Lambrusco di Sorbara DOC, Zucchi, L21179, 11,5 gradi.

La sua misura è l’esattezza.

Guardalo, tra corallo e rubino, limpidissimo, con la spuma che risale il bicchiere fine e ordinata, più da metodo classico che da charmat, quale in effetti è. Come pietra preziosa iridescente: ha la medesima luce delle tinte del Bronzino.

Il profumo molto intenso e nitidissimo, tra ciliegia e fragola, composto, sovra un fondale solido che richiama la terra e vieppiù la sabbia al sole. C’è un refolo vegetale, di erba luigia, di sarello, di canneti, ma esposti al sole: un’idea golenale che trascolora in un abbaglio di luce estiva, e lì si quieta.

Oh, com’è dolce il ricordo del giardino dove si girava bambini, e c’era il vecchio ciliegio coi frutti rossi, madidi di rugiada; un po’ asprigni, è vero, ma così freschi e buoni, tra una corsa sullo scivolo e l’altalena: questo evoca.

Bevilo. È signorile il sorso: l’acidità vigorosa incanalata e doma nel contrappunto raffinato del tannino, nemmeno di media prestanza; la misurata scia di sale, il finale composto, Brut, giusto. Preciso, ma sodale, simpatetico.

C’è davvero in lui qualche cosa del modenese che ho imparato a conoscere: un senso etico, ma disinvolto e sostanzialmente modesto di fronte alla vita: quel certo sorriso amichevole.

Quando un vino, nella sua semplicità, è specchio di un popolo.

Sarà buonissimo con infiniti abbinamenti creativi, non dubitarne; ma io me lo riserbo per la tradizione: i passatelli in brodo, lo gnocco o la crescente con i salumi. O appena stuzzicando, tu e lui soli, per scacciare con garbo la malinconia.

Pheasant’s Tears Rkatziteli 2013, 12,25 gradi.

È un vino georgiano vinificato e lungamente macerato in anfore interrate, dalla locale varietà di uva bianca Rkatsiteli, vecchio di otto anni.

Ci si limitare qui, lasciandosi fascinare dall’esoticità e dalla tradizione millenaria o derubricandolo a mera curiosità, perché tanto: “i bianchi macerativi si assomigliano un po’ tutti”.

Soffermiamoci, invece.
Io, che non lo assaggiavo da anni, ne conservavo un ricordo simpatico. Ed ora che lo ribevo, rammento il motivo.

Vero, colore e registro dei profumi sono quelli della tipologia: ambra deciso allo sguardo, un’esplosione di frutta candita -albicocca soprattutto- terriccio, farina di castagne e folate levantine di spezie, incensi, cera d’api all’olfazione, così precise e intense da materializzare il sogno dorato di una corte orientale.

È il sorso che spiazza, perché conseguentemente lo si immagina decadente e laborioso, come spesso capita in molti bianchi macerativi, anche di gran fama.
Invece, no: questo è fresco, sapido, contrastato, di notevole acidità, dissetante: insomma, si beve proprio bene.

Marca un segno tra la naturale immedesimazione in una tradizione e la concettosa acquisizione di una tecnica.

Difatti, sta meglio a tavola che in degustazione: chiama a gran voce la selvaggina da piuma (si può dubitarne, con quel nome?), ma si adatta bene alla carne bianca.

Douro Reserva Vinhas Velhas Doc 2013, Quinta do Crasto, 14,5 gradi.

La parabola dei vini del Douro ha i tratti affascinanti di un’epopea, dove eventi storici, elementi leggendari, individualità avventurose e circostanze naturali uniche si intrecciano. Non è questa la sede per ricostruirla, se non per quei sommi capi che l’accomunano alla storia del brutto anatroccolo – onde si alimenta, in parte, la mia suggestione.

È noto che il serbatoio privilegiato e naturale di vino per l’assetato popolo britannico e per le sue colonie fosse la Francia, la regione di Bordeaux in particolar modo.

Ciononostante, una serie di embarghi, dovuti a guerre o dispute politiche, orientò l’attenzione dei mercanti britannici ad approvvigionarsi in Portogallo. Non che i vini locali risultassero particolarmente graditi, anzi: avevano fama di essere esageratamente acidi (presumibilmente quelli della regione del Minho), o estremamente tannici e “neri”; erano però a buon mercato. Le importazioni crebbero specie dopo l’embargo deciso dal Parlamento inglese nel 1679 per limitare gli introiti fiscali al proprio monarca Carlo II e ridurlo a miti consigli; e dopo il trattato di Metheun del 1703, ratificato per sviluppare gli interessi inglesi in Portogallo, che riduceva i dazi sui vini locali: all’epoca il prezzo medio di un gallone di vino portoghese era di 7 sterline, contro le 20 sterline del vino francese.

Torniamo tuttavia ai tannici e rozzi vini del Douro di quell’epoca. Non fu solo il regime fiscale favorevole a spingere le importazioni del vino portoghese in Inghilterra, fino ad un impressionante 66% contro un 4% dei vini francesi registrato nel 1717. Nel frattempo, infatti, si era diffusa la pratica di fortificare i vini del Douro durante la fermentazione con aguardiente (ovvero acquavite), rendendoli stabili e dolci a sufficienza per contrastare piacevolmente i potentissimi tannini: era nato il Porto, che avrebbe dominato incontrastato la scena enologica locale per almeno tre secoli.

Il Porto, per lo più e con debite eccezioni, è stato ed è vino di commerci, di grandi cantine, di raffinata arte di taglio e di affinamento, ponendo così in secondo piano il territorio d’origine, quella valle dove il Douro – che nasce in Spagna col nome di Duero- scorre portoghese per settanta tortuosi chilometri di curve e controcurve tra sponde ripidissime di granito e ardesia, aride, con estati afose, caldissime e inverni estremamente rigidi. Quelle rive inospitali sono state faticosamente scolpite con chilometri di stretti terrazzamenti, spesso scavati nella roccia viva, che hanno consentito la coltivazione della vite, del tutto non meccanizzata almeno fino agli Anni Settanta. Un paesaggio unico, estremo, che giustamente può definirsi eroico. Si aggiungano un repertorio ampeleografico di una trentina di uve locali e pratiche tradizionali come la vinificazione in ampie vasche di granito, i lagares, e la classificazione a Patrimonio dell’Unesco risulta coerente.

Pertanto, la possibilità di assaggiare un vino nativo, scevro da tagli, fortificazioni, e altre pratiche di cantina che ne offuscassero il racconto di terroir, è comprensibile desiderio, a costo di fronteggiare quelle rustiche densità e astringenze che infastidivano i conoscitori prima della nascita del Porto; rimasto tuttavia a lungo inappagato, almeno per un ampio pubblico.

La situazione principiò a mutare nel 1986, con l’ingresso del Portogallo nell’Unione Europea dopo la fine della dittatura militare. Stabilità politica e fondi europei permisero a molti piccoli produttori, precedentemente vincolati a cooperative che rifornivano le grandi firme del Porto (talune ormai marchi afferenti a multinazionali), di creare o sviluppare una propria produzione. Con l’eccezione del Barca Velha prodotto dalla famiglia portoghese Ferreira già dal 1952, quel periodo segnò l’origine dei moderni vini secchi del Douro.

Quinta do Crasto fu uno tra i pionieri . Tenuta antica, documentata fin dal 1615, appartenuta nei secoli ad un numero sorprendentemente piccolo di famiglie ed una tra le poche proprietà portoghesi a commerciare direttamente il proprio Porto (giacché il trade è stato notoriamente in mano inglese), ha costruito molta della sua fama recente proprio sui Douro DOC.

Il Douro Reserva Vinhas Velhas fu il primo Douro DOC prodotto da Quinta do Crasto e la sua carta d’identità è interessante: vale la pena, vista la lontananza e peculiarità di questo mondo enoico, per una volta sommariamente descriverla.

Viti vecchie di 70 anni, coltivate su 40 ettari di terrazze suddivise in 42 lotti, assommando fino a 30 diverse varietà di uve locali; tra le quali, presumo, abbiamo parte preminente il touriga national, il touriga francesa, il tinto cao, il tinta roriz, il tinta barroca, il tinta amarela, le più comuni e apprezzate.La produzione media è di 3000 litri per ettaro, per un numero di bottiglie che oscilla tra le 80.000 e le 90.000, secondo l’annata. I grappoli deraspati sono pigiati delicatamente e fermentati in vasche di acciaio inox a temperatura controllata. Viene aggiunta una quota di torchiato a fine fermentazione. L’affinamento avviene in barriques francesi per l’85%, americane per 15%, e il vino viene imbottigliato senza filtrazione.

Questi i dati analitici per l’annata 2013, imbottiglata nell’agosto 2015: acidità totale 4,9 g/l, pH 3,67, lo zucchero residuo 1,4 grammi per litro.

Venendo alla storia di questa specifica bottiglia, essa è parte del tesoretto di bottiglie internazionali che mi riportai dall’Inghilterra nel 2016, al termine dei 5 anni che vi trascorsi. Ricordo che l’avevo assaggiato in un negozio londinese, The Sampler a South Kensinghton (credo purtroppo abbia chiuso, ma resistono le sedi di Islington e Wimbledon). Lo trovai di carattere particolarissimo e mi ispiro subitaneamente simpatia ed il desiderio di riassaggiarlo calma.

Se l’ho aperto e riassaggiato solo nel giugno del 2021, evidentemente calma ne ho avuta assai – ma non è certo colpa di questo meraviglioso vino del Douro, che quella simpatia mi ha subito rinnovata.

Oggi è granato profondissimo dai bagliori rubino, impenetrabile, dovizioso di lente lacrime sul vetro del bicchiere.

Il profumo molto intenso subito evidenzia frutti di bosco neri e prugna scura, anche disidratata. Poi, di spezie un florilegio, dolci e piccanti, dal pepe verde alla curcuma, alla cannella: quasi fosse un curry dolce. Si adagia un istante su essenze di legni pregiati, rilanciando poi agrumi dolci: cedro e chinotto; con aldeidi che sollevano e rinfrescano un insieme altrimenti caldo e opulento. Si insinua infiltrante – filo rosso tra le diverse sensazioni- l’uva sultanina, disidratata in parte e in parte ancora croccante come frutto estremamente maturo: meglio, come i chicchi quando sono cotti nel forno, sulla schiacciata, e rimangono turgidi, densi di succo.

Soprattutto è la bocca, come si dice in gergo, la sua tessitura a renderlo amico e indimenticabile.

Vino di corpo e di estratto, molto morbido, carezzevole, finanche abboccato, è bastevolmente dinamico, grazie all’acidità media, ad un pizzico di salinità, e soprattutto al tannino caratteristico: terroso, rabbioso, granuloso, anche dopo 8 anni.

La sua lunghezza è notevole, note dolci al contrasto del tannino, soprattutto quella sensazione tattile e gustativa di uva arrostita che permane all’assaggio, percorrendo tutto il palato.

Decisamente ricorda un Porto Vintage, immaginandoselo secco, ed è un vinone, non c’è che dire, ma con una sua delicatezza, un suo dettaglio ed una naturalezza non artificiosa, sebbene sia curato e preciso. Così obliquo e caratteristico, penso, “o si ama o si odia”, specie oggi che la moda – dannosa come tutte le mode- imporrebbe vini leggerini, acidini, beverini. A mio avviso è proprio buono e l’ho goduto straordinariamente con una bistecca di podolica alla griglia con zucchine in padella.

E poi mi ha ricordato un vecchio film di Bud Spencer, “Lo chiamavano Bulldozer”, dove l’attore impersonava campione di football americano, improvvisamente ritiratosi nauseato dagli incontri truccati: ha lo stesso insieme di placida forza e delicatezza burbera di quel personaggio lì.

(Assaggio del 12 giugno 2021)

Le Fief du Breil, Muscadet Sèvre et Maine 2013, Jo Landron, 12 gradi.

“Mentre mangiavo le ostriche col loro forte sapore di mare e il loro leggero sapore metallico che il vino ghiacciato cancellava lasciando solo il sapore di mare e il tessuto succulento, e mentre bevevo da ogni valva il liquido freddo e lo annaffiavo col frizzante sapore del vino, perdevo quel senso di vuoto e cominciavo a essere felice, e a fare progetti.”

Ernest Hemingway, Festa Mobile, 1964

Tra i vini bianchi francesi, il Muscadet Sèvre et Maine mi ha sempre ispirato una particolare simpatia. Sarà forse perché è meno stimato di altri, che vivono di una gloria propria; mentre il Muscadet trova la sua ragion d’essere, primariamente, nell’abbinamento gastronomico: è noto come sia ideale su frutti di mare crudi e, particolarmente, sulle ostriche.

È quindi un vino che si beve per godere e non per farsi vedere: finalità nobilissima.

Eppure limitarsi a considerarlo ed apprezzarlo, utilitaristicamente, solo per la sua funzione sulla tavola, non gli rende giustizia: perché questo vino che viene dal nord, da una regione che immaginiamo piovosa, umida, fredda, a 50 chilometri dalla foce della Loira e dalla costa atlantica, ma in realtà relativamente mite, ha un’originalità pressoché unica, evidente almeno nelle produzioni migliori, emergenti da una massa più informe.

Per l’acidità viperina l’accosteremmo volentieri all’Asprinio d’Aversa nostrano o al Vinho Verde portoghese, ma differisce da essi.

Il suo è un racconto di ampi spazi, nel quale si legge il gioco dei venti e l’azzuffarsi delle onde oceaniche con la corrente del lungo fiume, trascolorati in immagini nette e insieme trasognate, liquide e sospese come certa musica di Debussy; quasi fosse una di quelle conchiglie alle quali si può accostare l’orecchio e sentire di lontano un’eco del suono del mare.

Tra quanti ne ho assaggiati, quello che più nitidamente evoca tali sensazioni è Le fief de Breil di Jo Landron, un Muscadet Sèvre et Maine di straordinaria complessità e, con questo 2013, dall’evoluzione sorprendente: normalmente il Muscadet si consuma giovane, al più dopo un biennio dalla vendemmia, perché la perdita di freschezza e tensione non è compensata da una maggiore complessità.

Questa bottiglia, invece, pur conservata a lungo in un ripostiglio domestico, asciutto, con temperature costantemente alte e altissime in estate, a otto anni dalla vendemmia libera un vino di candido splendore, dove leggerezza, intensità e ricchezza dialogano incessantemente in dinamismo interno.

Il suo colore è limone carico, luminosissimo, con gocciole rade che si dissolvono in fretta.

Il profumo è molto intenso, puro, arioso, ma non aromatico, come si conviene ad un Melon de Bourgogne in purezza, che vitigno aromatico non è. La sua lingua è mare e pietra: sferza iodio come spuma di onde, iodio e sale sollevati in una sventagliata di aldeidi, sì che la salivazione comincia già all’olfatto; poi una grazia di fiori bianchi e gialli, dalla ginestra a una nettissima mimosa, con un senso piacevole di selvatico, che ricorda le erbe aromatiche: la garrigue, la ruta…Prima che un ultimo bagliore citrino rischiari il palato come una luce tenue, acquarellata, di limone, cedro, pompelmo, già evoca la distesa atlantica immensa, i venti, il cielo bigio sopra le dune di sabbia, le erbe, i canneti, appena sfumati da un accenno più dolce, quasi di farina di castagne, dovuto senz’altro all’età.

Vino di nerbo e di stoffa: all’assaggio, il corpo è poco meno che mediano, subitaneo nella sferzata acida, con un retrogusto immediatamente percettibile, solenne di incensi, ceralacca, ferro. In mezzo, lentamente, quasi sbocciando sul palato, delicate senzazioni saline, ed un allungo ritmatissimo, deciso: una piacevolissima, lievissima lama.

Per un purista, forse, è un po’ troppo in là con gli anni, ma per me è buonissimo: pazienza se l’abbinamento con le ostriche risulta poco meno che perfetto, giacché la sua ricchezza e la sua energia contrastano ora, magnificamente, sublimi spaghetti marca Afeltra con le vongole veraci, fresche, di Goro.

Vien voglia di capire come si arrivi a un risultato tanto eccellente, che spicca dalla maggioranza un po’informe dei Muscadet e, per una volta, di guardare alla scheda tecnica del vino, che racconta di una di un’attesa lenta e amorosa, rispettosa dei tempi della natura: di viti vecchie dai 30 ai 40 anni, allevate a Guyot su suoli argillo-silicei, con quarzi su rocce metamorfiche di origine magmatica; di densità fitte a 6800 ceppi per ettaro, con rese contenute a 42 ettolitri per ettaro; di fermentazioni con leviti indigeni e maturazioni in cemento vetrificato, sulle fecce fini, per 30 mesi, e stabilizzazioni a freddo, senza coadiuvanti.

Jo Landron ha eliminato i pesticidi dagli Anni Novanta, certificandosi biologico nel 2002 e lavorando secondo i principi della biodinamica dal 2005. Non so affermare se un metodo sia migliore di un altro in viticoltura o in enologia, ma questa sembra una storia d’amore per il proprio lavoro e per la propria terra: tanto basta.

Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2006, Villa Diamante, 13 gradi.

“La vigna è la mediazione tra il suolo e la bottiglia. La capacità di un buon viticoltore deve essere quella di trasferire il terreno nel bicchiere, perché quello nessuno ce lo può rubare” – Antoine Gaita.

Non ricordo esattamente quando assaggiai per la prima volta il Fiano di Avellino Vigna della Congregazione di Villa Diamante; da allora, però, la mia percezione del Fiano di Avellino e di quale espressività potesse conseguire un grande bianco è cambiata.

Il Vigna della Congregazione è stato uno spartiacque nella mia coscienza di amante di vini; forse, nella storia stessa dal Fiano di Avellino: il primo concepito, fin dalla vigna, per un lungo invecchiamento e, più ancora, con l’ambizione di dialogare da pari a pari con i grandi bianchi borgognoni.

Mi è impossibile assaggiare il Vigna della Congregazione senza rammentare Antoine Gaita, il vignaiolo artigiano che fondò l’Azienda nel 1996 con la moglie Diamante Renna, scomparso nel 2015, sessantenne.

Seppure l’incontrassi una volta sola, ad un lontano Vinitaly, mi rimase indimenticabile, non solo per la sua imponente, caratteristica corporatura: aveva carisma, condivideva la straripante passione per il suo lavoro ed i suoi vini con genuina trasparenza, amichevolmente.

Antoine Gaita aveva idee particolari e controcorrente.

Se allungare l’affinamento in bottiglia del Fiano di Avellino era pioneristico all’epoca, ma non una novità assoluta, altri aspetti erano rivoluzionari per la zona: la lunga permanenza sui lieviti, le vendemmie tardive, la vinificazione per Cru (il Vigna della Congregazione fu affiancato dal Clos D’Haut), la scelta dei suoli: il terreno di Vigna della Congregazione è molto argilloso, umido, all’epoca ritenuto poco adatto per il fiano. Il tempo ha dato ragione ad Antoine, che in verità non si stancava mai di sperimentare.

La vigna, sita a Montefredane in località Toppole, a circa 400 metri sul livello del mare, ha peraltro diverse particolarità: circondata dal bosco, parzialmente esposta a nord, ha un impianto sorprendentemente poco fitto, tuttavia la resa è sempre stata naturalmente piuttosto limitata: dai suoi due ettari si ricavano, in media, 6000 bottiglie. D’istinto, credo che il sito favorisca maturazioni lente e armoniose.

Avevo conservato questa bottiglia in una buona cantina da tempo immemorabile: l’aveva acquistata un mio fraterno amico direttamente in Azienda ed era stata oggetto di uno scambio qualche giorno dopo, credo con certi Riserva di Chianti Classico. E l’avevo tenuta cara: conoscendone le qualità ed essendo l’ultima, avevo sempre aspettato l’occasione o l’abbinamento meritevole.

Non c’è però momento migliore di quello dettato dal desiderio – favorito, in questo caso, dalla disponibilità di pesce fresco.

Vecchia di quindici anni ormai, l’apro con una certa trepidazione: altri Fiano, dopo un lustro, accennano stanchezza. Il tappo, che estraggo col cavatappi a lame, però è perfetto, e appena inizio a versare il vino nel bicchiere, sorrido.

Basta un istante per subirne la fascinazione: vista, olfatto, gusto, sono immediatamente rapiti nel godimento di un’ideale, trasognata bellezza.

Lo guardo ed il colore è bellissimo: un limone carico, trasparente e luminosissimo, con riflessi dorati. Si direbbe un vino con la metà dei suoi anni, o anche meno. Sul vetro non forma gocciole: solo un velo.

Il profumo è molto intenso, di straordinaria complessità, ariosissimo: aria pura pare di respirare, che racconta ampi spazi, sole, montagne verdi, un balugine lontano di riflesso marino nella luce del cielo, quasi radunando la gloria intera della natura mediterranea.

Un’iride fiori bianchi e gialli, che punteggiano i prati e orlano i campi al limitar del bosco: sambuca, giglio, camomilla, mimosa, persino la violetta.

Poi, quasi prendesse per mano in un’ideale passeggiata fra gli orti, uva spina, ribes bianco, pesca, fichi bianchi, limone, cedro, lime, finocchio, salvia, sedano, insalata, persino un tocco esotico, lievissimo, di mango e banana.

Gli aromi antichi, che morbidi parlano al cuore: i cereali, la farina di castagne. Tripudiano le spezie, dolci e piccanti.

E ancora c’è muschio, pietra, terriccio; la freschezza dello iodio si fonde con ombrosi toni empireumatici.

Delicatissimo il tratto dolce del caramello, del dattero, del fico secco: solo un soffio.

Una sinfonia di evocazioni che tocca ogni rifrazione dello spettro aromatico, nelle più intime pieghe, segnando l’evoluzione di un vino che pure tende ancora al giovane, come vieppiù disvela l’assaggio.

Ha corpo grande, ma estremamente reattivo, ritmato, in emozionante crescendo armonico, che vibra ed irradia, spinto da un’acidità piuttosto spiccata, più della norma per i Fiano. “Nerbo” e “stoffa”, si diceva un tempo. La trama salda, giustamente salina, trasmette un lieve, ma piacevolissimo, senso di buccia d’uva.

E’ un sorso regale, di equilibrio perfetto, con lunghissimo riverbero e amplissima risonanza, per il quale si vorrebbe scomodare un termine mitico, romantico, abusato: ambrosia.

Puro, maestoso, intimo, col dettaglio struggente che unisce idealmente il respiro del Mar Tirreno all’aria delle alture irpine, in una sintesi originale, identitaria, indimenticabile.

Non ho tema di definirlo uno tra i più grandi bianchi da me assaggiati in oltre quindici anni di passione consapevole: gli si possono accostare, rispettosamente, solo i migliori, di qualunque provenienza internazionale.

Ed è bello sapere che l’Azienda, di 3,5 ettari, continui oggi la conduzione familiare con la figlia Serena, forte di studi enologici.

Gustato su spaghetti alle vongole veraci ed ombrina arrosto, buonissimi in abbinamento; ma è lui a regnare sulla tavola, lui l’imperatore, svettando con grazia nella memoria.

Cinque Terre 2014, Albana La Torre, 12,5 gradi.

Ecco scogliere nude, che dànno un marmo nero e giallo, il portoro, tra cui si abbarbica la vigna; poi la vigna si stende, e copre interamente il fondo roccioso con fusti bassi per difendere i pampini dal vento robusto del mare. Pochi e monotoni colori, ma lucenti, quasi uno smalto; e pochi personaggi, la vite, il cactus, l’agave, l’albero di fico, le case solitarie a metà pendio che non servono d’abitazione ma soltanto a pigiare l’uva e a farvi fermentare il mosto, i gruppi di case con l’uva che appassisce sui tetti. Gli oggetti distinti a uno a uno, come in un presepio un po’ sordo.

(Guido Piovene)

Il colpo d’occhio di lontano, forse, non è molto cambiato nelle Cinque Terre dai viaggi di Guido Piovene: erano gli Anni Cinquanta. Se, come un gabbiano, in breve battito d’ali calassimo dall’alto per vedere i dettagli, invece, le differenze sarebbero evidenti. “Le case solitarie a metà pendio” sono spesso dirute, o hanno cambiato destinazione: difficilmente servono ancora “a pigiare l’uva e a farvi fermentare il mosto” (ma quando resistono come tali, quanta poesia!), e solo pochi, ancora, appassiscono le uve sui tetti. E’ nota la sorte dei terrazzamenti vitati, quei muri a secco che marcano il territorio e indelebilmente la memoria del viaggiatore, architetture rurali spontanee e così perfette, spettacolari nel loro balzo verso il mare, che sembrano opera naturale più ancora che d’artista: abbandonati nella fuga dalla miseria verso le città, resistono grazie alla tenacia di chi ama questi luoghi, in una lotta impari.

Lontani i tempi di Petrarca, che per lodare i vini locali evocava le memorie leggendarie del Falerno e del Meroe; e le glorie più recenti, col commercio via nave florido fino alla Seconda Guerra Mondiale, che coinvolgeva in medesime strutture e rotte di navigazione la vicina Isola d’Elba.

Eppure qualcosa non solo resiste, ma è in movimento: la benemerita ed ottima Cantina Sociale, piccoli produttori carismatici che sanno ottenere risultati sorprendenti; ma l’insieme è troppo frammentario ed esiguo perché il vino delle Cinque Terre trovi prima rinomanza, poi si imponga sui mercati; cosicché, purtroppo, resta relegato alla nicchia delle curiosità enologiche.

Quando però si assaggia un vino come questo Cinque Terre 2014 dell’azienda Albana La Torre si capisce che invece, percorrendo i meravigliosi sentieri delle Cinque Terre, si cammina sopra a un tesoro.

In lui, la roccia a picco, il respiro del mare, la macchia intricata e salsa, le giornate di sole e di pioggia: tutto vi si ritrova, nitido, fin dai riflessi del suo color ambra chiaro, trasparente: un velo che si trasforma sul vetro in cenni di gocciole regolari lente – poi, svanisce.

Nel profumo, molto intenso, quelle erbe spontanee che là abbelliscono i campi, gli orti, i davanzali, e che tanta parte hanno nella cucina ligure: la borragine, la maggiorana, il timo, il rosmarino, la salvia; quasi evocassero la passeggiata in un giorno di festa, quando i mandarini netti e freschi lumeggiano al sole e profumano l’aria, la buccia di cedro è odorosa, le albicocche sono stese a seccare, qualcuno raccoglie il miele di corbezzolo. Vi è poi un’aura di zafferano, di idrocarburi, di aldeidi, di resina, di iodio, quasi una vibrazione luminosa e atmosferica che rende il profumo irradiante e marino.

Non chiarificato, non filtrato, al sorso è morbido, glicerico, molto salino, assai ben equilibrato nelle sue componenti. Giusto di alcol, con acidità vivida e corpo appena robusto, incede sicuro, quasi incalzante, richiamando al gusto e nel retrolfatto i profumi della costa: dopo un ricordo di pesche sciroppate, la macchia, la resina, le erbe. La ruta risalta nel lungo finale, rendendolo amaro e complesso, di fascino angoloso.

Mentre lo gustavo a tavola, accompagnando ottimamente, con i suoi meravigliosi profumi, una spigola al forno, lo paragonavo mentalmente ai modelli di grandi bianchi apprezzati internazionalmente e mi dicevo: “E’ diverso, per colore, profumo e gusto, ma pari loro: ne è l’alternativa marina e mediterranea”.

Questo vino, prodotto in sole 1800 bottiglie, figlio delle Cinque Terre e delle autoctone uve bosco al 60%, albarola e vermentino paritarie per la restante parte, restituisce cristallino la poesia del suo territorio, con cura artigianale, inappuntabile precisione, essenziale finezza di tratti, riuscendo completo, elegante, universale.

Racconta una storia ed indica una via: quanti chilometri di muretti a secco attendono mani a curare le viti, quanti altri vini di valore universale potrebbero nascere da quei vigneti “battuti dal Libeccio, riarsi dal sole“, da quella “Terra sassosa impastata di sudore antico sparso per amore e non per castigo.”, nelle parole di Siro Vivaldi?

Sogno un mondo, oggi che l’Italia è da un anno flagellata dalla pandemia, dove la gente possa compiere un percorso inverso, incentivata ad abitare terre e borghi abbandonati, per tornare ad appendere l’uva sulla sua casa ad appassire dopo una giornata al videoterminale, o a legare i tralci al calar del sole; dove, pragmaticamente, le ragioni del cuore si uniscano a quelle del mercato, per una crescita sociale dell’economia; e chi ha amore per questi terrazzi verticali, possa averli, impiantarvi facilmente impresa e soffiarvi vita, portando nel mondo il nome e il vino delle Cinque Terre.

Spumante Gigli Metodo Classico Brut, lotto 1-15, sboccatura 16-03-18, 11 gradi.

La Garfagnana è terra di straordinaria fascinazione, un angolo di Toscana per certi versi ancora appartato e segreto.

Si snoda lunga e stretta lungo il corso del Serchio, tra alture boscose, imponenti e ripide, intervallate qui e là da vallecole minori che si aprono come diverticoli, nascondendo borghi, grotte, torrenti. “La Garfagnana è posta tra l’Appennino, che la divide dalla valle del Po, e le Alpi Apuane che la separano dal mare Tirreno: la cruna di quelle sue giogaie è appunto in gran parte il confine naturale e insieme amministrativo della Garfagnana” (da “La Garfagnana”- Atti della giunta agraria 1883).

Una terra dura e severa, scavata dalle acque, che hanno tagliato le montagne in orridi spettacolari, gli strati geologici nudi. Un paesaggio introverso, quasi nordico, che pare uscito dai quadri dei pittori romantici di primo Ottocento, dagli scorci vertiginosi di un Caspar David Friedrich; specie l’inverno, quando le cime ardite emergono dalle nebbie del fondovalle, quasi memore dell’origine lacustre: 2054 metri la vetta del Prado, 1946 metri il Monte Pisanino, a occidente.

Chi la visita, tuttavia, non sfugge a un sentimento di magia sospesa: saranno i suoi silenzi, le pievi millenarie, le stratificazioni storiche, i rimandi sonori delle acque e degli uccelli; o una certa luce, qui spesso indiretta, schermata dai monti e dalle gore che la curvano e la sbiecano in lame. Terra di leggende popolate di fate e folletti, come forse solo l’Amiata è pari in Toscana; e, come l’Amiata, luogo eletto di eremitaggi e misticismi.

Tanta bellezza, tuttavia, cela una storia di miseria: terra fredda, le Apuane la escludono dai venti marini, la più fredda della Toscana; e la più piovosa: in media, 1356 mm l’anno, che erano oltre 1770 millimetri negli Anni Venti e raggiungono massime di 3000 mm l’anno. Per confronto, la media annuale di pioggia a Castellina in Chianti è 921 mm, a Udine 1377 mm, a Londra 690 mm, a Reims 625 mm, a Beaune 912 mm. “...il garfagnino cerca i mezzi minimi di esistenza nello sfruttamento del bosco e del sottobosco…“: così denunciava un rapporto prefettizio dei primi del Novecento, quando la disoccupazione qui arrivava al 70% e la gente emigrava in massa, verso il Nord, Oltralpe, o le Americhe; fenomeno iniziato già a metà Ottocento e protrattosi per oltre un secolo.

Ai giorni nostri, fortunatamente, la situazione è cambiata: industria, artigianato, turismo, sagre, festival musicali, giacimenti enogastronomici; per qualcuno è “la valle del bello e del buono”. Nuove attività e colture hanno soppiantato quelle tradizionali, inclusa la viticoltura: del vigneto più estremo della Toscana rimangono muti testimoni chilometri di ripidi terrazzamenti, che il bosco inesorabile ricopre, come nel Nord Piemonte; e una mezza dozzina di antiche varietà locali. Alcuni coraggiosi vignaioli producono vini di qualità, ma le vigne rimaste sono pochissime rispetto all’estensione dell’antica viticoltura.

Capitai appunto qualche anno addietro – era l’aprile o il maggio 2018- a Borgo a Mozzano, piccolo comune sulla destra orografica del Serchio, in occasione della locale Festa dell’Azalea, la cui origine è del 1970, quando il Centro Studi Agricoli constatò che quei fiori vi crescevano spontaneamente, vuoi per il terreno, o la ricchezza delle acque, o il particolare microclima, influenzato dal fiume e dai monti che cingono il paese: se questo si adagia su uno stretto pianoro a 96 metri sul livello del mare, lo dominano vette e altopiani che si elevano bruschi, sfiorando i 1000 metri. Il Centro Studi Agricoli aiutò chi fosse stato disponibile alla floricoltura e alla commercializzazione, creando così nuove entrate e occupazione in questa terra marginale che viveva, così, l’onda lunga del boom economico.

Quel giorno il paese era tutto una festa: correvano i bimbi tra le bancarelle, gorgogliavano le acque dei numerosi torrenti che l’attraversano, le bandiere dei rioni gareggiavano con le azalee nel’osanna dei colori. Sotto un portico in via Roma, dipresso al palazzo del Comune, stava il banco dei Vignaioli di Borgo a Mozzano, quattro o cinque aziende, se ben ricordo. Fui particolarmente incuriosito dai vini di un signore dagli occhi cilestrini ed il sorriso franco e aperto, che sfoggiava un cappello di paglia sulle ventitré e vistose bretelle. Mi raccontò, con passione e sense of humor, che nella sua azienda, Cantina Gigli, produceva artigianalmente due spumanti, un metodo classico ed un sur lie, da una vecchia e rara varietà rossa locale, la barsaglina.

Comprai due bottiglie senza nemmeno assaggiarle, forzando un po’ la mano, perché non le riteneva ancora pronte: gli promisi che le avrei sistemate in cantina, lasciandole maturare qualche mese.

Per i casi della vita, le due bottiglie rimasero a riposare ben più di qualche mese. Nel frattempo, però, ho incontrato quel signore in varie manifestazioni, scoprendo che il suo nome è Angelo Bertacchini, di professione agronomo-enologo, e ho assaggiato alcuni vini delle aziende per le quali è consulente: ottimi, di espressione sincera ed elegante, raffinatamente artigianali, precisi nell’evocazione di terroir.

Finalmente mi sono deciso ad aprire quel metodo classico di Cantina Gigli, che tanto mi aveva incuriosito: una bottiglia del lotto 01-15, sboccata il 16 marzo del 2018.

Così buona, interessante e sorprendente, che ho contattato immediatamente Angelo per rinfrescare la mia memoria e saperne di più.

Ho ricevuto” mi racconta Angelo “questa mia piccola azienda dai miei nonni, Alvaro e Anna, che erano contadini a tutto tondo a Borgo a Mozzano. Due vacche, formaggio, ortaggi, frutta, azalee: di quello loro campavano, ma avevano anche una produzione di olio e di vino, che vendevano ai ristoratori della vallata in damigiane e fiaschi.

Quando ho preso le redini, ho pensato fosse impossibile gestirla in quel modo ed ho puntato sulla passione comune che avevo con mio nonno: il vino.

I due vigneti erano esauriti, una babilonia di vitigni, allora ho pensato di scegliere il più promettente e rappresentativo del territorio. Fu cosi che nel 2010 ho piantato mezzo ettaro di barsaglina, circa 3800 piante.

I vigneti si trovano a circa 180 metri di altitudine, subito alle spalle di Borgo a Mozzano, in una conca esposta a sud e ripatata dal “cavallone”, una nebbia fredda che discende ogni mattina lungo la vallata del Serchio.

Da prima pensavo di fare un rosso, vista le caratteristiche del vitigno, ma poi mi sono reso conto delle sue potenzialita’ come rosato e, in special modo, spumante. Dal 2012 ho iniziato a fare prove, ma la prima annata in commercio e’ la 2014, sboccata nel 2018 ed imbottigliata nel 2015, con un 15% di una quota di riserva.”

L’Azienda si trova nella frazione di Oneta e nella piccola cantina le operazioni sono artigianali: remuage, sboccatura, tappatura, tutto avviene manualmente, con mezzi di essenzialità francescana. L’approccio in vigna – che mi dicono bellissima – è il medesimo: lo stretto necessario, accordandosi all’ambiente naturale circostante, boschivo, più che a qualche certificazione.

Con queste premesse, facilmente si immagina un vino originale, ma nulla prepara alla personalità ed alla compiutezza del Metodo Classico di Cantina Gigli, rilasciato come brut nell’annata in oggetto, extra brut in altre uscite.

E’ ramato trasparente e luminoso, un particolarissimo punto di colore, raro, simile – ma non uguale- alla tinta degli Champagne da Pinot Meunier o di qualche Sorbara fortuitamente invecchiato.

In poche manciate di secondi, si smaltisce nel bicchiere l’ossigeno intrappolato, che confonde l’immagine con le sue bolle grosse e disordinate, e nitida risalta una mousse fine, sottile, continua, elegante, molto durevole: ottima.

Anche il profumo richiede un po’ pazienza per perdere qualche velatura riduttiva, ma è un attimo: poi il vino è comunicativo, con un profumo delicato, tuttavia penetrante, etereo, nitido, complesso.

Il candore di una fioritura primaverile di peschi e acacie; la freschezza del melograno, del ribes, del lampone; la polpa delicata e soda della mela renetta, dell’albicocca; la ricchezza dorata dei cereali, il malto in evidenza; poi, tratti boschivi e minerali: il mallo di noce, il muschio, la pietra bagnata al sole, sullo sfondo il terriccio, cenni di aldeidi. Il profumo dei lieviti, pur percettibile, è misurato, armonioso, tridimensionale.

Bevendolo conquista: il sorso nitido, drittissimo, penetrante, asciutto, estremamente sapido ed acido; quasi percussivo, ma bastevolmente ampio e contrastato, equilibrato e virile nel notevolissimo allungo perdurante freschezza; il grado alcolico gentilissimo.

Per trovare spumanti metodo classico così verticali, vibranti, stilizzati, bisogna normalmente guardare molto più a settentrione, varcando, se è il caso, le Alpi. Questo Metodo Classico di Cantina Gigli, però, ha una identità tutta sua: spiazzante minimalismo e forza interiore.

L’abbinamento perfetto forse sui grandi sapori artigianali della tradizione locale: la norcineria e i formaggi, ma sarebbe stato bello sperimentare, ne avessi avuta un’altra bottiglia, con le paste, le carni, i pesci, osando persino – potendo – la selvaggina da piuma.

Vino visionario, questo, perché ritrae fulminante l’asprezza e l’armonia di un territorio duro, freddo, montano: le sue ombre e le luci, le morbidezze e gli angoli scabri.

Più ancora, perché indica magistralmente una via inesplorata e possibile: ripenso ancora a quei terrazzi coperti dal bosco, a quei muri a secco che ostinatamente si arrampicano sui monti, quasi volessero toccare le cime innevate, come li ho visti d’inverno dalla spianata aerea e sospesa del candido Duomo di Barga; e come sarebbe bello vederli rivivere, gettare pampini di barsaglina, di sangiovese e di altre uve ancora, esplodere di grappoli diventando la patria toscana di spumanti eroici e ricercati.

Prosecco Sui lieviti Treviso Doc Gregoletto, L 1 2025, 11,5 gradi .

Luigi Gregoletto era la storia vivente del prosecco. Se n’è andato all’inizio di questo 2021, a 93 anni. Dava l’idea di averli sempre portati con schiena dritta, saggezza, umiltà e signorilità estrema.

Lui non aveva nobili avi, ma secoli di famiglia contadina, mezzadri a Premaor di Miane.

Quando la FIVI lo premiò Vignaiolo dell’anno, nel 2016, pronunciò un breve discorso, del quale mi rimasero in mente due passaggi: “Nessuno è abbastanza povero da non aver niente da dare agli altri, né così ricco da non aver bisogno degli altri”; e: “Se la rispettate, la terra non vi renderà più ricchi, ma vi renderà più signori”. Dette da un uomo che aveva iniziato a vendemmiare bambino, spezzandosi la schiena nella vigna e piagandosi le mani al freddo, quelle parole hanno il peso di un monumento.

Desideravo tanto andare da lui in cantina, parlare con lui; e vedere quelle vigne spesso ripide, dure da lavorare, che solo la fatica dell’uomo può addomesticare nelle armonie di un grande Prosecco.

Assaggiando i suoi vini – mi assicurava il figlio pochi anni fa, era ancora lui a condurre le danze – si capiva quale espressività possa avere il Prosecco, pur mantenendo precisione, cura, equilibrio, tradizione. Credo amasse molto la tradizione autentica, non quella che, citando un grande musicista, è solo: “Il ricordo dell’ultima cattiva esecuzione”. Infatti era tra i pochi a produrre ancora un vino antico e senz’altro fuori moda: il Prosecco fermo, delicato e delizioso, al quale riservava cure particolari.

Trovo oggi per caso queste vecchie note dell’assaggio del suo Prosecco sui lieviti: riportarle qui, nella loro disordinata e spontanea naïveté, è il miglior omaggio che nel mio piccolo possa tributare ad un grande vignaiolo ed al suo vino imprescindibile.

” Tra paglierino e limone scarico, con riflessi finissimi.

Spuma del pari finissima, ordinata, delicata.

Sul calice poco più di un velo.

Profuma di campagna l’estate, di govoni di paglia secca al sole, e di erbe spontanee e fiori, anch’essi olezzanti su la zolla riarsa.

I cereali e il pane, i profumi buoni del cuore.

Poi le susine verdi, con la polpa gialla, le Claudia forse, e buccia di melone e mela cotogna.

Un ricordo d’incenso, come a benedire di sacralità la semplicità della natura e del cibo quotidiano.

Il sorso è un abbraccio cremoso, di mani e braccia un po’ ruvide, ma delicate: rinvigorisce il palato col filo argenteo di un tratto schiettamente salino; un’acidità alta, ma distribuita e smussata dalla tessitura liquida, lieve e rotonda insieme, che si apre misurata tra la lingua e la gota, allungandosi con proporzione perfetta ed un battito d’ali libero e aereo, senza peso. Corporeo sì, questo vino, ma della stessa sostanza degli angeli.

Bene ovunque, al meglio sui piatti della cucina popolare. “

Dolcetto d’Alba 2017 , Emilio Vada, 14 gradi.

“A Peveragno, ricordo, un pomeriggio di marzo, in un’osteria infima, vidi entrare un mendicante, un vecchio vagabondo di quelli che ormai non se ne vedono più: aveva a tracolla due o tre tascapani rigonfi, una gavetta, una padella, una mantellina grigioverde arrotolata. Sedette in un angolo, vicino alla porta vetrata. Tirò fuori un pezzo di pane, e ordinò, non senza una certa solennità, ” mezza stupa”. Non disse, naturalmente, la qualità. Non dire la qualità significa, in quei luoghi, dire Dolcetto (…)”

Vino al Vino, Mario Soldati, autunno 1968.

Il Dolcetto, si sa, non è per nulla dolce.

Anzi, riesce addirittura amaro per un’incomprensibile perdita di affezione, fotografata da numeri impietosi: in vent’anni gli ettari vitati sono scesi da 5.600 a 3.800, le bottiglie da 27 a 20 milioni.

C’è stato però un tempo nel quale era il vero traino della viticoltura langarola e cuneese, spuntando talvolta, persino, prezzi più alti del Nebbiolo e rallegrando, nel secondo dopoguerra, i pasti della borghesia lombarda e piemontese.

Il Dolcetto, per me, è casa, al pari del Chianti: quelli i tipi che ricorrevano più sovente sulla nostra tavola, quand’ero bambino. Ricordo ancora la cucina lunga e buia della vecchia casa nel centro di Milano, che lasciammo prima della mia terza elementare: la luce gialla della lampadina a incandescenza evidenziava il vapore che saliva dai piatti: la minestrina in brodo coi capelli d’angelo, il lesso, l’insalata di cicoria selvatica; al centro, la bottiglia di Dolcetto d’Alba della Cantina Sociale.

Si sa com’è il Dolcetto: un profumo nascosto, quasi malinconico“: scriveva ancora Soldati.

Negli anni il Dolcetto ha accompagnato, per me, momenti di amicizia, incontri romantici, istanti di solitudine: conversazioni, sguardi, silenzi. L’ho studiato, ho imparato a descriverlo in termini tecnici, a distinguerne la provenienza, a valutarne la qualità. In lui, felicemente, mi sono perso e l’ho amato: perché è un vino nudo, di memoria e di pensiero.

La vera nudità, quella dello spirito, spaventa; la memoria è un morbido guanciale, talvolta; più spesso, un grido d’accusa: “Un giovane dolcetto ha sempre, nella sua posatezza, qualcosa di vecchio”.

Il Dolcetto è uno specchio, senza infingimenti: è vino-vino, essenziale nella sua funzione: non permette ostentazioni, rifugge esoterismi. Perciò il Dolcetto – oltre le dinamiche commerciali – è fuori moda: per la sua onestà.

Guardando tuttavia in quello specchio, senza paure, si vedrà che il Dolcetto, declinato in tre DOCG e nove DOC, può stare nell’Olimpo dei vini con voce grande e originale, senza fare la voce grossa; e, soprattutto, regala gioie che hanno la bellezza della semplicità.

Se questa è la tesi, il Dolcetto d’Alba di Emilio Vada ne è la dimostrazione. Mi folgorò al primo assaggio, a un Mercato FIVI, qualche tempo fa. Che nasca da un vignaiolo vero, di giovane generazione, che ha convinto la sua famiglia a trattenere parte delle uve da decenni conferite, è forse consequenziale: un atto di coraggio e di onestà verso se stessi e le proprie capacità.

Si dice in Toscana: “Se un si va, un si vede“: Emilio Vada ha mostrato eccome la caratura del suo lavoro: Moscato, Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, tutti buonissimi.

Quest’ultimo è coltivato tra Coazzolo e Mango, al confine tra Astigiano e Cuneese, tra Langhe e Monferrato, su suoli calcarei, franco-sabbiosi. La vinificazione segue un protocollo essenziale, tra acciaio e vetro: un vino sans signature, nel quale parla il territorio e l’artefice rimane dietro le quinte; testimoniano però la sua opera le rese di uva per ettaro: 50 quintali, contro i 90 ammessi dal disciplinare.

Qui con me, oggi, ho una bottiglia dell’annata 2017. Lo apro. Lo verso.

Nel mio vetro, rubino purpureo trasparente: bellissimo, luminoso; su di esso, gocciole molto fitte, regolari, lente.

Il profumo è intensissimo: molto complesso, giovanile con un principio di evoluzione, suggerisce polpa e materia.

È una fantasmagoria vegetale ed arborea, un sogno di mezz’estate aperto da un trionfo di frutta: nettissimo il gelso nero, poi fragolina, susina polposa, duroni sotto spirito, melone, cocomero; quindi, come una girandola scoppiettante, erbe aromatiche, spezie, balsami: alloro, rosmarino, prezzemolo, basilico, curcuma, zafferano, corteccia d’eucalipto, fieno. Con le ore, chiudono il corteo, eleganti e riflessive, rosa, viola, liquirizia.

Vino pastoso, di giusto corpo, molto saporito, esemplare per fittezza e finezza di trama.

Abbondantemente tannico e sapido, moderato in acidità, risolve la sua grande tensione interna in un equilibrio stabile per l’intera arcata del sorso, fin nel notevole allungo, obliando il grado alcolico.

Questo stupefacente Dolcetto, tra i più buoni da me assaggiati, possiede una dote rara e senza tempo: il senso della misura.

Gustato con piacere su hamburger di Casa Serra, lo immagino delizioso su taglierini al ragù di carne.

(30 maggio 2020)

Il mio Ovidio 2009, Camillo Donati, 14,5 gradi.

I miei primi passi curiosi da amatore di vini furono quantomai disordinati e divertenti: una scoperta continua, senza regole, vincoli, scuole.

Letture scombinate, consigli di conoscitori e orecchianti, assaggi vari, perlustrazioni e, talvolta, colpi di fortuna.

Chi mi parlasse la prima volta di Camillo Donati non lo ricordo.

So che ad un certo punto volevo assaggiare del Lambrusco e della Malvasia autentiche, rifermentate in bottiglia, e fui indirizzato da lui.

Era già un nome importante – oserei dire storico – del movimento dei vini cosiddetti naturali, verso i quali nutrivo e nutro una certa simpatia: mi piace e mi interessa il concetto di lasciar parlare la natura e i suoi tempi, valorizzandone le caratteristiche; non gradisco, invece, estremismi e trascuratezze reclamizzate per pregi.

Donati appartiene in effetti all’ala purista, con rara maestria: confesso di aver trovato i suoi vini talvolta non completamente convincenti, secondo l’annata, ma costantemente di carattere e onesti. Nei casi migliori, però, dalle sue vigne trae esiti notevolissimi.

In realtà, per un motivo o per l’altro, non sono mai andato da lui sulle morbide colline tra Langhirano e Felino, nel Parmense: le sue bottiglie me le procurava anni addietro un amico, che passava spesso in zona.

Un peccato: resta una di quelle tappe inevase, tuttavia ineludibili.

Di quelle antiche bottiglie summenzionate mi rimaneva ormai solo questo Croatina. Confesso che era rimasta ultima perché mi interessava meno: della Croatina non ero per nulla pratico all’epoca, mentre negli anni, conoscendola, ho imparato ad amarla.

Ecco: questo Croatina, dedicato al vecchio cantiniere Ovidio, è forse il più buono e perfetto tra i vini di Donati che ho assaggiato finora, confermandomi l’idea che la Croatina sia il vitigno rosso italiano più sottostimato.

Versandolo, svela al primo sguardo, celata, una promessa sensuale: granato profondo, molto viscoso; e sul vetro gocciole prima rade, poi fitte e persistenti.

Stupisce per il profumo intensissimo e nitido di frutti di bosco maturi, al limite di una piacevole confettura. Poi, morbidi come le carni dei putti del Correggio, si svolgono rifrazioni e rimandi di spezie, caffè, cioccolato fondente, liquirizia, nocciola, carruba, caramello.

Il corpo è pieno, polposo; la tessitura avvolgente; il sorso amabile e gustosissimo; l’intensità vibrante; l’equilibrio mirabile e raro.

Il tannino abbondante, col tempo, si è risolto in un signorile velluto. L’acidità, pure notevolissima, complici corpo e zucchero si nasconde, danzando sul palato un ballo in maschera: una mazurka, delicatamente mossa da un residuo di anidride carbonica, che sfuma su un finale piacevolmente alcolico, di buona lunghezza.

Questo vino, oggi giustamente invecchiato, gravido di umori, mi parla di Parma, del suo spirito.

“Come, non un Lambrusco?”. È che il Lambrusco parmense è superbamente popolano, operaio e contatadino, magari borghese o finanche anarchico: ritrae bene gli aspetti più grintosi dell’anima parmigiana, che la sera magari andava al Teatro Regio solo per il gusto di fischiare il tenore.

C’è però anche la Parma dei palazzi dagli androni silenziosi, dei conventi solenni, delle ville che si perdono nella campagna oltre interminabili finali di aceri: la Parma dei signori e della nobiltà, delle dolci armonie architettoniche, delle sculture immortali dell’Antelami, dell’enigmatica bellezza dei volti del Parmigianino; quella che, certe sere sul finire dell’autunno, quando calano il buio e la nebbia, si infittisce per le strade del centro, illuminate appena dai lampioni gialli, e sembra avvolgere, accarezzare, chi passi infreddolito stringendosi nel suo tabarro; che, a vederlo di lontano, non sapresti se figura reale o fantasma amico.

Quella Parma nobile e ombrosa, dal palpito romantico, è perfettamente ritratta da questo vino: sensuale, appassionato, col suo slancio naturale che subito si vela di dolce malinconia.

Buono fresco, sulla mia tavola è stato bene sui tortellini in brodo. L’avrei accostato volentieri a costine di maiale, al forno; ma il suo matrimonio, io credo, l’oca arrosto.