Pinot nero dell’Oltrepò Pavese “ Carillo” 2018, Frecciarossa, 13 gradi.

“I vini di Frecciarossa, di cui descriviamo i quattro tipi, costituiscono l’artistocrazia dei vini dell’Oltrepò”. Luigi Veronelli.

La lapidaria affermazione, tratta dallo splendido volume “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli, edito da Canesi nel 1961, testimonia in qual conto fosse tenuta all’epoca l’azienda Frecciarossa di Casteggio, provincia pavese.

Marchio storicissimo: la tenuta, acquistata nel 1919 dalla famiglia Odero, venne subito impostata secondo tecniche produttive borgognone e champagnotte, commercializzando ed esportando vini in bottiglia già negli Anni Venti, quando in Italia il vino si vendeva perlopiù in botti e damigiane, che venivano portate su carri alle osterie e ai ristoranti.

Sin dal principio le uve tipiche della zona vennero affiancate dal Pinot Nero e dal Riesling per la produzione di vini fermi e spumanti, che si fecero appunto un gran nome: vuoi per le tecniche d’avanguardia, vuoi per l’abilità commerciale (parleremmo oggi di marketing), vuoi per le peculiari caratteristiche della collina di Frecciarossa (corruzione del toponimo Fraccia Rossa – ovvero frana rossa – che alludeva al colore ferrigno delle argille del suolo, sovente erose dalle acque piovane). Probabilmente il successo fu combinazione di questi tre elementi, uniti alla caparbietà di Giorgio Odero, al quale è oggi intitolato il più ambizioso Pinot Nero della firma.

Esiste però nella gamma aziendale anche un altro Pinot Nero, volutamene più semplice, giovane, vinificato e affinato in acciaio: il Carillo, che mi ha subito incuriosito. D’altronde il potenziale del pinot nero oltrepadano è noto: persino il grande produttore langarolo Bruno Giacosa, leggendario conoscitore di uve, acquistava in Oltrepò il pinot nero per il suo metodo classico.

Il Carillo mantiene felicemente le sue promesse, perché è un ottimo esempio di Pinot nero fresco, lieve, immediato, ma ricamato finemente.

Di color rubino molto trasparente, ha lacrime veloci, irregolari, evanescenti.

Il profumo è spiccato, sfumato, arioso, giovanile, molto particolare: unisce la freschezza di un confit di fragoline rosse toni eterei e più autunnali di fiori secchi, sangue, ferro, ai quali segue una scia morbida di spezie: cannella e noce moscata.

Ha discreto corpo, felice ampiezza, sorso tonico, piacevolmente alcolico, con contrasto caldo-fresco basato più sulla salinità che sull’acidità. I tannini sono di grana piuttosto fine; la loro presenza: discreta. La persistenza: proporzionata, fruttata.

Ventura ha voluto che lo gustassi a Pasquetta di questo strano 2020, sfruttando il balcone e un tavolinetto da bistrot, su crostini di cacciagione e dei malfattini di pane in brodo, vecchia ricetta milanese, di quelle così tradizionali che – ahimè – nei ristoranti non si trovano più.

E questo Carillo, bevuto fresco, all’aria aperta sotto un sole che baciava, c’è stato talmente bene che ho pensato sarebbe il vino perfetto per un bistrot autenticamente milanese, cioè di eleganza semplice e riservata, dove ritrovare le ricette delle case di un tempo, uscendo dal risaputo cortocircuito di ossobuco, risotto, cotoletta.

Sarebbe un bel posto e si berrebbe meglio che in quelli parigini.

Lugana Brolettino Grand’Annata 2002, Ca’ dei Frati , 13 gradi.

Un bianco sontuoso.

17 anni non sono pochi per nessun vino; per un bianco, una sfida, perduta anche da parecchi Riesling, che pure hanno fama di longevità.

Questo Lugana l’apro con poche aspettative, perché lo comprai in un’enoteca di Sirmione, già vecchio di qualche anno (sarà stato il 2008 o il 2009) e più ancora ne ha trascorso nella cantina domestica – non la migliore.

Vero è che da un Lugana una certa longevità è possibile aspettarsela, stante la parentela della sua uva (Trubiana o Trebbiano di Lugana) col Verdicchio; vero è che questo “Brolettino Grand’Annata” era una selezione affinata in legno delle migliori uve; ma l’etichetta sul retro perentoria afferma che il vino raggiunge il suo meglio in 5 anni.

Però, chi l’avrebbe detto? Perché il colore intensamente dorato, viscoso alla rotazione del calice, ma che lascia solo un velo sul vetro, lesto a sparire, suggerisce un vino passato.

Avvolge tuttavia in un profumo molto intenso, indubbiamente in là con l’evoluzione, di una ricchezza intossicante e decadente, come certe pagine dannunziane o certe musiche di Richard Strauss, ma ancora, fresco equilibrato, vitale.

Accordi sgrumati, addolciti dal miele, accenni di frutta a polpa gialla, si fondono a ricordi di alloro e calde note di nocciole tritate finemente, ed olio d’oliva verde, novello, finocchio e sedano, ed un debole richiamo di crema pasticciera, forse caramello, vaniglia, forse cocco, forse ananas, forse persino cenni ematici.

Il sorso è di ampiezza estrema, persino più ricco delle attese, di una consistenza tattile che rammenta i quadri di Vittore Grubicy de Dragon, coi suoi colori caldi, autunnali, materici, o i tessuti lussuosi, caldi, fin-de-siecle, di Mariano Fortuny.

Comunque è svelto, articolato, quasi rarefatto in dettagli preziosi, rilucente come il Garda al tramonto, che sfuma e si perde nelle nebbie verso settentrione. È la salinità a tenerlo vivo, con l’acidità ancor sufficientemente vivida in accurato contrappunto, per un insieme armonioso, molto lungo, cui il minimo residuo zuccherino dona un’armonia sferica, di spigoli smussati ad arte, che ne perpetra il fascino.

Ecco: ricordo d’improvviso un’immagine di tanti anni addietro, la prima visita stupefatta al Vittoriale di D’Annunzio, la sua residenza un po’ folle, tutta ricordi d’arma e di arte. Rammento la sala da pranzo, ampia, cupa, dal soffitto basso, coperta di tappeti quasi a celare ogni voce nell’intimo mistero, a trattenere ogni suono in una meditazione sensuale e poetica. Questo vino, così delibato dal tempo, ridotto a un’essenza giovanilmente pura ed insieme enormemente antica, mi pare eletto per una simile mensa.

Abbinarlo? Ho provato con un caciocavallo stagionato in grotta, piuttosto bene; discretamente su un primo al tonno, capperi e pomodoro fresco; ma la rivelazione sono state le nozze d’amore e poesia con una mormora d’altura pescata in Sardegna e cucinata in forno, al cartoccio, con aglio, salvia e rosmarino.

Garda classico Groppello 2015, Le sincette, 12,5 gradi.

Non amo descrivere un vino se non ho il tempo di degustarlo con calma e concentrazione nella tranquillità della casa. Mi adatto a vergare qualche appunto in occasione di manifestazioni particolari girando tra i banchetti, ma di poche e brevi note si tratta, istantanee: una descrizione più ambiziosa richiede calma e ghiaccio.

Dunque solitamente degusto con calma, a tavola; potendo, proseguo l’assaggio per qualche giorno, così da osservare l’evoluzione del vino. E, intanto, scrivo: prendo appunti che poi rivedo ed elaboro.

Così volevo comportarmi per questo Garda lassico Groppello 2015, de Le sincette.

Gustato un sabato a pranzo, su un arrosto di maiale di carni eccellenti acquistato presso l’Azienda Veronesi di Massa Finalese, in provincia di Modena, che virtuosamente alleva suini a filiera chiusa: dal fieno alla macellazione e norcineria.

Peccato che, giunto a buttare giù i miei appunti, la bottiglia fosse già finita! Senza che me ne accorgessi; ed eravamo a tavola in due soltanto.

Mi trovo perciò ad affidarmi alla memoria, ma puoi starne sicuro, amica o amico che mi leggi: nella memoria questo Groppello mi si è impresso bene, accendendo le luci su un territorio e su un’uva.

Della Valtenesi, che si allunga da nord a sud, vicina e parallela alla sponda bresciana del Lago di Garda, avevo sentito da tempo assai bene: mi pare di ricordare – potrei sbagliarmi – un accorato scritto veronelliano. Così pure dell’uva Groppello mi si dissero grandi cose. Si tratta precisamente di una famiglia di uve tipiche dell’areale gardense, risalendo su fino al Trentino. Il groppello gentile, impiegato in questo vino, ne è la varietà più coltivata in Valtenesi e la più antica.

Gentile di nome e di fatto, se questo rosso delle Sincette è buon testimone: indimenticabile.

Biodinamico: perciò ho levato il tappo con un misto di speranzosa aspettativa e di sconfortata preoccupazione: “mica sarà uno di quei vini tutti sbilanciati e pieni di puzzette?”.

Nient’affatto: questo Garda Classico è di una precisione e di una purezza mirabili per ciascuno dei sensi dell’assaggiatore. Bello già alla vista: rubino molto scuro, trasparente, con gocciole irregolari sul calice. Un profumo pulitissimo, nell’infanzia della sua evoluzione, ricchissimo, intenso e screziato, di frutta nera in prevalenza e rossa, spaziando dal mirtillo alle bacche di mirto, dal lampone alla ciliegia. E poi, tutt’intorno – come una trapunta morbidissima e pungente, dalla trama ricercata- spezie dolci. Sovra esse, a guidare, il pepe verde, nitido, qui è là sfumato da ricordi vegetali di foglie di mirto e di alloro.

La trama: ecco il suo massimo pregio, forse più ancora dei profumi. Nel suo quarto anno ormai, al sorso è meravigliosamente scorrevole e polposo: non fa scalino, come diceva Soldati, anzi carezza tutto il palato con la sua polpa. Corpo medio, ma è velluto e seta. L’acidità mediana ed il tannino quasi duttile son ricami preziosi che evidenziano l’estrema bellezza tattile.

Il nome evoca la forma del grappolo: compatto e serrato come un pugno, un “groppo”; ma il vino è scioltissimo; ha un carattere affettuoso e profondissimo, aggraziato, confortevole, soffice e lieve, più cameristico che sinfonico: s’accomuna ai Pinot Nero, ai Ruchè, ai Piedirosso, ai Canaiolo; tra tutti, però, mi rassembra il Rossese.

Questo, amica o amico che mi leggi, è un grande vino, di stupefacente identità e fattura: finalmente intendo che la viticoltura bresciana va indagata a fondo, ben oltre i colli di Franciacorta .

Valtellina Superiore Grumello 2013, Rainoldi, 13 gradi.

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Chi, risalendo dal Lago di Como, superi l’Abbazia di Piona e l’ampia insenatura protetta di Colico, e si inoltri in direzione della Svizzera, fronteggerà, inevitabili, le montagne maestose e silenti della Valtellina, con i loro chilometri di muretti a secco, monumento perenne alla fatica, all’ingegno e alla laboriosità dell’uomo. Fuor di metafora, un’opera plurisecolare che è insieme dominio della natura e armoniosa convivenza con essa, ritagliando con amore o strappando a viva forza lembi di terra dalle coste dei monti, salvandole insieme dal dilavamento e rendendole più ospitali per le coltivazioni.
Sassella, Inferno, Valgella, Maroggia, Grumello sono le sottozone d’eccellenza del vino valtellinese, ciascuna, si dice, con una sua individualità specifica. Del Grumello, in particolare,  si diceva esprimesse eleganza e prontezza di beva.
Io amo i vini valtellinesi per un’antica consuetudine familiare, benché me ne possa dire solo un orecchiante, alle meglio: non posseggo né l’adeguata conoscenza del territorio, né mai ho potuto compiere un’approfondita ricognizione delle produzioni locali; men che meno, ahimè, no ho passeggiate le vigne.
Però, la simpatia, quella sì; l’intesa e l’immedesimazione sentimentale, eccome, ce l’ho tutta.
E difatti, trovandomi poco prima dello scorso Natale una sera in una bottiglieria milanese un po’ periferica e polverosa, curioso d’assaggiar vini nuovi, avvistai questo Grumello di Rainoldi sullo scaffale tra altre significanti bottiglie e non resistetti alla tentazione di acquistarlo.
L’aprii di lì a qualche giorno e fu più che una sorpresa: un batticuore.
Perché nella sua veste color granato trasparente e luminoso, con gocciole lasciate sul calice rade, lente, evanescenti, esprimeva un senso di consolante e domestica poesia.
Il suo profumo era molto intenso e fresco e sottilissimamente in evoluzione, con l’evocazione delle rose, delle fragoline di bosco, del succo della melagrana, dell’amarena, di giuggiole, di rosmarino, di ruta, di pepe bianco, con una purezza primigenia ed aera tale, che sembrava di entrare
Granato trasparente e luminoso, gocciole rade, lente, evanescenti nel candore del giardino di un chiostro medievale, o del terrazzo fatato sugli spalti di un castello che si volga a mezzogiorno e a oriente, sotto luci nitide di metà mattina. Sul fondo, un aroma, un ricordo caldo di legna al sole, di torba, di carrube, forse di uva sultanina; una nota civettuola di cipria.  Al sorso, in bocca, era di gusto concentrato, succoso. Coniugava un’avvolgenza distesa su un’intelaiatura solida e schiettamente minerale, con un corpo piuttosto pieno; ma era soprattutto svelto, reattivo, quasi brioso; energico fin dall’attacco, però aggraziato, con il tannino subito in evidenza e in quantità superiore alla media, tuttavia così croccante da risolversi in un dialogo – che aveva l’argento vivo addosso – con un’acidità altissima e ben distribuita e con un’altrettanto notevole sostegno salino, quasi percussivo, sul quale il vino scorreva fluido e come sospeso, quale acqua di corrente fra i sassi, verso un finale radioso, di lunghezza notevole e di ottima articolazione, ampio ed armonioso nelle sue risonanze, dove anche l’alcol, di tenore medio e perfettamente misurato per tutto il sorso, rimaneva in perfetto equilibrio e in coesione, regalando una punta di dolce e morbido calore che  bilanciava con naturalezza estrema le altre componenti più dure, in un gioco di rimandi che stuzzicava, solleticava,invitava. Un vino, mi pareva, in grado di restare a testa alta accanto a quelli delle più famose denominazioni mondiali, ma guardandoli tutti  con un sorriso: altri Nebbiolo sono più ricchi, più potenti, più complessi, più suadenti, più maestosi, più evocativi, ma nessuno così gioiosamente goloso. Mi sembrò eccellente con salumi, formaggi a media stagionatura, minestre  con fagioli e grano saraceno. Il vero problema era, ed è,  resistergli. Credo si trovi sui 13 euro euro a scaffale: un vero affare, amica o amico mio lettore.

Gaggiarone, Bonarda dell’Oltrepo’ Pavese Riserva 2005, Annibale Alziati, 14 gradi.

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Le vecchie osterie milanesi, quando ero bimbetto io, erano già una specie in via di estinzione: ne resistevano scampoli qui e là, sui Navigli, nelle periferie che ancora si confondevano coi campi, al Laghetto, in via Orti. Era una Milano più autentica ed umile, che l’autunno si prendeva per mantello un velo di nebbia fitto come la stoffa di un loden, che dal capo appunto del Laghetto non si vedeva il fondo, laddove si incrocia la via Francesco Sforza e la cerchia dei Navigli, poco dopo le fronde e la cancellata del giardino della Guastalla.
Erano, quelle osterie, come tante altre in tutt’Italia, rumorose, chiassose, polverose, coi tavoli di legno e le tovaglie a quadri; nella loro fase decadente, un po’ malinconiche e frequentate da personaggi  tristi e segnati dalla vita. Per allegrezza prima e per dolore poi, il gomito si alzava facile: Barbera, o più spesso Bonarda dell’Oltrepò Pavese era il combustibile: così frizzante e briosa, giovane e giustamente acida ma anche ricca e morbida al palato, consolatoria come le acque lombarde delle rogge, dei canali, dei laghi, pronte a dare la vita e la gioia, ma anche a raccogliere l’eterna requie, come nella storia della bella Gigogin e del suo innamorato che “veniva a piedi da Lodi a Milano”; diversa pertanto dal nervoso Lambruso, che essendo emiliano e battendogli in capo il sole della Bassa è sempre pronto a menar le mani. E difatti ancora oggi, quando viene qualche amico di fuori che vuol provare la cucina di Milano e lo porto ad assaggiare in qualche ricreata  trattoria di buon comando il riso al salto, la cotoletta, i mondeghili e l’ossobuco, mi piace ordinare la frizzante Bonarda (femmina, lei), che tutto lava e ben ci sta.
Tuttavia, il quadro abbozzato fin qui è anche parziale ed equivoco. Un passo indietro: si dice Bonarda, ma si parla dell’uva croatina, che è a bacca nera, ha una buccia importante ed una buona riserva di tannini. Essa entra come componente minoritaria, ma in dosi rilevanti, nel taglio di tanti vini del nord Piemonte, che sono fermissimi, secchi e da invecchiamento: quindi un’uva dalle grandi potenzialità,  solo parzialmente espresse nella versione oltrepadana amabile  e frizzantina, benché piacevolissima e golosa. E tuttavia qualche perplessità sull’effettivo valore di una croatina ferma secca può permanere, finché non se ne assaggia un altissimo esemplare. Qualche anno addietro andai a La Terra Trema, benemerita manifestazione che esiste e resiste dal 2003 e che si autodefinisce “Fiera Feroce”: vi si trovano vini che oggi si dice naturali, ma che più correttamente in tema con la manifestazione chiamerei: “consapevolmente contadini”. E lì conobbi questo Gaggiarone Riserva , acquistandone purtroppo un’unica bottiglia. Confesso che fui attratto anzitutto da quell’etichetta vecchio stile, un po’ medievaleggiante, un po’ naif ed un po’ vicina a certi disegni di Depero, o comunque al segno grafico di certi artisti degli Anni Trenta; che specificava orgogliosamente, con una dicitura alquanto desueta: “vino rosso amaro di Rovescala". Fu però poi il vino a sorprendermi, particolarissimo: quella croatina in purezza (o quasi: non sono sicuro, ma potrebbe esserci una piccola percentuale di uva rara) veniva da vecchie vigne di cinquanta, sessant’anni, appunto dal vigneto denominato Gaggiarone in quel di Rovescala, che della croatina pare sia la patria o comunque un luogo d’elezione: una sorta di Grand Cru dell’Oltrepo’, caratterizzato da forti pendenze e da un terreno con inserti di tufo e di gesso, coltivato senza concimazione e lasciato inerbire;  ed il vino, vinificato in francescana semplicità,  maturava tra vasche di cemento e bottiglia per 10 anni prima di essere messo in commercio; eppure era allora,  nel 2015, tutt’altro che pronto, col tannino che ancora scalpitava, ed io che vi vedevo però una promessa gloriosa. Aprendolo oggi, dopo ulteriore riposo, lo trovo rubino scuro di media profondità, persino torvo nella tinta che sfuma verso un riflesso granato, con gocciole lente, frastagliate, persistenti. Esprime un profumo molto intenso di frutta nera, con il mirtillo in evidenza, quindi prugne secche; si fa strada la frutta rossa, susine e fragole. Poi,  un complessissimo ventaglio di evocazioni e suggestioni, che si apre a coda di pavone: il ginepro, la liquirizia, la torba, la noce moscata, il chiodo di garofano, la menta, l’alloro, la canfora, le aldeidi, il tabacco sminuzzato, la polvere di caffè, la mandorla. Al sorso, è  potente, pieno, continuo, dall’attacco quasi morbido e dolce; dopo, si apre  disteso e subito piacevolmente ruvido, slanciandosi verso un finale lungo, fresco ed equilibrato, un po’ sovrastato dal tannino, ma in una maniera caratteristica, personale, che  gli dona quell’amaro promesso dall’etichetta;  un tannino che è molto abbondante e un po’ terroso, ma ben maturo, sposato a un’acidità media ed un gusto molto concentrato, sorretto da un’ossatura di richiami minerali, grafitici, soprattutto dopo 48 ore dall’apertura: se  dopo 24 ore si riscontra solo un po’ più di volatile, attendendo ancora ecco che il Gaggiarone Riserva si fa molto più armonico, il tannino comincia ad integrarsi morbidamente pur restando abbondante ed ecco la scia minerale e grafitica emergere e chiarificarsi. Un  vino brusco, asciutto, ma elegante e a suo modo accogliente; riflettendo in trasparenza quell’Oltrepò dei sogni, forse perduto, come lo descrisse Gianni Brera ne La Pacciada: abbondante e poetico. Un vino ampio, con una sua solennità terragna;  semplicemente eccezionale, da accettare com’è: caratteriale, ricco di chiaroscuri.
In omaggio alle tradizioni lombarde, l’ho accostato a risotto alla milanese ed a un biancostato bollito: lì, ha reso la tavola più luminosa. A sorpresa, però , è riuscito quasi eccellente anche su un pata negra di 36 mesi.
Mi piace chiudere, amica o amico che mi leggi, con l’omaggio a un maestro, e lasciarti la descrizione che Luigi Veronelli diede di una vecchia annata di Gaggiarone, tanto tempo addietro;  poche righe di una lingua antica, da rileggere commossi, perché in esse rivive la magia della terra, dell’aria e del sole, di quell’unica vigna. «Il colore rosso granato nutrito e pieno, brillante, il bouquet composto, ampio e compiaciuto (sentore di mandorla amara), il sapore asciutto, anche composto su bel fondo amarognolo, il nerbo e la stoffa consistenti, bene espressi, e il pieno carattere» (Luigi Veronelli, «Corriere della Sera», 10 ottobre 2003).

Franciacorta Extra Brut, sboccatura 2 sem 2010 , Faccoli, 12,5 gradi.

Negli ultimi anni mi son tenuto  alla larga da certi gruppi di appassionati di vino, abbastanza da non saper più nemmeno veramente dire che cosa è di moda  e che cosa non lo sia. Mi piace, e mi è sempre piaciuto, seguire un’idea mia, magai un po’ obliqua, trasversale, sghemba, ma libera di andare dove le pare – ed io libero con lei. Ricordo che presso codesti circoli, o piuttosto rassembramenti, il nome degli spumanti metodo classico di Franciacorta era -e forse ancora è- in disgrazia, ben oltre il segno comprensibile di qualche concreto demerito; eppure quello di Faccoli veniva salvato per eccezione e agitato come un feticcio, al punto da risultare quasi antipatico come lo sono tutte le scelte imposte dalla massa, che spesso sceglie senza supporto di un pensiero critico, ma per sentito dire. Entravi in certe enoteche o ristoranti e già sapevi che avresti trovato Faccoli; parlavi con certe persone e: “Io non bevo Franciacorta” (o “non tratto”: la variante), “ solo Faccoli”, dicevano. Al punto che di Faccoli io alla fine nemmeno ne volevo sentir  parlare: me ne ero allontanato così tanto da rimandare, oltre ogni concreto impedimento e giusta ragione, l’apertura e l’assaggio di qualche bottiglia in mio possesso, acquistata appunto anni addietro per genuina curiosità e per l’onda della moda. Inoltre uno spumante di Faccoli, rosato, aperto davvero dopo troppi anni dalla sboccatura, aveva mostrato tutto il peso del tempo trascorso, lasciandomi un certo disappunto e poche speranze per le restanti bottiglie.
Ma quando ho aperto questo extra brut, che è il vino più distintivo dell’azienda, oh meraviglia! Di un bel giallo limone carico, dalla bolla fine e delicata, è eccellente  malgrado i 7 anni passati dalla sboccatura. Nasce da Pinot Bianco e Chardonnay e in massima parte i vini base sono d’annata singola: praticamente è un millesimato. Il Pinot Bianco, con le sue eleganti delicatezze, è  identitario per la denominazione, giacché si trova in molti Franciacorta riusciti; anche qui appone la sua firma, ma il risultato è  personalissimo. Questo extra brut ha un profumo molto intenso, vinoso e fungino: un’abbondanza di porcini secchi, disegnati con precisione. Poi, in dettaglio, fiori di sambuca,  arance e albicocche candite, tocchi di limone fresco, una speziatura dolce di noce moscata ed un senso vegetale di legno che è vivido e naturale, perché è muschio e corteccia ed in particolare corteccia di eucalipto, se la conosci. C’è qualcosa di carnoso, di ematico, di empireumatico, e insieme qualcosa di verde: il profumo dell’alloro e quello sfaccettato di altre erbe botaniche, come le distillano, care alla mia memoria,  i monaci di Camaldoli. C’è qualcosa di anice e di rosa e di mandorle, quelle buone, fresche e semplicemente pelate, non tostate; è una mineralita forse un po’ ammansita, ma scoperta.  Al sorso è notevolissimo, dritto, di quella stessa scabra eleganza che ha il Monte Orfano dal quale proviene, isolato e testardo in mezzo alla Pianura Padana, sola emergenza marina con i suoi conglomerati e i suoli poveri, fiero e ruvido come solo certi bresciani sanno essere. Di buon corpo, con un’acidità  davvero alta e una dolcezza media in senso assoluto (quell’acidità va pure compensata, per avere equilibrio), ma decisamente contenuta per uno spumante, marca appena un po’ di alcool nel lungo finale, ma in sostanza è deciso, energico, longilineo, piuttosto sfaccettato; mi verrebbe quasi da paragonarlo, absit injurias verbis, ad uno champagne di vigneron, per la qualità e la focalizzazione che esprime: un territorio, uno stile, niente compromessi. Da non gustare troppo freddo per goderlo appieno, sulla tavola è flessibile e con lui mi sono divertito a giocare; ma chissà che matrimonio sarebbe stato con un’astice o un’aragosta?

Curtefranca Rosso 2010, Lantieri de Paratico, 12,5 gradi.

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Perché la Franciacorta sia così sottovalutata sui vini rossi, produzione storica anteriore ai metodo classico, è qualcosa che stento a capire senza inquadrarla in dinamiche strettamente commerciali e comunicative. Si noti che la produzione di vini fermi e rossi in particolare è di tradizione antica, mentre la via spumantistica ha storia relativamente breve, le prime prove risalenti agli Anni Sessanta del secolo  scorso; vedi, amica o amico che mi leggi, lo storico “I vini d’Italia” che Luigi Veronelli diede alle stampe nel 1961 per i tipi di Canesi: di spumante nemmeno l’ombra ed al contrario si cita il vino da pasto e “se ben vinificato, vino fine da pasto” , per altro con base ampeleografica assai diversa dall’attuale ed acidità totali stupefacenti agli occhi nostri contemporanei. Io inoltre ricordo che bambino nel ristorante di famiglia i Franciacorta erano bianchi e rossi (correvano i primi Anni Ottanta), mentre  i metodo classico della denominazione bresciana comparvero solo in seguito, credo a seguito della rinomanza dovuta a un pranzo di stato durante il quale bottiglie di Bellavista o Ca’ del bosco vennero servite alla Regina Elisabetta d’Inghilterra.
Fatto sta che spesso quando stappo un rosso di Franciacorta, giovane o invecchiato, sono belle sorprese.
Ad esempio questo Curtefranca Rosso di Lantieri de Paratico,così composto: Cabernet Sauvignon 40%, Cabernet Franc 25%, Merlot 20%,  Nebbiolo 10%, Barbera 5%; è un gioiellino, sorprendente lieve e giovanile, dinamico e complesso. Eccezionalmente bello e luminoso nella sua veste color rubino trasparente, che tende al granato. Lascia sul calice lacrime irregolari, evidenti e sostanziose, mentre si muove flessuoso e leggero. Vi trovo un profumo freschissimo e di grande intensità e purezza, nitidissimo e gentile. Floreale ed erbaceo, anzitutto: si sentono le uve bordolesi, la speziatura del Cabernet Franc, con un certo che di pepe verde e un tocco mentolato. Emergono però poi netti i vitigni piemontesi, nebbiolo e Barbera: la rosa, la liquirizia, un certo pepe nero, il rosmarino. Un po’ di frutta rossa a polpa gialla: pesche noci estremamente mature, che fanno da fondale alle rose, ma anche amarena, lampone, persino fragola.  Al di sotto mirtilli, more. Un cenno appena si insinua come di tabacco biondo ed un altro ematico, una spolverata di grafite, di polvere di caffè e cacao amaro. Una nota affumicata, tostata, che deriva dal legno di affinamento, in effetti c’è, ma minima: si sente più nel calice vuoto.  Di corpo medio, all’attacco sul palato è lieve e carezzevole, vellutato, ma poi si allarga in un centro bocca ampio, gustoso, succoso, pieno di polpa,  che schiocca un bacio ed avvolge, ma che non sta fermo e prosegue il suo cammino allungandosi come un’ombra della sera armonico, asciutto, salino,  appena un po’ ammandorlato, con una persistenza discreta – non epocale – ma irradiante e pura, che si giova del misurato contenuto di alcol. Possiede tannino in media quantità, fine ma non privo di grinta; acidità assai spiccata, brillante per come mi pare integrata, invitantissima. Lo immagino ottimo su paste al ragù, lasagne, cannelloni, magari su carne bianca arrosto e da osare sulla tinca ripiena, alla maniera di Clusane. Questo vino aggraziato e robusto, gentile ed energico, quotidiano e signorile, amichevole più che amante, s’appaia bene a certa pittura lombarda, dolce e materica, come quella di Savoldo, di Moretto, o degli Induno, con quell’eleganza del caso anche un po’ ruvida. E mi par bello che in una zona sotto i riflettori come la Franciacorta ci siano ancora vini da scoprire; di più, cantine da scoprire: perché a dispetto della sua storia Lantieri de Paratico non è esattamente sulla bocca di tutti, ma io non ho mai assaggiato una loro bottiglia che fosse men che precisa, equilibrata, elegante.