Chianti Classico Villa Calcinaia 2004, 13,5 gradi .

Lui: “Tesoro, assaggia questo vino”.

Lei: “Che cos’è?”.

Lui: “Chianti Classico di Villa Calcinaia, un 2004. L’azienda sta appena fuori Greve in Chianti.

Lei: “Ah, sì, mi ricordo Greve”.

Lui: “Ti piace?”.

Lei: “Oh, sì! Molto!”

Lui: “Vero che non glieli daresti 14 anni?”.

Lei: “Per nulla: sembra tanto più giovane.”

Lui: “Il tappo aveva tenuto perfettamente…È un’azienda storica questa”.

Lei: “Tesoro: questo vino è femmina”.

Lui: “Femmina? Ma sei sicura?”.

Lei: “Certo, donna: senti che profumo sensuale, senti in bocca com’è avvolgente e carnale!”.

Lui: “Dici? A me sembra invece proprio un vino maschio. Sul profumo ci posso anche stare, ma in bocca è così compatto, verticale, deciso…”.

Lei: “Allora è una donna con le palle.”.

Amen.

Inutile discutere del sesso degli angeli, non resta che godere questo Chianti Classico oggi davvero meraviglioso e signorile, ancora rubino scuro, con riflessi granati, di belle trasparenze.

Il suo profumo è di media intensità, in evoluzione, serio, dove frutta rossa è vivida ma sfumata e velata, avvolta in un bouquet di fiori viola appassiti, con erbe officinali e mineralità ferrosa che si fanno strada.

Baluginano le spezie in una spolverata di pepe bianco, con tocchi noce moscata e cannella. La profondità del tè nero si rinfresca con spunti di bergamotto.

La Toscana autunnale, montana, chiantigiana è evocata dall’alloro, dal ginepro, dal rosmarino, dalle foglie di noce e di castagno bagnate, dalla farina stessa delle castagne; da ricordi di cuoio che sanno di passeggiate a cavallo, di cacce sontuose.

Accostandolo alla bocca, il sorso è quello tipico di Calcinaia: composto, compatto, solido e verticale come una colonna, ma allo stesso tempo comunicativo, naturalmente fresco, di alta acidità, ben salino, con tanto tannino elegante e ben presente, un’ottima lunghezza che termina molto asciutta, equilibrata, piena, come un perfetto accordo orchestrale che non conosce sbavature.

In fondo quel dualismo tra forza e grazia, giovinezza ed evoluzione, virilità e femminilità, compostezza e comunicatività, ragione e sentimento è già nell’etichetta, bianca e nera, che riprende lo stemma dei Conti Capponi: che cosa vuol dire, sulla distanza dei tre lustri, la forza di una tradizione e di un territorio.

L’ho gustato, ottimo, su penne Martelli al ragù di cinghiale.

Blu di Burson 2014, Ravenna IGP Uva Longanesi, Azienda Agricola Longanesi Daniele, 13 gradi.

Per anni avevo sentito parlare dell’uva longanesi, una varietà autoctona del ravennate dalla storia avventurosa e dalle origini misteriose.

La sua vicenda è affascinante e curiosa. Antonio Longanesi trovò durante gli Anni Venti (o nel 1933, o nel 1913, secondo le fonti) a Bagnacavallo, nel Ravennate, in un terreno marginale dove aveva un capanno di caccia presso un bosco, una grossa e vecchia pianta di vite abbarbicata ad una quercia, che veniva utilizzata per i richiami degli uccelli. Ne notò la perfetta salute, il rustico vigore e, in particolare, l’assenza di malattie fungine, caratteristica importante in un territorio di pianura, un tempo forse ancora più umido di oggi: infatti gli acini erano (e sono) piccoli, con la buccia spessa.

Così provò a trarne vino, ottenendone subito un buon prodotto, assai colorato e con 14 gradi, moltissimi per l’epoca e per la zona.

Piacque così tanto che i contadini dei dintorni cominciarono a coltivarlo ed oggi lo si trova, ad esempio, a Lugo, a Godo, a Cotignola, a Russi, a Fusignano e dal 1999 è promosso dal Consorzio “Il Bagnacavallo”, usando il nome dialettale di Bursôn, che era il soprannome della famiglia Longanesi, da essa generosamente concesso ad uso gratuito.

Tuttavia l’origine ampeleografica dell’uva longanesi non è nota: le ricerche non hanno avuto molto successo, ma l’ipotesi più probabile è un’ibridazione spontanea, visto che il suo DNA non assomiglia a quello di nessun altra varietà. conosciuta.

Trovandomi a Ravenna per assistere ad un concerto del Maestro Muti, non mi lasciai scappare l’occasione di acquistarne una bottiglia di produzione affidabile per levarmene finalmente la curiosità e scoprire che il Burson è un vino sanguigno e rustico, più simpatico e originale che fine, espressivo fin dal suo aspetto: granato con riflessi porpora scura, profondo ma non impenetrabile.

Conferma il suo carattere diretto al profumo, una piacevole bizzarria di intensità superiore alla media, giocata sulla freschezza vibrante della frutta rossa anzitutto: fragole, ciliegie e soprattutto amarene. Una striatura di pesca accompagna verso qualche nota verde in filigrana, erbacea, di alloro e di leccio, per poi cedere il passo a una speziatura decisa: cannella, noce moscata, chiodo di garofano, con le bacche di ginepro che traghettano un ritorno su pennellate selvatiche e umide (muschio, corteccia, sandalo ed humus), finendo sull’accenno vago di una limatura di ferro.

Di gusto secco, ma avvolgente, con un corpo medio, che si sviluppa largo sul palato con una trama fitta, ma compatta. Possiede un’acidità netta e pulente e un tannino in quantità poco superiore alla media, però rustico per grana ed incisività, piacevole per astringenza. La persistenza è discreta, ma il finale è pulito, equilibrato, come un’eco.

Insomma, è un rosso che sembra più di quel che è: fa la voce grossa senza avere il do di petto, e proprio per questo suscita simpatia, come quei personaggi da bar che ancora – e per fortuna- si rinvengono in provincia: un po’ burberi e sbruffoni e dalle mani grosse, che a parole si direbbero sempre pronti a usare per fare a stiaffi, ma che in realtà sono miti e dal cuore d’oro.

Con curiosità leggo e riporto la sua peculiare vinificazione: partendo da uva longanesi in purezza, il 40% è sottoposto a macerazione carbonica; la fermentazione dura 7-8 giorni a temperatura controllata, poi riposa per 15 giorni decantando le frecce pesanti; segue un affinamento di 10-12 giorni in botti di rovere da 500 litri ed infine almeno 6 mesi in bottiglia.

Chiama a viva voce le paste ripiene ravennati, sulle quali si sposa appassionato e con brio, trovando persino, per equilibrio di forze contrastanti, una strada di genuina, verace, discreta eleganza.

Premetta 2005, Valle D’Aoste DOC, Institute Agricole Regional, 13,5 gradi.

“ed ecco dal Gral un divino bagliore fluire;

una sacra apparizione”

(Richard Wagner, Parsifal, Atto I)

Per molti anni in Valle D’Aosta sono stato di casa, per quanto frequentemente vi soggiornavo; ed erano sempre soggiorni emozionanti: la regione conserva una bellezza fatata, intimamente arcaica, anche nell’alta stagione, quando i turisti la prendono d’assalto.

Fu allora che imparai ad amarne i vini e quelli da uve autoctone in particolare; tra tutti, specialmente quelli delle prime balze intorno ad Aosta, alla destra della Doria, nelle zone di Jovencan, Aymavilles, Gressan, Charvensod: per l’originalità aromatica, tanto intensa e speziata quanto in bocca risultavano leggeri, lievi ed eleganti come nuvole, fragranti e discreti sulla tavola, con le deliziose pietanze della tradizione locale, talvolta così grasse da scoraggiare i palati non allenati.

Si andava ad un supermercato appena fuori Aosta, il Gros Cidac, dove si trovavano i meravigliosi formaggi della Valle, i salumi e quei boudin di sangue e barbabietola rossa, che adoravo.

C’era poi il fornitissimo reparto dei vini, dove ricercavo quei medesimi che avevo apprezzato nei ristoranti ed altri sempre nuovi, per ampliare la mia conoscenza. Il caleidoscopio delle varietà locali mi attraeva: credo che da sola la Valle D’Aosta abbia più varietà di quelle coltivate in Francia; di sicuro, molte più di quella dozzina che sono mondialmente diffuse.

Spiccavano, tra tutti, i vini dell’Institute Agricole Regional – una scuola, dunque – per la bellezza delle etichette che riproducevano opere suggestive di Francesco Nex: anche di questo si nutrivano i miei primi passi da assaggiatore curioso.

E poi la vita passa, in Valle D’Aosta son tornato pochissimo, fermandomi alle sue porte, a Donnas; ma portandomela nel cuore.

“Premetta” per me era rimasto solo un nome nella memoria, perché vini ottenuti da quell’uva, alla fine, non ne avevo mai assaggiati, né avevo una pallida idea di come fossero. Ormai questa bottiglia di Premetta era quasi dimenticata nella mia confusa cantina milanese ed è riemersa fortuitamente mentre spostavo cartoni cercando tutt’altro.

Anzi: mi sono deciso a portarla in casa per aprirla con la convinzione che il suo tempo fosse già passato e che avrei trovato solo un liquido spiacevolmente ossidato: inutile lasciarlamlì ad occupare spazio.

Eppure, leggendo la voce dedicata a quest’uva, sinonima di priè rouge, sulla “Guida ai vitigni d’Italia” di Slow Food, rinasceva in me la speranza di sorprendermi. Tannino che necessita d’essere domato, tenore alcolico, tanta acidità, tenue colore: nella mia piccola esperienza, credenziali per un’evoluzione virtuosa.

Il tappo di sughero è lungo, si lascia estrarre chiedendo forza, ma è e resta tutto di un pezzo.

Il vino, a 13 anni, è un gioiello, di un colore aranciato molto trasparente, sognante e antico, dai riflessi quasi ambrati ma rubino al centro, dalle gocce rade e lente, quasi traduzione visiva di un sirventese. Fosse un quadro, sarebbe una di quelle tele ottocentesche di ambiente medievale, figurante una corte interna – magari di uno tra i tanti castelli valligiani – e una dama e un cavaliere, le mani che si posano sul calice intrecciandosi, mentre una lama di luce autunnale illumina la scena.

Tale alla vista, quale il profumo.

Ormai frutto ne è rimasto poco: in questa sorta di splendore autunnale, però, vivide ancora baluginano la fragolina di bosco, l’arancia, la ciliegia sotto spirito; ed è ancora vitale: evoca una succosità rimasta solo, forse, una memoria tra le sue molecole aromatiche; perché a disegnarlo oggi sono la cannella, il chiodo di garofano, la noce moscata, il marzapane, il burro di cacao, il ginepro, corteccia di eucalipto, che si susseguono in ordine sparso in una danza circolare di continui rimandi ed eterni ritorni, che atterra infine su note minerali nette, di ghisa e di ruggine.

Tale il profumo, quale al palato

Di corpo medio, lieve e soave la sensazione tattile, molto salato, dal tannino ampio, finissimo, naturalmente levigato, l’acidità alta, trasmette una sensazione di grande naturalezza per tutto il sorso, riverberandosi per l’intera sua lunghissima arcata, essenziale e fluida, che termina con un tocco finale, elegante, morbido, di caramella mou.

Evocativo, poetico, originale, sfumato, è insieme molto evoluto e molto giovane: vivido e reattivo, tuttavia posato, calmo, di maestà ingenua e struggente; una sorta di puro folle delle leggende medievali.

L’ho amato con tortellini in brodo preparati in casa, squisitisimmi.

Colline del Genovesato rosso Granaccia IGT, Bisson, 13,5 gradi.

“Ma dove vanno i marinai

Con le loro facce stanche

Sempre in cerca di una bimba da baciar”.

Si diceva un tempo che i marinai avessero una donna in ogni porto, e forse era vero. Chissà quanti bimbi sono stati generati da qualcuno che “veniva dal mare”, come in quella vecchia struggente canzone di Lucio Dalla.

La granaccia è un’uva marinaio, il cui antico viaggio incominciò presumibilmente in Spagna – forse in Aragona – per poi diffondersi nella Francia meridionale, cominciando dal Roussillon per risalire il Rodano; e in numerose zone italiane, particolarmente sulle coste del occidentali e sulla Sardegna, testimoniando lo scambio di culture e di genti che è avvenuto nei secoli.

Ovunque la granaccia è arrivata, ha saputo adattarsi bene, generando vini interessanti e in parte mantenendo alcuni suoi specifici caratteri rotondi (la relativa delicatezza tannica, l’acidità contenuta, l’attitudine alcolica, i profumi di fragola e di liquerizia), in parte mimetizzandosi ed originando vini molto diversi: da certe espressioni concentrate rinvenibili nella penisola Iberica ed in Francia, ad altre più snelle e lievi; senza dimenticare una notevole propensione alla veste rosata.

In Liguria raggiunge le sue vette di complessità e finezza nel piccolo areale interno di Quiliano, in Ponente, ma si esprime bene anche altrove, come testimonia questo vino di Bisson, che ha base a Chiavari, in Levante.

Ritengo la Liguria sia la più aerea delle regioni italiane: così stretta tra i suoi monti ripidi e il mare, nessun’altra mi ha trasmesso ugualmente quel sentimento magico di ariosità che si prova dalle sue alture affacciandosi all’immensità acquatica, così aperta al nulla del vento e delle onde.

Quella levità ariosa, che sfugge ad altre manifestazioni della granaccia, in questo Rosso delle Colline del Genovesato si manifesta pienamente.

Lieve anche allo sguardo: rubino trasparente, ma cupo, con gocciole fitte, persistenti, veloci e lunghe. Si offre alle nari con un profumo davvero intenso, nitido, dove emerge anzitutto quella fragola tipica della varietà, chiara e definita, guarnita da schegge di liquirizia. Poi un carattere più balsamico, con veli di frutta più scura, come bacche di mora di rovo e ginepro, che ritorneranno nel retrolfatto, insieme ad alloro e corbezzolo. Assaggiandolo, è avvolgente ancorché secco, offrendo una sensazione pseudo-zuccherina, se così si può dire, grazie al contenuto glicerico, risultando ampio e di tessitura morbida.

Piace e conquista, perché il sorso è molto articolato, giovanile ma non giovane: l’acidità è giusta, il tannino poco marcato, ma la beva è ravvivata da un tratto salino assai distinto e da un gusto vivido, limpido sulla nota di fragola, con una lieve ombreggiatura medicinale ed erbacea che in modo piacevole, appena amaro, contrasta con la dolcezza glicerica, amplificando le sensazioni verso un finale equilibrato e di buona lunghezza . Gli abbinamenti naturali, che l’emozione suggerisce, sono il coniglio, la tagliata al rosmarino; ma stasera, sorprendentemente, è buono con un Asiago stravecchio.

D’altronde, quel vecchio marinaio di nome granaccia, non è arrivato fin sotto le pendici dell’Altopiano, facendosi chiamare Tai Rosso sui Colli Berici?

Rosato di Caparsa 2014, vino toscano IGT, 13 gradi (magnum).

Il Chianti è terra di contrasti: in questo senso, è quasi una Toscana al quadrato. Ci sono quelli di campanile, storici e storicizzati, che si tramandano e si manifestano nella modernità; ci sono poi quelli paesaggistici e geologici, perché qui ogni vigna potrebbe fare storia a sè, per altitudine, terreno, esposizione; e c’è infine contrasto, talora ricomposto, talora accalorato, tra le grosse aziende e i piccoli vignaioli artigiani.

Paolo Cianferoni, a Radda nella sua Caparsa, è uno tra i più grandi e veri vignaioli italiani. Lui – mi sono bastate poche battute in un paio di occasioni, per pesarlo – è uno dal carattere e dalla lingua schietta, ma non un burbero: anzi, è ben attento alla comunicazione e persino al marketing, ma a modo suo, cioè con un entusiasmo genuino e quasi fanciullesco. Lui è uno che le mani in vigna se le sporca davvero, che in cantina lavora sodo ed ha una concezione del suo lavoro come pratica primariamente agricola, armoniosa e virtuosa: ossia attenta alla natura, ma anche alla tradizione ed al genio del luogo. Caratteristica pure la sua voglia di condividere il vino alla maniera antica, nei bottiglioni e nelle dame: un vino sempre naturale, a tratti rustico e caratteriale, ma genuino.

Sono giustamente noti i suoi Chianti Classico; ma esiste tutta una linea di altri vini suoi buonissimi e di estremo interesse, alcuni figli di tradizioni desuete e coltivate con intima affezione, altri di un ghiribizzo individuale; sempre, però, con la natura a guidargli la mano, rispettando le stagioni, il territorio e l’uva.

Tra questi vini alternativi al Chianti Classico, acquistai, nella rivendita di Caparsa che sta in centro a Radda, questo rosato di sangiovese in formato magnum, ovvero in un bel bottiglione di vetro chiaro: originale e buonissimo, uno tra i migliori rosato che io abbia assaggiato; anzi, uno tra i migliori vini della mia piccola storia di assaggiatore: perché è un rosato che scalda il cuore, naturale, senza nulla di tecnico: parla una lingua schietta e dolcissima, un’autentica favella toscana.

Vino inconsueto e libero, che scarta di lato e sorprende già a guardarlo, col suo colore che tende alla buccia di cipolla virando da un corallo antico, mentre sul calice disegna gocce frastagliate e veloci.

Il suo profumo è un altro balzo, una montagna russa sulle colline chiantigiane, che per qualcuno potrebbe essere estremo, ma a me garba assai: è molto intenso, appena in sviluppo, con aldeidi non timide, è vero, ma fresche, giovanili nella spinta; ed esprime una complessità che sa di natura, di frutta, di foglie e di fiori: viole, fragole, ciliegie, melone, arancia, melagrana, alloro e borragine, muschio, una caratteristica limatura di ferro sottotraccia, una lieve speziatura, sandalo e cannella.

È al sorso però che mi conquista, perché di una naturalezza disarmante: pieno, glicerico, avvolgente, ma anche fresco, salinissimo, con una mineralità pura, da acqua oligominerale. Ha passo dinamico e svelto, irradia, vibra e tintinna argentino, violino e triangolo come nella Campanella di Paganini. Lo spinge la sua alta acidità, con un certo frizzar lieve di carbonica sul palato, piacevolissimo.

Gustosissimo, lungo, bilanciatissimo, da bere e a litri, e non per modo di dire, ma alla prova dei fatti. Appena un po’ abboccato, perché è perlopiù questione di sensazione glicerica: in realtà, un equilibrio mirabile di corpo e freschezza.

Benedetta l’annata 2014 – maledetta per i sacrifici ai quali ha costretto i vignaioli per via del maltempo, ma benedetta per noi bevitori, se ha generato vini come questo: irresistibile, sulla mia tavola, con le verdure ripiene.

Garda classico Groppello 2015, Le sincette, 12,5 gradi.

Non amo descrivere un vino se non ho il tempo di degustarlo con calma e concentrazione nella tranquillità della casa. Mi adatto a vergare qualche appunto in occasione di manifestazioni particolari girando tra i banchetti, ma di poche e brevi note si tratta, istantanee: una descrizione più ambiziosa richiede calma e ghiaccio.

Dunque solitamente degusto con calma, a tavola; potendo, proseguo l’assaggio per qualche giorno, così da osservare l’evoluzione del vino. E, intanto, scrivo: prendo appunti che poi rivedo ed elaboro.

Così volevo comportarmi per questo Garda lassico Groppello 2015, de Le sincette.

Gustato un sabato a pranzo, su un arrosto di maiale di carni eccellenti acquistato presso l’Azienda Veronesi di Massa Finalese, in provincia di Modena, che virtuosamente alleva suini a filiera chiusa: dal fieno alla macellazione e norcineria.

Peccato che, giunto a buttare giù i miei appunti, la bottiglia fosse già finita! Senza che me ne accorgessi; ed eravamo a tavola in due soltanto.

Mi trovo perciò ad affidarmi alla memoria, ma puoi starne sicuro, amica o amico che mi leggi: nella memoria questo Groppello mi si è impresso bene, accendendo le luci su un territorio e su un’uva.

Della Valtenesi, che si allunga da nord a sud, vicina e parallela alla sponda bresciana del Lago di Garda, avevo sentito da tempo assai bene: mi pare di ricordare – potrei sbagliarmi – un accorato scritto veronelliano. Così pure dell’uva Groppello mi si dissero grandi cose. Si tratta precisamente di una famiglia di uve tipiche dell’areale gardense, risalendo su fino al Trentino. Il groppello gentile, impiegato in questo vino, ne è la varietà più coltivata in Valtenesi e la più antica.

Gentile di nome e di fatto, se questo rosso delle Sincette è buon testimone: indimenticabile.

Biodinamico: perciò ho levato il tappo con un misto di speranzosa aspettativa e di sconfortata preoccupazione: “mica sarà uno di quei vini tutti sbilanciati e pieni di puzzette?”.

Nient’affatto: questo Garda Classico è di una precisione e di una purezza mirabili per ciascuno dei sensi dell’assaggiatore. Bello già alla vista: rubino molto scuro, trasparente, con gocciole irregolari sul calice. Un profumo pulitissimo, nell’infanzia della sua evoluzione, ricchissimo, intenso e screziato, di frutta nera in prevalenza e rossa, spaziando dal mirtillo alle bacche di mirto, dal lampone alla ciliegia. E poi, tutt’intorno – come una trapunta morbidissima e pungente, dalla trama ricercata- spezie dolci. Sovra esse, a guidare, il pepe verde, nitido, qui è là sfumato da ricordi vegetali di foglie di mirto e di alloro.

La trama: ecco il suo massimo pregio, forse più ancora dei profumi. Nel suo quarto anno ormai, al sorso è meravigliosamente scorrevole e polposo: non fa scalino, come diceva Soldati, anzi carezza tutto il palato con la sua polpa. Corpo medio, ma è velluto e seta. L’acidità mediana ed il tannino quasi duttile son ricami preziosi che evidenziano l’estrema bellezza tattile.

Il nome evoca la forma del grappolo: compatto e serrato come un pugno, un “groppo”; ma il vino è scioltissimo; ha un carattere affettuoso e profondissimo, aggraziato, confortevole, soffice e lieve, più cameristico che sinfonico: s’accomuna ai Pinot Nero, ai Ruchè, ai Piedirosso, ai Canaiolo; tra tutti, però, mi rassembra il Rossese.

Questo, amica o amico che mi leggi, è un grande vino, di stupefacente identità e fattura: finalmente intendo che la viticoltura bresciana va indagata a fondo, ben oltre i colli di Franciacorta .

Il Cosimino, L 1/2015, Vino Rosso Biologico, Azienda Agricola Il Mulinaccio, 13 gradi.


“Su l’etrusche tue mura, erma Volterra,

fondate nella rupe, alle tue porte

senza stridore, io vidi genti morte

della cupa città ch’era sotterra.”

(Gabriele D’Annunzio, in Elettra)

Sì, gli Etruschi erano senz’altro gaudenti: si vede bene dalle libagioni ritratte negli affreschi tombali che dovevano accompagnare i loro defunti nell’eternità; ma il loro vino, chissà com’era?

Questo il mio pensiero durante una breve, improvvisata degustazione di vini locali a Volterra, l’antica Velàthri della Dodecapoli etrusca, nata nell’VIII secolo avanti Cristo dall’unione di precedenti nuclei; città di pietra e di silenzio in un mare di colline morbide di sabbie ed argille; avvolta l’autunno in una magia indicibile e sospesa, che pare rallentare ogni gesto ed attutire ogni suono, quasi a far completamente scomparire la folla accalcata in celebrazione del tartufo locale. Sarà il riflesso del Mar Tirreno, che da lunge, remotissimo, appare come bagliore dorato affacciandosi dalla rupe a occaso e si profilano nell’atmosfera le isole dell’Arcipelago Toscano, come miraggi: visione affatturante e suggestiva al punto da lasciare smagati, 531 metri sul mare, 40 chilometri dalla costa. Oppure le ombre degli antichi abitanti, che dalle necropoli risalgono le Balze e i fianchi della rupe, si infiltrano tra le pietre delle mura e dei selciati, penetrano i palazzi e persino le chiese, portando seco la malìa.

Chissà se gli Etruschi di Volterra bevevano vino qui prodotto o se lo commerciavano da fuori, portandolo via terra dall’interno della Tuscia o dal mare, magari dal meridione, dove avevano colonie ed interessi nell’odierna Campania, in Calabria…

Chissà se qui coltivavano sangiovese, o altro: suggestivo però che secondo le analisi del DNA l’uva toscana per eccellenza sia nata probabilmente dall’incrocio di una varietà locale (forse il ciliegiolo) e il Calabrese di Montenuovo (di origini, appunto, campane o calabresi). Non è terra famosa per i vini, quella di Volterra; nemmeno per il Sangiovese; semmai, per i formaggi di pecora, gli allevamenti, i cereali, i legumi. In una certa misura, l’apparenterei a certe zone del l’areale di San Miniato: sabbie, argille, temperature calde, e qualche similitudine l’ho sentita anche nei vini.

Tra le possibili etimologie del nome Sangiovese c’è n’è una che mi ha sempre affascinato, poeticissima, che lo lega ad una serie di vocaboli e locuzioni etrusche tutte legate al concetto dell’offerta sacra: sani-sva, thana-cvil, thcms-zusleva, thzin-eis. Il Sangiovese ha colore rubino naturalmente trasparente e scarico, perciò avrebbe avuto la purezza visiva maggiormente adatta alle libagioni rituali, rispetto alla tinta carica degli altri vini.

Proprio questo mi tornò alla mente assaggiando per la prima volta il Cosimino de Il Molinaccio, semplice e senza infingimenti, vinificato in purezza, in acciaio e con tutte le stigmate del Sangiovese: infatti lo trovai molto trasparente, rubino e sfumato, con sfumature che variano dalla porpora all’arancio, e lacrime irregolari, veloci e persistenti.

Aveva un profumo intenso, caratteriale, marcato da frutta scura e spezie: l’iris, la viola, il lampone si univano all’uva sultanina, alla buccia di pesca, al pepe bianco, al chiodo di garofano, col richiamo a qualche cosa di vegetale ed agrumato, quasi foglie di tè al bergamotto; senza filtri, e pazienza se c’era qualche nota ossidativa. Con i minuti, emergevano toni ematici, iodati, balsamici (alloro, corteccia di eucalipto) che tornavano puntuali al sorso nel momento dell’assaggio.

Questo Sangiovese aveva un corpo di media pienezza, ma un tannino abbondantissimo, terroso, ruvido e un po’ rustico, comunque maturo e piacevole, che si notava soprattutto nell’allungo; come un sentimento arcaicamente ribelle e guerriero per un vino altrimenti fine e delicato, salino, con un’acidità media, ma sufficientemente ficcante da generare un’intrinseca freschezza. Il suo sviluppo sul palato era ordinato e naturale, con l’attacco morbido e nitido, allargandosi coeso tra sale e acidità e proseguendo, appunto, con la chiusura tannica energica e risoluta, per sensazioni finali di giusta persistenza e coerenti: se il tannino dominava e asciugava, veniva ben supportato da tutte le alte sensazioni: integrato ottimamente l’alcol, il vino si beveva bene anche al caldo estivo.

Il suo fascino era insieme personale e territoriale: il Sangiovese, come uno specchio, mi parlava per la prima volta delle crete di Volterra, mi portava una voce nuova, obliqua nella sua trasparenza: uno scarto di lato, una strada ostinata e contraria.