Ridgeview Cavendish 2011, 12 gradi

image

Ci sono momenti nei quali è giusto e bello fermarsi e voltarsi indietro: esercizio forse nostalgico e sottilmente malinconico, ma  in fondo utile e fors’anche necessario; adatto ai giorni del Natale, che ispirano un ripiegamento intimo.
Mi volgo indietro e misuro la strada percorsa. Nel mio frugare trovo alcune vecchie note di assaggio relative a uno spumante metodo classico britannico: sono del 19 settembre del 2014; tuttavia mi sento di proportele – amica o amico che mi leggi- perché parlano di un vino che ritengo interessante e ricordano un pezzetto della mia vita. Questo, in fondo, il senso del mio scrivere delle bottiglie mie: fermo un istante cullandomi nel sentimento del tempo, senza guardare all’attualità.
Vivevo allora in Inghilterra e le produzioni locali mi incuriosivano e vieppiù quei metodo classico che avevo sentito tanto decantare e che sapevo avevano riscosso ampi consensi e premi sorprendenti. In fondo, il freddo clima inglese si adatta assai meglio alla tipologia spumante che ai vini fermi; e i suoli,  frequentemente così calcarei, clamorosamente bianchi (li vedevo in pareti rocciose passando col treno tra Reading ed Oxford lungo la valle del Tamigi, all’altezza di Pangbourne e della collina Whitchurch Hill), sono spesso una continuazione di quelli che si trovano Oltremanica, in Chablis e in Champagne.
Avevo già assaggiati alcuni metodo classico locali davvero validi, come quelli dell’azienda Nyetimber, ma a conquistarmi furono soprattutto quelli di Ridgeview,  e primo fra tutti questo Cavendish, un classico taglio di Pinot Noir, Pinot Meunier, Chardonnay – appunto, alla maniera dello Champagne più classico e didattico.
Era quasi dorato allo sguardo, con bolle fini e cremose , di buona persistenza. Trovai l’aroma di intensità superiore alla media, nitido e complesso: con tanti frutti neri, un tocco di cedro e di mela cotogna e, in quantità: lievito, biscotti, burro, nocciola, noce moscata. A sorprendermi però fu soprattutto il sorso: appena off-dry, pieno, corposo,  salato, con un’acidità assassina che non perdona e che assicura una spinta notevolissime, quasi una folle corsa con l’acceleratore sempre schiacciato, alla maniera di un Nigel Mansell impazzito. Magari non complessissimo nell’articolazione questo Cavendish, ma con una buona lunghezza ed una persistenza salata che contrasta con un riverbero di gusto che nell’insieme evoca ancora la mela cotogna e quasi – direi-i cantucci toscani e la pasta di mandorle, ed ancora tanto lievito . Un metodo classico tosto, scuro, con una sua grandeur britannica, in grado di reggere l’abbinamento persino con costine di agnello alla griglia (e che delizia!). Forse non perfetto ed elegante come i cugini francesi, ma maschio ed di gran spessore. Carattere, quello è: indimenticabile.

La vota Cabernet Sauvignon Menfi DOC 2011, Cantine Barbera, 13,5 gradi.

image

Ognuno ha le sue preferenze. Se posso, amo bere vini fatti con uve autoctone o, per meglio dire, endemiche. Questo, da sempre: dal momento che il vino per me è sempre stato un interesse ed una soddisfazione culturale e intellettuale, quella sensuale nettamente in second’ordine, non ho mai avuto particolare interesse per i vini tratti da uve internazionali nemmeno quando questi erano di gran moda e sulla tavola di casa mia potevano passarne; mi pareva anzi, già nella mia mente di adolescente, che potessero snaturate e traviare le tradizioni del luogo: “Perché mai dovremmo copiare gli altri, invece di cercare di eccellere con ciò che generazioni di avi ci hanno consegnato?”. Ovviamente la mia era una posizione di pancia, ma la pancia spesso è saggia assai.
Tuttavia, negli anni, e vieppiù oggi che tanti bevitori alla moda ne rifuggono per snobberia, mi è presa una certa curiosità di assaggiare come vengono nei territori italiani i Cabernet Suvignon, I Merlot, gli Chardonnay, e via discorrendo; perché essi rappresentano, in qualche misura, uno standard, cioè un tipo di vino che essendo ben conosciuto e prodotto in ogni dove, permette di verificare in trasparenza, se la mano di chi lo produce è sincera, l’influsso del territorio, se esso è più forte delle caratteristiche varietali del vitigno. Volendo, amica o amico che mi leggi, la mia curiosità intellettuale si è spostata da un piano puramente culturale ad abbracciare un interesse geografico, geologico, climatologico, per così dire. E, credimi, spesso sono belle sorprese.
Già t’ho raccontato, credo, che lo scorso anno alla manifestazione piacentina “Sorgente del vino”  ho assaggiato i vini meravigliosi di Marilena Barbera, che produce in Sicilia a Menfi, non piuttosto vicino al mare.
Tra essi mi propose un Cabernet Sauvignon, dicendomi che era un vino che riscuoteva ormai poco interesse nel pubblico, ma che aveva provato a portarlo ugualmente.
Diamine,se aveva fatto bene! Perché, ad ascoltarne la storia dell’origine di questo vino, c’era veramente di che dar sfogo alla propria curiosità e l’assaggio non me lo feci certo scappare.
Infatti le viti, che se ben ricordo aveva piantate suo padre, stanno in un’ansa della fiume Belice, in una zona ricca di canneti. La vigna è di un terreno profondo, sabbioso, con frazioni di limo ed argilla. Di quando in quando, in corrispondenza di piogge intense, il fiume Belice straripa, allagando la vigna e depositando elementi nutritivi che ha raccolto lungo il suo corso (mi ricordava questo racconto,che lei mi faceva, quando alle scuole elementari mi si spiegava del Nilo, le cui inondazioni erano una benedizione per l’agricoltura degli antichi egizi). Inoltre il Belice influisce sulle temperature, che nel vigneto sono 6-7 gradi più fresche rispetto alla zona. Vinificazione semplice, con affinamento in botte grande.
Il racconto non basta: fu l’assaggio ad affascinarmi al punto tale che ne comperai una bottiglia, e maledetto me che era una sola!
Perché la sua malia non mi ha più abbandonato e mi riconquista ora che dopo quasi un anno lo apro e lo verso, bello nel suo rubino profondo ma ancora trasparente, granato al bordo, con gocciole veloci, fitte, regolari, persistenti sul calice. Persino da come si muove nel calice, dalla consistenza liquida ne indovini la classe superiore, la naturale scorrevolezza.  È sensuale il suo profumo molto intenso, complesso, sfumato e arioso e fresco di frutta nera (mirtillo , mora), con  un’idea di frutta rossa che si fa spazio: non solo quella di bosco che facilmente si trova in tanti vini ( fragolina, lampone), ma anche una polpa di susine molto mature, dolci, ma ancora croccanti, e -sarà mia suggestione- fichi d’india e arance rosse. Magari, anche una nota di peperone grigliato e di buccia di melanzana viola, qualcosa estremamente tenue di olive nere in salamoia: marcatori caratteristici, per la mia esperienza , del Cabernet Sauvignon nelle aree mediterranee. Soprattutto però, la sua voce più originale un potente fiato balsamico di eucalipto e menta, che lo rende fresco e dinamico, ed una spaziatura delicata di pepe bianco e nero e noce moscata. C’é anche, lieve, uno sbuffo di aldeide, che aiuta a spingerne la freschezza. Infine, gradevolmente domestico, un fondo di caffè della moka. Al sorso l’attacco è definito e insieme soffice, il corpo pieno e il gusto concentrato, ma la consistenza tattile! La sua tessitura è di  seta, dolce: anche se tannino è ben presente, è maturo e arioso; se l’acidità è molto alta e tiene il vino ben teso su una linea retta, resta avvolta nella morbida sostanza estrattiva, nell’alcol ben controllato e fuso nel corpo, galleggiando su una cera sapidità. Molto lungo, la sua sensazione svanisce ben bilanciata. Un vino naturale questo, dalla vigna alla cantina, prodotto senza trucchi e additivi, ma che non conosce imperfezioni, al punto di sbugiardare certe vinificazioni approssimative che in giro pur si sentono: naturale, ahimé, non è per forza buono. Un  Cabernet originale e obliquio in un certo senso, perché fuori dagli schemi senza essere stravagante; di carattere, perché il territorio vince . L’ho goduto – quella la parola- su un salame artigianale delle alture del lago d’Iseo, su una pasta al sugo di carne, su un coniglio arrosto con contorno di zucca. Non suoni un complimento vuoto: Marilena Barbera è una vignaiola dalle mani d’oro.

Vin d’Alsace, Vendanges Tardives Rimelsberg Gewurtztraminer 2011, Jean Becker, 13,5 gradi.

Ho sempre una certa simpatia per quelle aree vinicole che mantengono le tradizioni, talvolta marciando ostinatamente contro la corrente del gusto contemporaneo. Si prenda l’Alsazia: certo e’ rinomata in tutto il mondo, non si potrebbe sicuramente considerarla zona marginale come da noi la Garfagnana, il Viterbese, la stessa Valle D’Aosta; però, li’ tra i tetti e i campanili azzurri si insiste su stili non propriamente “a la page”. Le vendemmi tardive, possibili così a nord ed al centro del continente europeo solo grazie al massiccio dei Vosgi che blocca le nuvole, rendendo l’Alsazia la regione meno piovosa di Francia, danno vini di media dolcezza, da pasto più che da dessert, che in realtà oggi  sono poco consumati, alle nostre latitudini in particolare; ed è un peccato, perché hanno tante storie da raccontare, soprattutto nel gioco degli abbinamenti; microtrame forse, non grandi romanzi, ma comunque interessanti. Queso alsaziano lo comprai in una situazione assai particolare – e poco piacevole, invero- a Parigi, su una bancarella natalizia non so più di fronte a quale delle tante Gare ferroviarie. È giallo limone con riflessi , dorati. Gocce non ne lascia sul calice,  ma un velo che scompare, ritirandosi.
Il suo profumo è di intensità superiore alla media: a mio avviso, fiori d’arancia, petali di rosa, miele di limone e lavanda, un tocco fresco di menta. Sul palato è sì di pieno corpo e di una persistenza superiore alla media, ma te lo godi e  ricordi perché morbido, flessibile, salino, con una bassa acidità ed una dolcezza media, con un senso della misura da manuale: in una parola, ha una grande bevibilità.
Ecco, non avrà magari la complessità delle grandi vendemmie tardive, sta bene. Però è un bel vino da tutti i giorni, originale, che funziona bene sul patè alla moda di Bruxelles, meglio ancora su un prosciutto affumicato e speziato. Ed è pure certificato biologico, il che solletica la propria  coscienza ambientale.
( assaggio del 15 settembre 2014)

E quattro…Benvenuto Brunello 2017: ma quest’anno è diverso.

image

Parte prima: “Quella verità che ho cercato”.

Pensavo che, rientrato in Italia, per la prima volta mi sarei goduto il viaggio verso Montalcino e Benvenuto Brunello in tranquillità, senza scapicollarmi dall’Inghilterra come era successo i tre anni precedenti. Invece, tutto diverso dai piani originali: vuoi per i cambiamenti nella formula della manifestazione voluti dal Consorzio, vuoi per impegni personali, a Montalcino sono arrivato non il sabato, come al solito, ma il lunedì mattina presto. E da solo.

Però, a maggior ragione, è stato un momento mio di riflessione: niente cene, niente amici coi quali girare per i banchetti ed assaggiare (quelli che c’erano stavano più che altro dietro ai banchetti), nessuno ad aspettarmi in albergo. In compenso, una notte tutta per me tra i silenzi di Montalcino e il martedì una giornata intera a godermi le colline, a respirare l’aria fresca, a percorrere quelle strade sterrate che costeggiano le vigne, dove lo sguardo spazia dalle pecore al pascolo, oltre i lecci, fino all’Amiata, al Monte Labbro, alle alture di Grosseto, oltre le quali immagini il mare, e tra le striature del cielo di febbraio ti par quasi di vederlo, non sapendo se verità o inganno della mente. Quella verità che ho cercato negli occhi delle Madonne e dei Cristi crocifissi al Museo di Montalcino, oltre che nei calici rossi.

Quella dimensione intima, accogliente e domestica di un luogo caro dove ti senti a casa e dove sai ci sono amici che anno dopo anno sono contenti di vederti e tu di veder loro; persino con quel pizzico di chiacchiera e di pettegolezzo sano della provincia, finché non c’è malizia, ma solo studio dei casi e delle fortune umane: le alterne vicende che vivono gli uomini sotto il cielo e per narrare le quali non bastano romanzi.
A preludiare codeste sensazioni, la pioggia che accompagnava la marcia dalla Greve attraverso la Valdelsa e i bordi del Chianti, poi oltre Siena attraverso le Crete a macchia di leopardo, fino a risalire bagnate le curve della Statale del Brunello sù sù per il colle, rivedendo le conosciute case, le insegne, le  vigne. Quanti lecci, quanti ulivi, quanto bosco, quanta bellezza ancora selvaggia che si è fusa armoniosamente con la mano dell’uomo: sono pochi i posti dove un’idea di bellezza si è così caparbiamente sviluppata e preservata attraverso i secoli. Penso alla mia Valdinievole e mi viene da piangere, per come l’hanno ridotta. La bellezza dei luoghi, mi viene da pensare, si riflette anche su quella delle anime: deturpati gli uni , anche le altre sono perdute. Qui no: al netto delle piccolezze e di qualche miseria, gli spiriti sono ancora sani. Perciò torno sempre volentieri a Montalcino e mi pare di non venirci mai abbastanza.

Poi ci sono Brunello e Rosso: ci sono ovviamente differenze dovute alle singole provenienze e più ancora a conti fatti allo stile dei produttori, ma la relativa uniformità ampeleografica permette oggi una bella e istruttiva lettura in trasparenza: meglio, la ricerca di una verità. Perciò ero il primo in coda alla porta per questo Benvenuto Brunello diverso.

image

Parte seconda: “Un bel gruppone di testa e nessuno era in fuga”.

La manifestazione, si diceva, ha avuto una diversa organizzazione, sulla quale non posso esprimermi. Però il lunedì non si stava male: gente ce n’era, ma non troppa, e a mio parere mediamente preparata. Chiacchiere sciocche ne ho sentite poche, fors’anche perché io stesso sono stato assai silenzioso e quanto meno ho evitato di aggiungervi il mio contributo.

Altro motivo di diversità rispetto agli anni passati è stato tutto  dovuto alla qualità dei vini e starei per dire delle annate. E’ vero che, conoscendo ormai qualche azienda e muovendomi da solo tra gli assaggi, ho evitato quelle che so non essere nelle mie corde per privilegiarne altre che magari non conoscevo, ma delle quali avevo sentito dir bene; tuttavia la realtà è che il livello dei vini era davvero molto alto ed mi è tuttora difficile dire quali siano stati i due o tre preferiti. Diciamo che c’era un bel gruppone di testa e nessuno era in fuga. Ecco, in tal senso qualche piccola delusione c’è stata: alcuni nomi “del mio privilegio”, come li avrebbe definiti Veronelli, non mi pare abbiano trovato il solito colpo d’ala pur avendo vini buonissimi. In ogni caso tale livellamento verso l’alto non può che far bene ad un territorio per il quale qualcuno dice non essere tutti i vini all’altezza della loro fama planetaria (ma questo, dov’è possibile? Nè in Cote d’Or,  né in Langa, né a Bordeaux).
Comunque, in dettaglio, per quanti ne ho potuti assaggiare, i Brunello di Montalcino 2012 sono senz’altro figli di un’annata calda, ma in generale il risultato mi è sembrato piuttosto buono, perché molti conservano un riuscito equilibrio sia nei confronti delle componenti strutturali che di quelle aromatiche e gustative, ed una bella freschezza. Ecco, a ben vedere, seppur piacevolissimi, alcuni non hanno forse quella spinta acida che ne possa garantire il lunghissimo invecchiamento; e per taluni una frazione di complessità aromatica in più, magari non sarebbe dispiaciuta. Ho provato a capire se queste impressioni potessero essere correlate con la posizione geografica dei vigneti, ma ho finito col desistere: i miei assaggi non bastano per una seria statistica, e anche se molti buoni calici erano di aziende del versante nord o poste a quote altimetriche importanti (in posizioni più fresche, perciò), non mi sento proprio di trarne una regola generale. Si è voluto paragonare la qualità della 2012 alla 2010, altra annata 5 stelle, ma non ne sono convinto; piuttosto, da quel che ho sentito nei Rosso di Montalcino 2015, azzarderei il confronto di quest’ultima alla 2010. Infatti sono vini potenti, svelti e strutturati insieme, con una carica di frutto che ora è di una piacevolezza lasciva (quasi pacchiana, l’ha definita ridendo un amico) e che col tempo, una volta doma, potrà penso trasformarsi un una raffinata sensualità.
Quanto ai Rosso di Montalcino 2014, si sa che l’annata fu un po’ magra, ma chi ha scelto l’uscita ritardata aveva un buon vino nelle botti e ha lavorato con rigore, ottenendo Sangiovese agili e persino beverini, in certi casi lavorati di bulino: i migliori mi pare attraversino oggi una fase di eccezionale apertura e piacevolezza, con la delicatezza a braccetto di una complessità sfaccettata e commovente. Un discorso simile per i Brunello di Montalcino Riserva 2011: l’annata fu caratterizzata da vampate di caldo improvvise e difficili da gestire, ma chi ha messo mano alla riserva in genere sapeva il fatto suo; eccezioni a parte, che al solito non mancano.
A margine, tanti cambiamenti: persone che vanno e che vengono, cantine in costruzione o in ristrutturazione, vigne nuove e reimpianti, acquisizioni, cessioni e scorpori: un mondo vivo che pulsa.

image

Parte Terza: “…questa é la foglia nella tormenta…sulla quale e della quale, roteando io stesso, scrivo…”.

Gli assaggi, che sono? Solo appunti brevi, vergati al volo su un taccuino girando nelle sale tra i banchetti; parlano di vini che mutano nel calice e che son ancora giovanissimi, aperti ancora, o quasi, a ogni futuro. Parole che il vento porta via; come le azioni e i fatti umani, del resto: “…questa é la foglia nella tormenta…sulla quale e della quale, roteando io stesso, scrivo…”. Perciò, amica o amico che mi leggi, attribuisci loro solo l’effimero valore che hanno, di impressioni bozzettistiche  disegnate con la matita in ordine sparso; e nulla più.

Lisini è azienda storica, un grande classico ilcinese, ed i suoi  vino offrono un ritratto perfetto delle tre annate, con un Brunello di Montalcino 2012 di bella apertura, molto equilibrato, gustoso e polposo: ottimo. Dal canto suo, il Brunello di Montalcino Selezione Ugolaia 2011 percorre una strada diversa: molto intenso, profondo, con un forte sbalzo di amarena e marasca, di grande impatto anche alcolico congiunto però con una benvenuta freschezza ed un tannino potente. Il Rosso di Montalcino 2015 è un’esplosione di frutti, caldo e fresco ad un tempo grazie a note aranciate, di mandarino, ed al sofisticato richiamo di spezie fini e di incensi. Molto pieno al palato, con un gusto molto intenso, ha struttura, equilibrio , potenza e un tannino robusto.

Con Fuligni siamo sempre tra le firme storiche del territorio. Posso assaggiare solo il Brunello di Montalcino 2012 (il Rosso non l’hanno più al banchetto), ma l’incontro è esaltante: il suo colore è relativamente scarico, ma il vino possiede una meravigliosa purezza aromatica, avvolgente, giocata tra toni di frutta matura e nocciole, esprimendo classe e affettuosità. All’assaggio è molto bilanciato, con una trama tannica bellissima per un Brunello così giovane, ed un’acidità mediana o poco più, ma soprattutto assai sfumata e sviluppata sul palato. Mi sembra, malgrado appena uscito, che sia già godibilissimo, al netto di una lievissima impuntatura tannica più giustamente caratteriale che altro.

Si cambia parecchio registro con Il Pino di Jessica Pellegrini: le dimensioni sono assai più contenute rispetto alle aziende precedenti e magari non ha ancora una fama altisonante, ma i vini sono interessantissimi e nel complesso sono stati, per me, una tra le rivelazioni di questo Benvenuto Brunello: riconoscibilissimi come Sangiovese di Montalcino, possiedono tuttavia una timbrica loro personalissima e difficilmente confondibile. Premesso cha già lo scorso anno il Rosso di Montalcino 2013 mi era sembrato ottimo, anche il 2014 è centrato malgrado l’annata difficile: scuro, terragno, baritonale, profondo, con note di caramella mou, ha una bocca gustosa. Il Brunello   di Montalcino 2012 ha anch’esso quel timbro baritonale ed una gran struttura, sebbene ancora in via di sviluppo: richiede un’attesa che gli concederei assai volentieri, visto l’espressione attuale del Brunello di Montalcino 2011: se lo scorso anno alla manifestazione lo avevo trovato un po’ scomposto, ora è perfetto, etereo, con una bocca bellissima, rotonda, ma sostenuta sempre da quella grande struttura, profonda e scura. Qualcuno che era accanto a me l’ha definito “un canto d’amore” e mi sento di prendere a prestito quelle parole.

Una virata netta con i vini di Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto, tra i più rarefatti ed aerei che mi sia capitato di assaggiare a Benvenuto Brunello. Prendiamo il Rosso di Montalcino 2015: sarei tentato di dire che pinonereggia, se non fosse un concetto limitativo e da circoscrivere comunque più all’olfatto che al palato. Rubino, con profumi intensi, anzi esplosivi di frutta, molto puliti, ha una struttura importante per acidità e tannino. E’ assai fresco, risultando appena un po’ verde. Il Brunello di Montalcino 2012 è più ritroso, scuro, con cenni di uva sultanina e di aromi terziari che si fanno spazio, per un carattere sottilmente sensuale. Il suo impatto al palato è importante, largo, complesso, sostenuto da una buona acidità: non gioca tuttavia il suo fascino sulla forza, ma sulla complessità. C’e qui – a sorpresa- anche un Brunello di Montalcino Riserva 2009 ed è un bel sentire per ricordare come evolva magnificamente – e sorprendentemente – il Brunello: una grandissima profondità, note intense di incenso che gli donano un fascino orientale, poi solvente e petrolio. Al palato ha un gusto un po’ evoluto, con cenni di uva sultanina, quasi un ricordo di Porto. Una Riserva di Brunello scura e sensuale.

Altro Brunello di carattere e di un piccolo produttore è quello di Fornacina, solo 8.880 bottiglie nel 2012, dal quadrante est della denominazione. Un po’ aranciato al colore, con un profumo sfaccettato e un po’ rustico da merenda all’aria aperta: frutta rossa, fiori gialli di campo, note tostate di legno e frutta secca. Vuole tempo nel calice, e coi minuti emerge  al naso perfino la carne. Non è nella qualità del tannino che dà il suo meglio, perché è un po’ asciugante, ma nella salinità decisa che sorregge la bocca e lo sospinge insieme ad una riuscita e rinfrescante acidità.

Restando  in tema di carattere, menziono qui Il Paradiso di Manfredi. Non è detto che chi ha carattere l’abbia facile ed io ammetto che non sempre vado d’accordo con questi vini: ogni volta che li ho assaggiati a Benvenuto Brunello li ho sempre trovati molto interessanti, ma per dir così angolosi e scomposti all’olfatto. Mi sono ripromesso ogni volta di riassaggiarli più avanti e con calma, ma alla fine me n’è sempre mancata l’occasione. Però quest’anno, complici magari le annate favorevoli, il mio dialogo con loro è stato subito più sereno. Il Rosso di Montalcino 2015, dal colore bellissimo, molto rubino, sulle prime ha le solite velature e impuntature aromatiche della firma, ma quando se ne libera (e ci vuole un po’) sfodera profumi molto freschi di frutta e di fiori persino, quasi stupefacenti in un’annata come la 2015, dove il calore non è mancato. Alla bocca è di gran stoffa: piena, già con un’ottima integrazione, anch’essa fresca grazie ad un’alta acidità. Dal canto suo, il Brunello di Montalcino 2012 mi stupisce, perché sebbene per scelta aziendale non sarà in commercio prima di un paio d’anni risulta già molto buono, pulito e centrato negli aromi, potente al palato, con una gran carica tannica. Sono vini particolari, nei quali i suoli particolarmente galestrosi e le esposizioni fresche giocano – mi si dice- un ruolo importante, ma non lo è meno – a mio avviso- la sensibilità di chi li produce: sono figli di un’enologia libera, se così si può dire, che lascia il vino farsi da sé.

Le Chiuse si trova sullo stesso versante de Il Paradiso di Manfredi, la distanza in linea d’aria non è molta. Volendo anche i vini hanno anche qualche punto in comune: quel senso di freschezza, di verticalità, di solidità minerale, che nei vini de Le Chiuse si esprime normalmente in una seria austerità strutturale e aromatica, a volte poco concessiva in gioventù, ma disposta a lunghi affinamenti. Tuttavia a questo Benvenuto Brunello, complici magari le annate, mi sono sembrati vini più aperti del solito al dialogo, più sorridenti, quasi si fossero tolti elmo e corazza per godersi anche loro il sole del 2012 e del 2015. Il Rosso di Montalcino 2015, ad esempio, è esplosivo: ha un color rubino molto netto, luminoso e trasparente; un olfatto dove la componente fruttata domina, ma con una nota decisa di mora che lo sfuma verso la macchia; un sorso ricco, vellutato, estivo, quasi cerealicolo in certi ritorni di aromi, e tuttavia di struttura importante, ben tannico. Il Brunello di Montalcino 2012 è anch’esso aperto, più caldo e complesso, molto profondo, con terziari che virano su toni ferrosi. Ha un tannino potente, quasi severo, ed un’alta acidità: non lascia dubbi sulla sua voglia di sfidare il tempo. In assaggio, quasi per conferma, c’è anche il Brunello di Montalcino Riserva 2006: grande profondità, timbro olfattivo scuro ed ematico, con una intransigenza tutta sua, e tuttavia muta in continuazione nel calice, ora più evoluto, ora più giovanile, facendo presagire mondi che solo il tempo aiuterà pienamente a scoprire. Al sorso è del pari: ha una struttura enorme, ancora contratta: chiede solo una paziente attesa.  

Dopo una serie di piccole aziende, mi vien voglia a mo’ di intermezzo di assaggiare i conseguimenti di qualche cantina di grandi dimensioni: in fondo una buona parte dell’immagine e del nome che il Brunello si farà nei mercati mondiali dipenderà da queste firme che possono garantire una buona distribuzione, se non proprio capillare.

Comincio con Il Poggione, i cui vini non avevo mai assaggiato pur avendoli visti sugli scaffali di una buona fetta del mondo che ho girato. Per intenderci, il loro Brunello di Montalcino 2012 ed il loro Rosso di Montalcino 2015 saranno prodotti in 220.000 bottiglie rispettivamente, che significa un quantitativo 20 volte superiore rispetto a buona parte delle aziende citate in precedenza. Anzitutto noto con piacere che lo stile non deborda da quello classico e questa è forse la qualità più importante di questi vini: sarebbe facile cedere alle sirene di un gusto più internazionale e più semplice da capire per i consumatori esteri, ma qui la barra resta salda. Poi, il Rosso di Montalcino 2015 mi è sembrato davvero molto buono: dal colore felicemente un po’ aranciato ed un bel naso caldo e antico, sottilmente giocato sulla terziarizzazione e su note di humus, terra, carne, sfodera davvero un gran carattere. All’assaggio è morbido, pieno, con un gran tannino, forse un po’ in debito di acidità. Meno convincente, accanto a questo, il Rosso di Montalcino 2014 “Leopoldo Franceschi”, la selezione: mi è sembrato più ampio che dinamico. Quei profumi caratteristici, indentitari e vecchio stile che ho apprezzato nel rosso 2015, li ritrovo nel Brunello di Montalcino 2012 anch’esso giocato sui terziari, sugli odori di humus, di  macchia e di carne, con una vigorosa spaziatura. Però all’assaggio mi è parso un po’ diluito, senza troppo nerbo.

Anche con i numeri di Col d’Orcia non si scherza: credo che sia la più grande azienda vitivinicola biologica in Toscana e se prendiamo il Brunello d’annata come riferimento, nel 2012 la produzione è di 190.000 bottiglie. Il Rosso di Montalcino 2015 (che ha una tiratura solo leggermente inferiore, 180.000 bottiglie) ha una naturalezza aromatica sorprendente e luminosa, anche se all’assaggio non mantiene tutte le attese: mi sembra un po’ vuoto a centro bocca.
Più vigorosa la selezione, Rosso di Montalcino “La Banditella” 2014 , che proviene dai vigneti del Brunello: più nitido, speziato e ficcante, si sente però un po’ il legno e forse questa è la ragione per la quale il tannino mi sembra un po’ asciugante. A mio avviso molto buono il Brunello di Montalcino 2012: pulito, profumato, suggerisce un’apertura solare agostana; non troppo tannico, è morbido ed avvolgente, con una struttura più gentile che imponente, restituisce comunque una visione di Brunello assai affidabile. Il campione di casa, però, è il Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2010, un vino monumentale in tutte le annate, ma che col 2010 ha una quota di polpa e di levità naturalmente unite da stupire. In verità, sa toccare tutte le corde: intenso, segreto, boschivo, ma solare allo stesso tempo; delicato, leggero e impalpabile per come si posa sul palato, ma poi subito imperioso per la sua intensità e la potente struttura, quasi enorme direi per corpo,  tannino ed acidità.

Per concludere il trittico delle aziende dai grandi numeri, torno a un vecchio amore: Fattoria dei Barbi. Comincio assaggiando il Rosso di Montalcino 2015: stranamente mi pare un po’ muto all’olfatto, ma la struttura c’è e credo abbia solo bisogno di farsi un po’. Il Brunello di Montalcino 2012, quello con la leggendaria etichetta blu, è sempre il bel campione dell’ old style, con tutti quei terziari che si spingono fino all’idrocarburo, con quel sorso robusto e gustoso, che procede con  un passo sicuro verso un finale di bella lunghezza. Il Brunello di Montalcino Vigna del Fiore 2012 sarà in commercio da fine marzo, ma è già molto buono. Rispetto al fratello è più fresco, forse più complesso all’olfatto; più strutturato in bocca, ma in questa fase anche un po’ più crudo. Il Brunello di Montalcino Riserva 2011 mi riporta nell’Olimpo dei vini vecchio stile, fin dal colore scarico. Gustoso, morbido, è in realtà strutturatissimo, ma in qualche modo rimane impalpabile, tanta è la sua delicata finezza. In definitiva, mi pare che Fattoria dei Barbi esprima una qualità media eccezionale in relazione al numero di bottiglie prodotte; e lo spirito dei vini è autenticamente territoriale, quasi artigiano : non è poco.

Forse proprio perchè ho respirato di nuovo questo spirito che il mio prossimo assaggio è Fattoi, azienda artigianale e familiare per eccellenza. Anch’essa, amica o amico che mi leggi, un altro mio amore. Vedi la complessità del Rosso di Montalcino 2015: rubino, pieno, tondo e caldo già al naso, con un tocco di aldeidi lì a rinfrescare uno spettro aromatico potentissimo e profondissimo, dai toni gravi, dove i  profumi di frutti rossi, la macchia, il bosco, si esprimono con quella voce di violoncello che secondo me costituisce un po’ la firma di Fattoi e delle loro vigne poste nel quadrante sud-occidentale della denominazione.  Il Brunello di Montalcino 2012 è se possibile ancora più grave, una melodia sulla IV corda del violoncello (pensa, amica o amico mio, alle Suite di Bach), ma suonata in maniera tale da essere artisticamente screziata, con sfumature infinite. Un vino bellissimo, dal profumo ricco, il sorso rotondo e gustoso, la grande struttura. Si riconoscerebbe fra mille: la potenza territoriale interpretata con sensibilità dalle mani dell’uomo risulta naturale, ma anche estremamente individuale. E’ così anche nella musica: il grande interprete che sovrappone la sua personalità alla partitura con semplice umiltà, la porta alla vita soffiando su essa l’alito delle proprie emozioni umane, ma non la distorce al suo capriccio.

Ne ho la conferma spostandomi all’assaggio dei vini di Baricci, una tra le aziende del nucleo storicissimo dei produttori di Montalcino, anch’essa dal carattere fortemente artigiano e familiare, che se conoscevo per chiara fama, non avevo mai avuto prima occasione di incontrare. Le vigne dei Baricci sono in posizione quasi opposta rispetto a quelle di Fattoi: qui siamo al Colombaio di Montosoli, a nord di Montalcino, con esposizioni est e sud-est. Vini molto diversi, ma ugualmente bellissimi, perché – almeno io credo – l’approccio che li ispira è molto simile. Il Rosso di Montalcino 2015: luminoso, di grande impatto; profumatissimo, con uno spettro di aromi completissimo; pieno sul palato, rotondo, solare, con tannini presenti, ma di grana fine. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra uno tra gli assaggi migliori in assoluto di questo Benvenuto Brunello, un capolavoro di equilibrio, complessità, piacevolezza. Trovo in lui evidenti i profumi balsamici e di macchia, poi spezie, frutta; infine note ematiche e di pellami, ma questi cenni evoluti si sposano con una grande forza marina e solare, che si ritrova anche al palato, dove la salinità è decisa e intesse il dialogo con un sorso delicato, dolce, armonioso, sebbene di spalle larghe, con un tannino tenace ma fine ed un’acidità notevole.

Altro incontro nuovo e da tempo atteso, l’ho con Talenti. Mi si dice – non so se sia vero- che in passato i vini avessero strizzato un po’ l’occhio ad uno stile modernista, ma in realtà quello che sento nel bicchiere mi pare sotto l’insegna del classicismo più puro e rifinito; anzi, più “vago” nel senso leopardiano del termine: quel senso di sfumata lontanza, così elegantemente romantico, che apre le porte all’evocazione di un infinito. Nel Rosso di Montalcino  2015 per esempio, l’esplosione aromatica non è diretta, ma come velata di una seta impalpabile, al limite della trasparenza, come si vede sul capo delle Madonne del ‘300. Anche il sorso: così delicato, lieve, sospinto da una notevole acidità ma non pungente, con un tannino fine come cipria, e lunghi ritorni aromatici nel finale di spezie e di  sigaro. Il Brunello di Montalcino 2012, dalla tinta aranciata, il profumo ricco, etereo, di prospettiva aerea, composto; ed un sorso che bilanciandosi tra una gran finezza tannica ed un’alta acidità, è saporitissimo, gustoso, salino, di un’ampiezza sapientemente modulata.

Ventolaio è un altro nuovo assaggio di quest’anno – e debbo dire – mi sorprende assolutamente, forse perché in qualche modo avevo trascurato in passato questa firma, non considerandola come avrei dovuto. Siamo qui, di nuovo, in una realtà dal carattere artigianale e familiare ed i vini hanno un carattere spiccato, quasi arcaico per quelle tinte già aranciate e gli aromi giocati sul filo dell’evoluzione e delle aldeidi: hanno insomma quel “X factor” che a mio avviso rende i vini non più buoni, ma magici. ll Rosso di Montalcino 2015 è un vino d’impatto, nel cui profumo la frutta rossa è evidente come in tutti i vini ilcinesi del millesimo, mi par di capire; ma  anche le spezie vi giocano un ruolo importantissimo. Sul palato è dolce, ampio, particolare e piacevole con i suoi richiami gustativi che a me ricordano l’anice e il panforte senese. Ha una bella struttura, è salino -ciò che lo mantiene stuzzicante- e gustoso assai . Il Brunello di Montalcino 2012 ha un profilo aromatico più scuro, com’è giusto, ma è ficcante, iodato, con strati olfattivi di pelli conciate, di frutta, di cacao; ed ha un una bella presenza scenica in bocca: largo e leggero a un tempo. Forse appena un po’ asciugante nel finale, che è comunque molto lungo.

Dicevo dell’X-factor, quello che crea la magia nei vini. Con le persone è lo stesso, no? Poggio di Sotto fa vini buonissimi ormai da parecchi anni. Le annate dalla metà degli Anni Duemila in poi le ho assaggiate tutte, quanto basta per restarne abbagliato. E buonissimi sono il Rosso di Montalcino 2014 ed il Brunello di Montalcino 2012, che avrò modo il giorno seguente di riassaggiare con calma. Però, perché non mi prende più quel brivido lungo la schiena, quella pelle d’oca che mi si rizzava coi vini di qualche anno fa? Dov’è finito quel loro colore aranciato, così evocativo? Il Rosso ’14, infatti, è di un luminoso color rubino, benché molto scarico come da tradizione; sempre buono, buonissimo per l’annata, ma un altro stile, in qualche modo normalizzato, più accessibile; ed infatti, altri – non io- preferiscono così. Comunque, che complessità! Forse di corpo anche più evidente che in passato – e con qualche nota d’alcol- ma è un Rosso di Montalcino 2014 eccellente. Quanto al Brunello di Montalcino 2012, molto buono anch’esso, un gradino più in alto per pulizia e complessità. ma anch’esso di stile normalizzato. Poi, in tutta onestà , in questa fase nemmeno il tannino mi pare all’altezza stellare che ci si aspetta da Poggio di Sotto: lo trovo un po’ asciugante. E’ un vino infante però, lo so bene. Tuttavia, quando assaggio il Brunello di Montalcino Riserva 2011 ritrovo il “mio” Poggio di Sotto, quello dello stile antico, del colore aranciato, delle grazia impalpabile, dell’evocazione arcana, della potenza segreta, del tannino finissimo, dell’acidità che devi andare a cercare perché gioca con te a rimpiattino sul palato come una dama un un giardino del Rinascimento la notte di giugno, con le lucciole intorno. Una cosa va detta, con onestà:  i cambiamenti di proprietà e di mano in cantina, gli incrementi del fondo vitato, non sono dettagli che si digeriscono un una notte. La sola domanda è: si tratta di assestamento oppure è un conscio cambio di direzione?

Però, certi semi gettati, restano e germogliano. Non c’è un po’ del “vecchio “ Poggio di Sotto nelle ultime uscite di Podere Le Ripi? La zona, poi, è la stessa, quel versante magico dalla parte di Castelnuovo dell’Abate che guarda negli occhi il Monte Amiata. Quest’azienda, che ha iniziato la sua avventura con scelte controcorrente ed azzardate, come i vigneti a densità altissime (4000 piante per ettaro il Rosso, 11000 il Brunello), sta trovando oggi mi pare una sua strada verso uno stile enologico classico, dove forza e scioltezza trovano un connubio molto naturale. Questo per dire che in fondo il vino è un gioco di equilibri sottili e che in quegli equilibri l’uomo è l’ago della bilancia. Il Rosso di Montalcino Amore e Magia 2013 è un’uscita particolarmente ritardata quando i più presentano i 2015. Sorvolando sul nome di fantasia,questo Sangiovese che affina due anni in legno e 1 in bottiglia, ha profumi ampi, solari e screziati, bocca gustosa, un’alta, benvenuta acidità ed un tannino ancora aggressivo. Il Brunello di Montalcino 2012 “Lupi e sirene”, che proviene dalla stessa vigna della Riserva, ha bellissimi profumi maturi, di frutta rossa e terziari. Il sorso è molto vivido, fruttato, con una bella acidità e tannino ottimamente estratti, che non si notano. Insomma, un vino di gran classe e personalità. Il Brunello di Montalcino Riserva 2011 “Lupi e Sirene”, è un colpo al cuore, per quanto assomiglia ai Poggio di Sotto di qualche anno addietro: quello il colore aranciato e scarico, quello il profumo che tra frutta rossa e solvente disegna un arcobaleno aromatico; quella la gran struttura che si cela sotto un sorso ampio e morbido, dalla beva succosa.

Poggio Antico, invece, credo rappresenti bene il concetto di valore sicuro, di una costanza su vini ad alto livello, sempre eleganti anche in annate più calde. Il Rosso di Montalcino 2015  è puro, dolce, poetico, luminoso, fresco: così già solo a sentirne il profumo.  Al sorso è morbido, carezzevole, conciliante, fresco e longilineo, confermando così le sensazioni avute al naso. Ha una bella struttura ed un’acidità rinfrescante, valori fondanti che gli derivano dalle vigne aziendali che sono a quote elevate, sempre fresche e ventilate. A guardare il capello, manca magari lievemente di intensità gustativa a mio vedere, ma è vino di razza e stoffa. Il Brunello di Montalcino 2012 è fresco, elegante e strutturato, anche se mi pare un po’ indietro ancora nella sua definizione  per una certa giovanile reticenza al naso e qualche traccia di astringenza. Il Brunello di Montalcino “Altero” 2012, invece, si atteggia già da campione: più pronto e più dolce del fratello nei profumi, si impone anche con un pizzico di aggressività dovuta  una struttura monumentale, con grandi tannini. Imperioso, certo, ma senza rinunciare ad una sostanziale finezza di modi e ad un disegno accurato.

Tiezzi è un altro di quelli che mi sento di definire valori certi: sarà per la posizione delle vigne, sarà per l’esperienza di Enzo Tiezzi, ma anno dopo anno tutti i vini sono la  piacevolissima conferma di che cosa può esprimere il Sangiovese se trattato con rispetto ed all’insegna dello stile più classico.  Inoltre la loro caratteristica è una notevole grazia gustativa. La dimostrazione inattesa viene dal Rosso di Montalcino 2014, portato in riassaggio alla manifestazione, un po’ a sorpresa. Si sa che l’annata era così così, ma il vino è buono , fresco, pulito, profumatissimo; ed in bocca la freschezza si conferma, accompagnata da un sorso ampio e gustoso, un’acidità un po’ più che media, il tannino finissimo ed abbondante, una percettibile salinità. Fa un figurone questo Rosso, con le sue note scure di virtuosa evoluzione. Messo accanto al  Rosso di Montalcino 2015 la differenza è comunque evidente: alle penombre autunnali del primo, si contrappone la luce meridiana del più giovane, che esprime un profumo fruttato e finissimo da manuale, con una nota purissima di amarena, poi avvolta di spezie. Ha struttura  ed un tannino eccellente per quantità  e grana. Al momento apprezzo il  Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2012  più in bocca che al naso, che credo si  debba ancora fare, ma è molto fresco, succosissimo, comunicativo e strutturato, con una netta salinità. Il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2012 è ancora più fresco e puro ed ha una grande struttura. Mi lascia con la sensazione che abbia una gran vita davanti e che sia al momento meno pronto del fratello. C’è in assaggio anche il Brunello di Montalcino Riserva Vigna Soccorso 2011 ed è interessantissimo notare le differenze tra un’annata e l’altra: la mano in cantina è la stessa, leggera e sapiente, ma qui il colore del vino è più aranciato, l’olfatto vira su note assai più evolute e scure, il sorso più caldo, per un vino bellissimo che trova la compiutezza in equilibri suoi distintivi.

Questo concetto di equilibrio distintivo lo ritrovo nei vini de Le Ragnaie, tra i più personali ed insieme autentici che abbia assaggiato alla manifestazione. Anche qui, vuoi le caratteristiche peculiari dei vigneti, vuoi la sensibilità interpretativa, sono vini inconfondibili e che non si dimenticano. Il Rosso di Montalcino 2014 è rarefatto:  trasparente, freschissimo, agrumato, particolarmente leggero e soave, con un tannino quasi impalpabile. Il Rosso di Montalcino 2014 “Petroso” viene da un vigneto posto sotto Montalcino: già all’olfatto lo dici più pieno, molto balsamico, quasi tu inoltrassi il piede in una lecciaia, ed ha un tannino  più importante. Il Rosso di Montalcino 2014 “V.V.” , che viene dalla vigne aziendali più vecchie, ha una marcia in più in termini di polpa. Il Brunello di Montalcino 2012 è molto fresco, aereo e screziato al naso, con  tocchi di aldeidi e cenni terziari, per un sorso aggraziato e ricco di struttura. Il Brunello di Montalcino 2012 “Fornace” mi pare tra i tre presentati da Riccardo Campinoti quello attualmente più pronto e piacevole, fitto e rotondo, con un senso raro di personalità olfattiva e tattile, ed un tocco lievemente amaro che mi piace. Il Brunello di Montalcino 2012 “V.V.” mi sembra forse quello col maggior potenziale evolutivo, pieno e polposo, ma di eleganza rarefatta. Sebbene non sia ancora del tutto integrato, credo, ha una struttura imponente, più tannica che acida. Vini ossìmori, quelli de Le Ragnaie, e affascinanti.

E di fascino sono maestri al Il Marroneto. Tutti i vini presentati mi sono sembrati eccellenti, personali, ricchi di carisma. Il Rosso di Montalcino 2014 “Ignaccio”, molto trasparente e dal color aranciato,  è così generoso di freschi profumi (fiori, frutti, spezie e ricordi marini) da farmi pensare sia un una fase di eccezionale apertura. Anche al sorso è fresco e lieve, agrumato, stuzzicante e lieve, con un tannino delicato ed una discreta acidità. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra ancora un po’ chiuso, ma il suo aroma, sebben sottile, è già molto infiltrante e la bocca è gustosa e potente, persino muscolosa, con una grande tannino ed un’alta acidità che disegnano un sorso ricco di tensione interiore. Il Brunello di Montalcino   “Madonna delle Grazie” 2012 mi sorprende, perché lo trovò più rubino delle altre annate che ho assaggiato, ma i profumi sono indimenticabili, ricchissimi, coprono tutti i registri dello spettro aromatico. Al sorso è potente ma fresco, dinamicissimo, con un gran tannino ed un’alta acidità. A mio vedere, un gran Brunello, buono già oggi e da lungo invecchiamento. Sono vini, in qualche modo, assertivi, “che non debbono chiedere mai”.

I vini di Pietroso mi sembra portino nel nome il loro carattere: strutture imponenti, rocciose, con un senso di naturalezza primigenia ed una vena sottilmente minerale, al limite talvolta con qualche cenno di austerità. Fossero automobili, sarebbero di quelle per veri amanti della guida, pronti a infilarsi i guanti di pelle ed a tener le mani ben salde sul volante per a domare i cavalli imbizzarriti del motore tra una curva e l’altra. Il Rosso di Montalcino 2015 ha una bella tinta rubina, profumi fruttati, una bocca imponente e gustosa, forse un po’ alcolica, ma dove spicca la struttura importantissima. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra molto buono, ancora assai rubino, con aromi potentissimi, in equilibrio tra giovinezza ed evoluzione, ed un sorso fresco ma di potenza estrema, con un tannino monumentale.

Proprio perché offrono sempre strutture tra le più importanti della denominazione, torno sempre volentieri all’assaggio dei vini di Caprili. Il Rosso di Montalcino 2015 ha un grande impatto aromatico, con note già  evolutive in equilibrio mirabile con quelle più fruttate. Ha una bella potenza, anche se il sorso mi sembra appena un po’ slavato al centro bocca. La mia aspettativa è soddisfatta: conferma un gran tannino ed una notevole acidità. Il Brunello di Montalcino 2012 ha un profilo olfattivo particolare ed affascinante, dalle note scure ed anche tostate, macchia, foglie e frutta secca, mandorle, e sotto la frutta fresca,che pure è presente, fichi secchi. Eppure l’insieme è vispo, fresco, e  il sorso è modulato, rotondo, pieno però di struttura con tantissimo tannino e acidità in abbondanza. Assaggio anche il Moscadello di Montalcino 2016, piacevolissimo! Appena un po’ frizzante, appena un po’ dolce, lo immagino  un vin de soif sulla pancetta.

Canalicchio di Sopra:  anche qui, per quel che ricordo degli assaggi passati, a struttura non si scherza. In degustazione anche il Rosso di Montalcino 2014, che contiene -stante l’annata-  parecchia uva normalmente destinata al Brunello. Mi pare abbia un’intensità di profumi quasi stordente, è tutto frutta e freschezza. Al sorso è relativamente delicato e fresco, eppure ha una gran struttura, notevole per acidità e tannino; forse è appena un po’ amaricante sul finale. Il Rosso di Montalcino 2015 ha una gran potenza olfattiva e gustativa: è reattivo al palato ma ampio, strutturato, forse appena meno compatto e deciso dell’annata precedente. Il Brunello di Montalcino 2012 è più severo, più cupo, giocato sulle note segrete di vello e di macchia. La sua potenza tannica è enorme ed ha una grande acidità, ma in questa fase credo che sia ancora un po’ contratto e non spiega del tutto il suo potenziale.

Dopo certi pesi massimi, per apprezzare adeguatamente i vini de Le Potazzine bisogna essere assaggiatori pronti e bravi a cambiare velocemente registro, perché questi sono tutti sottigliezza e sussurro, quasi evocanti un candido lirismo. Infatti , l’ammetto, lì per lì mi son passati quasi sotto traccia e solo una fortunata occasione di riassaggio una paio di settimane dopo me ne ha svelato meglio il valore. Sono vini freschi, integri, guizzanti, con il Rosso di Montalcino 2015 ancora un po’ da farsi, gustoso, appena un po’ amaro sul finale, ed il Brunello di Montalcino 2012 solo apparentemente leggero, perché in realtà è teso internamente da una gran struttura; anche lui tuttavia, mi pare chieda dell’altro tempo per dare di più e per un Brunello verace, è giusto così.

Il tempo, io credo, sarà amico e alleato anche del Brunello di Montalcino 2012 di Salvioni, che mi è sembrato al momento ripiegato un una sua introversa corazza iodata, marina, complessa, ma più sul metallo e sulla pietra che sul frutto: limatura di ferro, grafite…Decisamente tannico, austero, potente, quasi intransigente. Forse spiazzante sul momento insieme a tanti 2012 più concessivi e ciarlieri, ma nel ricordo affascinante: vorrei riassaggiare ancora e ancora per svelarne i segreti.

Per ultimi i vini del mio amico Luciano Ciolfi, ovvero Sanlorenzo; e c’è un perché. Un po’ li conosco già, li ho assaggiati che erano addirittura in fasce, nelle botti, e sono quindi vecchie conoscenze. Però riassaggiandoli ora li contestualizzo, ne vedo chiaro lo stile e  la traiettoria: anno dopo anno Luciano ne ha affinato  i tratti e quelli che ho nel calice sono rifiniti al bulino, ariosi, pur restando vini importanti e di impatto. L’esperienza maturata in vigna e in cantina ed anche forse l’età delle viti e il loro equilibrio origina oggi vini molto raffinati: quello che Luciano è riuscito a conseguire con il Rosso di Montalcino 2014 è la prova, credo, di un alto livello di consapevolezza: profumi di pulizia e ariosità eccezionali, fiori e frutta rossa, equilibrio ed una gran freschezza. Il Brunello di Montalcino 2012, ha un naso bellissimo, pulito molto complesso, profondo ma aperto e non cupo, ed il sorso è insieme gentile e potente, anche un po’ alcolico ma con gusto; lungo, ampio, un’ottima struttura con un tannino ben presente ma soffice.

image
image

Parte Quarta e Ultima: “La clessidra del mio tempo interno”.

Esco che son le ultime luci e già cedono il passo alle stelle: il crepuscolo è una lama sottile rosso-aranciata che si allunga ampia sull’orizzonte e persiste fino a svanire in un’ombra. Un rapido aperitivo, assaporando le vie di Montalcino gialle dei lampioni ed ancora odorose per la pioggia del mattino, tanti volti noti e qualche saluto. Poi la cena all’Osteria di Porta al Cassero, solo come quando giravo per lavoro l’Italia ed era la norma; non triste, appena con la malinconia del tempo che scorre (quanti anni son già  passati?): una ninfa gentile. In realtà, così un po’ mi piace e lì mi sento quasi a casa. Il mio digestivo: una passeggiata sotto le mura mute  e severe della Rocca, l’aria asciutta e leggera come quella di montagna, fors’anche più odorosa, da respirare a pieni polmoni. E il buio nero dei campi appena oltre le mura e il silenzio profondo e solenne per le vie: tu solo coi passi tuoi. L’immobilità rassicurante e rara.

Quest’anno non son sceso a Sant’Antimo, non avrebbe avuto senso: dopo la visita dello scorso febbraio e quelle degli anni precedenti, così pregne di significato, sentivo di dover lasciare uno stacco, di doverle isolare come un trittico. Il martedì, mie sono state le strade bianche, il cielo e le nubi, l’ara fresca e il sole caldo: i finestrini completamente abbassati per godere l’aria pura e i profumi, amandoli non meno di quelli dei vini. Miei i pampini, i lecci, i fili d’erba, le zolle, le pietre. Ho girato per cantine, ho riannodato i legami con i luoghi e i volti, imprimendoli una volta ancora nella memoria: Sanlorenzo, Barbi, Poggio di Sotto, Podere Soccorso. Un sorriso, uno sguardo. Tanta gentilezza ricevuta: assai più del dovuto. A poco a poco emergeva il senso del viaggio. Passavano i pellegrini in antico per Montalcino, transitando sulla Francigena. Oggi è la mia meta, ma ci vado con ugual spirito pellegrino di anno in anno nei giorni  segreti dell’inverno, quando esso pare sussultare per scrollarsi di dosso il sonno e come crisalide prendere il volo colorato della primavera. È la clessidra del mio tempo interno, che a intervalli regolari inverto perchè la sabbia ricominci a scorrere, misurando ogni volta i cambiamenti fuori e dentro di me. Ecco il senso di venire fin quassù ad assaggiare vini che potrebbero esser portati loro in una più comoda ed asettica struttura fieristica: capire davvero quei  Rosso e Brunello, le loro ragioni, significa aprire un dialogo  con il mondo che li ha generati e trovare uno spazio interiore per conversare con se stessi. “Conosci te stesso” stava scritto sul Partenone, ma non è mai un processo indolore: c’è sotteso un rito di morte e rinascita che bisogna accettare. Oltre i paesaggi vibranti, nei riflessi di quei Rosso e Brunello le persone che si perdono e che si trovano; i dialoghi intimi e segreti che giungono come regali, un po’ balsami e un po’ veleni; su tutto, i volti delle Madonne col Bambino del Museo, sorpresi nei loro fondi oro, immobili in un abbraccio eterno: uno sguardo amoroso ed una tenera carezza che di quella rinascita sono il senso più profondo, l’unico.

image

Barbacarlo 2011, Provincia di Pavia rosso IGT, Az. Agr. Barbacarlo, 14,5 gradi.

image

Le parole, secondo certe tradizioni esoteriche, hanno una forza che prescinde dal loro significato, ma è contenuta nel suono stesso: il pronunciarle risuonerebbe nell’universo alterando la materia, ma pure evocando spiriti, entità, angeli e demoni. La magia: ne sono intrise le storie, le leggende, le fiabe. “Abracadabra”, “Apriti Sesamo”, “Pape Satan Aleppe” giù giù fino a un “Supercalifragilistichespiralidoso”: fonti diverse, ma in comune la caratteristica di essere parole scolpite, sonanti.
Tra i vini, il Barbacarlo è forse quello dal nome più sonante nel senso appunto esoterico: stento a paragonargliene altri. Potrebbe stare tranquillamente sulla tavola di qualche personaggio del Signore degli Anelli, magari muovendosi nella bottiglia e nel bicchiere animato da una vita propria, apportando consolazione, oblio, felicità; corroborante o lenitivo, persino filtro d’amore all’occorrenza.
E già mi accorgo di averne senza volere pennellato un ritratto, del Barbacarlo. La storia dice di un Carlo zio (“barba”, nella vecchia parlata dell’Oltrepo’ Pavese ), che aveva una vigna verticalissima e molto sassosa: in suo onore, si diede al vino dal quel Cru proveniente il nome curioso.
Ma la vigna, chi l’ha mai vista? Si dice appunto ripidissima, esposta a sud-ovest, dai terreni tufacei e  ghiaiosi. Se vai a Broni, in cantina, di essa ci son foto sbiadite e ingiallite, ectoplasmi in bianco e nero. In compenso, sassi grossi e tondi, pesanti, levigati come ossa fossili di mostri primordiali, scampate ad un cataclisma. Fuori, la facciata di una cascina da tempo inglobata nel borgo in piano, l’insegna dai caratteri fuori moda, a bandiera, che dondola al vento cigolando; piccole lampade al muro -di ferro anch’esse- accanto alla porta, ambrate, che ricordano quelle delle osterie di un tempo ed indicano la strada nelle nebbie padane. Dentro odor di vino, di legno vecchio, di fuoco, di annosi mobili,  di ricordi: appesi al muro antichissimi ritagli di giornale, etichette, immagini, volti di persone che non ci sono più. In fila, sulle mensole, bottiglie di annate venerande, indietro di 30, 40, 50 e più anni, nere e schierate immobili come le teste sull’Isola di Pasqua. Un tavolone di legno sul quale si allineano invece le annate più giovani, che potrai assaggiare: gioventù relativa, se si va indietro anche di dodici anni. Altri lì come te per acquisto, conoscenza o più ancora pellegrinaggio rituale, che ti offrono fette di bresaola e violino di capra artigiani, preparati da loro – come a un desco comune, sul cammino francigeno: con un sorriso di comunione. E c’e il vignaiolo, custode: un uomo anziano, con gli occhi vividi ma stanchi dietro gli occhiali spessi, come la sua voce ed il sorriso mesto. Veste velluto, fustagno, lana: indossa i colori della terra. Nella sala ampia si sta bene, c’è caldo, però ha una sciarpa al collo ed una coppola che mai si leva a coprigli il capo. Non parla molto: se sia assente o studi gli interlocutori bisogna indovinarlo. Vien da pensare: forse ha perso un po’ l’udito. Di quando in quando ripete, quasi recitasse una sua preghiera a fior di labbra: “il vino è il sale della terra”. Anche lui, nel suo nome una magia: Maga Lino; o forse Mago?
Il Barbacarlo è un vino fatto nello stesso modo, dalla stessa vigna, con le stesse varietà di uva, dalla stessa famiglia fin dalla metà del Secolo XIX: una data si menziona, 1886. Croatina, uva rara, vespolina (localmente ughetta), un tocco di barbera. Se ho ben capita la formula, trae dalla prima buona parte di gusto, struttura e corpo; dalla seconda colore profondo, morbidezza e zuccheri; dalla terza, tannino e speziatura; dalla quarta, un rinforzo di acidità. La chimica in vigna e in cantina è pressoché bandita. Pigiatura dei frutti e macerazioni in botti vecchie di rovere, svinatura dopo una settimana circa, poi travasi per decantarlo naturalmente e si imbottiglia tra Aprile e Maggio. Risultato: il Barbacarlo viene come vuol lui, sentendo l’annata; se va in bottiglia con ancora residuo zuccherino, come spesso capita, vi fermenta nuovamente, risultando più o meno mosso, più o meno secco, virando talvolta deciso sull’abboccato e sull’amabile. Anche il grado alcolico varia secondo ciò che la vendemmia ha portato: qui non si cercano aggiustamenti, o di inseguire uno standard. Al collo di ogni bottiglia si lega, però, un certificato con l’analisi chimico-fisica ed una sommaria descrizione organolettica. Su questo che ho tra le mani del Barbacarlo 2011,  leggo: “da considerarsi ampio-abboccato”. Il Barbacarlo 2011 si beve da solo, irresistibile: semplicemente, va giù. Rubino, tendente al purpureo, appena mosso: spumeggia ma in modo lieve. La profondità del suo colore varia per via della presenza del fondo: ci ricorda che non è stato filtrato. Anima rustica, dirai;  piuttosto carne, ti risponderò io, terra e materia. L’annusi: è assai intenso, complessissimo; un po’ ridotto sulle prime, direbbero “farmyard” gli inglesi, ed è ancora la terra che ritorna. Concedigli qualche momento dopo che ne hai estratto il tappo insolitamente largo ed elastico, da vino frizzante; dopo che l’avrai versato in un calice che consiglio ampio, ma senza eccessi, lascia che esali il suo incantesimo e si libri. Avrai poi frutta rossa e nera, matura e fresca e persino appassita: fosse possibile evocheresti un’uva sultanina, ma croccante. Sì: susine, more, mirtilli; ma oltre a queste note giovanili e fruttate, c’è un segreto di complessità inattese, quasi che la sua natura la svelasse poco a poco: bacche di ginepro si fondono col chinotto; le spezie al completo, dolci e piccanti: noce moscata, cannella, chiodi di garofano, ultimi lontani e tenui sbuffi di pepe; la buccia di pomodoro si mischia  alla scorza di arancia e la bilancia come in una magica dispensa; il rosmarino sta lieve ed olezza della roccia dura dove nasce. In bocca, lo sentirai, è ancora meglio: fresco, sostenuto, tutto vibrante. E’ mosso, ma dopo un po’ questa sensazione di anidride carbonica si perde e rimane un pizzicore, sgrassante. Ne sentirai il gran corpo, l’alta acidità, quel poco di residuo zuccherino che lo rende abboccato, la sua notevolissima lunghezza un po’ ammandorlata negli accordi finali. Soprattutto è gustosissimo, così salino da essere croccante, estremamente identitario: se ci pensi, questo vino mosso ha l’alcol ed il corpo di un Brunello! L’ho goduto su ossobuco e risotto giallo: non ho resistito, questa volta, alle gioie della tradizione.

Rosso Relativo (Rivedibile), Sicilia IGT Rosato 2011, Valcerasa, 14,5 gradi.

image

“ La Terra Trema”, fiera contadina di festa e protesta e di benemerita veronelliana memoria, resta uno dei luoghi migliori dove incontrare vini originali, autentici, fuori dai percorsi comuni; nonché occasione di chiacchiere interessanti e istruttive. La visito l’ultima volta lo scorso anno, 2015, in un bel pomeriggio meneghino grigio di meteo e colorato di assaggi. Girovagando, vengo attratto dalla postazione dell’azienda Valcerasa, che sta sull’Etna, in contrada Randazzo. L’Etna è un territorio meraviglioso ed unico, con la sua fusione di luce mediterranea, alte quote e suoli di matrice vulcanica – non servo certo io a dirlo- e ricordo quando qualche anno addietro cominciarono a circolare un po’ più ampiamente i suoi vini,  bianchi e rossi da restare a bocca aperta: non per nulla si evocava da più parti l’immancabile Borgogna. In qualche modo però mi pare sia diventato terreno di conquista e l’originalità  di certi vini un po’ annacquata per adattarsi meglio, forse, ai gusti di un ampio pubblico; e rimango sempre in dubbio sull’utilità di piantare Pinot Nero sull’Etna, come si è preso a fare, prescindendo dai risultati che saranno pure ottimi.
Ecco invece che i vini di questo produttore mi sembrano subito molto identitari ed uno di essi particolarissimo. Mi racconta egli stesso – e mi limito qui a riportarne i concetti- che il rosso etneo come lo conosciamo oggi è figlio di un’enologia aggiornata, quand’anche rispettosa, e che il quello di un tempo era diverso, meno concentrato in qualche modo: nasceva infatti di macerazioni piuttosto corte, il mosto veniva svinato presto. Forse, rifletto io, per evitarne l’acescenza. Lui, mi dice, ha cercato di riprodurre quel vino antico, utilizzando nerello mascalese in purezza. Risultato: bocciatura da parte della commissione della DOC, che considera il vino “rivedibile”: come quando si andava alla visita militare e veniva trovata qualche malformazione fisica o una testa sospettosamente bacata.  L’assaggio dunque al volo, m’incuriosisce, decido di gustarlo con più calma, ne acquisto una bottiglia.
Ora, da etichetta questo non è un vino rosso, ma rosato, e forse sarebbe giusto definire il suo colore buccia di cipolla, ma per come la vedo io è piuttosto trasparente ambrato, con riflessi mogano addirittura. Rivedibile perché ossidato, mi viene da pensare osservandolo. Gocciole lentissime sul calice ne rivelano la viscosità. Trovo il suo aroma intenso, particolarissimo, insieme freschissimo e caldo. Debbo orientarmi attraverso un’evidente complessità aromatica, dove mi pare di distinguere  amarena, mela rossa, pomodoro essiccato, aglio, alloro, cipolla di Tropea, rabarbaro, melagrana, anguria, maraschino, cola, chinotto, con una speziatura persino piccante di pepe bianco e di noce moscata con tocchi di cannella. Questo d’acchito. Emerge poi  un effluvio floreale: di  ginestra, di tiglio, di zagara, di viole. Alla fine è come entrare  vecchia cantina, con i legni stagionati e  nell’aria un odor balsamico di cera, di incenso, di eucalipto. Non manca un tocco di acetaldeidi che aggiunge freschezza. Sorprendente all’olfatto, resta la curiosità delll’assaggio. Il sapore è intensissimo, dove c’è anche mirtillo, mora, lamponi, ma il corpo è leggero, con una beva agevole, salatissima e persino un po’ piccante. L’attacco è quasi soffice, ma subito sostenuto ed allungato da un’acidità sensibile. Secco: è morbido e avvolgente, ma non conosce mollezze e opulenza. Qui l’eloquio è diretto, è muscolo guizzante e pelle e ossa e forme e occhi neri dritti, mediterranei. Non ne senti neppure l’alcol, che pure è alto: resta solo una sensazione pseudo calorica piacevole su un finale che è di lunghezza notevolissima, reso vigoroso dalla salinità e persino succoso. È un vino di grande personalità, non facilissimo magari, ma più che altro la difficoltà  è quella d’inquadrarlo, perché unisce freschezza e complessità in un modo che spesso sfugge ai rossi non rivedibili. Lo immagino eccellente sulle preparazioni tradizionali siciliane e mi chiedo perché cercare altri  accostamenti, sebbene io l’abbia gustato con piacere sulle penne al sugo di cinghiale. Certo: che vino strano, dalle proporzioni insolite e a suo modo anche sghembo; ma l’eccellenza richiede sempre davvero un classico equilibrio?

Scalpito 2011, Veneto IGT Rosso, Maeli, 14 gradi.

Allora: questo Scalpito. Il paragone equestre regge e sta nel suo dinamismo nervoso, tutto di forza, energia e ribellione. E poi:  l’IGT è o dovrebbe essere il vino di fantasia, quello che spezza le righe, quello che soddisfa i sogni di un vignaiolo al di là della tradizione. Ma se tu avessi viste quelle vigne al Pirio sempre battute dal vento, in un’aria  fresca e lontana dalle indaffarate pianure del nord-est, coi i vecchi tronchi contorti di barbera riscattati dall’abbandono e dai rovi, capiresti perché quello scalpito.  Ed infatti qui c’è quella barbera al 60%, poi cabernet sauvignon al 30% , 10% di carmenere. Il colore è un porpora fittissimo, impenetrabile, con gocciole sul calice irregolari, persistenti, veloci, persino untuose. Ha un profumo molto intenso, che esprime tantissima frutta rossa e nera: le prugne, i lamponi, i mirtilli eccetera, la solita litania dei descrittori: qui però il richiamo a quella frutta è così netto e materico da essere quasi impalpabile.  E poi  pelli,  tabacco, affumicatatura, tanta speziatura di pepe bianco e verde, noce moscata, chiodi di garofano e ginepro, con un tocco di acetaldeide bellissimo che rinfresca e dà carattere,  invitando a un sorso che svela in bocca una trama fitta e carnosa, polposa. Ecco l’acidità altissima della barbera che ne tende le trame e sferza piacevole, coniugandosi in modo naturale e armonioso con tannino abbondante, grintosissimo e mature, appena un po’ piacevolmente rustico: scrocchia persino. C’è tanto sapore in questo vino, salinità e un che di amaro e scomposto che piace per un finale lunghissimo. Insomma, colto ora in un momento di grazia, è un grande vino che piace e non compiace, che vince non per eleganza e finezza, ma per carattere: e il carattere non è mai volgare. Se tu avessi visto quelle vigne al Pirio sempre battute dal vento…Io vi andavo spesso e mi ricordo quella salita sterrata che si inerpica e s’apre la strada tra le vigne e i boschi e i vecchi casolari di pietra dalla caratteristica architettura locale. Si giungeva ad una cappellino bianca di una Madonna e di lassù, tra i fiori spontanei che trapuntavano l’erba coi loro colori, sembrava di dominare per intero il panorama del Colli Euganei, affascinanti e buffi coni tondi che sembrano sbucare da un lago primordiale, isolati come sono nella piatta pianura veneta. Assaggio questo vino e mi sfiora un po’ di tristezza, perché non ci sarà più: cambiati gli assetti aziendali, i frutti dei vecchi tronchi contorti di barbera non saranno più disponibili e nemmeno so se le vecchie piante vivano ancora. Un vino che scompare, durato si direbbe il tempo di una sola notte, come una falena; però bellissimo. So – e mi consola- che nella cantina giacciono ancora alcune -poche- bottiglie: le protegge gravida la terra.