Malvasia Salina DOP Francangelo 2016, Punta Aria, 12,5 gradi.

Era l’agosto del 2007. Di stanza a Panarea, si andò a Salina con l’aliscafo. Là si prese uno scooter per girarla. Questo il mio ricordo: sole, roccia, vento, mare: la natura vulcanica sembrava respirarsi nelle nari.

Rammento una tratta, guidando, col sole che meriggiava: a destra il mare, quasi strapiombo, che biancheggiava agitato; a manca la roccia nuda caldissima rilasciava vampate: pensavo fosse residuo del vulcano spento, invece era solo scirocco fortissimo, presumibilmente.

(Finimmo difatti per passarvi la notte, interrotti i collegamenti in aliscafo; nemmeno noleggiando privatamente un motoscafo si tornava. C’era, combinazione, Massimo Lopez in fila con noi ad informarsi e pensai che la natura non guarda in faccia nemmeno ai VIP; lui si comportava, onorevolmente, da turista qualsiasi, e l’apprezzai. Dormii lì, in una stanzetta al piano terreno, proprio dietro al porto. Al mattino, una colazione luculliana in una pasticceria stile Anni ’70, della quale ho scordato il nome, ma che era buonissima. Sfogliatelle, cannoli, dolci al pistacchio. C’era un signore anziano, pantaloni corti e camicia a quadri leggera, un po’ aperta, intento alla sua colazione e a leggere il giornale. Lo salutarono con familiarità e deferenza, quando uscì. Mi convinsi che fosse Andrea Camilleri. Probabilmente non lo era, ma mi piace continuare a crederlo).

Nel girovagare, pampini verdi su terra ocra, allevati bassi, un po’ ovunque. Già allora sapevo della fama del vino di Salina, ma non rammento se l’assaggiai; in caso, non mi conquistò; ma avevo un altro gusto e un’altra testa, allora.

Tuttavia, vivissimo il ricordo di quell’isola e il rimpianto di non esservi tornato.

Qualche tempo addietro, amici mi regalarono questa bottiglia di Malvasia secco, di Salina: bada, amico o amica che mi leggi, non la celebre e meravigliosa versione passita, che tanti conoscono. Questo è vino da pasto, raro a trovarsi fuori zona.

Attendi attendi, mi son risolto oggi di aprirlo su spaghetti al pesto di pistacchio, appena approntati.

Intelligente intuizione, perché l’abbinamento funziona; ma inaspettata è la bontà caratteriale di questo vino.

Non si misura un punti, una Malvasia così: parla emozioni, non numeri.

Tre anni d’età ed una permanenza, mea culpa, lunga in frigo, tale da sfibrare.

Tuttavia nel calice ho un liquido luminosissimo, color limone carico, con riflessi cangianti tra il verdino e l’oro, che lascia appena un velo lieve sul calice: dura una quindicina di secondi, poi scompare, senza generare gocciole.

Il suo profumo è una cartolina pulsante di Salina: il sole, il vento, il mare, la macchia, i capperi, l’uva dorata al sole, un bagliore affumicato, in una mimesi affascinate e sconvolgente. Suggestione? Forse. Menzioniamo allora l’uva spina, a completarne il profilo, e la lavanda, e il lime. Appena, con l’età, balugina zucchero filato.

Evoca il Mediterraneo, ma declinato in freschezza, rammentando l’origine del nome Eolie: da Eolo, dio dei venti, ritenuto qui abitante.

Vieppiù si rinnovella al sorso: leggero, ma ben presente, nervoso di una acidità ardita e sorprendente: essa spinge come folate di vento, impietose, e muove il vino donandogli vigore, slancio, ritmo quasi implacabile, che da un attacco morbido sulla punta della lingua incalza verso un finale lunghissimo, col sostegno di una salinità martellante.

Il contrappeso della sensualità morbida ed orientaleggiante della Malvasia completa il quadro: obliquo, sbalzato in chiaroscuro, con la pennellata grassa, ma guizzante e nervosa.

Un bel godere, davvero. Peccato la reperibilità, che temo scarsa.

Se ti interessa, amica o amico che mi leggi, aggiungo che il vino è certificato biologico.

Bianco Pomice 2010, Sicilia IGT, Tenuta di Castellaro, 13,5 gradi.

Oggi il Mercato novembrino della FIVI (Federazione Italiana Vignaioli indipendenti) è uno tra gli eventi più conosciuti , amati e frequentati da chi, a varo titolo, si occupa di vino. Io, che per intuizione fortunata lo visitai anche il primo anno che si svolse, posso testimoniare che partì alquanto in sordina. Però, ciò che era vero allora è vero ancora oggi: al Mercato della FIVI si possono scoprire vini meravigliosi, anche uscendo dalle rotte più conosciute. Fu appunto in quel lontano primo mercato della FIVI che acquistai questo Bianco Pomice: mi stregò allora, mi strega forse ancor più oggi, che mi decido finalmente ad aprirlo. Pomice nel nome, perché richiama la pietra vulcanica e leggera che abbonda sulla terra dove è nato: Lipari, l’isola maggiore delle Eolie. Fu, nell’assaggiarlo allora, un tuffo nel sole di quell’isola, nei riflessi del suo mare, nei suoi profumi, evocando in me i ricordi di una visita lontana nel tempo, ma abbagliante. Vino, questo Bianco Pomice – sei decimi da malvasia delle Lipari ed il restante da uva carricante- che mi pareva di esecuzione precisa e di grande suggestione; tuttavia ne sospettavo e temevo una ridotta capacità di tenuta nel tempo, un po’ per mio preconcetto di allora verso i vini isolani in generale, vieppiù se bianchi e del sud, un po’  perché ricordavo che la Tenuta di Castellaro era alle sue prime annate e, nella mia mente, tale gioventù produttiva doveva pur pagarsi, in qualche modo. Il produttore stesso ne indicava una vita stimata tra i tre e i quattro anni. Perché dunque aspettai tanto ad aprirlo, otto lunghi anni dalla sua vendemmia? I casi della vita, puri e semplici, senza nessuna premeditazione.  Ecco dunque che viene il momento propizio, e speranzoso lo apro. Speranzoso, sì, perché col tempo l’esperienza mi ha portato a deflettere da quei preconcetti. Speranzoso, malgrado l’abbia conservato in una cantina buona, ma non ideale. Però, a versarlo nel calice, io resto addirittura allibito:  il suo colore è limone perfetto, limpido, appena con qualche riflesso dorato, luminoso, solare, e forma sul calice gocciole rade, veloci, che subito divengono evanescenti: prima un velo, poi spariscono. A riguardarlo – e bisogna, perché affattura la vista- non dimostra che la metà dei suoi anni.
Attira, seduce, in un attimo si accosta alle nari: anche il profumo, benché in evoluzione, è assai più giovane di quello che detterebbero i suoi anni; risponde piuttosto, in pieno, alla sua immagine visiva: pulito, molto intenso e complesso, ti rapisce e ti porta dritto nella primavera eoliana avvolgendoti in una nuvola di zagara, mimosa , di fiori di limone e di arancio e i fiori gialli tutti; ed ecco che il fiore diventa frutto e si fa estate profumata di limoni, di aranci maturi, materici fino a percepirne il profumo della scorza, e poi le susine bianche (le Claudia); ed ecco inoltrarsi ancora nei caldi agostani, le macchie riarse ed ebbre di salsedine, le erbe arroventate dal sole che ancor più si fanno odorose: rosmarino e timo; persino la terra nuda, in una mineralità ocra che profuma quasi di sabbia, di pomice, creando una correlazione evocativa tra profumo e colore e materia impressionante; ed ancora, ad un ascolto attento (eh sì, perché un vino così , che racconta, bisogna proprio ascoltarlo) , capperi e acciughe, su un fondale distintamente ammandorlato: pura territorialità.
È il suo bacio però, come in un crescendo, a conquistarti per sempre, come proprio dovrebbe essere per tutti i grandi vini: alla bocca è incredibile per forza motrice, così ampio, pieno di gusto, perfettamente rispondente e aperto come la coda di un pavone, ripercorrendo sul palato tutti i profumi dell’olfatto fino a toccare, nel retrogusto la mandorla e l’amaretto. Tuttavia, sono la sua struttura e la sua freschezza ad accendere la miccia di tanta complessità, e provocarne in bocca l’esplosione piroclastica che la lancia in volo: la sua acidità è altissima, incredibile per un vino isolano di quelle latitudini, ed è meravigliosamente integrata, sciolta e naturale al punto che, foss’anche un gioco di prestigio enologico  –  ma non lo credo affatto- lo avrei benvenuto. Poi è salinissimo, come pochissimi ne ho assaggiati in vita mia, al punto che userei un doppio superlativo per descriverlo, come si faceva nelle filastrocche da bambini: “ -issimissimo!”.  E sul sale sta per tutta la sua persistenza, per il resto bilanciatissima e lunghissima. Per complessità, souplesse e scatto, ed anche per la suggestione dovuta alla forma della bottiglia, verrebbe da definirlo un Borgogna del sud Italia: la citan tutti a sproposito la Brogogna, lo faccio anch’io. La realtà tuttavia è che  questo Bianco Pomice è individuale e unico, perché  riesce a trasmettere tutta l’emozione e la forza del suo territorio in una veste moderna, precisa, distinta: forse perché c’è in lui e nella mente e nelle mani di chi l’ha creato un laico ideale di rispetto per ciò che genera la terra, la volontà di assecondare la vocazione dell’uva, senza forzature, utilizzando tecnica e ingegno solo quanto basta, quasi l’enologia non fosse che l’opera sensibile di una levatrice: lieviti indigeni, chiarifica naturale dei mosti, pratiche antiche. E, per esperienza ci scommetto, partendo da una gestione attenta e progettuale del vigneto.
Il risultato è, al mio gusto almeno, un miracolo di bellezza.  
Lo immagino ideale, in questa fase matura  della sua vita, su pesce pescato di mare al forno- ad esempio un semplice branzino al sale. Stasera ha avuto compagno del pesce spada cotto coi pomodorini: la sua voce ci ha comunque incantato. 

La vota Cabernet Sauvignon Menfi DOC 2011, Cantine Barbera, 13,5 gradi.

image

Ognuno ha le sue preferenze. Se posso, amo bere vini fatti con uve autoctone o, per meglio dire, endemiche. Questo, da sempre: dal momento che il vino per me è sempre stato un interesse ed una soddisfazione culturale e intellettuale, quella sensuale nettamente in second’ordine, non ho mai avuto particolare interesse per i vini tratti da uve internazionali nemmeno quando questi erano di gran moda e sulla tavola di casa mia potevano passarne; mi pareva anzi, già nella mia mente di adolescente, che potessero snaturate e traviare le tradizioni del luogo: “Perché mai dovremmo copiare gli altri, invece di cercare di eccellere con ciò che generazioni di avi ci hanno consegnato?”. Ovviamente la mia era una posizione di pancia, ma la pancia spesso è saggia assai.
Tuttavia, negli anni, e vieppiù oggi che tanti bevitori alla moda ne rifuggono per snobberia, mi è presa una certa curiosità di assaggiare come vengono nei territori italiani i Cabernet Suvignon, I Merlot, gli Chardonnay, e via discorrendo; perché essi rappresentano, in qualche misura, uno standard, cioè un tipo di vino che essendo ben conosciuto e prodotto in ogni dove, permette di verificare in trasparenza, se la mano di chi lo produce è sincera, l’influsso del territorio, se esso è più forte delle caratteristiche varietali del vitigno. Volendo, amica o amico che mi leggi, la mia curiosità intellettuale si è spostata da un piano puramente culturale ad abbracciare un interesse geografico, geologico, climatologico, per così dire. E, credimi, spesso sono belle sorprese.
Già t’ho raccontato, credo, che lo scorso anno alla manifestazione piacentina “Sorgente del vino”  ho assaggiato i vini meravigliosi di Marilena Barbera, che produce in Sicilia a Menfi, non piuttosto vicino al mare.
Tra essi mi propose un Cabernet Sauvignon, dicendomi che era un vino che riscuoteva ormai poco interesse nel pubblico, ma che aveva provato a portarlo ugualmente.
Diamine,se aveva fatto bene! Perché, ad ascoltarne la storia dell’origine di questo vino, c’era veramente di che dar sfogo alla propria curiosità e l’assaggio non me lo feci certo scappare.
Infatti le viti, che se ben ricordo aveva piantate suo padre, stanno in un’ansa della fiume Belice, in una zona ricca di canneti. La vigna è di un terreno profondo, sabbioso, con frazioni di limo ed argilla. Di quando in quando, in corrispondenza di piogge intense, il fiume Belice straripa, allagando la vigna e depositando elementi nutritivi che ha raccolto lungo il suo corso (mi ricordava questo racconto,che lei mi faceva, quando alle scuole elementari mi si spiegava del Nilo, le cui inondazioni erano una benedizione per l’agricoltura degli antichi egizi). Inoltre il Belice influisce sulle temperature, che nel vigneto sono 6-7 gradi più fresche rispetto alla zona. Vinificazione semplice, con affinamento in botte grande.
Il racconto non basta: fu l’assaggio ad affascinarmi al punto tale che ne comperai una bottiglia, e maledetto me che era una sola!
Perché la sua malia non mi ha più abbandonato e mi riconquista ora che dopo quasi un anno lo apro e lo verso, bello nel suo rubino profondo ma ancora trasparente, granato al bordo, con gocciole veloci, fitte, regolari, persistenti sul calice. Persino da come si muove nel calice, dalla consistenza liquida ne indovini la classe superiore, la naturale scorrevolezza.  È sensuale il suo profumo molto intenso, complesso, sfumato e arioso e fresco di frutta nera (mirtillo , mora), con  un’idea di frutta rossa che si fa spazio: non solo quella di bosco che facilmente si trova in tanti vini ( fragolina, lampone), ma anche una polpa di susine molto mature, dolci, ma ancora croccanti, e -sarà mia suggestione- fichi d’india e arance rosse. Magari, anche una nota di peperone grigliato e di buccia di melanzana viola, qualcosa estremamente tenue di olive nere in salamoia: marcatori caratteristici, per la mia esperienza , del Cabernet Sauvignon nelle aree mediterranee. Soprattutto però, la sua voce più originale un potente fiato balsamico di eucalipto e menta, che lo rende fresco e dinamico, ed una spaziatura delicata di pepe bianco e nero e noce moscata. C’é anche, lieve, uno sbuffo di aldeide, che aiuta a spingerne la freschezza. Infine, gradevolmente domestico, un fondo di caffè della moka. Al sorso l’attacco è definito e insieme soffice, il corpo pieno e il gusto concentrato, ma la consistenza tattile! La sua tessitura è di  seta, dolce: anche se tannino è ben presente, è maturo e arioso; se l’acidità è molto alta e tiene il vino ben teso su una linea retta, resta avvolta nella morbida sostanza estrattiva, nell’alcol ben controllato e fuso nel corpo, galleggiando su una cera sapidità. Molto lungo, la sua sensazione svanisce ben bilanciata. Un vino naturale questo, dalla vigna alla cantina, prodotto senza trucchi e additivi, ma che non conosce imperfezioni, al punto di sbugiardare certe vinificazioni approssimative che in giro pur si sentono: naturale, ahimé, non è per forza buono. Un  Cabernet originale e obliquio in un certo senso, perché fuori dagli schemi senza essere stravagante; di carattere, perché il territorio vince . L’ho goduto – quella la parola- su un salame artigianale delle alture del lago d’Iseo, su una pasta al sugo di carne, su un coniglio arrosto con contorno di zucca. Non suoni un complimento vuoto: Marilena Barbera è una vignaiola dalle mani d’oro.

Etna Bianco 2013, Valcerasa Azienda Agricola Bonaccorsi, 13 gradi.

 
Giallo, blu e nero: si può un vino riassumere in tre colori?   Dunque, un po’ di storia su questa bottiglia  (storia minutissima eh, amica o amico che mi leggi): il vino l’assaggiai alla benemerita manifestazione “La Terra Trema”, che si tiene al Leoncavallo di Milano; sarà stato il 2014 o il 2015. Mi piacque assai questo bianco etneo, un carricante in purezza che viene da vigne alte, 850 metri sul livello del mare, che sono quote quasi alpine: fossimo al nord, a stento si coltiverebbe la vite così in alto. Me lo ricordo di un color giallo tenue, un po’ verdino nei riflessi, e genericamente di gran sapore; per il resto, sono passati troppi anni. Bene: ne comperai una bottiglia, che venne lasciata qualche anno nel mio ripostiglio domestico milanese mentre io stavo ancora in Inghilterra; poi ancora in attesa lì al caldo (oh, se è stata calda l’ultima estate) , infine qualche mese in frigorifero; che – prova provata- non insidia tanto il vino per la formazione di precipitati e di depositi, ma per gli effetti sul tappo, che diventa rigido per via delle basse temperature, e perde tenuta ossidando il vino. Insomma: non un trattamento principesco, e qualche dubbio sulla tenuta di questo Etna Bianco di 4 anni l’avevo, contando anche che l’azienda segue pratiche di cantina poco interventiste e dunque il vino è nudo agli attacchi del tempo. Ebbene: oggi 1 ottobre ‘17, mi prospettano e preparano un’ottima pasta di grano saraceno con pomodorini di Pachino, mazzancolle e funghi porcini. Mi ricordo del vino etneo che giace in frigorifero. Non sono sicuro della riuscita con l’abbinamento, sebbene la supposta evoluzione e l’auspicata complessità mi rendano fiducioso,  ma lo piglio e lo apro. Cavo il tappo di sughero intero, che con fatica esce ed uscendo produce un bel “bum!” di buon auspicio, lo verso nel calice, rapidamente l’osservo e l’annuso, e cado metaforicamente in ginocchio, folgorato. Un vino buonissimo, forse il più buono assaggiato negli ultimo mese; forse, a ben pensarci, uno dei più buoni in assoluto, e stop. A descriverlo per sommi capi e con l’accetta ad un amico straniero, gli direi che è un misto di uno Chardonnay di gran cru borgognone e di un Riesling della Mosella secco, entrambi invecchiati qualche anno, non più giovani ma non tanto in là con l’evoluzione: ha la prestanza dell’uno e la  lievità fresca e pura dell’altro, di ambedue la complessità, ma calate in un fiato terso e solare. Oggi ha un color giallo limone deciso, con ancora qualche riflesso verdolino, mi si suggerisce correttamente; con lacrime molto lente, irregolari, poco durevoli.  Profumo potentissimo: un’immersione nella mediterraneità, un’emozione vulcanica: fiori gialli e agrumi: mimose, zagare, limoni, cedri, pompelmi maturi, di una matericità concreta che non conosce timidezze: questo il colore giallo, che subito si manifesta e s’imprime nella mente, reclamando a gran voce la sua identità territoriale. Poi, come calando radici verticali nella zolla, vi senti il vulcano, le masse laviche ormai fredde, coagulat, dure, e  le sabbie cineree e disciolte: zolfo e idrocarburo, evidenti e senza filtri. Questo il colore nero, quello della sua terra; smorzato un poco, ad evitare ogni accento volgare, da note gentili di mandorla fresca e marzapane, quasi candide lumeggiature, nulla più che abbellimenti sulla melodia di un Vincenzo Bellini. Il colore blu è la misteriosa ariosità dei suoi profumi, quel senso di mare presente ovunque sull’Etna anche quando non lo vedi, che incombe come tra le note dell’Idomeneo mozartiano; di una mineralità salina e verace che sa di risacca, di scoglio, di ostriche e di vongole.  Aggiungerei, forse, una sfumatura verde fresca e innocente, di erbette, insalate, ruchette, forse di ruta e alloro, di un nonnulla di tenero e fresco: ma è un niente, solo il tocco sapiente di un pittore che spezza gli spazi monocromi per esaltarne a contrasto più ancora il tono. La bocca è liquida conferma algebrica, l’amplificazione al quadrato delle virtù divinate all’olfatto: il corpo nitidissimo, preciso e misurato, superiore alla media per dimensione geometrica ma lievissimo per consistenza tattile, con un’acidità altissima, davvero quasi da Riesling, ed una ampiezza dorata , lucente e quasi solenne,  che è tutta gusto rispondente e marcatissimo. Fluisce musicale, compatto e deciso, danzante su una salinità marcata che l’increspa agile come mosso dal vento, verso un finale lunghissimo e pulito, che riflette la secchezza del suo attacco al palato, che è immediata e che perdura nella sua  progressione sicura, vibrante, luminosa, irradiante come il sole che batte a picco sulle rovine greche e normanne, evidenziandone di rimando i più eleganti chiaroscuri. Un finale, quello di questo Valcerasa, non solo  lunghissimo, ma commovente, che ha quasi in fondo una nota  di oliva verde che ne cancella felicemente ogni tocco glamour, per una più vera, autentica e solare terragna dimensione.
Da bere e ribere, con la vergogna e l’orgoglio di una bottiglia esaurita quasi da solo, nel tempo di un Pater (e sia ringraziato, appunto, per vini così). Assai ci sarebbe da dire sul valore dei vini del territorio etneo, innanzi a un simile esempio, ma meglio fermarsi qui e goderne in silenzio, con semplicità.

Nero d’Avola Sicilia DOC 2015, Cantine Barbera, 13 gradi.

Di Marilena Barbera e dei suoi vini avevo sentito parlare per anni. Però, come capita talvolta per i casi della vita, l’incontro non era mai avvenuto: pure combinazioni talvolta, talaltra c’erano altre urgenze in agenda, o ancora per la distanza fisica non era proprio cosa. Mi son deciso finalmente di prendermi il punto in occasione dell’ultima edizione piacentina di Sorgente del vino, manifestazione di vini naturali dove le chicche non mancano mai. Basta osservarla e scambiare qualche parola con lei: Marilena Barbera è una donna siciliana dall’aspetto e dai modi tanto solari quanto energici  ed incisivi: gli occhi vivacissimi parlano di una volitività brillante, appassionata e femminile. Che sia una donna intelligente e sensibile lo si capisce da quello che scrive: basta seguirla sul sito aziendale. Più ancora, è ciò che assaggia in quell’occasione a testimoniarlo: una batteria di vini tutti buonissimi, con un’idea molto precisa di territorio e di attaccamento territoriale, riletto però e interpretato  con amore secondo le sue infinite sfumature: quelle della terra e dei sassi, quelle dei venti e delle correnti, quelle dei diversi vitigni che con le loro radici diversamente suggono il sale della terra. Brava Marilena. Non c’è tipologia – o quasi- che la gamma di Marilena non tocchi e tutto ciò che tocca diventa oro, riflettori ormai a distanza di mesi. Il territorio di Menfi – Sicilia sud-occidentale, tra Selinunte e Sciacca- riletto e indagato nelle sue plaghe e nelle sue individualità, tra mare, collina, greto di fiume; suddiviso in Cru non per catalogarlo secondo una egemonica scala di valore, ma per valorizzarne l’unicità specifica, lembo per lembo, come se ogni zolla fossa una persona, anche la più umile. Per la mia scarsa conoscenza della cultura siciliana e di quella letteraria in specie, quanto ritrovo in questo di un Verga, di un Tomasi di Lampedusa, di un Camilleri. Acquistai allora certe bottiglie per riassaggiarle con calma, ma le avrei volute tutte e in abbondanza.
Due ne comprai di questo Nero d’Avola, in qualche modo il vino più semplice  tra quelli che assaggiai, ma a suo modo assolutamente rivelatore e di una bontà straordinaria. Molti della mia generazione sono cresciuti con un’idea di Nero d’Avola concentrato, morbido, fruttato fino ad evocare l’odore e il sapore della confettura di frutta (eppure mi si dice che di suo il Nero d’Avola sarebbe un’uva dall’acidità marcata e tenace). Ecco che questo di Marilena Barbera ribalta completamente quella concezione : sarà pure, come dice lei, un vino leggero e pensato per una merenda, ma per me è una pietra miliare nella comprensione di quel vitigno; persino dall’aspetto, che infatti è rubino trasparente con gocciole fitte e veloci, molto luminoso e flessuoso nel bicchiere e già in questo  femmineo. Ha un profumo molto intenso, complesso e profondo e tuttavia nettamente giovanile. Domina la frutta rossa:ciliegie scure (i duroni), le amarene, maraschino; poi radici, erbe e ancora frutta si avvicendando in ordine sparso e cangiante: rabarbaro, cola, finicchio  selvatico, mandarino. Vi trovo poi un che di salamoia e di salmastro e di una macchia che stento a definire nei suoi dettegli minuti: forse, l’odore dei fichi d’India al sole, accompagnato però da un qualcosa di erbaceo, come ruta, rucola, ma che grida Sicilia in maniera immaginifica, ideale. Il carico da undici: ci sento pure marzapane, pepe bianco sul finale. Tutto è nitido, profumato, perfettamente articolato: accordatura perfetta, perfetta armonia. Eppure è un vino naturale. Sarà la cura nel realizzarlo, sarà magari che si applica – non so-  quelle la “pulizia, pulizia, pulizia” sulla quale il maestro Giulio Gambelli tanto insisteva (e che mio nonno, nel suo piccolissimo, praticava per sapere atavico o istintivo inondando la vecchia stalla riconvertita in cantina: per dire che un certo ben fare esisteva anche tra i vecchi contadini), ma qui non ci sono impuntature, non ci sono imprecisioni. L’assaggio. Si sente che viene da vigne che guardano il mare: gustosissimo (medio più, a volerlo proprio ricondurre a una scala), assai salino, goloso, fresco, articolato e insieme sferico, polposo e snello a un tempo. Ha una grande acidità, confermata dai dati analitici (5,7 g/l), un corpo un po’ superiore alla media ed anche un tannino che per quantità supera la norma, ma per qualità è finissimo, regolarissimo, rotondissimo, direi persino soffice. Per quel poco che ne capisco, segno di maturazione e di estrazione perfette. Anche la sua persistenza è decisamente buona, ma soprattutto armoniosa: anche l’alcol è a puntino. L’ ho trovato perfetto un po’ fresco anche in una giornata di calda di inizio giugno, col termometro oltre i trenta gradi: tanto sulla panzanella che sui saltimbocca, e persino da solo, godendomi la sua compagnia al posto del dolce. Non risultasse un po’ offensivo lo descriverei a qualche amico straniero come un Pinot Nero mediterraneo, una declinazione siciliana del concetto del Borgogna: ma guardando ai villages e forse addirittura ai Premier Cru, per dire a quali livelli questo vino vola.

Rosso Relativo (Rivedibile), Sicilia IGT Rosato 2011, Valcerasa, 14,5 gradi.

image

“ La Terra Trema”, fiera contadina di festa e protesta e di benemerita veronelliana memoria, resta uno dei luoghi migliori dove incontrare vini originali, autentici, fuori dai percorsi comuni; nonché occasione di chiacchiere interessanti e istruttive. La visito l’ultima volta lo scorso anno, 2015, in un bel pomeriggio meneghino grigio di meteo e colorato di assaggi. Girovagando, vengo attratto dalla postazione dell’azienda Valcerasa, che sta sull’Etna, in contrada Randazzo. L’Etna è un territorio meraviglioso ed unico, con la sua fusione di luce mediterranea, alte quote e suoli di matrice vulcanica – non servo certo io a dirlo- e ricordo quando qualche anno addietro cominciarono a circolare un po’ più ampiamente i suoi vini,  bianchi e rossi da restare a bocca aperta: non per nulla si evocava da più parti l’immancabile Borgogna. In qualche modo però mi pare sia diventato terreno di conquista e l’originalità  di certi vini un po’ annacquata per adattarsi meglio, forse, ai gusti di un ampio pubblico; e rimango sempre in dubbio sull’utilità di piantare Pinot Nero sull’Etna, come si è preso a fare, prescindendo dai risultati che saranno pure ottimi.
Ecco invece che i vini di questo produttore mi sembrano subito molto identitari ed uno di essi particolarissimo. Mi racconta egli stesso – e mi limito qui a riportarne i concetti- che il rosso etneo come lo conosciamo oggi è figlio di un’enologia aggiornata, quand’anche rispettosa, e che il quello di un tempo era diverso, meno concentrato in qualche modo: nasceva infatti di macerazioni piuttosto corte, il mosto veniva svinato presto. Forse, rifletto io, per evitarne l’acescenza. Lui, mi dice, ha cercato di riprodurre quel vino antico, utilizzando nerello mascalese in purezza. Risultato: bocciatura da parte della commissione della DOC, che considera il vino “rivedibile”: come quando si andava alla visita militare e veniva trovata qualche malformazione fisica o una testa sospettosamente bacata.  L’assaggio dunque al volo, m’incuriosisce, decido di gustarlo con più calma, ne acquisto una bottiglia.
Ora, da etichetta questo non è un vino rosso, ma rosato, e forse sarebbe giusto definire il suo colore buccia di cipolla, ma per come la vedo io è piuttosto trasparente ambrato, con riflessi mogano addirittura. Rivedibile perché ossidato, mi viene da pensare osservandolo. Gocciole lentissime sul calice ne rivelano la viscosità. Trovo il suo aroma intenso, particolarissimo, insieme freschissimo e caldo. Debbo orientarmi attraverso un’evidente complessità aromatica, dove mi pare di distinguere  amarena, mela rossa, pomodoro essiccato, aglio, alloro, cipolla di Tropea, rabarbaro, melagrana, anguria, maraschino, cola, chinotto, con una speziatura persino piccante di pepe bianco e di noce moscata con tocchi di cannella. Questo d’acchito. Emerge poi  un effluvio floreale: di  ginestra, di tiglio, di zagara, di viole. Alla fine è come entrare  vecchia cantina, con i legni stagionati e  nell’aria un odor balsamico di cera, di incenso, di eucalipto. Non manca un tocco di acetaldeidi che aggiunge freschezza. Sorprendente all’olfatto, resta la curiosità delll’assaggio. Il sapore è intensissimo, dove c’è anche mirtillo, mora, lamponi, ma il corpo è leggero, con una beva agevole, salatissima e persino un po’ piccante. L’attacco è quasi soffice, ma subito sostenuto ed allungato da un’acidità sensibile. Secco: è morbido e avvolgente, ma non conosce mollezze e opulenza. Qui l’eloquio è diretto, è muscolo guizzante e pelle e ossa e forme e occhi neri dritti, mediterranei. Non ne senti neppure l’alcol, che pure è alto: resta solo una sensazione pseudo calorica piacevole su un finale che è di lunghezza notevolissima, reso vigoroso dalla salinità e persino succoso. È un vino di grande personalità, non facilissimo magari, ma più che altro la difficoltà  è quella d’inquadrarlo, perché unisce freschezza e complessità in un modo che spesso sfugge ai rossi non rivedibili. Lo immagino eccellente sulle preparazioni tradizionali siciliane e mi chiedo perché cercare altri  accostamenti, sebbene io l’abbia gustato con piacere sulle penne al sugo di cinghiale. Certo: che vino strano, dalle proporzioni insolite e a suo modo anche sghembo; ma l’eccellenza richiede sempre davvero un classico equilibrio?

Rosammare 2013, Rosato Terre Siciliane IGP, Barraco, 11 gradi.

image

L’ultima volta che ho incontrato Nino Barraco è stato per una degustazione di suoi vini a Londra. Intendiamoci: non che noi si abbia dimestichezza, giacché ad onor del vero lo avevo incontrato di persona un’altra volta soltanto, io credo; ma di questo vignaiolo intellettuale – anzi, mi verrebbe da dire filosofo-  mi era rimasto un ricordo vivissimo. I suoi vini! Quelli sì li ho incrociati più volte: roba da cadere in ginocchio come davanti a un’apparizione. Perché sono buoni? Sì, lo sono. Perché sono perfetti? No, non sono perfetti; per nulla. Però, se sostituiamo alla parola “perfezione” la parola “identità” allora sono dei vini di grandezza assoluta, delle vere bombe H. Questo vignaiolo siciliano coltiva le terre nella zona di Marsala, quelle vigne dalle quali si dovrebbe trarre storicamente il vino base -chiamiamolo così- per il Marsala: tradizione locale antica di vini secchi di qualità – che sappia io – nemmeno l’ombra, al massimo qualche damigiana per autoconsumo. Anzi: certe vigne di Nino sono così vicine al mare, con le radici che affondano nella sabbia e la riscacca che gioca il suo canto  lì a pochi metri, da essere state in passato considerate di valore infimo. Da quelle vigne appunto viene questo Rosammare, che ho acquistato in primavera a quella degustazione londinese, in un locale che se ben ricordo si chiama Uncorked. L’ho detto: i vini di Nino non sono necessariamente facili da capire, né si curano di una serie di norme di quella che potremmo chiamare la grammatica enologica; però sono vivi, autentici: se la maggior parte dei vini in commercio parla una lingua pulita e colta, sia pure con qualche inflessione locale, i suoi parlano in dialetto; ma in modo ammaliante, seducente, ipnotico. Sennò non si spiegherebbe che una quarantina di persone (io l’unico italiano), abituate a bere etichette “internazionali” dalle più commerciali alle più prestigiose, pendesse quella sera dalle labbra di Nino e più ancora dai suoi vini. Questo  Rosammare era forse il più difficile da capire, tra i tre presentati; infatti nemmeno io l’ho capito: pensavo di essermi portato a casa un rosso, mentre invece è un rosato: così l’etichetta. È che a guardarlo a me ricorda proprio i vini rossi di una volta, quelli che facevano i contadini: molto trasparente, rubino, appena aranciato sui bordi, le gocciole fitte ma appena accennate sul calice (perfetto dopo due anni e bada: non ci sono solfiti aggiunti a proteggerlo e garantirne la serbevolezza, qui le lavorazioni sono ridotte al minimo, senza filtrazioni nè chiarifiche). Ecco, lo voglio dire: mi ricorda il vino di mio nonno, non importa se di là ci fosse sangiovese e qui Nero d’Avola, là Valdinievole e qui  il Trapanese. Anche il profumo: appena pungente ma così vivido e sfaccettato, dove ogni aroma è anzitutto un’immagine che trascolora nell’altra: così la macchia lascia spazio ai gigli della sabbia ed ai fiori di rosmarino, alle more selvatiche; certo, anche un tocco di rose se vogliamo, e di lamponi; ci puoi anche sentire i limoni e le zagare se vuoi, la pietra bagnata, il fondo del fogliame, i pinoli, un’idea ematica e di carne, di spezie, di sale e di pepe, come entrare in una norcineria. Ricordi – amico, amica che mi leggi- lo studio di Leopardi sull’aggettivo “vago”, quanto più potente è secondo lui l’evocazione se non dettagliatamente definita? Se però poi lo bevi, nella tua bocca hai il mare: così saporito, così salato, che non lascia dubbi; e il sole, così luminoso, così asciutto: non un’ombra di residuo zuccherino qui ed in compenso un’acidità affilata, da luce verticale del mezzodì. Anche a costo di apparire più che essenziale, scabra, la sua trama traduce immediata un’idea di territorio: la sabbia baciata dal mare, che fa l’amore nel vento. E leggero e croccante com’è, e infiltrante, non smetteresti mai di berlo: non solo per i suoi 11 gradi, ma per  come tannino ed acidità pungono in maniera diffusa e delocalizzata,  continuando a stuzzicarti in un finale così lungo che non puoi quasi farne a meno, tanto genera assuefazione. Sarà che mi piace proprio perché mi ricorda tanto il vino di mio nonno, quello sì dichiaratamente rosso ? Oppure perché come per una magica evocazione mi mette davanti agli occhi, quasi un poster per sognare ed andare lontano, la sua terra ed il suo mare? Io l’ho gustato – eccome – con un trancetto di tonno scottato in padella con olio extravergine d’oliva di Montalcino, pepe bianco e semi di finocchio; ma non mi stupirei sorprendesse per flessibilità non solo sulla tavola nostra, ma anche sulle preparazioni orientali. Poi in etichetta si consiglia di berne a dieci gradi, mentre a me piace appena appena fresco, quasi a temperatura ambiente: per meglio sentirne le autentiche asperità. Lo dicevo prima: in zona il vino da secoli è per lo più dolce in varie gradazioni e fortificato, non secco e con alcol naturale: Barraco è la contraddizione di un pioniere che lavora con metodi tradizionali se non arcaici. Quella sera a Londra Nino disse una frase molto bella: che lui con questi vini cerca quei colori del suo territorio che spera altri dopo di lui sapranno usare. Caro Nino, tu oltre ai colori hai preparato un bellissimo disegno!