Il mio Benvenuto Brunello 2019: tutti i colori del cielo.

Premessa

Qualcuno lo ha anche chiesto: “Chi viene al Benvenuto Brunello? Chi viene ad assaggiare l’annata 2014?”

La domanda, formulata da persona assai acuta e che ben conosce il mondo del vino, mi era girata per il capo almeno fin sulla soglia dei chiostri del Museo di Montalcino.

“Io sì!”, avrei voluto rispondere, perché mi piace il Sangiovese in tutte le sue bizzarrie; mi interessa il territorio di Montalcino – natura e uomini – anche in annate difficili come la 2014; è l’occasione di incontrare persone che stimo, ed amici, in un contesto festivo e allegro.

Inoltre, mi offre la scusa per tornare a Montalcino: passata Buonconvento, con le sue mura che paiono creta d’artista, appare fiera ed arcigna lassù, ma è come un invito.

Risalendo i fianchi del colle, scorrono paesaggi e nomi familiari: Montosoli, Canalicchio…l’incanto riconquista ogni volta, adagio.

Infine, in alto, a poche curve dalla Fortezza, il paesaggio si apre improvviso verso occidente: ampio, aereo, grandioso, solenne, infinito ed immoto verso la Maremma. Il fiato è sospeso, la magia ripetuta.

A sera, col buio, dalle Logge di piazza Mazzini dove la folla brinda nei giorni di Benvenuto Brunello, il vociare si spenge nel silenzio solitario dei vicoli e la luna occhieggia fra le tegole, mentre la notte ammanta la Val d’Orcia: la zolla respira all’unisono col firmamento.

La mattina profuma di pane l’aria fresca e pura, sotto un cielo blu, senza nuvole: pare rubato a Simone Martini. Al bancone del macellaio, chiacchiere buffe, perdigiorno; sagge e vitali tuttavia, quanto quelle di un capitano d’azienda sui calici delle nuove annate: popolo e nobiltà, qui, si danno la mano, figli di un’unica tradizione.

Una Comunità di gente forte e allegra, ospitale e gentile, ma sanguigna, col gusto del pettegolezzo piccante così candido da avere in sé la propria assoluzione; abituata a lavorare sodo, specie quando la stagione è inclemente.

Chi arriva qui, sposando quei valori, non è più ospite: diventa amico, familiare, anche se si ferma solo poche ore; e, quando parte, vorrebbe subito tornare e chiamare questo luogo, un giorno, casa.

Le annate presentate: tutti i colori del cielo.

Le annate presentate sono spettacolarmente diverse, persino opposte, quasi rappresentassero tutti i colori del cielo.

A Benvenuto Brunello 2019 si assaggiano i Brunello di Montalcino 2014, i Brunello di Montalcino Riserva 2013, i Rosso di Montalcino 2017, ed alcune uscite ritardate, principalmente Rosso di Montalcino 2016.

È sempre arduo e inadeguato trarre conclusioni da assaggi avvenuti in piedi ai banchetti. Provo a tracciare linee generali; però, amica o amico lettore, prendi le mie descrizioni col beneficio del dubbio.

La 2014 fu estremamente difficile, con molta pioggia, poco sole e temperature sotto la media, già da maggio. Precoci fioritura ed invaiatura, ma quest’ultima e la maturazione furono rallentate da piogge e scarsa luminosità, perdurate agosto e le prime due decadi settembrine. In molti vigneti comparvero muffe, richiedendo continue attenzioni e, sovente, lo scarto di importanti quantitativi di grappoli. Il tempo migliorò solo a fine settembre, inanellando giornate calde e soleggiate che premiarono chi aspettò a vendemmiare; ciò nonostante, in certi vigneti alti e freschi il sangiovese stentò assai la maturazione. Indicativo che taluni produttori rinunciassero a imbottigliare Brunello.

Il risultato nel calice è assai variabile. Numerosi Brunello sono soddisfacenti: scorrevoli, eleganti, dinamici, piacevoli, più che forti e complessi; alcuni, oggi costretti tra tannino ed acidità causa un centro bocca poco polposo, potrebbero riservare piacevoli sorprese con un moderato invecchiamento; altri, invece, sono pieni, ma con note di frutta surmatura: giovandosi forse del 15% di taglio con altre annate previsto dal disciplinare, hanno un poco snaturata l’identità del millesimo.

In generale, i Brunello di Montalcino 2014 mi sembrano suggerire un consumo immediato o differito di pochi anni; godendoli a tavola, anche su preparazioni leggere, mediterranee, persino sui pesci della tradizione campagnola, in umido.

Non mancano, comunque, conseguimenti notevoli.

Credo che alla riuscita di un buon Brunello di Montalcino 2014 contribuissero diversi fattori, quali: le condizioni dei singoli vigneti (esposizione, ventilazione, suolo; età e tipo dell’impianto); la disponibilità di vigneti diversi e non contigui, così da dosare uve e tagli; l’esperienza del produttore, sia in vigna che in cantina; la solidità economica, laddove “salvare il salvabile” significava rinunziare a notevoli quantitativi d’uva, diradati e scartati per migliorare il rimanente.

Più di altri anni il buon risultato sembra quindi dipeso dalla mano dell’uomo che, consapevolmente, ha accompagnato la natura al conseguimento desiderato, lasciandole libertà di esprimersi. Facile a dirsi, difficile a realizzarsi: infatti i Brunello 2014 di certi produttori promettenti sembrano soffrire la limitata esperienza: ad esempio, in taluni casi il legno di affinamento marca una materia meno ricca del solito.

L’annata 2017 ebbe altro andamento, non meno difficile: gelate ad aprile inoltrato, soprattutto alle quote più basse, soggette all’aria fredda del fondovalle; l’estate siccitosa, causa di difficile maturazione. Si dice comunque sia più facile gestire l’annata calda e secca rispetto a quella fredda ed umida: molti Rosso di Montalcino 2017 lo confermano, sfoggiando nerbo ed inattesa freschezza.

Gli assaggi dei Rosso di Montalcino 2016, di forza e di grazia, con profumi fascinosi, ribadiscono l’annata straordinaria, ravvivando l’attesa per i futuri Brunello.

I Brunello di Montalcino Riserva 2013 raccontano un millesimo equilibrato: composti, dignitosi, sfumati.

Intermezzo: la cena al Giglio e tre vini da ricordare.

Cenare al Giglio il venerdì sera, prima della giornata degli assaggi, è diventata una bella tradizione.

Per ricongiungersi in clima conviviale e ritrovarsi dopo un anno, rinsaldando i propri legami, la compagnia ghiottona, si giova dell’eleganza d’antan del ristorante, dell’ottima cucina e dell’eccellente carta dei vini, che indaga profondamente la produzione locale.

Tra una tartare di Chianina e un peposo, tra crostini di fegato di fagiano e pecorini locali, fino al trionfo di fiorentina e ai dolci, ci siamo deliziati di chiacchiere e di vini che non si possono tacere.

Rosso di Montalcino 2013, Podere San Giuseppe – Stella di Campalto: un vino indimenticabile, un’ipotesi di Sangiovese gloriosa e aerea, iridescente per le sue mille sfaccettature, etereo ed insieme profondamente radicato alla terra nei suoi profumi, un carezza sensuale di sfericità setosa e inestinguibile sul palato. Quasi un’epifania, per quanto riesce a ricordare i Rosso di Montalcino che nascevano a Poggio di Sotto sotto l’egida del duo Palmucci-Gambelli. Complimento migliore, non saprei fargliene.

Rosso di Montalcino 2014, Podere Salicutti: è un velluto setoso che appaga e convince, è una fittezza di trama piena di intenzione, dalla fibra suadente e dalla pennellata bronzea, tenorile. Malgrado l’annata sfavorevole e l’impronta indelebile lasciata dal Rosso precedente, si imprime netto nella memoria.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2003, Lisini. Lento e autunnale, corazza e spigoli contro di noi che importuniamo il suo lungo sonno. Dispiega adagio la sua forza contratta, balugina altre dimensioni di suadenza bruna. Ne intuiamo il fascino, gli neghiamo il tempo di esprimerlo.

Gli incontri di un giorno.

Posso chiamarli assaggi, se dentro quei vini ci sono sole, pioggia e soprattutto vita?

Sono incontri, piuttosto: ogni vino è racconto pulsate che si affianca alle parole di chi lo produce, lo vende, lo presenta. Vale la pena ascoltarli tutti, con rispetto, in silenzio.

È difficile giudicare le annate assaggiando in piedi ai banchetti, ma più ancora i singoli vini. Porta dunque pazienza, amica o amico lettore, se prenderò qualche cantonata, o se non sarò accurato: è così bello star lì in mezzo ai chiostri del Museo di Montalcino (occhieggiandone a tratti le sale divine), e scambiare opinioni con la gente attorno, col vignaiolo, passeggiando senza fretta; lì è la festa vera, ma è facile distrarsi.

Peraltro, stanti le annate diverse, certi Rosso possiedono forza da prevaricare i Brunello assaggiati appena dopo: difficile tararsi.

Ecco le mie notarelle. L’ordine è quello del libretto di appunti distribuito alla manifestazione, invertito.

Mastrojanni

Brunello di Montalcino 2014: elegante, tra arancia, sangue e bosco; succoso, armonioso di già; col finale fascinosamente sfumato, si accetta il tannino un po’ verde

L’insieme è straordinariamente curato e coerente, mantenendo scioltezza. Velluto-seta, come sovente istiga Castelnuovo dell’Abate.

Peccato il sospetto di tappo sul Rosso di Montalcino 2017: interrompo l’appunto.

Lisini

Brunello di Montalcino 2014: profumato, con i fiori e la frutta in gelatina sbalzati e vaporosi, puro e aperto. Armonico, ha nerbo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: di classica compostezza, tannico, eppure agile: invoglia sorsi su sorsi. Suggerisce complessità future.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2013: oggi il profumo è chiuso, una scorza minerale e ferrosa; bisogna affidarsi all’ampio retrogusto che lascia questo vino potente e agile: un sorriso da divinità etrusca, sa di arance, viole, rose.

Trittico maestoso questo di Lisini: l’impaginato saldo si piega al sussurro di voci diverse, raccontando la medesima idea di classicità.

La sede aziendale è nel quadrante meridionale della denominazione, presso Sant’Angelo in Colle, in zona areata: può avere giovato contro le bizze del clima.

Le Ragnaie

Rosso di Montalcino 2016: giunge con la freschezza della primavera, al profumo e sul palato. Agrumi e spezie l’annunciano. Delizia lungo, delicato, dissetante, però ha nerbo, struttura. Fiato, corpo, anima di Sangiovese, ma si affratella ai migliori Pinot Nero di Borgogna per grazia e suggestione.

Con questo, Riccardo Campinoti firma un altro capolavoro.

È, peraltro, persona coraggiosa e trasparente circa i risultati del suo mestiere. Le Ragnaie, è noto, include vigne a quote alte, anche la più elevata della denominazione. Ovvie le difficoltà di maturazione nel 2014: il Brunello di Montalcino non si imbottigliò, declassando le masse a Rosso di Montalcino, per Cru. Riccardo ne ripropone qui due, per mostrarne l’evoluzione, per ricordare a tutti che cosa sia stato quel millesimo sfortunato.

Rosso di Montalcino Pietroso 2014, viene da una vigna sul poggio accanto al paese, tra i boschi, ad alta quota. Le parole di Riccardo mentre lo versa: “Lì l’uva quell’anno non maturava mai, mai, mai…”. È un vino schietto, ossuto, boschivo, con lampi di arancia sanguinella e di ferro.

Rosso di Montalcino 2014 V.V.: da vigne vecchie, profumi accattivanti a coda di pavone, su netta matrice minerale. Più che corpo, spirito di delicatezza estenuata.

(Chiosa: solo poche settimane dopo, altri straordinari assaggi de Le Ragnaie a Terre di Toscana ne rammentano lo smalto in millesimi “normali”; tra essi – sorpresa- un bianco montalcinese quasi contadino, buonissimo).

Le Chiuse

Rosso di Montalcino 2017. Un profumo complesso e concentrato, di terra. È potente, sa di ciliegia. Un vino lungo, dal retrolfatto speziato, in divenire. Un grande rosso.

Brunello di Montalcino 2014: misurato, compassato, profondo, nella tradizione della firma, tuttavia in questo millesimo anche fluido, accessibile, scorrevole. Tra note terrose, ferrose e minerali, la sua voce tenorile si tinge di colori autunnali.

La sorpresa: in millesimi bizzarri ed opposti, i vini de Le Chiuse, spesso di classicità gagliarda e altezzosa, inattesi trovano sorrisi, delicatezze e flessuosità. Si sarebbe detto il contrario. Se non è sapienza, questa!

Il Pino – Fattoria del Pino.

Rosso di Montalcino 2016, un tripudio di profumi: fiori, balsami, eucalipto, resina e tanto pepe. Aperto, succoso, gustoso, di grande acidità e tannino, vibra e avvolge. È una meraviglia.

Brunello di Montalcino 2014: anch’esso -sarà suggestione- resina e bosco in primo piano, poi folate di arancia e di pepe. Armonioso, tannico più che acido, scorre fluido in ragionevole allungo. Un grappolo a pianta: lavoro e rinunce per una primizia. Pensare che viene dal versante nord.

C’è fascino carnale nei vini radiosi e sognanti di Jessica Pellegrini: sempre più brava, bravissima, sempre genuina.

Il Marroneto

Rosso di Montalcino 2016 “Ignaccio”: trasparente e aranciato alla vista, è vino forte e lirico. Dispiega il bouquet tra frutta matura, fiori e profumi terziari. Di corpo: ampio, tannico, l’acidità viva e avvolta. Aggraziato e imperioso. Memorabile per finezza, dettaglio, eleganza.

Manco, per combinazione, il Brunello di Montalcino 2014. Peccato.

A Il Marroneto nascono icone ormai ineludibili. Meglio: sono pale gotiche su fondo oro.

Fattoi

Rosso di Montalcino 2017 è frutta matura e ciliegia sotto spirito, a tratti gradevolmente liquorosa. Di gran corpo, potente di tannino e acidità. Giusta lunghezza, l’alcol lo ferma.

Brunello di Montalcino 2014: irruente, scomposto, potente; profumo e sorso, l’impatto è importante. Viola e visciola e altra frutta rossa, fumè, speziato e minerale. Incute rispetto, con piglio deciso.

Le vigne di Fattoi, così soleggiate e aperte verso la luce della Maremma, ben ventilate, giustificano la riuscita del Rosso; e vieppiù del Brunello, nel millesimo freddo.

La visceralità profonda e generosa di questi vini, però, è nelle mani del produttore. Non saprei rinunciarvi.

Corte dei venti

Rosso di Montalcino 2017: profuma di agrumi e frutti di bosco rossi, è buono e succoso, molto sapido, un piacere da bere.

Brunello di Montalcino 2014: stretto tra tannino e acidità, è scorrevole e setoso. In altre annate avrebbe sapore, corpo e presenza, in questa sembrano sfuggirgli.

L’eloquio nei vini di Corte dei venti è scorrevole, aperto, mediterraneo, sempre mosso e fresco. Forse il millesimo freddo ha giocato uno sgambetto in contropiede, malgrado la posizione al meridione estremo del territorio montalcinese.

Castello Tricerchi

Rosso di Montalcino 2017: fragrante, fresco, esplode frutta matura. Molto setoso, dolcissimo tannino, ha stoffa.

Brunello di Montalcino 2014: vino di eleganza autunnale. Soffre un po’ il legno, si offre un po’ amaro.

Brunello di Montalcino Riserava “A.D. 1441” 2013: portamento solenne e austero, setosa tessitura. Profumo e gusto assai segnati dal legno, in questa fase; dovesse smaltirlo, sarebbe un gran vino.

Nel trittico la ricerca della propria voce: risultato altalenante, ma c’è fermento; l’esperienza aiuterà .

Baricci

Rosso di Montalcino 2017: vino freschissimo; in lui pienezza di fiori e frutta, forza acida, allungo. Campione di vasca ancora ribelle, la caratura è tuttavia evidente.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di fiori: un tocco di lavanda, tante violette; per me, la firma di Montosoli, sua culla. Racconta il millesimo: ha corpo, ancora stretto tra aciditá e tannino, ma l’equilibrio racconta già armonie future. A bicchiere vuoto, persistenti profumi incantati, lindi.

Vini soavi, luminosi, puri, di eleganza e rusticità indissolubilmente legate. Traggono freschezza e florealità dalle zolle di Montosoli, l’onestà da chi li produce, risultando irrinunciabili.

Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2017: profumo ampio, variegato, bilanciato, in divenire. Ha bella struttura, qualche sorprendente diluizione a centro bocca, ma saldo equilibrio. Con 42.000 bottiglie prodotte, una sicurezza.

Brunello di Montalcino 2014: vino sfaccettato, di buon vecchio stile; stoffa e grande equilibrio. Profumo delicato e raffinato, con ricordi di cipria. Ben 120.000 bottiglie prodotte, estremamente convincenti: tra le migliori riuscite del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: il classicismo della denominazione, erto e rifinito come una colonna corinzia. Profumo aperto, ma il sorso, soprattutto, è potente, luminoso, lunghissimo, fuso. Un paradigma.

I Sangiovese della Fattora dei Barbi sono un baluardo ineludibile per gli amanti della tradizione montalcinese e dei vini classici. Prova autorevole a questo Benvenuto Brunello di millesimi difficili: probabilmente grazie all’ampio parco vitato, sicuramente per la consapevolezza crescente.

Ventolaio

Rosso di Montalcino 2017: fresco; profumo balsamico; sorso bellissimo: succoso, potente, ampio, di gran struttura. Ottimo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino autunnale, ombroso, come un cielo fosco, gravido di vento e di pioggia, e perciò affascinante: originale, ematico, quasi gotico. Il sorso è gustoso, un po’ amaro, bilanciato, strutturato. Stante l’annata, solo 1000 bottiglie prodotte, segno evidente di cure rabbiose.

Anche in questi millesimi difficili i vini di Ventolaio affascinano, come il Cru omonimo. Originali, obliqui, danzano su ali leggere, incuranti degli strapiombi.

Tiezzi

Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2017: superata la riduzione iniziale, profuma lampone, sale, aldeidi. Fresco, tannico, acido, di struttura e svelto. Qualche piacevole rusticità.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2014. Affascina: fungino, autunnale, balsami e ruta, aldeidi, agrumi, alcuni toni verdi. Il sorso ha tenuta e spessore adeguati, stante il millesimo.

Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2014. Il profumo è pulito, aperto, di amarena fresca. Il sorso lieve, scattante; non grande, ma alato. Vino radioso: una scintillante ipotesi di Brunello, in levare.

Brunello di Montalcino Riserva “Vigna Soccorso” 2013. Superbo, di stoffa e razza superiore: alato come il 2014, lo ricorda nell’impianto, ma è assai più profondo e complesso.

I vini di Tiezzi sono comunicativi, ispirati, caratteriali, grintosi e svelti, anche nei millesimi estremi. Nel freddo 2014, la Vigna Soccorso, malgrado l’alta quota, lapidariamente ricorda le ragioni della sua fama ultracentenaria.

Terre Nere

Rosso di Montalcino 2017. Ha buon profumo fruttato, balsamico, agrumato, sfaccettato. Di corpo, con sorso di levità ed avvolgenza setosa. Discreta persistenza.

Brunello di Montalcino 2014. Buon vino, pieno, dal profumo terroso, fumé, maturo, e dal sorso stretto nella morsa tannico-acida.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: bel carattere forte da vera Riserva, sorso di ricchissima struttura, polpa, persistenza. Ottimo.

Polpa, seta, una sensualità sorvegliata ma sottesa: filo rosso nei vini dei Campigli Vallone, che ben interpretano il territorio meridionale di Castelnuovo dell’Abate e del Castello di Velona.

Tenute Silvio Nardi

Rosso di Montalcino 2017. Profuma di frutta matura, di selva. Ha sorso pieno, centrale, non articolatissimo, un po’ alcolico infine. Vino gustoso, molto ricco, di grande impatto.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di erbe essiccate (origano, timo), ha venature fumè. Centrato tra tannino e acidità giusti, chiude sull’alcol e sull’amaro. Profilo mediterraneo, protervo impatto. Scostato dai crismi del millesimo.

Vini energici e pieni, di stile riconoscibile, tutto forza solare e quadrata; persino – sorpresa- nel 2014, ma il produttore racconta di selezione feroce: 40000 bottiglie, invece delle abituali 150000.

Tenuta Le Potazzine

Rosso di Montalcino 2017. Vino sonoro di frutta fresca, potente, complesso, tuttavia lirico, aggraziato. Giovane e ancora piccante.

Brunello di Montalcino 2014. Affascinante profumo d’autunno: terra bagnata, foglie secche, afrore di aia. Portamento elegante: succoso, lieve, lirico, sciolto. Il millesimo freddo regala un tannino un po’ verde e tenui rimandi al legno.

Valori certi i vini de Le Potazzine: grazia leggiadra e tenera, delicato lirismo riconducono a naturale armonia anche i nei di queste annate difficili.

Sanlorenzo

Rosso di Montalcino 2016. Vino di eleganza e misura superiori. Profumo fresco di fiori, di bosco, cenni pepati, affumicati e minerali. Fresco parimenti il sorso: verticale, longilineo, teso, di corpo. Balsamica persistenza. Perde coi minuti una certa chiusura e trionfa frutta rossa, piena, matura.

Brunello di Montalcino “Bramante” 2014. Bellissimo vino, pieno di profumo e di gusto: buono, saporito, rotondo, profondo. Scorre sulla vena minerale. L’agilità del millesimo si giova di una struttura robusta, in mirabile equilibrio.

Brunello di Montalcino Riserva “Bramante” 2013. Assaggio particolare, che merita una chiosa. Interlocutorio a Benvenuto Brunello: stoffa eccellente per gusto, polpa e struttura, ma vino marcato dal legno di affinamento, al profumo e sul palato; tuttavia, già dopo poche settimane, a Terre di Toscana, appariva trasfigurato: più pulito il profumo, floreale e fruttato, più puro il sorso, facendo sperare in una Riserva ottima, potenzialmente la più classica prodotta a Sanlorenzo.

Esempi di Sangiovese d’altura, contemporanei per integrità, sempre più orientati ad una classica compostezza. L’eleganza rifinita si lega ad una calda artigianalità e la barra di Luciano Ciolfi, a Sanlorenzo, è drittissima, anche quando il millesimo è difficile. Se la Riserva 2013 evolverà positivamente – questa la scommessa- se ne parlerà a lungo.

San Giacomo

Rosso di Montalcino 2016. Colore bellissimo: aranciato, antico. Goloso: profuma arancia matura e acciuga, è avvolgente e caldo. Vino ottimo: confortevole, sensuale, di corpo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino di bella polpa e stoffa; sui toni dell’arancia matura: vista, olfatto, gusto. Soffre un poco -peccato- certo tannino asciugante.

I vini di San Giacomo stanno trovando passo passo l’identità precisa: con naturalezza e semplicità, traggono carattere dal versante nord di Montalcino, che già ne delinea il profilo. La strada è buona, l’esperienza aiuterà nei millesimi difficili.

Salvioni – La Cerbaiola

Rosso di Montalcino 2017. Vino potentissimo e sanguigno. Profumo molto intenso, primaverile, fruttato ed ematico. Stoffa imponente e reattiva, polpa ricca e compressa tra acidità e tannino imperiosi. Rinfrescante. È un puledro ancora da domare, dalle movenze forti e eleganti, di naturalezza disarmante.

Salvioni presenta soltanto il Rosso di Montalcino, ma che vino! Per classe e statura guarda parecchi Brunello, non solo 2014, dall’alto al basso. La firma è un riferimento ineludibile.

Poggio di Sotto

Rosso di Montalcino 2016. Vino superiore, di gran stoffa e impianto austero: il profumo, molto sfaccettato, richiede ascolto. Salinissimo, energico, equilibrato, lieve, puro e preciso.

Brunello di Montalcino 2014. Vino superiore, di gran stoffa e giusto corpo, dal profilo autunnale, affascinante, seducente. Il passo è naturale e sciolto. Una bellissima riuscita di un’annata minore.

Vini di eccezionale caratura, con rarefatta, eterea personalità, gioia per gli amanti del Sangiovese classico. Irripetibile la magia di qualche anno addietro, quando altre mani li modellavano, il lavoro resta di alta qualità: si veda l’ottima riuscita nel travagliato 2014.

Un tesoro per la denominazione ed oltre.

Podere Le Ripi

Rosso di Montalcino “Sogni e follia” 2015. Vino superiore, di gran stoffa. Bel colore aranciato, potente, caldo, etereo, dal delicatissimo tannino. Evidente – benvenuta- ispirazione gambelliana.

Brunello di Montalcino “Lupi e Sirene” 2014. Vino elegante, dal fiato etereo, venato di arancia, erbe aromatiche, spezie, aldeidi, ferro e sangue. Ha bella struttura. La lunghezza discreta è pegno del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva “Lupi e Sirene” 2013. Vino di altissima caratura: molto gustoso, estremamente elegante, lunghezza eccezionale. Nel miglior stile antico.

Vigne in posizioni assolate e calde a Castelnuovo dell’Abate, allevate per lo più ad alberello, con grandi cure, forniscono una materia eccellente per vinificazioni ormai orientate ai dettami della scuola antica: rispetto, lunghe macerazioni, lunghi affinamenti. Ne risultano vini meravigliosi, somiglianti ai Poggio di Sotto della originaria gestione. Lascia senza fiato la strada qui percorsa in pochi anni.

Epilogo

Finisce la giornata degli assaggi, col dispiacere per ciò che si è dovuto tralasciare, solo per mancanza di tempo e per stanchezza fisica.

Fuori la luce assume quel tono caldo che prelude di qualche ora al tramonto.

Un tempo breve di ristoro e siamo a Sanlorenzo: finalmente il bosco, le vigne, i profumi della terra.

La terra.

Lì sostiamo un poco, al bordo dei filari di sangiovese, presso un leccio. A manca l’Amiata, a destra Siena, dritto la Maremma ed il bagliore che il mare riflette nel cielo. I colori sono nitidi per l’aria tersa dal vento, di una lucentezza quasi metallica.

Poi in cantina fra le botti. Altri assaggi mirabili (che buoni saranno i Brunello di Montalcino 2015 e 2016!), con la compagnia allegra e competente di alcuni soci AIS piemontesi.

Infine la cena a La sosta, tra amici vecchi e nuovi, in immediata confidenza. Tutto un vociare mentre si assaggia alla cieca, con risultati pessimi, anche peggiori del solito; non importa: contano i visi puliti, i sorrisi, la familiarità.

È la celebrazione della festa, la versione contemporanea delle cene chi si tenevano in antico sull’aia dopo la mietitura o la vendemmia, il rito che rinnova i cicli della vita.

Questo il senso profondo di Benvenuto Brunello, la ragione ultima che aggrega anche noi forestieri: con me l’amico Stefano, la mia Emanuela…

Finché a Montalcino batterà un cuore saldo e antico, ogni sogno sarà possibile.

Domenica mattina: sole, cielo limpido, aria tiepida che profuma già di primavera. Due passi tra i vicoli e lungo le mura, guardando e sognando le case e quale vita sarebbe tra quelle mura. Per un attimo il Brunello è lontano. Poi il pranzo alla Taverna dei Barbi. Quasi di soppiatto camminiamo le vigne ai Podernovi.

Rientriamo: l’asfalto scivola sotto le ruote e con lui un misto di gioia e nostalgia.

Quest’anno il sogno lo portiamo con noi.

Il mio Benvenuto Brunello 2018, ossia l’elogio della lentezza.

Il mio quint’anno a Benvenuto Brunello; e ci son voluti quasi 5 mesi per metterlo nero su bianco: il tempo di una lentezza per decantare idee, sensazioni, emozioni vecchie e nuove, profonde e molto intime; un sentimento rarefatto che ha pervaso anche quelle mie giornate montalcinesi: non solo, ormai, dedicate  all’assaggio di vini -sia detto- buonissimi, ma  al godere calmo e adagio delle relazioni umane dei silenzi notturni, dell’aria pura, delle passeggiate mattutine odorando i profumi della campagna e rifacendomi lo sguardo su quel paesaggio benedetto dal Signore. Beata solitudo, sola beatitudo. Tuttavia mi rimase l’esigenza quest’anno di tornare di lì ad una dozzina di giorni, per vivere Montalcino e respirarla, approfondendone territori e  aziende che avevo da tempo nel cuore,  vedendo visi e stringendo mani, passeggiando le vigne e gli uliveti. Vino, olio e pane: elementi sacri della vita e, guarda caso, del cristianesimo, che qui trovano consacrazione eccelsa (ho in mente ancora il profumo intensissimo e quasi floreale dell’olio giovane di Fattoi, sul pane fresco e soffice del forno Lambardi). Perciò ritorno a Montalcino fu soprattutto un’occasione privatissima, voluta e cercata, di condivisione; e una messa mattutina a Sant’Antimo, seppure orfana dei canti gregoriani che un tempo ne risuonavano le arcate, assunse un carattere di profondità particolare. Gioia e dolore, sole e nuvole, colle e piano: l’armonia della vita è una ricomposizione di dualismi.

Quindi, se la mia presenza a Benvenuto Brunello 2018 si è ridotta, in realtà, a una giornata di assaggi ai Chiostri del Museo Civico e Diocesano, in realtà si è estesa idealmente per una ventina di giorni; e si riverbera nella memoria ad ogni sorso del Sangiovese di quelle zone fino al prossimo anno.

Finalmente, ora che inizio a scrivere guardando l’immensità marina del Tirreno, ho la serenità per chiudere gli occhi e ricordare.

“ È sera, ma sembra già quasi notte per il buio di quest’inverno che sembra quasi non finire mai. Giungo a Montalcino per il mio quinto Benvenuto Brunello. La città giace sotto il cielo nero, nel quale nubi gravi si intuiscono minacciose; eppure essa è sospesa, magicamente silenziosa e deserta, malgrado simultaneamente si tenga la cena di gala della manifestazione; specie lassù dove ho preso stanza, intorno al solitario Duomo ottocentesco, col suo protiro di colonne di ordine tuscanico, possenti e slanciate, che ripara i colombi; dove i pochi lecci maestosi fan da sipario ai tetti di cotto delle case, digradanti a cascata verso la Val d’Orcia. Là in alto, isolato, mi beo dove il vento gioca sul crinale del colle.

Il quint’anno: quando andavo alle scuole elementari, quello preludeva all’esamino che doveva introdurci alle classi delle medie: chiudeva un ciclo, ci insegnava a dire la signora maestra.
Similmente alle superiori: cinque anni in totale, col bienno del ginnasio seguito dal liceo propriamente detto, il glorioso classico; poi c’era la maturità. Me ne accorgo forse all’ultimo, ma per tanti motivi  il mio Benvenuto Brunello 2018, rientra in questa regola.
Ripenso – mentre percorro nel freddo della sera, verso l’Albergo il Giglio,  le rughe familiari-  al mio stato dello scorso anno e lo paragono all’attuale: quanto cammino e quanta salita!

Ho studiato a lungo quest’anno, ho letto e ascoltato su Montalcino e sul sangiovese, tanto ho assaggiato:  oggi posseggo  miglior cognizione delle terre, dei versanti, dei microclimi; e dell’uva conosco meglio le bizze e il capriccio e l’espressione, secondo la mano di chi lo coltivi e lo vinifichi, e secondo il territorio; perché, a Montalcino il Sangiovese venga diverso rispetto alle terre del Morellino, ed ancora  differente nel Chianti, alla Rufina, in Romagna e, naturalmente, a  Montepulciano dirimpettaia. C’è insomma in me una maturità nuova nel mio modo di rapportarmi alla manifestazione, ed una mia, nuova, personale disposizione di spirito.
Anche la formula di Benvenuto Brunello è cambiata, aprendosi al pubblico appassionato, ferme restando le necessarie sale separate per la critica:  così si promuovono il territorio e il vino, sottolineando come siano intrinsecamente legati.

Parla da sé quel territorio; però, perché lo capisca e fino in fondo l’apprezzi, il pubblico bisogna portarlo fin qui: basta affacciarsi da uno dei numerosi balconi panoramici della città, dal lato della chiesa della Madonna del Soccorso, ad esempio, oppure dagli spalti della Fortezza, per restare senza fiato. Risalga il colle e i suoi tortuosi tornanti, il viaggiatore, traversi i boschi, veda e tocchi con mano le vigne, respiri l’aria delle nuvole che corrono sopra la torre del comune;  scenda nei fondi, scorra i menù, scega una fiorentina di chianina perfettamente frollata che abbondi l’etto, o una terrina di fagiano, o una selezione di caci locali, assaggi un Brunello di almeno una quindicina d’anni; solo allora potrà intimamente capire.

Come s’è fatto il mio amico Stefano ed io, al Giglio. Due bottiglie di Brunello in due. Prima il 2003 di Fuligni, poi il 2003 di Conti Costanti: ampio, avvolgente e maestoso il primo, composto splendente e solenne il secondo; entrambi finissimi, elegantissimi, superbi, caratterizzati da un frutto sì molto maturo, ma anche da una freschezza ed un’equilibrio sorprendente, sin nelle più minute trame della tessitura: ecco la tenuta del Sangiovese di Montalcino, anche in un’annata caldissima (tanti scommisero che l’annata 2003 avrebbe dato dato vini stanchi, cotti, non longevi).

E tuttavia, per stupire l’ipotetico viaggiatore che passasse di qui nei giorni di Benvenuto Brunello,  basterebbe la qualità espressa dal buffet della manifestazione, allietato dai prodotti locali e da tradizionalissime preparazioni, acconciato vieppiù da una dozzina di oli e grappe montalcinesi,  (ecco, magari un po’ più di riflettori li avrebbero meritati i mieli, per i qual Montalcino va famosa).
Peraltro, malgrado la notevole affluenza di visitatori, ci sono  aria e spazio per tutti, anche ai banchi d’assaggio: ottima organizzazione.

Poi  c’è la passeggiata sentimentale e suggestiva che snoda attraverso il meraviglioso museo cittadino, con la scenografica  disposizione di statue lignee, terrecotte robbiane, tele e pale d’altare, Madonne, santi, angeli, Cristi, a formare un’unica danza spiraliforme di pose e colori, come se le opere d’arte prendessero vita, gesto, favella. Solo dopo un colloquio muto con esse si può  iniziare a discorrere col vino e sul vino.

 E sul  Brunello e sul Rosso di Montalcino, ce ne sarebbero discorsi: “territorialità” e “maturità” i termini che ricorrono nella mia mente, intrinsecamente legati: maturità dei vigneti, che più in profondità affondano le radici nella terra; maturità dei produttori.  Ecco, pur col caveat di assaggiare in piedi ai banchetti, in chiacchiera rilassata come mai prima, mi formo a poco a poco  l’idea che  una larga parte dei produttori abbia raggiunta la consapevolezza stilistica, perché nel calice parlano soprattutto territorio e sangiovese, tra trasparenze visive e profondità aromatiche e strutturali. Persino certi produttori che per semplificare chiamerò “modernisti” e “internazionali” , mostrano nelle ultimissime annate un benvenuto ripensamento di rotta verso una tipicità più autentica, evidente – per motivi anagrafici e fors’anche per una più misurata ambizione- soprattutto nel più giovane Rosso, 2015 o 2016 che sia.

Quest’anno si presentano annate favorevolissime: il 2013 ha propiziato Brunello di compostezza e proporzione classica, spesso da attendere perché si raggiunga il picco di equilibrio e complessità,  come è giusto per la tipologia; i Rosso 2015 (in uscita ritardata) sono vini di forza, polpa, spalle larghe: giustificano ambizioni da piccoli Brunello; i Rosso 2016, sono golosissimi: potenti anch’essi, snob più eleganti, profumati, freschi e beverini; i Brunello di Montalcino Riserva 2012, spesso, giustificano appieno la denominazione: perché l’annata calda, ma relativamente equilibrata, ha generato nei casi migliori vini ricchi, di  carattere deciso, avvolgenti e signorili.

Procedendo con gli assaggi penso che l’equilibrio dell’annata 2013 -insieme magari all’accresciuta consapevolezza produttiva- abbia in qualche modo ridotto la diversità tra i Brunello di un produttore o dell’altro: piuttosto si può discriminare i vini raggruppandoli  per area di provenienza: quelli del nord della denominazione, ad esempio (con molte ottime riuscite),  rispetto a quelli del quadrante sud, o quelli di Tavernelle e de “La villa”. Perciò gli assaggi richiedono un ascolto assai attento, giacché il gioco è tutto nel cogliere le sfumature; gioco difficile, se svolto in piedi tra i banchetti. Mi scuserai pertanto, amica o amico che mi leggi, se sarò qui e là un po’ generico nelle mie descrizioni.

Vorrei cominciare a raccontarti i miei assaggi (l’ordine dei quali segue pedissequamente quello proposto dal quadernuccio di appunti offerto dal Consorzio) proprio da un vino che trae la sua bellezza dalle sfumature: il Brunello di Montalcino 2013 di Fuligni, sicuramente tra i miei preferiti. Un vino di gran classe, ispirato: netto il profumo tra fiori, ciliegie e richiami boschivi; pieno al sorso, caldo, ampio, potente, ma soprattutto setoso, soffice addirittura, dai tannini finissimi, con una lunghezza gustosa e intensa. L’azienda, che come molte altre realtà storiche si trova poco fuori le mura di Montalcino, in questo caso sul lato orientale, ha prodotto 23.000 bottiglie di questo vino: anno dopo anno, per la mia esperienza, una rara costanza nell’eccellenza.

Un filo rosso unisce i tutti i vini presentati oggi da Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto; qualcosa che definirei “stile aziendale”, propiziato forse dal possesso di appezzamenti in zone diametralmente opposte della denominazione: l’uno nel più fresco quadrante di nord-est, l’altro nel più caldo sud-ovest, dai quali consegue una possibilità piuttosto ampia di bilanciare i vini con tagli opportuni, secondo l’annata.
Sia il Rosso di Montalcino 2016 che il Brunello di Montalcino 2013 si porgono con precisione, sulla frutta e su una struttura importante, quasi nervosa in questa fase. Nelle mie note segno “scheletro”, ad significare un’ossatura tannico-acida forte e in evidenza. In realtà rimango quasi sorpreso, perché in precedenza i vini di questa firma mi erano sembrati più risolti, più riposati e in equilibrio, al debutto;  magari è solo una mia sensazione o, semplicemente, debbono affidarsi ancora un po’ in bottiglia.
Viene presentato anche il Brunello di Montalcino Riserva 2012, dove rintraccio il filo rosso aziendale. Mi piace perché più fresco di altri di pari tipologia, anche se mi sembra di sentirvi qualche nota un po’ amara sul finale.

Si vola alto, coi vini de Il Marroneto.
Il Rosso di Montalcino 2015 ha un colore che tende all’aranciato e il suo profumo, se non particolarmente intenso, è tuttavia raffinato; al pari del sorso, che potenza ne ha, eccome, con un tannino superiore alla media ed un’alta acidità.
Il Brunello di Montalcino 2013 è bellissimo; ha una grande personalità: nel suo profumo, erbe e spezie fini, mineralità, note sottilmente evolute ed eleganti, quali arancia e corbezzolo, senza rinunciare alla fragranza; gode al sorso del sostegno di una decisa acidità.
La selezione, il celebre Brunello di Montalcino “Madonna delle Grazie”, anche  nell’annata 2013 è all’altezza della sua fama: esemplare per raffinata concentrazione, aromi terziari, sensazione tattile, in bocca, nobilmente soffice. Fosse un quadro, sarebbe un primitivo su fondo oro, richiamare così una vecchia e celebre descrizione che il Principe Boncompagni Ludovisi inviò a Tancredi Biondi Santi a proposito di un Brunello Riserva di quest’ultimo.

La mia affinità verso i vini de Il Paradiso di Manfredi è stata nel tempo altalenante, perché li ho trovati spesso scontrosi (mentre  la famiglia Guerrini, a cominciare dal Signor Florio, sono persone deliziose, garbate e gentili); quest’anno, però, mi conquistano: mi avvisa il produttore che andranno in commercio qualche anno dopo la presentazione, secondo la filosofia della firma, ma  io li trovo già buonissimi . Il Rosso di Montalcino 2016 è succosissimo: tutto fiori, fragole, ciliegie; pieno ed estremamente fresco; con un gran tannino, un’acidità verticale ed un’anima minerale che lo rende elegantissimo.
Il Brunello di Montalcino 2013, che andrà in commercio tra due anni, mi sorprende: pieno, concentrato, fresco, futuribile per la sua forza pervasiva, già oggi si distende in una notevole eleganza; con un gran carattere, così marcato dal sale sulla bocca, che ne contrappunta il gusto; infine la speziatura, il tannino importante. A mio vedere, il miglior Brunello de Il Paradiso di Manfredi che ho assaggiato in questi 5 anni di Benvenuto Brunello.

Coi vini di Fattoria il Pino, invece, la mia immedesimazione  è stata immediata ai primi assaggi di qualche anno addietro ed è anzi cresciuta anno dopo anno. Credo questa sia oggi tra le più belle realtà artigiane di Montalcino ed i vini presentati ne mostrano continuità qualitativa. Rossi passionali, dalla timbrica scura, dall’espressività  profonda e calda;  figli del nord del comune, mantengono però un profilo slanciato .
Il Rosso di Montalcino 2015 è
squillante: profumi centratissimi di ciliegia e amarena, circonfusi di spezie; con corpo medio, tannino finissimo, acidità a sufficienza, sul palato è setoso, addirittura soffice.
Il Brunello di Montalcino 2013 possiede, oltre alle caratteristiche timbriche ed espressive tipiche della firma, un equilibrio declinato in finezza, nitore, misura, rotondità, ed una personalità quasi viscerale.

L’assaggio dei vini de La Fiorita è sintomatico di un certo cambiamento in atto in azienda e in tutto il comprensorio,  che io reputo benvenuto. I vini, coprendo lo spazio di 5 annate, lo testimoniano bene: inizialmente paradigmatici di un certo stile internazionale, modernista e interventista, disegnati per svolgere una certa tesi, piuttosto che per esprimere in trasparenza il territorio, evolvono verso uno stile più sciolto, misurato, puro.
Difatti il Brunello di Montalcino Riserva 2012 è molto marcato dai toni del legno di invecchiamento e da una certa ricerca di concentrazione.
Il Brunello di Montalcino 2013 sembra già ispirato da un cambiamento di rotta: permangono i toni boisè, ma è ben evidente la bellezza della materia di base, che riesce quasi a sovrastarli.
Il Rosso di Montalcino 2016, invece, ha già tutto un altro passo: caratterizzato da un certo elegante profumo agrumato, è più caldo di altri Rosso dell’annata, ma più liberamente espressivo dei precedenti: sapido, rotondo, fitto più che sussurrato, ma spaziato, riesce un vino equilibrato e piacevole. Bene: spero che si continui su questa linea.

Le Chiuse si è distinta negli anni per il rispetto di una certa ortodossia tradizionale: rossi severi, talvolta severissimi quelli della firma, che ha – com’è noto – vigne che erano utilizzate da Biondi Santi nel taglio per le Riserve: ogni anno un bel bere, accettandone la maestosa introversione.
Il Rosso di Montalcino 2016, in realtà, balza subito incontro con profumi aperti, netti di ciliegia e floreali; e poi conquista con una succosità che mimetizza appena una struttura ed una potenza notevoli: sorprendente e davvero buono.
D’altra parte il Brunello di Montalcino 2013, benché abbia anch’esso similmente note di frutta, principalmente è composto, rigoroso, austero, verticale, di saldissima struttura. Molto completo nelle sensazioni olfattive e gustative, dispiega un carattere da Sangiovese senza compromessi. Buonissimo.

C’è sempre la fila davanti al banchetto de Le Ragnaie; a ragione: secondo me, qui si trovano alcuni tra gli assaggi più personali e identitari della manifestazione, che individuano perfettamente la peculiarità delle annate e del genius loci, articolato su corpi vitati molto alti e freschi, ed altri più bassi e caldi, di età assai differenti. Si spazia dalla zona elevata del Passo del Lume Spento, a quella intermedia e boschiva di Petroso, fino a quella meridionale di Castelnuovo dell’Abate. Ne risultano vini diversissimi, tutti però di gran classe, eleganza, rifinitura.
Il Rosso di Montalcino 2015 – uscita ritardata- ha un gran profumo: sfaccettato, speziato; mentre al sorso si giova di un bellissimo e vivido  contrasto acido-tannico.
Il Brunello di Montalcino 2013 è simile, ma ha dalla sua una maggior concentrazione, che vieppiù risalta la speziatura aromatica e gustativa, la finezza tannica, l’acidità  notevolissima.
Il Brunello di Montalcino “Vecchie Vigne” 2013 non deflette dai capisaldi di eleganza espressi dagli altri vini, ma ha un frutto assai più scuro, un tannino di diversa e maggiore imponenza, un fiato più più profondo, a costo di essere, ancora un po’ contratto e di richiedere presumibilmente  tempo per dispiegare davvero le ali.
Gioca, per così dire, un altro campionato:  lo stesso del Brunello di Montalcino “Fornace” 2013, che ha un frutto ancora più scuro, se possibile quasi nero, e si impone anch’esso per presenza tannica.

Per limiti di tempo e di resistenza dei miei organi sensoriali, assaggio di Mastrojanni soltanto il Brunello di Montalcino “Vigna Loreto” 2013. Sarà stata appunto la mia stanchezza, ma lo trovo al di sotto delle mie aspettative: il suo frutto scuro, il suo tannino importante e in evidenza, mi sembrano frenati da una confezione enologica assai pensata. Vista anche la sua fama, meriterebbe un riassaggio a palato riposato, ma purtroppo non ne ho modo.

Assaggio per la prima volta –  con grande curiosità- i vini di Padelletti, un produttore storico, perché tra quella manciata di nomi che incominciarono a produrre ed imbottigliare Brunello tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento. La firma negli anni si è mantenuta ipertradizionale, al punto che è l’unica (per quel che so) ad avere ancora la cantina di vinificazione all’interno delle mura del borgo in un edificio storico, con tutte le difficoltà produttive immaginabili. C’è fermento, però, perché si sta predisponendo una nuova cantina e si nota un certo nuovo corso anche nella comunicazione. Bisognerà tenerla d’occhio, quest’azienda.
Intanto, il Rosso di Montalcino 2015  presentato quest’anno (un’uscita ritardata), è classicissimo, trasparente alla vista, molto profumato, tra fiori, frutta e vernice. Un po’ scomposto ancora all’assaggio, scisso tra  un tannino ed un’acidità piacevolmente decisi, che si ricompongono in un finale lungo e di bell’equilibrio. Piacevole, a mio gusto.
Il Brunello di Montalcino 2013 del mio assaggio, invece, si offre ancora poco decifrabile: non nitidissimo, un po’ chiuso, marca il ricordo per una mineralità spiccata, per forza salina e per una certa decisione acido-tannica.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 si pone con un profilo d’antan, non per tutti forse, ma assai affascinante: etereo, con profumi classici di frutta rossa e spezie, insieme e paralleli a quelli più evoluti di solvente, di pellami, di bosco, di castagne; con un sorso molto asciutto e sorretto da un tannino potente.

Pietroso produce vini ch’io trovo sempre affascinanti ed affidabili, nel senso che colgono in qualunque annata il segno di uno stile tipico, tradizionale, accurato, con un’identificazione netta del loro territorio di provenienza, consistente in alcune parcelle alte subito ad ovest del borgo, contornate di boschi.
Sarà anche suggestione, ma quei sentori boschivi a me pare di ritrovarli nei loro vini, come nel Rosso di Montalcino 2016, che dispiega un profumo di media intensità dove la frutta rossa di sposa a sentori nettamente balsamici, di sempreverdi, e di terra umida. Un vino fresco, succoso, contrastato, con un bel tannino ed un’acidità notevole. Qualche sbuffo d’alcol sul finale disegna forse una piccola ruga nella sua bella armonia.
Il Brunello di Montalcino 2013 è molto elegante, con profumi profondi, ancora centrati su frutta rossa e bosco, ma vi si sovrappongono note di solvente e minerali, come di pietra focaia. La mineralità ritorna al sorso sotto forma di sale, che è assai presente e contribuisce a renderlo un vino fresco ed equilibratissimo nelle sue componenti, più morbide e più dure.

Ritorno ad assaggiare i vini di un mio vecchio amore: Poggio di Sotto. Sono cambiate tante cose in questa azienda, ma si continuano a produrre vini eccellenti. Ecco, manca loro quella antica magia, direi; la vita però va avanti,  bisogna farsene una ragione.
Apprezzo perciò il Rosso di Montalcino 2015, un’uscita ritardata: un vino eccezionale, della statura di un Brunello, com’è tradizione per questa firma: complessità e struttura ottime, e possiede quella caratteristica tattile impalpabile che io trovo tipica di tanti vini di Castelnuovo dell’Abate.
Il Brunello di Montalcino 2013 è molto bello fin dal colore, con un profilo aromatico elegante, assai agrumato, speziato e ricco di umori della terra. Al sorso l’acidità è vivida ed il tannino eccezionale per quantità e qualità.

Salvioni: anno dopo anno, sempre eccellenza. Il Brunello di Montalcino 2013: sulle prime il suo profumo mi pare un po’ ritroso, ma è come se ribollisse sottile sotto la superficie, toccando tutti i registri, compreso quello ematico e speziato, da norcineria. Il vino al sorso è classico: proporzionato, strutturato, composto, con un’acidità notevolissima.

San Giacomo non è magari tra le firme più note, ma la seguo da qualche anno e credo che abbia raggiunto una certa maturità interpretativa, con una bella progressione: i vini presentati quest’anno parlano da soli. È un nome, credo, da segnarsi per gli anni a venire.
Il Rosso di Montalcino 2015 (un’uscita ritardata, a dimostrare che ci sono certe ambizioni, qui) ha un profumo puro, con una bella ciliegiona in evidenza, e spezie: a gran voce canta: “Sangiovese”! Al sorso è polposo più che teso, ma ha nerbo a sufficienza ed un finale piacevole dove scorgo note di terra e e cenni di ruta.
Il Brunello di Montlacino 2013 mi pare un bel vino elegante che al naso  già prelude alla sapidità del sorso, con fiori, frutti e sentori ematici. Al palato è gustoso, originale rispondente ai profumi: mi ricorda il mallegato con l’uvetta. Non è equilibratissimo, però: credo che sia in cerca di una definizione che verrà col tempo e mi sento di scommettere su di lui.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 è anch’esso molto buono: profumi puliti di frutta e di vernice, un sorso setoso, pieno, sentito, capace di un intimo melodiare malgrado forza e corpo.

L’assaggio dei vini di Sanlorenzo, ossia del mio caro amico Luciano Ciolfi, è sempre un bell’esercizio, perché; sono quelli che conosco meglio, avendoli incontrati relativamente spesso ed in tempi diversi, dalla botte alla bottiglia al…bicchiere; anche dopo diversi anni dall’uscita in commercio. Ho imparato qualche cosa del loro percorso nel tempo e di come abbiano fotografato l’annata.
Il suo Rosso di Montalcino 2015 è un miracolo di equilibrio: ha un profumo intenso, accattivante, caloroso, con frutta rossa e fiori in evidenza; ma già baluginano, discretamente, i terziari figli dell’evoluzione. Guarda, amica o amico che mi leggi, il grado alcolico in etichetta: 15,5 gradi; il sorso però è fresco e con un’acidità vivida e ben integrata. È un vino di sferica proporzione; chissà che cosa sarà il Brunello di quell’annata!
Il Brunello di Montalcino 2013 di Luciano è un vino essenzialmente verticale: un po’ chiuso forse in questa fase, è  raffinato, con profumi di fiori che si alternano all’eleganza dell’arancia, del melograno, del corbezzolo. La medesima classe si trova al sorso: amalgamato, setoso, col tannino potente ed un’acidità importante, ben mascherata nella fittezza del suo corpo.

Santa Giulia è un’azienda che non conoscevo, situata a  Torrenieri, all’estremo nord-ovest della denominazione. Nella zona i terreni sono, per quel che ne so, tendenzialmente argillosi, tuttavia alcuni vini ultimamente stanno riuscendo interessanti.
Il Rosso di Montalcino 2016 è molto profumato (anche se – ma posso sbagliarmi- sento forse un po’ di tannino enologico in evidenza), sorprendentemente maturo all’olfatto, con tanta frutta rossa e cenni di fieno. Il sorso è largo e morbido, con un’acidità discreta.
Il Brunello di Montalcino 2013 mi pare abbia un profumo con striature verdi, di erbe officinali, ed al sorso lo direi pieno, tannico, tendenzialmente morbido, ma con un’acidità più che buona.
Mi sembrano vini riusciti, forse più da bersi nell’immediato che per una lunga vita di virtuosa evoluzione.

Non conoscevo nemmeno Sassodisole, anch’essa è di Torrenieri. Mi pare che lo stile della casa si orienti sulla rotondità o, magari, è caratteristica dei loro vigneti.
Il Rosso di Montalcino 2016 profuma con intensità armoniosa, di incenso e spezie. Al sorso è cremoso, con un alcool un po’ aggressivo ed un’acidità di intensità media, che me ne suggerisce un consumo piuttosto immediato.
Il Brunello di Montalcino 2013 mi pare più riuscito, perché  arioso e più contrastato, coniugando la morbidezza con un’acidità notevole.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 ha un profumo più maturo, evoluto e sfaccettato, su note di solvente, di arancia e di menta; al sorso, non rinuncia ad una certa rotondità.

Si cambia scenario con i vini di Sesti, perché da Torrenieri, superando idealmente a volo d’aquila il colle cittadino e le sue torri, ci si spinge quasi all’estremo opposto della denominazione, verso  zone più classiche, un’area mediana tra quelle più calde, meridionali, e quelle più fresche a settentrione della città.
Il Rosso di Montalcino 2016 porge subito una notevole apertura di profumi, che arriva già a toccare  tutti i registri, compresi i terziari, indugiando sulle spezie. In bocca sembra più giovanile che al naso: è intenso, croccante, con un bel contrasto tannico-acido.
Il Brunello di Montalcino 2013 mi sembra un conseguimento raro: un vino splendente, dai profumi finissimi e completissimi, intensissimo al sorso, radioso, in un contrasto caldo-fresco estremamente appagante. Richiama certi esempi borgognoni per finezza, ma declinati secondo le forme della struttura forte del Sangiovese. Inoltre, benché si offra già oggi piacevolissimo alla beva, credo che abbia ottime prospettive di invecchiamento.
Il Brunello di Montalcino Riserva “ Phenomena ” 2012, invece, mi delude un poco: sarà il mio palato, ma in questa fase lo trovo assai frenato dal legno di affinamento, però ha tantissima materia e molto probabilmente sarà in grado di riassorbirlo in un disegno coerente.

Con i vini di Tenuta Le Potazzine siamo nel solco dei vini classici, che preferiscono il sussurro, l’agilità e la sveltezza alla pura forza, che tuttavia non manca. Vini donatelliani, se pensiamo al tipo di energia espressa dal David bronzeo del Maestro fiorentino.
Il Rosso di Montalcino 2016 è fresco, con profumi di arancia, lampone, spezie fini, toni ematici e minerali. Al palato è succoso, saldo di struttura, ma delicato nelle sue movenze, come danzante.
Il Brunello di Montalcino 2013 è semplicemente buonissimo. I suoi profumi ariosi, molto intensi, con fiori, frutta, spezie in evidenza, trascolorano l’uno nell’altro con naturalezza estrema. Pur strutturato, al sorso è comunicativo, invitante. La riprova concentrandosi sul calice vuoto: quel che rimane è un profumo pulitissimo, floreale, l’ultimo bacio di questo vino seducente.

Terre Nere di Campigli Vallone è un’azienda che meriterebbe più rinomanza: rientra nel gruppo di quelle locate a Castelnuovo dell’Abate, giovandosi della particolare tessitura che, a mio avviso, la zona regala ai vini; inoltre, la coscienza produttiva è notevole: si lascia parlare il territorio, originando vini precisi ed equilibrati.
Il Rosso di Montalcino 2016 è complessissimo: tocca tutti i registri, ma in primo piano pone l’evocazione degli spazi aperti di un campo d’estate, ed i fiori macerati. Al sorso, è salato, fresco, lungo, con un tannino rotondo.
Il Brunello di Montalcino 2013 è in qualche misura simile: fresco e complesso, è più strutturato e, pur con la frutta rossa in evidenza, si declina su sfumature maggiormente minerali, al limite di un tocco austero.
Nel Brunello di Montalcino Riserva 2012 c’è più polpa ed una struttura ancora più imponente, mentre gli spunti di frutta rossa si fanno imperiosi. Indubbiamente c’è qui tanta materia, ma modellata elegantemente.

Di fronte Enzo e Monica Tiezzi, mi tolgo sempre il cappello: padre e figlia, anime di un’azienda che lavora secondo un’artigianalità vera e con tecniche di minimo intervento, ottenendo vini rigorosi e senza rete: significa che certe bottiglie vanno  attese diversi minuti dall’apertura nel calice, mentre altre risultano subito perfette e smaglianti: sono vini vivi, imprevedibili, ma sanno ripagare chi ha la pazienza di capirli.
Ciò detto, il Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2016 mi pare ancora offuscato da note fermentative, ma se ne distingue già il disegno asciutto, lieve, essenziale, sospinto da una certa bella acidità (lo riassaggerò in verità qualche mese dopo al Vinitaly, è già sarà trasfigurato e più compiuto).
Il Brunello di Montacino “Poggio Cerrino” 2013 ha già al naso un profumo stupendo, puro, dove convivono ciliegie, amarene, spezie dolci, i segreti del bosco e le aldeidi. Al sorso è accogliente e essenziale insieme: ha la stessa grazia minuta ed elegante di certi schizzi leonardeschi ed è, si può dire, già pronto per essere gustato con piacere.
Il Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2013 è senz’altro meno pronto, ma è radioso, luminoso, con una notevolissima qualità tannica, quasi mozzafiato al sorso.
Il Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” Riserva 2012, richiede un po’ di ossigenazione per dispiegare il suo straordinario potenziale: ha una bocca soffice e potente e un allungo straordinario verso un finale a coda di pavone, dove balugina, come lumeggiatura, persino il cioccolato.

Lo scorso anno avevo assaggiato per la prima volta i vini di Ventolaio, rimanendone favorevolissimamente impressionato. La medesima impressione nell’autunno passato a Sangiovese Purosangue, a Siena; tuttavia con l’assaggio delle annate in presentazione a Benvenuto Brunello sono completamente conquistato.
Il Rosso di Montalcino 2016 è piccola gemma. Molto aromatico e puro, sfaccettato: ciliegia, erbe aromatiche da cucina, persino fieno; ed è assai fresco al sorso, soffice, setoso, glicerico, con un’acidità alta e ottimamente integrata.
Il Brunello di Montalcino 2013 ha un bellissimo colore, quasi corallo: forse la veste più bella di tutta la manifestazione. Ha tanto aroma, e variegato: in ordine sparso, spezie dolci, fiori appassiti, più sfumata sta la frutta rossa. Vista ed olfatto invogliano decisamente al sorso, bellissimo anch’esso: puro, fresco, lungo, equilibrato, risolto e quintessenziale: una giusta misura lo regola sovrano.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 ha un colore più nettamente rubino. Meno definito olfattivamente, gioca maggiormente sui toni della frutta matura, più scuri e carnali. Più potente, più alcolico del Brunello 2013, al momento è contratto e rivendica l’attesa.

Fattoria dei Barbi presenta ancora una volta una batteria di vini classici e di alto livello, nei quali la cura artigianale si sposa con numeriche produttive importanti. Che  riesca ogni anno nell’impresa basterebbe a far notizia, tuttavia ogni anno c’è  qualche acuto ragguardevolissimo del quale compiacersi.
Il Rosso di Montalcino 2016 è estremamente profumato e ammiccante, perché già suggerisce di essere saporitissimo: in effetti, tocca tutti i registri aromatici, a ventaglio. Al sorso mantiene quasi tutte le promesse; è rotondo, con un’acidità e forza tannica discrete.
Il Brunello di Montalcino 2013 (quello con la mitica etichetta blu) incarna una certa idea di classicità, sul filo di un’evoluzione controllata e col passo sicuro al palato che esprime la calma dei forti.
Il Brunello di Montalcino  "Vigna del Fiore” 2013, al confronto, ha più polpa, più struttura, più tannino ed una maggiore integrità, nel senso che è meno evoluto.
Il vero asso della batteria, però, è il Brunello di Montalcino Riserva 2012: campione di uno stile antico, è un vino estremamente signorile, possente ma più ancora posato, di grande sostanza: vigorosamente chiaroscurato all’olfatto, dove lascia emergere note di frutta, vincontrappone un sorso setoso, lungo e profondo, con un’alta acidità a sostenerlo.

L’unica azienda che a mio parere possa accostarsi a Fattoria dei Barbi in termini di stile tradizionale, cura e costanza qualitativa nell’ambito delle numerosissime bottiglie prodotte è Col d’Orcia. Io, per risparmiare un po’ i miei sensi, che ad un certo punto della giornata di assaggi risentono della fatica, assaggio solo il celebre Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2010: ancora una volta lascia me (e l’amico Stefano) senza parole. Profumo di eccezionale forza e concentrazione; prestanza statuaria: tannini, acidità, corpo, alcol “eroici”; eppure riesce infiltrante, godibile, quasi – mi verrebbe da dire – leggero. A trovargli un difetto, forse ancora un po’ in fieri rispetto ad altre annate che ho precedentemente assaggiate.

Per la prima volta ho occasione di assaggiare la proposta completa dei vini di Corte dei Venti, un produttore del quale si è fatto un certo parlare recentemente.
Il Rosso di Montalcino 2016 mi è sembrato buonissimo: da un altopiano posto a circa 300 metri sul livello del mare, all’estremità più meridionale della denominazione, ma rinfrescato da venti continui, si ottiene questo Sangiovese paradigmatico, che sa di sale persino al naso, e dispiega profumi campestri, di paglia e di fieno. Lo assaggio, ed al sorso è lieve e salino, saporito e pulitissimo.
Il Brunello di Montalcino 2013 ha eleganti profumi di arancia, ma trovo l’espressione un po’ frenata dal legno di affinamento, almeno in questa fase; un peccato, perché al sorso è bello, gustoso, carezzevole, equilibrato.
Mi pare più riuscito il Brunello di Montalcino Riserva “Donna Elena”  2012: racconta la larghezza dell’annata calda, ma riesce comunque fresco, dinamico e molto succoso.
A margine, l’assaggio del Sant’Antimo “Poggio ai Lecci”, un taglio di Syrah, Cabernet Sauvignon e Merlot. Viene da una vigna affacciata sulla Val d’Orcia, soggetta al l’influsso del Monte Amiata. L’apprezzo, pur non amando particolarmente il genere: con profumi giocati tra frutta nera e rossa e nitidi spunti minerali, in bocca è ben teso tra una più che discreta acidità ed un tannino di buon livello.

Che meraviglia, anche quest’anno, gli assaggi di Fattoi: nella mia piccola esperienza sempre tra i migliori, se si apprezzano vini appassionati e di spirito artigiano. Quello, difatti, sono.
A partire dal Rosso di Montalcino 2016: “divino”, segno per l’entusiasmo e la foga della sintesi nelle mie note. È profumato, con note nitidissime ed evocative di ciliegia. Al sorso è succoso, caldo-fresco, vivido, dal tannino fine ed acidità decisa. Un vino di bellezza viscerale.
Nel Brunello di Montalcino 2013 ritrovo quei toni gravi e baritonali che tanto amo in questa firma. I profumi di frutta, in lui, già trascolorano evolvendo nelle spezie e negli incensi. Un vino di struttura potente, apparentemente morbido, ma con le giuste durezze nascoste: quelle che rendono il sorso narrativo e rilevante.
Di fronte al Brunello di Montalcino Riserva 2012 per un attimo taccio. Il profumo è molto intenso, dipinge composizioni di frutta matura; ma la bocca è potentissima, carnosissima, quasi una bestia selvaggia che aspetta ancora di essere domata. Stefano, l’amico che assaggia con me, commenta: “È una pornostar”; ridiamo, ma credo che colga nel segno. 

Non avevo mai assaggiato prima i vini di Ferrero ed è forse un peccato che io li accosti solo quest’anno, viste le recenti e tristi vicissitudini familiari. Però è l’occasione di rendere merito a chi questi vini pensava e faceva.
Il Rosso di Montalcino 2016 è molto integro, anche al colore, rubino e luminoso. Ha un profumo definitissimo di amarena matura e scura, che ritorna anche all’assaggio: elegante, con un’acidità viva ed un tannino raffinato.
Il Brunello di Montalcino 2013 ha un profilo diverso: un po’aranciato alla vista, più viscerale, con note terrose di farmyard (come dicono gli inglesi) al naso. L’assaggio ed è equilibrato, rinfrescato da una buona acidità, con un tannino importante ma fine, maturo, e lungo su un retrogusto ematico e terroso.

Qui finiscono gli assaggi: sono le 5 e mezzo, la mia bocca e il mio naso satolli di bellezza non rispondono più. Eppure chissà  quanti altri vini meravigliosi potrei assaggiare oggi, in questo Benvenuto Brunello dal livello medio altissimo, vetrina di annate assai diverse, ma tutte fortunate. Stasera ci sarà la cena con gli amici produttori, debbo recuperare lucidità per i miei sensi. Pausa. Posso ripensare ai calici  e ai volti di oggi. Già la mente però va lontana, vola al prossimo anno: immagina e sogna i futuri regali della terra di Montalcino".

La cena ci fu: andammo da “Il Pozzo”, celebre trattoria di Sant’Angelo in Colle. Amici e conoscenti: Luciano, Stefano, Jessica, Alessia, Raffaella. Buon cibo rustico di tradizione Toscana e tanti buoni vini, che ciascun commensale aveva portato: vini locali e vini foresti, annate vecchie e recenti. Molti, splendidi. La mia bottiglia fu il  Nebbiolo d’Alba Valmaggiore di Marengo, rifinito e gustoso. Però la sorpresa venne con le vecchie annate di Rosso di Montalcino, ancora scattanti eppure tanto complessi. Il 2006 di Luciano, che vino! Resta di allora  nella memoria soprattutto il clima rilassato, allegro, conviviale, umano; il rientro a Montalcino nella notte fonda, arrampicando l’auto sui fianchi bruni del colle, con la pioggia e la nebbia ad avvolgerci in una dimensione conclusa, intima.

Rientrai a Milano con il nome di Montalcino già segnato sul l’agenda e la prenotazione in tasca, per tornarvi di lì a due settimane e rivedere gli amici e stringerne di nuovi; per camminare ancora quella terra  e meglio conoscerla . Ne visitai  il nord,  fresco e cristallino nelle sue geometrie, a Montosoli, da Baricci; là trovai vini che hanno la grazia essenziale e composta della primavera fiorita di un maestro del Quattrocento o della prosa lirica di Idilio dell’Era, quando racconta dei Santi eremiti e fanciulli, come fossero novelle popolari. Là trovai giovinezza e sapienza insieme unite, un’anello orgoglioso tra le generazioni. Di lì si vede il Montalcino ergersi imperiosa sul suo colle -visto di sotto, drammatico e ripido come una balza – visione grifagna e quasi dantesca.
Poi andai a sud-ovest, percorrendo i fianchi del colle come quelli di una grande madre, godendomi l’apertura assolata delle colline che stanno dove il bosco cede il passo alle colture e guarda – come dovesse tuffarsi in mare, la fronte battuta dal vento – la calma distesa ondeggiante, gialla e verde di spighe e di fieno, che sta tra l’Orcia e l’Ombrone. Finalmente passeggiai le vigne di Fattoi, toccai la terra, respirai l’aria, vidi la cantina: ecco la culla di quei vini viscerali, terrestri e splendenti. Là trovai l’orgoglio contadino in una dimensione distesa, schietta, confidenziale. Poi restai dipresso le mura antiche della città, da Tiezzi: là trovai l’antico che guarda al futuro, i vecchi attrezzi e la nuovissima cantina, i vecchi Cru con le viti giovani, e l’equilibrio sovrano dei vini. Poi andai a sud, sotto un cielo grigio e nero ed aria di tempesta, vento forte che scuoteva le nubi, gli alberi, le erbe; salendo sempre più in alto una lunga sterrata, traversando un paesaggio di pascoli verdi e colli deserti, solitari, tenebrosi nel loro silenzio; fino a giungere tra le vigne di Ventolaio, che pare scivolino a precipizio verso Sant’Antimo, piccola di lassù come un giocattolo e candida come una pietra preziosa. Là trovai vini profumati come quelli di montagna ed un’ospitalità calda, familiare: la sensazione immediata di sentirsi a casa.

Queste, però, sono altre storie, che un loro tempo e un loro spazio vogliono per essere narrate: l’avranno.
Intanto, mentre scrivo queste ultime righe, già la nostalgia di Montalcino mi chiama: poche ore, e vi ritornerò.

Rosso di Montalcino 2007,  Terre Nere Campigli Vallone, 13,5 gradi.

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Montalcino ha molte facce e, con essa, il suo vino. Guardala sulle pagine di un atlante, amica o amico che mi leggi: quel colle posto a sud della Toscana, circa equidistante tra Appennino e Tirreno, ha una base quasi quadrata, sì che potresti immaginarlo come la Piramide di Cheope del Sangiovese. Piramidale la forma, prismatica la sostanza: ogni pendio, ogni vallecola, origina vini differenti, espressione autonoma ed identitaria di un Sangiovese che pure mantiene tratti comuni: c’è in tutti una stessa radice di energia e di sostanziale, intrinseca, estrema eleganza. Persistono pertanto sottozone nelle quali i vini si disegnano con caratteristiche che all’assaggio balzano evidenti come un’insegna del luogo: è non è suggestione, ma suolo, vento e sole.
Personalmente, per ragioni paesaggistiche e sentimentali, amo molto l’areale di Castelnuovo dell’Abate, che occupa il quadrante sud-sudorientale del comune: lì, in valle ampia e verde, contornata da olivi, stanno le pietre millenarie dell’Abbazia di Sant’Antimo: nude, mute, cantano lodi ininterrotte verso il cielo; lì, il Castello di Velona, maestoso e grifagno seppur tramutato In resort di lusso, erto su un poggio ripido come rupe, scosceso da balze infernali che precipitano verso l’Orcia; lì, dirimpetto, la sagoma imponente del Monte Amiata, gigante verde di fiaba e magia, Olimpo toscano e silvestre, rifugio di sognatori e eremiti, che per anni è stato mia base estiva di passeggiate e porto sereno dal quale, in auto, risalire appunto il colle di Montalcino dal lato di Castelnuovo. Mi fermavo a Poggio di Sotto, quando ancora c’era la cara Chiara Antoni: vini, quelli, di bontà leggendaria. Tuttavia negli anni altri assaggi mi hanno convinto che tutti i vini di Castelnuovo, se la voce del territorio è rispettata, abbiano una timbrica particolare, un equilibrio mirabile tra una sensazione tattile larga e setosa, un bouquet ampio, complesso, lievemente etereo, ed un’acidità salvifica, che assicura sveltezza al palato ed eleganza nel quadro di un sorso di bellezza distesa più che di verticale tensione. E, non ultima, la dote della longevità. Ne ebbi la prova qualche mese fa, quando il 16 settembre 2017 aprii un Rosso di Montalcino  che aveva dieci anni esatti: il 2007 di Terre Nere, che avevo comprato tanti anni prima solo per averne sentito dire tanto bene: l’azienda non solo non la conoscevo, ma neppure sapevo che si trovasse sotto il Castello di Velona, a Castelnuovo (solo parecchio tempo dopo ebbi modo di assaggiare più volte i vini della famiglia Vallone, apprezzandone il valore). Poi, i casi della vita, rimase a lungo nella mia piccola cantina Toscana, ben protetto e al buio. Ora, che i Rosso di Montalcino possano essere vini di lunga gittata, specie in certe annate, lo sapevo, ma di trovare questo 2007 in condizioni tanto splendide ed integre non me lo aspettavo davvero: versato nei calici, si presentò ai nostri occhi in forma mirabile, trasparente e di color granato, luminoso, lasciando sul calice gocciole fitte, lente, consistenti, persistenti. Aveva un profumo molto intenso, complesso, in evoluzione: prima un acquerello floreale di rosa e di viola, poi – più nettamente materiche- ciliegia e amarena, lampone e melograno, chinotto candito e carrube. C’era poi una speziatura di pepe bianco e nero, e un accenno piacevolmente vegetale, come una buccia di melanzane e di zucchine, che con le ore viravano sui toni delle erbe officinali. Infine, un fondale morbido, silvestre, di foglie bagnate e fungo porcino, con accordi boschivi di pineta e faggeta, con un tocco pungente di alloro ammorbidito e arricchito da una spolverata di cacao. Soprattutto, un profumo lirico nella fusione, nella coesione, nella successione slanciata. Un sorso, ed in bocca si rivelava un Sangiovese rotondo, ampio , quasi solenne, eppure ficcante, filante, longilineo, fresco, con altissima acidità accoppiata a un tannino di gran classe: abbondante, fitto, rifinito. Un gran corpo, questo vino, quasi sontuoso nell’ incedere: setoso, compatto, luminoso, ma con ombreggiature. Deciso nell’attacco, energico e determinato nello sviluppo, col finale espresso in vibrante souplesse: magari un po’ marcato dall’alcol quest’ultimo, ma in maniera in fondo accattivante e piacevole. Fu per noi, nell’intimità domestica della tavola domenicale, eccellente su una pasta al sugo di carne.

Rosso di Montalcino Poggio Cerrino 2015, Tiezzi, 14 gradi.

Vorrei ritrovare la semplicità di una foglia, di un ramo, di un tronco di legno. Vedi la vite: essa ha chiaro il suo scopo, la sua direzione: qualunque strada prenda, tende sempre verso il sole. 

Io ho impegni, doveri, abitudini: ma la strada dov’è? Vado ancora verso il sole, o mi contorco come un’inutile liana?

Vedi, amica o amico che mi leggi, perchè amo questo vino: esso ha la stessa semplicità della vite, lo stesso naturale senso di direzione, la stessa trasparenza dell’aria del cielo. Infatti, quando lo bevo, non è un semplice mandar giù e nemmeno un piacere edonistico: è una riflessione, un pensiero, come l’avrei sereno se camminassi in campagna. 

È un Rosso di Montalcino che direi quasi didascalico del Sangiovese che proviene dalla zona nord della denominazione, verso Siena;  anche se – ma posso sbagliare- qualche grappolo d’uva magari viene dagli alti filari della Vigna Soccorso, che sta a ridosso del paese. Enologicamente parlando, nasce nella maniera più tradizionale, dalla vigna alla cantina: tini di legno, botti grandi, nessuna filtrazione; e i lieviti, quelli dell’uva. L’ho stappato 9 ore prima del consumo e l’ho subito richiuso, a proteggerlo, con un poco di carta porosa da cucina. È un giovane di Montalcino e lo si vede: è rubino trasparente e profondo, appena impercettibilmente granato sull’unghia, con gocciole abbondanti, veloci, persistenti. Il suo profumo è molto intenso e contraltile, molto complesso,  fresco, in evoluzione: le sue note giovanili di viole e di iris, di ciliegie e susine mature, di lamponi e persino, accennate, di more di rovo ( quelle selvatiche, acidule e piccine), sono intense, materiche, sbalzate nella loro presenza, ma cominciano a sfumarsi in sentori profondi di terra  umida, di sottobosco, di tabacco bagnato, come l’estate trascolora infine nell’autunno in un giorno di pioggia, con una speziatura sottile di norcineria che si unisce al balsamico dell’eucalipto, ad un’idea di corbezzolo, emozionanti perché non evidenti: sono lì in quantità piccola ma percettibile. Tra l’esuberanza giovanile dei Rosso di Montalcino 2015 comincia a farsi strada in lui, in questa fase almeno, un più meditato splendore autunnale, fino ad insinuare, col passare delle ore, qualche nota di goudron. Il suo sorso è pieno: delicato sulle prime, va poi in gran crescendo ed è sempre più deciso, melodico nel fluire naturale e ritmico della sua possente struttura: ha un gran corpo , ricco , estrattivo ed avvolgente quanto basta a camuffare un’acidità  assai alta ed un tannino dalla presenza imperiosa e potente, tuttavia maturo, di grana medio-fine e dalla trama puntuale, petrosa e stilizzata come le figure di un capitello medievale. Resta sostenuto da una corrente salina nemmeno troppo velata,  fino ad un finale molto persistente e che soprattutto si apre a coda di pavone con una consequenzialità logica di tutta proporzione; e risuona lunghissimo , in eccellente integrazione alcolica, con una sonorità bronzea, balsamica, che ricorda il gusto delle foglie di eucalipto spezzate, perché è leggermente amaricante; ed è persino un po’ asciugante, ma è la  garanzia della sua efficacia sulla tavola. L’amo per questo eloquio naturale, semplice,  senza sovrastrutture e però energico, come vorresti ti parlasse un’amico al quale chiedere consiglio.   È un vino di grande equilibrio,  ma di fattura artigiana, non perfetto ma millanta volte vivo, che – seppur debba ancor trovare col tempo l’assetto migliore- mi fa sentire a casa, circondato dagli affetti più cari, che difatti, per l’energia e la semplicità,  l’hanno lodato, mentre accompagnava, ottimo, un ricchissimo e complesso risotto con zucca, salsiccia, funghi chiodini, condito con unto di arrosto d’anatra; atterrando poi, comodo ed eccellente, su un ossobuco bollito.

(Assaggio del 4 novembre 2017)

Brunello di Montalcino Bramante 2010, Sanlorenzo, 15 gradi.

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Il 2010: che estate nei miei ricordi, di viaggi e avventure, forse l’ultima davvero spensierata. Con gli occhi di poi, l’ultima vissuta con animo di ragazzo; quelle venute dopo, nel bene o nel male le ho vissute da uomo. Tranne un breve viaggio d’agosto, l’ultima estate che ho vissuto intera in Italia, trascolorandola d’un fiato dalla primavera all’autunno, fino a cinque anni dopo.  Un’estate che rammento assolata, intensa, potente, ma non oppressiva, come altre venute dopo: la 2011, la 2012. Ricordo certe serate fresche, con l’aria profumata della vita che batteva: certe lunghe passeggiate in campagna e sul mare, che non si possono dimenticare. Questo vino non posso dire di averlo visto nascere: nel 2010 ancora non frequentavo assiduamente Montalcino; però posso dire di averlo viso in fasce, grazie alla consuetudine col mio amico Luciano e alla sua gentilezza.
In cantina il primo assaggio fu dalla botte: esprimeva già una grande potenza, insieme al carattere ribelle della gioventù. E con curiosità l’ho seguito di anno in anno nel suo percorso di affinamento, fino alla sua presentazione a Benvenuto Brunello 2015. Quando l’assaggiai allora, scrissi di “un’energia speciale che scalpita e trabocca”. Ne ho – ne avevo- 12 bottiglie nella mia piccola, umida e fresca, cantinetta toscana, il mio minuscolo antro ipogeo; lì c’erano tanti altri vini tra i quali scegliere per questo Natale, anche altri Brunello di Montalcino di Sanlorenzo di annate che oggi sarebbero più pronte e godibili: la 2009, la 2011…Eppure ho voluto aprire questo 2010, incontrarlo di nuovo come si saluta un amico, fors’anche per cullarmi nei ricordi in questi giorni di festa. Sulla tavola, crostini e affettati toscani, un fagiano ripieno: vivande antiche per un Natale che vorrei fingere sospeso nel tempo, che vorrei trattenere con me come si trattiene un respiro, perchè il tempo “move, come move rota” e tutto consuma: già domani, più nulla sarà uguale.
Allora eccoti, amico mio, ti svelo levandoti il sughero, ti lascio per 12 ore, il tempo che tu respiri e ti distenda le gambe.
Già sei nel mio calice, rubino scuro e trasparente, repentinamente ammattonato ai bordi del calice, dove tu lasci, lunghe e persistenti, le tue lacrime, che son di gioia mentre inneggi alla vita – e noi con te.
Si sente che sei giovane e quasi ritroso a svelarti, dopo 12 e ancora a 36 ore dall’apertura: il tuo profumo in questo momento bisogna un po’ cercarlo, ma è già complesso e arioso, benché appena all’inizio dello sviluppo. C’è la frutta rossa fresca: ciliegia, fragola, lampone, susina; ma anche l’arancia elegantissima e il signorile melograno, che sono propri del Sangiovese più maturo. Sento in te una mineralità gessosa; un’idea, che ora è solo in fasce ed accennata, di terra e di foglie autunnali. Ti assaggio: sei ancora stretto in una morsa di tannino abbondantissimo e di altissima acidità, appena coperti dalla ricchezza piena del tuo corpo perché siano percepiti con giusto riserbo; ma quel tannino, com’è già molto fine e di rotonda maturità, seppur grintoso! E l’acidità tua, come si distribuisce naturale, ritmando il tuo passo. Hai anche salinità in te, che oggi va cercata: un bassorilievo a stiacciato donatellesco tra le colonne possenti dell’acidità e del tannino. La tua ossatura è così possente, il tuo corpo così profondo – stratificato si direbbe, non estrattivo – che l’alcol nemmeno si nota, malgrado i tuoi 15 gradi. E ritmato prosegui il tuo cammino, verso un finale pulito e lungo, al quale il tempo, son sicuro, donerà bronzee e segrete risonanze. Il tempo…magari a te non importa: sebbene io non sia una Cassandra e non mi azzardi a divinare il futuro, credo che tu appartenga a quella stirpe di Brunello eroici, fatti per durare; quelli all’antica, che si teme a volte nemmeno possano più esistere, per il cambio delle mode e del clima. Lo sento anche dal calice vuoto, che dopo minuti profuma ancora di gioventù: purissimo e floreale, di viole e di rose, con un tocco lieve di vaniglia.
Il tempo…alle tue 11 sorelle sarà probabilmente amico, tutte e 11 son futuribili: più amico che a me. Faccio i miei conti: una ogni 10 anni; no, una ogni 5, o magari ogni 4, ogni 3…60 anni, 40, 30. Per la prima volta realizzo che, forse, avranno più tempo di me. All’amica o all’amico lettore consiglio, se vuol berti oggi, d’accompagnarti a cibi molto saporiti. Più avanti, forse, sarà il momento saggio della delicatezza e delle sfumature.

Sangiovese Purosangue a Milano, 11-5-2017.

Prima decina di maggio 2017. Steso e sonnecchiante sul divano ricevo a pochi minuti di distanza l’invito da due amici produttori di Montalcino a partecipare ad un evento “Sangiovese Purosangue” organizzato in Milano dell’Enoclub Siena. Tema: il Rosso di Montalcino. Programma: seminario del grande Armando Castagno con 16 Rosso di Montalcino di vecchie annate, poi banchi di assaggio delle annate recenti coi produttori.
Ora, io l’evento l’avevo già visto annunciato, giudicandolo del massimo interesse, ma essendo a inviti e piuttosto riservato nulla avevo chiesto: non mi piace approfittare troppo delle amicizie. A quel punto, però, l’occasione ghiotta non potevo farmela scappare, non foss’altro che per salutare gli amici di Montalcino .

Poi, amica o amico che mi leggi, se un po’ mi conosci lo sai: io amo il Sangiovese ed il Rosso di Montalcino occupa nel mio cuore un posto particolare: quando mi ricapitava una simile teoria di vecchie annate? Detto, fatto: sistemo alcuni impegni di lavoro per ritagliarmi un paio di ore libere ed eccomi là, nella bella Sala Liberty dell’Osteria del Treno di via San Gregorio.

Mi permetto di utilizzare un poco le informazioni fornite da Armando – con qualche mia integrazione-  per inquadrarti che cos’è Montalcino e il suo Rosso.

Montalcino, lo saprai, sta su un colle relativamente  isolato del centro-sud della Toscana senese, stretto tra le piane della Val d’Arbia e della Val d’Orcia. In pratica è una macchia verde in mezzo alle Crete Senesi:  uno dei quattro versanti, quello a sud ovest,  è foresta demaniale. Il periplo del comune di Montalcino è di 93 chilometri: quella la dimensione e il limite della DOC del Rosso (e del Brunello, per inciso). Le altezze massime del territorio comunale arrivano a 621 metri, ma, com’è noto, la quota massima per ogni denominazione che porti il nome di Montalcino è 600 metri: oltre, i vini si possono marchiare Chianti dei Colli Senesi  o semplicemente si ricorre all’IGT; e, per la cronaca, la vigna più alta è posta a 606 metri e credo appartenga all’azienda Le Ragnaie. Non c’è invece un limite inferiore e recentemente è stata permessa l’irrigazione di soccorso.
Il mare dista una cinquantina di chilometri in linea d’aria e riesce a far sentire la sia influenza. Di norma, la zona è protetta da eccessive tempeste, ventosi e grandine dai massicci del Monte Amiata e del Monte Labbro ad esso contiguo. L’inversione termica assicura ventilazione e nottate fresche. Perciò, sebbene parte delle matrici geologiche assomiglino a quelle rinvenibili in Chianti Classico, spesso la luce ha una qualità marina e il clima è più mediterraneo e caldo; anche le esposizioni sono in genere più aperte ed assolate. Tuttavia non si può parlare di uniformità micro climatica: la zona dei Canalicchi e di Montosoli è relativamente fresca ; Sant’Angelo più calda; Torrenieri intermedia. Inoltre la variabilità dei suoli è notevolissima, creando una matrice geologica tra le più complesse tra tutti i distretti vinicoli al mondo. Ci sono argille sabbiose con inserti calcarei a nord est e a sud, mentre la geologia del centro della denominazione assomiglia al  Chianti Classico, con  galestro (argilloscisti) e calcari ( là detto alberese, qui palombino). Poi ci sono zone di arenaria (del tipo della pietra serena, tanto usata nelle architetture toscane, rinascimentali in specie), ad esempio subito fuori dal paese. Non mancano zone vulcaniche o, piuttosto, ricche di sedimenti vulcanici, soprattutto nell’area di rispetto del Monte Amiata, che com’è noto è un vulcano spento. Infine inserti silicei, dirimpetto ai fiumi. Come se non bastasse, il mare nelle sue convoluzioni millenarie di vai e vieni in epoche remotissime, ha in qualche modo ribaltato e mescolato il tutto come fosse un gelato variegato, aggiungendo sedimenti propri.  Appena fuori dal comune di Montalcino, invece, è tutta sabbia.
Questa complessità di climi e di suoli significa una cosa, all’atto pratico: l’annata conta e tanto più secondo la zona. Inoltre, sebbene in molti poderi il vino si sia fatto per secoli, ed il Consorzio venne istituito già nel 1965, il panorama produttivo è letteralmente esploso negli Anni ‘80 e ‘90, generando una varietà di stili che solo con i vini dell’ultima decade sembrerebbe ricomporsi.

Questa la mera descrizione, spero corretta e ragionevolmente esaustiva. Ma ti ho detto qualcosa della magia di quel colle irto di lecci e morbido di vigne, dello smagamento che provi quando sei lassù e domini un mare di campi biondi , mentre il vento ti muove i capelli e tu fossi l’ultimo popolano, l’oscuro impiegato, l’operaio stanco e annoiato, per un attimo hai la sensazione di essere il padrone del mondo? Per quello, non c’è scampo, i numeri non bastano a misurare, nè le parole a descrivere: a Montalcino ci devi andare.

Vacci e prima del Brunello di Montalcino, gustati un Rosso di Montalcino: ne resterai facilmente ammaliato. Per tanti anni vino cadetto, oggi sempre più produttori hanno la consapevolezza di poterne trarre un vino “altro”: l’espressione altissima di un Sangiovese in purezza giovane. Sangiovese, si badi bene, di Montalcino: val  la pena specificarlo non solo perché la denominazione ricalca quella del Brunello, più alcune altre aree comunque all’interno  del comune, ma per la grande variabilità e sensibilità che l’uva sangiovese possiede nel rendere in trasparenza il territorio che la nutre; a lasciarla parlare, ben inteso!  Il Rosso di Montalcino venne varato nel 1983 sotto la presidenza consortile di Enzo Tiezzi, con il chiaro intento di avere a disposizione un vino che fosse vendibile con un invecchiamento inferiore rispetto al Brunello di Montalcino, così da fare cassa: era un periodo di investimenti, nuove aziende si erano affacciate e diversi conferitori di uve si erano messi in proprio, perciò l’esigenza era ben viva. Inoltre, non tutte le vigne erano vecchie a sufficienza perché i vini potessero reggere l’invecchiamento richiesto a un Brunello di Montalcino. Fu un successo, al punto che altri distretti vinicoli presero l’idea a modello. L’ultima revisione del disciplinare è del 2014: per sommi capi, i punti chiave sono: solo i  terreni tra cretaceo e pliocene (che sono i più comuni in Italia); 100% Sangiovese di Montalcino; rese fino a 90 quintali per ettaro (contro gli 80 del Brunello, che non sono nemmeno pochi); commercializzazione consentita un anno dopo la vendemmia e non è richiesto l’affinamento in legno; acidità minima 5 per mille, 22 g/l estratto; non solo deve essere prodotto in zona, ma anche imbottigliato in zona, in bottiglia bordolese chiusa col tappo in sughero.

Giova ricordare che numerosi produttori l’affinano più del minimo consentito dal disciplinare, anche un paio d’anni, però una degustazione come questa, che copriva all’indietro fino a  17 annate, è evento rarissimo. Tanta la curiosità: come regge l’invecchiamento questo vino pensato per un consumo giovane? Risposta: magnificamente, se benfatto.  Inoltre, i sedici vini degustati sono altrettante mani ed altrettante idee di Rosso di Montalcino; ancor più, sono figli di zone diverse del territorio, singolarmente imbottigliate o tagliate ad arte, come da tradizione.

Eccoli qui, come li ho assaggiati, in rigoroso ordine di apparizione, in degustazione seduta, guidata da Armando, con gli interventi dei produttori stessi. E, amica o amico che mi leggi, assaggiare, ascoltare e prender nota insieme è stato un lavoro non facile, ma piacevolissimo: mi scuserai perciò qualche errore!

1) Casisano Tommasi 2015 L’azienda è di proprietà della famiglia Tommasi e si trova nella zona sud est, verso Sant’Antimo. Un vino fresco, lieve, dal profumo  aperto come lo sono in genere i Rossi di Montalcino 2015, con una concentrazione di gusto superiore alla media e rispondente all’olfatto. Vino di corpo, è salino, ha un tannino notevole e una buona lunghezza. Soprattutto si nota e ricorda per freschezza e grazia.

2) Fattoi 2015 . Dei vini di Fattoi, azienda familiare e artigianale che sta nella zona di Santa Restituta, sono appassionato. Son vini inconfondibili, boschivi ed anche in questo ritrovo la profondità  solita di Fattoi, quelle note scure petrolifere, minerali, e soprattutto boschive, nel senso degli aromi di corteccia, di foglie vive di macchia e cadute a terra. Nel retrolfatto discerno persino note di tè, insieme a cannella e menta. Ha gran corpo, struttura, acidità, lunghezza, complessità, ed una peculiarissima tessitura: fosse una stoffa, sarebbe un tweed.

3) Fattoria dei Barbi 2015. Il Rosso di Montalcino di una tra le cantine della denominazione maggiori per storia e per dimensioni. Questo Rosso, che si ricava da vigneti appositi e da viti giovani, è particolarmente interessante: in esso l’acciaio e il vetro giocano un ruolo importante  per l’affinamento, sebbene  passi in legno un paio di mesi, segno che si ricerca una certa snellezza di beva. Ha un profumo riservato, ma fine e puntillista, che emerge in luce da una penombra,con ciliegia ed erbe in evidenza. Alla bocca è soffice, morbido, ma pregnante: fresco, erbaceo, con una bella sapidità , di corpo medio ed un tannino di spessore e grintoso, un’acidità piuttosto decisa ed una discreta lunghezza.

4) Lisini 2015. Il Rosso di Montalcino di Lisini, altra azienda storica e tradizionale, non non nasce mai da declassamento di Brunello: segno di un progetto specifico, che prevede un anno di affinamento in botte; un tempo usavano quelle in castagno, ma ormai, per la loro scarsa reperibilità, si è passati al rovere. Il profumo è personale e antico, ampio e signorile, molto sfaccettato al naso: odore di carne, ematico, di spezie da norcineria; poi, con un po’ di attesa, frutta rossa viva: tonda,  polposa, e femminile, anzi, femmina. Ci sono anche note anche floreali, un fondo affumicato e di pellame, lievissimo. In bocca è ampio e suadente, di gran corpo, con un’acidità perfettamente integrata , il tannino dolce e forte, molto lungo.

5) Pietroso 2015. L’azienda si trova appena a sud ovest del paese, in mezzo si boschi, che creano un microclima particolarmente fresco in relazione alla zona. Come spiega Cecilia Brandini,  diverse parcelle sono vinificate separatamente, lasciandole  in acciaio per 4 settimane,  poi per qualche mese in tonneau; si effettua quindi il taglio, che viene affinato 1 anno in legno grande. Io trovo in questo vino un  frutto fresco, quasi chinotto, e arancia; e spezie: pepe.  Bellissimo già al colore, l’assaggio ed è compatto, fresco, pieno di corpo ma affusolato, salinissimo, con un’alta acidità ed un gran tannino perfettamente integrato ed un finale assai lungo, preciso, bilanciato. Un vino splendente e da bere a secchi.

6) Ventolaio 2015. Altra azienda artigianale, che sta dalle parti di Sant’Antimo fronteggiando il Monte Amiata. Per questo Rosso di Montalcino il 50 per cento della massa affina in botte grande,  il resto in tonneau. Un vino elegante dal profumo lirico, che tocca tutti i registri: agrume dolce, quasi con un tocco mou, ed erbaceo.  Setoso in bocca, bilanciatissimo e avvolgente, ribadisce nel finale di buona lunghezza e con scie minerali, la sua classe .

7) Poggio di Sotto 2014. Li ho  amati i grandi vini di Poggio di Sotto, ed anche se ritengo che lo stile sia percettibilmente cambiato nelle annate a partire dalla 2012, questo Rosso resta sempre un gran bel bere: dal colore trasparente e scarico, all’olfatto elegante, floreale e di erbe fresche, trasmette tuttavia una sensazione di maturità,  con un tocco di aldeidi che aggiunge tridimensionalità. Il sorso è lieve,  salino, il tannino finissimo ma il corpo è notevole, con una grande acidità ben distribuita, equilibratissimo, di gusto concentrato, un tocco curioso di caramella  mou.

8) Baricci 2012. Azienda storica, sita a nord-est, nella zona alta del  cru Montosoli detta Il  colombaio. La storia è di quelle belle: Nello Baricci alla fine della mezzadria decise di non lasciare la terra e comperò con grandi sacrifici quel podere, perché sapeva che da sempre era considerato culla di vini buoni.   Nello Baricci, recentemente scomparso ultranovantenne, fu poi il primo firmatario dell’atto costitutivo del Consorzio del Brunello di Montalcino. I suoi discendenti ne continuano l’opera mirabilmente e questo Rosso di Montalcino lo conferma. Affinato 20 mesi in botti di rovere di Slavonia  20 ettolitri (il Brunello, per riferimento, 40 mesi), ha una solennità luminosa e verticale da Madonna su fondo oro inquadrata nel suo baldacchino gotico. Il suo profumo è di frutto rosso ma scuro, antico (per usare una sinestesia), come fosse sangue di bue; un profumo alto, boschivo di erbe di montagna, ma calde e baciate dal sole, con sfumature di tabacco. Un vino rotondo e corposo, ma soprattutto pieno, dalla maglia fitta e carnosa, con tannino potente ma bellissimo, per un sorso scorrevole e contempo sontuoso.

9) Le Potazzine 2011. L’azienda sta a Le Prata, zona elevata e relativamente fresca, che si traduce in vini eleganti e rarefatti, di beva slanciata, grazie anche alla grande consapevolezza stilistica che caratterizza la mano in cantina, dove si seguono metodi molto tradizionali: le macerazioni, ad esempio, sono di  25 – 30 giorni, con lieviti indigeni. Il vino, che esprime una grande intensità aromatica, è succoso già al naso, con quel giusto tocco di aldeidi che solo aggiunge, risultando quasi croccante all’olfatto, che è marcato da un frutto rosso centratissimo ed una spezia dolce da panforte. Il sorso è lunghissimo, e così naturalmente sciolto che invece di badar troppo a tannini ed acidità, mi verrebbe voglia di aver subito sottomano una tagliata al rosmarino, perché quella la sua affinità elettiva: la buona tavola.

10)  Tiezzi 2010. Altro produttore artigianale e storicissimo se si parla di Rosso di Montalcino: di Enzo Tiezzi la presidenza del Consorzio alla nascita di questa DOC e sua la messa a punto di vari aspetti tecnici del Disciplinare (anche se lui, modesto, si guarderebbe bene dal sbandierarlo). Il vino, che viene da vigne poste a nord-est nella zona dei Canalicchi, che hanno un’età compresa tra i 35 e i 47 anni, affina 1 anno in botti grandi di rovere di Slavonia,  da 10  a 40 ettolitri, effettuando tanti travasi, secondo uno stile tradizionalissimo. Ed infatti, anche qui, le aldeidi giocano un ruolo importante, incrementando  il senso prospettico e tridimensionale di questo Rosso, che possiede una grande complessità aromatica: spezie, erbe fini ( rosmarino soprattutto), un frutto rosso pieno e fresco, e poi elegantissimi chinotto e arancia, persino uva spina e fiori di sambuco. Al sorso è rotondo, ma mantiene una notevole grinta tannica; salinissimo, acidità superiore alla media, ma, per dir così, tutta spalmata e diffusa, aurorale e vibrante, con un vibrato stretto: fosse un violinista, sarebbe della scuola di Heifetz. Chiude con un bell’allungo, dove trovano spazio spunti mentolati.

11) Le Ragnaie 2009. Scarico ed affascinante al colore, come spesso capita  con i vini di questo produttore, che possiede alcuni tra i vigneti più alti della denominazione. Affinato per due anni in legno, ha un aroma segreto, boschivo, con un che di bagnato e di terraceo, come di humus, su un fondale che ha un lato fresco fruttato ed un altro più caldo ed evoluto. Ricorda quasi certi Madeira, non solo per le note boschive: c’è bergamotto, tabacco, pepe, e spezie da panforte. Il suo  tannino,  notevolissimo  per quantità e qualità, è po’ amaro forse. L’acidità spinge con forza superiore alla media. Si distende verso un finale bellissimo, dalla persistenza molto fruttata di ciliegia, e molto lunga.

12) Querce Bettina 2006. Vino antico per passo e profilo, già all’olfatto si intuisce di grande struttura. I caratteri evolutivi sono netti, ma tutt’ora in divenire. Vino in tutti gli aspetti potente: ricco, di grande corpo e impatto, pienissimo, quasi masticabile, di forza anche alcolica, tuttavia fresco e scorrevolissimo per tessitura.

13) Sanlorenzo 2005. Come ricordava il vignaiolo stesso, il caro amico Luciano Ciolfi, Sanlorenzo si è fatta conoscere prima per il Rosso di Montalcino che per il Brunello. L’annata d’esordio, se ben ricordo, fu il 2003. In effetti, i Rosso di Luciano hanno sempre una marcia in più rispetto ad altri della denominazione, e perciò bene si inseriscono  in questa rassegna: sarà la cura che lui mette in vigna e in cantina, sarà la capacità di leggere l’annata, sarà quel carattere unico di Sangiovese d’altura del sud della Toscana, ma davvero Sanlorenzo con le sue vigne raccolte in un fazzoletto d’ettari  costituisce a tutti gli effetti un Cru. Questo 2005, che ha la bellezza di 12 anni, offre all’olfatto  note di bosco quasi selvagge di foglie e di bacche,  e un po’ di farmyard, per dirla all’inglese. Salino al sorso, essenziale nel disegno, un po’ ruvido, minerale, gessoso, ha un fascino quasi montano, con un tocco elegantissimo di arancia sul finale.

14) Il Marroneto, Madonna delle Grazie 2004. Un vino che malgrado gli anni è sorprendentemente aperto e floreale, ma  al contempo molto classico composto. Il profumo è freschissimo, con tocchi quasi di sedano. Ovviamente è la frutta rossa a dominare, com’è giusto, al naso e in bocca.  Il sorso è potente, preciso come una lama,  con tanta forza minerale. Allunga con decisione e vi sento spiccato un gusto agrumato, fuso insieme alla susina fresca, colta sul filo della maturazione quando ancora scrocchia. Corpo e acidità non scherzano. In un certo senso non è un Rosso di Montalcino da tutti i giorni: vino di levatura e d’impegno, questo è.

15) Le Chiuse 2001. A Le Chiuse, si sa, tengono la longevità dei vini stimabile in sommo grado. Non stupisce perciò che questo splendido sedicenne sia fascinoso e in gran forma. Tendente al granato, ha un profumo dove dominano ciliegia e tabacco, e quella nota netta ematica e rugginosa distintiva di certo Sangiovese maturo. Possiede una bocca potente, di grande ampiezza, con  tannino  e acidità importantissimi ed un alcol quasi imponente, disegnando però sul palato una misura della levità, che si chiude su un lungo retrolfatto etereo.

16) Col d’Orcia 1998. Affinato in botti grandi e vecchie da 100-150 ettolitro, ha un color rubino tendente al granato. All’olfatto è ematico, con un frutto ancora vivo che bilancia le note più evoluto e classiche del Sangiovese invecchiato. L’impreziosiscono, come un intarsio, note nobili di cortecce, una speziatura dolce delicatissima e un agrume disegnato in punta di bulino. Molto sapido, come mi si dice lo siano parecchi ’98 in Toscana, ha un corpo di spazialità superiore alla media, un gran tannino ed un’acidità altrettanto imponente; ma ciò che stupisce è la lunga persistenza e più ancora la bevibilità, sciolta e straordinaria per un vino che ha quasi vent’anni.

Sedici campioni, sedici diverse espressioni di un territorio e di annate diverse e di diverse mani; ciascuno con la sua caratteristica e il suo fascino: l’uno piacevole e beverino, l’altro rarefatto e poetico, quell’altro meditativo e possente. Unico comun denominatore: la poesia, la felicità espressiva del Sangiovese di Montalcino in purezza, eccezionale giovane ed anche alla prova degli anni; soprattutto, la sua capacità di emozionare, anche sulle tavole di tutti i giorni, con cibi semplici e leggeri e a prezzi accessibili; e parliamo di uno dei massimi vini mondiali (sì, mondiali!). Per me, ciò che più mi importa, sempre più spesso il compagno fidato delle gioie e dei tormenti quotidiani.

Forse -chioso- perché come lui sono i miei amici di Montalcino: anime nobili, anime belle. 

Brunello di Montalcino Riserva 2007, Fattoria dei Barbi, 14,5 gradi.

Amo tenere le bottiglie che acquisto- almeno, quelle di certe tipologie-  in cantina, spesso anche molto a lungo: scherzavo con un amico produttore se potesse proporre una più profonda verticale dei suoi vini lui o io. Tuttavia quando ne ricevo in dono spesso sento quasi l’obbligo di non indugiare troppo. Quando il gesto dell’offerta è spontaneo, mi pare si debba festeggiarlo al più presto con un brindisi e con un pensiero, a meno che nel ricevere l’omaggio non venga anche specificato o consigliato di serbarlo. Questa Riserva di Brunello di Montalcino è stata appunto un regalo gentile che ho pensato andasse festeggiato bevendone; e così è stato a Pasqua, prima dentro casa e poi nell’orto, fuori al sole di primavera col vento che spira – e mi è venuto tra l’altro di pensare come sia diverso il profumo del vino gustato all’aria aperta e che costringerlo tra quattro mura quando il cielo è sereno e l’aria piacevolmente tiepida sia un torto verso la sua anima libera e selvaggia. Una Riserva di Brunello, veramente, è vino che andrebbe atteso, un passista, seppure pare che l’annata 2007 abbia consegnato vini piuttosto pronti a Montalcino; mi diceva anzi un conoscitore della zona che certi Brunello base di quell’annata mostrano già i segni della stanchezza. Quindi aprendo questo vino di Fattoria dei Barbi la mia curiosità era a corrente alternata, tra il"troppo presto" e l’ “un po’ tardi”. Intanto, per garantirgli una buona ossigenazione preventiva, l’ho aperto per tempo, 12 ore prima e forse più, trovandolo rubìno trasparente e luminosissimo,  tendente appena al mattone, a formare gocciole persistenti,  lente e irregolari sul calice. L’accosto al naso e mi pervade il suo profumo ampio, intenso, profondo e molto complesso, in sviluppo, con la frutta rossa in netta evidenza , ma legata ad un susseguirsi cangiante di note marine, minerali e soprattutto ferrose, ematiche, floreali, di arancia,  poi nobilmente vegetali, di alloro, mirto, corbezzolo, poi ancora rabarbaro; e chiari, estivi profumi cerealicoli come di orzo, che si fondono ad una balsamicità  arborea, forse eucalipto, con tocchi finali di menta, di noce moscata, di chiodo di garofano. C’è, mi pare, un cenno di terziari eleganti: pelle, legno, tabacco.  Al sorso l’attacco è molto dolce, ampiamente elegante, avvolgente e composto,  con un grande corpo ed un’altissima acidità , tanto tannino maturo e un po’ grintoso che lascia nel finale lunghissimo ed equilibrato una sfumatura di chinotto. Una Riserva di Brunello classicissima, paradigmatica dello stile tradizionale più riuscito e del livello che si può ottenere dalle parcelle vitate poste nelle posizioni storiche, persino in annate calde come la 2007, se si sanno rispettare il territorio e le uve. Una Riserva di  Brunello di Montalcino già godibile questa; dolce, se si può dire, di quella dolcezza tipica del 2007: non di zuccheri – bada bene amica o amico che mi leggi – ma di tatto e persino di indole, che è teneramente effusiva.   In verità però, riassaggiato dopo 48 ore l’ho trovato persino più buono: più armonico e fruttato, di una maturità intensa e definita che si declina nella ciliegia e nell’amarena, nella pelle e nel legno, esprimendo la sua classe con una nobile velatura e giocando -in forma retrolfattiva -più sull’ aroma che sul profumo; così vivido da confermarsi un 2007 talmente solido e propenso a una splendente evoluzione da meritare un’ulteriore attesa. L’ho trovato, come mi aspettavo, ottimo  su agnello e piccione arrosto, ma anche su una una pasta al ragù è stato con mia sorpresa un compagno eccellente e aggraziato in virtù del suo raro e delizioso equilibrio: l’ha accompagnata e più ancora sostenuta senza mai coprirla, come un direttore di gran caratura avvolge di suoni le note del solista.