Un vino altissima caratura, per molti versi semplicemente perfetto: fatico, nel suo genere e stile, ad immaginare qualcosa di lontanamente migliore.
Già, perché vinificare moscato in metodo classico, secco, è esercizio difficile: la doppia insidia sta, da un lato, nel trovare un equilibrio tra i freschi profumi della varietà di uva e le necessarie, desiderate note fermentative; dall’altro nell’evitare che, vinificando senza residuo zuccherino, i terpeni, sostanze caratteristiche dei vitigni aromatici come il moscato, sbilancino il gusto verso note amaricanti.
Mi perdoneranno gli amici lettori la lezioncina, della quale certamente non abbisognano; merita però considerare che tale equilibrismo è stato raggiunto in provincia di Siracusa, dove né clima né saper fare condiviso sembrano congiurare a favore della riuscita di un metodo classico, e che la testimonianza viene da un vino Brut Nature, di sedici anni, sboccato sette anni prima del mio assaggio, con un’evoluzione ottima: come si può non chiamarlo exploit?
Ricordo esattamente che lo comprai ad una fiera FIVI, quando ancora si teneva a Piacenza, sarà stato forse il 2021. E ricordo la storia bellissima dell’azienda, che poi è la storia di una famiglia, di amori contrastati, di sogni e di visioni, come quella che ha spinto al recupero del moscato bianco nell’areale di Siracusa.
Il vino è giallo limone deciso, luminoso, con un perlage molto fine, piuttosto regolare. Il suo profumo è molto intenso e perfettamente armonico, con le note tipiche di Moscato (l’uva spina, i fiori bianchi e d’arancio, la pesca, l’albicocca, gli agrumi) che si integrano benissimo con quelle dei lieviti ed a qualche refolo iodato, come brezza marina.
L’evoluzione gli ha donato qualcosa in più: una ricchezza dorata di frutta candita, di frutta secca e di pasta di mandorle.
Un profumo magico ed evocativo, insieme mediterraneo e nordico, classico e barocco, che in qualche modo echeggia la mescolanza di culture che è l’anima della città di Siracusa.
All’assaggio è dritto, sapido, insieme largo e carezzevole, giustamente asciutto, insieme fresco ed essenziale, senza durezze: è un sorso sorridente, solare, lungo, col retrogusto che si anima di erbe aromatiche, di macchia mediterranea; e il suo equilibrio, in bocca, è di sferica perfezione, trovando perfetto il limite di complessità per mantenere il profilo del Moscato leggibile, godibile, rilassante.
Stasera splendido si è sposato con sgombro bollito, marinato con olio di Montalcino di Tiezzi, limone, prezzemolo, pepe bianco e nero e un tocco di vermentino dei Colli di Luni; e con un contorno di asparagi e panigacci di Podenzana.
Un vino indimenticabile, a patto di avere la pazienza di attenderlo.
Quando lo sfilo dalla cantinetta reca ancora un nastro rosso, perché me l’aveva regalato il mio amico Roberto per un compleanno, avendolo riportato da un lungo viaggio in auto, nel quale aveva risalito lo Stivale per tappe enologiche, dalla Puglia toccando Vulture, Irpinia, San Giminiano, dove poi ci eravamo incontrati per visitare una cantina locale e scambiarci bottiglie.
Lo apro con un senso di tenerezza e malinconia, perché l’Aglianico del Vulture )e la firma Paternoster) furono tra i cardini delle nostre prime cene da appassionati bevitori: grandi, grandissimi vini, a prezzi che ci erano accessibili: parlo di quasi vent’anni fa.
Soprattutto vini – nei casi migliori, ma il livello medio era ed è ben alto – suadenti, di misurata sensualità: profumati e solari, ma freschi e ricchi di sfumature; polposi e avvolgenti, ma con una salda struttura; capaci insomma di piacere tanto al bevitore sprovveduto che a quello smaliziato, lontani dalle rotte più comuni senza cadere nella nicchia o nella stravaganza. Inoltre, parafrasando ancora l’amico, non ci si sentiva genuflessi in chiesa, ma fisicamente coinvolti: credo che lui adoperasse l’aggettivo: “sessuale”.
Mi resta una certa reverenza per Paternoster e per questa etichetta in particolare: azienda storica, imbottiglia per la vendita i primi vini nel 1925, ad opera di quel Don Anselmo qui omaggiato.
Consultando la scheda più vecchia che reperisco in rete – non avendo ora accesso ai miei libri, spero possa applicarsi anche all’annata 2004 – scopro che si tratta di una selezione di uve da un ristretto fondo di cinque ettari in contrada Gelosia, a Barile, con viti di quaranta, cinquanta anni e rese molto basse, 35-40 quintali per ettaro. Vinificazione in acciaio con macerazione per circa quindi giorni, affinamento metà in botti grandi e metà in barrique: tutto molto classico e di buon senso.
Tanto basti per le coordinate di questo vino, che nel suo ventiduesimo anno si presenta granato carico nel bicchiere, diventando impenetrabile, man mano che si raggiunge il fondo della bottiglia, e forma gocciole molto fitte, veloci e persistenti, decisamente lunghe e regolari: un colonnato ionico.
Il suo profumo è molto intenso, ancora in evoluzione. É chiuso sulle prime; poi, con l’andare delle ore, genera un’esplosione selvatica, irruente, viscerale, di frutta rossa e nera: dall’arancia alla prugna disidratata, dal fico d’India alla mora di rovo. C’è la frutta antica: nespole e corbezzoli; le erbe aromatiche, il grano riarso dal sole, carciofi arrostiti, rabarbaro, cera, incensi, legni nobili; questi ultimi contestualizzati, integrati nel profilo terziario. Tanta profondità, tanta complessità abbracciano, invitano a perdersi in un panico annullarsi.
Una certa rigidità impettita e timida, al sorso, scompare dopo due giorni dall’apertura, ovviamente avendolo nuovamente tappato e conservato con ogni crisma; a questo punto è semplicemente perfetto: un velluto di gran stoffa, pieno di sapore, morbido, rotondo, elegante, fitto, polposo. Il suo tannino, ancora abbondante, è diventato una finissima trina di seta, quasi uno sbuffo di cipria. L’acidità, pur molto alta per un vino rosso, e rinfrescante, è tutt’uno col corpo del vino, e la sua sensazione svanisce solo nel finale lunghissimo, sfumando in una carezza calorica che si disperde a sua volta nitida, come l’eco in una grande cattedrale.
Davvero racconta qualcosa, nella sua classicità, dell’anima antica del Vulture, lontano tanto da leggerezze fuori luogo (oggi alla moda, scimmiottando altri climi, uve, tradizioni), che da effetti speciali modernisti (troppo profumo, troppa concentrazione, troppa morbidezza, e via andare).
Sulla mia tavola, l’abbinamento è stato molto buono con una fiorentina della macelleria Viti di Chiesina Uzzanese, appena aperto; e eccezionale, stasera, su lenticchie delle crete senesi, in umido.
A carte scoperte: è un vino assolutamente straordinario, tra i massimi che ho bevuto nella mia vita, una gioia per gli amanti del sangiovese viscerale, profondo e vibrante.
A carte altrettanto scoperte, ho un debole per questo vino di Pàcina, che mi ricorda il periodo felice delle mie prime sortite curiose nelle cantine e di una agognata, relativa libertà economica e professionale, nonché la simpatia, credo reciproca, che provai per Stefano Borsa e Giovanna Tiezzi, i produttori – ma son persone gentili e ospitali. Sembra ieri, e invece già diciott’anni dall’ultima volta che andai da loro in cantina.
Tanti anni sono trascorsi anche dal mio ultimo assaggio di questo vino, genuino e orgogliosamente artigianale, senza filtri e senza rete; che, giovane, non poteva dirsi vino facile, alla portata di qualunque bevitore. Ben lo ricordo: tannico e terragno, marchiato a fuoco dalle argille che dalla Berardenga si insinuano nel terreno scendendo verso le Crete Senesi, nervoso e ombroso, persino un po’ scomposto. Ma il tempo, con lui, è stato davvero galantuomo.
Questa bottiglia è stata conservata nella mediocre cantina che ho a Milano. Aprendolo, il tappo è in condizioni pressoché perfette ed il vino si esprime subito ad altissimi livelli.
La sua veste è un’assoluta trasparenza granata. C’è un po’ di deposito in movimento, dovuto allo spostamento della bottiglia, poco prima dell’apertura.
Sul calice forma gocciole lentissime, persistenti, non particolarmente rilevate, anzi, appena accennate. Per l’età, me le sarei aspettate più evidenti.
Il suo profumo è molto intenso, caleidoscopico: d’acchito, un’esplosione di fiori di campo appassiti e di rose, e di spighe di grano ormai bionde. Seguono poi un poutpourri di frutta rossa, con ciliegia e lampone fresco in evidenza, tantissimo melograno, ribes, corbezzolo, polpa di cocomero, arancia; una miscela di spezie così variegata ed abbondantemente squadernata da evocare un curry: noce moscata, cannella, pepe di tutti i colori, zafferano, peperoncino; le erbe aromatiche: salvia, rosmarino, origano; ancora: pesca, balsamo, tabacco, cuoio, terra, sangue. Un labirinto, in evoluzione ancora.
Il sorso è pieno, di giusta larghezza, compatto, preciso, dritto. Tanto sale, una nobile acidità, col finale lunghissimo, preciso, col caldo giusto dei 13° – viva: trovarne! – perfettamente rispondente. Esprime tanta freschezza, anche a temperatura ambiente.
Soprattutto, però, il tannino è meraviglioso, presente, potente, quasi masticabile, ma maturo, carezzevole, semplicemente gastronomico, che rende la lunghezza dell’arco gustativo indimenticabile per l’unione tra la struttura del del tannino e la leggerezza eterea del resto del corpo, coi profumi che paiono quasi librarsi: un insieme di seta e lana ruvida, quasi al limite della sensualità.
Distinto, composto, nudo, della stessa nudità espressiva dei prigioni di Michelangelo, senza levigatezze, quasi a forza uscisse e si liberasse della materia, con eleganza naturale, quasi di persona irruenta da giovane, che ha saputo negli anni distillare la propria essenza e conquistare la nobiltà senza affettazione di chi ha tanto vissuto.
Semplicemente indimenticabile.
(Mi viene in mente il barone Bettino Ricasoli, che lamentava di avere in cantina un suo Chianti buonissimo, ma divenuto tale dopo vent’anni; e mi chiedo se la natura del sangiovese di certe aree toscane, infine, non sia veramente quella).
E sulla tavola, tanta dovizia?
Meraviglioso su un pecorino Tre Latti di Lari del caseificio Busti di Fauglia. Ottimo su una costata della macelleria Alva di Ballabio e su polpette di lesso ( parte pollo, parte biancostato) e macinato di manzo, sempre della Macelleria Alva, rifatte al sugo.
È rubino trasparente, anzi, ancora porpora, luminoso.
Il profumo, molto intenso, è un tripudio di frutta fresca, per lo più rossa: lamponi, ciliegie, fragole, e un pot-pourri di frutti di bosco freschi. L’ingentiliscono cenni floreali, di viole e rose e una lievissima spezzatura dolce, come di cannella, ed un ricordo di chicchi di uva sultanina.
Il sorso è preciso, medio in acidità, salinità, e forse ancor più leggero in volume, concentrazione e tannino, che è rotondo, morbido e perfettamente maturo.
Le note verdi, che tradizionalmente marcano i Merlot del nord-est, restano solo un garbata filigrana all’olfatto e al palato, quasi firma e garanzia di provenienza.
Per il resto è un godere leggero, sorridente, carezzevole e suadente: un sorriso, due occhi che brillano, una carezza.
È semplice, ma preciso, bastevolmente stratificato, a suo modo perfetto: insensato, chiedergli più di quel che offre con tanta dovizia.
Ciò che mi porterei su un’isola deserta, per garantirmi ogni giorno un pezzetto di felicità, come forse avrebbe fatto anche il nonno Gigi, al quale questo vino è dedicato.
Sulla mia tavola, ottimo con zucca a fette, gratinata al forno.
I vini di Marisa Cuomo, celeberrimi figli della Costiera Amalfitana, sono stati uno tra i miei primissimi innamoramenti di novello appassionato assaggiatore.
I bianchi, soprattutto, ed in particolare quel Fiorduva che porta, perfetti, nel nome, il suo profumo ed il suo sapore, nitidi come la luce e l’aria sulle vertiginose vigne costiere di Furore.
Ai vini rossi di questa celebre firma campana sono arrivato molto tempo dopo, perché essi sono in qualche misura, a torto, meno celebri.
Quando iniziai ad assaggiare con una certa continuità, veramente, erano ancora assai di moda vini corposi e concentrati; questi rossi costieri, profumati e flessuosi, poco attiravano l’attenzione.
C’era poi il tema della tenuta nel tempo, dell’invecchiamento: per le mie tasche ai primi impieghi erano un acquisto un po’ impegnativo, con l’incognita della prospettiva. Un Barbaresco, un Barolo, un Chianti Classico, erano svelte più sicure.
Oggi, che sono cambiati i tempi e sono cambiato anch’io, posso solo rammaricarmi di non aver bevuto più di questi rossi amalfitani anni addietro, quando erano pure un poco più abbordabili.
Questi Costa d’Amalfi Rosso 2016, ad esempio, a quasi nove anni è “in perfetto stato conservativo”, direbbe l’esperto; “meravigliosamente canta”, direbbe il poeta, perché dalla sua ha ancora tutta la freschezza della gioventù, con la sua tinta, color rubino trasparente e luminoso, che vira appena al granato, e una danza ipnotica, sul bicchiere, di gocciole molto fitte e lente.
Di gioventù è il suo profumo, pulitissimo e arioso, molto intenso, vivido e rifinito, che odora di marasca, di arancia, di chinotto, di pepe bianco e nero, di incenso, di origano, di rucola, di fiori di campo. In sostanza: di orti e terrazze sul mare, inframezzati dalla macchia.
Il sapore abbondante, lieve il corpo: un poco al di sotto della media, come pure l’acidità. Anche il tannino, per densità, è un peso medio, ma la sua grana è pregiata, molto fine. L’arcata gustativa è lunga, estesa nel finale ben equilibrato.
È forse un vino inappuntabile, un po’ tecnico forse, con la mano enologica che può averne un po’ addomesticato il carattere, ma racconta con molto rispetto lo spirito dei luoghi, marcando peraltro fedelmente le differenze tra i vini di costa e quelli di Tramonti.
Ideale su una tavola profondamente italiana e mediterranea, ove trionfano i primi di terra e di mare, le verdure, le zuppe di pesce, le carni bianche e i primi piatti di terra e mare.
Lo consiglio un po’ fresco: così consumato, è tra le mie migliori bevute del 2025.
Estate 2024, Serravalle Pistoiese, Trattoria da Marino.
Al termine di un’ottima cena, ci si perde in chiacchiere con l’oste, gli argomenti spaziando dal declino amaro di Montecatini Terme al vino Chianti Classico, comune passione. Con entusiasmo mi parla dei vini di Gaiole e di un paio di produttori, in particolare. Uno di essi, I Sodi, non l’ho mai sentito nominare, neppure in decenni di frequentazioni chiantigiane; ed io, curioso, mi lascio facilmente convincere ad acquistarne una bottiglia di Chianti Classico 2021. La ripongo lì, nel mio piccolo antro oscuro chiesinese, che silenzioso conserva tante bottiglie di vino toscano. Verrà a trovarci a giorni il mio storico compagno di bevute: sarà bello avere qualcosa di nuovo da assaggiare.
28 luglio 2025, Chiesina Uzzanese.
È quasi l’ora di cena, sono solo nella vecchia grande casa a far manutenzioni e pulizie, in attesa che mi raggiungano i bimbi ed Emanuela, tra pochi giorni. Il pasto sarà frugale perché è già sera tarda, ma vorrei regalarmi “un chicco”, un premio per la lunga giornata. Chinando un po’ il capo entro nella penombra del sottoscala, e mi viene per le mani quel Chianti Classico 2021 de I Sodi , acquistato un anno prima. “Massì, lo apro”: il mio amico non è più venuto e non mi aspetto di vederlo nemmeno quest’estate, malgrado le promesse.
Mi soffermo sull’etichetta, piuttosto semplice: 2021, annata eccellente. Riporta la retroetichetta: sangiovese e canaiolo, suggerendo così il solco della tradizione.
L’apro ed istantaneamente mi sorprendo, spiazzato, perché è un’immediata evocazione dell’ideale Chianti Classico annata, un inno al territorio di magica completezza: la quadratura tra un’elegante souplesse ed una nerboruta tensione. È un Chianti Classico inondato di luce, dal potente chiaroscuro, dipinto ad olio.
Ad oggi, è perfettamente rubino, con un profumo molto intenso, incantato tra freschezza e profondità, paradigmatico negli aromi fondamentali di viole, ciliegie, e di frutta rossa in genere. C’è inoltre il profumo delle rose, del pepe bianco e nero, della corteccia e del muschio, del rosmarino e dell’organo, dello iodio, e qualche tocco, più dolce, di vaniglia in sottofondo. Il suo fiato è un soffio etereo di arance, menta e alloro, quasi fosse un fresco giardino da Mille e una notte affacciato sul Mediterraneo. Il bosco che tende la mano alla macchia; il calore della zolla si accosta alla purezza dell’aria delle alture. Ci sono aldeidi a rinfrescarlo, e terziari a donargli ulteriore profondità: humus e cuoio.
Il sorso è pieno, importante, carezzevole, gustoso, carnoso, polposo, dal tannino quasi masticabile, ma finissimo.
È salatissimo: sembra così irrorare ogni spazio della bocca, in un sorso tuttavia composto e lungo, un’arcata che si regge sul sale, benché sia vivida l’acidità, chiedendo insistentemente un’altro sorso, verso un finale risonante come un’orchestra sinfonica.
È davvero compatto, malgrado lo stia bevendo ad una temperatura ambiente superiore ai 24 gradi ed il tenore alcolico, sulla carta, non sia trascurabile: sul palato la proporzione è perfetta, coerente, e se ne finirebbe, soli, una bottiglia, senza troppa difficoltà.
A quattro anni dalla vendemmia è un vino di gran classe e di grande soddisfazione; ancora giovanile, si affaccia appena alla soglia dell’evoluzione, Senza dubbio, è uno tra i migliori vini che io abbia assaggiato negli ultimi anni, anche guardando ben oltre il territorio del Chianti Classico. Un vino regale, eppure proposto a un prezzo assai misurato.
Mi dice l’istinto che sia eccezionale su una fiorentina, ma sulla mia tavola di stasera si svela compagno straordinario di fagioli cannellini con l’olio extravergine Infante Riserva de La Costa di Uzzano, di fette di pane unte col medesimo olio e di una spalla ben stagionata della macelleria Viti di Chiesina Uzzanese.
Davvero dovrò ringraziare l’oste della Trattoria Marino per questa meravigliosa scoperta.
29 luglio 2025
Contatto per e-mail il produttore, confessando non solo di aver amato il suo vino, ma di averlo sonoramente bevuto, più che assaggiato, e chiedendo circa una visita in cantina.
Di lì a qualche giorno ci inebrieremo gli occhi della bellezza abbagliante del Podere i Sodi, a Monti in Chianti, frazione di Gaiole; conosceremo il gentilissimo e solare Andrea Casini, titolare, ed assaggeremo i suoi ottimi vini. Questa però è un’altra storia, che sarà bello un giorno raccontare.
“Distesa tace la pianura”: il Virgilio delle Bucoliche ancora qui risuona nei fotogrammi, che scorrono oltre il parabrezza, di campi sconfinati, di spighe, di maggesi, di zolle, di meloni, di peri, di liquidi canali, di filari di pioppi.
Ho traversato, guidando, un’ampia porzione di Pianura Padana, quella più autenticamente agricola: da Quarantoli, frazione mirandolese, al confine tra Modena e Ferrara, verso la città dell’Ariosto e di Giorgio Bassani.
Poi ancora, verso la Romagna, sfiorando le Valli di Argenta e i loro silenzi, finalmente in direzione di Lugo, e poi di Faenza. Lì le colture si fanno rigogliose, i frutteti lussureggianti e carichi. Sullo sfondo le prime alture appenniniche e i pini intorno, a bordare le strade, che ricordano la prossimità del mare: in linea d’aria sono venti, trenta chilometri.
Istintivamente penso alle pianure di Maremma, che mi è tanto familiare per motivi territoriali ed affettivi. Esistono similitudini col colpo d’occhio di questo primo lembo di Romagna, ma diversa, subito e macroscopicamente, mi si appalesa la luce: qui siamo sull’altro versante dello Stivale, la levantina costa è l’adriatica e non la tirrenica; la prima guarda l’alba, la seconda il tramonto, e l’effetto è significativo.
Passata Faenza, improvvisamente il paesaggio è solenne: cede la pianura a morbide colline, ogni albero – pero, pino, cipresso – è una preghiera verso il cielo. Sono le prime propaggini dell’Appennino, che in pochi chilometri si leva brusco, imperioso.
Mi trovo a guidare in quella che mi sembra una stretta gola. Un semaforo regola la circolazione a senso unico alternato, perché la strada è parzialmente interrotta a causa di una frana, che lascia scoperta un’ampia porzione di roccia grigia e lucente, stratificata: avrei imparato, a breve, che si trattava della formazione marnoso-arenacea appenninica.
A quel semaforo, col senno di poi, è cominciata la mia scoperta di Modigliana.
Prologo – Modigliana: un terroir?
“Noi vedemmo sorgere nella luce incantata / una bianca città addormentata” (Dino Campana, Canti Orfici)
Di Modigliana avevo sentito parlare la prima volta molti anni addietro, quando liceale mi ero appassionato alla pittura dei Macchiaioli, in quanto patria di Silvestro Lega, che formava, con Telemaco Signorini e Giovanni Fattori, la mia triade ideale di maestri sommi del movimento.
La luce dei quadri di Lega, però, differiva nettamente da quella del fiorentino Signorini, del livornese Fattori, e in dei tanti altri Macchiaioli di area toscana: più tenue, sfumata, morbida, quasi preludiante a un crepuscolo o figlia di un’alba incerta. come quella che si vede nei celebri “Il canto dello stornello” e “Il pergolato”. Una luce lirica, che avvolge in una dimensione sospesa scorci domestici, di piccola borghesia rurale, di orizzonti conclusi, avvolgendoli in una magia sospesa che eterna l’attimo.
Mi chiedevo donde traesse il Lega quella diversa, personale sensibilità luministica e cromatica.
Di Modigliana risentii parlare molti anni dopo, con simpatia, per la fondazione dell’Associazione Modigliana – Stella dell’Appennino, che conta oggi nove produttori locali, e della relativa, omonima manifestazione, che presenta, la seconda domenica di settembre, le ultime annate dei loro vini.
In realtà, la manifestazione è ben altro che una semplice presentazione di nuovi millesimi: è cultura, divertimento, happening, come ho scoperto nel corso dell’edizione 2024, l’ottava; e lo scopo dell’Associazione non è la mera promozione di una produzione vinicola, ma il racconto corale dell’identità di un territorio, la condivisione di esperienze e storie al suo interno ed all’esterno, in ultima analisi l’atto squisitamente culturale (conseguentemente, politico) di tutela di una tradizione e di crescita di una comunità.
Infatti, principio fondante e tesi dell’Associazione è che Modigliana sia un terroir unico, in grado di originare vini, bianchi e rossi, dai caratteri spiccatamente distinguibili.
Mi sono quindi accostato a Modigliana con la sete di conoscere persone, territorio e vini, verificando fattualmente quanto sostenuto dall’Associazione.
Afferma l’INAO (Institut National des Appellation d’Origine), che: “il terroir, prima di tutto, è spazio geografico delimitato, entro il quale una comunità umana ha costruito nel corso della sua storia un sapere collettivo fondato su un sistema di interazioni tra un mezzo fisico e biologico ed un insieme di fattori umani”.
Riecheggia l’UNESCO, nella definizione dei climat borgognoni: “les climat son des parcelles de vignes précisément délimitées (…). Elles se distinguent les unes des autres par leurs conditions naturelles spécifiques (géologie, exposition, cépage…) qui on été faconnées per le travail humain, et l’expérience accumulée du savoir-fair vigneron constitué sur près de deux millénaires, et peu à peu identifiées par rapport au vin qu’elles produisent.“.
Gli elementi chiave, in sostanza sono:
– lo spazio geografico delimitato;
– le condizioni naturali specifiche;
– la comunità umana;
– l’esperienza accumulata nel tempo;
– il saper fare condiviso;
– l’interazione tra il mezzo fisico e biologico ed il fattore umano, identificati poco a poco nel vino che producono.
L’intensità delle sensazioni, il calore delle persone, il carattere dei vini, che si imprimono nella coscienza come schegge, mi hanno spinto ad indagare se e come questi elementi chiave si possono effettivamente identificare in Modigliana e nella sua produzione vinicola.
1- Modigliana, tra Romagna e Toscana.
“Cercavo idealmente una patria non avendone” (Dino Campana, Lettera a Emilio Cecchi, 1916)
Per avvicinarsi all’attuale realtà di Modigliana ed allo stato dell’arte della sua produzione enologica, conviene partire da lontano e dai dati fondamentali: la collocazione geografica e storica, intesa come contesto di relazioni e possibile traiettoria.
A volo d’angelo, quindi, dobbiamo immaginarci la Romagna, cioè quella parte del territorio italiano convenzionalmente compresa tra il fiume Reno ( a nord), il fiume Sillaro (a ovest), il Mar Adriatico (a est), l’Appennino tosco-romagnolo fino al Monte Maggiore nell’Alpe della Luna (a sud-ovest), lo spartiacque fra il torrente Conca e il fiume Foglia fino al promontorio di Focara e a Gabicce (a sud). Questo in termini di confini geografici; come vedremo, l’uomo nei secoli ha complicato parecchio la questione, per ragioni politiche. L’origine stessa del toponimo è legata a ragioni politiche: Romagna dal VI secolo d.C. in quanto sotto l’influenza dell’Impero Bizantino, in opposizione alle zone italiane, nella sfera longobarda.
Oggi, in un’idea di Romagna storico-linguistica sono ricomprese integralmente le province di: Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini; parzialmente di: Bologna (anzi: oggi Città Metropolitana) e Pesaro-Urbino (superando dunque i confini amministrativi dell’Emilia-Romagna e sconfinando nella regione Marche). Per motivi storici, che in seguito approfondiremo, vale la pena rimarcare che la regione confinante, a sud-ovest, è la Toscana.
Idealmente, si può immaginare la Romagna come un rombo, i lati lunghi l’Adriatico e l’Appennino, a destra e a sinistra rispettivamente. Leggermente inclinata secondo un asse nordovest-sudest rispetto a detti lati, una linea taglia il rombo, principiando a nord a due terzi circa delle sua larghezza, e terminando a sud su uno dei vertici del rombo: la Strada Statale 9, cioè l’antica Via Emilia, che spartisce: ad est la pianura dell’entroterra costiero; ad ovest invece, le primissime dolci alture dell’Appennino, che poi sale di quota rapidamente, formando una serie di valli relativamente strette, ortogonali alla Via Emilia, e perciò orientate secondo un asse nord-ovest/sud-est.
Modigliana, comune di circa quattromila abitanti in provincia di Forlì-Cesena, è sito ad una quota di 185 metri sul livello del mare, proprio alla confluenza di tre corsi d’acqua appenninici, Ibòla, Tramazzo e Acereta, all’origine del torrente Marzeno e della sua valle, percorsa oggi, in tutta la lunghezza, dalla Strada Provinciale 20, su una antica direttrice che univa la Romagna, appunto, alla Toscana.
Modigliana è sempre stata influenzata da questo transito di genti e di merci, che ha determinato un dualismo politico e culturale tra Romagna e Toscana, tra desiderio di appartenenza e dialettico confronto, tra orgoglio identitario e sudditanza psicologica.
L’identificazione con il Castrum Mutilum citato da Tito Livio, presenta qualche incertezza; se accolta, dipingerebbe un passato remoto quando qui trovavasi un corpo di guardia, a sorvegliare un passo appenninico che univa l’Oriente e l’Occidente di questa fascia della penisola, collegando centri importanti già in epoca antica, sui due versanti dello Stivale. Notizie documentali più certe, dal IX secolo d.C., la legano all’Esarcato di Ravenna, ma nel X secolo, con il declino dell’Impero Romano d’Occidente, era già sotto la sfera della nobile famiglia toscana dei Guidi, futuri Conti Palatini.
In particolare, Tegrimo, la cui famiglia era originaria di Pistoia e al quale si guarda come capostipite della dinastia, sposò nel 924, a Ravenna, la contessa Enghelrada II, figlia di Martino, duca di Ravenna e discendente per parte materna dagli Hucpoldi, di nobiltà franca, ma trapiantata da oltre un secolo nella Ravenna bizantina. Tegrimo divenne così, per matrimonio, conte di Modigliana. Un suo discendente, Guido Guerra, arrivò ad essere adottato da Matilde di Canossa, assumendo il di lei titolo di marchese di Toscana e conte palatino di Tuscia, come recita un diploma dell’Imperatore Federico I Barbarossa, risalente al 1164. Qualche anno l’Imperatore soggiornò proprio a Modigliana, dove, nel febbraio 1167, nacque il suo terzo figlio: Federico VI di Hohenstaufen.
I Guidi giunsero nei secoli a possessi estesissimi in Romagna, ma soprattutto in Toscana: “Dessa famiglia possedé una gran parte del Casentino, del Valdarno, di Ampinana, Dicomano, d’Empoli, di Monte Apertoli, di Cerreto Guidi e della Romagna, col titolo di Conti Palatini della Toscana, con Signoria di diverse città, come Vicarj di Santa Sede.” (da ” Sommario storico delle famiglie celebri toscane compilato da D. Tiribilli-Giuliani (F. Galvani) riveduto dal cav. L. Passerini”, Firenze, 1862).
Dopo più di tre secoli, anche un così solido dominio feudale era destinato ad allentarsi: i Guidi riconobbero a Modigliana la dignità di comune nel 1271, grazie alla mediazione delle autorità forlivesi. Si svincolò completamente dal dominio comitale solo nel 1377: il popolo in armi si ribellò, consegnandosi alla Firenze già medicea, in accomandigia (cioè dedizione-protezione). Muti testimoni di quell’epoca restano oggi i ruderi spettacolari e malinconici della cosiddetta Roccaccia, che sovrastano l’abitato.
Non mancarono tuttavia legami culturali e religiosi, oltreché politici, con la Romagna più propriamente detta, nemmeno durante il dominio dei Conti Guidi: il ravennate San Pier Damiani (1007-1072), tra le menti più lucide ed indipendenti della sua epoca, fondò a Modigliana la piccola chiesa di San Donato e, in prossimità, nella valle Acereta, l’Eremo di Gamogna e il cenobio di San Giovanni in Acereta (oggi Badia della Valle), intorno al 1055. Fu anzi proprio durante un viaggio verso Gamogna, nel 1072, che lo colse il malore mortale. D’altra parte si era fatto monaco a Fonte Avellana, abbazia camaldolese; ma l’Ordine Camaldolese, fondato dal ravennate San Romualdo, aveva la casa madre appunto a Camaldoli, in Toscana. Pure bisogna citare la Congregazione Vallombrosiana, anch’essa con casa madre nel fiorentino: nei primi tre secoli del millennio fondò numerose sedi sia sull’Appennino che nella pianura romagnola, quale L’Abbazia di San Mercuriale a Forlì.
Dal 1377 la morsa di Firenze si strinse, fino alla creazione della Provinciae Florentinae in partibus Romandiolae nel 1403: Modigliana entrò a far parte dei domini fiorentini nella cosiddetta Romagna Toscana Storica (o Alto Mugello), insieme ad altri quattordici comuni, seguendo le vicissitudini dello Stato fiorentino, dalla Signoria al Granducato mediceo e poi lorense, fino all’Unità d’Italia ed oltre. Tralasciando i cambiamenti amministrativi anche notevoli, quali la riforma leopoldina che nel 1776 soppresse la Provincia creando Vicariati e Podesterie, vale la pena rilevare come l’influenza toscana e più spiccatamente fiorentina fosse penetrata, e tutt’oggi sia leggibile, nelle manifestazioni agricole, artistiche, architettoniche.
Modigliana godette di un certo riguardo, un unicum nella Romagna Toscana: ne siano fede la nomina a Podesteria indipendente nel 1510, sede di Vicariato dal 1772, il titolo di Città Nobile nel 1838; rimanendo però un po’ appartata per la costruzione delle nuove strade transappenniniche aperte da Leopoldo II Lorena negli Anni Trenta del XIX secolo. Prova di un certo benessere sono anche la nascita, tra Sei e Settecento, di istituzioni di certo rilievo quali un’accademia (sorta di università popolare destinata alla condivisione del sapere), uno spedale, un monte di pietà. Inoltre, dopo che per secoli le comunità della Romagna Toscana erano dipese dalle diocesi di Faenza, Bertinoro, Sarsina e Forlì, nel 1850, su insistenza del Granduca, Papa Pio IX istituì la diocesi di Modigliana, che comprendeva oltre cento parrocchie, risultando persino più grande di quella fiorentina ed includendo un seminario. Se non sempre capoluogo (funzione assegnata, in epoche diverse, ad altri centri), certamente ebbe un ruolo primario, legato anche al florido sviluppo dell’industria della seta e della legna, che portò alla nascita di una borghesia benestante e illuminata.
A riprova della vivacità culturale di Modigliana, oltre al già citato Silvestro Lega (1825-1825), menzioniamo la celebre soprano Pia Tassinari (1903-1995, curiosamente nata nello stesso edificio del Lega) e Don Giovanni Verità (1807-1885): mazziniano, carbonaro, patriota, oppositore del potere temporale della Chiesa.
Tuttavia, nel 1923 – con la popolazione giunta a superare le novemila anime, il massimo picco – avvenne la cesura dei legami amministrativi tra Modigliana e la Toscana, quando il Duce decise il trasferimento di buona parte della Romagna Toscana sotto la provincia di Forlì, in modo da portare amministrativamente la sorgente del Tevere (il fiume di Roma!) nella sua terra natia. Quest’atto mise fine a cinque secoli di legame diretto con la Toscana, nove se si considera il periodo simbiotico in cui le alte terre appenniniche romagnole e toscane furono unificate sotto il dominio dei Conti Guidi.
L’ultimo, tenue collegamento formale con la Toscana è l’appartenenza alla diocesi di Faenza-Modigliana del confinante comune fiorentino di Marradi, dove nacque il poeta Dino Campana.
Un cammino lungo secoli, quindi, solo in parte condiviso con la generalità delle altre realtà romagnole.
2 – Breve storia immaginifica del paesaggio urbano, sociale ed agricolo, dal Medioevo al Dopoguerra.
“Ora il mio paese fra le montagne” (Dino Campana, Canti Orfici).
Tutt’oggi, al netto delle demolizioni, delle modifiche, delle variazioni d’uso, il centro storico di Modigliana suggerisce una netta affinità con le architetture di ambito fiorentino, in particolare di quei borghi sui passi appenninici. Le linee terse delle architetture, la pietra serena che borda i portali, la pietra forte degli edifici storici…Il Palazzo Pretorio, sotto le tamponature, ricorda esempi consimili di Scarperia, e, più oltre, di Volterra; il ponte della Signora (o di San Donato) potrebbe accomodarsi sulla Sieve o nello sfondo di un quadro leonardesco; la Roccaccia dei Conti Guidi ha la maestà dominante dei castelli casentini, da Poppi a Romena.
Più ancora che al centro abitato, è alla campagna che dobbiamo guardare per misurare l’influenza toscana, sia per addizione che per sottrazione.
Immaginiamo la Modigliana dell’epoca dei Conti Guidi: forse poco più che una manciata di case e la Pieve sotto lo sguardo torvo della Rocca, che occhiuta sorvegliava il passaggio su e giù dall’Appennino; esigendo, presumibilmente, l’immancabile gabella. Più su che giù: la strada passava in alto, più protetta dalle frequenti inondazioni, dagli insetti, dai briganti, e più esposta per chi la doveva sorvegliare. Sempre presumendo, in quei pochi edifici ci saranno state le botteghe e le attività che servivano, abitualmente, ai viandanti: un maniscalco, un fabbro, un falegname, un’osteria, una locanda, un bordello (queste ultime, magari, fuse in quello che oggi chiameremmo: “un centro polifunzionale”). Le poche colture, orti principalmente, lì attorno, prossime al greto dei torrenti.
Le campagne erano per lo più selvose, disabitate. Però c’erano le Badie disseminate nel territorio, in particolare le vallombrosiane, che si occupavano di coltivare le terre che i Signori, troppo occupati con le armi, lasciavano loro volentieri per guadagnarsi un posto in Paradiso. Tra l’alta valle del Santerno e Modigliana: Badia di Moscheta, Badia di Susinana, Badia di Santa Reparata, Badia di Santa Maria in Crespino, Badia di San Paolo in Razzuolo. Gli Ordini monastici, in una sorta di network primordiale, si scambiavano informazioni sulle migliori pratiche agricole, e sperimentavano. Quale sia l’origine del sangiovese, le abbazie avevano bisogno di vino, e può benissimo essere che abbiano lavorato sulla sua selezione, o su quella di alcuni suoi cloni, adattandolo e diffondendolo sui due versanti appenninici, come sostenuto in uno studio del 2017 di Sangiorgi e Zinzani, commissionato dal Consorzio Vini di Romagna e avvallato dal Professor Francesco Silvestrini, docente di Storia Medievale all’Università di Firenze ed esperto della storia dell’Ordine Vallombrosiano. Possiamo immaginare questi monaci comunicare in latino con quelli delle Badie chiantigiane o della Rùfina, e giù giù sino al Senese, alla Maremma. Vino per la Messa, ma anche vino da bere: all’epoca le acque spesso non erano potabili ed il vino, presumibilmente piuttosto leggero, un salubre sostituto.
Possiamo immaginare, in epoca antica, vigneti anche ad alte quote, anche dove oggi è bosco e, appunto, qualche pianta di vite ancora si trova tra frasche e cespugli: bisogna ricordare che il clima era nettamente più caldo di oggi, al punto che persino in Scozia si faceva vino.
Esistono prove documentali di produzione di vino in zona, sempre legate ad ambito ecclesiastico, con notevole autorità del vescovo ravennate, al quale spettava licentiam di vendemmiare e di tritulare l’uva per la produzione di vino. Esistono specifici riferimenti proprio a Modigliana. Nel 994 alcuni coloni debbono trasportare dei vasa domnica di vino sui carra domnicae per trasportarlo a San Donato: questo, probabilmente un centro di raccolta, è stato identificato con la Chiesa di San Donato a Modigliana, oggi perduta, ma che si trovava a nord dell’attuale Duomo ed era pertinenza dell’Eremo di Gamogna. Coloni: perché spesso dovevano aggredire i boschi con la roncola, per recuperare terre selvatiche all’agricoltura e al pascolo.
Questa struttura produttiva fu sostituita, in epoca tardo-medievale e rinascimentale, dal classico modello toscano di villa padronale, fattoria ed unità poderali affidate ai coloni in mezzadria, spesso ottenuto smembrando le terre un tempo abbaziali. La Chiesa resto però influente molto a lungo, ed è proprio nel libro delle entrate e delle uscite della Chiesa di San Bernardo a Modigliana che, nel 1671, è attestato per la prima volta a nord del crinale dell’Appennino il termine “sangiovese”. In precedenza, in area toscana, era attestato come sangiogheto, e per lungo tempo sangioeto o S.Gioveto o San Zoveto. Si vuole talvota ricondurne l’etimologia a “sangue dei gioghi”, rimarcandone l’ascendenza montana; onestamente poco di convince, ma ricordiamo piuttosto che gli Etruschi erano saldamente presenti sui due versanti dell’Appennino Centrale e che l’etrusco sanisva, cioè offerta all’antenato, è assai vicino al dialettale romagnolo sanzvés.
Modigliana beneficiò, come del resto tutta la Romagna Toscana, delle riforme e delle innovazioni introdotte dai Lorena a fine Settecento, portando a condizioni di vita nettamente migliori dell’area dominata dallo Stato Pontificio.
Le proprietà, tuttavia, erano destinate a frammentarsi in poderi di dimensioni relativamente contenute, dove la vigna era una parte delle colture e nemmeno la principale, fino a ridursi a piccoli fazzoletti di terra: scansapigioni. Quel modello informa ancora oggi il paesaggio, sin nelle dimensioni dei campi e dei vigneti.
Oltre al sangiovese, alle innovazioni agricole e all’organizzazione poderale, l’influenza toscana lasciò anche in eredità il testucchio, cioè l’allevamento della vite maritata a tutori vivi, quali aceri, olmi e soprattutto gelsi. Infatti, se la viticoltura a Modigliana era rimasta soprattutto di sussistenza, la vera colonna portante fino agli Anni Venti – Trenta del ‘900 era il baco da seta: esistevano otto filande; una tra le più grandi, che si trovava sotto la Rocca, andò distrutta nel terremoto del 10 novembre 1918, a seguito del quale crollò la metà sud della Rocca stessa, lasciandola visibilmente spaccata in due, com’ è tutt’oggi.
Con la crisi della produzione della seta iniziò l’emorragia della popolazione, che raggiunse esiti drammatici dopo il secondo conflitto mondiale. Se dalle 6038 persone del 1861 si era giunti, in sessant’anni, al picco di 9352, tra il 1951 ed il 1971 la quota si ridusse di 3000 residenti, che lasciarono il paese attratti dalla costa e dalle città del nord, e l’emorragia è continuata, lenta ma inesorabile, nei decenni successivi. Anche l’agricoltura di sussistenza si ridusse a scheletro, a fronte di uno sviluppo nel terziario e nell’industria, favorito dall’apertura di migliori vie di comunicazione verso la pianura ed in pianura. Relativamente recente, ma vocata, l’introduzione di ampie colture di kiwi.
Negli Anni Settanta, però, un vero e proprio big-bang investì la vitivinicoltura di Modigliana.
3 – La nascita della viticoltura moderna a Modigliana: un racconto condiviso.
“Ricevetti il vaso e succhiai la calda bevanda” (Dino Campana, Canti Orfici)
Nel 1839, il conte Giorgio Gallesio giunse a Forlì, da Firenze, percorrendo la strada aperta dal granduca Pietro Leopoldo lungo il corso del fiume Montone, quindi da Dicomano per Rocca San Casciano e Castrocaro. Ebbe modo di descrivere i vigneti incontrati nel percorso: “le vigne … sono tutte a ceppi bassi attaccati ad un picciolo palo come in Francia, le uve che vi si coltivano sono per la maggior parte il Sangiovese di Romagna” e affermava che se ne traesse un vino generoso.
Quindi, qualora il sangiovese in Romagna sia un lascito toscano, opera dei Vallombrosiani, o si debba retrodatarlo ad epoca etrusca, plausibilmente i cloni locali avevano caratteristiche diverse da quelle riscontrabili in Toscana già all’epoca del Gallesio; però, la sua presenza diffusa è traccia inequivocabile di un sostrato comune.
D’altra parte, la viticoltura bassa era un prerequisito per l’ottenimento, in collina, di uve da vino di una certa qualità, non solo in Francia; e foto d’epoca, ritraggono numerose vigne ad alberello, a Modigliana come in Chianti.
Tuttavia, guardando al Novecento, per parecchi decenni la produzione vitivinicola fu principalmente di sussistenza: o per autoconsumo, o come secondo lavoro, per il conferimento. Con lo spopolamento degli Anni Sessanta, la sopravvivenza delle vigne fu dovuta al movimento cooperativo ed ai consorzi agrari, che fornirono una base economica e tecnica. La PROVIT, nata nel 1974 ed ora parte di Agrintesa (che detiene marchi come Valfrutta, e Caviro), si distinse particolarmente per la spinta verso una vitivinicoltura di qualità: riconobbe nel territorio modiglianese, freddo, montuoso, calcareo, con le vigne al limitare del bosco, il luogo ideale per la creazione di basi spumante ed avviò progetti specifici sul sangiovese.
Intanto, Casetta dei Frati già nel 1970 aveva iniziato, per prima, a produrre ed imbottigliare a Modigliana, e fu anche la prima azienda locale ad iscriversi all’Ente Tutela, oggi Consorzio Vini di Romagna.
L’evento discriminante per la viticoltura di Modigliana, però, fu l’arrivo di Gian Vittorio Baldi, bolognese di nascita, lughese di famiglia e romano d’adozione, nel 1974. Produttore e regista, ma soprattutto intellettuale ed artista, scoperse gli Chateaux bordolesi e Chateau d’Yquem in particolare, nel corso del viaggio di nozze con la nota attrice franco-russa Macha Meril, ex del chatelain d’Yquem . Baldi si innamorò delle alture di Modigliana con l’ambizione -anzi, con la sfida intellettuale- di produrvi un grande vino saldamente radicato nell’unicità dei luoghi, ma di caratura internazionale: un atto culturale, prima ancora che agricolo, in un territorio enologicamente marginale: Veronelli, nel suo “I vini d’Italia” edito da Canesi nel 1960, citava Modigliana come luogo di elezione per l’Albana, ma non per il Sangiovese. Gian Vittorio Baldi fondò l’azienda Ronchi di Castelluccio, affiancato dall’agronomo locale Remigio Bordini, dal giovane, promettente enologo Vittorio Fiore e dal figlio Gian Matteo, che per lungo tempo sarà protagonista dell’Azienda e poi custode della sua memoria storica, quando i cambiamenti di proprietà genereranno momenti non felici.
Remigio Bordini, che aveva girato la Romagna raccogliendo biotipi per il campo sperimentale di Tebano (sezione distaccata della Facoltà di Agraria di Bologna), fu fondamentale per l’impianto ex-novo delle vigne, dalla scelta di cloni di sangiovese solitamente scartati perché poco produttivi, agli impianti innovativi, al rapporto con i contadini, che di lui e delle sue scelte controcorrente si fidavano, pur mugugnando, perché era del posto e parlava il dialetto. Per il resto, l’approccio era semplice: nelle vigne, site tra i 250 e i 500 m slm, le concimazioni avvenivano con letame (2/3 di vacca, 1/3 di pecore), i trattamenti di solo rame e zolfo; in cantina, i lieviti non erano selezionati.
Gian Vittorio Baldi trovò una sponda ideale per convergenza di visione, per l’impostazione delle scelte fondamentali e per il racconto, nel dialogo con Luigi Veronelli, che apprezzò quei vini sottili, coesi, persino duri in gioventù, dei quali si intuiva la lunga gittata ed il potenziale evolutivo, e incoraggiò a perseguire gli imbottigliamenti per cru, qui detti ronchi, perché piccole vigne strappate al bosco. Curati persino nella presentazione, con i ronchi dipinti in etichetta dal pittore Domenico Dalmonte, parlavano una lingua originalissima e pura, diversa da qualunque altro vino romagnolo e da qualunque altro sangiovese. Venduti a prezzi altissimi, 8500 lire contro il prezzo medio di un buon Sangiovese di Romagna di 1500 lire, prima vendemmia 1979, ebbero un successo nazionale, entrando velocemente nelle carte dei ristoranti stellati. Nomi oggi mitici: Ronco del Re, Ronco del Casone, Ronco della Ciliegia, Ronco della Simia… La consacrazione internazionale giunse quando nel 1989 il Ronco del Re, da uve sauvignon blanc lì impiantate su suggerimento di Bordini, venne servito ad una cena di Stato al Quirinale, ospite il Presidente dell’URSS Gorbaciov. Degustatori preparati, che hanno avuto modo di assaggiare “Ronchi” vecchi di venti o trent’anni, ne raccontano ancora la meraviglia.
Sulla scorta di quell’esperienza anche altri produttori raccolsero la sfida della qualità. Tra gli altri, Emilio Placci, che negli Anni Novanta del ‘900, portò a conseguenze ancora più estreme alcune scelte di Ronchi di Castelluccio: con la sua azienda Il Pratello, piantò e vinificò le vigne a 500, 600 metri di altitudine, e produsse con spirito artigiano vini longevi, che venivano (e vengono) proposti dopo diversi anni di affinamento.
Altri hanno poi cercato strade nuove, ciascuno con la sua sensibilità e la sua terra, ma con la consapevolezza condivisa di un sentiero tracciato; spesso ancora con il contributo agronomico di Remigio Bordini, o quello agronomico ed enologico del figlio Francesco (divenuto anche produttore, con i fratelli, fondando a Modigliana l’azienda Villa Papiano), o di Emilio Placci.
Altro momento estremamente significativo, la nascita nel 2017 dell’Associazione “Modigliana – Stella dell’Appennino”, formalmente costituitasi il 24 gennaio 2019, che è il riconoscimento di un racconto condiviso: storia, territorio, persone, stile. Il racconto, che aspira al riconoscimento unitario dell’originalità della produzione vitivinicola modiglianese – e, sottinteso, della sua vocazione qualitativa – è ben riassunto dal logo ideato dal grafico faentino Enrico Stradaioli: una stella cometa con una coda a tre punte, che rappresentano le tre valli di Modigliana: Ibola, Tramazzo, Acerreta, per le quali si individuano peculiarità territoriali specifiche da ritrovarsi nell’analisi gustativa dei vini, influenzati in varia misura dal loro microclima, dalle pendenze, dalle marne, dalle arenarie, dal bosco. Un’unità trinitaria, declinabile in una zonazione ancora più puntigliosa.
La spinta data dall’Associazione per la visibilità e la riconoscibilità di Modigliana è innegabile, arrivando ad interessare giornalisti internazionali del calibro di Walter Speller (che, all’evento londinese Sangiovese Reset del 2023, ha invitato sei produttori modiglianesi su cento presenti alla manifestazione) o a ricevere, come gruppo, il premio “Vignaiolo dell’Anno” del Corriere della Sera, nel 2023; rammentando e dimostrando, con questo, che la forza di una squadra è superiore a quella del singolo marchio, almeno nel mondo del vino. D’altronde, questo spirito di confronto ed apertura volto a valorizzare le differenze, senza gelosia, è asse portante dell’Associazione, sia al suo interno, che con gli altri produttori modiglianesi e romagnoli. Il gruppo originario si è espanso e contratto, alcuni sono entrati e poi usciti, ma in tutta evidenza è una risorsa determinante del territorio ed è un’entità con la quale tutti gli attori locali – la pubblica amministrazione, il Consorzio, gli altri produttori – volenti o nolenti – debbono dialogare.
Anche in questo caso bisogna riconoscere ad alcune persone la forza della svolta, anche se l’Associazione discende da uno spirito di collaborazione e confronto già esistente in precedenza tra i produttori, in particolare con Remigio Bordini e la famiglia Baldi.
Anzitutto Giorgio Melandri, al quale si deve la creazione e l’articolazione del racconto, basato su dati fattuali, quali le diverse epoche di vendemmia nelle tre valli. A lui si deve la forza e la cura della comunicazione – eccellente – e delle relazioni. Faentino, giornalista con Veronelli, Gambero Rosso e Slow Food, investe sulla sua terra e si mette in gioco come produttore, fondando l’azienda Mutilana dove vinifica e separatamente etichetta, appunto, i vini delle tre valli. A lui si deve anche e soprattutto l’idea della promozione di un “terroir” anziché di singole aziende, determinante la nascita stessa dell’Associazione, sua ragion d’essere intrinseca.
Infine Renzo Maria Morresi, avvocato a Bologna, ma nato a Modigliana e nipote di contadini, uomo di grande cultura e tensione morale; produttore rilevando Casetta dei Frati nel 2005 (con le sue parole, un ritorno alle “origini che non ho mai tradito”) e anima dell’Associazione, essendone stato Presidente per molti anni. Credo che la sua expertise in diritto industriale, la sua esperienza internazionale ed in aziende multinazionali, la sua visione, siano stati cruciali in numerosi passaggi della vita associativa e consortile.
Se terroir significa anche persone, a Modigliana ci sono evidentemente padri e punti di riferimento riconosciuti.
E se anche l’Accademia degli Incamminati di Modigliana, fondata nel 1660, la più antica istituzione culturale di Romagna, è vicina all’Associazione nella figura di Alessandro Liverani, dottore forestale che porta un contributo fondamentale per la gestione di vigne così immerse nei boschi, allora il passato si unisce con il futuro.
4 – Legislazione di riferimento del vino di Modigliana
“…a tratti cieca fantastica infrenabile che mi tornava alla mente in flutti amari e veementi” (Dino Campana, Canti Orfici).
Le uve cardine della vitivinicoltura romagnola sono tradizionalmente tre: sangiovese, trebbiano, albana; al netto di altri interessanti o interessantissimi vitigni autoctoni, e di alloctoni ambientatisi da molto tempo, minoritari per estensione vitata. Nello specifico di Modigliana, l’Albana è oggi assai poco coltivata, mentre sono diffusi lo chardonnay ed il sauvignon blanc.
Si è visto nel Capitolo 3 il Sangiovese di Romagna ampiamente coltivato già nella prima metà dell’Ottocento. Tuttavia, “fino al milleottocentocinquanta, salvo che in poche famiglie, non si bevve in Romagna vino con le caratteristiche del “Sangiovese”” (Ugo Graioni). I documenti parlano principalmente di “Vino rosso del tal fondo”, “Vino nero di tanti gradi”, “Vino di Romagna”. Il primo vino etichettato come Sangiovese di Romagna fu vinificato a Sant’Arcangelo di Romagna a fine Ottocento da Isaia Sancisi, dopo anni di esperimenti. Riuscì ad imporlo sul mercato nazionale e a guadagnare attestati, medaglie e diplomi in manifestazioni londinesi, parigine e persino a Copenhagen.
Di lì bisogna partire, per arrivare al riconoscimento della DOC Sangiovese di Romagna il 14 agosto 1967, con una produzione di 26.000 bottiglie quell’anno, già salite a 78.000 nel 1971; oggi sono prodotte in Romagna circa 6 milioni di bottiglie di Sangiovese.
Contemporanea la DOC dell’Albana di Romagna, del 21 agosto del 1967, con una partenza quantificata in 45.000 bottiglie.
Quanto alla DOC del Trebbiano di Romagna, si dovrà aspettare la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 20 dicembre 1973.
Come si intuisce, il legislatore poneva l’accento sul varietale e su una zona geografica veramente troppo ampia e diversificata per essere unitariamente descritta, come però accadeva ed è accaduto in seguito in altre aree italiane, favorendo gli imbottigliatori e le grandi cooperative, più che le piccole produzioni di qualità; che, a onor del vero, non erano all’epoca diffuse quanto lo sono oggigiorno.
Analizzando qualche dato, la zona della DOC comprendeva, dei 22509 chilometri quadrati della Romagna amministrativa, una fascia di circa 30 chilometri ad ovest della Via Emilia, per una lunghezza di circa 150 chilometri; che significa, grossolanamente, 4500 chilometri quadrati, con distanze assai variabili dal mare, colline dolci alternate a valli e vallecole chiuse e ripide, fiumi e torrenti, quote che superano i 500 metri s.l.m. partendo dalle primissime alture che si levano dalla pianura costiera. Per confronto, Bordeaux, suddivisa in otto AOC (equivalenti alle nostre DOC/DOCG), copre 600 chilometri quadri, con terreno prettamente pianeggiante e quote piuttosto uniformi sul livello del mare, fino a un massimo di 30 metri. La Cote d’or borgognona, con più di 80 AOC, è di contro una fascia larga pochi chilometri, lunga 60, sul versante orientale di un unico massiccio che si staglia su una pianura alluvionale, e la parte interessata alla viticoltura non supera di norma i 300 metri s.l.m. .
A queste evidenze fattuali si è aggiunta negli anni la spinta di una maggiore attenzione del consumatore verso produzioni di nicchia con il recupero dei vitigni autoctoni, ed una maggiore consapevolezza dei produttori.
Si queste basi, il legislatore è intervenuto nel 2011 con un nuovo disciplinare Romagna DOC (D.M. 22.09.2011), modificato nel 2014, nel 2019 e poi, ancora più profondamente, nel 2022 (D.M. 26.05.22). L’accento si sposta, nettamente, sul territorio. In esso sono confluite le precedenti DOC del Sangiovese e del Trebbiano Romagnoli , Questo disciplinare, molto articolato, include, in varie combinazioni, vini bianchi (anche frizzanti), rosati (anche frizzanti), rossi, novelli, amabili, passiti, e vini a base di Cagnina e Pagadebit.
Tuttavia, rilevante dal punto di vista della nostra analisi è il riconoscimento di 16 sottozone (Unità Geografiche Aggiuntive, nel 2011), ciascuna disciplinata separatamente: “Bertinoro”, “Brisighella”, “Castrocaro”, “Cesena”, “Longiano”, “Meldola”, “Modigliana”, “Marzeno”, “Oriolo”, “Predappio”, “Mercato Saraceno”, “Serra”, “Imola”, “Coriano”, “San Clemente”, “Verucchio”.
Recita il disciplinare: “Per rendere merito delle differenze tra i vini di Sangiovese ottenuti in situazioni pedo-climatiche differenti, per quei produttori che intendono massimizzare l’interazione vitigno/ambiente, nel rispetto di una tradizione tipicamente romagnola che vuole il Sangiovese vinificato sostanzialmente da solo, sono state identificate le “sottozone” che possono fregiarsi di una menzione geografica aggiuntiva rispetto a “Romagna DOC Sangiovese””.
Si specifica che, stante le definizioni di sottozona e di UGA, la legge prevede che le sottozone siano disciplinate più rigidamente rispetto alla zona integralmente coperta dal disciplinare e che “devono avere peculiarità ambientali o tradizionalmente note”; aspetti non richiesti alle UGA (rif. Testo unico della Vite e del Vino, Legge 238 del 12/12/2016, rivista ed aggiornata nel 2020).
Interessante notare che, in ciascuna redazione del nuovo disciplinare, Modigliana è l’unica sottozona (o UGA), tra le sedici riconosciute, il cui territorio corrisponda esattamente con quello comunale. Citando ancora il disciplinare: “Per quanto riguarda il Sangiovese, l’esperienza e la perizia che i viti-vinicoltori hanno acquisito in relazione ai vari contesti ambientali e culturali ha permesso di connotare in modo più preciso alcune produzioni locali, definendo quelle che sono definite “sottozone”(…) Modigliana. Qui il territorio si inasprisce ulteriormente consentendo di produrre vini dalla struttura decisa, potenti, austeri e longevi.”.
Con quest’ultima revisione del disciplinare è stato sancito anche il Modigliana Bianco, che prevede un minimo di Trebbiano del 60% ed un massimo del 40% di Chardonnay e Sauvignon, soli o congiunti.
Questo il giustificativo storico riportato dal legislatore: “A fine Ottocento, in Romagna l’uva era “preferibilmente bianca alla montagna e rossa alla pianura”, quindi sui colli della Romagna a fine Ottocento e almeno fino a metà Novecento, il vino “di vigna”, ovvero da coltura specializzata, era per lo più bianco. Il rinvenimento di testimonianze antiche che spaziano tra il 1500 e il 1900, conferma la presenza di vitigni bianchi di pregio nelle zone di Modigliana, Castrocaro, Longiano, Brisighella ed Oriolo. “.
Con tutti i limiti che si possono attribuire al sistema delle Denominazione d’Origine, una certezza: anche la Legge italiana riconosce e sancisce l’unicità e la vocazione storica di Modigliana per vini rossi e bianchi.
Vale la pena chiarire che la piramide qualitativa del Romagna Sangiovese va così intesa, a salire: Romagna Sangiovese, Romagna Sangiovese Riserva, Romagna Sangiovese Sottozona, Romagna Sangiovese Sottozona Riserva.
Altri disciplinari di produzione di interesse per Modigliana, benché non consentano di dichiarare esplicitamente la sottozona, sono:
– DOC Colli di Faenza, che include, integralmente o parzialmente: sei comuni in provincia di Ravenna; due comuni in provincia di Forlì-Cesena (integralmente solo Modigliana); ammette le tipologie: Bianco, Rosso (anche “Riserva”), Sangiovese (anche “Riserva”), Pinot Bianco, Trebbiano;
– DOC Colli della Romagna Centrale, che ricade nella provincia di Forlì-Cesena e include interamente sedici comuni (tra i quali Modigliana) e, parzialmente, altri sei comuni; ammette le tipologie: Bianco, Rosso, Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Sangiovese, Trebbiano;
– Forlì IGT, che include tutto il territorio della provincia di Forlì-Cesena (quindi anche Modigliana) ed ammette, in varie combinazioni, vini: bianchi, rossi, rosati, vivaci, frizzanti, spumanti, novelli, passiti… con la specificazione di un varietale, a scelta tra i trenta (si ribadisce: trenta!) autorizzati per l’etichettatura;
– Rubicone IGT, che include l’intero territorio delle province di Forlì-Cesena (quindi anche Modigliana), Ravenna e Rimini, e dieci comuni della provincia di Bologna; ammette, in varie combinazioni, vini: bianchi, rossi, rosati, vivaci, frizzanti, spumanti, novelli, passiti… con la specificazione di un varietale, a scelta tra i trentaquattro (si ribadisce: trentaquattro!) autorizzati per l’etichettatura, alcuni piuttosto esotici come Garganega e Refosco dal Peduncolo Rosso;
– Sillaro IGT (o Bianco del Sillaro IGT), che include: dieci comuni in provincia di Bologna, sedici comuni in provincia di Forlì-Cesena (tra i quali anche Modigliana), sette comuni in provincia di Ravenna, quattro comuni in provincia di Rimini; ammette le tipologie: Bianco, Frizzante, Novello, con almeno il 70% di Albana ed un massimo del 30% delle uve ” dei vitigni a bacca di colore analogo, non aromatici, idonei alla coltivazione in Regione Emilia-Romagna”, che sono più di una quarantina.
Valuti il lettore, qualora abbia avuto pazienza di inoltrarsi fin qui nel labirinto legislativo, se questo insieme di disciplinari ostacoli o aiuti una comprensione e comunicazione chiara del territorio.
5 – Ambiente fisico: Modigliana, isola della Romagna.
Gettato sull’erba vergine, in faccia alle strane costellazioni io mi andavo abbandonando tutto ai misteriosi giuochi dei loro arabeschi (Dino Campana, Canti Orfici)
5.1 – La Romagna del vino.
Se la Romagna può essere grossolanamente schematizzata – come in Capitolo 1 – in un rombo tra Adriatico e Appennino, la strada Strada Statale 9, che lo taglia verticalmente da nord-ovest a sud-est da 2/3 del suo lato superiore giù fino al vertice orientale inferiore, rappresenta un ideale spartiacque geologico. L’antica via Emilia, il cui tracciato è seguito dalla SS 9, era costruita al limite o quasi delle terre praticabili, cioè non soggette ad impaludamenti o del tutto sommerse. Ad est della Via Emilia, pertanto, si trovano terreni fertili, di natura alluvionale e marina, anticamente acquitrinosi, che sono oggi un fondamentale bacino produttivo per la frutta da tavola e per l’industria conserviera.
Ad ovest, invece, colline che sono le primissime alture dell’Appennino, più adatte a olivicoltura e viticultura di qualità. Quelle più prossime alla pianura hanno forme dolci, profili arrotondati e suoli prevalentemente argillosi. Fenomeni erosivi, dovuti all’azione dell’acqua e del vento sull’argille, originano qui i calanchi: zone brulle, franose, caratterizzate da creste instabili e aguzze, e da canaloni solcati dall’acqua durante le precipitazioni. Evidentemente, questi suoli beneficiano di un’attenta regimazione delle acque e di pratiche stabilizzanti, come l’inerbimento.
Si trovano argille rossa, gialle, ma soprattutto azzurre.
Esistono, quasi segnando un confine tra questa fascia geologica e quella più interna, marnoso- arenacea:
– la Vena del Gesso, 10 chilometri quadrati tra la zona delle Argille Azzurre a nord e quella marnoso-arenacea, più a sud, per una lunghezza di 25 chilometri tra le province di Bologna e Ravenna, patrimonio dell’UNESCO;
– la Vena dello Spungone, una roccia dal caratteristico aspetto che può ricordare una spugna, una “calcarenite organogena”, cioè un’arenaria ad alto contenuto calcareo, dovuta alla cementazione di organismi marini in ambiente di scogliera nel Pliocene Medio (circa 3 milioni di anni fa), ed interessa principalmente i comuni di Meldola, Castrocaro, Bertinoro, Predappio.
Di lì, proseguendo verso ovest, l’Appennino sale di quota rapidamente, formando una serie di valli relativamente strette, ortogonali alla Via Emilia, e quindi orientate secondo un asse sud-ovest/nord-est, dove le argille, gesso, spungone, cedono via via il passo alla formazione marnoso-arenacea.
Come intuibile, questa situazione crea dei microclimi particolari, sia per il gioco dei venti, che per la rifrazione luminosa, che vede sommarsi l’effetto del mare (con una costa sita ad una trentina di chilometri in linea d’aria) e quello delle coste delle valli, che spesso si parano ad ostacolo parziale rispetto al corso del sole, creando successioni capricciose di luci e di ombre. Anche l’influenza delle brezze marine ne risente, trovando talvolta modo di infiltrarsi, talaltra venendo ostacolata.
Queste aree interne risultano di qualche grado più fredde rispetto alla porzione a sud-est di Faenza ed alle prime alture del forlivese, mentre i dati di piovosità media annua dell’areale della DOC Romagna coprono una forcella piuttosto ampia, tra gli 800 ed i 950 mm concentrati tra ottobre e novembre, proprio in ragione di queste differenze. A titolo di confronto con altre zone storicamente vitate a sangiovese, le porzioni più alte della Rùfina, dove si produce l’omonimo Chianti, che si trova sull’altro versante dell’Appennino, hanno una piovosità di oltre 1200 mm annui, mentre il Chianti Classico si attesta tra i 650 mm e i 950 mm annui. Quanto all’indice di Huglin, la Romagna si colloca tra 2100 e 2300 unità, Rùfina e Chianti Classico tra 1900 e 2300 unità, a fronte dei seguenti valori teoricamente ideali: 1500-2000 unità per i vini da tavola superiori, 2000-2800 per vini molto alcolici o da dessert.
L’abitato di Modigliana si trova lungo una di queste valli interne, quella del torrente Marzeno, laddove in esso confluiscono i torrenti Ibòla, Tramazzo ed Acereta, che danno il nome alle tre valli principali che disegnano il territorio modiglianese e ne determinano peculiarità morfologiche e climatiche.
“Salgo sul fuoristrada in via Garibaldi. Poche centinaia di metri e i bar, le pasticcerie, la gente del centro spariscono mentre ci inerpichiamo per i boschi, guadando pietreti di rivoli, su strade interrotte, ancora chiuse al traffico dopo quasi un anno dall’alluvione. Un labirinto ubriacante mi pare, di tornanti che si affacciano su pareti di roccia nude, lucenti come cave, sassaie abbaglianti nel verde d’intorno, con la luce del sole che si spariglia in mille riflessi, come un sorriso di gemme. Campi di grano biondi e pascoli verdi, bovini immobili nell’azzurro e nel vaporoso bianco delle nuvole, grandi come statue. Cipressi ordinati in filari, e macchie avvinghiate su balzi di torrenti che cantano remoti. Precipizi e scorci che diresti alpini. In alto, argentei fruscianti oliveti allargati alla brezza.
Poi i pampini, morbidi e generosi, stretti tra le fronde, proiettati nell’immensità di un panorama da centinaia di metri d’altezza. I grappoli spargoli del sangiovese, all’ombra di noci e castagni; quelli dolci di chardonnay e del cabernet. Un grappolo di trebbiano lungo, enorme, ideale, oro puro al limitare tra tramonto e crepuscolo”
5.2.1 – Terra
Il visitatore che percorra a Modigliana i ponti tra via Don Giovanni Verità e via Corbari, si troverà innanzi ad un’impressionante ferita della Terra: un enorme, severo costone marnoso-arenaceo lungo quasi 200 metri, brullo, scavato nei millenni dalla forza del torrente Tramazzo. Esso è una delle tante profondissime incisioni che solcano il territorio di Modigliana, ed osservandole, così scabre, viene da chiedersi se il nome di Modigliana derivi da un antroponimo come Mutilius o, piuttosto, proprio da Mutilum: un territorio mutilato, appunto.
Questo costone svela, drammaticamente, una prima chiave di lettura del territorio modiglianese: la terra; infatti l’areale di Modigliana è uniformemente marnoso-arenaceo, salvo alcune zone residuali sabbiose (al confine nord-est del Comune, verso Castrocaro, e sui crinali della fascia centro occidentale), argillose e gessose (ancora al confine nord est, peraltro in zona non vitata), o calcaree (spungone); tutte formazioni, comunque, di origine marina.
Anche la Formazione Marnoso-arenacea Appenninica è una roccia sedimentaria, nata in ambiente marino e poi sollevatasi per fenomeni tettonici dovuti alla spinta della placca africana (anzi, della sua propaggine Adria) sulla placca europea. La placca africana cominciò a spingere verso nord circa 60 milioni di anni fa, poi, bloccata dalle Alpi, orientò la sua spinta – che continua tutt’oggi – da ovest a est, 20 milioni di anni fa, causando frane sottomarine nel mare Paleo-Adriatico, che occupava l’odierna area marchigiana e romagnola. Queste frane generarono flussi torbidi di sabbie e argille, nel Miocene, tra 23 e 5 milioni di anni fa. I sedimenti trasportati dai flussi si sono cementati per diagenesi in arenarie (da granuli di sabbia da 2 mm a 1/16 di millimetro) e marne (cioè argille ad alto contenuto calcareo, da granuli minori di 1/256 di mm, più raramente gessoso) e sono poi emersi per successive spinte verticali: gli affioramenti possono avere altezze di centinaia di metri, ma scendono in profondità anche per due o tre chilometri.
In particolare si distinguono a Modigliana strati sedimentari del Serravalliano nelle parti più alte del territorio (11-13 milioni di anni); del Tortoniano nella parte centrale e maggiormente vitata (7-11 milioni di anni); del Messiniano al confine a valle del Comune (5-7 milioni di anni). Originatesi in periodi diversi, hanno contenuti di calcare diversi (la percentuale di calcare nelle marne varia dal 35% al 65%), sporadicamente di gesso, e pertanto durezze e colori diversi. In ogni caso, la disgregazione di queste rocce porta a suoli con dotazione media ed alta di calcio, che apporta finezza, eleganza, acidità definizione aromatica ai vini.
Sul sangiovese, in particolare, si ritiene che l’arenaria conferisca al vino colori tenui, brillanti, tannini leggeri, con una componente iodata all’olfatto e sapida al gusto e la marna apporti al vino note speziate del tutto caratteristiche.
Questa formazione, se è uno tra gli elementi più importanti per l’estrema riconoscibilità dei vini modiglianesi, d’altro canto costituisce il tallone d’Achille del territorio.
Si può infatti immaginare uno di questi costoni marnosi-arenacei come una torta millefoglie: l’arenaria è la sfoglia, la marna è la crema. L’arenaria, roccia lavorabile e di bell’aspetto (quando è grigia è detta pietra serena ed è utilizzata nelle architetture classiche toscane per portali, capitelli, trabeazioni…) costituisce uno strato pressoché impermeabile; la marna, invece, essendo composta di calcare ed argilla, allorché si imbibisce d’acqua, scivola sullo strato di arenaria provocando fronti di frana di ingenti dimensioni, come le alluvioni di maggio 2023 hanno drammaticamente rimarcato, ripercorrendo i fenomeni sperimentati per ultimo nel 1939, ma, prima d’allora, documentati già diverse altre volte, nei secoli
Sopra gli strati marnoso arenacei di Modigliana è presente uno strato di suolo organico: tipicamente di 70-80 centimetri, a volte sottile solo poche decine di centimetri. In tali condizioni, non è pensabile l’impiego di alberi ad alto fusto per stabilizzarlo; anzi, il loro peso favorirebbe ulteriori frane e scivolamenti. Eppure quello strato serve ed, anzi, deve generarsi, in equilibrio sottile, dal bosco, se si vuol dare alla vigna una possibilità di sussistere sopra marne e arenarie tendenzialmente sterili.
5.2.2 – Bosco
Il bosco, che è una presenza notevole nel panorama di Modigliana e marca, in maniera determinante, i vini modiglianesi, è la seconda chiave di lettura del territorio.
Circa metà del territorio comunale è boschivo. Certamente molte zone vinicole sono prossime a boschi o inframmezzate da aree boschive più o meno estese, ma ciò che rende, crediamo, piuttosto unica la situazione della viticoltura di Modigliana è la proporzione tra bosco e vigneto: su queste alture le vigne sono sovente piccole radure all’interno dei boschi, superfici di mezzo ettaro o più piccole ancora, quasi giardini zen contornati dalla foresta, separati spesso da chilometri di distanza: questo sparpagliarsi delle vigne sul territorio, invece che accerchiarsi attorno alla cantina, è un altro tra gli aspetti tipici della viticoltura di Modigliana.
A volte il vigneto si riduce addirittura a pochi filari stretti tra una strada, il bosco, ed un precipizio; oppure a formare una striscia sottile, a mezzacosta.
Il bosco insomma è pienamente padrone del territorio e la vigna, in qualche modo, eroico segno colonizzatore dell’uomo. Perché la natura, con il bosco, resta la vera padrona del suolo: sulle rocce marnoso-arenacee compaiono le prime specie colonizzatrici: la ginestra, il ginepro; poi specie a fusto più alto: la roverella, il faggio; infine, il bosco. Ecco il ciclo di creazione del suolo, che può essere favorito ed indirizzato laddove è impiantata o si vuole impiantare una vigna. Allo stesso modo, sarà critica – richiedendo studi ed interventi specifici – l’intera gestione del limine tra la vigna e il bosco, in modo che si crei una simbiosi positiva.
Nella fattispecie, prevale nei quadranti orientali e meridionali del Comune il bosco ad alto fusto; in quelli occidentali e settentrionali è più basso, qua e là semplicemente una macchia.
Si può citare l’effetto del bosco sul microclima, sulla biodiversità, sulla composizione organica del suolo, persino sui lieviti presenti sulle bucce delle uve, tutti elementi che concorrono in maniera sinergica col luogo specifico del vigneto: l’esposizione, ad esempio, il terreno, la ventilazione, la pendenza, il vitigno, il sesto d’impianto, e così via. Questi elementi possono generare una serie infinita di combinazioni, l’influsso delle quali si trova (o dovrebbe trovarsi) nei vini, effettivamente giustificando le menzioni di “vigna” spesso presenti sulle etichette dei produttori locali.
Generalizzando, però, i produttori locali ritengono che il bosco apporti ai vini note speziate e balsamiche, tannini fragranti e salinità.
5.2.3 – Valli
Entrati nel territorio di Modigliana, si dimentica rapidamente la Romagna della via Emilia, dei frutteti, delle pianure brulicanti vita e commerci, delle coste d’oro punteggiate di ombrelloni.
Se ne perde proprio contezza, perché l’impressione – immediata, ma che si conferma percorrendo le strade del territorio comunale – è di essere in un luogo in sé stesso concluso.
Effettivamente, scorcio dopo scorcio, si realizza di essere all’interno di un catino chiuso, sbarrato a monte dalla valle dell’Acquacheta e delimitato da crinali alti tra i 500 e i 600 m s.l.m., l’accesso consentito solo da poche strette valli.
E proprio sui crinali bisogna salire per vedere la pianura e delle colline più vicine al mare; la linea di costa è del tutto preclusa alla vista, salvo che dal crinale di sud-est.
Il fondo di questo catino non è concavo, ma corrugato da un insieme di valli e vallecole, che trovano il loro punto focale nel centro storico di Modigliana e che costituisco la quarta chiave di lettura del territorio.
Tre sono le valli maggiori, che si trovano a monte dell’abitato e vi convergono disegnando la forma di una freccia o di un tridente rovesciato, schematicamente secondo un asse orientata sudovest-nordest:
– Valle Acereta
– Valtramazzo
– Valle Ibòla.
Queste valli sono la terza chiave di lettura del teritorio di Modigliana, e sono il fondamento della proposta di mappatura/zonazione formulata dell’Associazione per un futuro possibile inserimento di UGA nella sottozona “Modigliana” ai sensi del Disciplinare. La proposta comprende due ulteriori aree, per completare la copertura del territorio comunale: Oltreacereta (ossia la parte del Comune al di là della Valle Acereta) ed Oltreibòla (ossia, la parte del Comune al di là della Valle Ibòla).
Stanti la comune origine geologica ed i suoli da disfacimento della formazione marnoso-arenacea e la presenza maggioritaria del bosco rispetto ai fazzoletti vitati, la conformazione di queste tre valli ed il loro orientamento sono alquanto diversi e, nel tempo, produttori, enologi, assaggiatori hanno riconosciuto peculiarità individuali nei vini che ne derivano, partendo dalla constatazione, alcuni decenni addietro, che i conferimenti di uva matura alla cantina sociale avvenivano secondo quest’ordine temporale: prima Valle Acereta, poi Valtramazzo, infine Valle Ibòla.
Ognuna di queste valli è attraversata da un torrente maggiore, alimentato da affluenti che possono formare, a loro volta, valli e vallecole.
Anche nell’Oltreibòla e nell’Oltreacereta esistono alcuni bacini idrografici che, con le loro valli e vallecole, determinano situazioni passibili, secondo l’Associazione, di una più dettagliata specificazione a livello di Unità Geografica Aggiuntiva.
Valle Ibòla è la più fredda e stretta. Vi si entra direttamente dal paese in un contrasto drammatico, quasi fosse uno stretto imbuto di roccia: il fondovalle, specie in prossimità dell’abitato è talmente stretto, freddo e buio da scoraggiare le coltivazioni. Inoltrandosi, i fianchi scoscesi, coperti di ceppaie e di boschi ad alto fusto (cerro, frassino, pino), timidamente si aprono, fino a squarci luminosissimi in quota, laddove pascoli, uliveti, coltivi, vigneti, convivono nel bosco dominante, regalando scorci quasi alpini. Le principali unità geologiche sono tutte varianti della formazione marnoso-arenacea: membri di Galeata e Collina in alto, membro di Monte Bassana nella parte centrale, membro di Castel del Rio vicino al paese. La componente arenacea prevale. Di Valle Ibòla resta nella memoria il contrasto tra la scabrezza della parti basse e la dolcezza solare e boschiva delle quote, con pascoli e scorci quasi prealpini, che evidenziano l’inversione termica così marcata da permettere la coltura dell’olivo a 500-600 m s.l.m.
Contrasto e tensione che si ritrovano nei vini, in qualche modo i più estremi del territorio modiglianese: dei Modigliana al quadrato.
L’Oltreibòla completa il quadrante orientale del Comune e, per lo più, ha suoli di tipo marnoso-arenaceo. E’ composta a suo volta da tre zone: Valle Senzano, alta, esposta a oriente, poco vitata; la Valle Samoggia, che digrada rapidamente su suoli sciolti, freschi, profondi; la Valle Albonello, ampia e con molti ruscelli che formano vallecole caratteristiche, mentre i boschi sono rarefatti e caratterizzati dalla roverella nelle aree più calcaree.
Valtramazzo è piuttosto lunga e si distende verso sud, dal comune di Modigliana penetrando in quello di Tredozio. Ha una discreta ampiezza, e risulta centrale rispetto alla Valle Ibòla ed alla Valle Acereta. Il bosco ha intensità crescente con la quota; nelle zone più alte carpini e frassini si alternano con le roverelle. La vite è perlopiù coltivata tra i 250 e i 400 m s.l.m., ma i vigneti arrivano sino a circa 600 m s.l.m. Sulle porzioni più alte di essa, si ha una buona visione d’insieme del catino di Modigliana e si notano una ventilazione costante ed una luminosità diffusa, come irradiata dalle pendici perimetrali ed interne del catino, quasi fossero concavi specchi. Questa centralità territoriale, questa medianità di situazioni rispetto alle valli Ibòla ed Acereta, si riflette nei vini in finezza infiltrante ed equilibrio.
Valle Acereta è la più lunga: si sviluppa prettamente in territorio toscano, dove nasce il torrente omonimo, che l’attraversa, entrando nel Comune di Modigliana all’altezza dell’antica chiesa di Santa Reparata. E’ una valle molto boschiva, soprattutto salendo di quota. La viticoltura è tra i 200 e i 500 m s.l.m. . Inoltre, sembrerebbe allo sguardo la meno soggetta a fenomeni erosivi. Sono presenti tre unità geologiche, sempre relate alla formazione marnoso-arenacea: il membro di Galeata nella porzioni più alta, il membro di Monte Bassana e Civitella nella sezione centrale, il membro di Modigliana vicino al paese. La componente marnosa prevale. Tuttavia, percorrendola dopo aver visto la altre due valli, è soprattutto l’ampiezza a marcarne l’identità nella memoria: una luce più avvolgente, irradiante e diffusa è ciò che si imprime allo sguardo e ciò che si ritrova nei suoi vini: luminosità e respiro.
L’Oltreacereta è la parte residuale del comune che si trova in continuità con la Valle Acereta e completa il territorio ad occidente. La zona è articolato in quattro vallecole, le prime tre in contiguità al confine con Brisighella:
– la valle del Rio Paglia;
– la valle del Rio Vitisano, col suo affluente Rivola;
– la valle del Torrente Ebòla, coi suoi affluent sul lato Modiglianese;
– la valle del Riomonte.
La valle del Rio Paglia è particolarmente stretta. Le valli del Rio Vitisano e dell’Ebòla condividono un alternarsi di forti pendenze ed ampie aperture a coltivo, altitudini elevate, ed una fascia vitata posta tra i 200 e i 500 metri di altezza. La valle del Riomonte, a fronte di altezze medie (180-400 m s.l.m.), presenta forti pendenze, ed un’alternanza di campi coltivati e boschi di roverelle e macchia mediterranea.
Anche queste valli dell’Oltreacereta sono riferibili a vario titolo alla formazione marnoso-arenacea, spaziando tra: membro di Modigliana in val di Paglia, sulle pendici meridionali della valle dell’Ebòla, della valle del Rio Vitisano, sulle pendici orientali della valle del Riomonte; membro di Castel del Rio nelle valli dell’Ebòla, del Rio Vitisano, e nelle zone più alte o occidentali della valle del Riomonte; membro di Dovadola sulle pendici orientali della valle del Riomonte.
Elementi comuni a tutte le aree qui trattate sono, come detto, la formazione marnoso-arenacea, la massiccia presenza del bosco, e, qui si aggiunge, le forti pendenze, spesso oltre il 30%, che rendono la viticoltura complessa, faticosa, in qualche modo eroica. Sebbene le operazioni di vigna siano meccanizzabili con l’ausilio di macchine, si tratta pur sempre di mezzi piccoli in contesti che consentono solo lavorazioni forzatamente lente. Né, d’altro canto, sono pensabili terrazzamenti, per l’instabilità del terreno e il ridottissimo strato organico.
In sostanza, i dati di temperatura media annua (13,5°C) e le precipitazioni medie annue (898 mm) dicono davvero poco dell’effettivo microlima del vigneto modiglianese, perché il territorio è così tormentato e soggetto ad influenze vicinali, luogo per luogo, da richiedere una trattazione ancora più dettagliata di quella proposta, per essere puntualmente rappresentato. Inoltre, non si è ancora affrontato un parametro chiave: l’esposizione, ossia la luce.
5.2.4 – Luce
Sin dal preludio si è accennato alla luce, non già per spirito poetico, ma perché determinante, com’è noto, per il metabolismo delle piante. “Guarda il calor del sol che si fa vino, giunto a l’omor che da la vite cola“, scriveva Dante, ed una analisi avvertita deve aver ben presenti quei due endecasillabi.
Si paragonava, appunto la luce di Maremma con quella romagnola, del tutto diverse, stante la presenza di un bacino marino: l’una volta a sud-ovest, l’altra a nord-est, l’una alla luce del tramonto, l’altra alla luce dell’alba. Nei diversi riverberi, nella diversa incidenza dei raggi solari, nella diffusione, nella specifica intensità luminosa, si possono ritrovare determinati caratteri dei vini, discendenti dal metabolismo della vite.
In particolare, si può ipotizzare che di qui discenda una certa nota verde, fresca, di clorofilla, che spesso marca i vini romagnoli, con somma evidenza nei Sangiovese, per l’ovvio contrasto con gli omologhi toscani.
Su questa comune base luminosa, legata alla posizione geografica della Romagna ed alla sua prossimità all’Adriatico, si innestano specificità locali: la conformazione delle alture e delle valli, il colore del suolo o di eventuali massicci petrosi scoperti, laghi, fiumi, torrenti, boschi, persino la presenza di manufatti ed edifici.
La luce, a Modigliana, è particolarissima: pare giungere più per diffusione e rifrazione, che per una effettiva incidenza, com’è evidente sui punti sommitali esterni ed interni al catino, o sul fondo delle valli.
Scrive Armando Castagno: “La terra bruna sarebbe di suo pronta ad assorbire una luce che invece si ribella ridendo, riverberata come in continue capriole, nell’aria dell’estate. “: la descrizione è ottima.
Già si sono analizzate diverse specificità che contribuiscono, con tutta evidenza, alla creazione di questa speciale luce modiglianese, a tutti gli effetti la quarta chiave di letture del territorio: la conformazione del territorio, il bosco, la formazione marnoso-arenacea, il suolo…Resta da trattare, brevemente, un ulteriore fattore: le acque.
5.2.5 – Acque
E’ noto come la presenza di bacini o corsi d’acqua influenzi notevolmente le caratteristiche dei vini di numerosi distretti vinicoli. Esiste un’azione termoregolatrice, un’influenza sui livelli di umidità di macroaree o microaree, persino un’interazione tra il moto dell’acqua e quello dell’aria, ed il riflesso luminoso. Non ultima, l’influenza sulla composizione locale dei suoli e sulla loro granulometria.
Il territorio di Modigliana è segnato da numerosissimi corsi d’acqua, come si è visto trattando delle valli (in 5.2.3): un reticolo minore, che afferisce i quattro torrenti principali (Ibòla, Tramazzo, Acereta, confluenti a formare il Marzeno), ma che genera una notevole influenza vicinale e che contribuisce al peculiare equilibrio tra freschezza e maturità dei vini di Modigliana.
Purtroppo questa abbondanza di bacini, sommata alle caratteristiche intrinseche del terreno marnoso-arenaceo, e presumibilmente ad alcune scelte non sempre lungimiranti circa la gestione del territorio, ha provocato, a fronte di precipitazioni straordinariamente intense, i fatti tristemente noti di maggio 2023 e di settembre 2024, con piene spaventose, allagamenti, smottamenti e frane che hanno ferito il territorio modiglianese, come larghissime altre porzioni della Romagna. Ciò che è meno noto, ma dovrebbe far riflettere, è che già nel 1939 avvenne a Modigliana un’alluvione paragonabile a quelle del maggio 2023 e che i rilievi del tempo mostrano come frane e smottamenti si siano ripetuti pressoché identici per dimensioni e localizzazione a maggio 2023.
Secondo Antonio Baldini (1889-1962), scrittore di ascendenza romagnola: “Seguite la strada che da Bologna porta a Imola, fermandovi ad ogni casolare a chiedere da bere: se vi danno acqua siete ancora in Emilia, dove cominciano a versarvi del vino siete arrivati in Romagna”; testimonianza aneddotica relativa all’insalubrità delle acque dovuta alle frequenti inondazioni e impaludamenti, e non all’ospitalità locale; una problematica antica, se già Marziale scriveva in un suo epigramma: “A Ravenna vorrei una cisterna, più che una vigna; rende più l’acqua che una taverna”.
Nel bene e nel male, quindi, le acque sono la quinta chiave di lettura del territorio di Modigliana.
6 – Il vino di Modigliana
“…noi assaporavamo con voluttà misteriosa – come nella coppa del silenzio purissimo e stellato.” (Dino Campana, Canti orfici)
Alla fine dei salmi, il terroir, per essere riconosciuto tale, deve specchiarsi nei bicchieri.
Questa è la sfida più delicata per ogni vignaiolo, soprattutto perché il singolo è impossibilitato a vincerla: il riconoscimento di un terroir è comunitario e richiede generazioni di stratificato consenso, come la storia di territori prestigiosi quali la Borgogna e le Langhe, tra gli altri, insegna; perché è necessario che certi tratti comuni emergano nei vini, prescindendo dalla mano di chi li vinifica e dalle singole annate: è essenziale, pertanto, potersi affidare ad un riscontro storico il più ampio e variegato possibile, affinché ogni affermazione in merito sia sufficientemente robusta.
Per inquadrare il vino di Modigliana conviene pertanto partire da ciò che l’Associazione Modigliana Stella dell’Appennino descrive, proprio perché è la voce maggioritaria – consensuale – dei produttori locali. In “Modigliana. Storie di gente di Appennino, vini”, fondamentale testo edito dall’Associazione, sono descritti tre archetipi di vini modiglianesi, a seconda del rispettivo areale di provenienza.
Cito:
“- in valle Ibola ed Oltreibola i vini si esprimono su note speziate – pepe, chiodi di garofano, cardamomo e cumino, incenso – e agrumate (arancia sanguinella nel sangiovese, mandarino e cedro nei Modigliana Bianco), risultando verticali, austeri, sapidi, scuri;
– in Valtramazzo i vini si esprimono prevalentemente su note balsamiche – ginepro, elicriso, coccole di cipresso, alloro e salvia – con bocche di grande freschezza e tannini eleganti;
– in valle Acereta e Oltreacereta i vini tendono ad esprimersi spesso su note fruttate (con forte richiamo al melograno ed ai piccoli frutti di bosco), più propensi a concentrare materia e colore. I tannini sono serrati nel tempo i vini evidenziano note terrose che ricordano la genziana. “.
Senza aver la possibilità e la capacità dettagliare così accuratamente gli archetipi delle sottozone modiglianesi, a mia volta avevo tentato, sulla base degli assaggi effettuati in occasione della manifestazione Stella dell’Appennino 2024 e di successivi assaggi domestici, una descrizione sintetica dei vini che ne discendono in relazione al territorio, nel Capitolo 5.2.3, qui riassunta:
– valle Ibòla: contrasto e tensione;
– Valtramazzo: finezza infiltrante ed equilibrio;
– valle Acereta: luminosità e respiro.
Di queste considerazioni si può partire per azzardare la definizione di un archetipo del vino di Modigliana tout-court, per associazione e per sottrazione, chiarendo “ciò che è” con l’aiuto “di ciò che non è”.
Non si cerchi, in un vino di Modigliana, un caldo bouquet, una rilassata opulenza, un conforto alcolico, un’accomodante prontezza.
I vini di Modigliana sono fini, fieri, con nerbo.
Hanno bouquet freschi, di fiori, di agrumi, di frutta fresca; di spezie da tenuemente dolci a, più spesso, leggermente piccanti; con note verdi che spaziano dalle erbe aromatiche ad una schietta clorofilla; minerali, da iodati a tenuemente terrosi ed ematici.
Hanno una salda maglia strutturale, più ossuta che muscolosa. Tannini importanti, ma sottili, nei rossi. Acidità, sia nei bianchi che nei rossi, medio-alte o alte, viperine talvolta. Una notevole vena salina è sempre presente. Le persistenze sono lunghe o molto lunghe, ma di carattere infiltrante, compatto e sottile, piuttosto che irradianti, ” a coda di pavone”, o sfrangiate. L’alcol varia – riferendoci alla convenzione delle schede degustative WSET- da medio a medio alto, raramente alto, e solitamente ben si integra nelle solide strutture dei vini. Per quantificare: una forcella tra i 12 e i 13 gradi d’alcol rappresenta ampiamente la norma; gradazioni più alte sono eccezioni dovute ad annate calde e stagioni propizie.
La longevità: da lunga a molto lunga.
Vini dialettici, non conclusi in se stessi, che chiamano la tavola per completamento ed esaltazione.
Se annate calde o comunque importanti come la 2011, la 2015, la 2016, la 2017, portano a vini di grande struttura, complessità e longevità (rammento un ottimo Sangiovese 2007 de Il Pratello ed uno straordinario FraSole 2009 di Casetta dei Frati, assemblaggio di cabernet e sangiovese), rimane sempre una notevole freschezza residua. Anzi, le annate calde, stante il locale microclima fresco, spesso sortiscono straordinarie riuscite. Viceversa, annate piovose e difficili, come la 2014 e la 2023, portano ad esiti più sottili sicuramente, ed a rese anche molto più basse a fronte di un maggiore impegno del viticoltore, ma i vini hanno sufficiente maturità, gradevolezza, e talvolta sfaccettature sorprendenti, persino una grazia leggiadra.
Il Sangiovese è l’ovvio riferimento per investigare il terroir di Modigliana e confrontarlo con altri, per l’abbondanza di possibili campionature; tuttavia i tratti distintivi del terroir si ritrovano, nitidi, anche in altri rossi da uve internazionali, come nel citato FraSole di Casetta dei Frati o nel Il Macchiaiolo Cabernet Sauvingnon Forlì IGT di Lu.Va. . Scrive Armando Castagno: “Modigliana sembra infondere nel suo vino rosso un’anima duplice e paradossale, montana e solare, spavalda e intimidita. “.
Le diverse sfumature dei vini di valle Ibòla, Valtramazzo e Valle Acereta si ritrovano nitide, in effetti, nelle vinificazioni di Mutiliana, che imbottiglia separatamente le tre zone; ma trovano riscontro anche nei singoli imbottigliamenti delle altre aziende aderenti all’Associazione, stante la mano generalmente delicata. Si tratta, in ogni caso, di sfumature che richiedono un ascolto attento: i caratteri fondamentali del vino modiglianese rimangono; però la provenienza dalle diverse valli ne sottolinea alcuni aspetti. Valle Acereta sembra marcare maggiormente la sua identità, per una più netta apertura fruttata; Valtramazzo declina balsamicità e valle Ibòla speziatura, ma le differenze tra queste ultime due mi appaiono più sottili. In tutti i Sangiovese dalle tre zone si rileva l’arancia sanguinella, più marcata in ordine crescente: valle Acereta, Valtramazzo, valle Ibòla.
Preme sottolineare l’eccellente riuscita dei vini bianchi: i terroir (sintesi, ricordiamo, di territorio e attività umana) dalla vocazione bianchista sono meno comuni di quelli rossisti ed a Modigliana si hanno risultati ottimi con uve internazionali (in purezza o in uvaggio) e con l’albana (citata da Luigi Veronelli già nel 1959); straordinari, a parer mio, col trebbiano, sia in purezza o con l’aggiunta di altre uve fino al 40%, come da disciplinare del Modigliana bianco.
Testimonianza ne è stata la degustazione guidata di tre vini bianchi in apertura della giornata di domenica di Stella dell’Appennino 2024, in abbinamento a piatti dello chef Fabrizio Mantovani:
– Angiulì Romagna DOC Bianco Modigliana 2023 (da una vigna in OltreIbòla a 185 m s.l.m., trebbiano e chardonnay, acciaio);
– Carlamore Romagna DOC Bianco Modigliana 2023 (0,7 ettari di vigneto in valle Acereta, esposto a nord, trebbiano e chardonnay, acciaio e tonneaux);
– Area 88 Romagna DOC Bianco Modigliana 2023 (vigneto di 50 anni in valle Acereta a 450 m s.l.m., cemento).
Tre vini di alta qualità e complessi – malgrado l’annata con abbondanti precipitazioni- che riportavano nel bicchiere, con grande trasparenza, tanto l’uva che il territorio, e che permettevano una lettura coerente della zona di provenienza, dove il vino dell’OltreIbòla era più agrumato, floreale, piccante, snello, scattante; quelli della valle Acereta più luminosi, ampi, fruttati, dolcemente speziati – particolarmente profondo quello da vecchie viti; tutti però segnati da una piacevole freschezza erbacea (che variava dalla salvia, al timo, all’alloro, alla maggiorana, alla foglia d’ulivo) e da note potentemente saline; confermando così il racconto proposto dall’Associazione, nonostante le diverse mani vinificatrici.
Si ribadisce nel caso dei bianchi quanto detto per i rossi: il terroir di Modigliana impone il suo carattere sul varietale; ciò che è possibile sono ad un grande terroir.
7 – Conclusioni e prospettiva
“Mi ero alzato. Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l’uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio.” (Dino Campana, Canti orfici)
Si è aperta questa disamina con la domanda se Modigliana fosse effettivamente un terroir, e si è cercata una risposta lasciandosi guidare dalla definizione di terroir formulata dall’INAO e da quella di climàt dell’UNESCO, tra loro strettamente collegate.
Si sono indagate la storia, la geografia, la società ed i vini modiglianesi, cercando riscontri relativamente ai fattori chiave identificati nelle suddette definizioni:
– lo spazio geografico delimitato;
– le condizioni naturali specifiche;
– la comunità umana;
– l’esperienza accumulata nel tempo;
– il saper fare condiviso;
– l’interazione tra il mezzo fisico e biologico ed il fattore umano, identificati poco a poco nel vino che producono.
La conclusione è, indubbiamente, affermativa: Modigliana è un terroir; con una piccola riserva, tuttavia.
Riteniamo che la trattazione abbia chiarito, ampiamente, la presenza di uno spazio geografico ben delimitato sia amministrativamente (il territorio comunale) che morfologicamente (il “catino” di Modigliana) e di condizioni naturali specifiche (l’altitudine, l’Appennino, la formazione marnoso-arenacea, l’origine marina, le valli, le acque, i boschi, la luce, il microclima, i vigneti…). Nondimeno, la presenza di una comunità umana, fiera ed orgogliosa della sua storia di confine, che ha plasmato nei secoli, in qualche modo, un carattere unico ed un fertile sostrato culturale, i cui frutti più luminosi hanno avuto rilevanza nazionale ed internazionale. Quella comunità ha avuto un rapporto non episodico, ma simbiotico e duraturo, col vino. Dati ambientali e sociali riconosciuti anche dal legislatore in sede di Disciplinare di produzione.
Indubbiamente esiste un’esperienza accumulata nel tempo ed un saper fare condiviso: si è visto che la comunità dei produttori vinicoli locali ha identificato delle figure di riferimento, che hanno contribuito e contribuiscono a diffondere un saper fare condiviso. Interessante, ad esempio, la diffusione di chiusure alternative al sughero e l’uso dei tonneaux, più comuni di barrique o di botti di legno grandi. In tal senso, funzionale e fondamentale appare, anche in prospettiva futura, il lavoro dell’Associazione, che genera e permette fondamentali scambi di esperienze. A dimostrarlo, la sensazione che le annate più recenti dei Modigliana siano generalmente più calibrate nelle estrazioni, nell’uso dei contenitori per l’affinamento, persino nella qualità delle uve di partenza; e questo circolo virtuoso non più che portare miglioramenti, col tempo.
Il tempo, purtroppo, è il vero fattore critico, il tassello non ancora perfettamente posizionato nel mosaico del terroir di Modigliana: quel “a poco a poco” che compare nell’ultimo fattore chiave ricavato dalle definizioni dell’INAO e dell’UNESCO, sull’interazione tra mezzo fisico e biologico e fattore umano, da identificarsi nel vino prodotto; che è un po’ la summa di tutti i fattori chiave precedenti.
L’ “a poco a poco” presuppone una lenta creazione di consenso, sia relativo al saper fare, che al riconoscimento del terroir non solo dall’interno della comunità, ma anche dall’esterno: enologi, studiosi, commercianti, ristoratori, critici, giornalisti, appassionati, semplici bevitori, gente comune. Un esempio estremo: l’uomo della strada, se gli si parla di Barolo, facilmente riconosce che si sta parlando di un vino di un certo pregio, anche se, magari, non saprà che quel vino si chiama così perché viene da un certo paese in Piemonte.
Si è accennato che in altri distretti del vino il processo di riconoscimento del terroir è stato molto lento, secolare. Accelerare questo processo è la sfida, un po’ saggia e un po’ folle, dell’Associazione. Impresa difficile, ma non impossibile: uscendo dalla prospettiva talvolta un po’ limitante della vecchia Europa, alcuni terroir sono stati riconosciuti nello spazio di qualche decennio, come Marlborough in Nuova Zelanda o l’Oregon negli Stati Uniti. Vero è che si tratta di macro-aree, ma abbiamo proprio in Italia un esempio clamoroso, letteralmente esploso nel volgere di pochi lustri: chi, a ragion veduta, dati alla mano, negherebbe che Bolgheri sia un terroir?
A Modigliana, l’abbiamo indagato, il carattere dei vini è pregiato, deciso, ben riconoscibile, geolocalizzabile sensorialmente: unico. Ci sono già tutti gli elementi per parlare di un Modigliana bianco e rosso come si parlerebbe di un Marsannay, per esempio, e la crescita del saper fare condiviso porterà, riteniamo, ad un allineamento stilistico se possibile ancora maggiore.
In ultima analisi, pertanto, la sfida dell’Associazione Modigliana, Stella dell’Appennino, è lucidissima e inevitabile, perché la posta in gioco è la sopravvivenza, e non c’è tempo per aspettare la prossima generazione: le spinte centrifughe che allontanano i giovani dal territorio e dalla campagna sono ancora forti; la politica regionale e nazionale concentra gli investimenti sulla pianura piuttosto che sull’Appennino; l’amministrazione locale vede un’economia basata sull’industria e non sull’agricoltura, a fronte di rese medie intorno ai 30-40 quintali d’uva per ettaro, che sono dieci-dodici volte meno di quanto le cooperative raccolgono in pianura (ad Alfonsine, per esempio), con pendenze che rendono difficile e poco economica la meccanizzazione; in un territorio fragilissimo, come si è visto, per le alluvioni (le ultime, rovinose, a maggio 2023 e ancora a settembre 2024: 220 mm in sei ore a Villa Papiano) ed anche per la sismicità: l’ultimo terremoto a creare danni di qualche entità il 18 settembre 2023, ma basta tornare indietro di cento anni per trovarne uno rovinoso, nel 1918, che dimezzò le antiche, massicce strutture della Rocca dei Conti Guidi e danneggiò le filande allora in produzione.
Nemmeno il quadro normativo DOC/IGT è esente da critiche, come si è visto: c’è molto lavoro da fare perché Modigliana possa diventare un brand riconosciuto, che ricomprenda in maniera chiara i vini lì prodotti, ancora dispersi in una babele legislativa (si vedano tutti i possibili IGT elencati nel Capitolo 4 ed il caso clamoroso dell’Albana, non associabile in etichetta ad alcuna denominazione col nome di Modigliana e utilizzabile solo nell’IGT Sillaro/Bianco del Sillaro).
Per questi motivi credo di poter dire di Modigliana che è una stella luminosa e tormentata; però ha una comunità di viticoltori coraggiosi e tenaci, “in direzione ostinata e contraria”.
La strada intrapresa dall’Associazione è quella giusta ed i risultati, in termini di crescita di consapevolezza e visibilità, sono stati notevolissimi nel giro di pochi anni; questo fa ben sperare per il futuro, purché personalismi non prendano il sopravvento: per la creazione del consenso, infatti, il gruppo è più importante del singolo.
Dice bene Giorgio Melandri, anima dell’Associazione e dell’azienda Mutiliana, che i produttori di Modigliana sono condannati all’eccellenza: essa è l’unica via per dare, qui, sostenibilità economica all’impresa vitivinicola, per non disperdere una tradizione e, più ancora, per accendere e tener viva la fiaccola di un autentico, grande terroir.
Ringraziamenti, Bibliografia e Disclaimer
Ringrazio vivamente l’Associazione Modigliana, Stella dell’Appennino e tutti i produttori associati, per avermi invitato all’edizione 2024 dell’omonima manifestazione, durante la quale sono state presentate le nuove annate ed è stato possibile assaggiare annate precedenti, scambiare opinioni con operatori del settore e coi produttori, nonché conoscere la loro realtà.
Soprattutto ringrazio Renzo Maria Morresi, di Casetta dei Frati, membro ed ex-Presidente dell’Associazione, per le ore dedicatemi accompagnandomi a conoscere il territorio di Modigliana in fuoristrada, per i racconti preziosi, per la pazienza con le mie domande e per l’incoraggiamento a scrivere questa disamina, nonché per l’accoglienza squisita, ricca di umanità.
Effettivamente debbo a Renzo molte delle notizie qui riportate, che ho integrato con materiale reperito in rete e con la lettura di alcuni testi (e gli debbo, in tutta onestà, anche la correzione di svariati errori).
Qui elenco i principali testi consultati:
– Modigliana, Storie di gente, Appennino, vini. Pubblicato dall’Associazione ” Stella dell’Appennino” e in collaborazione con “Accademia degli Illuminati”, 2023.
– I vini d’Italia, Luigi Veronelli, ed. Canesi, 1960.
– Dalla vigna alla tavola, Ugo Graioni, ed. Canesi, 1973.
– Atlante geologico dei Vini d’Italia, AA.VV., ed. Giunti, 2015.
– Atlante dei territori del vino italiano, AA. VV:, ed. Enoteca Italiana – Pacini, 2013.
Circa i vini assaggiati nella sottostante appendice, sono stati reperiti con le modalità seguenti.
Acquistati privatamente:
– Il Pratello, Villa Papiano: enoteche online;
– Il Teatro: tramite distributore locale in manifestazione fieristica;
– Fondo San Giuseppe: dal produttore in manifestazione fieristica;
I vini delle altre aziende mi sono stati forniti per tramite dell’Associazione, che ancora una volta ringrazio, insieme ai singoli produttori.
Appendice – Piccolo repertorio di assaggi
Il piccolo repertorio di assaggi di seguito riportato non deriva da degustazioni tecniche, ma dal consumo domestico, a tavola imbandita, dove il vino più naturalmente sta. Conscio dei limiti di suddette degustazioni, avvenute tra ottobre 2024 e maggio 2025, le riporto quale testimonianza di un percorso di conoscenza.
La Casetta dei Frati
Da vigne in Val Tramazzo, a circa 300 m slm.
FraVénto Colli Romagna Centrale Bianco DOC 2021, Casetta dei Frati, 13 gradi.
La tinta è limone trasparente, luminosa, con riflessi verdognoli. Gocciole fitte, irregolari, persistenti, ma non bene delineate, segnano il vetro.
Il profumo è molto intenso, fresco e complesso, dettagliato e sfumato, comunque delicato. Trionfano i fiori di sambuco e gli agrumi dolci, come il lime e il mandarino; si accenna la frutta candita su una netta una speziatura di pepe bianco e vaniglia; ancora, note verdi delicate e raffinate, di salvia, rosmarino, oliva; cenni di pasta di mandorle, note di malto e di idrocarburo contrappuntano refoli iodati e minerali.
Il corpo, all’assaggio, pare mediano, ma è parziale inganno dell’estrema delicatezza di tocco all’attacco sul palato e della bella progressione, supportata da un deciso contrasto acido-salino, che si oppone alle avvolgenti morbidezze gliceriche verso un finale, viceversa, appena piacevolmente caldo, consolatorio, risonante di bella persistenza, pulito, preciso, saporito.
Ricorda al gusto quasi un Riesling Kabinett giovane e secco, con la suadenza di un sidro.
Sulla mia tavola, ottimo su una zuppa di mare, con cicale, gamberi rossi, cozze e vongole, legati da una giusta dose di pomodoro e aromatizzati con un tocco di dragoncello; piacevole anche coi tortellini in brodo.
Fraciélo Colli Romagna Centrale DOC Bianco 2020 Ronco Rivadonda Modigliana, Casetta dei Frati, 11,5 gradi
Color limone, scarico luminosissimo con riflessi ampiamente verdi. Gocciole veloci, fitte regolari, non molto rilevate, ma persistenti.
Profumo di media intensità, ma dalle innumerevoli sfumature. Dominano gli agrumi (limone, cedro chinotto, mandarino, kumkat, arancia), intesi come frutti, polpa succosa e anche buccia; ma si rinviene anche frutta bianca fresca e, decisamente, tanti fiori bianchi, sui quali spiccano il sambuco e il fiore di camomilla, più sfumato, ad arricchire il bouquet. Poi, ancora, spezie (anice, zenzero, rafano); note verdi ( menta e rucola) e iodate; idrocarburi; persino qualche cenno cerealicolo, come un discreto sottofondo armonico che rende più ricca la melodia principale.
Il sorso è purissimo: netto, incisivo, quasi tagliente. Sono altissime sia l’acidità che la la salinità, disegnando un profilo minerale su un alcol davvero contenuto, che contribuisce allo slancio dell’arcata gustativa. E’ quasi un raggio laser sul palato, ma tutt’altro che didascalico: anzi, è comunicativo, perché sembra pervadere ogni fibra del palato, con una capacità di sferzare sorridendo. C’è anche qualche qualcosa di ferroso nel gusto, di tenace, che sembra aggrapparsi al palato, ed un sapore genuino di chicco d’uva di una naturalezza disarmante. Il finale è molto lungo, deciso, netto e compatto; svanisce in progressione, senza scalini.
E’ un sorso tutto luce: una luce abbagliante e purissima, quale quella ultraterrena del paradiso dantesco.
Vino eccellente e di eccezionale purezza, che mi pare la firma di Casetta dei Frati.
Straordinario su un’orata al forno, pescata in Sardegna in mare aperto.
FraCiélo Forlì Chardonnay IGT 2009, Casetta dei Frati, 12,5 gradi.
Vino superbo, di classicissimo portamento.
Ha color limone molto luminoso, trasparente, limpido. Traccia sul vetro gocce mediamente fitte, veloci, discretamente persistenti.
Il suo profumo evolve nel bicchiere: è di media intensità, molto complesso e sfaccettato, piacevolmente sfumato più che freddamente dettagliato: artistica pittura, non fotografia. L’agrume, in primo piano, è dolce: lime, chinotto, mandarino. Le spezie: pepe bianco, curcuma, cumino, cannella, unite a pizzichi di dragoncello, di menta, di erba cipollina. Passano gli attimi e si torna ai frutti, di polpa bianca, che si librano nettissimi. Gli spunti iodati diventano quasi prepotenti ed emerge un profumo di humus, di argilla bagnata, la distinta la florealità della camomilla e tracce di clorofilla in foglie di pomodoro.
Il corpo è pieno, l’acidità alta. Il sorso ha attacco morbido, ma deciso in accelerazione, perentoria sul palato, dove il vino risulta vellutato, esuberante in sale, con finale lunghissimo, pulito: una persistenza interminabile, che letteralmente si aggrappa al palato con una perfetta rispondenza, per i continui refoli retro-olfattivi che rimandano al profumo.
Vino dall’eleganza di altri tempi, sfumato all’olfatto, ma di grande presenza al palato: si prende i suoi tempi per farsi apprezzare e a 15 anni dalla vendemmia senz’altro è maturo, ma copioso ancora di freschezza ed energia. Se è all’apice vi resterà a lungo, anche grazie al tappo tecnico, a vite.
Fosse un calciatore, senza dubbio giocherebbe il campionato mondiale degli Chardonnay: è un clone francese certificato INRA, piantato nell’inverno 2005-2006 (secondo il produttore: “Deve ancora dare il meglio di se!”), in un’unica vigna: Ronco di Rivadonda (forma dialettale per Rupe Tonda). Le frane degli ultimi anni hanno rubato due filari, ma fortunatamente il più è salvo.
Sulla mia tavola ha avuto matrimonio perfetto, d’amore e di elezione, con una leccia al forno pescata in Adriatico: “la morte sua”.
Framónte, Romagna Sangiovese Modigliana Ronco del lago 2015, Casetta dei Frati, 13,5 gradi.
Vino assaggiato nei suoi 10 anni, Sangiovese in purezza, come orgogliosamente rivendicato in etichetta
Color rubino luminoso, trasparente, con sfumature granata, forma gocciole fitte, lente, sottili e persistenti.
Ha fiato notevolissimo: veramente un respiro, che si espande e si ritrae come un andirivieni marino. C’è frutta rossa matura, ma sfumata: arancia sanguinella, melograno, ciliegia (anche in confettura, ma subordinata), amarena, lampone, fragolina di bosco, susina. Ci sono anche accenti di frutti di bosco neri come la mora e il mirtillo, ma sempre in second’ordine.
E’ ricchissimo di spezie, soprattutto pepe bianco e nero, noce moscata, curcuma, un tocco di zafferano, e di erbe aromatiche, col timo, l’origano, la salvia, la maggiorana.
Un fiato, quindi, classicissimo ed evocativo, di forte impronta marina, iodata, sfumatamente ferroso e sanguigno; ed è proprio sul gioco di sfumature e di rimandi che si esprime la sfaccettata eleganza sua, con la quale si impone senza debordare in direzione alcuna.
Il sorso è di corpo, più incisivo che largo. E’ aggraziato, ma sicuro nell’incedere, con acidità molto alta. IL tannino ben presente è maturo e già piuttosto levigato, e c’è tanta salinità che sorregge tutta l’arcata gustativa, sino al finale molto lungo, nitido, insieme caldo e fresco, dolce e salino, che aggiunge, alla corrispondenza dei profumi, note di caramella al rabarbaro e di fragola.
E’ sorprendentemente buono su latticini stagionati e freschi, purché pastosi nella tessitura (mi perdonino la terminologia, sicuramente non consona, gli amici dell’ONAF) e con una tendenza dolce marcata, come una ricotta valtellinese molto ricca, così da supporre un abbinamento perfetto con paste ripiene di ricotta e spinaci, condite con burro fuso, persino più soddisfacente di quello pur buono con le carni, bianche e rosse.
Un vino estremamente signorile, come spesso la Val Tramazzo esprime; e viene quasi da dire che lì i vini, seppur meno ampi di quelli della Valle Acereta, o meno originali di quelli della Valle Ibòla, abbiano tuttavia equilibrio e distinzione unici.
Fratémpo Ronco del lago Romagna Sangiovese Modigliana Riserva 2012, Casetta dei Frati, 13,5 gradi.
Vino di straordinaria nobiltà, purezza, classicismo.
Color granata, luminoso con riflessi rubini, molto trasparente, il vino forma gocciole regolari, veloci, molto persistenti.
Ha un fiato importante, nel quale alla frutta rossa (dominante con la ciliegia matura ed un tocco di arancia) ed alla ben percettibile florealità della viola (e, più sfumata della camomilla) e agli accenni vegetali di ruta, si accostano aromi terziari e sentori che direi di legno: cacao amaro, caramella mou, caffè tostato, ma gestiti così bene da essere un valore aggiunto. Sotto, un tappeto di spezie aromatiche e piccanti: pepe bianco e nero, curcuma, curry. Col passare dei minuti, all’attento ascolto, emergono l’uva sultanina, le castagne che spesso rinvengo nel Sangiovese invecchiato, i toni empireumatici, quasi un accenno di peperone grigliato.
Il sorso è bellissimo: pimpante, reattivo, continuo, teso in unica arcata melodica. Alta acidità, tanta sanità e una straordinaria e eccezionale finezza tannica (benchè il tannino sia ben presente) suggeriscono una tessitura vivida nel contrasto tra seta e velluto, calma e forza, gravitas ed aerea leggerezza.
Sorprende, ma è la forza del territorio, come la sua pienezza si declini in freschezza ed equilibrio anche in un’annata generalmente calda, come fu la 2012.
Buonissimo, in sintesi, e con una evoluzione lunga davanti, teste la straordinaria integrità del tappo. Non ho tema da apparentarlo a nobile e aerei vini da nebbiolo o pinot nero, pur in un’estrema riconoscibilità di Sangiovese, del quale costituisce notevole una notevole espressione, diversa ma paritaria coi migliori Brunello e Chianti Classico.
Sorprendente riuscita, in abbinamento, con lasagne verdi alla bolognese, riccamente condite.
Frasóle, Colli Romagna Centrale Rosso DOC 2010, La Casetta dei Frati. 13,5 gradi.
Vino straordinario per freschezza e tensione: il bel color rubino di media profondità, prelude un’intensa una carica vitale.
L’incredibile bouquet integra all’olfatto fascinose note evolutive (cuoio, vello, sottobosco, humus, farina di castagne, sentori empireumatici), a fiori freschissimi (viole e rose), frutta fresca ed in infusione: ciliegie, fragole, lamponi, arance sanguinelle, accennando mirtilli e more di rovo; con spezie piccanti -tra le quali il rafano- erbe aromatiche e profumi di bosco, di resina; e ancora Cynar, marzapane, iodio.
Al sorso è forte, svelto, incisivo, compatto, ritmato, teso in arcata lunghissima, con grandissima qualità tannica (per finezza, mordente, maturità) e pregnanza acida. Avanza signorilmente deciso verso un finale lunghissimo, ancora gustosamente tannico e giustamente alcolico: pare irradi vitalità, tra refoli balsamici.
Il taglio è Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc paritari al 30% ciascuno, Sangiovese per il restante 40%; ma al primo sorso, la composizione è l’ultimo dei pensieri.
Uno splendido vino di Modigliana goduto, non solo degustato, su uno spezzatino di manzo con patate, la carne privilegiata dell’azienda Romagnoli di Montespertoli, contado fiorentino.
Framònte, Sangiovese di Romagna 2008, La casetta dei frati, 13 gradi.
L’aspetto presenta un colore granato di media profondità, luminoso e con qualche riflesso rubino. Forma sul vetro del bicchiere gocciole regolari e lunghe, di media consistenza.
Il profumo è intenso, balsamico; lasciandogli il tempo di pulirsi – questione di qualche minuto- in considerazione delle sua età. Domina la frutta rossa matura: susine e ciliegie. Distinte note di uva sultanina, di rosa appassita, di pepe bianco, di rabarbaro, di zenzero; anche un tocco di farina di castagne, che si trova talvolta nel Sangiovese che invecchia.
Il suo è un profilo olfattivo sicuramente ancora in evoluzione, ma sembra aver superato il suo apice.
Il tannino, a 17 anni dalla vendemmia, è ancora presente e grintoso, e l’acidità generosa, come la salinità; ma l’insieme è un po’ slegato, quasi pagasse dazio di una concentrazione un po’ eccessiva, ben superiore alle altre annate della cantina.
Il finale, sebbene lungo, chiude un po’ brusco sul tannini, un po’ monocorde tra frutta rossa e radice di liquirizia.
In tutta onestà, è meno convincente degli altri vini assaggiati del produttore: sia l’annata, l’età, la bottiglia, o se la vinificazione dell’epoca sia stata in seguito virtuosamente rimodulata, è difficile dirlo.
Buono comunque su un arrosto di vitello
Fondo San Giuseppe
Ca’ Bianca Romagna DOC Sangiovese Modigliana 2023, Fondo San Giuseppe, 13,5 gradi.
Di color rubino, trasparente e luminoso, con gocciole veloci, fitte, irregolari, persistenti.
Ha profumo molto intenso, dove le spezie piccanti si rincorrono con frutta e fiori, ciascuno rubandosi di volta in volta la scena: mandarino, viola, ciliegia, susina -anche verde-, melograno, arancia sanguinella, giuggiola. Come un velo che tutto raccoglie ed integra, le note di iodio.
Il sorso è elegante, sottile, infiltrante, proporzionato: un peso medio, dal tannino generoso e però fine, maturo, croccante. Il sorso è sostenuto da una notevole corrente acida e salina, che spinge verso un finale di media lunghezza, ma pulito ed equilibrato, con refoli di polvere da sparo.
Vino raffinato per una raffinata tavola tradizionale: salumi, minestre di verdure, legumi (non in preparazioni grevi, tuttavia), tagliatelle al sugo di carne, arrosti di carni bianche, polpette di lesso.
Da una vigna in Val Tramazzo, a circa 300 m slm.
Romagna DOC Sangiovese Modigliana Valle Acerreta 2022, Fondo San Giuseppe, 13,5 gradi.
Rubino trasparente alla vista, luminoso, forma gocciole, fitte, molto lente e irregolari.
Il suo profumo è di media intensità, sulla frutta rossa, con opulenza decisa e matura: tanta ciliegia, arancia sanguinella, susine; ed una speziatura decisa, di pepe bianco, noce moscata cannella. Un tocco floreale di camomilla affianca accenti ematici, ferrosi e terrosi, che stanno in sottofondo, ma donano grande profondità al vino. Sono presenti toni balsamici, resinosi, ma nobilmente sfumati anch’essi.
Al sorso è estremamente succoso, ricco, luminoso, quasi sontuoso. Indubbiamente in evoluzione e di corpo, con tannino abbondante a grintoso; ma l’insieme è vellutato, molto maturo, piacevolmente masticabile. L’acidità notevole, tuttavia perfettamente in inserita nella polpa, mentre la salinità, spiccatissima, sostiene e ritma la beva verso un finale lungo, appena piacevolmente alcolico, con un retrogusto quasi di marzapane, di frutta rossa candita e di amaro alla ruta.
E’ un vino molto elegante, rifinito, dal sorso oggi sorridente, ma che fa intuire complessità ed eleganze future. Bene racconta che la valle Acereta sfora in Toscana, non solo geograficamente.
Sulla mia tavola, ottimo con una fiorentina.
Lu.Va.
Il Carbonaro, Romagna Sangiovese Modigliana 2023, LuVa , 14 gradi.
Color rubino trasparente, scuro, ma luminoso. Nel bicchiere forma gocciole veloci, irregolari, persistenti.
Ha un profumo molto intenso, soprattutto floreale, di viola, di rosa, di lavanda assai in evidenza, affiancato dalla frutta rossa: ciliegie, principalmente, e lampone e ribes.
Ci sono tracce aromatiche di caffè, di cannella, di cardamomo, di chiodo di garofano, di noce moscata, di timo. Un profumo, invero, molto più maturo di quel che ci si aspetterebbe da un’annata piuttosto piovosa.
Il sorso è succoso e sapido, integro: sa di uva. Il corpo è medio, l’acidità più che discreta, il tannino presente, ma educato e risolto.
Si ha la sensazione di un’ottima manifattura, che non pregiudica una verace immediatezza. Viene da pensare a un eccezionale cura nella vigna, per un risultato così nel 2023.
E’ vino felicemente contemporano per questo equilibrio tra piacevolezza immediata e autenticità senza filtri, dove il sangiovese non nega se stesso, ma si esprime in forme educate, eleganti, con un passo gioioso e vitale.
Come suggerito in etichetta, è ottimo su primi di terra dalla tradizione romagnola e su arrosti misti, pollo e coniglio, ma l’ho abbinato con soddisfazione anche su crostini toscani e con la salsiccia toscana cruda della Macelleria Viti di Chiesina Uzzanese, spalmata sul pane.
Colore rubino trasparente, luminoso e con riflessi ancora purpurei, forma gocciole lente, irregolari, persistenti.
Il profumo è molto fresco, integro, intenso di frutta rossa, matura e in gelatina: ciliegia, arancia sanguinella, lampone, melograno; alternata a note potentemente balsamiche e ad una speziatura di noce moscata e pepe bianco. L’ascolto attento e l’areazione lasciano emergere profumi di giuggiole, di iodio e sentori ematici, ferrosi.
Ampio e carezzevole al sorso, vive di salinità e acidità alte, che si fondono armoniosamente in un tannino vellutato, per una tessitura bella, avvolgente, piacevolmente terrosa, coerente con un finale pulito, lungo, appena un po’ caldo: ciò che suggerisce di berlo fresco.
Vino sinceramente da compagnia, con un tocco di lirismo, da accompagnare con antipasti, primi, grigliate miste. Ottimo , sulla mia tavola, col Parmigiano Reggiano trenta mesi millesimato Bertinelli.
Ha colore rubino tendente al granato. Forma velocemente gocciole piuttosto regolari, che scendono lente e persistono.
Ha un profumo molto intenso, vibrante e complesso, ancora vinoso, per usare un termine desueto e un po’ vago, ma che ben rende l’idea del vino giovanissimo, appena spillato dai tini. E’ un bouquet molto floreale, sulle tinte del blu: lavanda e viole. C’è poi la frutta rossa, abbondante: ciliegie, fragole, fragoline di bosco, susine fresche (più rosa, che rosse, invero), ed agrumi: sentori d’arancia e mandarino. La speziatura è netta, come pure le erbe aromatiche. e vi fa capolino qualche nota vegetale: pepe verde, curcuma, curry, dragoncello, timo. Insistendo nell’abbandonarsi al profumo, c’è anche qualcosa di resinoso, come di conifera, e lo spinacio e la ruta; qualcosa, inoltre, che ricorda in maniera nobile i legumi, il ferro, il sangue, la benzina.
Il sorso è ampio, vellutato, di grande presenza e corpo pieno, con tannino, abbondante, maturo, che ancora frena un po’ l’allungo del vino, il quale tuttavia si espande in maniera convincente sul palato: gustoso e fruttato, speziato e salino, con una giusta lunghezza e buon equilibrio, risultando appena un poco piacevolmente caldo.
Nella sua complessità, nel retrogusto, c’è anche qualche baluginare di frutta nera, una mora di rovo, un ricordo di fico nero, qualcosa di piacevolmente “buccioso”, quindi un tocco piacevolmente selvatico, che dialoga rustico con una veste peraltro piuttosto aggraziata, civile e precisa, sottolineando un carattere genuino, profondo, quasi atavico.
E’ un vino di grande presenza, che sicuramente si evolverà ulteriormente imbottiglia, essendo in una fase ancora giovanile E’ veramente all’inizio del suo sviluppo, sostenuto non solo dal binomio di tra acidità alta e spiccata salinità, ma anche da una ricchezza quasi carnosa.
Vino molto bello, godibile oggi e insieme futuribile, soddisfa le attese su qualunque pietanza dove stia bene impiegare una riserva di generosità, quindi: carni rosse alla griglia, cacciagione anche da piuma, formaggi di media stagionatura (specie pecorini); ma stupisce, inaspettatamente, per matrimonio d’amore su un salame ferrarese, agliato, del salumificio Natural Salumi di San Biagio di Argenta (FE).
Menta e Rosmarino
Area 8, Romagna Sangiovese Modigliana 2022, Menta e Rosmarino, 13 gradi.
Sangiovese in purezza da un vigneto di 50 anni a 270 m slm, in valle Ibòla, ha colore rubino scuro, ma perfettamente trasparente e luminoso. Sul bicchiere rilascia gocciole molto lente a formarsi, fitte e persistenti, pigre nella loro discesa.
Il suo profumo è molto intenso, di femminea, voluttuosa rotondità, con un evidenza di ciliegie, sotto spirito, fragole e frutti di bosco in gelatina, un’arancia molto dolce, quasi candita, menta, spezie dolci (cannella, vaniglia, noce moscata, pepe bianco). Nel sottofondo, ricordi di iodio e lontanamente ferruginosi.
Sorso corposo, avvolgente, più gentile di altri vini di Valle Ibòla, con tannino ben presente, ma maturo e giudiziosamente in equilibrio tra grinta e decisione, levigatura e souplesse. Acidità e salinità sono notevolissime, ma avvolte in un morbido carnoso velluto.
Riuscita, ottima interpretazione contemporanea di territorio, che rimane riconoscibile, ma si giova una piacevolezza immediata.
Sorprendente versatile: buono su bresaola nuda, bene su un pecorino toscano a media stagionatura e su penne al sugo di carne, immagino possa riuscire di soddisfazione su tartare di chianina, semplicemente condita con extravergine, sale, pepe, rosmarino.
Area 66 Romagna Sangiovese Modigliana 2020, Menta e Rosmarino, 13,5 gradi.
Vino da vigneto di 23 anni a 440 m slm, nella Valle Acereta, di color rubino trasparente e luminoso, con sfumature dal grato al porpora. Sul bicchiere, forma una trina di gocciole fitte, veloci, irregolari e persistenti.
Il suo profumo è molto intenso: le nota di frutta matura e, secondariamente, floreali, si uniscono a quelle terrose, speziate, aromatiche. Trionfano ciliegie mature (duroni), susine , amarene, viole, humus, salvia, rosmarino, pepe bianco e nero, noce moscata.
Il sorso è ampio, pieno, ed insieme fresco, svelto. Ha un tanino piuttosto abbondante, maturo ma vivido, acidità viva, tanto sale. Il finale è equilibrato e assai lungo, risultando, in misura piacevole, un po’ alcolico e lievemente amaricante.
E’ un vino molto buono, ben eseguito secondo i migliori dettami contemporanei, dove la piacevolezza non vela territorio.
Gustato, sulla mia tavola, su polpettone e padellata di verdure.
Mutiliana
Ecce Draco, Romagna Bianco Modigliana 2022, Mutiliana, 13 gradi.
Color limone maturo, molto luminoso, forma gocciole veloci, fitte, molto lunghe, persistenti.
Ha un profumo molto complesso, davvero intenso, pur non essendo – è ovvio- aromatico; ha un bouquet di frutta, gialla anzitutto (albicocca, pesca, banana, perfino ananas), e antica, come le giuggiole; e di fiori gialli: tanta mimosa, tanta ginestra. Attorno, un tripudio di erbe aromatiche (salvia, alloro, origano) e di spezie finissime: pepe bianco, curry, un accenno di curcuma e forse anche di zafferano, persino un po’ di cioccolato bianco. Non basta definirlo molto iodato: ricorda proprio il mare nelle giornate ventose, quando l’aria si riempie di gocce marine finissime.
Si scommette facilmente figlio di trebbiano con aggiunta di chardonnay, anche per accenni di aromi secondari che rimandano, a torto o a ragione, a permanenze sui lieviti e batonnage.
Il sorso è puro, di gran corpo, dal passo deciso, incalzante e compatto, secondo un’arcata gustativa tesissima longitudinalmente e ampia orizzontalmente, che inonda ogni punto del palato, dove lo si ritrova ancora salino,: un’acqua di mare con acidità imperiosa e un finale sapido e gustoso, anche leggermente tannico, ma di lunghezza notevolissima, fresco, perfetto negli equilibri.
Un grandissimo vino e soprattutto un grandissimo bianco da cibo: chiama a gran voce la tavola; sulla mia, eccezionale con frittelle di rossetti, e persino in grado di dialogare con un impegnativo mallegato della macelleria Viti di Chiesina Uzzanese.
Ecce Draco Pinot Nero Forlì IGP 2022, Mutiliana, 12,5 gradi
E’ rubino trasparente, di media profondità. Forma gocciole, rade, lente e persistenti. Alla rotazione nel calice appare assai più viscoso di quel che poi si rivelerà. Scorrendo i secondi, le gocciole si fanno fittissime, regolari e molto lente: una trina.
Ha un profumo molto intenso, di rosa canina quasi lievemente appassita, per un respiro etereo di ciliegia, di arancia sanguinella, di spezie delicatamente piccanti e dolci: il pepe bianco e verde, la cannella, il pizzico di noce moscata, il cacao. Profumi muschiati di bosco, di mare, di clorofilla, di sandalo, soprattutto nel retrogusto, quasi con cenni di cipria.
Se la sfaccettata ricchezza olfattiva del Pinot Nero si piega ai caratteri locali, l’assaggio svela tutta l’origine modiglianese. L’attacco sul palato, setoso, assume presto quel carattere ossuto, nervoso, dialettico, salino, che segna molti vini giovani di Modigliana. Il corpo è medio, forse appena un po’ diluito, l’acidità ficcante, il finale di buona lunghezza, saporito, sapido, succoso ed armonioso.
E’ un buon Pinot Nero, sicuramente più credibile di altri italiani vinificati anche assai più a nord. Soprattutto, però, testimonia come il terroir di Modigliana lasci prepotentemente la sua impronta. Vero è che il Pinot Nero, come il Sangiovese, ben si presta a specchiare il territorio: appunto in Borgogna un Pinot Nero che sappia di pinot nero, e non del climàt di origine, si considera difettoso.
Sempre in Borgogna, si dice che le vigne con toponomastica legata ai sovrani diano vini opulenti e sensuali; quelle con toponomastica legata al clero, vini solenni, ma più essenziali e talvolta scabri.
Questo Ecce Draco ci ricorda in abbagliante trasparenza che le valli di Modigliana furono terra di eremiti.
Bene, alla mia tavola, su braciole di manzo della Macelleria Viti Chiesina Uzzanese, ai ferri, e salsiccia della medesima, sempre ai ferri.
Allo sguardo è rubino trasparente e luminoso, appena granato sull’unghia. Forma gocciole irregolari, veloci e persistenti.
Il suo profumo è molto intenso, su note floreali, balsamiche, speziate. Odora di violette e di rose, di una selva ricca di resine e di pigne di abete, di maggese, di zenzero, di noce moscata e incenso; ha spunti terrosi, quasi d’argilla bagnata, suggerendo un precario equilibrio tra cerebralità e visceralità.
Il corpo è ampio, ma il sorso netto, dritto, verticale, deciso. Imperioso sin dall’attacco, resta continuo e teso per tutto l’arco gustativo; persino sul finale, che è percussivo e concentrato. E’ una lama di gusto. Salatissimo, con acidità molto alta, ha tannino di grande presenza, assai fine, incisivo e di fittissima trama.
L’impressione generale è quella di una maglia d’acciaio, che ne sostiene il sorso e la lunga persistenza, ma il vino risulta ancora un po’ frenato da questa sorta di armatura che ne costituisce però la sigla, il fascino e il limite, almeno in questa fase di una vita che ci si può azzardare a pronosticare molto lunga.
Vino da abbazie, più che da corti patrizie, evocatore di durezze, di rigore, di pietra, di verticalità, è dialettico, ma ha portamento nobile e lascia un segno. Quasi rappresentasse i caratteri di un Modigliana al quadrato, guarda dritto negli occhi e sfida, come se chiamasse a una partita a scacchi, da giocare con estrema concentrazione intellettuale, sulle ali della passione.
Sulla tavola, pare nato apposta per bilanciare l’untuosità di certe paste ripiene condite con burro e parmigiano, succulente e succose.
Colore rubino trasparente, luminoso, con gocciole irregolari, lente.
Ha profumo molto intenso: un’esplosione di frutta fresca, dominata da ciliegie fresche appena sul fiore della maturazione e fragoline di bosco e ribes, alla quale fanno contorni toni più baritonali di ruggine di corteccia, cenni vegetali di erba falciata, di fieno al sole, di muschio, e le spezie: pepe bianco, intenso, e, più sfumato, il pepe nero e la cannella.
Il sorso è dinamico, slanciato: avvolgente e sorridente, luminoso e carezzevole, armonioso e salino, anzi: ampiamente salino. L’acidità è notevole e rinfrescante; il tannino ben presente, grintoso e maturo. Il sorso è continuo verso un finale lungo, armonioso, a ruota di pavone, che insiste sulla salinità e dove si sente anche il rabarbaro.
Vino nobile, dall’accogliente ospitalità: incontra ed avvolge il palato nella sua ampia stoffa, che ha la consistenza di una coperta di lana. Indubbiamente il più aperto tra i Sangiovese della tre valli, è quello che immagineremmo più a suo agio, immagineremmo, sulla tavola principesca, o dati i tempi, presidenziale.
Gran vino da arrosti, si è accompagnato ottimamente con una porchetta di Ariccia.
Ha colore rubino luminoso, con riflessi granati; forma gocciole molto lente, irregolari, persistenti.
Il profumo molto intenso, sfaccettato, di frutta e fiori, con ciliegie, vilole e rose, elegantemente integrate da note terrose e minerali, iodate e quasi di polvere da sparo. Inoltre, c’è speziatura ricca, dolce e piccante insieme: cioccolato, caffè, camomilla, menta, pepe, bianco, noce moscata, zenzero, cumino, sesamo. Ci sono note vegetali, affascinanti: camomilla e menta. Emerge persino la liquerizia.
C’è, nell’insieme, una carattere di Sangiovese che nebbioleggia, che ritorna anche nel sorso corposo, serrato da tannini maturi, abbondanti e pastosi, in perfetto equilibrio con la notevole salinità e l’acidità ben rilevata. Il sorso, succoso e salino, quasi rinfrescante, è continuo e vibrante, verso un finale lungo e composto, forse ancora un po’ frenato dalla gioventù.
Vino di sobrie proporzioni, il Sangiovese della Val Tramazzo si conferma di eleganza signorile e d’equilibrio distinto.
Lo tenterei su una grigliata mista, su un coniglio arrosto, o ancora su carni bianche in umido e spezzatini.
Il Pratello
Le Campore 2016 Sauvignon Chardonnay, Forlì IGT, Il Pratello, 14 gradi
Vino ossuto come lo Scherpa, celebre ottuagenario modiglianese, del pari ricco di nerbo. Quasi un rosso vestito da bianco, usando un’espressione che non amo, ma buona per intenderci: dialettico, importante, divertente.
Ha color limone carico, molto luminoso. Forma gocciole irregolari, lente, di grandi dimensioni, persistenti.
Il suo profumo è intenso e molto complesso: agrumi (pompelmo e arancia), fiori gialli (mimosa) frutti a polpa gialla (albicocca), pepe bianco e soprattutto verde, alloro, cenni di clorofilla. Iodio in abbondanza, quasi alghe; una mineralità diffusa e, sarà abbaglio, lontane note di botrite.
Corpo molto pieno, con acidità molto alta, netta salinità. Affascina col suo retrogusto di pompelmo, anice, mandorla, ribes bianco.
E’ molto lungo ed elegantemente severo.
Morana 14, Sangiovese Forlì IGP, 2014, Il Pratello, 12,5 gradi.
Color rubino scuro, trasparente, luminoso, tendente appena al granato. Forma sul bicchiere gocciole veloci, fitte, regolari.
Profumo molto intenso, molto complesso, fascinoso: boschivo, quasi di resina; quindi, in evidenza, le viole, note speziate che richiamano il curry, il pepe bianco e quello verde; poi, frutta rossa (lampone susina), l’arancia sanguinella, e il profumo si rinnova, cangiante e screziato, su muschio, fiori bianchi e gialli, refoli di caffè, tocchi ematici e ferrosi.
Sorso stretto, quasi tagliente, ma continuo, rinfrescante, assai salino e di buona acidità; beverino, quasi. Assai più lungo delle aspettative, si avvantaggia di un ottimo equilibrio alcolico, un po’ frenato tuttavia nel finale dal tannino che è di grana sì molto fine, ma un po’ crudo, benché assai grintoso. Il retrogusto è un po’ foxy, con uva spina e mela cotogna.
Questo 2014, particolare nell’assemblaggio di più vigne e selezioni a compensare le difficoltà di un’annata fredda e piovosa, è vino che non si dimentica facilmente: di severità sorridente, pur in un profilo castigato più che estroverso, riporta, a dispetto dei dieci anni, una luce aurorale e sfumata al gusto e al profumo, in una smagliante geometria compositiva: incisività è forse la sua parola chiave.
Badia Rustignolo Sangiovese Forlì 2011, Il Pratello, 14,5 gradi.
Selezione di sangiovese.
Tinta granata trasparente, tendente al mogano. Luminoso. Gocciole molto lente, molto fitte, irregolari: una trina.
Ha profumo molto intenso, estremamente complesso, caldo-fresco, evoluto ma ancor tonico, principalmente di agrumi, spezie ed evidenti sentori di bosco. In ordine di apparizione, giacché il bouquet è cangiante: mandarino, arance rosse mature, pepe bianco e nero, curry, cappero, alloro, ginepro cipresso, olive al forno, cacao amaro, cumino, toni emireumatici, castagna, prugna matura, ciliegia, cenni di uva sultanina, nocino. Sembra quasi il profumo di un pudding natalizio inglese.
Il sorso è freschissimo, quasi spiazzante: conserva sentori di chicco d’uva che schiocca in bocca. Ha tannino abbondante, ma finissimo; alta acidità; tanto sale. E’ molto lungo, incredibilmente composto per tutta la durata del sorso e nel finale.
L’alcol, che al naso si manifesta come un fiato, quasi sparisce in bocca, se non per una sensazione di armonia, di un arrotondamento che smussa gli spigoli di un carattere viceversa drittissimo, quasi scabro e ossuto.
Un vino maiuscolo, da inverno, da spiedo scoppiettante e nebbia agli irti colli di carducciana memoria.
Nota: essendo stato acquistato in enoteca online, non saprei dire se lo stato della bottiglia in degustazione sia perfettamente rappresentativo.
Pian di Stintino
Pian, Romagna Sangiovese Modigliana 2023, Pian di Stintino, 12,5 gradi.
Ha colore schiettamente, rubino, di buona luminosità, trasparente. Forma sul vetro del bicchiere gocciole fitte, regolari, veloci, persistenti.
Il profumo, giovanile, è molto intenso: ciliegia, melograno, fragola, mandarino, arancia rossa, rabarbaro, contrappuntate da pepe bianco e note boschive, balsamiche, muschiate, con cenni empireumatici e di farina di castagna. Aldeidi in evidenza.
Il corpo è più che mediano, con tannino abbondante e un po’ ruvido, ma di grana fine e sufficientemente maturo al gusto.
Salino al sorso, lieve nella progressione verso un finale lungo, nel complesso equilibrato, ma assai frenato dal tanino. L’acidità è un po’ diluita, complice forse l’annata: appena in una fascia di media intensità.
Piacevole, sulla mia tavola, con tagliatelle al ragù e con pappa col pomodoro.
Il Teatro
I Vespri 2023, Vino Bianco, Il Teatro, 13 gradi.
Color limone di media intensità, molto luminoso. Sul bicchiere forma gocciole irregolari, molto veloci, persistenti.
Ha profumo molto intenso: in evidenza, agrumi (mandarino, arancia amara, pompelmo), quindi fiori bianchi (sambuco), frutta a polpa bianca (susine verdi), note verdi (foglie d’olivo); una netta speziatura: pepe bianco, cenni di zenzero, un’idea di zafferano; infine rèfoli iodati e metallici.
Sorso naturalmente e notevolmente corposo, ma molto agile, infallibilmente compatto: da un attacco delicato è tutto in progressione sul palato, su un supporto molto salino e molto acido, che garantisce una salivazione abbondante, verso un finale di lunghezza poco più che media, ma tenace e molto proporzionato, appena leggermente e piacevolmente caldo, con una leggera nota di pera in retrogusto.
Atto II, Romagna Sangiovese Modigliana 2023, Il Teatro, 12,5 gradi.
Rubino tendente al granato sull’unghia, luminoso e trasparente, con gocciole fitte, veloci persistenti
Ha profumo molto intenso, fresco, piacevolmente in chiaroscuro: lampone, mirtillo, fragolina di bosco, mandarino, cipresso, resina, pepe bianco.
Il sorso è insieme svelto e pieno. Il corpo è medio, con un tannino presente in quantità media e grana fine ed un buon supporto acido e salino. L’attacco è preciso, il sorso danzante, infiltrante, appena un po’ ruvido il finale, piacevolmente sulle erbe amare.
Molto buono, immediato. Lo immagino su primi piatti di terra e su piatti vegetariani, su carni bianche, su formaggi freschi, come un pecorino fresco al tartufo.
Villa Papiano
Terra! Sillaro Bianco IGT 2022, Villa Papiano, 12 gradi.
Da uve albana vinificate in anfora: rarità a Modigliana.
Color giallo limone, intenso, luminoso. Forma gocciole irregolari, persistenti, rapide.
Un profumo di media intensità, ma di più spiccata complessità, fresco: fosse un quadro, alternerebbe verdi e gialli, con striature aranciate e candide, e qualche grigio e nero a creare chiaroscuro. Sovrani, infatti, gli agrumi, limone e arancia, e la frutta a polpa gialla, come l’albicocca; poi fiori bianchi, come il sambuco; un tripudio di verdure, spezie, aromi, frutta anche candita: finocchio, lemongrass, aneto, pepe bianco,uva spina, mela cotogna. Infine: idrocarburo, ed invero “rieslingheggia” anche al palato.
Il sorso è di medio corpo, netto, pulito, lungo, infiltrante, asciutto, con una pseudo-dolcezza, una morbidezza da albana, che dialogano con profusione di acidità e salinità.
Vino dal passo signorile e d’altri tempi, anche in virtù dei 12 gradi. CI ricorda le potenzialità dell’albana locale, oggi poco coltivata, ma già lodata, pioneristicamente, da Veronelli tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento.
E che differenza rispetto agli Albana di altre zone romagnole! Qui nobile portamento, altrove opulenta ricchezza, o ancora delicata caleidoscopicità. Bello leggere le sfumatura di questa somma uva bianca romagnola.
Romagna Sangiovese Modigliana Papesse 2022, Villa Papiano, 13 gradi.
Ha color rubino scuro, di media profondità. Sul vetro le gocciole sono regolari, veloci, persistenti.
Il profumo è media intensità, meravigliosamente complesso, intimamente balsamico: frutti e fiori (in ordine di apparizione: melograno, rosa, giglio, viole, ciliegie) contrappuntano rosmarino, menta, alloro, clorofilla, avvolti da una ricchezza speziata di incensi, refòli levantini di cumino, di cardamomo, di carcadè, marini (iodio, pietra bagnata), e toni empireumatici.
Il corpo è notevole, con tanto estratto naturale. Abbondano: il tannino, un po’ rigido, ma di grana fine; l’acidità, ben integrata; il sale.
Vino deciso, austero, impettito, che ha trovato un buon abbinamento, sulla mia tavola, coi tortellini in brodo, ma ancor migliore – ottimo, anzi- su fagioli del purgatorio lessi e conditi con l’olio extravergine di Montalcino dei cari amici Monica ed Enzo Tiezzi.
Mi dispiace per la brutta fotografia che svilisce la bella etichetta disegnata da Elisa Mazzavillani stessa – la vignaiola, e ben conosco quanto lei tenga ai dettagli – ma questo Sangiovese romagnolo meritava una presa diretta, senza indugi.
Ne sapevo la bontà, avendolo assaggiato a Castrocaro in cantina da Elisa a dicembre, ma – saranno anche quei due trimestri in più – la prova sul campo (ossia: la tavola) mi soddisfa oltre ogni dire.
Libero chiunque di dissentire e di ritenermi incompetente, però da qualche tempo il vino rosso in estate lo desidero fresco, anzi, freddo. Coi dovuti distinguo, beninteso, ma certi rossi coi caldi di luglio sono insopportabili anche a 18, a 16 gradi, ed appena tollerabili a 14: pesano sul palato e si sfaldano come rose rinsecchite.
Questo, ben fresco, sta benissimo, nel senso che rinsalda persino la sua armonia. A 12 gradi è delizioso, a 10 fors’anche di più. Compatto, continuo, ritmato, piacevolissimo.
Perché è giovane, profumato, equilibrato, snello e slanciato: una vera farfalla ottimamente calibrata, con un quartetto di acidità, alcol, tannino e sale perfettamente accordato.
Il grado c’è, ma non esagerato e si giova di un’acidità non timida, che controbilancia. Il tannino è di grana fine, gentile ma risoluto, ed il sale innerva il sorso di una mineralità iodata che sta, olfattivamente, a metà tra un’acqua termale ed il greto asciutto e sassoso di un fiume.
La sua corporatura è media, si capisce, snella e danzante, nemmeno sulle punte ma sulle ali di un lepidottero.
Poi potrei raccontarvi della pulizia dei profumi intensi, del corteo di rose, viòle, ciliegie, fragole, mirtilli selvatici, arance candite, spezie piccanti e dolci (tanto pepe bianco e nero, noce moscata), cacao amaro, tabacco, erbe officinali, ma scadrei nello stucchevole.
Meglio riportarne il colore rubino trasparente e luminoso e le gocciole lunghe, lente e irregolari e morbide, che evocano una dolcezza nascosta, assente al gusto ma presente per disposizione d’animo o, pragmaticamente, nella sensazione tattile.
Meglio ancora specificare che l’ho goduto, ben fresco ribadisco, su un tradizionale primo al ragù di carne, ma che scendendo di temperatura l’arrischierei volentieri su una zuppa di pesce o uno spaghetto allo scoglio. E se l’abbinamento non sarà perfetto, pazienza, perché ne berrete comunque con gran godimento.
La più buffa e diffusa credenza sugli italiani che riscontrai durante il mio quinquennio inglese era che bevessimo instancabilmente Pinot Grigio (che i nativi pronunciavano circa come “Topo Gigio”), ad ogni ora ed occasione: l’equivalente alcolico del britannico tea.
Donde venisse tale idea non saprei – la moda dilagante del Prosecco era agli albori appena – forse riportata da qualche comitiva turistica reduce dal nostro Nord-Est, che il Pinot Grigio se l’era sorbito magari in albioniche quantità ai tavoli dell’osteria di un campiello veneziano o sulle sabbie programmaticamente dorate di Lignano.
Tant’è che ogni esercizio lontanamente legato alla ristorazione che servisse alcolici, avesse o meno una remota ispirazione italica, teneva in lista un Pinot Grigio italiano, di qualità per lo più tra il pessimo ed il discutibile.
Però trovandolo ubiquo finii per incuriosirmi a questo vino che in patria avevo sempre snobbato; e tra la massa, qualche buon bicchiere ogni tanto emergeva.
Il punto è che fino ad allora ero stato anch’io molto snob: interessavano di più i vitigni autoctoni, la viticoltura eroica, i vini faticati, storici e rari che avviavano ad un profondo filosofeggiare.
Che poi, a ben vedere, il Pinot Grigio si coltiva in Italia dall’Ottocento, se non da prima, e che circa la rarità, trovarne di veramente interessante non è impresa così facile: ci sono quantità enormi di Pinot Grigio prodotte nelle piane del Nord-Est con approccio agroindustriale, anodine tanto all’apparenza che al gusto.
E l’apparenza conta, in questo caso: la buccia dell’uva pinot grigio, come i più sanno, tende al rosa più che al giallo; anzi, secondo un vecchio testo la varietà presenta: “acino piccolo, leggermente ellittico, con buccia pruinosa di colore grigio-violetto, e polpa molle, succosa e dolce”: ecco, in questa descrizione ritrovo le migliori caratteristiche del vino Pinot Grigio, che si esaltano appunto quando vinificato con una breve permanenza sulle bucce, così da ottenere una tinta ramata; se vinificato invece per ottenere il tranquillizzante colore “bianco carta”, mi pare che qualche cosa del suo carattere vada perduto.
Un carattere che è primariamente gioviale e gentile, con la stessa cantilena morbida degli accenti tra Veneto, Friuli e Venezia Giulia. E’ un vino che si offre suadente e solare, che accarezza e consola, che sorride rilassato, che avvolge e accompagna per mano piuttosto che scartare di lato, che conquista con la radiosità più che con la complessità.
Sono pregi, non colpe, sebbene chi vuole apparire alla moda e mostrare l’etichetta prediliga magari il vino duro, affilato, verticale, concettuale. Il nostro Pinot Grigio, accanto a certi bicchieri accigliati, si stringerà nelle spalle, sorriderà e farà suo il detto di un grande direttore d’orchestra veneziano, Antonio Guarneri: “La me ciami mona”.
Venedo finalmente al punto, cioè al vino che mi ha ispirato queste righe, il Pinot Grigio di Flaibani – “Ramato”, ovviamente – è buonissimo e sorprendentemente longevo: a sei anni è un perfetta armonia di profumi e sostanza: ancora giovanile, ma riposato, terso al palato come uno specchio d’acqua trasparente ove non soffi un alito di vento, solo il riflesso del sole.
Albicocche, pesche (fresche e sciroppate), cedri, mentuccia, spezie delicatissime; e soprattutto quell’avvolgenza, quella morbidezza appena sapida, che col palato fa all’amore – sulla mia tavola, oggi perfetto con linguine con vongole e gamberi, in bianco.
Per il resto, in una scheda di degustazione tecnica segneremmo tutto medio: intensità media, corpo medio (o medio più), persistenza media…ma in medio stat virtus, perché è ancora l’equilibrio la sua dote, e più ancora il tono vitale: sarà la conduzione biodinamica dei vigneti, sarà la magia del terroir di Cividale del Friuli, ma ciò che resta nella memoria, velocemente evaporato il bicchiere, è una tranquilla energia.
Questo che iniziate a leggere, amici lettori e amiche lettrici, è un racconto alquanto sghembo.
Già il titolo è sbagliato: più corretto sarebbe: “Due storie di Taburno e due storie di Vulture”, però forse non ci saremmo capiti e la legislazione italiana, la DOC/DOCG, pone per questi vini l’accento più sul varietale ampeleografico che sul territorio di provenienza.
Difatti, potendo, vorrei scrivere: “Vulture Aglianico”, o addirittura: “ Vulture Rosso”, e similmente “Taburno Aglianico” o “Taburno Rosso”. Anzi, mi piacerebbe poter specificare le località d’origine, i paesi quantomeno: Maschito o Barile, Montesarchio o Torrecuso.
Ma lasciamo andare, sono forse solo sogni.
Ho poi ultimamente una certa uggia a scrivere di vino: vorrei entrare nel dettaglio di uno studio meticoloso, quello che può, o potrebbe, svolgere un professionista del racconto enologico – libero poi di velarlo con periodi ben scelti, lievi e divertenti, beninteso. Io, che sono un dilettante, mi accorgo che troppo spesso tempo ed energie mal si accordano con la mia ambizione, da ciò la rinuncia.
Oppure, la diversione verso annotazioni sul filo della memoria, men che bozzetti su un quadernaccio, che nulla hanno a spartire con una degustazione tecnica: alzo, per il momento, bandiera bianca. In effetti, di questi quattro vini, uno solo è nel bicchiere e da lato la penna è alla mano; gli altri evaporati senza altro appunto che un immagine mentale, nel corso degli ultimi due mesi.
Tuttavia quattro fili si annodano intorno ad un’idea di Aglianico, quattro ipotesi dettate dal territorio, dall’uomo, da tempo e dall’occasione, in un singolare e casuale parallelismo, appunto, tra Taburno e Vulture.
In ordine di apparizione, primo il Caudium 2015, IGP Aglianico Beneventano di Masseria Frattasi, da 13 gradi d’alcol. Via il tappo, è un immediato tripudio gioioso e succoso di frutta rossa e nera, con una morbidezza allegramente danzante che declina la prestanza dell’Aglianico in una suadenza sorridente, sensuale e quasi sfrontata, non fosse per una naturalezza di modi cui tutto si perdona.
Peraltro Masseria Frattasi dichiara in etichetta che i: “metodi di coltivagione (sic) sono rigorosamente naturali”, e però non si trova un difetto, uno, in questo vino.
L’Aglianico del Taburno 2011 dell’Azienda Cav. M. Falluto (non sulla bocca dei più, ne convenite?) è di contro grifagno e austero; anzi: inaccessibile di primo acchito, appena aperto, da quanto è ridotto, richiede almeno 24 dalla stappatura per intentare un dialogo, che sarà, sulle prime per lo più a gesti e segnali di fumo, perché lui sta lì mezzo sfinge e mezzo Toro Seduto. Nè, quando si scioglierà al dialogo, perderà una certa vena penitenziale, monacale. Non mi stupirei se emergesse un’appartenenza antica delle vigne ad abbazia benedettina. La condizione parla di una vita potenzialmente eterna, nulla dei suoi undici anni racconta scalfitura, nel tannino o nel profumo: c’è solo una minuzia, un bisbiglio di discorso distinto ed elevato che chiede attenzione.
M’avessero detto: “Senti un Taurasi”, forse non avrei fatto una piega, se non per il dubbio di una più ossuta corporatura.
Il Synthesi, Aglianico del Vulture 2007 di Paternoster, 13,5 gradi, è piuttosto antitesi dopo il vino di Falluto, col quale condivide il grado alcolico: l’ampiezza, la morbidezza vellutata, il carattere amoroso, la vaporosità eterea dei profumi dalle tinte mediterranee e levantine, tra balsami, spezie, frutta, goudron, subito traducono in un’altra dimensione, quasi un tappeto volante sul quale accomodarsi e sognare. Quanto si vuole caldo, estivo, persino evoluto ma memore della primigenia tensione, colto forse appena prima dell’ineluttabile sfiorire; o forse no, semplicemente giunto alla vetta e ben determinato a restarci. Se il precedente era vino monacale, qui siamo a corte: una corte meridionale e provinciale forse, ma colta e ricca di segreti.
Infine, eccolo stasera nel bicchiere, il Maschitano, Aglianico del Vulture 2014 di Musto Carmelitano, 13,5 gradi.
Dei quattro forse il più geniale, stante l’annata bislacca, flagellata da piogge in buona parte della Penisola – a Maschito non saprei dire. Molti vini italiani del millesimo hanno sfoggiato profumi originali, ammalianti, salvo poi dopo qualche anno svaporare su sorsi scomposti, con acidità fuori registro e corpi magri.
Sarà per la proverbiale inscalfibilità dell’Aglianico, ma questo Maschitano stasera non è solo originale, ma godibilissimo e perfetto, geniale. Presenza e slancio, corpo e sveltezza -viceversa anzi, chè prima lo si sente scivolare su un’acidita succosa e come su biglie di sale, poi giunge l’eco tannica, possente come la fila di contrabbassi di un’orchestra sinfonica. A ritroso, una sensazione verde, primaverile, di clorofilla, refoli fumé (non saprei dire se figli del vulcano o dell’annata) ed una distintissima, nitidissima, nota di miele di lavanda provenzale (giacché di lì lo comperavo, “millanta” anni fa), contrappuntata di aldeidi in guisa così rifinita da far salivare, su una lunga scia finale di liquirizia e chinotto e alloro.
Che cosa significano le diversità tra questi vini di uva Aglianico, da due diversi territori, quattro annate, ed un intervallo di quasi due lustri? Cambiamenti climatici? Mutazioni di stile?
Lascio a voi – o a d altri – la risposta. A me interessava berne ed il giocarne nel racconto.