Rosae 2009, Vino da tavola rosso. Giuseppe Rinaldi. 13 gradi.

Torno ad assaggiare questo vino dopo quasi un anno e mezzo. Forse è l’ultima bottiglia rimastami.

È il mio compleanno oggi: una festa molto misurata, perché ci sono altri e più importanti eventi familiari alle porte. Pici al ragù di manzo; con essi desideravo un vino amico. Guardando nella cantinetta domestica l’ho notato, mi è battuto il cuore nei ricordi, mi son detto che a 11 anni era inutile insistere a conservarlo oltre.

Il Rosae era il Ruché in purezza che Beppe Rinaldi faceva a Barolo e che credo tutt’oggi producano le sue figlie.

Potrei scrivere pagine su Rinaldi in aggiunta a quante se ne sono scritte, ma non è il caso. Negli anni che ho frequentato la sua cantina era per me l’incarnazione del vignaiolo artigiano e della tradizione enologica. L’ammiravo per il suo approccio idealista e disincantato, ironico e sornione, appassionato e saggio. Di più: nell’ambito dell’approccio formale tra un produttore e un piccolo cliente privato, gli volevo bene.

Tuttavia, preferisco quest’oggi concentrarmi sul vino più che sul produttore: mi pare una forma di rispettoso omaggio.

Questo Rosae di 11 anni ha tanto da dire. Rinaldi, che pure aveva il Rosae molto caro, lo considerava un vino da merenda -mi pare dicesse proprio così- da condividere con gli amici insieme al salame, al patè, a qualche formaggio. Implicitamente, non lo riteneva da invecchiamento.

Difatti, difficile che il Ruchè sia considerato tale anche in Monferrato, dov’è probabilmente nato e assai più diffuso: quel profumo primario di rosa, così marcato e diretto fino alla prepotenza, con tocchi di fragolina, su uno sfondo appena speziato; e la struttura morbida, seppur di sorso ampio, non incoraggiano lunghi affinamenti; anzi, ispira amore e odio, come mi diceva un pur bravissimo produttore di Ruchè di Ozzano Monferrato; che gli preferiva di gran lunga il nobile Grignolino.

Eppure questo Rosae 2009 lo trovo oggi buonissimo, ancor più che all’ultimo incontro.

Non ha nulla del vino ingessato dalla pratica enologica, nulla che suggerisca uno stato innaturale di ibernazione che l’abbia irrigidito in un cliché.

Lui, invece, appena tolto il tappo -perfetto- e versato, sembra gonfiare i polmoni e spirare soffi di perfetta armonia, come Eolo nella Nascita di Venere botticelliana, se mi si passa il paragone ardito.

Naturale già il suo moto nel bicchiere: senza sforzo, un po’ viscoso; con gocciole molto lente, irregolari, fitte, che trapuntano un bellissimo granato: trasparente, luminoso.

Ma è il profumo che va diritto al cuore: mi apre anni e stagioni di sentimenti e di ricordi.

La rosa c’è ancora, ma sfumata, integrata: parte di un tutto, di un paesaggio che scorre come dal finestrino di un treno a vapore o di una vecchia auto, cosicché avanzino non troppo veloci.

C’è la cantina di mio nonno, quando a novembre gorgogliava il tino, quando a settembre lavava le damigiane per la nuova annata. Ci sono le estati ed i campi riarsi al sole d’agosto, l’odore delle balle che seccano, il grano e il mais sulle stuoie prima che finisse nei contenitori per l’inverno. C’è il segreto del bosco, di un giardino incantato, dell’acqua che gorgoglia, ruscelli o fontanelle di pietra, non importa. C’è la chiacchiera al tramonto sull’argine del fiume, le galline che chiocciano al mattino, la civetta nella notte umida. C’è l’aria della terra di Langa sotto la neve, la mattina presto a Parafada, e poi al sole di mezzogiorno sul belvedere di Diano, mentre il vento spazza di fronte all’abbraccio delle Alpi.

C’è un palpito di vita, una storia raccontata in versi, a cuore aperto.

Poi, potremmo giocare ore coi descrittori di questo profumo sicuramente annoso, terziarizzato, ma ancora in divenire: oltre la rosa, amarena, fragolina di bosco, pepe verde e bianco, polvere di cacao amaro, arancia disidratata, funghi porcini, foglie secche, terra bagnata, noce, corteccia, liquirizia, gli accenti balsamici e di erbe verdi. Tutti fusi, sfumati, come in un quadro leonardesco, nel quale perdersi sognanti.

Potremmo dire che, col tempo, il territorio – le Langhe- abbiano avuto la meglio sul varietale dell’uva, che questo Ruchè baroleggi un po’; ma non basta a spiegarne la magia.

Inevitabile il sorso, una comunione più che un assaggio: centrato, pieno d’intenzione, lungo. La stoffa è setosa, la trama fitta, flessibilissima; il tannino delicato, maturo, disperso, ma di tenacia masticabile; l’acidità vivida, ma gentilmente distribuita sul palato; la salinità spiccatissima; l’insieme bilanciatissimo, rinfrescante, giustamente asciutto.

Un grande vino, da gustare oggi, più che con gli amici, intimamente, in muto colloquio; o, almeno, da tenergli un piccolo spazio lontano da clamore, per meglio ascoltarne la voce. Ecco che dopo tanti assaggi, eccitanti o deludenti, e tanti mesi di fatiche e di rincorse, ritrovo in questo vino antico, riservato, silenzioso, il senso profondo della mia passione e del mio scrivere.

Mentre batto i tasti mi cade l’occhio sul calice, preso a caso nella mia dispensa: riporta la scritta Vini Veri, associazione che Rinaldi contribuì a fondare.

Ci vedo un senso profondo; sempre che il caso, anch’esso, non volesse rendere omaggio a Beppe Rinaldi.

L’Albana di Elisa Mazzavillani: Forlì Bianco IGP 2017, Marta Valpiani, 12,5 gradi e Forlì Bianco IGP 2015, 13,5 gradi.

E poi c’è l’Albana.

Pensavo d’aver assaggiato un po’ di tutto qui e là, seppure a spizzichi e bocconi, del Nuovo e del Vecchio Mondo: pensavo di conoscere.

Tanti vini, tante uve, tanti stili, fino a comporre una mia personale e segreta classifica.

Poi arriva l’Albana – nasce a due passi o poco più: lì in Romagna – che scompagina tutto. Non l’Albana scialba di vinificazioni industriali, raccontata da supponenti testi anglosassoni; ma quella vera, vibrante, di una manciata di produttori artigiani; pochi ancora, magari, ma in continuo aumento.

Dalle loro mani si scopre che l’Albana è uno tra i grandi vini bianchi del mondo: non temo più d’affermarlo.

L’Albana è ampia, carnosa, sensuale, felliniana. È visionaria e trasognata.

Anche quando è ampia e grintosa – sa esserlo, eccome – ha un’accoglienza, una sinuosità femminili. Ha profondità abissale ed inarrestabile sveltezza beverina, quando ben fatta. Col rischio della diluizione o del barocco, all’opposto, se non se ne intende la misura.

All’azienda Marta Valpiani l’intendono benissimo, perché lì ci sono la testa e le mani della bravissima Elisa Mazzavillani.

Riporto qui le note d’assaggio della sua Albana 2017 e 2015, vergate in epoche diverse, rispettivamente l’8 ottobre e il 7 gennaio di quest’anno.

La 2017 è prova incantevole.

L’ho pure maltrattata, quest’Albana, lasciandola mesi a basse temperature, ma lei nulla: come l’apro è magia.

Rimuovo il tappo tecnico a vite (ottima scelta), eccola: è limone carico, forma gocciole fitte, è quasi viscosa; con un profumo intensissimo, nobile, di fiori gialli e agrumi; però, io sento in lei deviazioni intriganti, vegetali e fruttate, dolci e salate, persino piccanti: il sedano (per me un complimento), la mela cotogna, lo zenzero, ma soprattutto il grano, di spighe bionde al sole; Veronelli si portava al cuore i vini che sapevano di grano, ed io idealmente con lui.

È solo un attimo concesso alla commozione, perché il vino spinge sul palato, accelera e romba imperioso: molto ampio, ma vibrante d’acidità tellurica, salinissimo fino al midollo: riflette la profondità delle radici di una vigna trentennale che affondano e leggono i terreni di Castrocaro Terme. È lindo, lunghissimo, ritmato, sino a svanire su ritorni minerali, quasi ematici; lasciando una sensazione di ruvidezza tannica piacevolissima, che pulisce il palato e invita a schioccare la lingua.

Un’Albana sinfonica, questa: un fiume di note, che vergano pennellate ampie sulla tela.

Per noi stasera, buonissimo su polpette di baccalà e persino solo, per compagnia, stimolo, consolazione; ma l’avrei voluto, ché pere chiamarlo, su un ricchissimo e complesso piatto di spaghetti allo scoglio.

La 2015 è freschezza e precisione, malgrado l’annata generalmente calda.

Ha color limone carico, quasi tendente al dorato.

Il profumo, di media intensità, gioca su fiori gialli, zagara e ginestra, e frutta a polpa bianca e gialla, con un ricordo delicato, ma netto, di agrume, che da giallo (limone o cedro), vira all’arancio, al mandarino.

Emerge poi un tocco di fiore blu, quasi lavanda, quasi ricordo di crete azzurre – se ci si consente un volo immaginifico- infiltrato dalla terra fin nel bicchiere.

Con le ore si porge più morbido, accennando frutta tropicale e candita; e l’ossigenazione gli porta una nota di pepe bianco, ancor più evidente nel retrolfatto.

Il corpo è molto ampio: sembra riempire ogni angolo della bocca; ma il vino è reattivo, saporito con un’acidità notevole ed una lieve, piacevole tannicità.

Non si direbbe sulle prime, perché il gran corpo l’occulta, ma qui c’è netto il sale.

Si muove deciso verso un finale di dicerta lunghezza, modulato tra il conforto ravvivante del calore alcolico ed una sferzata fresca d’acidità.

Il tappo a vite è scelta eccellente, sebbene forse partecipe del l’iniziale ritrosia olfattiva di questo bianco strutturato, versatile e gastronomico, a suo agio dall’aperitivo, ai primi complessi, alle carni.

È morto Beppe Bigazzi.

Un piccolissimo blog personale che racconta vini dovrebbe limitarsi a quell’argomento.

Eppure qualche parola sulla scomparsa di Beppe Bigazzi sento di doverla dire, sebbene siano solo le impressioni di uno tra i tanti telespettatori e lettori che l’hanno seguito.

Erano gli Anni Novanta quando cominciammo a vedere in tivvù questo signore dai capelli bianchi, col volto caratteristicamente ossuto e solcato da rughe, vestito da gentiluomo di campagna, tutto velluto, tweed e camicie a quadri: sembrava portare addosso i colori della terra. Quella terra che lui descriveva, mirabilmente, tramite i suoi prodotti: verdure, frutti, legumi, bestiame, ricette, tradizioni, che pescava tanto dalle memorie di viaggi di lavoro, quanto da uno scrigno di ricordi d’infanzia, di una Toscana del Valdarno contemporanea a quella valdinievolina dove i miei nonni allevarono il mio babbo, ma forse più povera.

In quel piccolo schermo che già correva volgare tra una réclame ed un talk show, bucava lo schermo con una parlata lenta, chiara, sospensiva e assertiva, di inconfondibile calata toscana.

Pacato; ma sempre pronto ad accendersi in una battuta ruvida, tagliente, burbera, per difendere le produzioni tipiche, artigianali, per attaccare gli sciocchi che mistificano le tradizioni della tavola. Divertiva, affascinava: il pubblico l’amava e lo seguiva.

Fu per la mia generazione ciò che Veronelli e Soldati furono per le precedenti: la miccia di un interesse al mondo contadino controcorrente, offerta comodamente – e ironicamente – dal mezzo di comunicazione simbolo del mondo industriale: la televisione.

Fu lui a spiegarci che c’era differenza tra l’aglio di Vessalico e quello di Voghiera, fra il lardo di Arnad e quello di Colonnata; a spronarci a cercare il cece di Cicerale, la cipolla di Giarratana, l’agnello di Zeri. Se oggi buona parte dei consumatori hanno contezza della vacca chianina e del fagiolo zolfino e se la ristorazione li considera irrinunciabili, lo dobbiamo a lui. Lui ci ha insegnato che “si mangia al singolare”: non i fagioli, ma “il” fagiolo di Sorana; non un pane generico, ma “il” pane di Altamura, non carne suina, ma “di mora romagnola”. Lui ci ha insegnato che l’industria aveva portato una corruzione agricola, che i grani e i frutti antichi avevano un altro sapore ed un’altra sostenibilità. Lui riaccese le luci su territori agricoli come il Valdarno, dove qualche anno addietro bastava parlare con i produttori locali per capire quanto gli fossero riconoscenti per essersi tanto speso.

Lo fece prima della diffusione dei Mercati della Terra, quando Slow Food era in fasce. Lo fece senza connotazione politica, piuttosto con spirito anarcoide e la vocazione a bastian contrario.

Difatti si trovò in Rai a fronteggiare le lamentele degli sponsor dei suoi programmi, esponenti di spicco di quell’industria alimentare che così spesso sbertucciava.

Difatti ricordo alcune righe di apprezzamento sincero sul suo conto lasciate dall’anziano Veronelli, quello delle contestazioni non violente, dei centri sociali, di Critical Wine.

Bigazzi, figlio di contadini che, come amava ricordare, l’avevano fatto studiare col loro sacrificio, aveva avuto una carriera lunga e fruttuosa nel pubblico, come funzionario di organi di Stato, prima, poi come dirigente di aziende ai massimi livelli. Dalla Banca d’Italia all’Eni, senza privarsi di interessi e collaborazioni di alto profilo culturale, tra il giornalismo e l’editoria, principalmente orientate agli studi economici.

Ricordava come ad ogni nuovo incarico avesse insistito per firmare dimissioni con la data in bianco, chiedendo in cambio libertà di azione. Aveva incarnato così la figura di un funzionario servitore dello Stato con grandi competenze, ma scarso interesse personale; rarissima in Italia, purtroppo, quasi invenzione letteraria.

Eppure, pensionato, dall’industria era tornato alla terra, raccontandola, quasi seguendo un richiamo affettivo: difatti nei suoi discorsi sulle varie materie prime alimentari, affioravano sovente ricordi familiari e d’infanzia, che rivivevano sotto lenti di autentica e sincera commozione.

Il pubblico lo percepiva, come percepiva l’autenticità sostanziale delle sue sparate contro l’industria alimentare, contro l’ignoranza dei consumatori, contro le cattive abitudini a tavola figlie del “logorio della vita moderna”, in ultima analisi contro una malintesa modernità: Bigazzi la sua vita professionale l’aveva già conclusa con successo, nulla aveva da chiedere o da dimostrare, perciò le sue parole profumavano sempre di bucato.

È stato una figura controcorrente -un “maledetto toscano”, se si vuole – ma insieme paradigmatica, perché è rivissuta in lui la parabola intera dell’Italia contemporanea, come già profetizzata proprio da Veronelli: partito dalla terra, da un mondo contadino e per tanti versi arcaico, emancipato ed introdotto dallo studio nella società moderna, economico-industriale, ripiegò a un certo punto verso la terra stessa, come se essa recasse le verità ultime e il resto fosse inganno, riscoprendo nella tradizione una saggezza da preservare e coltivare.

Ha voluto che le sue ceneri siano disperse nel territorio di Terranuova Bracciolini, il paese che lo vide nascere: atto supremo ed ultimo di amore per la terra, definitiva ricongiunzione.

Franciacorta Dosaggio Zero, Andrea Arici – Colline della Stella, sboccatura 15/2/2010, 12,5 gradi.

A quasi 10 anni dalla sboccatura, è color limone carico, con finissimo perlage, continuo ed instancabile.

Profumo assai intenso, con lievito e frutta secca in evidenza. Al di sotto, sfumati, miele millefiori, agrumi canditi, zenzero, zafferano, fungo porcino fresco e madido.

Bocca dritta, precisa, danzante, succosa, con ritorni di cioccolato bianco. Finale pulito, a sua volta succoso, e salino. Nel retrogusto, un cenno balsamico, tra salvia e burro fuso.

Uno spumante di Franciacorta equilibrato e virile, ampio e slanciato, per nulla esornatiovo, di estrema, testarda aderenza territoriale: nobilissimo perciò.

Oggi, per noi, eccellente su polpette squisite di lesso di gallina allevata libera nel Mirandolese e vitello. Avessimo qui anche i casoncelli, sai tu che meraviglia.

Salento Primitivo Vigne Vecchie 2005, Duca Carlo Guarini, 13,5 gradi.

“I vini vecchi si assomigliano tutti”: tante volte ho sentito questa frase, quante non mi ha persuaso.

Qui una clamorosa smentita: un Primitivo salentino di 13 anni.

Ho poca dimestichezza coi vini pugliesi e non ho esperienza di altri Primitivo lungamente invecchiati.

Questa bottiglia fu il frutto di uno scambio col mio amico Roberto, compagno di viaggi per cantine. L’estate del 2008 lui aveva girato il sud, io il centro-nord; ci trovammo a San Gimignano coi bagagliai delle auto pieni di vini e si fece a metà.

Finì in cantina e lì rimase, perché era legata a un bel ricordo e mi spiaceva aprirlo senza un’occasione. Quasi la dimenticai. Ho poi imparato che l’occasione giusta è quando mi va e perciò mi son deciso.

Ecco: non si potrebbe sicuramente confonderlo né con un Nebbiolo, né con un Sangiovese invecchiato. Nemmeno con un Bordeaux. Tutt’altro spirito qui, tutt’altra tempra. Chi sostiene che i vini invecchiando si somigliano, forse vini vecchi non ne ha assaggiati abbastanza.

Questo è diverso da ogni altro vino rosso invecchiato che io abbia assaggiato.

Granato scuro e profondo, ma ancóra trasparente, lascia sul calice gocciole lunghe, di lentezza e persistenza estenuate, regolari e fitte.

Profumo è molto intenso, in evoluzione spinta, cangiante tra mora di rovo, oliva e carciofi alla brace, cappero, brace d’olivo, noce, prugna secca, caramello, cacao, sedano, ferro, caffè, pomodoro secco, origano, cardi, cime di rapa, pasta di acciughe; profumi per me nobilissimi, perché mediterranei, illuminati e addolciti da fiori di campo, pesca, noce moscata, cannella.

L’assaggio richiede un certo tempo di assestamento dopo l’apertura.

È secco, con notevolissima componete glicerica ad ammorbidirlo, quasi ingannatrice.

Il tannino è molto fine, ma assai presente (quale differenza rispetto a tanti Primitivo levigati e morbidi in commercio); spiccatissima l’acidità, percussiva e insistente; il corpo ampio ma dinamico, che attacca conciliante, frusta, si spenge su una lunga folata di gusto e di alcol, come scirocco d’estate al mare.

Non è un vino per tutti i palati e può riuscire anche sconcertante; per me, però, è buonissimo. L’ho gustato con piacere su lasagne al forno e su un’arista; l’immagino delizioso su umidi importanti, ad esempio di castrato.

Barbera d’Asti DOCG 2014, Cantina Mosparone, 13,5.

vini leggeri, succosi e coinvolgenti, la cui dinamica gustativa stimola il sorso successivo e rende la beva particolarmente agile e gratificante”; questi intendeva proporre pubblicazione di qualche anno addietro, ad opera del l’autorevole trio Castagno, Gravina, Rizzari.

Con molta e vera modestia, credo che questo meraviglio Barbera d’Asti 2014 sarebbe degnissimo protagonista di quel libro. Questo Barbera, affinata in acciaio e vetro dopo una breve macerazione, mi pare una sorta di noumeno: la concretizzazione di quanto di bello ed ideale quell’uva ha da offrire.

Un colore rubino fitto ma trasparente, di lucentezza smagliante, con una trina di gocciole fitte e persistenti a corona.

Un profumo intensissimo, giovanile con appena qualche cenno sensuale di sviluppo. Un tripudio di frutta rossa, la classica fragola-ciliegia, freschissima, nitida, centrata, sfuma tuttavia nelle ampiezze prospettiche di un paesaggio autunnale, che sa di nebbie, di zolla rivoltata, di foglie ingiallite, di corteccia d’albero, di muschio, di sangue, di spezie: la noce moscata, la curcuma, il pepe bianco e quello nero. Forse, nascosto tra i riverberi di luce, un fondo segreto di erbe officinali.

Un sorso agile, gustoso, estremamente vibrante -la quarta corda di un violino colpita da un arco appassionato- irradiante, ritmato; dal tannino delicatissimo, fine;dall’acidità vivida senza eccessi; dalla salinità imperiosa; dall’alcol misurato ma che piacevole scalda; dalla persistenza importante, ma alata.

Ecco: il colpo d’ali fa la differenza. Come quando si ascolta un brano risaputo sotto le mani di due pianisti: le note sono le stesse, entrambi non ne perdono una, magari nemmeno una sbavatura per entrambi; il tempo scelto è lo stesso, pure le dinamiche coincidono; eppure una delle due esecuzioni è cosa viva, palpitante, la musica sembra svolgersi di fronte a noi per la prima volta, raccontando una storia: quello il genio. Il resto, è solo corretta ripetizione di eventi noti.

Così, anche se nella vita di Barbere se ne son bevute altre cento, con questa sembra di assaggiarla per la prima volta.

Non conoscevo affatto Cantina Mosparone fino al novembre del 2018, nemmeno per sentito dire. Mi accostai ai loro vini casualmente al Mercato FIVI lo scorso anno, restando letteralmente di sasso: trovai tutte le loro etichette eccellenti e rispondenti alla definizione sopra citata. Solo casualmente mi trovo ad aprire e raccontare questa prima delle altre che acquistai allora.

Cantina Mosparone si trova in quella parte del Monferrato Astigiano che confina col torinese, tra i comuni di Castelnuovo Don Bosco e Pino d’Asti. Zone che ricordo verdi, deliziose e boschive.

Fondata nel 2008, è evidentemente impostata con criteri moderni, lavorando con attenzione uve da terreni di marne grigio-azzurre posti a circa 400 metri di altezza.

Quell’insieme di territorio vocato e di modernità tecnologica origina vini di straordinaria pulizia olfattiva ed equilibrio.

Per noi oggi, sulla tavola, questo Barbera è stato eccellente con tortellini in brodo e un indimenticabile biancostato bollito di chianina, acquistato presso la benemerita Macelleria Ricci di Trequanda, Siena.

Chianti Classico 2014, Monteraponi , 13 gradi.

Mi disse una volta un amico vignaiolo: “L’annata calda e secca non è mai un grosso problema e si può gestire, perché si hanno uve sane e mature. L’annata fredda e piovosa crea guai”.

Il 2014, appunto, fu un’annata di quelle che creano guai, nei ricordi dei vignaioli coi quali ho dialogato in tante zone del Centro e del Nord Italia; del Sud non saprei dire, né escludo zone privilegiate dal meteo, a macchia di leopardo.

Quell’anno però nacquero anche parecchi buoni vini rossi, che compensavano con profumi affascinanti strutture più snelle del solito; trovando anzi, in certi casi fortunati, l’equilibrio e lo slancio talvolta sfuggente a vini vigorosi o di ampie forme.

Dietro a queste riuscite, immancabilmente, tanto duro lavoro, selezioni drastiche dei grappoli in vigna e scelte accorte in cantina, fino alla rinuncia di produrre le selezioni più ambiziose.

Magari, ad aiutare, vigne con esposizioni assolate e calde, con quote non troppo elevate.

Si immagina perciò la difficoltà del 2014 a Radda in Chianti, così interna ed elevata che un tempo, quando le stagioni erano mediamente più fresche e la viticoltura più primitiva, il sangiovese spesso stentava a maturare: lì i vigneti sono tra i boschi fitti, alti sopra i 500 metri, con monti e colline strette d’intorno.

Eppure a qualcuno riuscì il miracolo: merito del terroir, che è suolo, clima e tradizione vinicola, ossia mano umana.

Monteraponi è azienda e cru, essendosi costruita negli anni reputazione solidissima. Questo Chianti Classico 2014, il meno ambizioso fra i loro, tratteggia un disegno dove stile, naturalezza, preziosità, forza e grazia si fondono in composta eleganza.

È rubino assai trasparente, con gocciole abbondanti e lente.

Di profumo assai intenso, sfaccettato, ove trionfa vivaddio l’uva nella sua identità primigenia, impreziosita di dettagli e sfumature minute come l’intarsio prezioso di un orefice o di un ebanista: un bouquet floreale dominato dalla viola; un pacato trionfo di ciliegia, amarena, lampone, contrappuntate triplicemente da droghe e spezie.

Poi agrumi, spunti vegetali e minerali. Allora, prismaticamente, rilucono arancia e chinotto; pepe nero e bianco insieme alla noce moscata, al chiodo di garofano, al caffè, al cacao amaro; alloro, rosmarino, cenni di oliva al forno e di legna bruciata che si fondono al ferro, il sottotraccia che così spesso ritrovo nei Rossi di Radda.

Questo preziosissimo fugato di profumi è sfumato da una distanza che lo rende struggente, con crescendo che portano più vivida ora l’una, ora l’altra voce: il caffè può dominare un istante, per poi cedere la scena alla viola.

Il corpo è medio, agile, ma di una maestà composta e di classica proporzione. Un concentrazione di gusto notevole, compatta, incisiva, centrata su assai più di quello che suggerirebbe l’annata, e l’innerva in maglia salda una filigrana salina unita a un’acidità misurata e ad un tannino rifinito, delicato, ma presente.

Il finale è pulitissimo, equilibrato, fresco e salino, con un retrogusto coerente di bella lunghezza: ancora prevale il gusto d’uva.

Questo Chianti Classico ha l’eleganza affascinante di una dama in lungo ed è flessibilissimo sulla tavola: sta bene tanto sulle paste che sulle carni, persino, per prova provata, sul difficilissimo mallegato toscano.