Benvenuto Brunello 2020: e vita sia.

Quel che gli racconterò.

Il 7 febbraio 2020 è nato mio figlio Iacopo. Il mio primo figlio. Voluto, desiderato.

Sarebbe dovuto nascere il 17. Mentre era in pancia della madre, già quest’estate gli dicevo: “Dai Iacopo, anticipa un po’, così andiamo a Benvenuto Brunello”. Per meglio convincerlo l’abbiamo portato lì due volte durante la gravidanza a respirare l’aria di Montalcino, a goderne il sole estivo, a sentirne l’abbraccio caldo, amichevole, familiare.

E lui mi ha ascoltato, presentandosi 10 giorni prima all’appuntamento. Quindi ci siamo messi in viaggio con questo bimbo di due settimane, che ha sconvolto ritmi, programmi, abitudini.

È andata bene così: volevo essere alla manifestazione, vedere gli amici, godermi un poco quella terra bellissima, magica nell’austerità silenziosa dell’inverno; volevo portarci Iacopo, perché la vedesse e stampasse in quei suoi occhi tondi ed ignari, sentisse quei profumi e ascoltasse quella calata, appena un po’ diversa, ma solo un poco, da quella dei suoi avi: di mio padre, del quale eredita il nome, dei miei nonni, e di altri due Iacopo a noi cogniti che lo hanno preceduto, sempre col salto di una generazione, rinnovando quasi casualmente un’usanza forse ancora più antica, chissà.

È stato il suo primo viaggio e non poteva essere altrimenti: destinazione Toscana.

Perciò, se ci siamo persi la tradizionale cena al Giglio, l’altrettanto abituale fine serata mondano alle Logge, se ho assaggiato meno vini e con meno metodo per passare più tempo con la mia famiglia, ho goduto in cambio una dimensione umana straordinariamente affettuosa: emozioni che porterò per sempre con me e che magari un giorno racconterò a Iacopo.

Gli dirò di una cena meravigliosa a casa dell’amico Stefano, con una carbonara indimenticabile e 4 bottiglie di vino godute fino alla goccia; dell’abbraccio con Monica, babbo Enzo e Rachele; dei baci che gli ha mandato Raffaella; dei complimenti di Gianluca; degli auguri di Jessica, che compie gli anni il suo medesimo giorno; dell’aperitivo da Luciano al crepuscolo, la prima visita in cantina della sua vita; della cena da Alessia con i tordi, alla quale abbiamo dovuto rinunciare per le sue bizze; del regalo di Giorgia, Lusi e Luciano; dell’affetto che lui, inconsapevole, e noi, sorpresi, ci siamo trovati attorno.

E gli racconterò tante altre cose di quei 3 giorni. Magari qualcosa anche sui Rosso e sui Brunello assaggiati dal suo babbo nei chiostri del museo mentre la mamma lo portava nell’ovetto tra le vigne.

Una storia, tante annate.

Gli racconterò la storia di quel giorno, di come mi alzai presto lasciandolo a dormire nel lettone con la mamma, sotto quei travi che l’affascinavano tanto, uscendo nel silenzio freddo dell’alba, per risalire dalla Crocina verso il Greppo e più su a Montalcino; della passeggiata per le vie ancóra sonnolente, con le serrande mezze abbassate, e le scope di saggina che si affaccendavano pigre rassettando i segni del divertimento notturno, mentre nell’aria si spandeva l’aroma di caffè. “A quell’ora, figlio mio, Montalcino era intima come un piccolo salotto, sul quale si affacciava l’uscio di ogni casa”.

Gli dirò di come prima degli assaggi ci furono abbracci e saluti e di come mostrai le sue foto, con quell’orgoglio un po’ stralunato e fuori luogo che hanno tutti i padri.

Finalmente gli parlerò di quell’annata 2015, tanto attesa e già decantata mentre il vino era nei tini.

– F: ” L’annata 2015, me la ricordo: l’estate era stata piuttosto calda, e asciutta senza eccessi. Qualche pioggia al momento giusto aveva evitato troppa sofferenza per le piante. Non erano stati necessari molti trattamenti per avere uve sane. Però il calore continuò fino all’epoca di vendemmia e c’era stata tanta luce: non era facile governare la pianta, mi dicevano, guidare e contenere la produzione di alcol. I vini nelle botti erano potenti, con i tannini scalpitanti.”.

– I: “E, babbo, com’erano i vini una volta in bottiglia?”.

– F: “A Benvenuto Brunello 2020? Generalmente armoniosi o, meglio: tutti più o meno con un bel corpo che li rendeva già molto piacevoli ed ampi. Perché, a ben vedere, in qualcuno il tannino era sovrabbondante rispetto all’acidità: non ne ricordo di particolarmente spiccate, ma per fortuna sopperiva spesso la salinità (una caratteristica troppo trascurata quando si assaggia). Generalizzando parecchio, più pronti e accomodanti quelli del versante sud, più indietro e tesi quelli del versante nord, con una riserva di freschezza per quelli delle quote più alte. Tutti vini comunque più di bocca che di naso all’epoca della presentazione, a differenza della 2014 e, in parte, della 2013: c’erano anche bei profumi, ma dovevano ancora farsi le sottigliezze; insomma, vini di una certa potenza, piacevoli, ma ancora un po’ squadrati.”

– I: “Da lungo invecchiamento?”.

– F: “Non so, quello lo scopriamo ora aprendo le bottiglie. Non mi aspetto di trovarle tutte in grandi condizioni, per via di quelle acidità non spiccate; però il Sangiovese di Montalcino spesso sorprende, vedi l’annata 2003: tanto criticata, perché caldissima in estate, con tanti vini che appena imbottigliati sembravano maturi e evoluti, aperti poi dopo 15, 20 anni erano freschi e buonissimi.”.

– I: “ I Rosso di Montalcino come ti sembrarono? Li apri sempre volentieri.”.

– F: ” Sì, sono un sorso confortevole…Dunque, c’erano i 2018 ed alcuni 2017. Sai, è sempre difficile giudicare l’annata partendo dai Rosso, perché ognuno segue la sua filosofia produttiva, più che per i Brunello. Direi che i 2017 avevano un bel frutto maturo, però l’annata secca lasciava scodate d’alcol sul finale di alcuni vini. A conti fatti avevano anche loro una certa squadratura, in quel momento. Qualcuno diceva che le migliori basi le avessero lasciate per i Brunello… A me erano piaciuti di più i 2018, perché mi sembravano più slanciati, in linea con una certa immagine che ho del Rosso”.

– I: “I Riserva?”.

– F: “Ce n’erano poche, nel 2014 si erano azzardati in pochi a imbottigliarla. Comunque Brunello di Montalcino Riserva 2014 alla manifestazione non ne assaggiai. Però c’era un Riserva 2013 che era un campione.”.

– I: “Ti ricordi quale?”.

– F: “Certamente. E comunque ho ancora tutti gli appunti…aspetta…dunque…eccoli qui.”.

F: “Considera che furono tutti assaggi in piedi, ai banchetti, in modo rilassato tra una chiacchiera e l’altra.”.

– I: “Va bene, giusto per farmi un’idea.“.

– F: “Poi, assaggiai dopo una cena piuttosto impegnativa…ma tu non prendere esempio.“.

– I: “Babbo!“.

I vini assaggiati a Benvenuto Brunello 2020, in data 22 febbraio, sabato.

Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2018: freschi profumi; sorso guizzante, lieve, salino. Un’idea di Rosso di Montalcino personale, coerente, quintessenziale.

Brunello di Montalcino 2015: vino di misurata potenza; sorso dolce di frutta, armonico, con materia tannica matura e tenacissima. Produzione importante: 149.000 bottiglie.

Brunello di Montalcino “Vigna del Fiore” 2015: notevole struttura in divenire, già fascinosa; al sorso nobile arancia matura. Termine di confronto rispetto al precedente: 6.600 bottiglie.

Tre declinazioni diverse e belle del Sangiovese di Montalcino, personalità distinte che non rinunciano alla classicità. Malgrado le tirature importanti si mantiene una trasparenza artigianale, anche nella lettura delle annate.

Baricci

Rosso di Montalcino 2018: vino molto fresco, profumato di fiori di campo; sorso succoso, slanciato, di estrema continuità e fusione.

Brunello di Montalcino 2015: gran stoffa: integro, continuo, armonico, persistente; dissetante per l’acidità piacevolissima.

Due vini di classe, che riflettono le qualità della fresca collina di Montosoli ed il lavoro tenace dell’azienda.

Canalicchio di sopra

Rosso di Montalcino 2018: saporito, profumato: fiori e ciliegie; sorso dinamico, dialettico, di vivace freschezza.

Brunello di Montalcino 2015: vino di corpo, stoffa, energia, ha un profilo nordico: le erbe sposano la frutta rossa nel profumo e nel sorso continuo.

Brunello di Montalcino “La Casaccia” 2015: profilo simile al precedente, ma più profondo; si aggiungono fiori e ferro.

Vini di profilo caratteristico: diritti, di grande struttura e piglio, non intransigenti però: eleganti.

Col d’Orcia

Brunello di Montalcino Riserva “Poggio al Vento” 2013: monumentale, vibrante, old style, pieno di grazia. Profumi variopinti, di complessa articolazione; sorso di profondità abissale, armonico, fitto, setoso.

L’ultimo assaggio della giornata comporta comporta la rinuncia agli altri vini della firma, ma è un gran finale: vino memorabile. Anno dopo anno, un caposaldo della denominazione.

Fuligni

Brunello di Montalcino 2015: bellissimo colore aranciato-rubino, trasparente e luminoso. Vino puro, molto arioso al profumo e all’assaggio. Sembra di respirare l’aria delle campagne di Montalcino, tra terra, fieno, boschi, frutta rossa e fiori. Ampio e glicerico al sorso, cela con sensualità femminea tannini ed aciditá virili.

Questo Brunello condensa in sé apertura e struttura: il meglio dell’annata in forme tradizionali.

Gianni Brunelli – Le Chiuse di sotto

Rosso di Montalcino 2018: stoffa tenace e flessibile, profumi di raro fascino, ematici e speziati.

Brunello di Montalcino 2015: vino armonico, avvolgente, lungo, col sorso sulla vena salina.

Vini di naturale rifinitura quelli de Le Chiuse di sotto. L’annata 2015 sembra comprimere, in questa fase, i profumi, solitamente tra i più appaganti della denominazione.

Il Marroneto

Rosso di Montalcino 2017 “Ignaccio”: vino bello e luminoso; colore trasparente, affascinante, antico; profumo molto spiccato di fiori e ciliegie; sorso energico e delicato, appena caldo nel finale.

Brunello di Montalcino 2015: vino di corpo e gran stoffa; bellissimo colore tenue; profumo di rosolio, di liquore di ciliegie; sorso intenso e potente, dal finale lungo e evocativo.

Vini aristocratici e di carattere, tradizionali, di espressività rara e peculiare: il Brunello, in specie, possiede l’aura di certi fondo oro trecenteschi. Un rammarico: la celebre selezione “Madonna delle Grazie” non era disponibile al banchetto al momento dell’assaggio.

Il pino – Fattoria del pino

Rosso di Montalcino 2017: vino di matura dolcezza fruttata al naso e al sorso, dove è evidente il contrasto salino e recupera freschezza nonostante un lieve sbuffo alcolico finale.

Brunello di Montalcino 2015: carezzevole, elegante, molto lungo, di matura dolcezza fruttata, con un tannino importante.

I vini di Jessica Pellegrini, dai colori e trasparenze bellissimi, sono musicali: possiedono ritmo e una comunicativa naturale.

Lisini

Rosso di Montalcino 2018: vino di corpo e trasparenze, l’amarena spicca al profumo ed al gusto. Molto tannico, forse anche “di botte”.

Brunello di Montalcino 2015: vino di corpo e stoffa; dolce e avvolgente, delicato e gentile, tuttavia molto lungo.

Lisini propone due vini di impianto classico: notevole il Brunello, il Rosso mi sembra soffrire un po’ la confezione, almeno in questa fase.

Mastrojanni

Brunello di Montalcino 2015: vino completissimo, profondo, di corpo, ma con stoffa gentile; profumato di terra e di arancia, che ripete al sorso: lungo, strutturato, avvolgente, saldo per tannini e acidità.

Brunello di Montalcino “Vigna Loreto” 2015: vino simile al precedente, ma più profondo e lungo; indietro nella sua definizione.

Mastroianni presenta un’accoppiata di invidiabile caratura, esempi di struttura ed eleganza perfettamente fuse.

Padelletti

Rosso di Montalcino 2017: vino di colore bellissimo e bellissima proporzione; eloquio naturale, sorso setoso, caldo-fresco, riccamente glicerico, così da avvolgere perfettamente un tannino molto importante. Perfettamente equilibrato.

Brunello di Montalcino 2015: vino di superiore eleganza, potente, sinuosamente femminile; profumo pulito, molto naturale, vi spiccano ciliegie mature, spezie, arancia nel retrogusto – e, vivaddio, l’uva; sorso glicerico, di eccelsa qualità tannica.

I vini di Padelletti sono stati la sorpresa tra i miei assaggi. Li ricordavo di stile antico, ma nervosi, talvolta ossuti; li ritrovo fedeli alla tradizione, ma con un’armonia nuova e seducente. Lasciano il segno.

Pietroso

Rosso di Montalcino 2018: vino di nordica eleganza, boschivo e ferroso. Sorso attualmente un po’ accidentato, con finale alcolico, ma affascina.

Brunello di Montalcino 2015: vino di pieno corpo e sentimento boschivo; armonioso, sia nei profumi, sviluppati in primari e terziari, che nel sorso: potente, sciolto, lungo.

Il carattere peculiare degli ottimi vini di Pietroso, marcato dalle vigne alte, emerge nitido anche in queste annate prive di somiglianze.

Podere Le Ripi

Rosso di Montalcino “Sogni e follia” 2016: vino di notevole caratura e buon gusto, sfumato e continuo.

Brunello di Montalcino “Amore e Magia” 2015: vino di gran stoffa, pieno, sfumato e fresco, con tannini ampi, di eccezionale qualità.

Continua la rotta intrapresa negli ultimi anni: vini eccellenti, di naturale eloquio e trasparente appartenenza ai quadranti meridionali della Denominazione.

In assaggio anche un bianco di trebbiano e malvasia toscana coltivate sul versante ovest di Montalcino, macerate sulle bucce per otto mesi: un vino sapido e vitale, profumato clorofilla, fiori, bianchi, camomilla.

Poggio di Sotto

Rosso di Montalcino 2017: semplicemente buonissimo: lieve, armonioso, ricco di struttura, ha grazia e spirito d’altri tempi.

Brunello di Montalcino 2015: vino di grandissima stoffa e struttura; con lievità dissimula il tannino importantissimo, la prestanza acida. Buono ora, ha lunga prospettiva.

Conseguimenti ispiratissimi, di carattere; prossimi – il Rosso particolarmente- alla poetica di celebrate vecchie annate aziendali, più che alla recente, geometrica perfezione.

Tenuta San Giorgio

Rosso di Montacino “Ciampoleto ” 2018: vino di tecnica perfezione. Profuma di confetto e caffè in polvere, ha sorso avvolgente e lineare.

Brunello di Montalcino: vino di corpo, stoffa armoniosa ed avvolgente, profumo e gusto ricordano il confetto.

Stessa proprietà di Poggio di Sotto, vigne confinanti, vini diversi: più lineari, più rassicuranti.

Poggio Lucina

Rosso di Montalcino 2017: vino di carattere ardente, dal tannino potente.

Brunello di Montalcino 2015: vino potente, molto tannico, con sorso e profumi in assestamento, ha materia intransigente, da domare.

Azienda del versante settentrionale della Denominazione, cerca caparbiamente la sua strada: vini caratteriali, ma c’è materia e progresso nello stile, specie col Rosso.

Ridolfi

Rosso di Montalcino 2018: vino di grande eleganza e stile antico. Quintessenziale: freschissimo, floreale, ha sorso salato e continuo.

Brunello di Montalcino 2015: vino di bella stoffa, per struttura e continuità tattile. È tuttavia assai marcato dal legno al momento dell’assaggio: peccato.

Il Rosso conferma le recenti ottime prove di questa Azienda del quadrante settentrionale della Denominazioni. Il Brunello risente forse della gioventù del parco botti, in questa fase almeno.

Salvioni – La Cerbaiola

Rosso di Montalcino 2018: vino giovanissimo, di stoffa ed energia superiori: una scarica elettrica. Freschissimo: profuma di melograni e fragoline, di arance e mandarini. Acidità e tannini di gran caratura.

Brunello di Montalcino 2015: vino di stoffa eccezionale, completo: è integro, fresco, profondo, potente, continuo, saldissimo, lungo.

La famiglia Salvioni presenta un’accoppiata di Sangiovese indimenticabile.

San Giacomo

Rosso di Montalcino 2017: vino di immediata piacevolezza, sul frutto e polposo. Valida aciditá, tannino grintoso.

Brunello di Montalcino 2015: vino dal bellissimo respiro, etereo e old style. Profuma di arancia, iodio e cipria. Ha tannini ben integrati.

Consapevolezza crescente e conseguimenti validissimi : ben gestita la 2017 nel Rosso, la 2015 propizia un Brunello molto buono.

Sanlorenzo

Rosso di Montalcino 2017: vino giovanilmente rubino, di grande eleganza e profondità, con tannino abbondante, di qualità, ed un finale sfumato, armonioso.

Brunello di Montalcino 2015: vino di stoffa eroica: la tinta vira all’arancio, gli aromi hanno grande profondità, il sorso è polposo, avvolgente, piacevole. Futuribile su tannino e sale, più che su aciditá.

I vini di Sanlorenzo leggono le annate con trasparenza: grande eleganza e spessore sono il costante filo rosso.

Tenuta Le Potazzine

Rosso di Montalcino 2018: ancora nervoso al momento dell’assaggio, si può intuire speranzosi la trama leggiadra.

Brunello di Montalcino 2015: vino in definizione, si intuisce la trama sussurrata, il profumo floreale, il sorso centrato, l’ossatura giustamente tannica.

Limite mio forse, ma spesso fatico a leggere i vini de Le Potazzine a Benvenuto Brunello, salvo restare ammaliato dal loro inconfondibile lirismo dopo poche settimane. Difficoltà confermata quest’anno, specie col Rosso.

Terre nere

Rosso di Montalcino 2018: vino di polpa, dal corpo pieno e molto armonioso, integro e potente, tutto frutta e sale.

Brunello di Montalcino 2015: di un bel rubino aranciato, è vino di gran stoffa: velluto e seta; è lungo, armonioso.

I vini della famiglia Vallone si confermano tra i più affidabili. Soprattutto, sono accoglienti, setosi, ben leggendo l’area meridionale della Denominazione.

Tiezzi

Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2018: mantato rubino-porpora, è vino giovanissimo, pienamente sul frutto, di struttura equilibrata.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2015: vino di gran stoffa e struttura. Pieno, potente, energico, persistente, molto tannico, sa di frutta matura.

Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2015: vino di stoffa e struttura eccezionali. Il sorso inizialmente lieve dispiegasi alato in setosa, decisa potenza; lunghissimo, di ampia qualità tannica.

Vini buonissimi, territoriali, trasparenti, di carattere, traggono il meglio dalle due annate. Il riassaggio del Brunello di Montalcino Poggio Cerrino 2014, dal profumo ombroso e affascinante, ricorda quanto l’annata sia ingiustamente trascurata.

Ventolaio

Rosso di Montalcino 2018: respiro bellissimo, arioso e pulito, con la particolare speziatura del Ventolaio, qui quasi piccante, tra curcuma e pepe verde. Ha sorso essenziale, continuo, senza scalino.

Brunello di Montalcino “Colle del Fante” 2015: vino di immediata piacevolezza, ha bel fiato, terroso e affumicato, e sorso dolce, fruttato, con ritorni agrumati. Da vigne giovani.

Brunello di Montalcino 2015: vino di stoffa, le eleganti trasparenze ne svelano il carattere d’altura. Speziato, pieno, strutturato, armonioso, lungo, futuribile.

Vini di innata eleganza, con profumi originali e peculiare tessitura. Le vigne alte, ventilate, e le mani dell’uomo disegnano affascinanti equilibri.

Epilogo

Tornammo da Montalcino la domenica 23 febbraio, dopo gli ultimi saluti. Un viaggio lunghissimo, col bimbo assai agitato e continue preoccupanti notizie sulla diffusione del covid-19. Evitammo gli autogrill ed ogni contatto con altre persone.

Entrati in casa, non ne siamo più usciti, se non per ritirare qualche pacco in portineria e gettare i rifiuti. Sono ormai sei settimane, entriamo nella settima. Fortunatamente abbiamo un balcone arioso.

Scrivo queste note ancora in piena emergenza sanitaria, con il suono delle ambulanze che rompe un silenzio inimmaginabile per la metropoli lombarda; negli occhi ancora le immagini delle terapie intensive, dei camion militari che trasportano i feretri lontano, delle piazze vuote.

C’è la preoccupazione per se stessi, per i propri cari. Qualche conoscenza è stata colpita, alcuni sono in ospedale, qualcuno non è più.

Non sappiamo per quanto durerà e dovremo convivere col morbo, indossando guanti e mascherine, salutandoci a distanza. Non sappiamo se riapriranno quelle serrande abbassate, quanto a lungo le aziende si reggeranno.

Nascosto nel profondo, inconfessabile, un sentimento: la paura, che pugna costantemente con la speranza.

Penso a volte alla casa in Toscana, chiusa e silente da mesi, all’orto dove l’erba sarà ormai alta, i fiori secchi, gli ulivi, i cachi, i susini, i corbezzoli, i melograni, il fico, il filarino di viti, i rosmarini, tutti bisognosi di cure e potature, che ora nessuno può dare.

Penso ai miei nonni al cimitero, che nessuno può andare a trovare: passarono la guerra e il loro ricordo mi incoraggia. Penso ai miei genitori, ormai anziani anch’essi, chiusi tra quattro mura, che non possono stringere il nipotino tanto agognato.

Talvolta, per distrazione, mi figuro i luoghi che mi sono più familiari e cari: il mio Tirreno profumato, tra l’Elba verde e la Maremma quand’è gialla di sole l’estate, con gli oleandri che sventagliano festosi; i miei colli valdinievolini, con le castella di pietra e gli ulivi, che guardano il Padule di lontano; i boschi amiatini, gorgheggianti di acque e di uccelli; i colori del Chianti l’autunno. E con la mente vi passeggio, nuoto, respiro, godo ogni dettaglio come ci fossi stato ieri, l’ultima volta.

Penso a Montalcino, agli amici di là, quando potremo vederci, che ci diremo, e come vi giungeremo.

Poi guardo la mia piccola famiglia, mia moglie e il mio Iacopo di nemmeno due mesi, mi faccio coraggio, mi dico che un giorno potremo raccontargli questo periodo come un brutto episodio, ma breve.

Un giorno, magari tra quindici, vent’anni, lo rammenteremo a tavola in un giorno di festa, aprendo una bottiglia di Brunello di Montalcino 2015 che sarà, sicuramente, buonissima.

Altrove, L1/13-14, vino bianco, Walter de Battè , 14 gradi.

Credo l’avesse definita Soldati, la viticoltura ligure, “folle”.

Ne fui stupito, inizialmente, non afferrandone il senso.

Certe nozioni bisogna sedimentino, si circondino di altri dati ed esperienze, finché finalmente si formi una rete di collegamenti e acquistino senso. Talvolta occorrono anni e la conoscenza viva di luoghi e di persone. Infine giunge la chiave di volta che l’arco chiude.

La Liguria, a volo d’angelo: stretta tra mare e montagna, tutta picchi ostili che si gettano nelle acque salse; valli strette e cupe, verdi torrenti traditori ed iracondi; borghi marini che sanno di fatica e pericoli, le barche allineate in perpetuo beccheggiare, cordami e braccia cotte dal sole; villaggi montani e petrosi, ammutoliti nel vento.

Lì, genti in viaggio perpetuo: votate all’instabile mare o al saliscendi dell’Appennino, sempre esposte a una contaminazione esterna destabilizzante: in pace, di commerci e turismo; in guerra, di attacchi violenti. Popolo pertanto esposto a una sorte variabile, quant’altri mai.

Quasi per compensazione un attaccamento rabbioso alla terra, a quelle strisce magre strappate con foga paziente al mare, alla montagna, al greto dei torrenti, al bosco; esposte al sole, alle folate di salsedine, ai rovesci della pioggia; instabili anch’esse, ma che offrivano almeno un’illusione.

La follia della viticoltura ligure, a mio avviso, si genera da quell’anelito illusorio di stabilità ed al mischiarsi continuo di culture, secondo ragioni psicologiche più ancora che sociologiche; propiziando ad essa il meticciato ampeleografico, con contributi francesi, piemontesi, toscani, spagnoli aggiuntisi al variegato sostrato autoctono.

La parcellizzazione del vigneto ha favorito il mantenimento di una dimensione artigianale. Ad essa però partecipa quella vena di follia, che nei casi migliori declina in poesia: sghemba, sospensiva, ermetica, ma purissima.

Tutti conosciamo l’immagine delle Cinque Terre, i chilometri di muretti a secco, le vigne digradanti verso il mare nel rifrangersi infinito della luce. Non meno affascinanti, i vigneti abbarbicati nell’entroterra di Lerici, Sarzana, Levanto, Lavagna.

Walter De Battè è da anni considerato un caposcuola dei vini artigianali, ben oltre il Levante ligure.

Come sempre, accostandosi a produzioni di fama, aspettativa e sospetto si mischiano. Ogni parola, però, di fronte a questo vino cade. Ci vorrebbe il silenzio, la pausa dell’ascolto; perché lui riesce a tracciare una battuta d’aspetto nella partitura della nostra vita.

È pieno di sole e di mare.

Si concede senza fretta.

Vino artigianale nel significato più nobile.

Vermentino, rossese bianco (detta altrimenti bosco), marsanne, roussanne sono le sue uve.

Sta sette giorni sulle bucce il mosto, svinato affina ventiquattro mesi in barrique; ma del legno, qui, nel profumo, nel sapore, non c’è traccia alcuna.

Ha colore dorato carico. Gocciole veloci, di ampie dimensioni, dopo qualche secondo si tramutano in un velo spesso ed assai persistente.

Profumo intensissimo, pieno, mediterraneo, sinfonico: mandarino, arancia, zagara, zenzero, pepe bianco, zafferano, miele di corbezzolo; sentori marini e iodati – come di alga; erbe aromatiche di macchia: origano, maggiorana, borragine.

Pieno corpo, gustosissimo: ampio ma saldo, innervato, salinissimo, proporzionato, leggermente ruvido di un tannino che regala una piacevolissima nota amara. Di acidità notevole, ma misurata, ha persistenza estrema, col finale sollevato dall’alcol, irradiante a ventaglio, come un riflesso marino visto dall’altro.

Col suo equilibrio di geometrie nette, come certi fotogrammi abbaglianti del Montale di “Ossi di seppia”, è facile immaginarlo su un grande e freschissimo pescato di mare; ma così vivido, eccellente, non teme abbinamenti di ricerca.

(Assaggio: agosto 2018)

Falangina l’Arcivescovo 2015, Beneventano IGP, Vini Orsini, 13 gradi.

Chi scopre il Sannio, difficilmente lo dimentica. La sua natura, la storia: i sassi antichi. Dal mare, quanto dista? Un’ora forse, un’ora e trenta minuti conoscendo le strade, con un’automobile adatta. A quella distanza si trovano cime, boschi, pascoli che si direbbero alpini; conseguenti fiori, erbe, profumi. Un ordine, una pulizia: parrebbe invero Svizzera, invece è sud Italia.

La tavola del Sannio: rustica, genuina, come la gente. Del pari i vini, quando si ha fortuna di trovarli tali: fiano, greco, falanghina, aglianico, piedirosso, barbera del Sannio; non ultimi: trebbiano toscano e malvasia e sangiovese e altri, introdotti negli anni ‘50 del Novecento, al fiorire delle cantine sociali. La terra qui sembra produrre con una facilità generosa, in ambienti spesso incontaminati.

Il carattere di quei vini è sorprendentemente vario, dal soffusamente mediterraneo al montano.

La sorpresa è relativa: si prenda San Lupo, il paese di questa Falanghina. Borgo remoto, di nemmeno 800 abitanti, posto a 500 metri sul livello del mare, ma con quote del territorio comunale che partono da 121 metrI sul livello del mare, per arrivare agli 895 metri.

Difatti può anche stupire il carattere d’altura di questa Falanghina, se si hanno presenti gli esempi dei Camplo Flegrei, oppure altri esempi sanniti, perché quasi intransigente, se non fosse per una certa aura artigiana che ne scalda il profilo.

Senza addentrarci nella spiegazione delle differenze di biotipo rispetto alla Falanghina flegrea, basti dire che qui non c’è sabbia nera di vulcano, ma candido calcare; non brezze marine, ma fredde tramontane.

Ecco allora che questa Falanghina è un paradigma quasi didascalico di specificità territoriale.

Ha color limone carico, assai luminoso, col profumo delicato di fiori bianchi e gialli, di pera, di mela annunrca, di erba luigia, di muschio.

Il corpo è poco meno che medio, quasi delicato sulle prime, ma ha un sorprendente sviluppo salino e soprattutto vivacemente acido, che impone al sorso un’accelerazione decisa, verso un finale secchissimo, pulito, citrino, appena smussato dall’alcol. Quasi fosse un Asprinio, o una base spumante. Ha stoffa gessosa e tenace, che resta a lungo salda sul palato: più che un gusto, una sensazione tattile.

Giusto, gli spumanti: come verrebbe un metodo classico qui, in quota, col taglio delle uve tradizionali sannite, su quei calcari bianchi da Champagne?

Abbandono tuttavia i sogni e mi godo questo bianco sannita, così simpatico, dissetante, saldo ai suoi 5 anni. L’ho trovato piacevolissimo su portate dove il pesce si fonde al pane, alle patate, agli aromi: stasera, sogliole gratinate al forno, con patate.

Bianco Conestabile 2017 Umbria Bianco IGT, Vini Conestabile Azienda Agricola della Staffa, Danilo Marcucci, 12 gradi.

“Vino senza chimica, cantina senza tecnologia, vino naturale” (cit. dall’etichetta).

Qualche mese addietro, poco prima di Natale, mia moglie decise di farmi un regalo: mi portò in un’enoteca ben fornita e mi disse: “Scegli quello che vuoi. Questo ciò che puoi spendere, questo il numero di bottiglie che puoi comprare”. Per un appassionato, un sogno.

Però, come gestire quel tesoretto? Comprando una sola bottiglia da sogno oppure creandosi una certa scorta? Scegliendo quei vini già noti, che piacciono tanto, oppure esplorando?

Io combinai le diverse possibilità, orientandomi su 4 o 5 bottiglie.

Nell’esplorazione degli scaffali, una mi attrasse particolarmente per l’etichetta démodé, ricercatamente semplice, con uno stemma verde su fondono paglierino e scritte in caratteri italici, dalle ampie volute. Più ancora mi attrasse il colore del vino, un giallo limone molto carico, quasi dorato, non perfettamente limpido: un colore pieno, materico, che traspariva perfettamente dalla trasparenza del vetro. Sembrava che una bottiglia di sessanta, settant’anni fa, misteriosamente fosse atterrata su quei scaffali contemporanei di una grande città, scavalcando il tempo.

L’etichetta, però si riferiva all’annata 2017, malgrado recitasse compunta “Vini Conestabile dal 1889”; azienda che ignoravo totalmente: nemmeno sentita nominare.

Poi vidi riportata la sede aziendale: Magione; e mi venne memoria di antiche trasferte di lavoro, quando andando verso Perugia costeggiavo con la statale il Trasimeno, traversando quel paesaggio dolcissimo che degradava morbido verso le acque lacustre, punteggiato di vigne, di ulivi, di frutteti, che si vestivano di rosa e di oro all’ora del tramonto, quando l’occhio spaziava panorami di struggente magnitudine.

Il prezzo era abbordabile malgrado i pesanti ricarichi lì praticati e mi decisi ad acquistarla, tra la curiosità è l’istintiva simpatia.

Ed eccolo questo vino umbro, finalmente nel bicchiere.

Frattanto mi sono procurato qualche informazione, per capire meglio ciò che bevo. Leggo che l’azienda aveva smesso di produrre vino in proprio per sessant’anni, conferendo a una cantina sociale; che Danilo Marcucci, dopo esperienze in altre aziende artigiane, decide di riavviare la produzione vinicola dell’azienda di famiglia, scegliendo un approccio il più possibile non interventista; diciamo pure: metodologie antiche, con i primi imbottigliamenti nel 2015.

A monte, un approccio essenziale ed esclusivamente manuale alle vigne, 12 ettari, situate tra i 300 e i 400 metri di altezza.

Quindi: fermentazioni spontanee in tini aperti, macerazioni sulle bucce anche per i bianchi, follature manuali, nessun controllo delle temperature, illimpidimento con travasi seguendo le fasi lunari, imbottigliamento senza solforosa aggiunta.

Si potrebbe anche temere un vino spiacevolissimo, con queste tecniche antiche: il famoso vino del contadino che i vecchi toscani così classificavano: “beilo te!”.

Invece no: al mio gusto, almeno, questo vino è piacevolissimo; né si può dire che la macerazione sulle bucce l’abbia appesantito o ne abbia velato il carattere territoriale.

Anzi, per me quel carattere qui viene esaltato. Questo vino così polposo, materico, più di certi bianchi anodini rispecchia il carattere umbro, il genio, la cultura, persino l’orografia.

C’è nell’umbro, come in buona parte della cultura del centro italia, qualcosa di fortemente concreto, persino nell’ascesi. Si prenda San Francesco, che loda la creazione: “ Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba“ “, e loda il sole, il vento, la luna; e quando poi menziona “Sora nostra morte corporale”, la loda sì, ma si sente in quel “corporale” anche un certo disappunto per tutte quelle belle cose della natura, se davvero non si potrà più vederle.

Ecco: i bianchi carta, quand’anche perfetti, mancano un po’ di quella visceralità carnale, con ascendenza etrusca.

Non così questo Bianco Conestabile, da Malvasia e grechetto, che rinforza in me l’idea che le uve tradizionali del Centro Italia si giovino di trattamenti tradizionali, per ragioni di affinità elettive.

E rafforza in me l’idea della vocazione umbra per i vini bianchi, più ancora che per i rossi, per la straordinaria combinazione qui possibile di finezza, forza, grazia, corpo, freschezza, longevità.

Del bellissimo colore ho già parlato. Aggiungo: è lucente, qualche traccia di carbonica disciolta, un po’ di fondo che non deve spaventare. La componente glicerica è già evidente alla rotazione, ma si traduce in un velo evanescente, più che in gocciole.

Il profumo è molto intenso e complesso, nitido, sospinto da un accordo iridescente di aldeidi non timido: altri potrebbe esserne infastidito, io mi ammalio, perché sale come una nuvola colorata, con sé portando fiori di acacia, di camomilla, anice, mentuccia, finocchietto selvatico, fieno, legumi, mandarino, chinotto, pesca, susine verdi “Claudia”, peperone verde scottato, pepe verde, noce moscata, cannella, cereali, lievito. Assolutamente, non ci sono né note di legno di affinamento, né i cattivi odori di una vinificazione imprecisa.

Il sorso è avvolgente, glicerico, polposo, di corpo medio-leggero, molto gustoso,un po’ piccante, con un’acidità mediana e un allungo notevole, fortemente sapido, molto ben bilanciato, dove lo sbuffo alcolico è solo un tenue, confortante calore. La tannicità è poco poco più che accennata, calibratissima, piacevole.

Tant’è che un bicchiere tira l’altro e bisogna stare attenti a non esagerare, soprattutto a tavola, perché è flessibile, con le vivande di mare, di lago e di terra, dalle zuppe alle carni bianche, attraverso gli affettati tipici: non vedo l’ora d’accostarlo a un buristo senese. Di certo preferirei offrirlo a un amico che di vini sa poco, piuttosto che a qualche grande intenditore, sebbene io lo preferisca a tanti altisonanti cru, anche esteri: perché lo si apprezza meglio senza preconcetti.

Infatti, ogni vino rispettabile – parlo di vini veri, con un’anima – ha una sua lingua e racconta qualcosa: alcuni parlano americano, altri tedesco, altri sono poliglotti; alcuni raccontano le pagine di un romanzo, alcuni una novella, certi discorrono di affari, alcuni di donne e di auto sportive; insomma, c’è n’è per tutti i gusti.

Questo parla una lingua non antica, ma arcaica, così lontana da certo sentire d’oggi che può anche spiazzare. Ma non hanno guardato a forme arcaiche grandi artisti novecenteschi, come Marino Marini, Arturo Martini, Giacomo Manzù?

Ha difatti il fascino remoto, enigmatico, di un sorriso etrusco, di un affresco di Cerveteri.

Esagero? Forse. Ogni tanto vale anche l’iperbole, per parlare al cuore.

Malvazija Carso 2006, Skerk, 14 gradi.

“Il Carso è un paese di calcari e di ginepri. Un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e di licheni, scontrosi, fenduti, aguzzi. Ginepri aridi.

Lunghe ore di calcare e di ginepri, l’erba è setolosa.

Bora, sole.

La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato.

Grotte fredde, oscure. La goccia, portando con sé tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora da altri centomila.

Ma se una parola deve nascere da te – bacia i timi selvaggi che spremono la vita dal sasso! Qui è pietrame e morte. Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera.” (da “Il mio Carso” di Scipio Slapater).

Non ho mai incontrato il Carso, eludendo e frustrando un desiderio che portavo in me intensissimo. Mi avevano incuriosito e conquistato le storie della prima guerra mondiale, tragiche, epiche, pittoriche; più ancora, i racconti di mio padre che – giovanissimo per l’anagrafe, ma già adulto per la vita – aveva girato la Venezia-Giulia negli Anni Cinquanta, spingendosi verso il Carso e l’Istria.

Io invece, girando per lavoro l’Italia, mi spinsi fino a Trieste, di sfuggita, non oltre. Altri viaggi di piacere mi portarono – quasi vent’anni fa – più a sud e più a oriente, sulle coste istriane e croate. Ancora una volta, il Carso fu eluso, rimanendo un’immagine confusa di nozioni, fantasie, bagliori visivi.

Ho di Trieste, del Carso la porta, un ricordo: il bianco, un intenso riverbero bianco che mi sembrava penetrare anche le zone d’ombra, fin sul far della sera, venando l’azzurro del mare.

Intuitivamente, magari sbagliando, ho esteso quel ricordo al mio Carso immaginifico, col bianco primario che si stratifica, come in certi quadri divisionisti, al blu di cielo ed acque ed al verde delle colture, come in certi esiti paesaggistici di Sargeant.

Quest’immagine pittorica è fusa con quella assai più concreta e sapida delle osmize, ossia delle frasche dove si serviva – e si serve- il vino della cantina (spesso scavata nella roccia), uova, formaggi, salame, pane.

Così, il mio Carso immaginifico è una terra di autenticità eroica, ruvida e dura, scabra, di rocce bianco-grigie e terra rossa, di tinte traslucide, di essenzialità ascetica, capace però di inattese dolcezze, di riverberi e vedute marine con l’Adriatico lì addossato, di mollezze episodiche e verdi di pampini e viti.

Mi portò anni fa un amico cartoline liquide del Carso, bottiglie di vino bianco e rosso locale, inclusa questa Malvazija, che però mi ostinai a non aprire: aspettavo di andare nel Carso, di conoscerlo finalmente, di studiarne accuratamente la viticoltura, di passeggiarne i luoghi, per correlare poi il sentimento locale al vino; di visitare magari io stesso la cantina di Skerk, celebre per le sue grotte di invecchiamento, per la sua osmiza, per aver tra le primissime tenuto la barra dritta su coltivazioni e vinificazioni quanto più possibile naturali, con le uve bianche tradizionalmente macerate sulle bucce.

Appunto, sono passati anni. Per fortuna, si impara col tempo ad accettare con leggerezza la propria ignoranza, a godere innocentemente come un’infante. Perciò mi decido ad aprirla, conscio dei sui 14 anni, chiedendomi se non sia già troppo tardi, senza sapere davvero che cosa aspettarmi: perché non ho neppure i riferimenti per immaginare questo vino giovane, nulla che vada oltre le nude nozioni varietali.

Mi sorprende: appare molto più giovanile della sua età, nella quale è lecito attendersi viraggi all’arancio, fino al mogano dell’ossidazione. È ambra tenue, trasparente e brillante, bellissimo a vedersi, con gocciole rade.

Il suo profumo è molto intenso, nitido e terso come aria marina, cangiante, come un prisma luminoso che ruoti al sole: albicocca disidratata, pesca sotto spirito, chinotto, canditi, violetta foglie di olivo e di alloro, rosmarino, miele d’acacia, caramello, noce moscata, cannella, e quella combinazione di grano, malto e orzo così agreste e domestica, che faceva battere il cuore a Veronelli. Eppure mi rendo conto che non bastano in descrittori ad esprimerne purezza e fascino evocativo: è in lui una vibrazione interna, pennellate di luce e colore liberissime e ordinate.

Al sorso è di corpo, un abbraccio glicerico che subito si muta in un contrasto acido-salino potentissimo e sorprendente, perché il profumo è da bianco maturo, ma sul palato guizza rinfrescante, energico, teso come un vino giovane. La tannicità matura e dolce che gli deriva dalla macerazione sulle bucce è appena percettibile, avvolta da quella sua ricchezza senza peso da mosaico orientale, della quale vive e vibra.

Lo innerva una lunghissima scia minerale, come un luccichio di brillanti che segna il tragitto verso il finale lunghissimo, pulito, senza traccia di calore alcolico: un sorso tira l’altro, dimentichi del grado.

Possiede un immensa forza vitale: è una sorta di roccia liquida, che sciolta mantiene compattezza, ma diviene flessibile, coerente. Quasi che il tormentato Carso, duro di terre, di genti, di guerre, di odii, abbia ricomposto in questo vino i suoi contrasti per una superiore armonia, distillandosi al sole tramite la vite e l’uva.

Un grandissimo vino, che rimane nella mia memoria tra i più grandi bianchi mai assaggiati.

L’ho avuto, viaggio d’amore, su scialatielli con seppie e gamberi, rana pescatrice al forno con pomodorini e patate.

Vermentino Colli di Luni Sarticola 2007, Ottaviano Lambruschi, 14 gradi.

Per quanti anni ho percorso l’autostrada che, traversando gli Appennini da Parma, si affaccia verso la Toscana, aprendosi improvvisa dalle montagne verso il mare. Per me era l’incanto della montagna dai tetti di pietra, prima, poi di una luce riverberata, diversa da quella padana, già mediterranea, che baciava i boschi profumati e intatti, le vette appuntite delle Apuane, i sassi sul greto del Magra, le rovine di castelli e rocche corrose dalla vegetazione rigogliosa e selvaggia.

Poi si giungeva – e si giunge tutt’ora – al raccordo con la Genova – Livorno, i paesi liguri a dritta orgogliosi come sentinelle, a meridione la piana costiera; appena più in alto, Sarzana; ma lì, un tempo, lo spartitraffico si copriva di oleandri profumati, che sventolavano festosi alle auto in corsa: lì era già mare. Era già vacanza.

Viti, vigneti non ne vidi mai, ignorando persino che fosse una regione vinicola, peraltro di antica tradizione: si vedano le pagine nel Vino al vino di Mario Soldati a proposito di quel Linero che vinificava il Generale Tognoni a Castelnuovo Magra: “…secchissimo…bianco ma di corpo, profumato e sostanzioso”.

E i vigneti non li ho mai visti, nemmeno dopo aver scoperto ed amato il Vermentino dei Colli di Luni: nomi come Sarticola, Costa Marina, Fosso di Corsano, che sono Cru di tradizione antica o comunque consolidata, per me sono rimasti, appunto, nomi.

Posso solo immaginare i pampini esposti alle brezze montane e marine; la grana dei suoli, convoluta di sabbie, argille, arenarie; le pendenze dei filari, le loro esposizioni.

Difficile persino trovarne immagini: non sono vigne tra le più fotografate. Si intuiscono rilievi morbidi, tralci protetti dal bosco, quasi nascosti tra mare e montagna, partecipi quindi di una doppia natura.

E’ stato quindi un amore coltivato da lontano il mio per il Vermentino dei Colli di Luni, ancorché precoce: furono tra i primissimi vini ad affascinarmi all’epoca della mia presa di coscienza: bianchi così dritti e minerali che pareva di bere il candido marmo apuano.

Ed un legame col marmo in qualche modo esiste, perché in zona molti alternavano il lavoro nelle cave a quello di vignaioli, quando in Italia chiunque avesse avuto un fazzoletto di terra, vinificava per autoconsumo.

Così era per Ottaviano Lambruschi, decano della denominazione e vignaiolo storico. Suoi i vini che all’epoca – e son passati ormai alcuni lustri – mi rapirono.

Eppure, mai una visita, mai mi sono dato l’occasione di andare, di vedere, di conversare, di capire passeggiando le vigne, per citare ancora una volta Veronelli: la conoscenza rimandata sempre e vissuta come col binocolo, attraverso il calice; quasi un inconscio pudore temesse disperdere una magia fatata e delicata.

Come delicato si dice sia il locale Vermentino: decenni addietro, negli anni dello sfuso e di vinificazioni per forza artigianalissime, gli intenditori sostenevano che non reggesse il viaggio.

C’è del vero: è una gioia di freschezza il Vermentino di Luni, una primavera di fiore e di sasso; se perde quelle caratteristiche, se si ossida malamente, perde la sua anima.

Allora, ho qualche dubbio aprendo questo Vermentino dei Colli di Luni, del Cru Sarticola, annata 2007; bottiglia che arriva direttamente dall’azienda Ottaviano Lambruschi tramite le mani di un amico evidentemente più assennato e meno pudico di chi scrive; conservata stesa, al buio, in una cantina discreta, non ottima.

Sì sa che, con gli anni, più che i grandi vini esistono le grandi bottiglie. In questo caso il tappo leggermente rialzato rispetto al bordo – cattivo presagio. Cavandolo, appariva in buone condizioni, ma con poca presa sul vetro, come se avesse gioco.

Invece, versandolo, son rimasto a bocca aperta, non credendo ai miei occhi.

Era lui, come lo ricordavo, bellissimo, di un color limone luminoso, avvolto in uno splendore ancora più dorato magari, come gli occhi quando brillano d’amore, molto più giovanile dei suoi 13 anni.

Non aveva gocciole, spesso evidenti nei vini invecchiati, ma un velo che subito si dissolve: un tulle leggero da sposa.

Il suo profumo, molto intenso, nitido, era un paesaggio che trascolorava di luci e di ombre, di soli e foschie mattutine, fino ai rosati splendori autunnali. Era verde di bosco, bianco di roccia, giallo rosso ed arancio di fiori e di frutti, lucenti nel sole.

Camomilla, menta alloro rosmarino, muschio, pompelmo, lime, mela verde, note d’orzo e -lievi- di pepe bianco e verde. Su tutto, evidenti ma in equilibrio, infiltranti e saldi come il fondo di un bassorilievo, gli idrocarburi; così vividi da ricordare il fiato del carburatore di un’auto d’epoca, magari un affusolato coupé.

Il tempo aveva aggiunto alle note fresche una patina antica, calda, senza stravolgerle, ma trasfigurandole: una sensazione insieme solare, come di sabbia d’agosto, e misteriosa, ombrosa, resinata, come il meriggiare sotto una pineta costiera, languido, assorto.

Succoso, molto secco, di corpo notevole e compatto: l’avvolgenza vaporosa dell’attacco sulla bocca era un istante, subito soggetta ad una spinta dritta ed energica: l’acidità, mimetizzata dagli anni in una trama tattile morbida, era una lama sottile, indomita, sorretta da una grinta salina come maglia d’acciaio; mentre il gusto, intensissimo, esplodeva al centro bocca, incendiandolo di piacere e subito placandolo in una morsa glaciale e salda. Era marmo, fuoco, acqua tumultuosa, filo d’erba, acciaio, lana, limone al sole: un insieme inestricabile di forza, proporzione, grazia.

Chiudeva poi lunghissimo, equilibrato, regalando un retrogusto di nocciola fresca, di croccante, che era esaltante e domestico come l’ultimo ricordo di una sagra di paese quando s’era bambini.

Era giustamente in bottiglia renana: il confronto coi grandi bianchi tedeschi non del tutto peregrino, seppur qui era diffusa nel vino una luce latina, un gusto melodico – per così dire – che addolciva le strutture armoniche ed il contrappunto. Al punto che, in effetti, l’immagine dei morbidi rilievi dei Colli di Luni contrasta con la sua fierezza, sì che si vorrebbe dipingerne i filari abbarbicati su pendenze estreme e rocce nude, come se i fianchi delle Alpi Apuane potessero gemellarsi con le coste del Reno e della Mosella.

Un grandissimo vino.

Una gioia eccezionale, nel mio pranzo domenicale, su un branzino pescato, semplicemente cotto al forno, con poco aglio modenese, origano siciliano, pepe nero.

Rosae 2009, Vino da tavola rosso. Giuseppe Rinaldi. 13 gradi.

Torno ad assaggiare questo vino dopo quasi un anno e mezzo. Forse è l’ultima bottiglia rimastami.

È il mio compleanno oggi: una festa molto misurata, perché ci sono altri e più importanti eventi familiari alle porte. Pici al ragù di manzo; con essi desideravo un vino amico. Guardando nella cantinetta domestica l’ho notato, mi è battuto il cuore nei ricordi, mi son detto che a 11 anni era inutile insistere a conservarlo oltre.

Il Rosae era il Ruché in purezza che Beppe Rinaldi faceva a Barolo e che credo tutt’oggi producano le sue figlie.

Potrei scrivere pagine su Rinaldi in aggiunta a quante se ne sono scritte, ma non è il caso. Negli anni che ho frequentato la sua cantina era per me l’incarnazione del vignaiolo artigiano e della tradizione enologica. L’ammiravo per il suo approccio idealista e disincantato, ironico e sornione, appassionato e saggio. Di più: nell’ambito dell’approccio formale tra un produttore e un piccolo cliente privato, gli volevo bene.

Tuttavia, preferisco quest’oggi concentrarmi sul vino più che sul produttore: mi pare una forma di rispettoso omaggio.

Questo Rosae di 11 anni ha tanto da dire. Rinaldi, che pure aveva il Rosae molto caro, lo considerava un vino da merenda -mi pare dicesse proprio così- da condividere con gli amici insieme al salame, al patè, a qualche formaggio. Implicitamente, non lo riteneva da invecchiamento.

Difatti, difficile che il Ruchè sia considerato tale anche in Monferrato, dov’è probabilmente nato e assai più diffuso: quel profumo primario di rosa, così marcato e diretto fino alla prepotenza, con tocchi di fragolina, su uno sfondo appena speziato; e la struttura morbida, seppur di sorso ampio, non incoraggiano lunghi affinamenti; anzi, ispira amore e odio, come mi diceva un pur bravissimo produttore di Ruchè di Ozzano Monferrato; che gli preferiva di gran lunga il nobile Grignolino.

Eppure questo Rosae 2009 lo trovo oggi buonissimo, ancor più che all’ultimo incontro.

Non ha nulla del vino ingessato dalla pratica enologica, nulla che suggerisca uno stato innaturale di ibernazione che l’abbia irrigidito in un cliché.

Lui, invece, appena tolto il tappo -perfetto- e versato, sembra gonfiare i polmoni e spirare soffi di perfetta armonia, come Eolo nella Nascita di Venere botticelliana, se mi si passa il paragone ardito.

Naturale già il suo moto nel bicchiere: senza sforzo, un po’ viscoso; con gocciole molto lente, irregolari, fitte, che trapuntano un bellissimo granato: trasparente, luminoso.

Ma è il profumo che va diritto al cuore: mi apre anni e stagioni di sentimenti e di ricordi.

La rosa c’è ancora, ma sfumata, integrata: parte di un tutto, di un paesaggio che scorre come dal finestrino di un treno a vapore o di una vecchia auto, cosicché avanzino non troppo veloci.

C’è la cantina di mio nonno, quando a novembre gorgogliava il tino, quando a settembre lavava le damigiane per la nuova annata. Ci sono le estati ed i campi riarsi al sole d’agosto, l’odore delle balle che seccano, il grano e il mais sulle stuoie prima che finisse nei contenitori per l’inverno. C’è il segreto del bosco, di un giardino incantato, dell’acqua che gorgoglia, ruscelli o fontanelle di pietra, non importa. C’è la chiacchiera al tramonto sull’argine del fiume, le galline che chiocciano al mattino, la civetta nella notte umida. C’è l’aria della terra di Langa sotto la neve, la mattina presto a Parafada, e poi al sole di mezzogiorno sul belvedere di Diano, mentre il vento spazza di fronte all’abbraccio delle Alpi.

C’è un palpito di vita, una storia raccontata in versi, a cuore aperto.

Poi, potremmo giocare ore coi descrittori di questo profumo sicuramente annoso, terziarizzato, ma ancora in divenire: oltre la rosa, amarena, fragolina di bosco, pepe verde e bianco, polvere di cacao amaro, arancia disidratata, funghi porcini, foglie secche, terra bagnata, noce, corteccia, liquirizia, gli accenti balsamici e di erbe verdi. Tutti fusi, sfumati, come in un quadro leonardesco, nel quale perdersi sognanti.

Potremmo dire che, col tempo, il territorio – le Langhe- abbiano avuto la meglio sul varietale dell’uva, che questo Ruchè baroleggi un po’; ma non basta a spiegarne la magia.

Inevitabile il sorso, una comunione più che un assaggio: centrato, pieno d’intenzione, lungo. La stoffa è setosa, la trama fitta, flessibilissima; il tannino delicato, maturo, disperso, ma di tenacia masticabile; l’acidità vivida, ma gentilmente distribuita sul palato; la salinità spiccatissima; l’insieme bilanciatissimo, rinfrescante, giustamente asciutto.

Un grande vino, da gustare oggi, più che con gli amici, intimamente, in muto colloquio; o, almeno, da tenergli un piccolo spazio lontano da clamore, per meglio ascoltarne la voce. Ecco che dopo tanti assaggi, eccitanti o deludenti, e tanti mesi di fatiche e di rincorse, ritrovo in questo vino antico, riservato, silenzioso, il senso profondo della mia passione e del mio scrivere.

Mentre batto i tasti mi cade l’occhio sul calice, preso a caso nella mia dispensa: riporta la scritta Vini Veri, associazione che Rinaldi contribuì a fondare.

Ci vedo un senso profondo; sempre che il caso, anch’esso, non volesse rendere omaggio a Beppe Rinaldi.