Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2015, Tiezzi, 15 gradi.

Sarò senz’altro fuori moda, ma a me il Brunello piace berlo con parecchi anni sulle spalle. A dieci, quindici, vent’anni, nella maggior parte delle annate regala emozioni uniche, per profumo e senso tattile.

Tuttavia riconosco che un Brunello giovane offre altre soddisfazioni, non meno appaganti: frutto, tensione, energia, l’irruenza della giovinezza secondo uno spirito prepotentemente, elegantemente italiano e più ancora toscano.

Oggi ho desiderato fuggire la mia regola ed aprire questo Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” dell’azienda Tiezzi: annata 2015, l’ultima in commercio – climaticamente calda, secca, potenzialmente ricca.

Le uve vengono dal quadrante nord di Montalcino, da una zona piuttosto fresca, di media altitudine e sono lavorate secondo crismi tradizionali ed artiglianali: fermentazioni spontanee in tini di legno, affinamenti in botti grandi, nessuna filtrazione. Naturalezza che non abbisogna certificazioni, in vigna e cantina.

Alle spalle c’è il lavoro di una famiglia e del suo patriarca, Enzo Tiezzi, che oggi è, a ragione, memoria storica lucidissima della denominazione intera.

Ebbene, eccolo in tutto il suo vitale splendore: trasparente, rubino, lascia sul vetro lacrime irregolari, lente, fittissime.

Ha profumo ancora in divenire, molto etereo, oggi marcato dalla ciliegia matura, dal lampone, dai cereali, dalle erbe aromatiche; dopo qualche ora, col salire della sua temperatura, dal marzapane, dal burro di cacao, dalla noce moscata, dalla cannella, dal chiodo di garofano.

Il corpo è molto ampio, ma teso; dal tannino ruggente, però sostanzialmente fine; di salinità vivida, tuttavia avvolta di estratti; ed un alcol perfettamente bilanciato, malgrado i suoi 15 gradi; un’acidità solleticante, del tutto discreta; e una lunghezza adeguata.

Persino: si potrebbe definire fresco e boschivo, a dispetto della calura dell’annata.

Maestosità solenne, complessità pittorica, lo sappiamo, gli verranno col tempo.

Anche questa è la grandezza del Brunello di Montalcino di tradizione: giovane o vecchio, è sempre squisito, sta sempre bene a tavola, un sorso chiama l’altro.

Vino eroico nei parametri organolettici, ma che non richiede alcun sforzo per essere bevuto, brindando e festeggiando la vita.

Oggi, per noi, ottimo con un lesso squisito di vitellone di 24 mesi dell’azienda Romagnoli di Montaione, fornita dalla macelleria Falaschi di San Miniato – come dimostra la bottiglia: decisamente bevuta, non delibata.

Montevertine 2001, Az. Agr. Monteverine, 12,5 gradi.

Nell’estate del 2001 ero in servizio civile – mi ero trovato costretto ad interrompere momentaneamente gli studi, che portavo avanti con fatica.

Ero innamorato di una bella fanciulla – non ricambiato, o non ci capimmo.

Morì in quei giorni la mia amata nonna Gina.

Eppure, malgrado questi brutti ricordi, di quell’estate rammento il sole, come se la pioggia non fosse esistita. Sole, calore, luce: una vibrazione luminosa che investiva anche le notti.

Sarà che avevo solo 24 anni.

Quell’estate maturavano le uve di questo Montevertine – ed allora le colline di Radda non mi erano affatto familiari come oggi: mi orientavo appena nella vasta zona del Chianti Classico.

Nel 2001 c’erano a Montevertine Martino Manetti (e c’è tuttora), Bruno Bini e Giulio Gambelli (che ci hanno lasciato), i quali imperterriti portavano avanti un’idea di vino classico, proporzionato, riflessivo, trasparente nel colore e nell’anima, in un’epoca di vini scuri, pomposi, costruiti con la voglia di stupire ed ottundere.

Questi concetti mi erano allora ignoti: li avrei intesi solo molti anni dopo.

Nemmeno li conoscevo diversi anni dopo quando acquistai questa bottiglia, che stava impolverata e verticale sullo scaffale più alto di una piccola enoteca milanese, dalle parti di corso Buenos Aires: certamente avevo letto e ascoltato riscontri ottimo su questo vino, ma generici, cioè senza chiave interpretativa.

Qualcosa, nel tempo da allora trascorso, penso di averlo imparato: un po’ di nozioni e un po’ di esperienza.

Conosco oggi la strada per Radda, so dove si svolta per Montevertine; conosco quel cielo, quell’aria, ho odorato un pugno di quella terra; negli occhi ho disegnate quelle colline.

Quei nomi, che l’etichetta raccontava con trasparente umiltà e orgoglio, oggi so che posto occupano nella storia del vino mondiale.

Questo vino oggi ha 19 anni. L’avessi comprato in cantina, o comunque poco dopo L imbottigliamento, avrei avuto il polso fermo di attenderlo più a lungo; vista la cattiva conservazione subita durante i primi anni, mi son deciso ad aprirla, con adeguato anticipo.

Difatti il tappo è molto secco, tende a sfaldarsi: evito il peggio con cura e fortuna.

Non saprò mai come poteva essere questo Montevertine 2001, se ben conservato – altre bottiglie non ne ho.

Quel che leggo nel calice è un vino granato, con sfumature arancio e quasi dorate, di buona trasparenza, luminoso.

Il profumo è intenso e ritroso insieme, un continuo cangiare, con la stessa naturalezza delle nuvole mosse dal vento.

Si potrebbe analizzarlo freddamente, coi descrittori insegnanti dalle varie scuole, oppure applicando griglie tecniche standardizzate, ma se ne perderebbe l’essenza trasognata: c’è in lui un quid sfuggente, che la parola stenta a evocare.

Il motivo sta scritto in etichetta: un luogo e le persone. Nessuna griglia può racchiudere la vita.

Pertanto, anche se amo essere preciso ed metodologie condivise, mi arrendo. Sospinto dall’emozione, i freddi descrittori acquistano un significato nuovo e pulsante.

I fiori, le viole, sono proprio quelle viole, colte in un angolo e momento precisio: convivono nell’evocazione fresche e appassite.

La ciliegia è materica, ma ecco: un momento essa è acerba e fresca, poi matura, poi diviene conserva sotto spirito: il tempo relativizza in questo vino, la successione degli eventi oniricamente si confonde e parallelizza, come nel sinfonismo di Debussy.

C’è l’aria, c’è la pietra, c’è l’acqua dei torrenti; il bosco con le cortecce, i muschi, le castagne, i funghi, la terra; un quadro di prospettiva aerea, nel quale smagarsi.

Ci sono le erbe aromatiche, colte nelle diverse ore del giorno; così pure le spezie.

Perché questo è un vino che si muove, un vino che cammina; molti altri, pur grandi, stanno.

C’è il ferro e c’è il sangue: persino la violenza della vita qui è ricomposta in superiore armonia.

L’aldeide è un grido di rondine a sera.

Al sorso, seta: la tessitura di qualità impalpabile che ho trovato in tutti i vini di Giulio Gambelli: l’attaccare energico e delicatissimo insieme, come musica che nasca dal silenzio, ma decisa; l’apertura al centro bocca, come un rapace maestoso dispiega le ali, come la ninfea sboccia in una fonte.

Il corpo agile, il tannino autorevole, l’acidità vibrante, il sale della terra vivido.

Il gusto centrato, sferico, che armoniosamente degrada e svanisce, in un riverbero lunghissimo, indimenticabile, di inattingibile equilibrio, perfetto compagno di ogni tavola: col pollo alla cacciatora è stato oggi un dialogo d’amore.

Fosse scultura: il David di Donatello. Architettura: un chiostro brunelleschiano.

E poi, soprattutto, in lui si sente l’uva viva, schiacciata tra i denti quando pulsa ancora di vita, di sole, tutta succo, appena colta dalla pianta: mi ricordo quando mio nonno mi portava bimbetto sulle prode, coglieva un chicco maturo di sangiovese o di canaiolo – buccia tesa, polpa turgida – e me lo faceva assaggiare.

Con questo Montevertine ci si potrebbe perdere nel vago e nella poesia.

Forse, meglio tornare alle descrizioni asciutte che usavano un tempo.

Avrebbero scritto, magari: “Gran vino di stoffa e razza superiori, da uva sangiovese con quote minoritarie di canaiolo nero e colorino; profumato, armonico, secco e di corpo, da arrosti e umidi; guadagna con l’invecchiamento”.

E sarebbe stato migliore omaggio alla sua signorile misura.

Cercatoja Rosso 2004, Toscana IGT, Fattoria del Buonamico, 14 gradi.

Quasi nulla mi rattrista più che leggere certe vecchie pubblicazioni sul vino.

Non le grandi pagine di letteratura, ovviamente: Monelli, Soldati, molto Veronelli, a distanza di decenni ci restituiscono vividamente mondi scomparsi, come se li avessimo davanti: ne ravvivano colori, rumori e umori, li soffiano verso di noi come faville del maglio mosse dal vento: tale è la forza dell’arte.

Quando però l’impostazione è enciclopedica, catalogante, innanzi a tutti quei nomi caduti nell’oblio la malinconia si fa strada. Che ne è di quelle aziende, dei luoghi, dei vini? Certi Cru, più o meno celebri un tempo, oggi dimenticati, ridotti a bosco o, peggio, pompa di benzina? Mi pare di trovarmi innanzi alle lapidi dei vecchi al cimitero, perché intorno a quei nomi c’era tutto un mondo vivo, oggi scomparso.

Similmente mi è presa la malinconia ier l’altro, ascoltando un vecchio vinile con le canzoni di Odoardo Spadaro: in quell’accento risentivo la voce dei miei nonni e di tutti i parenti che lo circondavano quand’ero piccino; in quelle storie di povera gente, di contadini, di ortolani, di emigranti, di aie e di cappelli di paglia, rivedevo il loro mondo, quello che immaginavo attraverso i loro vividi racconti: era per me un passato remoto e affascinante.

Ora sono in quel “mezzo del cammino” che consente di giudicare il passato alla distanza, di percepirne le cesure col presente, di consegnare ad esso la memoria di un mondo che non è più.

Io so che quando vado a Chiesina rivedo la mia Valdinievole filtrata con gli occhi di quand’ero bambino; e che già allora vedevo, presumibilmente, filtrata con le lenti immaginifiche dei miei nonni. Non così è per mia moglie e meno ancora sarà, con mia pena, per mio figlio: loro la vedono com’è.

Quel mondo è passato: esiste solo nei miei ricordi.

Marcello il macellaio, il suo mallegato profumato e le salsicce buone come dolci; la focaccia cotta a legna, sapida e oleosa, della bottega quando era in piazza alla Chiesanuova; l’officina morchiosa di Leino a San Salvatore, che riparava biciclette e motorini; l’odore dei garofani colti da poco nel capannone, quando li ammazzettavano i miei zii e i miei cugini: tutte realtà dissolte, consegnate ai quei ricordi che sono tesoro e fardello di ogni essere umano.

Ahimè, la lista sarebbe assai lunga ed è sempre sgradevole paragonare lo ieri con l’oggi.

In essa, tuttavia, c’è anche la vecchia Fattoria del Buonamico di Montecarlo. Oggi si chiama Tenuta del Buonamico, ma è davvero altra cosa: non dico meglio o peggio, ma altra.

La Fattoria del Buonamico che ricordo io era un luogo di sapiente artigianalità. Un edificio essenziale, dall’intonaco rossiccio, dove l’accoglienza non esisteva come la intendiamo oggi, nel senso della ricezione turistica, ma era la semplice gentilezza delle persone che vi lavoravano.

Stava – e sta ancora, malgrado i mutamenti occorsi – su un poggio appena sotto Montecarlo, in Lucchesia, sul lato che digrada verso Capànnori, dal quale si godeva una bella vista sul borgo, sulla piana di Altopascio e Bientina, sul Monte Serra.

Intorno, colline morbide, particolarmente dolci di forme e vegetazione: quasi che la natura lì si conceda un momento di riposo dopo le balze appenniniche, prima di slanciarsi verso le tormentate coste, ridendo al sole viti, ulivi e fiori, che crescono spontanei in incredibile varietà e coloritura. Lì, sullo spiazzo prima del Buonamico salivo con la Vespa per vedere le stelle e di giugno, di luglio, c’erano sempre le lucciole. A due passi, il cru Cercatoia.

Credo l’azienda fosse nata nel dopoguerra, nel 1964, per rifornire di vino un ristorante a Torino, Al Gatto Nero: era abitudine dei ristoratori toscani approvvigionarsi nelle loro zone d’origine e chi di loro poteva acquistava terra con vigna e ulivi, in un’epoca di spopolamento delle campagne. Normalmente i ristoratori affidavano la fattoria a un uomo di fiducia, perché producesse vini onesti ma senza particolari pretese, adatti alla mescita come vino della casa. Quello, immagino, l’intendimento originario della Fattoria del Buonamico.

Poi qualcosa doveva essere intervenuto, perché i vini della Fattoria che conobbi io raccontavano piuttosto una spericolata fuga in avanti, un avanguardismo sperimentale affascinante e senza rete.

Vini da singolo vigneto, in purezza o con uvaggi arditi, eppure attentamente bilanciati, che parlavano una lingua tutta loro: erano, è vero, gli anni nei quali in Italia si scopriva la barrique e si diffondevano i vitigni internazionali; trovavano pure una solida base nella tradizione montecarlese, che i vitigni bordolesi, e più ancora rodaniani, li aveva già accolti in pieno ‘800; eppure esprimevano una individualità fortissima, dovuta, credo, all’estro e all’impegno di chi dirigeva la cantina: Vasco Grassi, che ebbi il piacere di conoscere al Buonamico quando ero poco più che un ragazzino ai suoi primi acquisti direttamente in cantina, con con i risparmi da studente universitario.

Fu in una di quelle occasioni che acquistai questo Cercatoja, credo una delle ultime bottiglie prima della nuova proprietà.

Rimase nella mia cantina toscana per anni, fino allo scorso gennaio, quando decisi di aprirla insieme a mia moglie. Eravamo da soli nella vecchia casa per un paio di giorni: una scappata, perché aspettavamo la nascita del nostro bimbo a breve e dicevo: “Almeno apriamo la casa, poi vedrai fino a Pasqua non riusciremo a scendere”. Non immaginavo la pandemia che avrebbe flagellato questo 2020 e che saremmo stati impossibilitati a muoverci ben oltre Pasqua.

Quando la presi dallo scaffale dove riposava distesa ero un po’ perplesso: nella mia esperienza – senz’altro limitata- i vini rossi di Montecarlo, anche ambiziosi, esprimono il loro meglio entro i dieci anni.

Questo Cercatoja andava per i sedici.

Sfilai il tappo: un sughero intero molto lungo, molto bello, in ottime condizioni.

E cominciò la magia.

Fu una danza di ore, evocazioni che si rincorrevano sotto i travi antichi e scuri della cucina, bagliori di memoria intrecciati a quelli del focolare acceso.

La tinta: granata, trasparente, luminosa, con vaghi ricordi rubino. Gocciole sul calice, fitte, regolari, rapide, persistenti.

Il profumo: di particolare intensità, ampiezza e finezza. Etereo e rarefatto all’apertura e dopo un congruo tempo, mi ricordava sorprendentemente certi Pinot Noir Villages o Premier Crus di Borgogna invecchiati: pelliccia, alchermes, ciliegia, lampone, prugna, mirtillo, peperone verde, cola, ruta, erbe verdi, liquirizia, ferro, sangue, iodio, noce moscata, pepe bianco.

Spiriti sospesi, iridescenti, sfumati.

Virava poi, dopo 12 ore, verso i vini del Rodano, cercando il paragone d’Oltralpe: il frutto difatti diventava più scuro, emergendo toni di pepe nero, e di cappero-acciuga, da crostino toscano.

Secco, lasciava la bocca piacevolmente asciutta.

Aveva corpo pieno e tannino di trama fitta, fine, maturo, croccante; forse appena un ricordo di legno d’affinamento nella sua grana.

L’acidità: media.

Era molto equilibrato, sul sale.

Nel finale lungo: un ricordo di farina di castagne.

Aveva tutta la scorrevolezza e facilità d’eloquio dei rossi di Montecarlo, ma c’era in lui qualcosa in più e di unico.

Figlio della sua era riguardo l’uso del legno d’affinamento, aveva però trovato negli anni di bottiglia un passo cadenzato, quasi antico per trasparenze e per l’equilibrata compostezza: “Gran vino da selvaggina di piuma, assai fine”, si sarebbe detto un tempo.

A Montecarlo non ho mai assaggiato un rosso pari a questo, colto allora nei suoi sedici anni; né produzioni successive a me note mi lasciano sperare per il futuro.

Qui il Sangiovese si sposava al Cabernet Sauvignon, al Merlot e al Syrah, nelle proporzioni: 40%, 30%, 20%, 10%. L’amai come amo il Sangiovese maggioritario o in purezza.

A trovarne una bottiglia ben conservata, amica o amico che mi leggi, bevilo un po’ fresco: sui sedici gradi.

Benvenuto Brunello 2020: e vita sia.

Quel che gli racconterò.

Il 7 febbraio 2020 è nato mio figlio Iacopo. Il mio primo figlio. Voluto, desiderato.

Sarebbe dovuto nascere il 17. Mentre era in pancia della madre, già quest’estate gli dicevo: “Dai Iacopo, anticipa un po’, così andiamo a Benvenuto Brunello”. Per meglio convincerlo l’abbiamo portato lì due volte durante la gravidanza a respirare l’aria di Montalcino, a goderne il sole estivo, a sentirne l’abbraccio caldo, amichevole, familiare.

E lui mi ha ascoltato, presentandosi 10 giorni prima all’appuntamento. Quindi ci siamo messi in viaggio con questo bimbo di due settimane, che ha sconvolto ritmi, programmi, abitudini.

È andata bene così: volevo essere alla manifestazione, vedere gli amici, godermi un poco quella terra bellissima, magica nell’austerità silenziosa dell’inverno; volevo portarci Iacopo, perché la vedesse e stampasse in quei suoi occhi tondi ed ignari, sentisse quei profumi e ascoltasse quella calata, appena un po’ diversa, ma solo un poco, da quella dei suoi avi: di mio padre, del quale eredita il nome, dei miei nonni, e di altri due Iacopo a noi cogniti che lo hanno preceduto, sempre col salto di una generazione, rinnovando quasi casualmente un’usanza forse ancora più antica, chissà.

È stato il suo primo viaggio e non poteva essere altrimenti: destinazione Toscana.

Perciò, se ci siamo persi la tradizionale cena al Giglio, l’altrettanto abituale fine serata mondano alle Logge, se ho assaggiato meno vini e con meno metodo per passare più tempo con la mia famiglia, ho goduto in cambio una dimensione umana straordinariamente affettuosa: emozioni che porterò per sempre con me e che magari un giorno racconterò a Iacopo.

Gli dirò di una cena meravigliosa a casa dell’amico Stefano, con una carbonara indimenticabile e 4 bottiglie di vino godute fino alla goccia; dell’abbraccio con Monica, babbo Enzo e Rachele; dei baci che gli ha mandato Raffaella; dei complimenti di Gianluca; degli auguri di Jessica, che compie gli anni il suo medesimo giorno; dell’aperitivo da Luciano al crepuscolo, la prima visita in cantina della sua vita; della cena da Alessia con i tordi, alla quale abbiamo dovuto rinunciare per le sue bizze; del regalo di Giorgia, Lusi e Luciano; dell’affetto che lui, inconsapevole, e noi, sorpresi, ci siamo trovati attorno.

E gli racconterò tante altre cose di quei 3 giorni. Magari qualcosa anche sui Rosso e sui Brunello assaggiati dal suo babbo nei chiostri del museo mentre la mamma lo portava nell’ovetto tra le vigne.

Una storia, tante annate.

Gli racconterò la storia di quel giorno, di come mi alzai presto lasciandolo a dormire nel lettone con la mamma, sotto quei travi che l’affascinavano tanto, uscendo nel silenzio freddo dell’alba, per risalire dalla Crocina verso il Greppo e più su a Montalcino; della passeggiata per le vie ancóra sonnolente, con le serrande mezze abbassate, e le scope di saggina che si affaccendavano pigre rassettando i segni del divertimento notturno, mentre nell’aria si spandeva l’aroma di caffè. “A quell’ora, figlio mio, Montalcino era intima come un piccolo salotto, sul quale si affacciava l’uscio di ogni casa”.

Gli dirò di come prima degli assaggi ci furono abbracci e saluti e di come mostrai le sue foto, con quell’orgoglio un po’ stralunato e fuori luogo che hanno tutti i padri.

Finalmente gli parlerò di quell’annata 2015, tanto attesa e già decantata mentre il vino era nei tini.

– F: ” L’annata 2015, me la ricordo: l’estate era stata piuttosto calda, e asciutta senza eccessi. Qualche pioggia al momento giusto aveva evitato troppa sofferenza per le piante. Non erano stati necessari molti trattamenti per avere uve sane. Però il calore continuò fino all’epoca di vendemmia e c’era stata tanta luce: non era facile governare la pianta, mi dicevano, guidare e contenere la produzione di alcol. I vini nelle botti erano potenti, con i tannini scalpitanti.”.

– I: “E, babbo, com’erano i vini una volta in bottiglia?”.

– F: “A Benvenuto Brunello 2020? Generalmente armoniosi o, meglio: tutti più o meno con un bel corpo che li rendeva già molto piacevoli ed ampi. Perché, a ben vedere, in qualcuno il tannino era sovrabbondante rispetto all’acidità: non ne ricordo di particolarmente spiccate, ma per fortuna sopperiva spesso la salinità (una caratteristica troppo trascurata quando si assaggia). Generalizzando parecchio, più pronti e accomodanti quelli del versante sud, più indietro e tesi quelli del versante nord, con una riserva di freschezza per quelli delle quote più alte. Tutti vini comunque più di bocca che di naso all’epoca della presentazione, a differenza della 2014 e, in parte, della 2013: c’erano anche bei profumi, ma dovevano ancora farsi le sottigliezze; insomma, vini di una certa potenza, piacevoli, ma ancora un po’ squadrati.”

– I: “Da lungo invecchiamento?”.

– F: “Non so, quello lo scopriamo ora aprendo le bottiglie. Non mi aspetto di trovarle tutte in grandi condizioni, per via di quelle acidità non spiccate; però il Sangiovese di Montalcino spesso sorprende, vedi l’annata 2003: tanto criticata, perché caldissima in estate, con tanti vini che appena imbottigliati sembravano maturi e evoluti, aperti poi dopo 15, 20 anni erano freschi e buonissimi.”.

– I: “ I Rosso di Montalcino come ti sembrarono? Li apri sempre volentieri.”.

– F: ” Sì, sono un sorso confortevole…Dunque, c’erano i 2018 ed alcuni 2017. Sai, è sempre difficile giudicare l’annata partendo dai Rosso, perché ognuno segue la sua filosofia produttiva, più che per i Brunello. Direi che i 2017 avevano un bel frutto maturo, però l’annata secca lasciava scodate d’alcol sul finale di alcuni vini. A conti fatti avevano anche loro una certa squadratura, in quel momento. Qualcuno diceva che le migliori basi le avessero lasciate per i Brunello… A me erano piaciuti di più i 2018, perché mi sembravano più slanciati, in linea con una certa immagine che ho del Rosso”.

– I: “I Riserva?”.

– F: “Ce n’erano poche, nel 2014 si erano azzardati in pochi a imbottigliarla. Comunque Brunello di Montalcino Riserva 2014 alla manifestazione non ne assaggiai. Però c’era un Riserva 2013 che era un campione.”.

– I: “Ti ricordi quale?”.

– F: “Certamente. E comunque ho ancora tutti gli appunti…aspetta…dunque…eccoli qui.”.

F: “Considera che furono tutti assaggi in piedi, ai banchetti, in modo rilassato tra una chiacchiera e l’altra.”.

– I: “Va bene, giusto per farmi un’idea.“.

– F: “Poi, assaggiai dopo una cena piuttosto impegnativa…ma tu non prendere esempio.“.

– I: “Babbo!“.

I vini assaggiati a Benvenuto Brunello 2020, in data 22 febbraio, sabato.

Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2018: freschi profumi; sorso guizzante, lieve, salino. Un’idea di Rosso di Montalcino personale, coerente, quintessenziale.

Brunello di Montalcino 2015: vino di misurata potenza; sorso dolce di frutta, armonico, con materia tannica matura e tenacissima. Produzione importante: 149.000 bottiglie.

Brunello di Montalcino “Vigna del Fiore” 2015: notevole struttura in divenire, già fascinosa; al sorso nobile arancia matura. Termine di confronto rispetto al precedente: 6.600 bottiglie.

Tre declinazioni diverse e belle del Sangiovese di Montalcino, personalità distinte che non rinunciano alla classicità. Malgrado le tirature importanti si mantiene una trasparenza artigianale, anche nella lettura delle annate.

Baricci

Rosso di Montalcino 2018: vino molto fresco, profumato di fiori di campo; sorso succoso, slanciato, di estrema continuità e fusione.

Brunello di Montalcino 2015: gran stoffa: integro, continuo, armonico, persistente; dissetante per l’acidità piacevolissima.

Due vini di classe, che riflettono le qualità della fresca collina di Montosoli ed il lavoro tenace dell’azienda.

Canalicchio di sopra

Rosso di Montalcino 2018: saporito, profumato: fiori e ciliegie; sorso dinamico, dialettico, di vivace freschezza.

Brunello di Montalcino 2015: vino di corpo, stoffa, energia, ha un profilo nordico: le erbe sposano la frutta rossa nel profumo e nel sorso continuo.

Brunello di Montalcino “La Casaccia” 2015: profilo simile al precedente, ma più profondo; si aggiungono fiori e ferro.

Vini di profilo caratteristico: diritti, di grande struttura e piglio, non intransigenti però: eleganti.

Col d’Orcia

Brunello di Montalcino Riserva “Poggio al Vento” 2013: monumentale, vibrante, old style, pieno di grazia. Profumi variopinti, di complessa articolazione; sorso di profondità abissale, armonico, fitto, setoso.

L’ultimo assaggio della giornata comporta comporta la rinuncia agli altri vini della firma, ma è un gran finale: vino memorabile. Anno dopo anno, un caposaldo della denominazione.

Fuligni

Brunello di Montalcino 2015: bellissimo colore aranciato-rubino, trasparente e luminoso. Vino puro, molto arioso al profumo e all’assaggio. Sembra di respirare l’aria delle campagne di Montalcino, tra terra, fieno, boschi, frutta rossa e fiori. Ampio e glicerico al sorso, cela con sensualità femminea tannini ed aciditá virili.

Questo Brunello condensa in sé apertura e struttura: il meglio dell’annata in forme tradizionali.

Gianni Brunelli – Le Chiuse di sotto

Rosso di Montalcino 2018: stoffa tenace e flessibile, profumi di raro fascino, ematici e speziati.

Brunello di Montalcino 2015: vino armonico, avvolgente, lungo, col sorso sulla vena salina.

Vini di naturale rifinitura quelli de Le Chiuse di sotto. L’annata 2015 sembra comprimere, in questa fase, i profumi, solitamente tra i più appaganti della denominazione.

Il Marroneto

Rosso di Montalcino 2017 “Ignaccio”: vino bello e luminoso; colore trasparente, affascinante, antico; profumo molto spiccato di fiori e ciliegie; sorso energico e delicato, appena caldo nel finale.

Brunello di Montalcino 2015: vino di corpo e gran stoffa; bellissimo colore tenue; profumo di rosolio, di liquore di ciliegie; sorso intenso e potente, dal finale lungo e evocativo.

Vini aristocratici e di carattere, tradizionali, di espressività rara e peculiare: il Brunello, in specie, possiede l’aura di certi fondo oro trecenteschi. Un rammarico: la celebre selezione “Madonna delle Grazie” non era disponibile al banchetto al momento dell’assaggio.

Il pino – Fattoria del pino

Rosso di Montalcino 2017: vino di matura dolcezza fruttata al naso e al sorso, dove è evidente il contrasto salino e recupera freschezza nonostante un lieve sbuffo alcolico finale.

Brunello di Montalcino 2015: carezzevole, elegante, molto lungo, di matura dolcezza fruttata, con un tannino importante.

I vini di Jessica Pellegrini, dai colori e trasparenze bellissimi, sono musicali: possiedono ritmo e una comunicativa naturale.

Lisini

Rosso di Montalcino 2018: vino di corpo e trasparenze, l’amarena spicca al profumo ed al gusto. Molto tannico, forse anche “di botte”.

Brunello di Montalcino 2015: vino di corpo e stoffa; dolce e avvolgente, delicato e gentile, tuttavia molto lungo.

Lisini propone due vini di impianto classico: notevole il Brunello, il Rosso mi sembra soffrire un po’ la confezione, almeno in questa fase.

Mastrojanni

Brunello di Montalcino 2015: vino completissimo, profondo, di corpo, ma con stoffa gentile; profumato di terra e di arancia, che ripete al sorso: lungo, strutturato, avvolgente, saldo per tannini e acidità.

Brunello di Montalcino “Vigna Loreto” 2015: vino simile al precedente, ma più profondo e lungo; indietro nella sua definizione.

Mastroianni presenta un’accoppiata di invidiabile caratura, esempi di struttura ed eleganza perfettamente fuse.

Padelletti

Rosso di Montalcino 2017: vino di colore bellissimo e bellissima proporzione; eloquio naturale, sorso setoso, caldo-fresco, riccamente glicerico, così da avvolgere perfettamente un tannino molto importante. Perfettamente equilibrato.

Brunello di Montalcino 2015: vino di superiore eleganza, potente, sinuosamente femminile; profumo pulito, molto naturale, vi spiccano ciliegie mature, spezie, arancia nel retrogusto – e, vivaddio, l’uva; sorso glicerico, di eccelsa qualità tannica.

I vini di Padelletti sono stati la sorpresa tra i miei assaggi. Li ricordavo di stile antico, ma nervosi, talvolta ossuti; li ritrovo fedeli alla tradizione, ma con un’armonia nuova e seducente. Lasciano il segno.

Pietroso

Rosso di Montalcino 2018: vino di nordica eleganza, boschivo e ferroso. Sorso attualmente un po’ accidentato, con finale alcolico, ma affascina.

Brunello di Montalcino 2015: vino di pieno corpo e sentimento boschivo; armonioso, sia nei profumi, sviluppati in primari e terziari, che nel sorso: potente, sciolto, lungo.

Il carattere peculiare degli ottimi vini di Pietroso, marcato dalle vigne alte, emerge nitido anche in queste annate prive di somiglianze.

Podere Le Ripi

Rosso di Montalcino “Sogni e follia” 2016: vino di notevole caratura e buon gusto, sfumato e continuo.

Brunello di Montalcino “Amore e Magia” 2015: vino di gran stoffa, pieno, sfumato e fresco, con tannini ampi, di eccezionale qualità.

Continua la rotta intrapresa negli ultimi anni: vini eccellenti, di naturale eloquio e trasparente appartenenza ai quadranti meridionali della Denominazione.

In assaggio anche un bianco di trebbiano e malvasia toscana coltivate sul versante ovest di Montalcino, macerate sulle bucce per otto mesi: un vino sapido e vitale, profumato clorofilla, fiori, bianchi, camomilla.

Poggio di Sotto

Rosso di Montalcino 2017: semplicemente buonissimo: lieve, armonioso, ricco di struttura, ha grazia e spirito d’altri tempi.

Brunello di Montalcino 2015: vino di grandissima stoffa e struttura; con lievità dissimula il tannino importantissimo, la prestanza acida. Buono ora, ha lunga prospettiva.

Conseguimenti ispiratissimi, di carattere; prossimi – il Rosso particolarmente- alla poetica di celebrate vecchie annate aziendali, più che alla recente, geometrica perfezione.

Tenuta San Giorgio

Rosso di Montacino “Ciampoleto ” 2018: vino di tecnica perfezione. Profuma di confetto e caffè in polvere, ha sorso avvolgente e lineare.

Brunello di Montalcino: vino di corpo, stoffa armoniosa ed avvolgente, profumo e gusto ricordano il confetto.

Stessa proprietà di Poggio di Sotto, vigne confinanti, vini diversi: più lineari, più rassicuranti.

Poggio Lucina

Rosso di Montalcino 2017: vino di carattere ardente, dal tannino potente.

Brunello di Montalcino 2015: vino potente, molto tannico, con sorso e profumi in assestamento, ha materia intransigente, da domare.

Azienda del versante settentrionale della Denominazione, cerca caparbiamente la sua strada: vini caratteriali, ma c’è materia e progresso nello stile, specie col Rosso.

Ridolfi

Rosso di Montalcino 2018: vino di grande eleganza e stile antico. Quintessenziale: freschissimo, floreale, ha sorso salato e continuo.

Brunello di Montalcino 2015: vino di bella stoffa, per struttura e continuità tattile. È tuttavia assai marcato dal legno al momento dell’assaggio: peccato.

Il Rosso conferma le recenti ottime prove di questa Azienda del quadrante settentrionale della Denominazioni. Il Brunello risente forse della gioventù del parco botti, in questa fase almeno.

Salvioni – La Cerbaiola

Rosso di Montalcino 2018: vino giovanissimo, di stoffa ed energia superiori: una scarica elettrica. Freschissimo: profuma di melograni e fragoline, di arance e mandarini. Acidità e tannini di gran caratura.

Brunello di Montalcino 2015: vino di stoffa eccezionale, completo: è integro, fresco, profondo, potente, continuo, saldissimo, lungo.

La famiglia Salvioni presenta un’accoppiata di Sangiovese indimenticabile.

San Giacomo

Rosso di Montalcino 2017: vino di immediata piacevolezza, sul frutto e polposo. Valida aciditá, tannino grintoso.

Brunello di Montalcino 2015: vino dal bellissimo respiro, etereo e old style. Profuma di arancia, iodio e cipria. Ha tannini ben integrati.

Consapevolezza crescente e conseguimenti validissimi : ben gestita la 2017 nel Rosso, la 2015 propizia un Brunello molto buono.

Sanlorenzo

Rosso di Montalcino 2017: vino giovanilmente rubino, di grande eleganza e profondità, con tannino abbondante, di qualità, ed un finale sfumato, armonioso.

Brunello di Montalcino 2015: vino di stoffa eroica: la tinta vira all’arancio, gli aromi hanno grande profondità, il sorso è polposo, avvolgente, piacevole. Futuribile su tannino e sale, più che su aciditá.

I vini di Sanlorenzo leggono le annate con trasparenza: grande eleganza e spessore sono il costante filo rosso.

Tenuta Le Potazzine

Rosso di Montalcino 2018: ancora nervoso al momento dell’assaggio, si può intuire speranzosi la trama leggiadra.

Brunello di Montalcino 2015: vino in definizione, si intuisce la trama sussurrata, il profumo floreale, il sorso centrato, l’ossatura giustamente tannica.

Limite mio forse, ma spesso fatico a leggere i vini de Le Potazzine a Benvenuto Brunello, salvo restare ammaliato dal loro inconfondibile lirismo dopo poche settimane. Difficoltà confermata quest’anno, specie col Rosso.

Terre nere

Rosso di Montalcino 2018: vino di polpa, dal corpo pieno e molto armonioso, integro e potente, tutto frutta e sale.

Brunello di Montalcino 2015: di un bel rubino aranciato, è vino di gran stoffa: velluto e seta; è lungo, armonioso.

I vini della famiglia Vallone si confermano tra i più affidabili. Soprattutto, sono accoglienti, setosi, ben leggendo l’area meridionale della Denominazione.

Tiezzi

Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2018: mantato rubino-porpora, è vino giovanissimo, pienamente sul frutto, di struttura equilibrata.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2015: vino di gran stoffa e struttura. Pieno, potente, energico, persistente, molto tannico, sa di frutta matura.

Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2015: vino di stoffa e struttura eccezionali. Il sorso inizialmente lieve dispiegasi alato in setosa, decisa potenza; lunghissimo, di ampia qualità tannica.

Vini buonissimi, territoriali, trasparenti, di carattere, traggono il meglio dalle due annate. Il riassaggio del Brunello di Montalcino Poggio Cerrino 2014, dal profumo ombroso e affascinante, ricorda quanto l’annata sia ingiustamente trascurata.

Ventolaio

Rosso di Montalcino 2018: respiro bellissimo, arioso e pulito, con la particolare speziatura del Ventolaio, qui quasi piccante, tra curcuma e pepe verde. Ha sorso essenziale, continuo, senza scalino.

Brunello di Montalcino “Colle del Fante” 2015: vino di immediata piacevolezza, ha bel fiato, terroso e affumicato, e sorso dolce, fruttato, con ritorni agrumati. Da vigne giovani.

Brunello di Montalcino 2015: vino di stoffa, le eleganti trasparenze ne svelano il carattere d’altura. Speziato, pieno, strutturato, armonioso, lungo, futuribile.

Vini di innata eleganza, con profumi originali e peculiare tessitura. Le vigne alte, ventilate, e le mani dell’uomo disegnano affascinanti equilibri.

Epilogo

Tornammo da Montalcino la domenica 23 febbraio, dopo gli ultimi saluti. Un viaggio lunghissimo, col bimbo assai agitato e continue preoccupanti notizie sulla diffusione del covid-19. Evitammo gli autogrill ed ogni contatto con altre persone.

Entrati in casa, non ne siamo più usciti, se non per ritirare qualche pacco in portineria e gettare i rifiuti. Sono ormai sei settimane, entriamo nella settima. Fortunatamente abbiamo un balcone arioso.

Scrivo queste note ancora in piena emergenza sanitaria, con il suono delle ambulanze che rompe un silenzio inimmaginabile per la metropoli lombarda; negli occhi ancora le immagini delle terapie intensive, dei camion militari che trasportano i feretri lontano, delle piazze vuote.

C’è la preoccupazione per se stessi, per i propri cari. Qualche conoscenza è stata colpita, alcuni sono in ospedale, qualcuno non è più.

Non sappiamo per quanto durerà e dovremo convivere col morbo, indossando guanti e mascherine, salutandoci a distanza. Non sappiamo se riapriranno quelle serrande abbassate, quanto a lungo le aziende si reggeranno.

Nascosto nel profondo, inconfessabile, un sentimento: la paura, che pugna costantemente con la speranza.

Penso a volte alla casa in Toscana, chiusa e silente da mesi, all’orto dove l’erba sarà ormai alta, i fiori secchi, gli ulivi, i cachi, i susini, i corbezzoli, i melograni, il fico, il filarino di viti, i rosmarini, tutti bisognosi di cure e potature, che ora nessuno può dare.

Penso ai miei nonni al cimitero, che nessuno può andare a trovare: passarono la guerra e il loro ricordo mi incoraggia. Penso ai miei genitori, ormai anziani anch’essi, chiusi tra quattro mura, che non possono stringere il nipotino tanto agognato.

Talvolta, per distrazione, mi figuro i luoghi che mi sono più familiari e cari: il mio Tirreno profumato, tra l’Elba verde e la Maremma quand’è gialla di sole l’estate, con gli oleandri che sventagliano festosi; i miei colli valdinievolini, con le castella di pietra e gli ulivi, che guardano il Padule di lontano; i boschi amiatini, gorgheggianti di acque e di uccelli; i colori del Chianti l’autunno. E con la mente vi passeggio, nuoto, respiro, godo ogni dettaglio come ci fossi stato ieri, l’ultima volta.

Penso a Montalcino, agli amici di là, quando potremo vederci, che ci diremo, e come vi giungeremo.

Poi guardo la mia piccola famiglia, mia moglie e il mio Iacopo di nemmeno due mesi, mi faccio coraggio, mi dico che un giorno potremo raccontargli questo periodo come un brutto episodio, ma breve.

Un giorno, magari tra quindici, vent’anni, lo rammenteremo a tavola in un giorno di festa, aprendo una bottiglia di Brunello di Montalcino 2015 che sarà, sicuramente, buonissima.

Chianti Classico 2014, Monteraponi , 13 gradi.

Mi disse una volta un amico vignaiolo: “L’annata calda e secca non è mai un grosso problema e si può gestire, perché si hanno uve sane e mature. L’annata fredda e piovosa crea guai”.

Il 2014, appunto, fu un’annata di quelle che creano guai, nei ricordi dei vignaioli coi quali ho dialogato in tante zone del Centro e del Nord Italia; del Sud non saprei dire, né escludo zone privilegiate dal meteo, a macchia di leopardo.

Quell’anno però nacquero anche parecchi buoni vini rossi, che compensavano con profumi affascinanti strutture più snelle del solito; trovando anzi, in certi casi fortunati, l’equilibrio e lo slancio talvolta sfuggente a vini vigorosi o di ampie forme.

Dietro a queste riuscite, immancabilmente, tanto duro lavoro, selezioni drastiche dei grappoli in vigna e scelte accorte in cantina, fino alla rinuncia di produrre le selezioni più ambiziose.

Magari, ad aiutare, vigne con esposizioni assolate e calde, con quote non troppo elevate.

Si immagina perciò la difficoltà del 2014 a Radda in Chianti, così interna ed elevata che un tempo, quando le stagioni erano mediamente più fresche e la viticoltura più primitiva, il sangiovese spesso stentava a maturare: lì i vigneti sono tra i boschi fitti, alti sopra i 500 metri, con monti e colline strette d’intorno.

Eppure a qualcuno riuscì il miracolo: merito del terroir, che è suolo, clima e tradizione vinicola, ossia mano umana.

Monteraponi è azienda e cru, essendosi costruita negli anni reputazione solidissima. Questo Chianti Classico 2014, il meno ambizioso fra i loro, tratteggia un disegno dove stile, naturalezza, preziosità, forza e grazia si fondono in composta eleganza.

È rubino assai trasparente, con gocciole abbondanti e lente.

Di profumo assai intenso, sfaccettato, ove trionfa vivaddio l’uva nella sua identità primigenia, impreziosita di dettagli e sfumature minute come l’intarsio prezioso di un orefice o di un ebanista: un bouquet floreale dominato dalla viola; un pacato trionfo di ciliegia, amarena, lampone, contrappuntate triplicemente da droghe e spezie.

Poi agrumi, spunti vegetali e minerali. Allora, prismaticamente, rilucono arancia e chinotto; pepe nero e bianco insieme alla noce moscata, al chiodo di garofano, al caffè, al cacao amaro; alloro, rosmarino, cenni di oliva al forno e di legna bruciata che si fondono al ferro, il sottotraccia che così spesso ritrovo nei Rossi di Radda.

Questo preziosissimo fugato di profumi è sfumato da una distanza che lo rende struggente, con crescendo che portano più vivida ora l’una, ora l’altra voce: il caffè può dominare un istante, per poi cedere la scena alla viola.

Il corpo è medio, agile, ma di una maestà composta e di classica proporzione. Un concentrazione di gusto notevole, compatta, incisiva, centrata su assai più di quello che suggerirebbe l’annata, e l’innerva in maglia salda una filigrana salina unita a un’acidità misurata e ad un tannino rifinito, delicato, ma presente.

Il finale è pulitissimo, equilibrato, fresco e salino, con un retrogusto coerente di bella lunghezza: ancora prevale il gusto d’uva.

Questo Chianti Classico ha l’eleganza affascinante di una dama in lungo ed è flessibilissimo sulla tavola: sta bene tanto sulle paste che sulle carni, persino, per prova provata, sul difficilissimo mallegato toscano.

Montecucco Sangiovese Santa Marta 2005, Salustri, 14 gradi.

Lessi anni addietro l’intervista ad un noto degustatore di vini italiano. Gli chiedevano se ci fossero ancora territori toscani da scoprire enologicamente. La risposta, perentoria: “No”.

Vero, ma discutibile: esistono zone toscane tutt’oggi sottovalutate o non consapevoli delle loro qualità, o che non le hanno espresse appieno o non le hanno espresse affatto.

Alla medesima domanda, risponderei: “Montecucco”. Una provocazione circosostanziata.

Scommetto che il 70 per cento dei consumatori un po’’ accorti non sappia dove sia o che cosa sia la DOCG Montecucco.

Ciò che non è noto o conosciuto, in qualche modo non è scoperto; però i vini del Montecucco valgono ampiamente la ricerca.

Frequento la zona con una certa assiduità da qualche anno: garantisco, non solo molti vini sono eccellenti, ma posseggono un’individualità pulsante e caratteristica, soprattutto quando la voce del sangiovese predomina.

L’areale della DOCG, infatti, è ampio: steso tra le prime alture maremmane e il massiccio del Monte Amiata, permette di individuare sottozone specifiche: Cinigiano, ad esempio, con la sua luminosità intensa e gli affacci ampi, ariosi verso il mare, si differenzia assai dalla pedemontana Seggiano, con le sue valli e vallecole incantate.

C’è però – mi sono chiesto – un tratto in comune che identifica il vino rosso di questo territorio, che meriterebbe chiamarsi più propriamente “Colline Amiatine” o direttamente “Amiata”?

Per trovare una risposta, dopo qualche giorno di vacanza assaggiando assiduamente vini di Casteldelpiano, Seggiano (con le sue frazioni di Pescina, Poggio Ferro…), Montenero, Monticello Amiata, Cinigiano (e la sua frazione di Castiglioncello Bandini), sono andato a rivedere le vecchie note di assaggio relative ad un vino del produttore simbolo dell’areale, Leonardo Salustri: un Sangiovese in purezza che estrassi dalla mia cantina privata il 1 novembre del 2017, già vetusto di anni.

Credo dunque si possa riconoscere nei vini del Montecucco una fondativa, marcante balsamicità, intensa fino al resinato, ed una pienezza tattile riposata, ma compatta.

Quando lo bevvi, era già vecchio di 12 anni: un bel sangiovese classico di Cinigiano: ampio, equilibrato, rotondo, mediterraneamente fruttato, ma sfumato, minerale, intimamente classico.

Un vino maiuscolo al solo accostarci le nari, ché non si poteva resistere; svezzato tra tini di legno, cemento e botte grande, prima di andare in bottiglia.

Il colore stupiva e lasciava allibiti, perché ancora estremamente rubino dopo 12 anni: trasparente, con lacrime fitte, irregolari e veloci.

Un profumo di intensità ben superiore alla media, Integro e in evoluzione, insieme fruttato e minerale, ma soprattutto boschivo: di boschi assolati e selvaggi.

Ciliegia e mora erano un sottofondo lontano; il primo piano alloro, paglia al sole, aria aperta, “infiniti spazi e sovrumani silenzi”; poi polvere pirica, fegato, una speziatura, mista dolce e piccante, di pepe, noce moscata e chiodo di garofano.

Equilibratissimo al palato, fresco, rotondo, con corpo pieno, grande acidità, alcol perfetto ed un gusto di intensità rapinosa e rarissima. Molto persistente, con allungo naturalissimo nell’espressione.

Un tannino fitto e grintoso, appena un po’ rustico, ma vero, netto, forte e maschio.

Sole, maschio, equilibrio naturale, integro, netto, carezzevole, irradiante: come un diedro rifrange scomponendo la luce, così lui rifrangeva la parola “buono”.

Fu un accordo perfetto e d’amore su un anatra arrosto con olive e cavolo nero.

Chianti Classico 2014, Ormanni, 14 gradi.


In Chianti, mi fermo spesso da Ormanni.

Ufficialmente: per comprare il vino bag-in-box per i miei genitori; per l’ottimo olio; perché si raggiunge bene. 

Tutte scuse. 

In realtà adoro andarci; sia percorrendo la strada che scende da Castellina, sia salendo da Poggibonsi. Per me, i panorami che si squadernano tra quelle curve sono tra i più belli del mondo: l’immagine di una natura davvero bucolica, in equilibrio perfetto con l’uomo.

Mi piace arrivare sul piazzale ghiaioso della cantina, che esternamente appare solo muro basso e severo, massiccio di pietre irregolari, con le finestre squadrate, rade e alte, e fermarmi a guardare in direzione opposta: c’è un paesaggio leonardesco, sempre diverso, ogni stagione dell’anno.

Potrei incantarmi lì per ore, sugli incastri convessi delle colline; sulle fughe prospettiche che vibrano atmosfera; sulle vaghe, infinite sfumature dei verdi ed azzurri, ora quasi riflessi di ocra, ora di giada, ora d’argento e di ametista. 

Sapere che da Ormanni troverò vini classicissimi, abbordabili, deliziosi, raddoppia il mio piacere.

Oltre ai bag-in-box acquisto sempre qualche bottiglia per me; poche, ché ormai dovrei soprattutto berne dalla mia cantina.

Ultimamente ne riportai questo Chianti Classico 2014, incuriosito se l’annata piovosa avesse domato i solitamente maschi vini di Ormanni oppure se li avesse slavati, snaturandoli.

Rimase a riposare nel buio e nel silenzio per quasi due anni, fino all’occasione felice di un pranzo in famiglia, alla buona, ma con l’unione ritrovata dopo una certa convalescenza.

In tavola: salumi, formaggi, un piatto di pasta al sugo di carne, insalata; serenità.

Eccolo servito fresco di cantina, a quattordici-quindi gradi.  

Limpido, trasparentissimo, luminoso e rubino; con gocciole rade, molto lente, più evidenti salendo la temperatura ai diciassette-diciotto gradi della stanza. 

Ha profumo molto intenso, freschissimo: uno sbocciare di primavera.

Sono fiori: rose, viole, lilla; e arancia; tocchi freschi di frutta rossa, tra ciliegia e fragola. Poi cola ed un insieme di erbe aromatiche da arrosto. Le spezie, delicatamente soffuse: chiodo di garofano, noce moscata, una sfumatura di cannella, tanto zenzero.  L’insieme ancora molto giovanile: solo sintomo dell’evoluzione, un cenno di cuoio e caramello. 

È beverinissimo così fresco: finirebbe a secchi. Molto puro, senza note amare o artificiali: naturalissimo. Ha tannino molto fine, ma grintosissimo e presente; l’acidità vividissima; salinissima in progressione; lunghezza notevole. 

Per il mio gusto è un vino meraviglioso, agilissimo, essenziale, di forme flessuose e danzanti, che mi ricorda quei Chianti lievi, schioccanti, saporiti della mia infanzia, ma ha più classe. 

Come loro, scommetto, estremamente flessibile a tavola.

Il mio Benvenuto Brunello 2019: tutti i colori del cielo.

Premessa

Qualcuno lo ha anche chiesto: “Chi viene al Benvenuto Brunello? Chi viene ad assaggiare l’annata 2014?”

La domanda, formulata da persona assai acuta e che ben conosce il mondo del vino, mi era girata per il capo almeno fin sulla soglia dei chiostri del Museo di Montalcino.

“Io sì!”, avrei voluto rispondere, perché mi piace il Sangiovese in tutte le sue bizzarrie; mi interessa il territorio di Montalcino – natura e uomini – anche in annate difficili come la 2014; è l’occasione di incontrare persone che stimo, ed amici, in un contesto festivo e allegro.

Inoltre, mi offre la scusa per tornare a Montalcino: passata Buonconvento, con le sue mura che paiono creta d’artista, appare fiera ed arcigna lassù, ma è come un invito.

Risalendo i fianchi del colle, scorrono paesaggi e nomi familiari: Montosoli, Canalicchio…l’incanto riconquista ogni volta, adagio.

Infine, in alto, a poche curve dalla Fortezza, il paesaggio si apre improvviso verso occidente: ampio, aereo, grandioso, solenne, infinito ed immoto verso la Maremma. Il fiato è sospeso, la magia ripetuta.

A sera, col buio, dalle Logge di piazza Mazzini dove la folla brinda nei giorni di Benvenuto Brunello, il vociare si spenge nel silenzio solitario dei vicoli e la luna occhieggia fra le tegole, mentre la notte ammanta la Val d’Orcia: la zolla respira all’unisono col firmamento.

La mattina profuma di pane l’aria fresca e pura, sotto un cielo blu, senza nuvole: pare rubato a Simone Martini. Al bancone del macellaio, chiacchiere buffe, perdigiorno; sagge e vitali tuttavia, quanto quelle di un capitano d’azienda sui calici delle nuove annate: popolo e nobiltà, qui, si danno la mano, figli di un’unica tradizione.

Una Comunità di gente forte e allegra, ospitale e gentile, ma sanguigna, col gusto del pettegolezzo piccante così candido da avere in sé la propria assoluzione; abituata a lavorare sodo, specie quando la stagione è inclemente.

Chi arriva qui, sposando quei valori, non è più ospite: diventa amico, familiare, anche se si ferma solo poche ore; e, quando parte, vorrebbe subito tornare e chiamare questo luogo, un giorno, casa.

Le annate presentate: tutti i colori del cielo.

Le annate presentate sono spettacolarmente diverse, persino opposte, quasi rappresentassero tutti i colori del cielo.

A Benvenuto Brunello 2019 si assaggiano i Brunello di Montalcino 2014, i Brunello di Montalcino Riserva 2013, i Rosso di Montalcino 2017, ed alcune uscite ritardate, principalmente Rosso di Montalcino 2016.

È sempre arduo e inadeguato trarre conclusioni da assaggi avvenuti in piedi ai banchetti. Provo a tracciare linee generali; però, amica o amico lettore, prendi le mie descrizioni col beneficio del dubbio.

La 2014 fu estremamente difficile, con molta pioggia, poco sole e temperature sotto la media, già da maggio. Precoci fioritura ed invaiatura, ma quest’ultima e la maturazione furono rallentate da piogge e scarsa luminosità, perdurate agosto e le prime due decadi settembrine. In molti vigneti comparvero muffe, richiedendo continue attenzioni e, sovente, lo scarto di importanti quantitativi di grappoli. Il tempo migliorò solo a fine settembre, inanellando giornate calde e soleggiate che premiarono chi aspettò a vendemmiare; ciò nonostante, in certi vigneti alti e freschi il sangiovese stentò assai la maturazione. Indicativo che taluni produttori rinunciassero a imbottigliare Brunello.

Il risultato nel calice è assai variabile. Numerosi Brunello sono soddisfacenti: scorrevoli, eleganti, dinamici, piacevoli, più che forti e complessi; alcuni, oggi costretti tra tannino ed acidità causa un centro bocca poco polposo, potrebbero riservare piacevoli sorprese con un moderato invecchiamento; altri, invece, sono pieni, ma con note di frutta surmatura: giovandosi forse del 15% di taglio con altre annate previsto dal disciplinare, hanno un poco snaturata l’identità del millesimo.

In generale, i Brunello di Montalcino 2014 mi sembrano suggerire un consumo immediato o differito di pochi anni; godendoli a tavola, anche su preparazioni leggere, mediterranee, persino sui pesci della tradizione campagnola, in umido.

Non mancano, comunque, conseguimenti notevoli.

Credo che alla riuscita di un buon Brunello di Montalcino 2014 contribuissero diversi fattori, quali: le condizioni dei singoli vigneti (esposizione, ventilazione, suolo; età e tipo dell’impianto); la disponibilità di vigneti diversi e non contigui, così da dosare uve e tagli; l’esperienza del produttore, sia in vigna che in cantina; la solidità economica, laddove “salvare il salvabile” significava rinunziare a notevoli quantitativi d’uva, diradati e scartati per migliorare il rimanente.

Più di altri anni il buon risultato sembra quindi dipeso dalla mano dell’uomo che, consapevolmente, ha accompagnato la natura al conseguimento desiderato, lasciandole libertà di esprimersi. Facile a dirsi, difficile a realizzarsi: infatti i Brunello 2014 di certi produttori promettenti sembrano soffrire la limitata esperienza: ad esempio, in taluni casi il legno di affinamento marca una materia meno ricca del solito.

L’annata 2017 ebbe altro andamento, non meno difficile: gelate ad aprile inoltrato, soprattutto alle quote più basse, soggette all’aria fredda del fondovalle; l’estate siccitosa, causa di difficile maturazione. Si dice comunque sia più facile gestire l’annata calda e secca rispetto a quella fredda ed umida: molti Rosso di Montalcino 2017 lo confermano, sfoggiando nerbo ed inattesa freschezza.

Gli assaggi dei Rosso di Montalcino 2016, di forza e di grazia, con profumi fascinosi, ribadiscono l’annata straordinaria, ravvivando l’attesa per i futuri Brunello.

I Brunello di Montalcino Riserva 2013 raccontano un millesimo equilibrato: composti, dignitosi, sfumati.

Intermezzo: la cena al Giglio e tre vini da ricordare.

Cenare al Giglio il venerdì sera, prima della giornata degli assaggi, è diventata una bella tradizione.

Per ricongiungersi in clima conviviale e ritrovarsi dopo un anno, rinsaldando i propri legami, la compagnia ghiottona, si giova dell’eleganza d’antan del ristorante, dell’ottima cucina e dell’eccellente carta dei vini, che indaga profondamente la produzione locale.

Tra una tartare di Chianina e un peposo, tra crostini di fegato di fagiano e pecorini locali, fino al trionfo di fiorentina e ai dolci, ci siamo deliziati di chiacchiere e di vini che non si possono tacere.

Rosso di Montalcino 2013, Podere San Giuseppe – Stella di Campalto: un vino indimenticabile, un’ipotesi di Sangiovese gloriosa e aerea, iridescente per le sue mille sfaccettature, etereo ed insieme profondamente radicato alla terra nei suoi profumi, un carezza sensuale di sfericità setosa e inestinguibile sul palato. Quasi un’epifania, per quanto riesce a ricordare i Rosso di Montalcino che nascevano a Poggio di Sotto sotto l’egida del duo Palmucci-Gambelli. Complimento migliore, non saprei fargliene.

Rosso di Montalcino 2014, Podere Salicutti: è un velluto setoso che appaga e convince, è una fittezza di trama piena di intenzione, dalla fibra suadente e dalla pennellata bronzea, tenorile. Malgrado l’annata sfavorevole e l’impronta indelebile lasciata dal Rosso precedente, si imprime netto nella memoria.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2003, Lisini. Lento e autunnale, corazza e spigoli contro di noi che importuniamo il suo lungo sonno. Dispiega adagio la sua forza contratta, balugina altre dimensioni di suadenza bruna. Ne intuiamo il fascino, gli neghiamo il tempo di esprimerlo.

Gli incontri di un giorno.

Posso chiamarli assaggi, se dentro quei vini ci sono sole, pioggia e soprattutto vita?

Sono incontri, piuttosto: ogni vino è racconto pulsate che si affianca alle parole di chi lo produce, lo vende, lo presenta. Vale la pena ascoltarli tutti, con rispetto, in silenzio.

È difficile giudicare le annate assaggiando in piedi ai banchetti, ma più ancora i singoli vini. Porta dunque pazienza, amica o amico lettore, se prenderò qualche cantonata, o se non sarò accurato: è così bello star lì in mezzo ai chiostri del Museo di Montalcino (occhieggiandone a tratti le sale divine), e scambiare opinioni con la gente attorno, col vignaiolo, passeggiando senza fretta; lì è la festa vera, ma è facile distrarsi.

Peraltro, stanti le annate diverse, certi Rosso possiedono forza da prevaricare i Brunello assaggiati appena dopo: difficile tararsi.

Ecco le mie notarelle. L’ordine è quello del libretto di appunti distribuito alla manifestazione, invertito.

Mastrojanni

Brunello di Montalcino 2014: elegante, tra arancia, sangue e bosco; succoso, armonioso di già; col finale fascinosamente sfumato, si accetta il tannino un po’ verde

L’insieme è straordinariamente curato e coerente, mantenendo scioltezza. Velluto-seta, come sovente istiga Castelnuovo dell’Abate.

Peccato il sospetto di tappo sul Rosso di Montalcino 2017: interrompo l’appunto.

Lisini

Brunello di Montalcino 2014: profumato, con i fiori e la frutta in gelatina sbalzati e vaporosi, puro e aperto. Armonico, ha nerbo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: di classica compostezza, tannico, eppure agile: invoglia sorsi su sorsi. Suggerisce complessità future.

Brunello di Montalcino Ugolaia 2013: oggi il profumo è chiuso, una scorza minerale e ferrosa; bisogna affidarsi all’ampio retrogusto che lascia questo vino potente e agile: un sorriso da divinità etrusca, sa di arance, viole, rose.

Trittico maestoso questo di Lisini: l’impaginato saldo si piega al sussurro di voci diverse, raccontando la medesima idea di classicità.

La sede aziendale è nel quadrante meridionale della denominazione, presso Sant’Angelo in Colle, in zona areata: può avere giovato contro le bizze del clima.

Le Ragnaie

Rosso di Montalcino 2016: giunge con la freschezza della primavera, al profumo e sul palato. Agrumi e spezie l’annunciano. Delizia lungo, delicato, dissetante, però ha nerbo, struttura. Fiato, corpo, anima di Sangiovese, ma si affratella ai migliori Pinot Nero di Borgogna per grazia e suggestione.

Con questo, Riccardo Campinoti firma un altro capolavoro.

È, peraltro, persona coraggiosa e trasparente circa i risultati del suo mestiere. Le Ragnaie, è noto, include vigne a quote alte, anche la più elevata della denominazione. Ovvie le difficoltà di maturazione nel 2014: il Brunello di Montalcino non si imbottigliò, declassando le masse a Rosso di Montalcino, per Cru. Riccardo ne ripropone qui due, per mostrarne l’evoluzione, per ricordare a tutti che cosa sia stato quel millesimo sfortunato.

Rosso di Montalcino Pietroso 2014, viene da una vigna sul poggio accanto al paese, tra i boschi, ad alta quota. Le parole di Riccardo mentre lo versa: “Lì l’uva quell’anno non maturava mai, mai, mai…”. È un vino schietto, ossuto, boschivo, con lampi di arancia sanguinella e di ferro.

Rosso di Montalcino 2014 V.V.: da vigne vecchie, profumi accattivanti a coda di pavone, su netta matrice minerale. Più che corpo, spirito di delicatezza estenuata.

(Chiosa: solo poche settimane dopo, altri straordinari assaggi de Le Ragnaie a Terre di Toscana ne rammentano lo smalto in millesimi “normali”; tra essi – sorpresa- un bianco montalcinese quasi contadino, buonissimo).

Le Chiuse

Rosso di Montalcino 2017. Un profumo complesso e concentrato, di terra. È potente, sa di ciliegia. Un vino lungo, dal retrolfatto speziato, in divenire. Un grande rosso.

Brunello di Montalcino 2014: misurato, compassato, profondo, nella tradizione della firma, tuttavia in questo millesimo anche fluido, accessibile, scorrevole. Tra note terrose, ferrose e minerali, la sua voce tenorile si tinge di colori autunnali.

La sorpresa: in millesimi bizzarri ed opposti, i vini de Le Chiuse, spesso di classicità gagliarda e altezzosa, inattesi trovano sorrisi, delicatezze e flessuosità. Si sarebbe detto il contrario. Se non è sapienza, questa!

Il Pino – Fattoria del Pino.

Rosso di Montalcino 2016, un tripudio di profumi: fiori, balsami, eucalipto, resina e tanto pepe. Aperto, succoso, gustoso, di grande acidità e tannino, vibra e avvolge. È una meraviglia.

Brunello di Montalcino 2014: anch’esso -sarà suggestione- resina e bosco in primo piano, poi folate di arancia e di pepe. Armonioso, tannico più che acido, scorre fluido in ragionevole allungo. Un grappolo a pianta: lavoro e rinunce per una primizia. Pensare che viene dal versante nord.

C’è fascino carnale nei vini radiosi e sognanti di Jessica Pellegrini: sempre più brava, bravissima, sempre genuina.

Il Marroneto

Rosso di Montalcino 2016 “Ignaccio”: trasparente e aranciato alla vista, è vino forte e lirico. Dispiega il bouquet tra frutta matura, fiori e profumi terziari. Di corpo: ampio, tannico, l’acidità viva e avvolta. Aggraziato e imperioso. Memorabile per finezza, dettaglio, eleganza.

Manco, per combinazione, il Brunello di Montalcino 2014. Peccato.

A Il Marroneto nascono icone ormai ineludibili. Meglio: sono pale gotiche su fondo oro.

Fattoi

Rosso di Montalcino 2017 è frutta matura e ciliegia sotto spirito, a tratti gradevolmente liquorosa. Di gran corpo, potente di tannino e acidità. Giusta lunghezza, l’alcol lo ferma.

Brunello di Montalcino 2014: irruente, scomposto, potente; profumo e sorso, l’impatto è importante. Viola e visciola e altra frutta rossa, fumè, speziato e minerale. Incute rispetto, con piglio deciso.

Le vigne di Fattoi, così soleggiate e aperte verso la luce della Maremma, ben ventilate, giustificano la riuscita del Rosso; e vieppiù del Brunello, nel millesimo freddo.

La visceralità profonda e generosa di questi vini, però, è nelle mani del produttore. Non saprei rinunciarvi.

Corte dei venti

Rosso di Montalcino 2017: profuma di agrumi e frutti di bosco rossi, è buono e succoso, molto sapido, un piacere da bere.

Brunello di Montalcino 2014: stretto tra tannino e acidità, è scorrevole e setoso. In altre annate avrebbe sapore, corpo e presenza, in questa sembrano sfuggirgli.

L’eloquio nei vini di Corte dei venti è scorrevole, aperto, mediterraneo, sempre mosso e fresco. Forse il millesimo freddo ha giocato uno sgambetto in contropiede, malgrado la posizione al meridione estremo del territorio montalcinese.

Castello Tricerchi

Rosso di Montalcino 2017: fragrante, fresco, esplode frutta matura. Molto setoso, dolcissimo tannino, ha stoffa.

Brunello di Montalcino 2014: vino di eleganza autunnale. Soffre un po’ il legno, si offre un po’ amaro.

Brunello di Montalcino Riserava “A.D. 1441” 2013: portamento solenne e austero, setosa tessitura. Profumo e gusto assai segnati dal legno, in questa fase; dovesse smaltirlo, sarebbe un gran vino.

Nel trittico la ricerca della propria voce: risultato altalenante, ma c’è fermento; l’esperienza aiuterà .

Baricci

Rosso di Montalcino 2017: vino freschissimo; in lui pienezza di fiori e frutta, forza acida, allungo. Campione di vasca ancora ribelle, la caratura è tuttavia evidente.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di fiori: un tocco di lavanda, tante violette; per me, la firma di Montosoli, sua culla. Racconta il millesimo: ha corpo, ancora stretto tra aciditá e tannino, ma l’equilibrio racconta già armonie future. A bicchiere vuoto, persistenti profumi incantati, lindi.

Vini soavi, luminosi, puri, di eleganza e rusticità indissolubilmente legate. Traggono freschezza e florealità dalle zolle di Montosoli, l’onestà da chi li produce, risultando irrinunciabili.

Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2017: profumo ampio, variegato, bilanciato, in divenire. Ha bella struttura, qualche sorprendente diluizione a centro bocca, ma saldo equilibrio. Con 42.000 bottiglie prodotte, una sicurezza.

Brunello di Montalcino 2014: vino sfaccettato, di buon vecchio stile; stoffa e grande equilibrio. Profumo delicato e raffinato, con ricordi di cipria. Ben 120.000 bottiglie prodotte, estremamente convincenti: tra le migliori riuscite del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: il classicismo della denominazione, erto e rifinito come una colonna corinzia. Profumo aperto, ma il sorso, soprattutto, è potente, luminoso, lunghissimo, fuso. Un paradigma.

I Sangiovese della Fattora dei Barbi sono un baluardo ineludibile per gli amanti della tradizione montalcinese e dei vini classici. Prova autorevole a questo Benvenuto Brunello di millesimi difficili: probabilmente grazie all’ampio parco vitato, sicuramente per la consapevolezza crescente.

Ventolaio

Rosso di Montalcino 2017: fresco; profumo balsamico; sorso bellissimo: succoso, potente, ampio, di gran struttura. Ottimo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino autunnale, ombroso, come un cielo fosco, gravido di vento e di pioggia, e perciò affascinante: originale, ematico, quasi gotico. Il sorso è gustoso, un po’ amaro, bilanciato, strutturato. Stante l’annata, solo 1000 bottiglie prodotte, segno evidente di cure rabbiose.

Anche in questi millesimi difficili i vini di Ventolaio affascinano, come il Cru omonimo. Originali, obliqui, danzano su ali leggere, incuranti degli strapiombi.

Tiezzi

Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2017: superata la riduzione iniziale, profuma lampone, sale, aldeidi. Fresco, tannico, acido, di struttura e svelto. Qualche piacevole rusticità.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2014. Affascina: fungino, autunnale, balsami e ruta, aldeidi, agrumi, alcuni toni verdi. Il sorso ha tenuta e spessore adeguati, stante il millesimo.

Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2014. Il profumo è pulito, aperto, di amarena fresca. Il sorso lieve, scattante; non grande, ma alato. Vino radioso: una scintillante ipotesi di Brunello, in levare.

Brunello di Montalcino Riserva “Vigna Soccorso” 2013. Superbo, di stoffa e razza superiore: alato come il 2014, lo ricorda nell’impianto, ma è assai più profondo e complesso.

I vini di Tiezzi sono comunicativi, ispirati, caratteriali, grintosi e svelti, anche nei millesimi estremi. Nel freddo 2014, la Vigna Soccorso, malgrado l’alta quota, lapidariamente ricorda le ragioni della sua fama ultracentenaria.

Terre Nere

Rosso di Montalcino 2017. Ha buon profumo fruttato, balsamico, agrumato, sfaccettato. Di corpo, con sorso di levità ed avvolgenza setosa. Discreta persistenza.

Brunello di Montalcino 2014. Buon vino, pieno, dal profumo terroso, fumé, maturo, e dal sorso stretto nella morsa tannico-acida.

Brunello di Montalcino Riserva 2013: bel carattere forte da vera Riserva, sorso di ricchissima struttura, polpa, persistenza. Ottimo.

Polpa, seta, una sensualità sorvegliata ma sottesa: filo rosso nei vini dei Campigli Vallone, che ben interpretano il territorio meridionale di Castelnuovo dell’Abate e del Castello di Velona.

Tenute Silvio Nardi

Rosso di Montalcino 2017. Profuma di frutta matura, di selva. Ha sorso pieno, centrale, non articolatissimo, un po’ alcolico infine. Vino gustoso, molto ricco, di grande impatto.

Brunello di Montalcino 2014. Profuma di erbe essiccate (origano, timo), ha venature fumè. Centrato tra tannino e acidità giusti, chiude sull’alcol e sull’amaro. Profilo mediterraneo, protervo impatto. Scostato dai crismi del millesimo.

Vini energici e pieni, di stile riconoscibile, tutto forza solare e quadrata; persino – sorpresa- nel 2014, ma il produttore racconta di selezione feroce: 40000 bottiglie, invece delle abituali 150000.

Tenuta Le Potazzine

Rosso di Montalcino 2017. Vino sonoro di frutta fresca, potente, complesso, tuttavia lirico, aggraziato. Giovane e ancora piccante.

Brunello di Montalcino 2014. Affascinante profumo d’autunno: terra bagnata, foglie secche, afrore di aia. Portamento elegante: succoso, lieve, lirico, sciolto. Il millesimo freddo regala un tannino un po’ verde e tenui rimandi al legno.

Valori certi i vini de Le Potazzine: grazia leggiadra e tenera, delicato lirismo riconducono a naturale armonia anche i nei di queste annate difficili.

Sanlorenzo

Rosso di Montalcino 2016. Vino di eleganza e misura superiori. Profumo fresco di fiori, di bosco, cenni pepati, affumicati e minerali. Fresco parimenti il sorso: verticale, longilineo, teso, di corpo. Balsamica persistenza. Perde coi minuti una certa chiusura e trionfa frutta rossa, piena, matura.

Brunello di Montalcino “Bramante” 2014. Bellissimo vino, pieno di profumo e di gusto: buono, saporito, rotondo, profondo. Scorre sulla vena minerale. L’agilità del millesimo si giova di una struttura robusta, in mirabile equilibrio.

Brunello di Montalcino Riserva “Bramante” 2013. Assaggio particolare, che merita una chiosa. Interlocutorio a Benvenuto Brunello: stoffa eccellente per gusto, polpa e struttura, ma vino marcato dal legno di affinamento, al profumo e sul palato; tuttavia, già dopo poche settimane, a Terre di Toscana, appariva trasfigurato: più pulito il profumo, floreale e fruttato, più puro il sorso, facendo sperare in una Riserva ottima, potenzialmente la più classica prodotta a Sanlorenzo.

Esempi di Sangiovese d’altura, contemporanei per integrità, sempre più orientati ad una classica compostezza. L’eleganza rifinita si lega ad una calda artigianalità e la barra di Luciano Ciolfi, a Sanlorenzo, è drittissima, anche quando il millesimo è difficile. Se la Riserva 2013 evolverà positivamente – questa la scommessa- se ne parlerà a lungo.

San Giacomo

Rosso di Montalcino 2016. Colore bellissimo: aranciato, antico. Goloso: profuma arancia matura e acciuga, è avvolgente e caldo. Vino ottimo: confortevole, sensuale, di corpo.

Brunello di Montalcino 2014. Vino di bella polpa e stoffa; sui toni dell’arancia matura: vista, olfatto, gusto. Soffre un poco -peccato- certo tannino asciugante.

I vini di San Giacomo stanno trovando passo passo l’identità precisa: con naturalezza e semplicità, traggono carattere dal versante nord di Montalcino, che già ne delinea il profilo. La strada è buona, l’esperienza aiuterà nei millesimi difficili.

Salvioni – La Cerbaiola

Rosso di Montalcino 2017. Vino potentissimo e sanguigno. Profumo molto intenso, primaverile, fruttato ed ematico. Stoffa imponente e reattiva, polpa ricca e compressa tra acidità e tannino imperiosi. Rinfrescante. È un puledro ancora da domare, dalle movenze forti e eleganti, di naturalezza disarmante.

Salvioni presenta soltanto il Rosso di Montalcino, ma che vino! Per classe e statura guarda parecchi Brunello, non solo 2014, dall’alto al basso. La firma è un riferimento ineludibile.

Poggio di Sotto

Rosso di Montalcino 2016. Vino superiore, di gran stoffa e impianto austero: il profumo, molto sfaccettato, richiede ascolto. Salinissimo, energico, equilibrato, lieve, puro e preciso.

Brunello di Montalcino 2014. Vino superiore, di gran stoffa e giusto corpo, dal profilo autunnale, affascinante, seducente. Il passo è naturale e sciolto. Una bellissima riuscita di un’annata minore.

Vini di eccezionale caratura, con rarefatta, eterea personalità, gioia per gli amanti del Sangiovese classico. Irripetibile la magia di qualche anno addietro, quando altre mani li modellavano, il lavoro resta di alta qualità: si veda l’ottima riuscita nel travagliato 2014.

Un tesoro per la denominazione ed oltre.

Podere Le Ripi

Rosso di Montalcino “Sogni e follia” 2015. Vino superiore, di gran stoffa. Bel colore aranciato, potente, caldo, etereo, dal delicatissimo tannino. Evidente – benvenuta- ispirazione gambelliana.

Brunello di Montalcino “Lupi e Sirene” 2014. Vino elegante, dal fiato etereo, venato di arancia, erbe aromatiche, spezie, aldeidi, ferro e sangue. Ha bella struttura. La lunghezza discreta è pegno del millesimo.

Brunello di Montalcino Riserva “Lupi e Sirene” 2013. Vino di altissima caratura: molto gustoso, estremamente elegante, lunghezza eccezionale. Nel miglior stile antico.

Vigne in posizioni assolate e calde a Castelnuovo dell’Abate, allevate per lo più ad alberello, con grandi cure, forniscono una materia eccellente per vinificazioni ormai orientate ai dettami della scuola antica: rispetto, lunghe macerazioni, lunghi affinamenti. Ne risultano vini meravigliosi, somiglianti ai Poggio di Sotto della originaria gestione. Lascia senza fiato la strada qui percorsa in pochi anni.

Epilogo

Finisce la giornata degli assaggi, col dispiacere per ciò che si è dovuto tralasciare, solo per mancanza di tempo e per stanchezza fisica.

Fuori la luce assume quel tono caldo che prelude di qualche ora al tramonto.

Un tempo breve di ristoro e siamo a Sanlorenzo: finalmente il bosco, le vigne, i profumi della terra.

La terra.

Lì sostiamo un poco, al bordo dei filari di sangiovese, presso un leccio. A manca l’Amiata, a destra Siena, dritto la Maremma ed il bagliore che il mare riflette nel cielo. I colori sono nitidi per l’aria tersa dal vento, di una lucentezza quasi metallica.

Poi in cantina fra le botti. Altri assaggi mirabili (che buoni saranno i Brunello di Montalcino 2015 e 2016!), con la compagnia allegra e competente di alcuni soci AIS piemontesi.

Infine la cena a La sosta, tra amici vecchi e nuovi, in immediata confidenza. Tutto un vociare mentre si assaggia alla cieca, con risultati pessimi, anche peggiori del solito; non importa: contano i visi puliti, i sorrisi, la familiarità.

È la celebrazione della festa, la versione contemporanea delle cene chi si tenevano in antico sull’aia dopo la mietitura o la vendemmia, il rito che rinnova i cicli della vita.

Questo il senso profondo di Benvenuto Brunello, la ragione ultima che aggrega anche noi forestieri: con me l’amico Stefano, la mia Emanuela…

Finché a Montalcino batterà un cuore saldo e antico, ogni sogno sarà possibile.

Domenica mattina: sole, cielo limpido, aria tiepida che profuma già di primavera. Due passi tra i vicoli e lungo le mura, guardando e sognando le case e quale vita sarebbe tra quelle mura. Per un attimo il Brunello è lontano. Poi il pranzo alla Taverna dei Barbi. Quasi di soppiatto camminiamo le vigne ai Podernovi.

Rientriamo: l’asfalto scivola sotto le ruote e con lui un misto di gioia e nostalgia.

Quest’anno il sogno lo portiamo con noi.

Montescudaio Rosso Riserva 2009, Fattoria Poggio Gagliardo, 14 gradi.

Quaglie allo spiedo e spiedini, poi un pecorino fresco di latte crudo, dalle alture pesciatine, raro prodotto del pistoiese: questo era il menù.

Mi infilai nel cunicolo stretto della cantina, il buio illuminato da una torcia appena e dalla finestrella; fruga fruga: “Si potrebbe aprire questo”: un Montescudaio Riserva vecchio di 10 anni, un Sangiovese in purezza.

Montescudaio, borgo bellissimo alle spalle della costa di Cecina, di antica tradizione mineraria. Montescudaio, terra etrusca: la Gens Caecina, secondo il nome latino di questa famiglia, o piuttosto i Kaikna, marca ancora oggi la toponomastica.

Montescudaio: terreni salini e ricchi di minerali, escursioni termiche più marcate che sulla costa, maggiori precipitazioni: il mare cede il passo al colle.

Montescudaio: zona vinicola, tra le meno note DOC e DOCG toscane.

Portai sulla tavola la bottiglia con l’etichetta blu, un po’ vecchio stile. Ne cavai il tappo lungo, di sughero intero.

Versai nei calici.

Una sorpresa color rubino: un rubino convinto, trasparente, scintillante, bellissimo, giovane con appena qualche cenno granato sul bordo e gocciole molto lente, irregolari, persistenti.

Eccolo il Montescudaio. Eccolo il Sangiovese.

Un profumo molto intenso, molto complesso, distinto, disteso, etereo con aristocratica discrezione. In evoluzione, con tanti tratti ancora giovanili. Rosa, viola e glicine dipingono un quadro primaverile che trascolora subito nell’estate novella di prugna, ciliegia, amarena, lampone, mora, mirtillo, fresca dei balsami di eucalipto, di conifera. Sotto, quasi a venare il quadro di malinconia autunnale, il cuoio, l’inchiostro, il solvente, l’humus, cenni di incenso e di legno palo santo, infine l’inverno del sanguinaccio, del ferro bagnato, del carciofo: già il limitare di primavera, il cerchio della vita si chiude.

Un sorso di sapore, ben presente e di stoffa. Vino fine e corposo, più di struttura che di massa, possiede dirittezza ed equilibrio di spigoli armonici, non di rotondità: in questo è molto toscano. Tannico di uva matura, il nerbo acido vivace e dissimulato, gentilmente salino, giustamente lungo, è lieve e lento all’attacco, poi accelera e cresce, sfumando bene nel finalcalmo e tranquillo, chiamando ancora e ancora con gioia alla beva.

Una combinazione sorprendente di solarità mediterranea e di snellezza montana, espressa in classico rigore.

Colto oggi, forse, marzo 2019, al suo massimo splendore.

Ho un ricordo bello di un pomeriggio estivo di millanta anni fa, rientrando dalle spiagge di Cecina, quando mi persi là, nell’immensità delle colline della Fattoria di Poggio Gagliardo: uno spazio ancora completamente verde, a perdita d’occhio, dove la natura e la mano dell’uomo sembravano trovare l’arcadico equilibrio. Una tenuta storica, tradizionale, appartata, enorme: 391 ettari, 56 a vigneto. In acque cattive, secondo il Tirreno del 1 febbraio di quest’anno: destinata all’asta e, presumibilmente, a cambiare.

Spero di non dover dire un giorno: “Peccato”, ripensando a un Sangiovese, a un Montescudaio così, di questa purezza e caratura.

Il Vermentino de La Fralluca (ed un piccolo bonus).

Da Bolgheri a Follonica, il Tirreno è una lamina d’acciaio ineludibile sotto un cielo di cristallo, che riempie l’aria del suo respiro e dei suoi riflessi: la luce, qui, ha un’intensità pura, altrove impensabile. Le lunghe lingue di spiagge sabbiose, bordate verso la terra ferma da macchie, pinete e leccete, sono spartite dal roccioso promontorio di Populonia e Piombino: a nord, il Golfo di Baratti conosce un ultimo sussulto di roccia, per poi distendersi quieto verso Rimigliano e San Vincenzo; a meridione, il Golfo di Follonica si apre ampio come un abbraccio materno: la terra della Val di Cornia, agricola, scura e gravida, si congiunge al mare.

Quel tratto di costa che si incardina sulle località di Carbonifera e Torre Mozza è frequentato con ragionevolezza anche in alta stagione: bimbi che giocano felici, nonni, coppie innamorate, amici in zingarata, ognuno trova il suo spazio con accettabile convivenza.

Tuttavia basta dirigersi pochi chilometri verso l’interno per un cambiamento radicale: oltre i campi del fondovalle, una prima fascia di alture morbide dai suoli argillosi, rossi, ferruginosi, sovente vitata; poi colline che si alzano ripide, quasi imbizzarrite voltassero brusche le spalle al mare. Là, silenzio e solitudine, una natura quasi selvatica. Là, il mare un ricordo lontano, ché vi soffia tramontana fredda la sera, incanalandosi dai borri interni. Esse formano come una fascia da nord a sud, parallela alla costa ma separata da un diaframma, dove si trovano i centri di Monteverdi Marittimo, Monterotondo Marittimo, in parte i comuni di Suvereto e Massa Marittima. 

Potenzialmente, una zona di vocazione enologica peculiare; legalmente, ricompresa sotto varie denominazioni, quali Val di Cornia DOC, Suvereto DOC, eccetera; nella pratica divulgativa e nella mente del consumatore, diluita nelle menzioni generiche di Costa Toscana e di Maremma.

C’è una strada sterrata, poco oltre l’abitato di Suvereto, che sale alla località Barbiconi. Alcuni chilometri in morbida pendenza, che dimenticano presto i molli campi coltivati per tuffarsi in una macchia impenetrabile e selvaggia, con affioramenti vivi di roccia, e le colline intorno a contrafforte, serrate come un giogo. Finché all’improvviso la strada sale ripida, lungo una curva scandita da giovani cipressi, mentre intorno si apre un anfiteatro naturale, quasi un ferro di cavallo su se stesso concluso e vitato da un lato, dove il suo limite assume la forma una sella. La terra è bianca: roccia calcarea, nuda qui e là. La ventilazione, costante. La luce, intensa, dettagliata, tuttavia diffusa. L’altezza, 120 metri sul livello del mare. Attorno, la macchia incontaminata e un incredibile tripudio di profumi, di fiori di campo ed erbe e più ancora di farfalle coloratissime e grandi. 

La marina è preclusa ai sensi ed al ricordo.

Credo che un giorno due ragazzi percorressero quella strada, dopo un lungo peregrinare alla ricerca di un luogo dove avverare il loro sogno di cambiare vita, lasciare la città e il lavoro nelle grandi aziende multinazionali. Francesca e Luca. Quando giunsero all’anfiteatro c’erano all’epoca campi incolti e pascoli, abbandono e nessunissima vite, ma intuirono che quello fosse il luogo giusto per il tipo di vino che avevano in mente: longilineo e fine.

Lì oggi c’è l’azienda La Fralluca, che si giova della combinazione di terre sassose e calcaree, del sole che nel suo corso bacia tutti i vigneti , disposti a corona sui versanti della collina; delle forti inversioni termiche notturne, con l’aria fredda che si incanala a settentrione dalla parte di Monteverdi Marittimo. Di là, e da Larderello, arrivano solitamente i temporali, che spesso si scaricano qualche centinaio di metri prima, su una fascia di colline verdi. Le argille rosse tipiche di Suvereto, qui sono assenti.
Per le peculiarità territoriali, svelate dall’opera tenace di Francesca e Luca, ritengo che il nome “La Fralluca” dovrebbe essere riconosciuto ed individuare un Cru.

A La Fralluca producono ottimi vini, bianchi e rossi, secondo uno stile preciso, controllato, soprattutto trasparente: pulizia esecutiva ed equilibrio compositivo sono i mezzi impiegati perché l’annata e il territorio si esprimano al loro meglio. Qui l’evoluzione esecutiva è consapevole sottrazione.

Tra tutti il Vermentino Filemone, dalla vigna esposta a sud-est, è il loro vino più rappresentativo e quello che più sinceramente ho amato, perché rappresenta un’ipotesi di Vermentino obliqua, ma perfettamente coerente: estremamente nordico da non parere affatto maremmano, fresco, persino più dritto e quintessenziale di quello dei Colli di Luni, riesce solitamente a sfoggiare una stupefacente tavolozza aromatica; la florealità, la beva sapida, il sottotraccia idrocarburico, la giocosità sulla tavola sono i lasciti che, amo immaginare, gli dona la terra toscana.

Riporto qui tre assaggi del Filemone, disegnando una piccola verticale seppure siano avvenuti in epoche leggermente diverse. I vini sono stati acquistati in cantina, tranne il 2008 che mi è stato gentilmente regalato dal produttore, e consumati di lì a poco e ben conservati nell’attesa.

Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2016, La Fralluca, 13 gradi. Assaggio del 25 giugno 2017.

Estratto il tappo Diam, il vino si svela in fase giovanilissima, con riflessi verdini, limpidissimo e luminoso. 

Una delizia il profumo intensissimo, di salvia e basilico, fiori di sambuco, uva spina, un agrume fresco e morbido come il lime e un tocco di cedro e di pompelmo. Fiori, fiori, fiori sono la sua cifra elegante e precipua, E, al naso mio, sedano e cetriolo, nel senso delle verdure più fresche, vedi succose ed estive. 

Drittissimo al palato, ma gustosissimo: ad un attacco morbido e discreta ampiezza risponde subito un’acidità altissima, quasi viperina ed elettrica, ed una notevole salinità: un sorso che ha l’argento vivo addosso. La sua persistenza finale è lunghissima, in perfetta armonia dei componenti, con un ritorno aromatico di fiori di campo: cardo, sulla, camomilla. L’alcol, è come non ci fosse: avverta appena un lieve calore dopo minuti dalla deglutizione, ma ancora si sentono il sale, la freschezza, il gusto. 

Un vino superbo, gustato con piacere su spaghetti all’acciuga, ma sperimentato poi con esiti meravigliosi su quelli alle vongole, sui fritti di mare, sul pescato nobile. Senza tema, uno dei massimi Vermentino della mia piccola vita di assaggiatore. 


Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2015 La Fralluca, 13 gradi. Assaggio del 14 luglio 2017.

Nonostante provenga dal millesimo precedente, più caldo e asciutto, conferma il suo profilo nordico, in un assetto gustativo – al momento dell’assaggio- più riposato rispetto al 2016. Rispetto al suo giovane fratello, è più ampio e accogliente, magari lievemente meno articolato. 

Al profumo svettano i fior bianchi e la salva; si dipana la frutta a polpa bianca, con volute di sambuco e ribes bianco; si fa strada una idea di idrocarburo, ancor vaga. Il suo corpo è un peso medio che vibra di acidità notevolissima. È gustoso, lungo, appena un po’ alcolico nel finale, comunque buonissimo. 

Si conferma un gran cru maremmano. 



Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2008 La Fralluca, 12,5 gradi. Assaggio del 6 luglio 2018.

Il suo colore è limone di media profondità, incredibilmente giovanile visti i suoi 10 anni. Sono le gocciole fittissime, frastagliate, persistenti a suggerirne l’età matura, come il sole alto rivela l’ora più luminosa del giorno. Vino roccioso fin dalle sue movenze nel calice, misurate, energiche. 

Difatti è saldissimo: non una sfrangiatura dovuta all’età o all’alcool. All’olfatazione è molto intenso, concentrato, complesso, fitto. Sono, per primi, profumi di fiori bianchi e gialli, tra sambuca a ginestra, a tenere il campo. Sotto, si dispiega un tappeto orientaleggiante di agrumi maturi e canditi, a volute, tra i quali il pompelmo è preminente. 

Sono come accenni morbidi della mano sinistra di un venerando direttore d’orchestra la frutta a polpa bianca, primariamente pesche, e tropicale: il melone e l’ananas, che ritorna, spiccata, nel retrogusto. Si ergono come fondamenta e colonne portanti, la roccia minerale e l’affumicato della permanenza sui lieviti: sono suggestioni di idrocarburi, cerino spento. Al sorso è ben secco. 

Incede, diretto, deciso, seppur avvolgente: in maniera quasi toscaniniana – parlassimo di interpretazione musicale – va dritto al sodo: punta al cuore senza svenevolezze. 

Elegante, virile, gustosissimo, si riconferma saldissimo, roccioso, dall’equilibrio perfetto, per tutta l’arcata palatale. Attacca e prosegue deciso; si distende con un allungo notevolissimo, combinando abbondanza di sale e un’acidità ancora altissima, seppur avvolta in un corpo davvero pieno e con grandissima concentrazione di sapore, in piena rispondenza ai richiami olfattivi. Tutta la sua ipotesi gustativa, si sorregge su quella vena acido-salina che lo mantiene vibrante. 

Il finale non solo è molto lungo, ma cadenzato, ritmato, con un’ alcolicità piacevol e lieve , che innesta, sorpresa delle ultime battute, una nota delicatamente ammandorlata. 

Un Vermentino stupefacente e trionfale, che ho gustato eccellente su tartare di tonno rosso ( condita solo a olio, sale grosso, pepe nero, rosmarino) e focaccia di Recco.


Un piccolo bonus.
Mi recai a La Fralluca, la prima volta, il nel giugno del 2017. Ero in vacanza alla Baia Etrusca, in una casetta candida posata sulla rena della spiaggia, con un terrazzo incantato sul mare. Di fronte, qualunque l’ora, il sole, le onde, l’aria fresca, l’Isola d’Elba e il cielo.
Non ricordo che cosa ci fosse in tavola, ma volli aprire un rosso delizioso e lieve che avevo appena acquistato alla Cantina, rinfrescato un poco nel frigo. Anch’esso, nelle mie note di allora, còlte nella presa diretta d’inizio estate e della tavola, dimostra la bontà del territorio de La Fralluca e delle mani che vi operano.

Fillide Toscana Rosso IGT 2013, La Fralluca, 14 gradi. Assaggio del 19 giugno 2017

Sangiovese, Sirah, Alicante.

Rubino scuro e fitto, ma con belle trasparenze e luminosità scintillante. Gocciole irregolari, che formano prima un’ondata veloce, poi una seconda più lenta e persistente. 
Profumo intensissimo, maturo e mediterraneo, ma freschissimo come una brezza odorosa. È nitidissimo e preciso, mantenendo comunque un profilo naturalmente sciolto, giocato sui profumi primari e secondari. 

C’è frutta rossa e scura, carnosa eppure croccante: dalla susina alla mora, al mirtillo; ecco un tocco di corbezzolo e di alloro, di pepe forse; netta la ciliegia del Sangiovese, la liquirizia dell’Alicante ed, attendendo, anche un po’ della sua fragola. Poi un insieme di cocco, tabacco, di affumicato del legno, evidente sì, ma ben integrato e piacevole: costituisce in un certo senso un arrotondamento sorridente, educato ed elegante, perché qui la volgarità non è di casa. 

In bocca è anche più elegante: fitto, gustoso, continuo e irradiante, fresco di un’acidità notevole, con un tocco salino. È pienezza unita a leggerezza, perché il corpo c’è, eccome. Anche il tannino abbonda, ma ha grande finezza: una regolarità gessosa. All’attacco è dolce ma slanciato, poi gustoso e stuzzicante, infine assai lungo, appena marcato dall’alcol.

 È un vino facile, ma non semplice, molto buono e centrato. Sta sulla tavola di tutti i giorni, se ci si vuol concedere un lusso.