Sottoriva Colfondo per tradizione, Glera colli Trevigiani, Malibràn, 11 gradi.

La prima volta che assaggiai i vini di Malibràn ero alla Raw Wine Fair di Londra con un gruppetto dei miei compagni di corso del WSET; saranno passati tre o quattro anni ormai.
Mi ero preso con gusto l’incarico di far assaggiare loro qualche buon vino italiano, che fosse soprattutto diverso e più autentico rispetto a quelli un po’ stereotipati che ci facevano assaggiare allora (eravamo al terzo livello, io credo): ci tenevo che il mio Paese facesse bella figura e sapevo di poterli stupire.
Mi attirava l’idea che conoscessero qualche spumante rifermentato in bottiglia e col fondo, cioè ancora con i lieviti e le fecce fini all’interno (sur lie come si dice talvolta), riproponendo così le antiche usanze popolari, quando il vino era spesso prodotto per autoconsumo e non esisteva l’autoclave: persino nella mia Valdinievole i contadini sigillavano le bottiglie dopo aver aggiunto un po’ di zucchero e qualche chicco d’orzo o di grano nel bianco da trebbiano locale per averlo frizzante; figuriamoci nelle terre del Lambrusco e del Prosecco.  Questo stile, che si trovava allora nella capitale britannica con difficoltà,  avevo incominciato ad apprezzarlo qualche anno prima di lasciare l’Italia per il Regno Unito, ma con riserva: questi spumanti col fondo erano pieni di carattere ed entusiasmanti nei casi migliori; ma rustici e talvolta sciancrati tra acidità citrine e un odor di lieviti – non profumo- che ne copriva parecchio l’identità varietale. Vidi il banchetto di questo produttore  di Prosecco che non avevo mai sentito e mi attrasse per il nome, che mi ricordava quello di Maria Malibràn, la leggendaria cantante lirica della prima metà dell’Ottocento.  Ricordo che i miei amici gustando i loro vini rimasero di sasso e strabuzzarono gli occhi, mentre io sorridevo sotto i baffi divertito e sornione. E però ero anch’io  stupito dalla qualità dei vini di Malibràn: la complessità e la piacevolezza che avevo nel calice superavano quella di parecchi metodo classico dal prezzo 5 o 6 volte superiore assaggiati quel giorno, Champagne inclusi.
Io non avevo allora una gran familiarità col Prosecco e non ne ho molta ora, ma insomma, almeno qualche punto fermo nella testa me lo sono messo e qualche assaggio istruttivo c’è stato. Bene, ora che ritrovo i vini di Malibràn al Mercato della Fivi e li riassaggio, mi riconfermo dell’idea di eccellenza che me ne ero fatta: tutti molto, molto buoni.
Piglio questo Glera dei Colli Trevigiani proprio perché mi sembra esemplare di come dovrebbe essere un sur lie e mi permetto di tradurlo in Prosecco, e che Prosecco; sebbene non sia particolarmente rappresentativo della sua tipologia, così secco e deciso nell’acidità. Bada però, amica o amico che mi leggi: ho sentito spumanti sur lie con acidità così selvatiche da essere sul filo dell’imbevibilità, mentre qui tutto si ricompone in una misura piacevole e appropriata. Considerazioni simili circa la presenza del fondo: le note di lievito sono ben percettibili, ma pulite, perfettamente calibrate e con un tocco di distinzione: aggiungono complessità sapida e saporita, ma l’eleganza è preservata. Infatti, a versarlo, è piuttosto simile ad un convenzionale Prosecco: è di un bel limone tendente al verdino, pressoché limpido sulle prime, poi via via più torbido, fino a velarsi un po’. Non forma gocciole.  Più frizzante che spumante, verrebbe da dire, con bolle finissime, verticali e disciolte, delicate, solo un velo in dispersione, una spuma che per delicatezza non sfigura di fronte ad un ambizioso metodo classico. Similmente  i profumi, che sono precisi, curati, di media intensità, richiamando i fiori di ginestra e di mimosa, e la frutta: la pesca, il melone, l’albicocca e il limone.  Ad essi si sommano i ricordi di lievito, le note affumicate, lattee, di crosta di pane, cerealicole (orzo, specialmente), qualche traccia di salvia, di alloro; infine una mineralità solare e salina. Già lo dicevo: relativamente secco al sorso, energico, cremoso, di corpo medio, conferma sul palato quella salinità già percepita nelle nari, ed è il suo bello: permane lungamente come una scia, accompagnando il vino nella sua corsa  verso il finale, molto lungo. Il suo gusto è un accordo perfetto con l’olfatto: ritornano i lieviti, la frutta, i fiori. Pur mantenendo una dimensione di rotonda piacevolezza, con quell’acidità che pulisce e rinfresca risulta saldo, reattivo e guizzante e chiama con decisione la tavola ed un sorso dietro l’altro: non è un vino che lasci volentieri nel bicchiere mentre sei preso da una chiacchiera distratta e nemmeno l’useresti per un cocktail,  perché ha una ricchezza armonica che lo accosta a metodi classici senza perdere il carattere di Prosecco, instaurando con te un dialogo attivo. Magari non è per tutte le bocche, ma se tu vuoi un vino di carattere, eccolo. Potrai anche giocarci un po’ col suo fondo, decidendo se lasciarti andare al godimento dei suoi più torbidi versanti o preferire, come me stasera, di mantenerlo sul limpido per apprezzare la parte più pura degli aromi. Da averne sempre in casa, di spumanti così. L’ho trovato eccellente su un sushi.

Scalpito 2011, Veneto IGT Rosso, Maeli, 14 gradi.

Allora: questo Scalpito. Il paragone equestre regge e sta nel suo dinamismo nervoso, tutto di forza, energia e ribellione. E poi:  l’IGT è o dovrebbe essere il vino di fantasia, quello che spezza le righe, quello che soddisfa i sogni di un vignaiolo al di là della tradizione. Ma se tu avessi viste quelle vigne al Pirio sempre battute dal vento, in un’aria  fresca e lontana dalle indaffarate pianure del nord-est, coi i vecchi tronchi contorti di barbera riscattati dall’abbandono e dai rovi, capiresti perché quello scalpito.  Ed infatti qui c’è quella barbera al 60%, poi cabernet sauvignon al 30% , 10% di carmenere. Il colore è un porpora fittissimo, impenetrabile, con gocciole sul calice irregolari, persistenti, veloci, persino untuose. Ha un profumo molto intenso, che esprime tantissima frutta rossa e nera: le prugne, i lamponi, i mirtilli eccetera, la solita litania dei descrittori: qui però il richiamo a quella frutta è così netto e materico da essere quasi impalpabile.  E poi  pelli,  tabacco, affumicatatura, tanta speziatura di pepe bianco e verde, noce moscata, chiodi di garofano e ginepro, con un tocco di acetaldeide bellissimo che rinfresca e dà carattere,  invitando a un sorso che svela in bocca una trama fitta e carnosa, polposa. Ecco l’acidità altissima della barbera che ne tende le trame e sferza piacevole, coniugandosi in modo naturale e armonioso con tannino abbondante, grintosissimo e mature, appena un po’ piacevolmente rustico: scrocchia persino. C’è tanto sapore in questo vino, salinità e un che di amaro e scomposto che piace per un finale lunghissimo. Insomma, colto ora in un momento di grazia, è un grande vino che piace e non compiace, che vince non per eleganza e finezza, ma per carattere: e il carattere non è mai volgare. Se tu avessi visto quelle vigne al Pirio sempre battute dal vento…Io vi andavo spesso e mi ricordo quella salita sterrata che si inerpica e s’apre la strada tra le vigne e i boschi e i vecchi casolari di pietra dalla caratteristica architettura locale. Si giungeva ad una cappellino bianca di una Madonna e di lassù, tra i fiori spontanei che trapuntavano l’erba coi loro colori, sembrava di dominare per intero il panorama del Colli Euganei, affascinanti e buffi coni tondi che sembrano sbucare da un lago primordiale, isolati come sono nella piatta pianura veneta. Assaggio questo vino e mi sfiora un po’ di tristezza, perché non ci sarà più: cambiati gli assetti aziendali, i frutti dei vecchi tronchi contorti di barbera non saranno più disponibili e nemmeno so se le vecchie piante vivano ancora. Un vino che scompare, durato si direbbe il tempo di una sola notte, come una falena; però bellissimo. So – e mi consola- che nella cantina giacciono ancora alcune -poche- bottiglie: le protegge gravida la terra.

Valpolicella Superiore Ripassa 2004, Zenato, 13,5 gradi.

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Confesso che nella mia beata ignoranza da apprendista assaggiatore (e lo dico con sincera umiltà, non solo con l’ironia dovuta  ai miei primi maldestri e un po’ supponenti tentativi)  per lungo tempo non avevo mai dato troppo credito ai vini della Valpolicella: l’Amarone troppo fitto e grosso, “roba da americani”, pensavo; il Valpolicella annata “una cosetta leggera, da palati femminili o da grande distribuzione”, il Ripasso “un Valpolicella un po’ raffazzonato, rinforzato”, con quella aggiunta in fermentazione delle vinacce dell’Amarone. Ecco, magari salvavo il piuttosto raro Recioto. Poi, fortunatamente, negli anni gli assaggi e un po’ di conoscenza mi hanno riportato sulla retta via di un giudizio che riconosce la qualità e l’originalità di questi vini (ricordo la prima bottiglia assaggiata di un Valpolicella Superiore d’autore come una rivelazione per la finezza impalpabile).  Eppure – sarà che sono cresciuto a Sangiovese toscano e a Nebbiolo – ho sempre creduto che un vino per essere grande debba avere anche una buona capacità di invecchiamento; caratteristica che davo scontata per l’Amarone viste le sue caratteristiche strutturali e le relativamente frequenti occasioni di verifica, meno per i suoi fratellini minori. E allora chi lo avrebbe detto di trovare un Valpolicella del 2004, seppur Ripasso Superiore, in condizioni così smaglianti? Certo denuncia la sua età  – quasi 12 anni- nel colore granato impenetrabile. Disegna sul calice lacrime fitte, lente e persistenti: vino materico anche solo a riguardarlo. Se alla vista t’incuriosisce, inevitabile portarlo al naso: gli scopri un profumo molto intenso e personale, che alla frutta rossa appassita (ma, bada bene, non ridotta a marmellata) abbina un grande senso freschezza ed una speziatura abbondante di noce moscata e chiodo di garofano e persino tocco di zafferano (ohibò? In un rosso? Sogno o son desto?); poi sottobosco: intendo dire: foglie secche bagnate, humus, e note quasi balsamiche. Certo: anche qui ci sono i segni di una maturità, ma ben portata, affascinante. Allora non resta che l’assaggio. Perdonami, amico o amica che mi leggi, il gergo da assaggiatore grossolano, ma questa volta lo devo proprio usare: una bocca carnosa. Intendo dire che è il senso voluttuoso, la matericità docile e morbida che deliziano in questo vino il tuo palato. Il suo residuo zuccherino è evidente, quasi da vino del nuovo mondo,  ma lo bilancia alla perfezione un’acidità che è ancora sorprendentemente molto alta seppur avvolta in così tanto corpo. Anche il tannino: sì, più abbondante della media e solido più che fine, ma senza spigoli. Campo aperto, insomma, a un’ intensità gustativa notevole e in equilibrio tra frutta e incensi, con ritorni balsamici nel finale lungo che chiude piacevolmente amaricante sul sapore di tabacco, appena un po’ alcolico. Passami – amico, amica mia- un paragone sopra le righe: col suo stare in equilibrio tra freschezza e ricchezza mi sembra quasi un gelato cremoso ai frutti di bosco, che abbia però anche gli aromi e i sapori terziari dell’invecchiamento, e non puoi fare altro che tuffarci la lingua. Vino, mi piace pensare, femminile: una donna  dalle forme un po’ abbondanti, ma sensualissima; la promessa di un peccato, con una gran dama vestita di nero in un palazzo storico e signorile; e con un’inconfondibile parlata veneta: quella cantilena che sa essere avvolgente e gentile. L’avevo compagno per rallegrarci una cena: notevole su un petto anatra arrosto; e anche più su spiedini di polenta e salsiccia.

Marzemino Belvedere 2010 Ca’ Lustra, 13,5 gradi

“Versa il vino – eccellente Marzemino!”: difficile sfuggire questa citazione celeberrima del Don Giovanni di Mozart. Non si sa con esattezza di che Marzemino parlasse il librettista Lorenzo da Ponte, da dove provenisse e se fosse secco o dolce, mosso o fermo. Uva autoctona che godeva di particolari favori a cavallo tra il Sette e l’Ottocento, il marzemino ebbe la sua patria quasi sicuramente nel nord-est, forse nel Veneto, e da lì si diffuse in zone lontane, addirittura in Sardegna ed in Chianti, per poi scomparirvi. Oggi è la Vallagarina trentina a guidare per quantità e qualità diffusa.
Eppure per capire e amare il Marzemino io proprio in Veneto sono dovuto tornare, su quei Colli Euganei dove nasce il vino di Ca’ Lustra. Vedili -amico, amica che mi leggi- dopo la vendemmia, quando una pace agreste sembra riconquistare gli spazi tra i filari che ingialliscono, quando il silenzio risuona sulle coste boscose e su quei poggi e crinali punteggiati di ville antiche e fiabesche. Vedile -amico, amica che mi leggi- arcane sotto la luce delle stelle ed immagina le fughe di Don Giovanni stesso dal letto di un’amante all’altra, una carrozza che corre indemoniata nella notte scura alla fiamma delle torce, dalla Villa dei Vescovi al Castello di Lispida, e poi giù lungo la riva del Brenta.  Un’intuizione che ebbe anni addietro anche il regista Joseph Losey, quando ambientò il suo Don Giovanni tra le ville palladiane.
Marzemino: e già nel suono del nome del vino sta la sua sigla, uno scintillante e gioioso inno alla vita. Perché a distanza di cinque anni dalla vendemmia è ancora giovane, rubino fitto e molto luminoso, con archetti strettamente ritmati e consistenti, ed al tuo naso si presenta con tanta frutta rossa e nera, fresca, mirtilli e prugne rosse; assai pepato, persino balsamico di alloro e mirto, con appena un tocco selvatico di pelle bagnata. In bocca è un alternarsi di baci e ripicche, di slanci e capricci, come le baruffe degli amanti: ti sorprenderà il suo tannino, non tanto per la quantità che è media, ma per la qualità terrosa in un contesto altrimenti fresco e liscio, di trama quasi setosa, corposa e succosa ma soprattutto naturale e sciolta, flessibile;  ancora lo troverai conciliante con un’acidità  poco più che media, ma di gusto assai salino, che contrasta con la spiccata ammaliante ricchezza e dolcezza di frutti, per un sapore molto concentrato ma reattivo, che si prolunga in una lunghezza giusta, ma soprattutto ben sfumata. Potresti dirlo molto piacevole, più docile e sorridente di un Cabernet e più vispo e allegro di un Merlot; e nel lodarlo lo definiresti anche gastronomico; ma ancora poco o nulla diresti del suo carattere. È che questo Marzemino, così pieno a centro bocca che lo vorresti addentare, così subito duttile poi da sfuggirti, così giocosamente speziato, morbido e ruvido, ha la stessa sensualità allegra e rustica della Zerlina mozartiana, la giovanissima amante contadina: laddove Don Giovanni è il seduttore raffinato e freddamente intellettuale, l’altra è l’Eros naturale e istintivo; l’uno corre verso un baratro di morte, l’altra celebra la vita.

Fior d’Arancio colli Euganei DOCG 2014, Maeli, 6 gradi.

Se hai sfogliato i quotidiani e certi periodici, avrai magari letto di questa azienda e di questo vino, perché è stato premiato a sorpresa ( insieme al suo fratello dell’annata 2013) in rilevantissimi concorsi internazionali. La notizia è passata con un certo rilievo, credo anche per radio e persino in televisione. “Come? Un moscato spumante in vetta alle classifiche mondiali, e non uno dell’Astigiano!”.
I verdetti dei concorsi, si sà, non sono il Vangelo, ma aiutano senz’altro ad accendere le luci della ribalta: nulla di male e tutto di bene.
Ma se tu – amico, amica che mi leggi – vuoi capire questo vino e questa azienda, devi andar lassù sul Monte Pirio tra quelle vigne ripide: fatti raccontare la storia dalla voce del vento che sempre le batte, tendi l’orecchio al frusciare dei pampini ed al respiro della zolla. Lassù tra quelle marne che si sfaldano, tra le trachiti che emergono come vene dalla pelle di un gigante. Lassù, dove la pianura industriosa si domina dall’alto, così lontana e muta nella distanza che la potresti anche dimenticare, e con essa tutti gli affanni e le pene: persino gli splendori rinascimentali di Villa Vescovi appaiono remoti ed il collegamento visivo rimanda solo ad una fuga dagli sfarzi di una corte verso le semplici gioie di un’arcadia perduta. Lascia che quel luogo non isolato ma solitario ti parli la storia di vigne vecchie abbandonate, che nei rovi avevano perduta la loro strada e cullavano l’attesa di una rinascita; del loro recupero faticoso, come di un mosaico a tasselli che andava ricomposto in una visione unitaria, tali e tante erano le varietà e le parcellizzazioni; degli esperimenti sofferti, per capire che cosa il territorio potesse dare; delle acrobazie per vinificare in spazi non propri; della mancanza di fondi e di visioni condivise; di tanto lavoro umile, sordo e testardo, con le degustazioni che si alternavano -absit injuria verbis- alla pulizia dei servizi; di momenti tutt’altro che patinati, prima del riconoscimento e di una certa stabilità societaria. Non ti nascondo: l’amicizia mi lega a chi conduce l’azienda, persona gentile; e questo Fior d’Arancio e’ anzitutto la storia del suo innamoramento per quelle vigne.
Percio’ con gioia sempre nuova apro questo vino, perché è vino della gioia: quella ingenua, infantile, che si provava a Natale all’apertura dei regali, quando il valore materiale non aveva alcuna importanza. Eccolo qui, paglierino chiaro chiaro con riflessi dorati, colle bolle delicate, fini e continue, con gli aromi intensi e iridescenti, accattivanti nella combinazione di freschezza e ricchezza. Salvia, frutta fresca a polpa bianca, fiori d’arancio (ma dai! per una volta, nella tipicità, l’origine dei nomi e’ chiara), ginestre, un nota generale muschiata molto lieve che trascolora e dopo poco ricorda maggiormente l’erba selvatica. Ancora più appagante in bocca, dove entra ricco, persino voluminoso per la tipologia – anzi, declinando meglio: corposo, morbido, carezzevole ma stuzzicante. Decisamente dolce, soprattutto però -ed ė ciò che più conta- al centro bocca ė molto salato, giocando su questo contrasto il suo contrappunto interno. Il sapore è concentrato ma arioso, un’acidità continua lo sostiene vivido e molto lungo al sorso, ma senza puntature. Forse non è sontuoso come il 2013 (meraviglioso, oggi), ma ha forza abbastanza per longevità e abbinamenti arditi, risultando magari perfino un poco più flessibile del precedente perché meno protagonista: sarà un peccato -amico, amica che mi leggi- se vorrai limitarlo al dessert. Potrai stapparlo oggi anche per brindare a questa bella storia italica, frutto di caparbietà e di fortuna, ma non parliamo di lieto fine: se conosci il vino, sai quante perle di sudore e di pianto stanno dietro ogni sua goccia; ed ogni vendemmia ė un giro di ruota.

Venissa, o L’oro di Venezia.

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Preludio
Svegliarsi una mattina presto, le finestre appannate per il freddo, mentre fuori e’ ancora buio. Le 5 e 30. Il silenzio sull’aia e l’aria secca dopo tutta la pioggia di ieri. Metti in moto l’auto per un viaggio di poche centinaia di chilometri, ma nella tua testa e’ come partissi per l’Oriente: Venezia la grande, Venezia la magica, Venezia la sensuale, Venezia la Serenissima. Quella la tua meta mentre scivoli veloce sull’asfalto, nessuno intorno, con le prime luci di un’alba serena che sfiorano le foglie dei vivai di Pistoia, e già lasci Firenze intorpidita alla tua destra per salire solitario le balze dell’Appennino. Li’ tu poni una distanza e già entri nella dimensione del sogno: la neve che ieri ti ha precluso il viaggio ora ammanta i poggi e le cime in un candore irreale ed immoto, disperdendo la tua vista nella rifrazione luminosa di mille prospettive, quasi levando identità al sopra e al sotto, alla destra e alla sinistra. Altre auto non ce n’è. Cerbiatti guardinghi lasciano orme al bordo della strada e subito si rifugiano nei boschi. Intanto maestosa sorge la luce ed illumina il giorno e gli alberi senza foglie che il ghiaccio riduce a creazioni d’orafo; già si vede Bologna. Sono quelle mattine tra Natale e Capodanno quando tutto sembra più lento e silente. Te ne sorprendi  che ormai sei già oltre la Bassa e i campi neri di Rovigo, prossimo all’aeroporto di Venezia, mentre guardi il luccichio dell’asfalto vuoto laddove abitualmente e’ la ressa; e improvviso nel cielo intuisci il mare. Giungi infine a un cantiere lagunare che puoi immaginare solitamente animato, ma stamani e’ deserto, le nostre voci sole che riverberano sui capannoni e sui tralicci delle gru e degli argani.

Atto I – Sulla Laguna
Intanto si è fatto giorno, un’idea di tepore si dipana a dispetto dei nostri guanti e delle nostre sciarpe. Poca attesa, un suv argento e lindo si avvicina con un fruscio leggero di marca giapponese: Gianluca Bisol e sua moglie Laura. Per l’appassionato di vino Gianluca Bisol non ha bisogno di presentazioni: con la sua famiglia forse il massimo produttore di Prosecco, se pensiamo alla qualità espressa per un numero impressionante di bottiglie (2 milioni secondo la guida Bibenda del 2014), declinate in una estrema varietà ed originalità di proposte (metodi classici inclusi) e con una ricercatissima cura anche nella loro confezione.
Pochi passi e già siamo sul pontile, un motoscafo ci aspetta e lentamente lascia gli ormeggi muovendosi rispettoso tra i canneti di un canale, increspando appena lo specchio fermo dell’acqua scura. Laggiù, in Laguna, giace l’Isola di Mazzorbo, la’ c’è Venissa.
Scruto intanto Gianluca: comuni amici mi hanno parlato di lui da tempo, ma per me è il primo incontro e sono sempre un po’ guardingo -non prevenuto- verso chi gode di una certa notorietà. All’apparenza: baffi invidiabili e impeccabili, vesti ricercate e morbide da dandy; ma è oltre che bisogna guardare per definire la persona. I modi sono semplici, pacati, alla mano, naturali: non gioca né in attacco, ne’ in difesa; si capisce che è uomo di mondo, ma ha un’affabilità ed un’immediatezza che nulla concede alla vanità e ad un’esteriorità vuota. Piuttosto lo diresti un’esteta: guardalo mentre si gode la vista della Laguna dalla poppa aperta del motoscafo, malgrado l’aria con la velocità si faccia pungente, mentre ti spiega con passione e ti indica gli isolotti, le chiese i campanili e ti racconta con competenza e amore della Basilica di Torcello. La Laguna e’ un mondo a se’, silente e sospeso: quasi rimpiangi di non avvicinarti più lentamente alla tua meta, adagio, senza suono alcuno di motore, ma piuttosto con lo sciabordare di uno scafo di legno, dei tonfi lenti di un vogar di remi, su un barchino od una gondola nera, come tu fossi Casanova redivivo che va incontro a un’amante, coperto da un tabarro scuro ed una maschera a celarne le sembianze, dilatando così il tempo e lo spazio nel momento infinito di un’attesa. Perché in Laguna sono il cielo e le acque aperte a definire la misura del tempo; la luce del sole, della luna e delle stelle pallide lancette o piuttosto scarpette di cristallo che danzano le ore. L’oggi potrebbe esser ieri, il domani un passato di mille e una notte. Vi è una grandiosità intima nell’immenso spazio delle acque e in questo cielo, che solo le Alpi lontane e innevate interrompono come un ricamo da settentrione; la loro vista contrasta con i richiami salmastri dell’olfatto.

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 Vi sono tratti selvaggi: gli isolotti coperti di piante lacustri a formare macchie intricate, dalle quali si alzano in volo i cormorani in stormi, solitari i gheppi; timide vi si nascondono le garzette, osservate dai gabbiani curiosi che stazionano sui pali che segnano la navigazione. Lo sai tu che un tempo molti di questi isolotti erano ordinate colture, per provvedere di insalate e frutta le mense veneziane? Di qui il cibo del popolo berciante e dei raffinati signori, fin sulla tavola del doge. Di qui si son nutrite la pittura di Canaletto, la musica di Vivaldi, il teatro di Goldoni: dei doni faticosi di queste terre-non terre, salse ed instabili. Non ultime, c’erano in abbondanza le vigne, per mangiarne uva e berne vino. Venezia: ti appare laggiù sullo sfondo, lontana e bassa sul l’orizzonte come uno scenario visto dalle ultime file della platea; in uno scintillio al sole delle undici dei suoi mille campanili e cupole e palazzi, marmi che nella distanza sembrano cristalli e trine preziose, materia naturale ed insieme meravigliosa, forse un miraggio. 

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Così nella distanza ti appare ancora più desiderabile, come signora irraggiungibile, e ne immagini la vita nei campielli, nelle osterie, nei caffè, i banchi colorati dei tanti mercati, lo sciacquio dei canali e delle fondamenta percosse; ancora più bella nella mente, più vera, distillata nella sua essenza; ma è solo un momento: il motoscafo rallenta ed attracca.

Atto II – A Mazzorbo
Quante volte hai guardato scalini in pietra simili a quelli che oggi sali sbarcando, e gli anelli di ferro ai quali si fissano le cime, immaginando come le antiche dame tendessero la mano ai loro cavalieri per partecipare a un ballo in maschera nella Venezia più monumentale, ammirate tra il frastuono del volgo; scene che oggi magari si ripetono con le dive all’epoca della Biennale. Qui a Mazzorbo, invece, la dimensione e’ felicemente domestica. Poche anime percorrono la riva che fronteggia un’altra isola pressoché disabitata, pochi i suoni se non di vaporetti lontani o dell’affaccendarsi di qualche operaio o massaia. Le case sono basse, colorate, senza alcuno sfarzo di marmi. Fili di fumo lenti da qualche comignolo e nell’aria pura già si insinua piacevole un buon odore di cucina. Si ha la sensazione di un angolo appartato, volutamente periferico, ideale per fuggire: incontro all’amore o lontano dal passato poco importa, tutto propizia il ristoro della mente e del cuore. Stupisce apprendere che fino al X secolo fosse tra i più importanti insediamenti lagunari, più ancora di Venezia: Maiurbium, Magna Urbs, Città Maggiore, addirittura. Venezia l’affamata, se è vero che fin chiese e palazzi furono smontati per nutrire la città che si ingrandiva, le pietre portando sui barconi ai nuovi cantieri, lasciando qui gli orti.

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Gianluca Bisol nel suo appassionato passeggiare per Venezia scopri’ qui venendo da Torcello un luogo e se ne lascio’ stregare: un vecchio brolo -cioè un orto circondato da un muro- assai trascurato, con alcuni locali annessi,  proprietà del Comune di Venezia, probabilmente un tempo parte del complesso della chiesa perduta di San Michele Arcangelo. Nel contempo noto’ alcune vecchie piante di vite che qualcuno ancora curava, si informo’ e apprese che anticamente un laguna si faceva vino in quantità per i veneziani. Se poi i commerci, a cominciare da quelli con l’Oriente greco, l’avevano via via nei secoli soppiantato, tuttavia alcuni vigneti erano coltivati fino a quell’inverno del 1966: se l’Arno sommerse Firenze, l’acqua alta in Laguna lascio’ le poche vigne troppo a lungo invase di acqua salata: per alcune ore le piante avevano imparato a resistere, ma quella volta furono troppe: ventidue. Puff! Svanita una storia millenaria. O quasi: pochi vignaioli resistenti a salvare le residue piante. Tanto si innamoro’ Bisol di quel brolo e di quella storia, che si immagino’ di far rivivere il vino di Venezia. Nella sua mente aveva un piccolo hotel, ma di pregio, accogliente e ricercato; un ristorante prestigioso, con i migliori chef ed il chiaro obbiettivo delle stelle Michelin; magari anche una vineria, per “un cicchetto e un’ombra”; insomma, una bella vetrina in Venezia per l’azienda Bisol. Soprattutto, però, l’idea di piantare una vigna in quegli 0,8 ettari, con le barbatelle che qualcuno in zona gli poteva ancora fornire di uva dorona, una antica varietà a bacca bianca  delle isole della Laguna veneziana, e farne un vino di pregio. 

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Così, si armo’ di pazienza e parti’ con il progetto alla mano per convincere le autorità locali a concedergli lo spazio in concessione, affrontando tutte le trafile burocratiche e le resistenze del caso, che si possono immaginare: in fondo lui è un “foresto”, veneto ma non veneziano. Piccole beghe magari, ma tra permessi, concorsi e lavori si tratta di un progetto durato anni; e la mera esecuzione, senza dubbio il meno. Quando chiedo a Gianluca quanti maldipancia gli sia costato e gli costi questo progetto, risponde con un sorriso rassegnato. D’altra parte, aggiungo io, diceva Enzo Ferrari che: “Gli Italiani perdonano tutto, tranne il successo.”…

Atto III – A Venissa
“aah Venezia, aah Venissa, aah Venusia” e’ una citazione da “ Il Filo’ ” del poeta Andrea Zanzotto. Venezia come Venus: Venere, la dea del piacere.
A Venissa si entra direttamente dalla riva che guarda il canale attraverso un piccolo pertugio più che una vera porta, che si apre nella riga ininterrotta dei muri e delle case; basso, che quasi ti sembra di dover chinar la testa, come entrando nelle parti più sacre delle chiese ortodosse. Una piccola corte ordinata, poi subito svoltando a sinistra si apre il quadrato del brolo. Vigna o giardino? Perché la proporzione perfetta del vecchio muro, il susseguirsi regolare e fitto delle viti e dei filari inerbiti, le rose, la peschiera per regolare il regime delle acque, la zona lasciata ad orto, tutto concorre a evocare più gli spazi di un giardino all’italiana che quelli agricoli, dove il portico del ristorante controcanta il punto di fuga ideale che è il residuo trecentesco campanile di San Michele, che evoca quello celebre di San Marco nel modello elegante e affusolato, ma è molto più piccolo, rustico, leggermente inclinato dagli anni e dai cedimenti del terreno. L’ordine stesso delle piante, qui,rimanda più all’arte topiaria che all’agraria. 

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Certo, c’è la veranda luminosa del ristorante stellato; le sei stanze d’albergo minimaliste ma calde grazie al recupero dei materiali antichi: mattone e legno; la sala riunioni attrezzata di tutto punto; ma il cuore di Venissa e’ in questo lembo verde, dove per secoli generazioni di veneziani hanno coltivato le viti strappando il suolo con dedizione caparbia al sale bagnato della Laguna, ciascuno con la sua storia, i suoi sogni, le sue gioie e le sue sofferenze; uniche, irripetibili, eppure sempre uguali, da che l’uomo posa il piede sulla terra. Qui dove sembra che il mondo resti tagliato fuori e con esso tutte le sue preoccupazioni. Qui dove si cela ai turisti di Venezia un cuore antico e agreste, solo che lo si voglia con pazienza e curiosità scoprire. Qui dove abbandono e rinascita si fondono naturali, come il batter d’ali della fenice.  Qui dove tra acqua e terra e’ solo un muro, fragile come un castello di carte, labile come il confine tra conscio ed inconscio. Qui  dove “stare” e “fluire” si annullano nel circolo perfetto di quest’orto concluso.

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Queste zolle sono figlie del mare e dei sedimenti dei fiumi: limo, sabbia ed una quantità sorprendente di calcare (poca sorpresa, forse: quante conchiglie si saranno depositate e disciolte qui nei millenni?). Senza contare che l’acqua della laguna invade la vigna una decina di volte l’anno, lasciando un corredo di sali e di microrganismi. Quasi dettagli, però, perdono importanza di fronte alla bellezza che riempie gli occhi; solo il freddo di fine dicembre invita a rientrare, rimirando nuovamente le viti ancora piuttosto giovani.

Atto IV – Il Venissa
Si torna al tepore dell’interno di Venissa attraverso il portico. Tutto è pulito, ordinato, i tavoli della vineria  apparecchiati con eleganza e distinzione, senza eccessi. Mentre ci accomodiamo nella sala riunioni, alta e spaziosa come una chiesa (probabilmente un ex magazzino) chiedo a Gianluca qualche notizia in più sul vino e sulla vigna: la resa per ettaro e’ bassissima, 35 quintali, in parte per come è stato impostato il nuovo vigneto con lo scopo di ottenere un vino di pregio,  in parte per la salinita’ stessa del terreno. Al momento della vendemmia l’uva viene deposta in piccoli contenitori separando le diverse porzioni di vigneto, poi portata in tutta fretta e al riparo dal calore in cantina per la vinificazione. Dove? A Montalcino! Non ti stupire: il fratello di Gianluca, Desiderio, con Roberto Cipresso hanno lavorato per anni al progetto di questo vino e Cipresso possiede a Montalcino una cantina adatta alle micro vinificazioni. La dorona, ricordata già in testi quattrocenteschi, ha buccia spessa e si presta ad essere vinificata come un rosso importante, con una macerazione sulle bucce lunga, di 30 giorni. Affina poi in vetro. La sua bottiglia da mezzo litro soltanto e’ una piccola opera d’arte, con una foglia d’oro sottilissima fusa nel vetro, incisa e numerata a mano di bulino, opera fine di ingegno e maestranze locali. La sua forma e’ armoniosa, moderna ma allo stesso antica, con le spalle più larghe della base ed il collo corto e diritto, ricorda certi recipienti arcaici che si vedono nei musei. Certo contribuisce al fascino del prodotto, inteso come vino oggetto da ricercare, da possedere, da conservare, perfino da esibire. Meno di quattromila bottiglie per la seconda annata, la 2011. 

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Però tu potresti storcere il naso: tutto bello, un vigneto unico e ricco di storia, una bottiglia di prestigio, ma il vino com’è? O si tratta solo del capriccio di un imprenditore per soddisfare  altri capricci di facoltosi clienti? O di un oggetto solo bello da maneggiare, da conservare nella sua cassetta lignea che pare opera di ebanista, e da aprire in qualche occasione per stupire gli amici sciorinando nomi altisonanti e vantandone la rarità estrema, l’origine esotica? “Il vino di Venezia” e’ una formula magica che più aprire porte in tutto il mondo, e’ evidente. Però quando Gianluca Bisol ci porge i calici affusolati ed il vino, lentamente, scende a riempirli e’ come una luce che squarcia il buio: il Venissa brilla nella penombra della vasta sala, giallo dorato profondissimo, carico e maturo, tuttavia giovane e pieno di vita, quella che è là fuori della ampia porta a vetri che dà sulla riva e sul canale, la vita delle acque che non sono mai ferme, in questo angolo veneto e latino, ma che al tempo stesso e’ profondamente mediterraneo e orientale. Mai smetteresti di guardarlo nella sua bellezza, nel suo ondeggiare indolente e viscoso, rotondo, che lascia come un velo di dama sensuale dietro a se’. Danza lenta la sua, un po’ araba e un po’ sarabanda, che ipnotica ti suggerisce di attendere, di rallentare, di aprire le porte ad un tempo diverso e lasciarlo entrare. All’olfatto, però, la rivelazione: qui hai certo da un lato i familiari riferimenti a frutti agrumati, maturi e perfino canditi, allo splendore delle arance; però hai in più un’evocazione potente di spezie orientali, raffinata, contrappuntata, che mantiene l’aroma dinamico e leggero. Una sensazione di naturalezza ricercata, raffinata, ricca di suo, senza far ricorso a legni nuovi, ma con l’evidenza della forza del suolo e dell’uva. Soprattutto trovi in lui un aroma che richiama distintamente la voce della Laguna, quel senso di salmastro, di vegetazione, di terra umida, che si fa malinconica in inverno, gioiosa a primavera, abbacinante d’estate, accogliente l’autunno. Ahimè non aver preso appunti quel giorno, per fissare tutte le percezioni e le emozioni degli aromi di questo vino! Solo la memoria a sostenere il mio ricordo di un corpo avvolgente, ampio e quasi indolente nell’incedere, come al primo meriggiare d’agosto, sotto il solleone, lenta si avanza una gondola nei canali, ondeggiando un poco, appena sospinta dalla vogata, sotto i panni stesi ad asciugare immoti nell’assenza di vento; ma che mantiene vivissima una dimensione di moto, un continuo cangiare sul palato che è come la marea che scende e che sale, zone diverse di volta in volta sollecitando. È che sotto, nascosta come pietra preziosa – gli esperti direbbero “integrata” – c’è un’acidità vivida che lo sospinge e lo rafforza, che guarderà agli anni a venire con l’increspatura di un sorriso. Carezzevole ed insieme consistente per un’ombra appena di tannini, e’ un vino che parla di Laguna, a suo modo estremo, concluso in se’ senza smanie di piacere; anche opulento, restando però secco, senza derive al gusto facile di un abboccato. Vino con le radici profondamente salde nella terra che lo ha generato e nella sua storia, che fa cadere ogni dubbio o perplessità: lo vinifichino pure a Montalcino o a Canicattì, lo vestano della più ricercata delle bottiglie o lo travasino in un bricco smaltato, questo è uno dei massimi vini bianchi che mi sia stato dato di assaggiare, comprendendo i grandi di Borgogna nella lista e gli Alsaziani ed i Renani, con un’identità così marcata che può anche respingere chi adagia il suo gusto su schemi risaputi. Il Venissa 2011 ti spiazza: ti soddisfa e permane lunghissimo ma lo bevi e ne riberresti; in tavola e lui illumina e nobilita della sua luce dorata ogni cibo, eppure è tale che ti fermeresti solo con lui, per accompagnare una tua interna meditazione, il ricordo di un tuo sogno. Ecco che mentre lo bevo chiudo gli occhi e ritorno bambino, per mano di mio padre e mia madre, la prima volta a Venezia, la nella Basilica di San Marco: intorno, tra il brusio della gente, uno stupore di mosaici d’oro fino a sopraffarmi, oro ovunque riverberando le sue tessere minute, ed intanto salivano alle volte dorate canti che mi parevano arcani e i fumi balsamici degli incensi, annebbiandomi la mente e tutto confondendo, ancora, nell’oro, che diveniva assoluto, definitivo. Riapro gli occhi e risono a Venissa: fuori una famigliola intravedo passeggiare, qui attorno ancora gli amici. Guardo Gianluca Bisol e capisco: non è semplicemente un esteta quest’uomo, o un mecenate che riporta a splendere una realtà decaduta lasciando zone d’orto agli anziani del luogo e l’accesso libero alla vigna, o un’abile uomo d’impresa e comunicatore; ma una persona alla quale la sorte ha concesso, pur tra difficoltà e preoccupazioni, di conservare in fondo all’animo il bambino che insegue i suoi sogni. E con un gesto deciso quel bambino impone inequivocabilmente la storia più vera di Venezia al mondo.

Dopo l’opera, nel foyer.
Io il Venissa 2011 me lo porto in tavola. Troppo buono: devo lasciargli il suo tempo e centellinarlo. Anni addietro avevo assaggiato il 2010: non mi aveva convinto in pieno (magari lui era troppo giovane,  magari io ero troppo giovane), ma questo mi pare straordinario. I Bisol ci ospitano nella Vineria: cibo delizioso, vini deliziosi che richiederebbero un racconto a parte, quelli di Bisol e quelli dei soci Lunelli, applausi;  più altri aperti ed offerti per il piacere di condividere l’assaggio e di scambiarsi un’idea, tra i quali un eccelso Amalfi Fiorduva di Marisa Cuomo. Pranzo del quale però mi resta suprattutto la misura di Gianluca e Laura: l’apertura equilibrata, la pacatezza dei giudizi, la ferma cortesia, la consapevolezza sicura di chi guarda il mondo con ferme radici. In un detto: la signorilità. Si fa presto sera in buona compagnia ed a fine dicembre le notti arrivan presto. Il motoscafo ci raccoglie che già cala il buio, Venissa si allontana come un sogno, fino a ridursi puntino luminoso in fondo alla scia della barca. Il tempo di un ultimo respiro dell’aria di Laguna, per depositarne nella memoria il fiato. In moto, vecchia Alfa! Si riparte per Gorizia, si va verso il Collio.

Prosecco Extra Dry Treviso DOC, Salatin, L 146.14, 11 gradi.


Stasera a tavola ho voluto fare l’arcitaliano, o meglio, l’arcitaliano all’estero, combinando in cucina trenette Voiello, ricotta salata, pomodori ciliegini, basilico tritato, olio extravergine di Poggibonsi (Ormanni, fattoria benemerita) secondo una filosofia che se da un lato e’ quella dei nonni ( ho usato ciò che avevo in casa), dall’altra sta a metà con quel certo fusion che i cuochi alla Jamie Oliver spacciano per autenticamente nostrale. Allora la dico tutta: i pomodori erano del Kent ed anche il basilico era inglesissimo (e, l’ammetto, profumatissimo). Per concludere l’opera ho messo in tavola una bottiglia di Prosecco comprato da Majestic: non sono mai stato tanto vicino ad un luogo comune. Il Prosecco sta conoscendo una splendida primavera di vendite, in UK, in USA, in ogni dove. E questo di Salatin? Bene, e’ migliore di tanti che ho assaggiato e che si trovano correntemente sia in Italia che fuori, malgrado lo produca una azienda che sento nominare solo oggi per la prima volta. Bianco carta, con una spuma cremosissima, profumi delicati ma puliti di uva bianca, limone, fiori di sambuca, melone, pesca, tocchi appena di salvia e basilico, e’ il ritratto di ciò che un buon prosecco – non uno eccezionale – dovrebbe garantire. Si aggiunga una bocca piacevolissima, di discreta persistenza ma soprattutto di trama morbida, rara, carezzevole e bellissima: l’acidità e’ rinfrescante e abbondante, ma tutt’altro che aggressiva anche se ti fa salivare per parecchi minuti, perché il residuo zuccherino l’avvolge di una benvenuta morbidezza, che sa stare sul filo come un’equilibrista senza cadere e sa non esser, mai, stucchevole; l’aiuta una spinta salina che ti stuzzica i lati e il lato inferiore della lingua…ma può essere diversamente, se il produttore si chiama Salatin?
Ecco che allora, a te che mi leggi, lo consiglio certo per l’aperitivo, o per un antipasto o un primo di pesce; ma, perché no, sulle verdurine fritte croccanti, o su salumi non troppo stagionati e un po’ grassini; meglio se codeste vivande le godrai su una spiaggia, alla luce della luna o di una pallida candela o dell’ultimo tramonto, con gli amici o con una donna con la quale non devi curarti di insistere, ma solo di amarla.

La Grola Veronese IGT 2010, Allegrini, 13,5 gradi.


Chi volesse scrivere un libro sulla storia del vino in Italia realizzerebbe un’opera meritoria: in un altro Paese gli regalerebbe l’immortalità presso i posteri, ma da noi…Terra d’oblio, la nostra; ahimè. Eppure sarebbe un lavoro di interesse estremo, capace di raccontare le vicende della Penisola da un punto di vista laterale, ma autentico: fatto di mani, di genti, di commerci, di sudori, di corsi e ricorsi. Si prenda infatti un volume antico, di bellezza struggente: “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli, edito da Canesi -correva l’anno 1961 e all’epoca nessuno parlava e scriveva di vino o di produzioni locali- ecco il ritratto di un’Italia perduta, un catalogo delle terre e dei loro vini, realizzato ben prima che nascesse l’istituto delle DOC e DOCG (…e con quali lacune, d’altra parte), dove sono indicate le caratteristiche organolettiche e chimico-fisiche dei vini zona per zona, segnando i comuni, le frazioni dove venivano più buoni secondo dettami e tecniche contadine, naturali, senza filtri e trucchi, per una discendenza di tradizione. Eppure erano quelli gli anni dell’affermazione del vino industriale, dell’omologazione dei sapori che piallava secoli e millenni di cultura. Poi, piano piano, la reazione e la redenzione: rinascono i vini italiani pensati per esprimere una qualità eccelsa e le legati fin nel nome al loro luogo, irrompono il Bricco dell’Uccellone, il Tignanello, il Sassicaia, il Terra di Lavoro, e via via, la strada accidentata di un inarrestabile rinascimento. Balziamo a cavallo degli anni ‘70 e ’80, in Valpolicella, quando le produzioni locali erano massificate per una qualità scarsissima, abbeverando grossolanamente impiegati, operai e turisti, magari quei discendenti stessi di chi aveva abbandonato le vigne per la fabbrica, eccezion facendo -diamine- per poche piccole realtà. Giovanni Allegrini ha un sogno, che si si chiama la Grola: una collina, un vigneto vocatissimo, dal quale si dice nascesse la stessa uva corvina, il vitigno simbolo delle zona. Egli ne creo’ un vino, nell’anno 1983, associando appunto le tradizionali corvina e oseleta al sirah, e ricercando una qualità altissima: in etichetta il nome del luogo, orgogliosamente menzionato come “nobile e storico podere”, ed infatti lo di cita già in testi ottocenteschi. Si badi: non una produzione artigianale, giacché oggi se ne rilasciano annualmente 200.000 bottiglie; eppure, io l’amo per il suo essere così intrinsecamente, scopertamente veneto, a dispetto della presenza di un’uva internazionale; perché è proprio un Valpolicella, sia pure di livello superiore e sebbene non si fregi della DOCG. Eccolo nel calice pienamente rubino e trasparente, con pochi riflessi ancora purpurei, rilasciare archetti rapidi quanto fitti. Ed e’ subito al naso, intenso e croccante: fragole di bosco e mirtillo e prugna (e’ finanche un po’ ruffiano: pare quasi una crostata), e tabacco e cacao e pepe, e accenti balsamici di menta piperita, fresco e diretto ma non sfacciato, quasi diremmo canterino come i merli a primavera. Succoso e gustoso in bocca, vellutato e ricco di frutto, con tocchi dolci -appena appena- di vaniglia, ha nel suo corpo un equilibrio tra prestanza e leggerezza, freschezza e calore, quasi gli opposti cozzassero a produrre scintille; acidità spiccata e vivida, ma doma, tannini fini e rotondi ma non abbondanti, per una consistenza sul palato vellutata, tesa ma senza nervosismi, appena un po’ piacevolmente rugosa al centro della lingua, come quando un micio ti lecca le dita; con quella grazia dolce e sorridente di una ciacola veneta, delle sue morbide donne, della sua arte coloristica e riposata: le dame ricche del Veronese e i suoi cieli azzurri con le nuvole vaporose, le carni candide ma calde delle Veneri di Tiziano, i paesaggi fatati e fantasiosi di Cima da Conegliano, i colonnati armonici del Palladio. Avesse un tocco in più di complessità e persistenza sarebbe un calice divino; ma va bene così: giocato più sull’eleganza che sulla forza, puoi trovarlo in ogni dove e perfino in aeroporto a meno di venti euro, e ce n’è abbastanza per esserne orgogliosi. Inoltre è vivo, perché cambia nel tuo bicchiere di minuto in minuto, lasciandoti immaginare curioso le sue evoluzioni future. Io l’ho goduto su un piatto semplicissimo di straccetti di petto di pollo rifatti con un battuto di cipolla ed extravergine in padella, abbinamento facile di piacere perfetto; ma come starebbe bene, io credo, con dei bocconcini di vitello in umido!

Per saperne di più: http://website.allegrini.it/it/index.php

Rosso Fenice Colli Euganei DOC 2009, Tenuta San Basilio, 14,5 gradi .


Ti puoi perdere nella sua tinta quasi purpurea, scura come sangue di bue, pressocche’ impenetrabile: tinta di ricchezza opulenta, senza compromessi, senza incertezze. Puoi deliziarti l’olfatto con pienezza e decisione di aromi, classici di pregevole blend di uve bordolesi: frutti di bosco neri, speziatura fine, liquerizia amara in scaglie fini, tabacco di sigaro cubano, preziosi legni e incensi. Ti puoi appagare il palato col suo sorso pieno, tornito, sensuale, morbido, di stoffa tannica fitta e fine, acido quel tanto che basta per un’ultimo, rinfrescante sorso, prima di una lunghissima scia di sapore. Cosi’ muscoloso, cosi’ ben vestito di uno smoking sartoriale, ne mette certo in fila tanti, anche venissero da Pomerol. Lussuosissimo e intrigante, e’ vino di altissimo rispetto, in abito da sera; pero’, ti interroghi se oltre l’eleganza di tutta quella massa, oltre il piacere sibaritico che procura, davvero si accordi alla mensa con vera distinzione o piuttosto non raccolga su di se’ i riflettori come una diva smagliante sulla Croisette; e se il territorio meraviglioso dei Colli Euganei, cosi’ vocato e potente, che qui esibisce tutta la sua forza battendo deciso un pugno sul tavolo a sparigliare le carte dei valori acquisiti, non parlerebbe più libero in una lingua meno internazionale – seppure così glamour. Cerca, trova la tua risposta con le annate più recenti: il Rosso Fenice lo ritroverai li’ più gentile, più garbato, più fresco, raccolto in una dimensione nuova e purificata, che maggiormente porta la marca di un luogo e di una storia, regalandoci una visione piu’ vera, sfumata ed autenticamente veneta di quell’angolo di paradiso che sono i Colli.

Assaggio e note del 4/1/2012, integrate e riviste l’8/4/2014.
Per saperne di più: http://www.tenutasanbasilio.it/index.html.

Spumante Metodo Classico Brut “Quattro”, Opificio del Pinot Nero di Marco Buvoli.


Si ha un bel dire che il vino spumante metodo classico si dovrebbe aprire anche fuori dai momenti di festa. Rimane sempre collegata ad esso, al gorgogliare delle sue bolle, un’idea di godimento speciale e allegro nel puro bevitore; un’aspettativa segretamente ansiosa nell’appassionato, che sa quale alchimia e dedizione ci vogliano per crearlo: la manualità’ di certe operazioni (ma è ancora tale?) dai suggestivi nomi francesi (remuage, degorgement), le corrette basi (da miscelare accuratamente), la magia dei lieviti sui quali il vino dovrà a lungo riposare (per prendere spuma e carattere), l’accorta aggiunta dei liquori di tiraggio e di spedizione, che sono come la vernice sui violini di Stradivari, cioè il tocco finale e segreto dell’artista. Ecco, se apro questo Brut di Marco Buvoli non posso non pensare all’opera di un architetto, tale e’ l’equilibrio delle sue parti, quasi a ricercare una proporzione aurea di palladiana memoria, che sa pacificare l’animo riannodando armoniosamente l’interna tensione che lo pervade. Vedine la tinta chiara, luminosa, di limone con riflessi ramati, il perlage fine e persistente. Sentine l’aroma nitido e screziato, che sa essere sottilmente vinoso -come t’aspetti da uno spumante di Pinot Nero in purezza- ma con la misura di una seduzione notturna e insinuante di un chiaro di luna; che ha il calore e la sensualità del burro, della pasta di brioche, delle nocciole, ma delicata, ingenua, giocata sulle mezze tinte, subito dispersa come nuvola leggera da una freschezza dolce di limone, di pompelmo, di cedro, di pesca. Elegante, senza asprezze: c’è come una mielatura che ha l’effetto delle vecchie sordine di pelle sugli archi, che creavano un senso sfumato di attenuazione e distanza ed ogni nota diveniva ancora più preziosa, evocativa; ma oggi non s’usano più. Anche alla bocca la risenti, dimenticandola subito sulle tracce di un’alta salinità, di una dissetante acidità, di un meditato contrasto che ne fanno il portamento fiero e dritto, ma senza forzature, aggraziato; anche di corpo, ma senza grassezza. C’è in esso, in ogni suo dettaglio, una sorvegliata veduta d’insieme, un raffinato congiungersi dell’alfa con l’omega. Marco Buvoli e’ vignaiolo per passione, non per vivere; lo crea – mi si dice- con metodi complessi ma semplicissimi a un tempo. La cura delle sue mani, dei suoi occhi, del naso, del palato e soprattutto di una mente architettonica: per arrivare a un tale risultato il disegno devi averlo ben chiaro in testa dall’inizio; come la campata si fonde alla colonna, come il transetto si innesta alla navata, definiscono lo slancio che volterà la cupola. Questo spumante si chiama “Quattro” e significa che riposa 48 mesi sui lieviti, che sono tanti; ma rappresenta solo l’ouverture degli spumanti di Marco Buvoli: aspetto che s’apra il sipario e di assaggiare l’Otto, magari visitando l’Opificio del Pinot Nero, a Gambugliano in provincia di Vicenza, per conoscere questo architetto del vino.

Per saperne di più: http://www.opificiopinotnero.it