito forza, ma riesco destramente ad estrarlo. Sorrido, perché anni di esercizio sono evidentemente serviti; ma più ancora perché già dal fiato della bottiglia capisco che il vino è in ordine: non è compromesso da spunti acetici, ossidazioni o altro.
Lo verso e godo la bellezza del suo color rubino trasparente che tende appena al granato, con gocciole belle, perfette. Il suo profumo! Ricordo che giovane mi sembrava una droga per la sua armonia e un amico ci scherzava su sarcastico, dicendo che lo si poteva considerare un sostitutivo della cocaina. Oggi è più maturo, ma ancora in evoluzione: se ha perso in fruttato, ha tuttavia ancora un bilanciamento meraviglioso, che si è spostato più sulle spezie. Eppure è ancora lui: molto intenso, puro, profondissimo, risonante, solenne, arioso come le navate di una cattedrale gotica, luminosa ma ricca di chiaroscuri, con fragola e più ancora fragola di bosco, con una sfumatura floreale tra la rosa, la viola e la mimosa. Le spezie, l’accennavo, sono tantissime: pepe e noce moscata in evidenza, cannella e chiodi di garofano; chi più ne ha, più ne metta. Un tocco di cipria, molto lieve, civettuolo, che contrasta con un fondo autunnale di tabacco e foglie ingiallite, più serio e compunto. Infine, come una scia variegata, un’affumicatura leggera, vaniglia, ricordi marini che mi richiamano alla mente l’odore delle posidonie al sole sulla battigia, il muschio ed un sospiro appena mentolato e di grafite e di pietra bagnata. Tuttavia è l’unione equilibrata di tutti gli aromi ad essere magica come una droga, non qualcuno di essi in particolare. L’assaggio: un beva piena ma leggiadra, setosa e ricca di nerbo; forse appena sfrangiata dall’età, ma è cosa assai lieve. E’ rotondo, dolce al tatto sul palato (ma, bada bene, non al gusto); senza una nota fuori posto, anzi, con una accordatura perfetta ed armonica che fa godere, come quando si ascoltano certi clavicembali antichi e ben temperati negli arpeggi delle Toccate di Girolamo Frescobaldi. Ha un tannino finissimo e di vera, superba eleganza;  un’acidità decisa, ma dissimulata, distribuita, irradiante. Il suo sapore è concentratissimo, in un dialogo tra fiori e spezie, forse appena semplificato rispetto all’olfatto, ma il sorso è in progressione ed in crescendo, fresco, lunghissimo, con un alcol equilibratissimo, che apre alla soddisfazione di un contrasto caldo-freddo magistrale. Leggiadria e potenza, verrebbe da riassumere, ma ancora non si è detto abbastanza di come a tavola sappia essere un perfetto compagno camerista, più che un ingombrante solista.  Io ad esempio l’ho gustato,  e parecchio, su un bollito misto con pollo, vitello, manzo, lingua e cotechino. L’amore si rinnova; malgrado qualche minima ruga, malgrado la constatazione, dopo tanti assaggi, che un lieve e forse impercettibile ammiccare a certi Pinot del Nuovo Mondo esista pure, realizzandosi in forme armoniose  e atletiche che sono lontane da una certa essenzialità ossuta. Sorprende quasi, se si pensa che le uve vengono da una zona estremamente secondaria e difficilmente ascrivibile alla rinomata Cote d’Or. Vengono dal piccolo paese di Daix, parte della misconosciuta Cote Dijonnaise, giusto nord ovest delle città di Dijione, non troppo oltre una distesa di sobborghi dal carattere industriale. Però a Daix ci sono delle belle colline dove le uve crescono a circa 400 metri sul livello del mare, su suoli bruni  e molto gessosi,  ma le vigne sono poche e poche forse sono sempre state. Denis Mortet, però ci credeva e da questi terreni meno famosi provò a trarre un vino che fosse accostabile a quello dei Cru più celebrati, ai quali aveva comunque accesso per proprietà o come affittuario: Gevrey Chambertin, Chamberlin, persino Clos de Vougeot, poi molti altri. Aveva fama di essere un gran perfezionista e i suoi vini, non filtrati e non chiarificati, si diceva fossero: “di pieno corpo, concentrati, armoniosi, intensamente profumati e di splendida eleganza”, tutte caratteristiche che ritrovo, lo sai, in questa meraviglia di Bourogne AOC 2005. Denis Mortet, Infatti, da qui terreni misconosciuti creò un vino grandissimo, in quella che fu la sua ultima vendemmia. Quando il vino riposava da poco nelle botti, una mattina di gennaio del 2006, si uccise con un colpo di fucile nel parcheggio di fronte alla sua cantina. Aveva appena 49 anni. Si dice che fosse depresso. Si dice. Per me resterà sempre una domanda senza risposta come possa uccidersi chi ha il dono  creare un esempio di così fulgida bellezza. Misteri dell’anima umana oscuri e terribili, inutile sondarli: meglio esercitarvi una cristiana pietas.

Bandol 2008, Domaine de Terre Brune, 13 gradi.

Sole, vento, mare, libertà, vacanze, barche a vela, brindisi: queste le immagini che vien naturale associare ai rosati di Provenza, quasi spezzoni di un sogno o di una memoria che si inseguono vividi ma senza un ordine logico , senza rispettare alcuna linea temporale, come in una musica di Debussy.
Affascinate pensarli in questi termini – e goderli appunto come si suole giovani, l’estate, freschi e profumati su un’immancabile bouillabaisse o sulle moules marinière- ma si rimane un po’ sulla superficie del luogo comune.
Si può andare invece un po’ più a fondo ed osservare una realtà un po’ più sfaccettata e complessa, specialmente se si parla di Bandol. Questa città portuale è stata in secoli passati celebre forse quanto Bordeaux per i suoi vini, che naturalmente erano prodotti nelle terre all’interno per diversi chilometri, dalla vasta zona semicollinare che sta subito dietro alla costa, fino alle ripide colline che formano un anfiteatro perfettamente esposto al sole e al riflesso marino, riparando al contempo dai freddi venti del nord. È il regno della nera e tannica Mourvèdre, una tra le varietà col più lungo ciclo vegetativo, che esige luce e calore in abbondanza per una perfetta maturazione. Ed i rossi erano e sono vini longevi, naturale perciò aspettarsi anche dai rosati una certa longevità. Questo Bandol 2008 di Domaine de Terre Brune, Mourvèdre al 50% con Grenache e Cinsault  fornisce l’occasione di una verifica e il produttore sembra farvi affidamento, specificando in etichetta una possibilità di invecchiamento superiore ai dieci anni. L’acquistai appunto in Costa Azzurra molti anni addietro, rimandandone l’apertura non per sfida, ma comunque incoraggiato appunto dall’etichetta. E  rimosso il tappo ancora integro ed elastico, lo trovo color ramato; sul calice, più che gocciole, un velo che si ritira. È il profilo di un vino rosato con un’età, come si rivela anche all’olfatto, dove la filigrana non è quella fresca della gioventù, ma quella più morbida e segreta della maturità. L’intensità aromatica è notevole: ricorda arancia, limone e cedro canditi; c’è della fragola e in grande lontananza dell’amarena sotto spirito; tronchetto di liquerizia e noce moscata; un tocchi di maggiorana; caramello, forse lievissimo un sentire di pelle conciata e tabacco. All’assaggio è di classe: ha una consistenza setosa ed è molto armonico, rotondo nelle sue dimensioni: di corpo  medio, l’acidità è rilassata, ma il vino si mantiene intimamente fresco, perché l’alcol è molto bene integrato ed il vino è assai salino, continuando a sollecitare piacevolmente il palato per tutto il sorso, persistendo a lungo e con un ottimo bilanciamento delle sensazioni finali. Questo Bandol riverbera una bellezza appena un po’ sfiorita, ma alla quale il tempo ha aggiunto distinzione, persino un certo fascino. Ti prego, amico o amica che mi leggi, bevilo fresco sì, ma non troppo fresco: guai! Lo tenterei osando un poco su selvaggina da penna, ad esempio su una terrina di piccione. Ecco, il tempo. Forse è stata giusta la lunga attesa, se guardo alla storia di questo Domaine de Terre Brune, dal colore delle argille che coprono per un paio di metri gli strati di calcare. Georges Delille vi giunse nel 1963 e si innamorò di quegli ulivi secolari e di quelle vigne abbandonate; e dei campi ricchi di fiori e di una casa contadina né maestosa, né bella. Iniziò un lungo lavoro per recuperare le vigne, ricostruendo persino i terrazzamenti in pietra. Ci vollero almeno dieci anni per il vigneto, la nuova cantina nel 1975, le prime bottiglie commercializzate nel 1980. Ricorda, amico o amica che mi leggi: siamo a due passi dal mare della Costa Azzurra, avesse Georges Delille perseguita una speculazione edilizia, avrebbe guadagnato di più e con minor fatica: un bel resort di lusso, ad esempio. Il cemento è il grande nemico dei vigneti di Bandol come di tante altre vigne storiche: qui le villette a schiera per i turisti, altrove i capannoni che cingono i pampini d’assedio; oppure, triste, inesorabile, l’abbandono. Si potrebbe e si dovrebbe scrivere un libro sui vini da salvare. Questo Bandol di Domanine de Terre Brune, intanto, è un vino che resiste.

Coteaux du Layon 1968, Moulin Touchais, 13,5 gradi.

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Esistono – o piuttosto resistono – alcuni produttori di vini  che rilasciano le loro bottiglie dopo periodi di affinamento molto più lunghi della media: lustri o decine di anni. Non mi riferisco ai vini da meditazione o fortificati: Sherry, Madeira, Marsala, Porto…quelli fanno classe a loro; intendo vini bianchi o rosati o rossi, fermi, da consumarsi al pasto, che recano sovente in etichetta denominazioni storiche, per le quali però la maggior parte dei produttori ha scelto vie più  moderne e veloci.
Nomi noti agli appassionati: nella Rioja spagnola, Lopez de Heredia; in Valtellina, Ar.pe.pe; in Portogallo, in Barraida, Buçaco; in Piemonte, a Gattinara, Nervi; e via altri, ma poche manciate. Tra costoro, nella valle della Loira, in Francia, Moulin Touchais. Produttori questi che mi hanno sempre affascinato  per lo  stile di vinificazione mantenuto tradizionalissimo, se non per certi aspetti cristallizzato in un’altra era; ma soprattutto per la caparbietà testarda di non mutare il significato – lasciami amico, amica che mi leggi, usare un parolone: filosofico- di una bottiglia.
Oggi, si dice, non ha senso invecchiare un vino dieci anni: il consumatore acquista la sua bevanda e vuol subito aprirla e goderne; il più possibile uguale a se stessa, ripetibile; ciò che le moderne tecniche di vigna e cantina permettono e che perciò è tenuto in maggior pregio.
Un tempo il pregio stava nei vini magari ostici in gioventù, che bisognava aspettare prima che fossero in condizione, ma che sfidavano i decenni: era la longevità in se stessa un valore.
Credo che la chiave di questo mutamento stia innanzitutto nella memoria e in come essa si sia evoluta nella società moderna:  oggi abbiamo la fotografia, la televisione, la radio, internet, gli mp3, ogni sorta di strumento per registrare noi stessi, le nostre immagini, le voci, le parole ed anche le emozioni: difatti, per massima ironia, in un lampo ci dimentichiamo tutto e anche se il supporto del ricordo è lì a portata di mano, forse l’esiguo istante di un click, raramente ci volgiamo indietro: ci crogioliamo un eterno presente e, d’altra parte, “il futuro è una palla di cannone accesa/e noi lo stiamo quasi raggiungendo” (F. De Gregori).
Un tempo, invece, il ricordo era documentato sì, ma nelle pagine gialle di lontani polverosi archivi, che sbiadivano e si sfaldavano. Restava piuttosto affidato alle voci che si radunavano nelle notti lunghe, buie e fredde accanto a un camino, al racconto orale che diveniva come un’evocazione di spiriti, di giovinezze perdute, di tanti che morivano nel loro primo fiorire, decimati da una guerra o dalla febbre spagnola: il crudel morbo, si diceva .
Ecco allora che la bottiglia di vino di dieci, di quindici, di vent’anni, ancora vivida e buona , era un fluido dai risvolti sacrali che rimaneva giovane in un mondo di persone che invecchiavano e sparivano in fretta;  era un ponte nel tempo, una cartolina dal passato: le mani di tuo nonno che lega i pampini, la voce di tuo padre la sera di Natale, il primo bacio dato “sotto il noce, quel pomeriggio d’estate che non muoveva foglia tra il finire delle cicale, sarà stato il ‘47”, ed il vino recava con sé tutti i profumi e i suoni di quel giorno.
Questo Coteau du Layon del 1968, chissà in quell’anno di turbamenti quanti primi baci avrà visto nelle sue vigne, ed anche di più: diceva Veronelli che se due giovani avessero fatto l’amore in un vigneto, il vino quell’anno sarebbe stato più buono. Moulin Touchais non rilascia un vino prima di dieci anni dalla vendemmia – in media 40.000 bottiglie l’anno – e si favoleggia di decine di annate conservate nei 15 chilometri di gallerie a Douè-la-Fontaine, a partire dalla metà del XIX secolo. L’azienda si chiama in realtà Vignobles Touchais produce soprattutto basi per vini spumanti, ma Moulin Touchais è il vino storico, un bianco da uve chenin blanc in purezza, abboccato: in media 80 grammi per litro di zucchero residuo, quando parecchi passiti stanno intorno tra i 100 e i 150 grammi per litro, o anche oltre. Vino che nasce per durare nel tempo: il 20% dell’uva raccolta è presto, per garantire il sostegno acido necessario all’invecchiamento; il restante con una vendemmia tardiva , quando le uve sono surmature, ma di solito non colpite dalla muffa nobile, contrariamente a quanto spesso si ricerca in zona.
Non nascondo che aprirlo è di per se un’emozione: non mi capita spesso di aprire un vino che potrebbe essermi ampiamente fratello maggiore.
Il tappo di sughero è ben conservato: dopo 20-25 anni le bottiglie vengono aperte in cantina, colmate e ritappate dal produttore.
Lo verso. Ha colore oro profondo, tendente all’ambra, bellissimo. Forma sul calice gocciole frastagliate e fitte, ma assai evanescenti. Lo odoro. Sulle prime ha un aroma un po’ chiuso, poi diviene intenso: non intensissimo, però molto complesso e autunnale sebbene vi balugini ancora il ricordo della frutta come lame di luce. Ha note di marmellata di arancia, di caramello e di creme caramel, di lanolina, di olio di lino, di semi di sesamo, di mandorle, nocciole e arachidi, di foglie secche , di terra bagnata. Profondissimo, affumicato e speziato: la cannella e la noce moscata, i chiodi di garofano. Lo assaggio: con stupore, data l’età venerabile, lo trovo quasi nervoso: ha corpo, ma senza strafare, più struttura che estratto, più direzione che accondiscendenza. E difatti è acidissimo, snello, si allunga deciso e scattante sul palato verso un finale lunghissimo in cui ritornano le note affumicate e speziata già trovate all’ olfatto. Il gusto, di grande intensità, presenta sfaccettature incredibili: questo Moulin Touchais, quasi avesse assorbito elementi direttamente dalle radici della pianta e scarnificandosi nei decenni li avesse portati ad un’ossuta evidenza, presenta un substrato minerale, metallico, ricco di polvere pirica,  sul  quale emergono, o piuttosto si aggrappano, sensazioni di fegato, di formaggio caprino, di crema catalana, di lieviti e di muschio.
È un vino che spiazza questo Moulin Touchais e disorienta persino nell’abbinamento: ho giocato con lui, provandovi tipologie diverse di dolci, di paté, di formaggi, senza mai però arrivare a quell’ideale relativo che soddisfa. Da meditazione piuttosto, verrebbe da dire: sì, però gli manca una frazione di complessità, di profondità per svolgere quel ruolo. Forse più da conversazione, immaginandosi al bordo di un fiume o del mare, seduti sulle rocce, solo due o tre persone:  come si vedono conversare le figure mute di santi nei quadri medievali.

St. Julien 2001, Chateau Gloria, 12,5 gradi.

Viene persino troppo facile il gioco di parole e dire che qui c’è tutta la gloria del miglior Bordeaux della riva sinistra. Eppure è così: questo rosso quindicenne, di uno Chateau non classificato nella  celebre partizione del 1855 principalmente perché nato nel solo nel 1942 (che cosa significa la continuità aziendale a Bordeaux!), ma con vigne su terreni di tenute incluse nella classificazione 1855, possiede grazia, riserbo, profondità e sensualità combinate in modo rarissimo. Vino femminile, evoca quel tipo di donne da sposare: che ti faranno godere la vita intera, ma senza scosse, sapendo di poter sempre contare su di loro. Un Bordeaux questo che sa anche garantire poesia, non solo prosa. Di color rubino tendente nettamente al granato, profondo ma non impenetrabile, con gocciole veloci, fitte, che si dispongono in archetti irregolari, anche appena aperto sa esprimersi immediato e bene, con un olfatto intensissimo e molto concentrato, ma sfaccettato, profondo, commovente: sa di casa, di amore, di ricordi; ma qual è il profumo dell’amore? Più prosaicamente – amico o amica che mi leggi- vi troverai frutta nera principalmente: mirtilli e more,  prugne, ma anche tocchi di uva sultanina; non manca però la rossa : lamponi, ciliegie e amarene; e persino la buccia di pera. Ovviamente c’è quello che gli inglesi chiamano cigarbox e che per me è una commistione di tabacco, legno e cera: è la firma di un buon Medoc invecchiato. Poi, quasi rinfrescandolo, un deciso spunto mentolato, unito a note di pietra focaia. Infine, l’erbaceo: muschio, foglie di leccio e chioma di cipresso ( ma sono sicuro che qualcuno qualcuno citerebbe la marjuana….). Però  tutti questi aromi, benché variegati e ricchi, presi singolarmente non dicono molto: è la loro fusione perfetta a rendere questo vino commovente; perché possiede un che di antico, ma vitale, com’era la chiesa di San Barnaba di Milano prima dei lavori, con la devozione popolare: nell’oscurità della volta e dei muri il baluginare delle candele e degli ex voto, il fascino macabro delle reliquie nella cripta, poi tutto ahimè normalizzato sotto una coltre asettica di oro ed avorio. Tornando a questo Chateau Gloria magari vi distingui ad esempio la vaniglia, ma l’insieme è più che altro il ricordo di una credenza, o l’odore di un palazzo d’epoca (ricordo la villa Garzoni di un tempo, a Collodi, quando ne giravo bambino le stanze barocche dai pavimenti di cotto, lucidi). Al palato è delicatissimo ed estremamente signorile, ma con energia e dinamismo interno, come avesse un filo d’argento sotto traccia che lo anima. Vino senza dubbio secco, senza residui zuccherini, eppure puoi dirne l’attacco dolcissimo, perché quasi impalpabile. Ha progressione sicura verso un’ apertura solare del gusto, in sequenza,un vero crescendo. È croccante, persino.  Ha acidità solida, un tannino ben presente ma raffinato, un corpo gentile ma polposo, una lunghezza notevole: magari non eterna, ma equilibratissima, anch’essa sfaccettata e profonda, calda. Un vino che ha la dote rara di saper essere essere lieve, flessibile, carezzevole, avvolgente, fresco, malgrado la sua complessità e forza. L’ho trovato discreto su straccetti di vitello, ottimo su un formaggio inglese vaccino ( Hawes Wensleydale), eccellente su pancotto integrale con patate e carote, lo proverei su selvaggina da penna fiducioso di trovarvelo ideale. L’appassionato snob che beve solo Borgogna, poverino, sentisse questo Bordeaux! Colto in uno splendido stato di grazia, poco importa se come una farfalla che dura solo una notte perda rapidamente intensità ed anche l’equilibrio ne risenta: il ricordo della sua perfezione provvisoria resta indelebile.