Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2006, Villa Diamante, 13 gradi.

“La vigna è la mediazione tra il suolo e la bottiglia. La capacità di un buon viticoltore deve essere quella di trasferire il terreno nel bicchiere, perché quello nessuno ce lo può rubare” – Antoine Gaita.

Non ricordo esattamente quando assaggiai per la prima volta il Fiano di Avellino Vigna della Congregazione di Villa Diamante; da allora, però, la mia percezione del Fiano di Avellino e di quale espressività potesse conseguire un grande bianco è cambiata.

Il Vigna della Congregazione è stato uno spartiacque nella mia coscienza di amante di vini; forse, nella storia stessa dal Fiano di Avellino: il primo concepito, fin dalla vigna, per un lungo invecchiamento e, più ancora, con l’ambizione di dialogare da pari a pari con i grandi bianchi borgognoni.

Mi è impossibile assaggiare il Vigna della Congregazione senza rammentare Antoine Gaita, il vignaiolo artigiano che fondò l’Azienda nel 1996 con la moglie Diamante Renna, scomparso nel 2015, sessantenne.

Seppure l’incontrassi una volta sola, ad un lontano Vinitaly, mi rimase indimenticabile, non solo per la sua imponente, caratteristica corporatura: aveva carisma, condivideva la straripante passione per il suo lavoro ed i suoi vini con genuina trasparenza, amichevolmente.

Antoine Gaita aveva idee particolari e controcorrente.

Se allungare l’affinamento in bottiglia del Fiano di Avellino era pioneristico all’epoca, ma non una novità assoluta, altri aspetti erano rivoluzionari per la zona: la lunga permanenza sui lieviti, le vendemmie tardive, la vinificazione per Cru (il Vigna della Congregazione fu affiancato dal Clos D’Haut), la scelta dei suoli: il terreno di Vigna della Congregazione è molto argilloso, umido, all’epoca ritenuto poco adatto per il fiano. Il tempo ha dato ragione ad Antoine, che in verità non si stancava mai di sperimentare.

La vigna, sita a Montefredane in località Toppole, a circa 400 metri sul livello del mare, ha peraltro diverse particolarità: circondata dal bosco, parzialmente esposta a nord, ha un impianto sorprendentemente poco fitto, tuttavia la resa è sempre stata naturalmente piuttosto limitata: dai suoi due ettari si ricavano, in media, 6000 bottiglie. D’istinto, credo che il sito favorisca maturazioni lente e armoniose.

Avevo conservato questa bottiglia in una buona cantina da tempo immemorabile: l’aveva acquistata un mio fraterno amico direttamente in Azienda ed era stata oggetto di uno scambio qualche giorno dopo, credo con certi Riserva di Chianti Classico. E l’avevo tenuta cara: conoscendone le qualità ed essendo l’ultima, avevo sempre aspettato l’occasione o l’abbinamento meritevole.

Non c’è però momento migliore di quello dettato dal desiderio – favorito, in questo caso, dalla disponibilità di pesce fresco.

Vecchia di quindici anni ormai, l’apro con una certa trepidazione: altri Fiano, dopo un lustro, accennano stanchezza. Il tappo, che estraggo col cavatappi a lame, però è perfetto, e appena inizio a versare il vino nel bicchiere, sorrido.

Basta un istante per subirne la fascinazione: vista, olfatto, gusto, sono immediatamente rapiti nel godimento di un’ideale, trasognata bellezza.

Lo guardo ed il colore è bellissimo: un limone carico, trasparente e luminosissimo, con riflessi dorati. Si direbbe un vino con la metà dei suoi anni, o anche meno. Sul vetro non forma gocciole: solo un velo.

Il profumo è molto intenso, di straordinaria complessità, ariosissimo: aria pura pare di respirare, che racconta ampi spazi, sole, montagne verdi, un balugine lontano di riflesso marino nella luce del cielo, quasi radunando la gloria intera della natura mediterranea.

Un’iride fiori bianchi e gialli, che punteggiano i prati e orlano i campi al limitar del bosco: sambuca, giglio, camomilla, mimosa, persino la violetta.

Poi, quasi prendesse per mano in un’ideale passeggiata fra gli orti, uva spina, ribes bianco, pesca, fichi bianchi, limone, cedro, lime, finocchio, salvia, sedano, insalata, persino un tocco esotico, lievissimo, di mango e banana.

Gli aromi antichi, che morbidi parlano al cuore: i cereali, la farina di castagne. Tripudiano le spezie, dolci e piccanti.

E ancora c’è muschio, pietra, terriccio; la freschezza dello iodio si fonde con ombrosi toni empireumatici.

Delicatissimo il tratto dolce del caramello, del dattero, del fico secco: solo un soffio.

Una sinfonia di evocazioni che tocca ogni rifrazione dello spettro aromatico, nelle più intime pieghe, segnando l’evoluzione di un vino che pure tende ancora al giovane, come vieppiù disvela l’assaggio.

Ha corpo grande, ma estremamente reattivo, ritmato, in emozionante crescendo armonico, che vibra ed irradia, spinto da un’acidità piuttosto spiccata, più della norma per i Fiano. “Nerbo” e “stoffa”, si diceva un tempo. La trama salda, giustamente salina, trasmette un lieve, ma piacevolissimo, senso di buccia d’uva.

E’ un sorso regale, di equilibrio perfetto, con lunghissimo riverbero e amplissima risonanza, per il quale si vorrebbe scomodare un termine mitico, romantico, abusato: ambrosia.

Puro, maestoso, intimo, col dettaglio struggente che unisce idealmente il respiro del Mar Tirreno all’aria delle alture irpine, in una sintesi originale, identitaria, indimenticabile.

Non ho tema di definirlo uno tra i più grandi bianchi da me assaggiati in oltre quindici anni di passione consapevole: gli si possono accostare, rispettosamente, solo i migliori, di qualunque provenienza internazionale.

Ed è bello sapere che l’Azienda, di 3,5 ettari, continui oggi la conduzione familiare con la figlia Serena, forte di studi enologici.

Gustato su spaghetti alle vongole veraci ed ombrina arrosto, buonissimi in abbinamento; ma è lui a regnare sulla tavola, lui l’imperatore, svettando con grazia nella memoria.

Cinque Terre 2014, Albana La Torre, 12,5 gradi.

Ecco scogliere nude, che dànno un marmo nero e giallo, il portoro, tra cui si abbarbica la vigna; poi la vigna si stende, e copre interamente il fondo roccioso con fusti bassi per difendere i pampini dal vento robusto del mare. Pochi e monotoni colori, ma lucenti, quasi uno smalto; e pochi personaggi, la vite, il cactus, l’agave, l’albero di fico, le case solitarie a metà pendio che non servono d’abitazione ma soltanto a pigiare l’uva e a farvi fermentare il mosto, i gruppi di case con l’uva che appassisce sui tetti. Gli oggetti distinti a uno a uno, come in un presepio un po’ sordo.

(Guido Piovene)

Il colpo d’occhio di lontano, forse, non è molto cambiato nelle Cinque Terre dai viaggi di Guido Piovene: erano gli Anni Cinquanta. Se, come un gabbiano, in breve battito d’ali calassimo dall’alto per vedere i dettagli, invece, le differenze sarebbero evidenti. “Le case solitarie a metà pendio” sono spesso dirute, o hanno cambiato destinazione: difficilmente servono ancora “a pigiare l’uva e a farvi fermentare il mosto” (ma quando resistono come tali, quanta poesia!), e solo pochi, ancora, appassiscono le uve sui tetti. E’ nota la sorte dei terrazzamenti vitati, quei muri a secco che marcano il territorio e indelebilmente la memoria del viaggiatore, architetture rurali spontanee e così perfette, spettacolari nel loro balzo verso il mare, che sembrano opera naturale più ancora che d’artista: abbandonati nella fuga dalla miseria verso le città, resistono grazie alla tenacia di chi ama questi luoghi, in una lotta impari.

Lontani i tempi di Petrarca, che per lodare i vini locali evocava le memorie leggendarie del Falerno e del Meroe; e le glorie più recenti, col commercio via nave florido fino alla Seconda Guerra Mondiale, che coinvolgeva in medesime strutture e rotte di navigazione la vicina Isola d’Elba.

Eppure qualcosa non solo resiste, ma è in movimento: la benemerita ed ottima Cantina Sociale, piccoli produttori carismatici che sanno ottenere risultati sorprendenti; ma l’insieme è troppo frammentario ed esiguo perché il vino delle Cinque Terre trovi prima rinomanza, poi si imponga sui mercati; cosicché, purtroppo, resta relegato alla nicchia delle curiosità enologiche.

Quando però si assaggia un vino come questo Cinque Terre 2014 dell’azienda Albana La Torre si capisce che invece, percorrendo i meravigliosi sentieri delle Cinque Terre, si cammina sopra a un tesoro.

In lui, la roccia a picco, il respiro del mare, la macchia intricata e salsa, le giornate di sole e di pioggia: tutto vi si ritrova, nitido, fin dai riflessi del suo color ambra chiaro, trasparente: un velo che si trasforma sul vetro in cenni di gocciole regolari lente – poi, svanisce.

Nel profumo, molto intenso, quelle erbe spontanee che là abbelliscono i campi, gli orti, i davanzali, e che tanta parte hanno nella cucina ligure: la borragine, la maggiorana, il timo, il rosmarino, la salvia; quasi evocassero la passeggiata in un giorno di festa, quando i mandarini netti e freschi lumeggiano al sole e profumano l’aria, la buccia di cedro è odorosa, le albicocche sono stese a seccare, qualcuno raccoglie il miele di corbezzolo. Vi è poi un’aura di zafferano, di idrocarburi, di aldeidi, di resina, di iodio, quasi una vibrazione luminosa e atmosferica che rende il profumo irradiante e marino.

Non chiarificato, non filtrato, al sorso è morbido, glicerico, molto salino, assai ben equilibrato nelle sue componenti. Giusto di alcol, con acidità vivida e corpo appena robusto, incede sicuro, quasi incalzante, richiamando al gusto e nel retrolfatto i profumi della costa: dopo un ricordo di pesche sciroppate, la macchia, la resina, le erbe. La ruta risalta nel lungo finale, rendendolo amaro e complesso, di fascino angoloso.

Mentre lo gustavo a tavola, accompagnando ottimamente, con i suoi meravigliosi profumi, una spigola al forno, lo paragonavo mentalmente ai modelli di grandi bianchi apprezzati internazionalmente e mi dicevo: “E’ diverso, per colore, profumo e gusto, ma pari loro: ne è l’alternativa marina e mediterranea”.

Questo vino, prodotto in sole 1800 bottiglie, figlio delle Cinque Terre e delle autoctone uve bosco al 60%, albarola e vermentino paritarie per la restante parte, restituisce cristallino la poesia del suo territorio, con cura artigianale, inappuntabile precisione, essenziale finezza di tratti, riuscendo completo, elegante, universale.

Racconta una storia ed indica una via: quanti chilometri di muretti a secco attendono mani a curare le viti, quanti altri vini di valore universale potrebbero nascere da quei vigneti “battuti dal Libeccio, riarsi dal sole“, da quella “Terra sassosa impastata di sudore antico sparso per amore e non per castigo.”, nelle parole di Siro Vivaldi?

Sogno un mondo, oggi che l’Italia è da un anno flagellata dalla pandemia, dove la gente possa compiere un percorso inverso, incentivata ad abitare terre e borghi abbandonati, per tornare ad appendere l’uva sulla sua casa ad appassire dopo una giornata al videoterminale, o a legare i tralci al calar del sole; dove, pragmaticamente, le ragioni del cuore si uniscano a quelle del mercato, per una crescita sociale dell’economia; e chi ha amore per questi terrazzi verticali, possa averli, impiantarvi facilmente impresa e soffiarvi vita, portando nel mondo il nome e il vino delle Cinque Terre.

Spumante Gigli Metodo Classico Brut, lotto 1-15, sboccatura 16-03-18, 11 gradi.

La Garfagnana è terra di straordinaria fascinazione, un angolo di Toscana per certi versi ancora appartato e segreto.

Si snoda lunga e stretta lungo il corso del Serchio, tra alture boscose, imponenti e ripide, intervallate qui e là da vallecole minori che si aprono come diverticoli, nascondendo borghi, grotte, torrenti. “La Garfagnana è posta tra l’Appennino, che la divide dalla valle del Po, e le Alpi Apuane che la separano dal mare Tirreno: la cruna di quelle sue giogaie è appunto in gran parte il confine naturale e insieme amministrativo della Garfagnana” (da “La Garfagnana”- Atti della giunta agraria 1883).

Una terra dura e severa, scavata dalle acque, che hanno tagliato le montagne in orridi spettacolari, gli strati geologici nudi. Un paesaggio introverso, quasi nordico, che pare uscito dai quadri dei pittori romantici di primo Ottocento, dagli scorci vertiginosi di un Caspar David Friedrich; specie l’inverno, quando le cime ardite emergono dalle nebbie del fondovalle, quasi memore dell’origine lacustre: 2054 metri la vetta del Prado, 1946 metri il Monte Pisanino, a occidente.

Chi la visita, tuttavia, non sfugge a un sentimento di magia sospesa: saranno i suoi silenzi, le pievi millenarie, le stratificazioni storiche, i rimandi sonori delle acque e degli uccelli; o una certa luce, qui spesso indiretta, schermata dai monti e dalle gore che la curvano e la sbiecano in lame. Terra di leggende popolate di fate e folletti, come forse solo l’Amiata è pari in Toscana; e, come l’Amiata, luogo eletto di eremitaggi e misticismi.

Tanta bellezza, tuttavia, cela una storia di miseria: terra fredda, le Apuane la escludono dai venti marini, la più fredda della Toscana; e la più piovosa: in media, 1356 mm l’anno, che erano oltre 1770 millimetri negli Anni Venti e raggiungono massime di 3000 mm l’anno. Per confronto, la media annuale di pioggia a Castellina in Chianti è 921 mm, a Udine 1377 mm, a Londra 690 mm, a Reims 625 mm, a Beaune 912 mm. “...il garfagnino cerca i mezzi minimi di esistenza nello sfruttamento del bosco e del sottobosco…“: così denunciava un rapporto prefettizio dei primi del Novecento, quando la disoccupazione qui arrivava al 70% e la gente emigrava in massa, verso il Nord, Oltralpe, o le Americhe; fenomeno iniziato già a metà Ottocento e protrattosi per oltre un secolo.

Ai giorni nostri, fortunatamente, la situazione è cambiata: industria, artigianato, turismo, sagre, festival musicali, giacimenti enogastronomici; per qualcuno è “la valle del bello e del buono”. Nuove attività e colture hanno soppiantato quelle tradizionali, inclusa la viticoltura: del vigneto più estremo della Toscana rimangono muti testimoni chilometri di ripidi terrazzamenti, che il bosco inesorabile ricopre, come nel Nord Piemonte; e una mezza dozzina di antiche varietà locali. Alcuni coraggiosi vignaioli producono vini di qualità, ma le vigne rimaste sono pochissime rispetto all’estensione dell’antica viticoltura.

Capitai appunto qualche anno addietro – era l’aprile o il maggio 2018- a Borgo a Mozzano, piccolo comune sulla destra orografica del Serchio, in occasione della locale Festa dell’Azalea, la cui origine è del 1970, quando il Centro Studi Agricoli constatò che quei fiori vi crescevano spontaneamente, vuoi per il terreno, o la ricchezza delle acque, o il particolare microclima, influenzato dal fiume e dai monti che cingono il paese: se questo si adagia su uno stretto pianoro a 96 metri sul livello del mare, lo dominano vette e altopiani che si elevano bruschi, sfiorando i 1000 metri. Il Centro Studi Agricoli aiutò chi fosse stato disponibile alla floricoltura e alla commercializzazione, creando così nuove entrate e occupazione in questa terra marginale che viveva, così, l’onda lunga del boom economico.

Quel giorno il paese era tutto una festa: correvano i bimbi tra le bancarelle, gorgogliavano le acque dei numerosi torrenti che l’attraversano, le bandiere dei rioni gareggiavano con le azalee nel’osanna dei colori. Sotto un portico in via Roma, dipresso al palazzo del Comune, stava il banco dei Vignaioli di Borgo a Mozzano, quattro o cinque aziende, se ben ricordo. Fui particolarmente incuriosito dai vini di un signore dagli occhi cilestrini ed il sorriso franco e aperto, che sfoggiava un cappello di paglia sulle ventitré e vistose bretelle. Mi raccontò, con passione e sense of humor, che nella sua azienda, Cantina Gigli, produceva artigianalmente due spumanti, un metodo classico ed un sur lie, da una vecchia e rara varietà rossa locale, la barsaglina.

Comprai due bottiglie senza nemmeno assaggiarle, forzando un po’ la mano, perché non le riteneva ancora pronte: gli promisi che le avrei sistemate in cantina, lasciandole maturare qualche mese.

Per i casi della vita, le due bottiglie rimasero a riposare ben più di qualche mese. Nel frattempo, però, ho incontrato quel signore in varie manifestazioni, scoprendo che il suo nome è Angelo Bertacchini, di professione agronomo-enologo, e ho assaggiato alcuni vini delle aziende per le quali è consulente: ottimi, di espressione sincera ed elegante, raffinatamente artigianali, precisi nell’evocazione di terroir.

Finalmente mi sono deciso ad aprire quel metodo classico di Cantina Gigli, che tanto mi aveva incuriosito: una bottiglia del lotto 01-15, sboccata il 16 marzo del 2018.

Così buona, interessante e sorprendente, che ho contattato immediatamente Angelo per rinfrescare la mia memoria e saperne di più.

Ho ricevuto” mi racconta Angelo “questa mia piccola azienda dai miei nonni, Alvaro e Anna, che erano contadini a tutto tondo a Borgo a Mozzano. Due vacche, formaggio, ortaggi, frutta, azalee: di quello loro campavano, ma avevano anche una produzione di olio e di vino, che vendevano ai ristoratori della vallata in damigiane e fiaschi.

Quando ho preso le redini, ho pensato fosse impossibile gestirla in quel modo ed ho puntato sulla passione comune che avevo con mio nonno: il vino.

I due vigneti erano esauriti, una babilonia di vitigni, allora ho pensato di scegliere il più promettente e rappresentativo del territorio. Fu cosi che nel 2010 ho piantato mezzo ettaro di barsaglina, circa 3800 piante.

I vigneti si trovano a circa 180 metri di altitudine, subito alle spalle di Borgo a Mozzano, in una conca esposta a sud e ripatata dal “cavallone”, una nebbia fredda che discende ogni mattina lungo la vallata del Serchio.

Da prima pensavo di fare un rosso, vista le caratteristiche del vitigno, ma poi mi sono reso conto delle sue potenzialita’ come rosato e, in special modo, spumante. Dal 2012 ho iniziato a fare prove, ma la prima annata in commercio e’ la 2014, sboccata nel 2018 ed imbottigliata nel 2015, con un 15% di una quota di riserva.”

L’Azienda si trova nella frazione di Oneta e nella piccola cantina le operazioni sono artigianali: remuage, sboccatura, tappatura, tutto avviene manualmente, con mezzi di essenzialità francescana. L’approccio in vigna – che mi dicono bellissima – è il medesimo: lo stretto necessario, accordandosi all’ambiente naturale circostante, boschivo, più che a qualche certificazione.

Con queste premesse, facilmente si immagina un vino originale, ma nulla prepara alla personalità ed alla compiutezza del Metodo Classico di Cantina Gigli, rilasciato come brut nell’annata in oggetto, extra brut in altre uscite.

E’ ramato trasparente e luminoso, un particolarissimo punto di colore, raro, simile – ma non uguale- alla tinta degli Champagne da Pinot Meunier o di qualche Sorbara fortuitamente invecchiato.

In poche manciate di secondi, si smaltisce nel bicchiere l’ossigeno intrappolato, che confonde l’immagine con le sue bolle grosse e disordinate, e nitida risalta una mousse fine, sottile, continua, elegante, molto durevole: ottima.

Anche il profumo richiede un po’ pazienza per perdere qualche velatura riduttiva, ma è un attimo: poi il vino è comunicativo, con un profumo delicato, tuttavia penetrante, etereo, nitido, complesso.

Il candore di una fioritura primaverile di peschi e acacie; la freschezza del melograno, del ribes, del lampone; la polpa delicata e soda della mela renetta, dell’albicocca; la ricchezza dorata dei cereali, il malto in evidenza; poi, tratti boschivi e minerali: il mallo di noce, il muschio, la pietra bagnata al sole, sullo sfondo il terriccio, cenni di aldeidi. Il profumo dei lieviti, pur percettibile, è misurato, armonioso, tridimensionale.

Bevendolo conquista: il sorso nitido, drittissimo, penetrante, asciutto, estremamente sapido ed acido; quasi percussivo, ma bastevolmente ampio e contrastato, equilibrato e virile nel notevolissimo allungo perdurante freschezza; il grado alcolico gentilissimo.

Per trovare spumanti metodo classico così verticali, vibranti, stilizzati, bisogna normalmente guardare molto più a settentrione, varcando, se è il caso, le Alpi. Questo Metodo Classico di Cantina Gigli, però, ha una identità tutta sua: spiazzante minimalismo e forza interiore.

L’abbinamento perfetto forse sui grandi sapori artigianali della tradizione locale: la norcineria e i formaggi, ma sarebbe stato bello sperimentare, ne avessi avuta un’altra bottiglia, con le paste, le carni, i pesci, osando persino – potendo – la selvaggina da piuma.

Vino visionario, questo, perché ritrae fulminante l’asprezza e l’armonia di un territorio duro, freddo, montano: le sue ombre e le luci, le morbidezze e gli angoli scabri.

Più ancora, perché indica magistralmente una via inesplorata e possibile: ripenso ancora a quei terrazzi coperti dal bosco, a quei muri a secco che ostinatamente si arrampicano sui monti, quasi volessero toccare le cime innevate, come li ho visti d’inverno dalla spianata aerea e sospesa del candido Duomo di Barga; e come sarebbe bello vederli rivivere, gettare pampini di barsaglina, di sangiovese e di altre uve ancora, esplodere di grappoli diventando la patria toscana di spumanti eroici e ricercati.

Prosecco Sui lieviti Treviso Doc Gregoletto, L 1 2025, 11,5 gradi .

Luigi Gregoletto era la storia vivente del prosecco. Se n’è andato all’inizio di questo 2021, a 93 anni. Dava l’idea di averli sempre portati con schiena dritta, saggezza, umiltà e signorilità estrema.

Lui non aveva nobili avi, ma secoli di famiglia contadina, mezzadri a Premaor di Miane.

Quando la FIVI lo premiò Vignaiolo dell’anno, nel 2016, pronunciò un breve discorso, del quale mi rimasero in mente due passaggi: “Nessuno è abbastanza povero da non aver niente da dare agli altri, né così ricco da non aver bisogno degli altri”; e: “Se la rispettate, la terra non vi renderà più ricchi, ma vi renderà più signori”. Dette da un uomo che aveva iniziato a vendemmiare bambino, spezzandosi la schiena nella vigna e piagandosi le mani al freddo, quelle parole hanno il peso di un monumento.

Desideravo tanto andare da lui in cantina, parlare con lui; e vedere quelle vigne spesso ripide, dure da lavorare, che solo la fatica dell’uomo può addomesticare nelle armonie di un grande Prosecco.

Assaggiando i suoi vini – mi assicurava il figlio pochi anni fa, era ancora lui a condurre le danze – si capiva quale espressività possa avere il Prosecco, pur mantenendo precisione, cura, equilibrio, tradizione. Credo amasse molto la tradizione autentica, non quella che, citando un grande musicista, è solo: “Il ricordo dell’ultima cattiva esecuzione”. Infatti era tra i pochi a produrre ancora un vino antico e senz’altro fuori moda: il Prosecco fermo, delicato e delizioso, al quale riservava cure particolari.

Trovo oggi per caso queste vecchie note dell’assaggio del suo Prosecco sui lieviti: riportarle qui, nella loro disordinata e spontanea naïveté, è il miglior omaggio che nel mio piccolo possa tributare ad un grande vignaiolo ed al suo vino imprescindibile.

” Tra paglierino e limone scarico, con riflessi finissimi.

Spuma del pari finissima, ordinata, delicata.

Sul calice poco più di un velo.

Profuma di campagna l’estate, di govoni di paglia secca al sole, e di erbe spontanee e fiori, anch’essi olezzanti su la zolla riarsa.

I cereali e il pane, i profumi buoni del cuore.

Poi le susine verdi, con la polpa gialla, le Claudia forse, e buccia di melone e mela cotogna.

Un ricordo d’incenso, come a benedire di sacralità la semplicità della natura e del cibo quotidiano.

Il sorso è un abbraccio cremoso, di mani e braccia un po’ ruvide, ma delicate: rinvigorisce il palato col filo argenteo di un tratto schiettamente salino; un’acidità alta, ma distribuita e smussata dalla tessitura liquida, lieve e rotonda insieme, che si apre misurata tra la lingua e la gota, allungandosi con proporzione perfetta ed un battito d’ali libero e aereo, senza peso. Corporeo sì, questo vino, ma della stessa sostanza degli angeli.

Bene ovunque, al meglio sui piatti della cucina popolare. “

Dolcetto d’Alba 2017 , Emilio Vada, 14 gradi.

“A Peveragno, ricordo, un pomeriggio di marzo, in un’osteria infima, vidi entrare un mendicante, un vecchio vagabondo di quelli che ormai non se ne vedono più: aveva a tracolla due o tre tascapani rigonfi, una gavetta, una padella, una mantellina grigioverde arrotolata. Sedette in un angolo, vicino alla porta vetrata. Tirò fuori un pezzo di pane, e ordinò, non senza una certa solennità, ” mezza stupa”. Non disse, naturalmente, la qualità. Non dire la qualità significa, in quei luoghi, dire Dolcetto (…)”

Vino al Vino, Mario Soldati, autunno 1968.

Il Dolcetto, si sa, non è per nulla dolce.

Anzi, riesce addirittura amaro per un’incomprensibile perdita di affezione, fotografata da numeri impietosi: in vent’anni gli ettari vitati sono scesi da 5.600 a 3.800, le bottiglie da 27 a 20 milioni.

C’è stato però un tempo nel quale era il vero traino della viticoltura langarola e cuneese, spuntando talvolta, persino, prezzi più alti del Nebbiolo e rallegrando, nel secondo dopoguerra, i pasti della borghesia lombarda e piemontese.

Il Dolcetto, per me, è casa, al pari del Chianti: quelli i tipi che ricorrevano più sovente sulla nostra tavola, quand’ero bambino. Ricordo ancora la cucina lunga e buia della vecchia casa nel centro di Milano, che lasciammo prima della mia terza elementare: la luce gialla della lampadina a incandescenza evidenziava il vapore che saliva dai piatti: la minestrina in brodo coi capelli d’angelo, il lesso, l’insalata di cicoria selvatica; al centro, la bottiglia di Dolcetto d’Alba della Cantina Sociale.

Si sa com’è il Dolcetto: un profumo nascosto, quasi malinconico“: scriveva ancora Soldati.

Negli anni il Dolcetto ha accompagnato, per me, momenti di amicizia, incontri romantici, istanti di solitudine: conversazioni, sguardi, silenzi. L’ho studiato, ho imparato a descriverlo in termini tecnici, a distinguerne la provenienza, a valutarne la qualità. In lui, felicemente, mi sono perso e l’ho amato: perché è un vino nudo, di memoria e di pensiero.

La vera nudità, quella dello spirito, spaventa; la memoria è un morbido guanciale, talvolta; più spesso, un grido d’accusa: “Un giovane dolcetto ha sempre, nella sua posatezza, qualcosa di vecchio”.

Il Dolcetto è uno specchio, senza infingimenti: è vino-vino, essenziale nella sua funzione: non permette ostentazioni, rifugge esoterismi. Perciò il Dolcetto – oltre le dinamiche commerciali – è fuori moda: per la sua onestà.

Guardando tuttavia in quello specchio, senza paure, si vedrà che il Dolcetto, declinato in tre DOCG e nove DOC, può stare nell’Olimpo dei vini con voce grande e originale, senza fare la voce grossa; e, soprattutto, regala gioie che hanno la bellezza della semplicità.

Se questa è la tesi, il Dolcetto d’Alba di Emilio Vada ne è la dimostrazione. Mi folgorò al primo assaggio, a un Mercato FIVI, qualche tempo fa. Che nasca da un vignaiolo vero, di giovane generazione, che ha convinto la sua famiglia a trattenere parte delle uve da decenni conferite, è forse consequenziale: un atto di coraggio e di onestà verso se stessi e le proprie capacità.

Si dice in Toscana: “Se un si va, un si vede“: Emilio Vada ha mostrato eccome la caratura del suo lavoro: Moscato, Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, tutti buonissimi.

Quest’ultimo è coltivato tra Coazzolo e Mango, al confine tra Astigiano e Cuneese, tra Langhe e Monferrato, su suoli calcarei, franco-sabbiosi. La vinificazione segue un protocollo essenziale, tra acciaio e vetro: un vino sans signature, nel quale parla il territorio e l’artefice rimane dietro le quinte; testimoniano però la sua opera le rese di uva per ettaro: 50 quintali, contro i 90 ammessi dal disciplinare.

Qui con me, oggi, ho una bottiglia dell’annata 2017. Lo apro. Lo verso.

Nel mio vetro, rubino purpureo trasparente: bellissimo, luminoso; su di esso, gocciole molto fitte, regolari, lente.

Il profumo è intensissimo: molto complesso, giovanile con un principio di evoluzione, suggerisce polpa e materia.

È una fantasmagoria vegetale ed arborea, un sogno di mezz’estate aperto da un trionfo di frutta: nettissimo il gelso nero, poi fragolina, susina polposa, duroni sotto spirito, melone, cocomero; quindi, come una girandola scoppiettante, erbe aromatiche, spezie, balsami: alloro, rosmarino, prezzemolo, basilico, curcuma, zafferano, corteccia d’eucalipto, fieno. Con le ore, chiudono il corteo, eleganti e riflessive, rosa, viola, liquirizia.

Vino pastoso, di giusto corpo, molto saporito, esemplare per fittezza e finezza di trama.

Abbondantemente tannico e sapido, moderato in acidità, risolve la sua grande tensione interna in un equilibrio stabile per l’intera arcata del sorso, fin nel notevole allungo, obliando il grado alcolico.

Questo stupefacente Dolcetto, tra i più buoni da me assaggiati, possiede una dote rara e senza tempo: il senso della misura.

Gustato con piacere su hamburger di Casa Serra, lo immagino delizioso su taglierini al ragù di carne.

(30 maggio 2020)

Il mio Ovidio 2009, Camillo Donati, 14,5 gradi.

I miei primi passi curiosi da amatore di vini furono quantomai disordinati e divertenti: una scoperta continua, senza regole, vincoli, scuole.

Letture scombinate, consigli di conoscitori e orecchianti, assaggi vari, perlustrazioni e, talvolta, colpi di fortuna.

Chi mi parlasse la prima volta di Camillo Donati non lo ricordo.

So che ad un certo punto volevo assaggiare del Lambrusco e della Malvasia autentiche, rifermentate in bottiglia, e fui indirizzato da lui.

Era già un nome importante – oserei dire storico – del movimento dei vini cosiddetti naturali, verso i quali nutrivo e nutro una certa simpatia: mi piace e mi interessa il concetto di lasciar parlare la natura e i suoi tempi, valorizzandone le caratteristiche; non gradisco, invece, estremismi e trascuratezze reclamizzate per pregi.

Donati appartiene in effetti all’ala purista, con rara maestria: confesso di aver trovato i suoi vini talvolta non completamente convincenti, secondo l’annata, ma costantemente di carattere e onesti. Nei casi migliori, però, dalle sue vigne trae esiti notevolissimi.

In realtà, per un motivo o per l’altro, non sono mai andato da lui sulle morbide colline tra Langhirano e Felino, nel Parmense: le sue bottiglie me le procurava anni addietro un amico, che passava spesso in zona.

Un peccato: resta una di quelle tappe inevase, tuttavia ineludibili.

Di quelle antiche bottiglie summenzionate mi rimaneva ormai solo questo Croatina. Confesso che era rimasta ultima perché mi interessava meno: della Croatina non ero per nulla pratico all’epoca, mentre negli anni, conoscendola, ho imparato ad amarla.

Ecco: questo Croatina, dedicato al vecchio cantiniere Ovidio, è forse il più buono e perfetto tra i vini di Donati che ho assaggiato finora, confermandomi l’idea che la Croatina sia il vitigno rosso italiano più sottostimato.

Versandolo, svela al primo sguardo, celata, una promessa sensuale: granato profondo, molto viscoso; e sul vetro gocciole prima rade, poi fitte e persistenti.

Stupisce per il profumo intensissimo e nitido di frutti di bosco maturi, al limite di una piacevole confettura. Poi, morbidi come le carni dei putti del Correggio, si svolgono rifrazioni e rimandi di spezie, caffè, cioccolato fondente, liquirizia, nocciola, carruba, caramello.

Il corpo è pieno, polposo; la tessitura avvolgente; il sorso amabile e gustosissimo; l’intensità vibrante; l’equilibrio mirabile e raro.

Il tannino abbondante, col tempo, si è risolto in un signorile velluto. L’acidità, pure notevolissima, complici corpo e zucchero si nasconde, danzando sul palato un ballo in maschera: una mazurka, delicatamente mossa da un residuo di anidride carbonica, che sfuma su un finale piacevolmente alcolico, di buona lunghezza.

Questo vino, oggi giustamente invecchiato, gravido di umori, mi parla di Parma, del suo spirito.

“Come, non un Lambrusco?”. È che il Lambrusco parmense è superbamente popolano, operaio e contatadino, magari borghese o finanche anarchico: ritrae bene gli aspetti più grintosi dell’anima parmigiana, che la sera magari andava al Teatro Regio solo per il gusto di fischiare il tenore.

C’è però anche la Parma dei palazzi dagli androni silenziosi, dei conventi solenni, delle ville che si perdono nella campagna oltre interminabili finali di aceri: la Parma dei signori e della nobiltà, delle dolci armonie architettoniche, delle sculture immortali dell’Antelami, dell’enigmatica bellezza dei volti del Parmigianino; quella che, certe sere sul finire dell’autunno, quando calano il buio e la nebbia, si infittisce per le strade del centro, illuminate appena dai lampioni gialli, e sembra avvolgere, accarezzare, chi passi infreddolito stringendosi nel suo tabarro; che, a vederlo di lontano, non sapresti se figura reale o fantasma amico.

Quella Parma nobile e ombrosa, dal palpito romantico, è perfettamente ritratta da questo vino: sensuale, appassionato, col suo slancio naturale che subito si vela di dolce malinconia.

Buono fresco, sulla mia tavola è stato bene sui tortellini in brodo. L’avrei accostato volentieri a costine di maiale, al forno; ma il suo matrimonio, io credo, l’oca arrosto.

I vini di Val di Buri


Certo, il progresso ha le sue ragioni.


Quando guardo, però, le pianure interne della Toscana settentrionale, mi domando se davvero fosse necessario tanto stravolgimento, se non si potesse negoziare un equilibrio con la natura ed il paesaggio storico.


La situazione è particolarmente dolorosa nel Pistoiese, laddove la piana si restringe, da Quarrata in direzione di Serravalle, o dov’è cinta stretta di colline, sul versante valdinievolino: lì cemento, elettrodotti, serre e abbandono agricolo aggrediscono scorci di paesaggio altrimenti incantati, che paiono presi tal quali dalle pitture dei Maestri del Rinascimento.


Non solo: le tradizioni agricole e sociali sembrano essersi disgregate in pochi decenni, disumanizzando il territorio e chi lo abita: le dinamiche negative del boom economico qui concentrate in un tempo dimezzato e assai più recente, apparendo pertanto ancora più assurde.


Che cosa c’entra questo col vino?


C’entra che, siccome il vino accompagna l’uomo da millenni, è un indicatore importante della società e delle sue evoluzioni, a saperlo leggere.


In larghe zone del Pistoiese non esistevano le grandi proprietà, il latifondo. L’origine di questa situazione è complessa e antica, risalendo in nuce all’epoca romana e all’assegnazione di particelle ai veterani dell’esercito. In tempi più recenti – dai primi del Novecento, circa – qui esistevano perlopiù piccoli proprietari e piccoli mezzadri, questi ruoli spesso confondendosi: chi coltivava il suo campetto spesso badava anche a quelli del padrone, pure non gran cosa. Mio nonno, che appunto aveva vissuto quella condizione, diceva che i poderi della zona erano degli “scansa-pigione”: buoni giusto per l’autoconsumo e per un poco di vendita diretta che aiutava a quadrare i conti del bilancio familiare.


Con le dovute eccezioni, anche il vino è stato così prodotto in zona per lunghissimo tempo in maniera artigianale e venduto in damigiana, tramite rapporti diretti, spesso fiduciari. Non c’è stata la molla dell’etichetta, dell’orgogliosa competizione, dell’esigenza imprenditoriale di individuare le migliori tecniche e i migliori vigneti, identificando nomeranze.


Questo, almeno, negli ultimi decenni, restando realtà imprenditoriali solo episodiche e troppo lontane nel tempo per aver lasciato memoria.


Quindi il vero potenziale enologico di queste colline non è mai stato indagato a fondo e, per l’invecchiamento dei vignaioli e della loro clientela, passata al consumo in bottiglia col cambio generazionale, anche la produzione ha subito un calo col conseguente abbandono di vigneti spesso bellissimi e ricchi di un’interessante varietà ampeleografica residuale: vigne museo accidentali, vecchie di decenni, tanto nel patrimonio botanico che negli impianti e tecniche di allevamento. Si aggiungano le pendenze spesso proibitive e i profili tortuosi: condizioni inadatte alla meccanizzazione.


Qui, finalmente, si inserisce il percorso di Val di Buri, una realtà nata quasi per il passatempo di una coppia già impegnata professionalmente nel mondo del vino, per avere un po’ di Trebbiano per sé e per gli amici: Marina Ciancaglini e Giacomo Lippi; non li conosco di persona, ma la loro avventura e la loro determinazione, così come mi sono state raccontate, mi hanno affascinato, perché vi rinvengo una spinta etica che si traduce in un cortocircuito rinfrescante.


Eccoli dunque ricercare con dedizione quelle vigne che i vecchi abbandonano per mancanza di forze e che figli e nipoti disertano per disinteresse. Eccoli ripulire e riparare i vecchi filari, spesso strappati al bosco, allevando con cura le varietà antiche, i trebbiano, i canaiolo e i tanti altri che affiancano il sangiovese.

Ne ricavano vini felicemente disadorni e schietti, tuttavia curati e nitidi: nascono dalla fatica, ma hanno la bellezza della semplicità. Richiamano lo stile dei vini toscani di qualche decennio addietro: se ne sentiva il bisogno, vieppiù sulla tavola.
Qui di seguito, amica o amico che mi leggi, veloci note d’assaggio delle loro tre etichette- le annate più recenti in commercio – assaggiate tra l’estate e l’autunno di quest’anno.

Eco della valle 2019, Val di Buri, 12 gradi.


Da uve rosse e bianche insieme, non è rosato, non è cerasuolo, ma un rosso all’antica maniera contadina di Toscana.
Semplice come un acquerello, ma profumato e screziato, dissetante (asprigno, dicevano i vecchi).


Giovane giovane, odora di viole, rose, mele rosse, visciole, fragoline, susine, chiodo di garofano, senape, pepe nero.
Appena tannico, snello, salino, lungo, da poterselo godere ben fresco anche in un afoso Ferragosto.


Matrimonio d’amore sul coniglio arrosto e stringhe in umido, classica pietanza delle campagne pistoiesi, ma buonissimo anche su olive cotte in padella (olive magre, da olio).
Il mio vino del cuore tra quelli di Val di Buri.

Bure Chiara, vino da tavola, L. bc19, 12,5 gradi.


Rosso da uve rosse: sangiovese ed altri autoctoni, più o meno noti.


La veste è rubino, assai trasparente, luminosa, con screziature granata. Lascia sul vetro gocciole fitte veloci, regolari, evanescenti.


Dopo un’iniziale riduzione, il profumo è molto intenso, puro, arioso, primariamente floreale: festoni di viole, violette, lavanda, punteggiati di rose rosse; cesti di fragoline di bosco, fragole, ciliegie appena mature, mandarini; poi cola, foglia d’ulivo, resina, terriccio; infine spunti eterei misti ad aliti di alloro, di mirto.


Medio il corpo ed il tannino, che è fine, perfettamente maturo. Succosissima stoffa, felice tensione innervata di salinità abbondante ed un’acidità notevolissima, d’altri tempi.
Dopo decenni di sperimentazioni sulle varietà bordolesi e le barrique, è questa forse la nuova frontiera della ricerca enologica Toscana: in sottrazione e in damigiana.


È dichiarato a tutto pasto: sulla nostra tavola ottimo accompagnamento per un arrosto di faraona e di gallo, ma ancor meglio sul castagnaccio. Chissà come starebbe insieme ai necci con la ricotta ed un tagliere di salumi.


Forabuja , L. fb19, Val di Buri, 12,5 gradi.

Trebbiano toscano, vinificato sulle bucce.
Veste limone carico tendente al dorato, con una lieve torbidità e deposito sul fondo della bottiglia. Sul vetro, ghirlanda di gocciole lente, irregolari, in ampie volute.

Ha profumo molto intenso e nitido: fiori gialli e più ancora frutta gialla. Sono pesche e albicocche, mature e disidratate, con striature di pompelmo, di limone d’Amalfi, ananas, buccia di melone e un sfondo nitido e caratteriale di olive, di olio appena franto, di resina. Infine, accennati, un’iride aldeidica e mieli d’acacia e castagno.


Corposo e disteso, vellutato e succoso, è sorprendentemente rilassato: una lieve tannicità (fine e matura) e l’evidente trama salina suppliscono un’acidità piuttosto attenuata, ma elegantemente distribuita su un sorso di buona lunghezza e persistenza, che termina pulito, in equilibrio, con un lieve sbuffo d’alcol.


Concepito forse più per valorizzare l’immediata maturità della materia che per cercare col tempo complessi equilibri nei registri ossidativi, traduce il Trebbiano Toscano in una piacevolezza avvolgente e dinamica: un abbraccio, una carezza, una coccola.


Un bianco da tutto pasto, che immagino eccellente su un gran fritto di terra toscano.

Chianti Classico 2008, Castello della Paneretta, 13,5 gradi.

Giovane era buonissimo, di proporzioni perfette. L’avevo riassaggiato un lustro fa: sempre buono, ma come in muta verso nuove simmetrie. Oggi è stupefacente: un fiato profondo e suggestivo, un’arcata soave tra primavera ed autunno, dai fiori alle zolle lavorate; ma il sorso è pura seta, evocazione di aria, acqua e fuoco, equilibri cristallini, slancio e delicata maestà. Nella mia piccola esperienza, oggi, quella bottiglia, uno dei migliori Chianti Classico mai assaggiati.

(Qui il mio post precedente su questo Chianti Classico: https://taccuindivino.wordpress.com/2015/04/12/chianti-classico-castello-della-paneretta-2008/)

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996, Tenuta Bibbiano,13 gradi, bottiglia 12901

A Castellina la luce sa essere tersa e cristallina come il suo nome, anche sotto la pioggia.

Pioveva la prima volta che arrivai a Bibbiano, un giorno indimenticabile, con l’auto che arrancava una sterrata lunghissima e fangosa, per il piacere dell’avventura e della scoperta. Con me, un amico carissimo.

Pioveva l’ultima volta che vi sono arrivato, un giorno altrettanto indimenticabile, per una strada più svelta, in compagnia di colei che di lì appresso sarebbe diventata mia moglie.

In mezzo, una decade esatta della mia esistenza e di scoperte nel mondo del vino.

Giunsi a Bibbiano muovendo i primi consapevoli passi in cerca del Sangiovese autentico, mio primo e sempre coltivato amore.

Divenne poi luogo del cuore con le ripetute visite, mai abbastanza frequenti stanti i casi della vita.

Ora, quando vado a Bibbiano, è primariamente per visitare Tommaso Marrocchesi Marzi, che considero un amico ed un imprenditore illuminato: amo conversare con lui e imparare.

Quell’ultima volta trascorremmo insieme un intero pomeriggio: ci mostrò le vigne, la cantina, gli uffici, ci presentò i suoi validi collaboratori. Parlammo del passato, del presente, del futuro: degli ultimi lavori effettuati per recuperare e riadattare al meglio gli spazi, della variante alla via di accesso, dei lavori di cantina, delle ambizioni future: progetti interessantissimi, quali lo studio dei terreni, del patrimonio di antichi cloni aziendali, dove la scienza moderna può valorizzare la natura.

“Adattare le proprie idee alla realtà, piuttosto che forzare la realtà alle proprie idee”: è una frase che mi disse allora Tommaso, illuminante perché credo riassuma bene anche la filosofia aziendale.

Mi confessò Tommaso che solo da un certo momento in poi aveva avuto chiaro che tipo di vini avrebbe voluto produrre. Ed ecco che le memorie del luogo e quelle familiari, le antiche fotografie e le medaglie, raccontate con amore quel giorno da Tommaso per noi, in tale prospettiva rivivevano e diventavano il sestante per l’avvenire. Anche la bellissima targa che si è voluta apporre sulla facciata dell’azienda a memoria di Giulio Gambelli, il leggendario Maestro Assaggiatore di 60 vendemmie a Bibbiano, suona ora come una dichiarazione di intenti.

Bibbiano non è un’azienda-vetrina, né un sepolcreto, ma una realtà viva che proietta la sua storia nel futuro, coltivando il genius loci e la naturale eleganza dei vini.

Ci condusse allora Tommaso nella parte più profonda e antica della struttura, dove sono conservate le annate storiche. Sapendoci prossimi alle nozze, ci regalò una bottiglia di Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996 ed una di Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1995, nate ancora sotto l’egida di suo padre Alfredo e di Giulio Gambelli, monumenti di storia chiantigiana: Sangiovese dalla vigna aziendale esposta a sud-ovest, verso l’assolata apertura che guarda a Monteriggioni, concepita fin dall’origine -credo negli Anni ’50- per la produzione della Riserva, di concezione classica.

Un gesto che mia moglie ed io non dimenticheremo mai.

Vini così speciali meritano, laddove possibile, momenti speciali e tavole all’altezza. Decisi di aprire, con emozione, la 1996 lo scorso luglio 2020, per l’ottantacinquesimo genetliaco di mio padre.

Era ancora incredibilmente rubino, trasparente e luminoso; si distingueva appena qualche accenno al granato. Sul vetro creava una sarabanda di gocciole molto lente, molto fitte, regolari, di solenne andamento.

Il suo profumo: integro, intenso, sfaccettato, arioso, puro; rifinito e severo insieme, come la trina di un capitello altomedievale. La freschezza cristallina del lampone e della ciliegia maturi sfumava nei fiori appassiti, rosa e viola; si screziava eterea dei balsami del rosmarino, dell’origano, dell’alloro, di un bosco di lecci, foglie e corteccia; la dolcezza domestica, malinconica, autunnale della farina di castagne diveniva controcanto alla liquerizia e alle nobili profondità minerali della pietra assolata, del ferro, della polvere da sparo, del goudron; infine, tenui note di spezie: aliti di brezza.

Di gran corpo, aveva la stoffa dei migliori vini del versante inferiore e meridionale di Castellina: rotonda, completa, equilibrata, ma leggiadra; con un tratto sottilmente femminile che spesso ritrovo nei vini di Bibbiano: era la delicatezza dell’attacco setoso, che si modulava nell’alata forza strutturale di un tannino sciolto e rotondo, ma ancora abbondante; dell’acidità notevole e tuttavia naturalmente distribuita lungo il palato; di una salinità puntuale, infiltrante, riverberante.

Profondissimo, chiudeva la sua lunghissima arcata su echi ematici, minerali, speziati: di pepe bianco e nero, di noce moscata e cenni – forse – di cannella.

Vino che racconta, da ascoltare: un suono liquido, profondo, ma deciso e screziato, disegnato con perfette proporzioni, sì da scordare analisi tecniche e sentire solo il racconto della musica. Ecco: nella mia memoria di ascoltatore appassionato, l’orchestra di Toscanini, la V Sinfonia di Beethoven, la pregnanza di quel motto in levare.

Furono istanti di raccoglimento trasognato, su arrosto di faraona e piccione.

I Lacryma Christi del Vesuvio di Cantine Matrone.

Sarò magari suggestionato dalla bellezza abbagliante dei luoghi – quell’insieme di cobalto marino, giada lussureggiante di vegetazione, ametista della terra, ocra delle monumentali rovine – mi pare tuttavia che dai Campi Flegrei al Vesuvio ci sia una concentrazione straordinaria di piccole cantine eccellenti e di deliziose perle enologiche.

Ciascuna con un carattere assai peculiare: la capacità dei vignaioli e, credo, le caratteristiche stesse delle varietà locali, valorizzano la notevole parcellizzazione di un territorio dal fascino naturale e storico unico.

Vini dei vulcani, tutti; ma, a grandi linee, aggiungerei che quelli dei Campi Flegrei, salatissimi e sciolti, declinano al mare; i Lacryma Christi, più acidi e strutturati, declinano alla montagna.

Il Lacryma Christi è un vino di antica tradizione (gli affreschi pompeiani mostrano il Vesuvio coperto di viti) e di notevoli citazioni letterarie: ne ricordo una poco nota, ma che è stata il mio primo memorabile incontro con la tipologia, nelle pagine che Pratolini dedica al personaggio de “la Signora”, in Cronache di poveri amanti.

Ha subito purtroppo un periodo d’oblio, durante il quale, almeno fuori zona, si trovavano solo esemplari commerciali di scarsa personalità ed interesse.

Da qualche anno la situazione è decisamente migliorata.

Cantine Matrone produce questi Lacryma Christi del Vesuvio, rosso e bianco, dallo spirito felicemente artigianale.

Mi paiono tra i conseguimenti più felici della tipologia.

Lacryma Christi del Vesuvio Rosso 2015, Cantine Matrone, 13,5 gradi.

Un taglio tradizionale di Piedorosso maggioritario, che dona scioltezza e profumi caratteristici, con una decima parte tra Aglianico, che garantisce nerbo e struttura, e Sciascinoso, che aggiunge note fruttate.

Tinta rubino, di media profondità, molto luminosa: bella. Lascia sul bicchiere gocciole regolari, fitte, lente.

Profumatissimo: immediato, tuttavia molto complesso, terroso e insieme puro. Di primo acchito, è come entrare in certe annose cantine, che portano sui muri il ricordo di tante vendemmie passate. Poi, ordinando le sensazioni, di distinguono l’uva sultanina o, meglio, arrostita; il gelso nero, la mora selvatica, l’amarena, la pesca, il chinotto; poi – qui sta il carattere – origano, timo, melanzana, pomodorino del piennolo essicato, cappero, acciuga, tantissimo pepe e le nette sensazioni minerali e affumicate, firma del vulcano.

Sorso agile, secco, continuo e compatto, ma accessibile, comunicativo, di slancio felice.

Ha tannino importante e pastoso; salinità impressionante; acidità appena sopra la media; ottima lunghezza: chiude con quel tannino pastoso a riempire la bocca e note piacevolmente dolci-amare, dal retrogusto balsamico ed ematico.

Un vino di alto artigianato, originalissimo, buonissimo anche fresco, pieno di gioia. Mi ricorda certi Cotes du Rhone settentrionale, certi St. Joseph, ma in una veste mediterranea.

Gustato con grande piacere su pollo ai peperoni e melanzane, con contorno di patate arrosto.

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2015, Cantine Matrone, 12,5 gradi.

Tinta giallo limone intenso. Forma lacrime accennate, fitte, veloci, evanescenti.

Il profumo è molto intenso e puro. Un’esplosione di agrumi: freschi, disidratati, caramellati; poi, fiori gialli, olio d’oliva, macchia mediterranea con la salsedine nell’aria: iodio. Vibranti: gli idrocarburi, i toni empireumatici, lo zolfo e la pietra.

Il corpo è medio. Il sorso molto salino, delicato e carezzevole; saldo, però, con un’acidità naturalmente integrata, di media intensità. Anche la concentrazione del gusto è mediana, ma trova notevole allungo e persistenti risonanze.

Un ottimo bianco da pesce, che ragiona di mare e d’altura.

Giovane, è buonissimo, ma una bottiglia vecchia di un lustro, in condizioni perfette come questa, dona piena felicità. Se lo stato non fosse ideale, ma discreto, se ne apprezzeranno comunque la florealità intensa, selvatica, mediterranea; la distinta vena agrumata; l’odore di vulcano: zolfo, pietra, idrocarburo.