Aglianico del Vulture Riserva Caselle 2003, D’Angelo, 13 gradi

Mi disse una volta un amico di origini lucane, a proposito della sua terra: “Eppure esiste!”.

Agli occhi di chi abita al Nord la Basilicata pare remotissima, più di ogni altra regione del Sud.

Forse non ha saputo promuoversi bene; forse ne è mancata l’occasione; forse, il carattere stesso dei Lucani che, fuor di luogo comune, ha un fondo schivo e riservato, contribuisce a tenerla in ombra.

Credo che anche sui vini della Basilicata non si siano mai davvero accese le luci, nemmeno sul più celebre e storico di essi, l’Aglianico del Vulture.

Quando vivevo in Inghilterra lo trovavo, con sorpresa e piacere, in un negozio in pieno centro a Londra: era il vino di un certo produttore di meritata fama, premiato e famoso, ma lì appariva più in rappresentanza di se stesso come un unicum, che testimone di un intero territorio.

Peccato: l’Aglianico del Vulture è un vino buonissimo, forse il più gentile degli Aglianico, escludendo quello cilentano, con una rotondità ed una speziatura personalissime, che gli derivano dalla particolare combinazione di suoli argillo-calcarei su sostrati vulcanici più o meno affioranti e caratteristiche pedoclimatiche particolari, interne e di alta collina, in territorio largamente incontaminato.

Inoltre, ha una lunga storia da raccontare (celebre la citazione di Orazio) e sono numerosi i produttori degli di nota: una bella squadra.

D’Angelo è uno tra quelli di lunga tradizione: attivo fin dagli Anni Venti del Novecento come produttore di uve, i primi imbottigliamenti sono degli Anni Settanta.

Tra le numerose etichette, il Caselle occupa un posto particolare per la concezione a un tempo classica e ambiziosa, con rese limitate a 45 quintali di uva per ettaro ed un invecchiamento di 5 anni prima della messa in commercio, dei quali 2 in botti grandi: sono numeri da Barolo, da Brunello di Montalcino, per intenderci.

Questa bottiglia mi giunse da un amico scambiandoci bottiglie: lui in vacanza al sud, io al centro nord, ci dividemmo il bottino a mezza via.

L’Aglianico ha generalmente lunga vita. Mi preme tuttavia sottolineare l’ottima condizione di questa ben conservata 2003, annata molto calda e mal apprezzata agli esordi: si affermava che i vini – in tutta Italia – fossero cotti, sbilanciati, scarsamente longevi.

Invece, con gli anni in vetro, spesso hanno trovato equilibri mirabili e una certa freschezza.

Non so come fosse questo Aglianico del Vulture agli esordi, ma tali attributi gli si applicano oggi a perfezione.

È color granato profondo, con riflessi rubino. Sul vetro, lacrime molto lente e regolari.

Ha un profumo molto intenso di mora di rovo, di mirtilli, di susine scure. Suoi sono gli incensi, nobili e maestosi, sua la foresta: resina di conifere, corteccia, muschio; suo un tratto fermamente mediterraneo: il rosmarino, il ginepro, l’alloro, l’oliva; infine una nota ematica nitida, un sottotraccia di polvere pirica, di affumicato, eco discreta dei suoli vulcanici.

Di gran corpo e concentrazione, gusto intensissimo.

Si apre ampio, nitido, deciso e quasi dolce sul palato, virando subito energico, nervoso, molto reattivo, con un allungo fresco, succosissimo, profondo, naturale, secondo un incedere compatto, percussivo, verticale e tuttavia sciolto, a suo modo leggiadro. L’acidità è notevole, il tannino fine e abbondante: tra queste poderose spinte, il vino vibra ricco di armonici, come la cavata violinistica di un David Oistrak

Sulla mia tavola è stato compagno eccellente di un agnello al forno con le olive.

Scappalepre Toscana Rosato IGT 2017, Tenuta di Bibbiano, 14,5 gradi.

Scrivevo di questo Scappalepre l’estate dello scorso anno:

“… un vino di color rosa antico: tenue, luminoso, bellissimo. Ciò che più importa era buonissimo, difatti è finito in un attimo. Delicato, un profumo sfumato e nitido di rose, più sfumata ancora la ciliegia, erbe aromatiche, chiodo di garofano. È Sangiovese chiantigiano, un rosato delicato, agile, snello, fresco, che avrei detto perfetto da pesce. Lo è, ma oggi è stato perfetto anche su lasagne, verdure gratinate, coniglio arrosto con le stringhe in umido. Aggraziato, quindi, altro che delicato!”

Lo riassaggio oggi con estremo piacere, complice la tavola, la compagnia, la calura estiva; ed il tempo trascorso esige una riflessione ulteriore, perché lo ritrovo ancora più compiuto e integrato.

A tre anni dalla vendemmia, lo Scappalepre 2017 è in uno stato di perfezione sferica. Tutta la sua freschezza è vieppiù sviluppata tridimensionalmente, secondo una spazialità sinfonica: profumo, sapore, articolazione, con un’acidità vivida.

Stupefacente per la capacità di dissimulare forza e massa in un sorso gentile, pacato, di grazia stilnovista; secco e glicerico insieme, con un ritmo salino che l’innerva scandendolo maestoso.

Azienda chiantigiana storica, Bibbiano ha saputo rispettare la tradizione, introducendo tuttavia ragionate novità. Lo Scappalepre è una di queste: una sussurrata ode allo spessore del Sangiovese di Castellina.

(Luglio 2020)

Rosato IGT Toscana 2019, Sanlorenzo, 14 gradi.

Superato il fitto bosco, quando si arriva sulla sella ariosa dove sorge la cantina di Sanlorenzo, viene fatto di fermarsi in limine: oltre ci sono le vigne digradanti, e ancora boschi, e acque, chissà; ed un orizzonte infinito che si spinge oltre i monti fino al mare, sorvegliato dall’Amiata massiccio, a sinistra, limitato dalla Val d’Arbia misteriosa, a destra. Bisognerebbe essere uccelli e spiccare il volo per superare quella soglia fatata; invece lì si resta, figurandosi spazi distesi, concavità discrete, luci e ombre, animali nascosti, fiori sperduti come gioielli lascati cadere negletti da un sovrabbondante scrigno. Intorno, i grappoli turgidi danzano al sole.

A 500 metri d’altezza, questa terra è vocata per Brunello eleganti e robusti.

Dal 2014 però, Luciano Ciolfi, anima di Sanlorenzo, ottiene dalle sue uve anche un rosato, col salasso di piccole quantità di mosto.

Ho avuto la fortuna di poterne assaggiare tutte le annate, fino alla 2019, ultima imbottigliata.

Sei vendemmie sono una traiettoria sufficientemente lunga per delinearne i caratteri fondamentali: è un rosato estremamente elegante, potente, ricamato e preciso, di una naturalezza disarmante.

Pur restando se stesso, legge in trasparenza ogni annata, sempre diverso: ad esempio, il 2019 spicca per mineralità e gentilezza, felicemente abbinandosi al pesce; certi millesimi, più ampi e sul frutto, si accostano gioiosi a piatti di terra.

Sarebbe interessante affrontarne una verticale: non teme certo qualche anno di invecchiamento.

Mi risuona sempre l’idea che sia un’essenza di Brunello: intendo un Brunello spogliato della sua massa, dei suoi tannini, ridotto a un’idea primigenia e rarefatta di profumi e sapori, lieve ed etereo come un aquilone di carta, alto nel cielo per un soffio di vento. Ecco la magia: ha nel suo colore certi attimi sospesi tra tramonto e crepuscolo, come li ho visti in inverno dai pendii di Sanlorenzo, che durano un nulla come le cose belle, come il piacere abbagliante di questo Rosato.

Questo 2019, che accanto all’abituale affinamento in tonneaux, ha visto il passaggio di una piccola quantità in clavier, è di tinta bellissima, trasparente e luminosa, dai riflessi vagamente ramati da cipolla di Certaldo, con gocciole fitte, veloci, persistenti.

Il profumo è molto intenso e molto complesso, elegantemente sfumato e musicalmente fuso: in lui trovo fiori secchi di campo gialli e viola, tanta camomilla. Poi frutta mediterranea e antica: arancia, corbezzolo, giuggiola; la suggestione esotica del lichi contrapposta a una nordica mela verde; e la paglia, il fieno che asciuga al sole, struggente evocazione campestre da quadro macchiaiolo; lo iodio, il ferro: sentimenti marini e guerrieri addolciti da una spaziatura molto tenue, molto dolce, di cacao bianco; infine, note di alloro e di resina, tra lo splendore ordinato di un giardino e l’ombra gentile di un bosco.

Corpo ampio, gran stoffa, attacco energico e dolce, corrente salina continua, acidità franca e decisa, tengono e ritmano l’incanto trasognato dei profumi, con un alcol presente, in ottimo equilibrio, che carezza il palato. Il sorso è avvolgente, secco, slanciato, notevolmente persistente, ma ben calibrato per esaltare la tavola, con una scia minerale e salina che pulisce e rinfresca; quasi fosse un’acqua profumata, sapida, saporita, insieme fresca e calda.

Eccezionale e beverino, sulla mia tavola, con un gran fritto di mare: perfetto per morbidezza, profumo, pulizia del palato.

Colli Trevigiani IGT “Venegazzù della casa” 2005, Loredan Gasparini, 13 gradi.

Rimango sempre tiepido verso i tagli bordolesi italici: intendo quelli classici, da Merlot e Cabernet principalmente, con l’aggiunta delle altre uve rosse complementari dei Bordeaux.

Molti hanno un piglio dimostrativo, che mal si sposa coi miei gusti e le mie vivande; altri sono troppo slegati dal territorio per destare il mio interesse; alcuni sono buonissimi, ma richiedono esborsi che sopporto più volentieri per un grande Nebbiolo, o un grande Sangiovese, a me più congeniali.

E persino tra i buonissimi, trovo una certa inclinazione o verso interpretazioni scopertamente mediterranee, di luci dirette e tinte accese, o verso toni intellettualistici, di rigori geometrici e colori freddi. Insomma, il punto di equilibrio tra elegante ricercatezza e coinvolgente eloquio sfugge sovente.

Gli storici tagli bordolesi di Loredana Gasparini mi hanno invece sempre conquistato, dal lontanissimo primo assaggio del sontuoso Capo di Stato, mai abbastanza lodato, al più immediato Venegazzù, vino decisamente sottovalutato.

Varrebbe la pena spendere qualche parola sul territorio e sulla storia dell’azienda, ma non è questa l’occasione adatta.

Basti dire i vini del Montello, rilievo di circa 6000 ettari che supera di slancio i 370 metri d’altezza, sono lodati già dal ‘500 e che le uve bordolesi per la produzione di vini pregiati vennero piantate dal Conte Loredan Gasperini già negli anni ‘50. Il primissimo Rosso di Venegazzù – toponimo riportato anticamente come Vignigazzù – è appunto del 1951.

Negli anni questi tagli bordolesi hanno mantenuto la loro naturale suadenza: una ricchezza strutturata e setosa, naturale e scorrevole, aperta ma sfumata. Forse è la forza del territorio e dei suoli del Montello, terre rosse con ciottoli calcari, granitici e porfirici in matrice argillosa, detriti alpini portati dal corso del Piave; oppure il taglio indovinato di Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc, Malbec; o, infine, l’affinamento che per il Venegazzù della Casa è di 36 in botte grande, evitando la barrique che l’ortodossa adesione all’enologia bordolese avrebbe suggerito, forse per la consapevolezza di una materia prima diversa.

Consapevolezza: forse questo è il segreto che negli anni chi ha accudito questi vini si è passato di mano.

Avevo da anni in casa questa bottiglia di Venegazzù: non in cantina, perché in effetti ha subito qualche vai e vieni tra essa è l’appartamento.

Ho una passione particolare per il Venegazzù: un vino eccezionale che si può trovare a prezzi onestissimi e che, pur prestante, non stanca mai.

Avevo semmai un dubbio circa lo stato di forma di questa bottiglia quindicenne dalla vita travagliata.

Tuttavia, se il colore è granato impenetrabile, il vino è smagliante: “in evoluzione”, ma per nulla “evoluto”.

Lascia sul calice gocciole lentissime, regolari, persistenti, come spesso accade con i grandi Rossi invecchiati.

Il suo profumo è molto intenso, nitido, complesso: un bouquet amplissimo, dalla frutta rossa e nera, come amarena matura e la prugna essiccata, al peperone, al pepe verde e bianco, e poi cacao, rabarbaro, caffè macinato, castagne, alloro, rosmarino, balsami, legno di cedro, tabacco.

Di corpo poco più che medio, ha estrema finezza, avvolgenza setosa, concentrazione senza eccessi, armonia. Con un tannino ben presente, ma morbido; un’acidità notevolissima, rinfrescante, ma naturalmente celata; una residua carbonica disciolta; un tenore alcolico giudizioso; offre un sorso estremamente continuo, lirico, arioso, senza asperità, lunghissimo.

Il legno di affinamento non è percettibile.

Difficile distinguere questo vino signorilissimo, finissimo, da un bordeaux di buon comando, un grand cru bordolese o second vin di una gran firma, se non, forse, per un tocco di comunicativa italiana, espressa fluentemente, senza ansie dimostrative.

Goduto su un filetto di piemontese alla griglia, con sale pepe rosmarino e l’olio di Ormannni, Poggibonsi.

Visioni di Montecucco

Anzitutto: chi non conosce o non ha bevuto i vini del Montecucco, si perde qualcosa di grande.

A spanne, parliamo di vini che vengono dalle pendici occidentali del Monte Amiata, in provincia di Grosseto, a sud della DOCG del Brunello di Montalcino, guadato l’Orcia (che si può oltrepassare, più prosaicamente, con comodi ponti).

Tre annate, tre cantine, tre vini, tre prospettive.

Montecucco Sangiovese 2015 Montenero, 14 gradi. Un vino affascinante, di rude potenza, ma che riesce naturalmente elegante per l’estrema compattezza del sorso: l’eleganza di un buttero dalla schiena dritta. Ha fiato potente, affumicato e boschivo, con polvere da sparo, lampone, ciliegia, amarena, arancia, viola, pepe, alloro, cannella. Corpo importante, con tannino potente, grintosissimo, forse appena un po’ verde. L’acidita è media, è salino, ma la@tensione è tutta nella maglia tannica. Fu calda e potente l’annata.

Basile Montecucco Sangiovese Cartacanta 2016, 14 gradi. Vino fresco, sul fiore, sul frutto, sulla cipria; di buona tensione, dal tannino educato, col finale molto ben bilanciato. Un vino rifinito e godibilssimo, che si giova dell’eccezionale annata 2016, potente e fresca, ma permane una sensazione di tecnicismo smaliziato, che filtra il territorio. L’arrotonda un 10% di Merlot.

Montecucco Rosso 2018 Campinuovi, 13,5 gradi. È il rosso “della casa”, il meno ambizioso, di questo produttore di Cinigiano, che confina con Basile. Sangiovese all’80%, 15% Cabernet Sauvignon, 5% Merlot. Nell’annata la Riserva di Sangiovese in purezza non fu prodotta. Il profumo è un’iride colorata di straordinaria ampiezza: forse non per tutti, con le aldeidi in evidenza, ma profuma di vecchia cantina, di lieviti, di ciliegia, fragola, susina, menta, alloro, sangue, caffè, uva sultanina, polvere pirica. Di corpo e di stoffa vellutata, ha sorso puro, sciolto, coerente, con tannino maturo e abbondante, carnoso; giusto di sale, caldo di alcol, acidità notevole. E ci sono il bosco e la resina, netti: la firma del Montecucco.

L’ultima immagine è uno squarcio di panorama da Cinigiano: un territorio di bellezza abbagliante.

Ser Piero, Chardonnay Toscana IGT 2011, Cantine Leonardo Da Vinci, 13,5 gradi

Talvolta bisognerebbe davvero assaggiarli alla cieca i vini, tanto forte è il pregiudizio; e, nei casi virtuosi, bisognerebbe tenere in più seria considerazione il lavoro delle cantine sociali.

Visitai anni addietro le Cantine Leonardo Da Vinci: una realtà cooperativa solidissima, senz’altro di grandi numeri e con un occhio al mercato internazionale; sicuramente ambiziosa e condotta da persone preparate. I vini: curati, gradevoli, lineari, misurati, molto affidabili; manca l’emozione dei vini artigianali.

In quella occasione occasione comperai tra gli altri questo Chardonnay in purezza. Ne avevo già assaggiato anni prima un esemplare di altra annata, trovandolo più che discreto ed il prezzo era appetibile.

Veramente: non sono amante dello Chardonnay in terra italica, specie al centro e al sud: con i dovuti distinguo so che esistono alcuni vini di valore, ma preferisco bere altro. Neppure intendevo invecchiarlo così tanto questo Ser Piero 2011: semplicemente, non lo trovavo più nella mia cantina e mi ero ormai convinto di averlo già bevuto senza spuntarlo per errore dall’elenco.

Mi sono perciò accostato a questa bottiglia di nove anni con la sola aspettativa di trovare un vino corretto in condizioni passabili.

Ed invece sono rimasto stupefatto: uno tra gli assaggi più belli di questa mia estate.

Ha color limone carico, trasparente, luminoso. Rotando, lascia in velo sul calice.

Il profumo è intenso, concentrato. C’è un agrume caldo e sensuale, in evidenza: bergamotto, chinotto, cedro; un bouquet floreale bianco e giallo: come un campo di camomilla, col fieno appena tagliato e ridotto in balle che asciugano al sole; la frutta a polpa gialla: pesche e albicocche, mature, un’idea di banana; screziature di menta, di ruta, di olio d’oliva; una spaziatura tra il dolce e il saporito, con la cannella, la vaniglia, lo zafferano molto netto; c’è burro di cacao, e persino un ricordo nitido di botrite ed un tocco fumé. Si direbbe affinato in carati e con maestria, non fosse che la scheda del vino menziona solo l’acciaio.

Bella stoffa: di buon corpo, è polposo, ma agile, con un’acidità notevole; è salatissimo, minerale, dinamico, lungo, con finale di spalla larga su note di confettura, di frutta disidratata e fumé. Un bianco sferico, appena un po’ marcato dalla confezione.

In sostanza, questo Ser Piero è l’affresco deciso di uno Chardonnay mediterraneo, maturo, di rara misura, che ben figura accanto vini più celebrati: penso ai non tanti Chardonnay toscani, ma soprattutto ad esempi del Nuovo Mondo, Californiani, Sudafricani, Australiani.

Allora, per capire, bisogna scavare un po’ più a fondo; non solo oltre l’etichetta, ma proprio nel terreno: il Montalbano, formazione che separa l’areale valdinievolino e fucecchiese dalla piana di Pistoia e Prato, ha numerosi suoli di matrice calcarea, più che le altre zone toscane. È noto: dalla Champagne allo Chablis, citando classiche zone d’elezione del vitigno, lo Chardonnay ama il calcare. E poi, alle pendici del Montalbano, metti le mani nude nella terra, vi trovi quantità di conchiglie fossili, come già aveva notato Leonardo Da Vinci, che le aveva ritratte nei suoi taccuini: c’era il mare qui, lui lo aveva inteso. Conchiglie: ancora calcare.

Poi, ovviamente, sul Montalbano ci sono quote, esposizioni, venti: microclimi felici in un territorio ancora naturale, affascinante, che meriterebbe più alta considerazione dal turista e da chi, a vario titolo, si occupa di vini.

Tornando al Ser Piero, ci sono senz’altro vini più fini e identitari, ma questo, pur con i suoi esotismi, si è lasciato scolpire virtuosamente dal tempo nei suoi nove anni di vetro e si beve con molto piacere; ad esempio, sulla nostra tavola, con spaghetti col sugo d’orata.

Modus Bibendi bianco 2018, Terre Siciliane IGP, Elios, 12,5 gradi.

Lo scorso anno, di maggio, eravamo in Sicilia con mia moglie in viaggio di nozze.

Meta fortemente desiderata ed altrettanto amata.

Mancavo da anni. Era trascorsa una decade, ormai, dagli ultimi viaggi di lavoro. Ancor più remoti quelli da turista, risalendo addirittura al 1997: due indimenticabili settimane con gli amici storici, tra Palermo e la provincia di Trapani, con base a San Vito Lo Capo.

Ricordo di quel tempo una sera ad Erice, così avvolta nelle nubi che, tra i vicoli, perdevamo contatto visivo in pochi metri. C’era un sentimento sospeso: per la nostra età, per la bellezza dei luoghi e per le ombre arcane che quelle nubi materializzavano attorno.

Cenammo in una trattoria della quale non ricordo nome, né esatta ubicazione; ma fu indimenticabile la pasta squisita con pesce spada, pomodorini, pinoli, menta, e quel Grillo che tanto bene l’annaffiava: un vino con profumi così particolari come non ne avevo mai sentiti, trasognate suggestioni mediterranee e orientali.

Dunque più volte durante il viaggio di nozze fui attratto dall’assaggio del Grillo, che mancavo da qualche anno, ma ne restai deluso, preferendogli sovente il Catarratto. I Grillo incontrati in viaggio avevano profumi fruttati e floreali innaturalmente marcati e slegati: più che suggestioni, erano luci abbaglianti, presumo dovute a vinificazioni in riduzione spinta, ovvero in assenza di ossigeno.

Finii col pensare che il mio gusto fosse cambiato e che il Grillo non fosse più nelle mie corde.

A Sciacca assaggiai un vino artigianale buonissimo della azienda Elios di Alcamo, che non conoscevo: un taglio di uve bianche autoctone vinificate con macerazione; me lo propose il competente e appassionato giovane gestore di Baccanale, un ottimo bistrot di vini naturali, presso il porto turistico.

Quasi un anno dopo, trovando in rete il Grillo di Elios, la curiosità mi vinse e colsi l’occasione di acquistarlo.

Scopro dalla scheda aziendale che questo Grillo in purezza proviene da terreni argillosi calcarei, in contrada Valdibella di Camporeale, a venti chilometri dal mare. La zona è relativamente fresca, permettendo vendemmie a inizio di settembre. Viene vinificato in bianco, con fermentazioni spontanee e con una certa naturale esposizione all’ossigeno. Affina 7 mesi in acciaio inossidabile.

Ne risulta un bianco poco lavorato, più simile a quel Grillo dei miei ricordi, sfumato, vago e solare, che mi fa battere il cuore fin dall’aspetto: ha un color limone carico con riflessi giada e appare piuttosto viscoso mentre danza sensualmente nel bicchiere, ma sul vetro lascia solo un velo che lentamente si dissolve, non lacrime.

Il profumo è l’evocazione di un paesaggio mediterraneo ideale: un quadro da Gran Tour di inizio Ottocento, dalle tinte solari, rese con vivida intensità, grande concentrazione, naturale ariosità. Scorrendo l’immagine, fiori gialli: ciuffi di ginestre e mimose; alberi carichi di agrumi rari (pompelmo, bergamotto) e di pesche profumate; macchie verdi di rosmarino; forse, disposti sul tavolo di un dehor, sotto una pergola di uva spina, fette di melone bianco, piccoli calici colmi di sambuca. In lontananza – minutissime stelle – il tenue candore dei fiori di vaniglia.

Questa l’evocazione olfattiva, incompleta: perché nella realtà c’è un lieve tocco di aldeidi che dona al vino freschezza e profondità.

Il sorso è ampio e di gran corpo, con estrema avvolgenza, per una sensazione tattile viscosa che ne maschera la secchezza, propiziando una sensazione pseudo dolce. Questa massa glicerica nattenua la discreta salinità. L’acidità è viceversa notevole, considerata la provenienza geografica: ne risulta un vino reattivo, col finale molto lungo, equilibrato, piacevolmente alcolico, dall’accenno amaro, forse terpenico.

Ecco che nella sua schietta fattura questo vino mi riporta in Sicilia: ne sento gli odori, ne godo i paesaggi, ne respiro la magia; e mi riconcilia, finalmente, con l’uva grillo, riportandola alla terra.

È stato eccellente, sulla nostra tavola, con spaghetti zucchine e bottarga di muggine.

I vini di Dario Dall’Ò.

Ho in Veneto amici e conoscenti che sento ormai raramente, ma che mi sono assai cari.

Ruotano quasi tutti intorno al mondo del vino; del palato di alcuni ho fiducia cieca.

Fabrizio Borin è uno di loro: mi fido sia del suo gusto che del giudizio schietto.

Vedendo Fabrizio bere spesso i vini trentini di Dario Dall’Ò, amico suo, me ne incuriosii e gli scrissi che ne avrei esatto un assaggio al primo incontro, per brindare.

Fabrizio è persona dinamica, non perse tempo: per suo tramite Dario mi contattò, mi raccontò di sé e della sua azienda, mi omaggiò inviandomi tre bottiglie del suo vino (malgrado insistessi per averle con un ordine regolare…).

Scoprii così la bella storia di un sogno realizzato, anzi: il cantiere a cielo aperto di un sogno, ma con le fondamenta ben gittate.

Dario, rodigino, si era occupato a lungo di vino in un’azienda sui Colli Euganei; luoghi di bellezza invidiabile, ma lui coltivava il sogno della montagna sin da ragazzino.

Così, cercando una casa per il tempo libero in Trentino, in modo quasi casuale trovò un’azienda in vendita, a Cavedine, della quale lui e la moglie Silvia si innamorarono. Al balzo, la decisione di una vita e di un’avventura professionale nuove.

Anche la scelta dell’enologo, un professionista celebre, Roberto Cipresso, fu quasi casuale, guidata solo dall’istinto e dal gusto personale; risalendo a lui tramite i riferimenti presenti sull’etichetta di un vino particolarmente apprezzato.

Altrettanto romantico, come Cipresso accettò l’incarico: venne, vide, “passeggiò le vigne” (per citare il vecchio, attualissimo detto veronelliano), toccò la terra: con quel gesto si convinse di poter trarre di lì qualcosa di buono e sono sicuro che Dario, in quel momento, toccò il cielo con un dito.

Da parte sua, per quel che ho veduto della sua attività e per quel che ho percepito in una conversazione telefonica, Dario è esuberante: idee, passione, comunicativa.

Il desiderio di legare il vino all’arte, con mostre in cantina; la maniera con la quale ha ricavato certi spazi della sede aziendale, modellando legno, ferro; la comunicazione aziendale ricercata ed evocativa (con qualche rischio di retorica): parlano di una mente creativa ed ambiziosa; mentre le iniziative in supporto de “La città della speranza” raccontano una moderna e benvenuta sensibilità ai temi sociali.

Poi però ci sono i vini e con quelli non si scappa: oltre l’ambizione ci vuole la capacità, oltre la capacità ci vuole il terroir.

Le vigne di Dario guardano in viso l’Adamello, giacendo su suoli granitici e porfirici. I tre ettari e mezzo dello chardonnay sono a 550 metri di quota, in valle ripida e chiusa. I 6 ettari del pinot nero a 450 metri, su alture più morbide e soleggiate. Gli impianti sono a guyot, tra i 12 e i 14 anni, con circa 6000 ceppi per ettaro, condotti in regime biologico. Le esposizioni: prevalentemente occidentali.

Un territorio montano dunque, a tratti estremo per le peculiarità pedoclimatiche.

Ebbene, non sono vini facili quelli di Dario: raccontano una montagna severa, rocciosa, introversa, fredda a tratti, quasi spiazzante; ma sono vini di carattere, che marcano un segno. Vini lenti, da attendere nel bicchiere e in bottiglia.

Ho la sensazione che ci sia potenziale per superare anche i conseguimenti attuali. Attendo con curiosità le future annate e il Metodo Classico che verrà.

“In primis” Chardonnay, 2018, Az. Agr. Dario Dall’Ò , 12,5 gradi.

Tenue color limone, con tenui riflessi topazio, trasparente, luminoso.

Forma sul calice un velo che si dissolve in fretta, senza lacrime.

Il profumo è nitido, di roccia: gessoso, minerale, di media intensità, ma complesso: l’ingentiliscono frutta a polpa bianca, pera, mela verde, erbe amare di montagna. Cenni di cedro e sentori empireumatici, come di petrolio, lo completano.

Altrettanto tagliente e severo al sorso, di trama gessosa e calcarea, ha corpo virato appena al sottile, estremamente teso, con salinità vivida e acidità vividissima, netto e incisivo verso un finale molto lungo, sapido, con ritorni medicinali ed una lieve scodata alcolica.

Vino, di primo acchito, anodino, nordico, freddo, composto e riservato, nelle briglie di un’interpretazione tecnica in riduzione, che tuttavia racconta il territorio, quasi estremizzandolo in prospettiva espressionista.

Così, l’immagino ideale su frutti di mare crudi.

Tuttavia, a distanza di 24 ore dall’apertura, correttamente conservato, trova aperture luminose sul fieno, sulla camomilla; un equilibrio al palato più concessivo e migliore, perfettamente accompagnando gli strozzapreti alla fiorentina, conditi con parmigiano e burro fuso.

L’assaggio dell’annata 2017 racconta un’impostazione molto simile, sempre giocata sulle durezze, con maggiore evidenza di agrumi ed equilibrio gustativo appena più alcolico, suggerendo una stagione meno semplice da gestire ed un minimo rilassamento occorso in bottiglia.

Dall’Ò Nero 2017, Vino Rosso, 13 gradi.

Ha colore rubino trasparente. Sul calice, le gocciole sono veloci, irregolari.

Il profumo è molto intenso, pulito: l’amarena nettissima, poi grafite, e chiodo di garofano, evidenti; si susseguono, a ghirlanda, mirtillo, mora, lampone, tabacco biondo, carne, senape, curcuma, alloro e rosmarino umidi, come dopo una notte di pioggia.

C’è ancora un accenno di profumo di legno di elevazione: cocco, fumé, un po’ di vaniglia; il vetro, col tempo, lo dovrebbe affinare.

C’è, soprattutto, l’odore della neve: chi non vi ha tuffato, da bambino in montagna, il viso?

Al sorso è di medio corpo, ma tenacissima stoffa: è come innervato da un cavo d’acciaio resistentissimo. Il tannino è ben presente, fine, con un tratto verde, amaricante, piacevole, ché restituisce un’idea vegetale e boschiva. La salinità è più che discreta e l’acidità vividissima, traducendosi un una freschezza sorprendente per un vino dell’annata 2017, secca e calda in molte zone italiane.

L’allungo è notevole, per persistenza, equilibrio e rigore, segnato appena da un ultimo sbuffo alcolico.

Vino di durezze e rarefazioni, dall’anima nordica, sembra proporre punti di vista sorprendenti e contrasti, più che simmetria e armonie; divisivo, con la tecnica in evidenza, ma vibrante materia e territorio, ha una freschezza compatta sconosciuta a molti Pinot Nero italiani.

Un bello sperare per la sua evoluzione in bottiglia e per le prossime annate.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2015, Tiezzi, 15 gradi.

Sarò senz’altro fuori moda, ma a me il Brunello piace berlo con parecchi anni sulle spalle. A dieci, quindici, vent’anni, nella maggior parte delle annate regala emozioni uniche, per profumo e senso tattile.

Tuttavia riconosco che un Brunello giovane offre altre soddisfazioni, non meno appaganti: frutto, tensione, energia, l’irruenza della giovinezza secondo uno spirito prepotentemente, elegantemente italiano e più ancora toscano.

Oggi ho desiderato fuggire la mia regola ed aprire questo Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” dell’azienda Tiezzi: annata 2015, l’ultima in commercio – climaticamente calda, secca, potenzialmente ricca.

Le uve vengono dal quadrante nord di Montalcino, da una zona piuttosto fresca, di media altitudine e sono lavorate secondo crismi tradizionali ed artiglianali: fermentazioni spontanee in tini di legno, affinamenti in botti grandi, nessuna filtrazione. Naturalezza che non abbisogna certificazioni, in vigna e cantina.

Alle spalle c’è il lavoro di una famiglia e del suo patriarca, Enzo Tiezzi, che oggi è, a ragione, memoria storica lucidissima della denominazione intera.

Ebbene, eccolo in tutto il suo vitale splendore: trasparente, rubino, lascia sul vetro lacrime irregolari, lente, fittissime.

Ha profumo ancora in divenire, molto etereo, oggi marcato dalla ciliegia matura, dal lampone, dai cereali, dalle erbe aromatiche; dopo qualche ora, col salire della sua temperatura, dal marzapane, dal burro di cacao, dalla noce moscata, dalla cannella, dal chiodo di garofano.

Il corpo è molto ampio, ma teso; dal tannino ruggente, però sostanzialmente fine; di salinità vivida, tuttavia avvolta di estratti; ed un alcol perfettamente bilanciato, malgrado i suoi 15 gradi; un’acidità solleticante, del tutto discreta; e una lunghezza adeguata.

Persino: si potrebbe definire fresco e boschivo, a dispetto della calura dell’annata.

Maestosità solenne, complessità pittorica, lo sappiamo, gli verranno col tempo.

Anche questa è la grandezza del Brunello di Montalcino di tradizione: giovane o vecchio, è sempre squisito, sta sempre bene a tavola, un sorso chiama l’altro.

Vino eroico nei parametri organolettici, ma che non richiede alcun sforzo per essere bevuto, brindando e festeggiando la vita.

Oggi, per noi, ottimo con un lesso squisito di vitellone di 24 mesi dell’azienda Romagnoli di Montaione, fornita dalla macelleria Falaschi di San Miniato – come dimostra la bottiglia: decisamente bevuta, non delibata.

Montevertine 2001, Az. Agr. Monteverine, 12,5 gradi.

Nell’estate del 2001 ero in servizio civile – mi ero trovato costretto ad interrompere momentaneamente gli studi, che portavo avanti con fatica.

Ero innamorato di una bella fanciulla – non ricambiato, o non ci capimmo.

Morì in quei giorni la mia amata nonna Gina.

Eppure, malgrado questi brutti ricordi, di quell’estate rammento il sole, come se la pioggia non fosse esistita. Sole, calore, luce: una vibrazione luminosa che investiva anche le notti.

Sarà che avevo solo 24 anni.

Quell’estate maturavano le uve di questo Montevertine – ed allora le colline di Radda non mi erano affatto familiari come oggi: mi orientavo appena nella vasta zona del Chianti Classico.

Nel 2001 c’erano a Montevertine Martino Manetti (e c’è tuttora), Bruno Bini e Giulio Gambelli (che ci hanno lasciato), i quali imperterriti portavano avanti un’idea di vino classico, proporzionato, riflessivo, trasparente nel colore e nell’anima, in un’epoca di vini scuri, pomposi, costruiti con la voglia di stupire ed ottundere.

Questi concetti mi erano allora ignoti: li avrei intesi solo molti anni dopo.

Nemmeno li conoscevo diversi anni dopo quando acquistai questa bottiglia, che stava impolverata e verticale sullo scaffale più alto di una piccola enoteca milanese, dalle parti di corso Buenos Aires: certamente avevo letto e ascoltato riscontri ottimo su questo vino, ma generici, cioè senza chiave interpretativa.

Qualcosa, nel tempo da allora trascorso, penso di averlo imparato: un po’ di nozioni e un po’ di esperienza.

Conosco oggi la strada per Radda, so dove si svolta per Montevertine; conosco quel cielo, quell’aria, ho odorato un pugno di quella terra; negli occhi ho disegnate quelle colline.

Quei nomi, che l’etichetta raccontava con trasparente umiltà e orgoglio, oggi so che posto occupano nella storia del vino mondiale.

Questo vino oggi ha 19 anni. L’avessi comprato in cantina, o comunque poco dopo L imbottigliamento, avrei avuto il polso fermo di attenderlo più a lungo; vista la cattiva conservazione subita durante i primi anni, mi son deciso ad aprirla, con adeguato anticipo.

Difatti il tappo è molto secco, tende a sfaldarsi: evito il peggio con cura e fortuna.

Non saprò mai come poteva essere questo Montevertine 2001, se ben conservato – altre bottiglie non ne ho.

Quel che leggo nel calice è un vino granato, con sfumature arancio e quasi dorate, di buona trasparenza, luminoso.

Il profumo è intenso e ritroso insieme, un continuo cangiare, con la stessa naturalezza delle nuvole mosse dal vento.

Si potrebbe analizzarlo freddamente, coi descrittori insegnanti dalle varie scuole, oppure applicando griglie tecniche standardizzate, ma se ne perderebbe l’essenza trasognata: c’è in lui un quid sfuggente, che la parola stenta a evocare.

Il motivo sta scritto in etichetta: un luogo e le persone. Nessuna griglia può racchiudere la vita.

Pertanto, anche se amo essere preciso ed metodologie condivise, mi arrendo. Sospinto dall’emozione, i freddi descrittori acquistano un significato nuovo e pulsante.

I fiori, le viole, sono proprio quelle viole, colte in un angolo e momento precisio: convivono nell’evocazione fresche e appassite.

La ciliegia è materica, ma ecco: un momento essa è acerba e fresca, poi matura, poi diviene conserva sotto spirito: il tempo relativizza in questo vino, la successione degli eventi oniricamente si confonde e parallelizza, come nel sinfonismo di Debussy.

C’è l’aria, c’è la pietra, c’è l’acqua dei torrenti; il bosco con le cortecce, i muschi, le castagne, i funghi, la terra; un quadro di prospettiva aerea, nel quale smagarsi.

Ci sono le erbe aromatiche, colte nelle diverse ore del giorno; così pure le spezie.

Perché questo è un vino che si muove, un vino che cammina; molti altri, pur grandi, stanno.

C’è il ferro e c’è il sangue: persino la violenza della vita qui è ricomposta in superiore armonia.

L’aldeide è un grido di rondine a sera.

Al sorso, seta: la tessitura di qualità impalpabile che ho trovato in tutti i vini di Giulio Gambelli: l’attaccare energico e delicatissimo insieme, come musica che nasca dal silenzio, ma decisa; l’apertura al centro bocca, come un rapace maestoso dispiega le ali, come la ninfea sboccia in una fonte.

Il corpo agile, il tannino autorevole, l’acidità vibrante, il sale della terra vivido.

Il gusto centrato, sferico, che armoniosamente degrada e svanisce, in un riverbero lunghissimo, indimenticabile, di inattingibile equilibrio, perfetto compagno di ogni tavola: col pollo alla cacciatora è stato oggi un dialogo d’amore.

Fosse scultura: il David di Donatello. Architettura: un chiostro brunelleschiano.

E poi, soprattutto, in lui si sente l’uva viva, schiacciata tra i denti quando pulsa ancora di vita, di sole, tutta succo, appena colta dalla pianta: mi ricordo quando mio nonno mi portava bimbetto sulle prode, coglieva un chicco maturo di sangiovese o di canaiolo – buccia tesa, polpa turgida – e me lo faceva assaggiare.

Con questo Montevertine ci si potrebbe perdere nel vago e nella poesia.

Forse, meglio tornare alle descrizioni asciutte che usavano un tempo.

Avrebbero scritto, magari: “Gran vino di stoffa e razza superiori, da uva sangiovese con quote minoritarie di canaiolo nero e colorino; profumato, armonico, secco e di corpo, da arrosti e umidi; guadagna con l’invecchiamento”.

E sarebbe stato migliore omaggio alla sua signorile misura.