I “Pompeiano” Piedirosso e Falanghina di Sorrentino Vini.

Per anni, l’immagine che ho avuto io di Napoli e quella del Vesuvio sono rimaste inestricabilmente fuse, come nella celebre cartolina del Golfo col pino in primo piano, la città piccina laggiù tra l’abbraccio del suo mare e il vulcano, ornato da un pennacchio di fumo placido e indolente nell’azzurro. Un’immagine quasi artificiosa rimasta cristallizzata per generazioni, se già negli Anni Quaranta il Vesuvio aveva smesso di emettere vapori.

Col tempo sono stato in grado di mettere meglio a fuoco quella interconnessione ingenua. ” A’ muntagna ” incombe su Napoli e sul suo destino, eppure è altro rispetto al dedalo di vicoli oscuri e colorati, ai palazzi e alle miserie, ai castelli, alle chiese, alla varia umanità che brulica gli spazi cittadini con la sua vitalità potente e a tratti selvaggia e feroce.

Il Vesuvio è spazio aperto, aria, luce, cielo vorticoso e avvolgente, da toccare con un dito; è natura indomita, senza filtro umano alcuno, è madre-matrigna generosa e temibile.

Ricordo un vecchio affresco poimpeiano, il vulcano dipinto come monte coperto di uva e di pampini: nemmeno se ne sospettava la pericolosità, allora.

Pompei, solo a nominarla, provoca un brivido di bellezza e di sgomento: chi dimenticare quei calchi umani imprigionati dalle ceneri e come ombre dissolti nell’istante ultimo del loro dolore mortale?

Diversamente, nominando il vini definiti dalla norma Pompeiano IGT, i ricordi terribili sfumano dolcemente nel richiamo alla vita: il Vesuvio dorme il sonno di una pace provvisoria, l’uomo ha riconquistato le sue pendici per poi abbandonarle e ancora riscoprirle: andirivieni che è storia sociale dell’Italia agricola, divenuta industriale, oggi in cerca di se stessa.

Il vulcano, quieto, porge i suoi frutti, nutre le viti sui suoi fianchi di terra vulcanica nera, sabbiose alla sua base: Falanghina e Piedirosso su tutti, ma non i soli.

I Pompeiano di Sorrentino, Piedirosso e Falanghina, sono un buon viatico: territorialmente riconoscibili, da agricoltura biologica, hanno tra l’altro i pregi di una buona reperibilità ed accessibilità. Mi piace qui riportare alcune note di degustazione.

Pompeiano Piedirosso “7 moggi ” 2015, Sorrentino, 12,5 gradi.

Il Piedirosso è uno tra i segreti meglio nascosti dell’enologia italiana: noto all’appassionato smaliziato ed al degustatore professionista, sfugge ancora al grande pubblico, sebbene abbia tutte le doti per essere amato e felicemente bevuto; sottostimato, forse, perché spesso usato ad ingentilire la poderosa struttura dell’aglianico.

Il Piedirosso è tutto genio e sregolatezza: di beva spesso lieve e danzante, ha profumi ammalianti e caleidoscopici fino a stordire, che trascolorano, a seconda dei terreni e delle vinificazioni, da eleganze quasi estenuate a profumi animali, virili, minerali.

Nell’areale napoletano dei vulcani, da Ischia ai Campi Flegrei al Vesuvio, origina vini estremi per classe ed originalità.

Questo “7 Moggi”, prodotto in regime biologico a circa 400 metri di altezza, incanta col suo colore rubino trasparente, dai riflessi quai porpora. Ruota nel calice leggero eppur viscoso e difatti crea lacrime lente, fitte, persistenti, mentre immediato rilascia un profumo molto intenso, caratteristico, pulito, di viole e di frutta rossa soprattutto, e di frutta nera matura, quasi lampone e mirtillo fossero spremuti freschi, sfumando fino alla confettura di susina, ma casalinga, con cenni di arancia rossa, cola, carruba. Su tutto si stende un velo profondo come la notte di zolfo e di affumicato, quasi incenso e cera, che ricorda l’origine vulcanica dei luoghi delle vigne.

Carezzevole, morbido, ha gusto concentrato e corpo medio, con acidità media del pari, così come il tannino che è rotondo, molto profondo e persistente.

Tutto l’insieme è sostenuto da una grande salinità (proprio sale grosso, non fine), esprimendosi su una lunghezza più che discreta, con l’alcol relativamente contenuto e ben equilibrato. Resta però un rosso felicemente meridionale, che trasmette un piacevole senso di calore.

È un vino dal tratto giovanile, ma non immaturo: una fanciulla adolescente col suo lato sensuale e torbido (ripenso a certi licenziosi affreschi pompeiani!).

L’ho gustato con piacere su un caciocavallo di media stagionatura. Lo proverei su una pizza e qualche primo col sugo di pesce, giocato su sapori forti come spada, tonno, sugarello, palamita. Mi pare una sicurezza su coniglio e pollame. Addirittura, l’azzarderei per un aperitivo di gran lusso, all’insegna di un inarrivabile stile italiano.

Pompeiano Falanghina 2015 , Sorrentino Vini, 12,5 gradi.

La Falanghina è talmente alla moda ormai che rischia di essere fraintesa.

Sbaglia chi ritiene dia vini facili: semmai, se ben lavorata, origini vini di estrema preziosità e lievi, sciolti, specie nel biotipo flegreo che immagino sia la base di questo Pompeiano, che si offre alla vista limone assai tenue, trasparente, lasciando sul calice gocce rapide e nervose, ma non persistenti.

Ha profumo intensissimo e concentrato, fresco ed arioso: fiori gialli e agrumi (il mandarino, in particolare) virano al dolce miele di zagara, con una nota di pepe verde contrastante la frutta a polpa gialla e persino l’ananas tropicale. Poi c’è il marchio del vulcano: un’idea di zolfo e di affumicato che è una sorta di terza dimensione: è pietra al sole, acciaio caldo. Un appassionante susseguirsi di durezze e suadenze.

Al sorso tutta la delicatezza della Falangina. Gusto concentrato, col mandarino ancora in evidenza insieme alla menta, al cappero, alla mandorla. L’acidità mediana, così come l’alcol, nel suo corpo ristretto sono in splendido equilibrio. La salinità notevole, figlia del territorio, contrasta un residuo zuccherino lievissimo, creando un bel gioco rotondo e piacevole.

O, piuttosto, è un contenuto notevole di glicerina a creare l’effetto e ingannare?

Salinità, acidità, carezza glicerica: gode il tatto con questa Falanghina aera, flessuosa, passante, flessibile, leggera ma intensa; che attacca netta, avvolge la bocca setosa e sfuma delicata come brezza. Gusto e aroma avvolti in una trama fine: un merletto.

Viene spontaneo il collegamento con certa arte napoletana, raffinatissima nelle minuzie: scultura, pittura, musica; semplicemente, si pensi ai dettagli del presepe popolare.

L’ho avuto in tavola, con piacere, su una mozzarella di bufala, vorrei provarlo su una zuppetta di cozze.

Gli esempi più artigianali di Falanghina flegrea e del Vesuvio sono magari più articolati, ma la felice beva di questo non si dimentica.

Forster Ungeheurer Riesling Spatlese Trocken, Pfalz, 2004, Reichsrat von Buhl, 12 gradi.

“Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra, limava gli scalini e le catene, ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga.” (Da “Il deserto dei Tartari”, di Dino Buzzati).

Il Riesling tedesco fu uno tra i miei primi innamoramenti quando cominciai ad assaggiare consapevolmente i vini. Così diverso da qualunque altro avessi fino al allora assaggiato, mi pareva una scoperta incredibile, come se i degustatori più esperti mi avessero passato a mezza voce un segreto iniziatico, la parola d’ordine che dava accesso a un circolo ristretto.

Vallo tu a spiegare a un ragazzo di vent’anni o poco più che la storia del Riesling tedesco è lunga e gloriosa, che sono vini di fama mondiale e che se allora non circolavano più ampiamente in Italia (ormai qualcosa si è mosso, mi pare), era solo colpevole campanilismo.

I miei primi assaggi furono bianchi della Mosella. Scoprii in seguito che anche altre aree tedesche erano capaci di esiti qualitativi altissimi e sostanzialmente diversi.

Ricordo un viaggio a Monaco di Baviera, all’inizio dell’estate del 2008; l’acquisto di un certo numero di bottiglie in uno storico negozio del centro, cupo e monumentale nelle sue sale rivestite di legni antichi intagliati; tra esse, alcune del Reichsrat von Buhl, inclusa la presente.

Fu la scoperta del Palatinato, continuazione dell’Alsazia in Germania seguendo il corso del Reno, e dei Riesling secchi lì prodotti. Fu la scoperta di questa cantina di antica fondazione (1842), all’epoca assai tradizionale, che mi parve subito eccellente; ed anni dopo ebbi l’occasione di partecipare a Londra ad un’ampia presentazione dei loro vini (sarà stato il 2013), trovandoli tutti, immancabilmente, ottimi: immagini speculari di singole entità territoriali, entusiasmanti per la loro individualità.

Ricordo, tra parentesi, che vennero mostrate le fotografie delle vigne, bellissime e curate come giardini, e delle vecchie botti di legno, enormi e adorne di incisioni finissime.

Ma col tempo la realtà cambia.

Leggo che proprio nel 2013 l’azienda passò di mano. Etichette nuove, di dubbio gusto, hanno sostituito quelle storiche e non lasciano ben sperare. Inoltre, questo vino, che proveniva dal Cru storico Ungeheuer, non viene più prodotto, preferendo assemblarlo a quelli dei Cru Pechstein e Jesuitengarten. Male: il mercato del vino di qualità premia l’approccio opposto.

Questo Ungeheurer di von Buhl del 2004 -fantasma enologico, vino estinto- è però splendido e strabiliante, di incredibile longevità e vigore giovanile, sin dal colore: un limone luminoso e vibrante, che vira sui toni dell’agrume più maturo solo a 36 ore dall’apertura.

I profumi sono intensissimi e complessi, in evoluzione ma ancora miracolosamente giovani, perché gli agrumi freschi -il limone, il lime, il cedro, il mandarino- si uniscono alle erbe ancora madide di rugiada: menta, alloro, muschio; e gli idrocarburi -netti- non li prevaricano. Ammorbidiscono appena il quadro, quasi colore steso col polpastrello, accenni di sesamo, una speziatura molto lieve (forse pepe bianco), e più lieve ancora il cioccolato bianco: ombre sensuali che riscaldano una perfezione anodina.

Sul palato! Una sferzata danzante e traslucida, con spigoli a vista ma magicamente armoniosa; una fantasmagoria ardita e armoniosa come le Jeux di Debussy nell’interpretazione -indimenticabile- di Victor de Sabata con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, lontano disco degli Anni Quaranta.

Un’incisività nitida e sbalzata, fin dall’attacco, che si espande con un’accelerazione rapinosa in bocca, rilasciandovi al culmine una frustata sola, secca, per poi distendersi lateralmente e blandirla, accennando avvolgente erotismo; penetrandola quindi ancora in profondità, stordendola prima con la dolcezza conciliante di un minimo residuo zuccherino, poi picchiettandola insistentemente con una vena salina lunga e continua. In mezzo -al centro della lingua- l’esplosione sferica di un sapore incontenibile, che persiste per minuti interi, verticalizzandosi sull’acidità altissima; infine acquietandosi in equilibrio perfetto, tuttavia instabile, che induce a indice a salivare e ad approcciare un altro sorso, su ritorni di amaretto e di sale.

È un bianco di bellezza superba e guerriera, che si piega alla malia di una sensualità diafana e lunare.

Sole e luna, maschio e femmina per questo vino da trionfo wagneriano, perché tale lo bevevano -son sicuro- gli dei della Tetralogia nel Walhalla: questo il vero oro del Reno.

Stasera, a 15 anni dalla vendemmia, lo gusto su una focaccia di Recco al formaggio: matrimonio sorprendentemente perfetto.

Fiano Vignolella 2016, Cantina Barone , 13,5 gradi.

Il Cilento si stende molle e indolente come il suono del suo nome, dalle pianure assolate e afose di Battipaglia fino alle rupi ostili di Palinuro.

In mezzo è un susseguirsi di costa dolce, di litorali sabbiosi color dell’oro, di baie incantate, di impennate improvvise di roccia: promontori più disposti ad accogliere, che a scacciare.

Verso l’interno, si levano colline dolcissime, trionfo dell’ulivo; poi monti boscosi, fitti ma mai arcigni, nemmeno nelle parti più remote, al Vallo di Diano e a Padula.

Il clima è dolce del pari: la luce luminosa del sole, intensissima per il riverbero marino, lo scalda, ma le brezze del Tirreno e quelle montane creano un gioco di correnti che lo mantiene ventilato; né manca la pioggia.

E di tanta dolcezza incantata si nutrono i frutti della terra e persino quelli del mare: dolci le alici di menaica; dolci e polposi i fichi locali; dolci, lattee e carnose le mozzarelle di bufala locali; dolce e rotondo l’olio.

La sapidità è certamente presente nei sapori di questi ed altri prodotti cilentani, che possono essere forti fino alla violenza, ma sono solo accordi in una musica che è tutta un blandire, un molcere, un obliare, un carezzare, cullando nell’abbandono di un’estasi seduttiva.

L’uva fiano, che nella fredda e montuosa Irpinia si esprime in vini di finezza e dirittura, in questo molle clima cilentano si piega anch’essa al sortilegio, modellandosi in vini ampi, maturi, rotondi, morbidi in bocca, vividi di succosità procace.

Questo Vignolella 2016 della Cantina Barone, sita in Rutino, testimonia emozionando quell’idea di Fiano territoriale.

Il suo colore limone trasparente, un po’ pallido con suoi riflessi ancora verdini e quel velo lento, più che gocciole, che lascia sul calice, può giocar l’inganno di magrezze nordiche, ma il suo profumo trasparente e paradigmatico di fiano, con agrume, farina di castagna ed erbe fresche, come la ruta, si apre a una pienezza solare e splendente, venandosi di alga posidonia, di minerali: cenni di ruggine e rena sono ricordi di giorni marini.

Più ancora, è al sorso che appaga: piacevolissimo, arioso, tra sale vivido, lucente, e misurata dolcezza. Stuzzica e blandisce: conquista con la sua rotonda tornita bellezza, mentre accoglie con la cadenza del dialetto di un poeta locale. Ha acidità media, ma non ne serve di più; e la lunghezza più che discreta, bastante; perché vive evocando sensualità e rilassatezza cilentana, e con esse emoziona.

È bianco eccellente su una varietà di preparazioni, tra terra e mare. Oggi l’ho goduto su mozzarella di bufala campana e pomodori datterini.

Friulano Colli Orientali del Friuli 2008, Gigante, 13,5 gradi

Che il Friuli sia regione bianchista eccellente è noto da tempo: ricordo vagamente uno scritto lontano di Veronelli, che evocava una divisione per gran Cru del Collio; e Soldati ha lasciato pagine altrettanto perentorie.

Ciò nonostante, dopo decenni, mi pare che sfugga ancora la misura dell’eccellenza.

Spesso i bianchi friulani si bevono giovani, con gran piacere, ma così mi pare qualcosa vada perduto.

Un conoscitore profondo del vino friulano non sono, ma qualche fortunoso assaggio di bianchi invecchiati l’ho avuto: bottiglie del Collio, dell’Isonzo, dei Colli Orientali, riportate da viaggi di lavoro o piacere, poi rimaste – non dimenticate- nella mia cantina per mille motivi.

Ebbene: credo che il prolungato affinamento in vetro aggiunga loro una nuova, profonda prospettiva.

Il Friulano particolarmente (o Tocai, come ancora molti lo chiamano malgrado la norma) trova allunghi emozionanti, sebbene la sua delicatezza acida scoraggi apparentemente l’invecchiamento.

Qualche tempo addietro rinvenni in un cartone questo esemplare dei Colli Orientali, annata 2008. Frequentavo spesso l’azienda Gigante, ogni volta che capitavo ad Udine per lavoro. Mi piaceva tutta la loro ampia produzione ed il prezzo era calibrato. 

Questo era il Friulano “base”, difatti esisteva – credo esista tutt’oggi- una selezione da vecchie vigne. Immagino perciò fosse inteso per un consumo solo moderatamente differito.

Invece mi ritrovai nel calice un Friulano undicenne di stupefacente tono e tenuta, plasmato dal tempo, straordinariamente aristocratico, elegante e sensuale: uno splendore dorato, con profumi di frutta a polpa bianca, gialla e tropicale; e note vegetali di erbe su un fondo morbido di burro d’arachidi. 

Assaggiandolo: ampio, preciso, continuo, avvolgente, su una salinità ritmatissima: una lunga, dinamica souplesse.   

Quasi un mosaico, quasi un manto regale. 

Il tempo, il tempo, il tempo.

Lo godetti eccellente su tortino di acciughe e patate. 

Malvasia Salina DOP Francangelo 2016, Punta Aria, 12,5 gradi.

Era l’agosto del 2007. Di stanza a Panarea, si andò a Salina con l’aliscafo. Là si prese uno scooter per girarla. Questo il mio ricordo: sole, roccia, vento, mare: la natura vulcanica sembrava respirarsi nelle nari.

Rammento una tratta, guidando, col sole che meriggiava: a destra il mare, quasi strapiombo, che biancheggiava agitato; a manca la roccia nuda caldissima rilasciava vampate: pensavo fosse residuo del vulcano spento, invece era solo scirocco fortissimo, presumibilmente.

(Finimmo difatti per passarvi la notte, interrotti i collegamenti in aliscafo; nemmeno noleggiando privatamente un motoscafo si tornava. C’era, combinazione, Massimo Lopez in fila con noi ad informarsi e pensai che la natura non guarda in faccia nemmeno ai VIP; lui si comportava, onorevolmente, da turista qualsiasi, e l’apprezzai. Dormii lì, in una stanzetta al piano terreno, proprio dietro al porto. Al mattino, una colazione luculliana in una pasticceria stile Anni ’70, della quale ho scordato il nome, ma che era buonissima. Sfogliatelle, cannoli, dolci al pistacchio. C’era un signore anziano, pantaloni corti e camicia a quadri leggera, un po’ aperta, intento alla sua colazione e a leggere il giornale. Lo salutarono con familiarità e deferenza, quando uscì. Mi convinsi che fosse Andrea Camilleri. Probabilmente non lo era, ma mi piace continuare a crederlo).

Nel girovagare, pampini verdi su terra ocra, allevati bassi, un po’ ovunque. Già allora sapevo della fama del vino di Salina, ma non rammento se l’assaggiai; in caso, non mi conquistò; ma avevo un altro gusto e un’altra testa, allora.

Tuttavia, vivissimo il ricordo di quell’isola e il rimpianto di non esservi tornato.

Qualche tempo addietro, amici mi regalarono questa bottiglia di Malvasia secco, di Salina: bada, amico o amica che mi leggi, non la celebre e meravigliosa versione passita, che tanti conoscono. Questo è vino da pasto, raro a trovarsi fuori zona.

Attendi attendi, mi son risolto oggi di aprirlo su spaghetti al pesto di pistacchio, appena approntati.

Intelligente intuizione, perché l’abbinamento funziona; ma inaspettata è la bontà caratteriale di questo vino.

Non si misura un punti, una Malvasia così: parla emozioni, non numeri.

Tre anni d’età ed una permanenza, mea culpa, lunga in frigo, tale da sfibrare.

Tuttavia nel calice ho un liquido luminosissimo, color limone carico, con riflessi cangianti tra il verdino e l’oro, che lascia appena un velo lieve sul calice: dura una quindicina di secondi, poi scompare, senza generare gocciole.

Il suo profumo è una cartolina pulsante di Salina: il sole, il vento, il mare, la macchia, i capperi, l’uva dorata al sole, un bagliore affumicato, in una mimesi affascinate e sconvolgente. Suggestione? Forse. Menzioniamo allora l’uva spina, a completarne il profilo, e la lavanda, e il lime. Appena, con l’età, balugina zucchero filato.

Evoca il Mediterraneo, ma declinato in freschezza, rammentando l’origine del nome Eolie: da Eolo, dio dei venti, ritenuto qui abitante.

Vieppiù si rinnovella al sorso: leggero, ma ben presente, nervoso di una acidità ardita e sorprendente: essa spinge come folate di vento, impietose, e muove il vino donandogli vigore, slancio, ritmo quasi implacabile, che da un attacco morbido sulla punta della lingua incalza verso un finale lunghissimo, col sostegno di una salinità martellante.

Il contrappeso della sensualità morbida ed orientaleggiante della Malvasia completa il quadro: obliquo, sbalzato in chiaroscuro, con la pennellata grassa, ma guizzante e nervosa.

Un bel godere, davvero. Peccato la reperibilità, che temo scarsa.

Se ti interessa, amica o amico che mi leggi, aggiungo che il vino è certificato biologico.

Il Vermentino de La Fralluca (ed un piccolo bonus).

Da Bolgheri a Follonica, il Tirreno è una lamina d’acciaio ineludibile sotto un cielo di cristallo, che riempie l’aria del suo respiro e dei suoi riflessi: la luce, qui, ha un’intensità pura, altrove impensabile. Le lunghe lingue di spiagge sabbiose, bordate verso la terra ferma da macchie, pinete e leccete, sono spartite dal roccioso promontorio di Populonia e Piombino: a nord, il Golfo di Baratti conosce un ultimo sussulto di roccia, per poi distendersi quieto verso Rimigliano e San Vincenzo; a meridione, il Golfo di Follonica si apre ampio come un abbraccio materno: la terra della Val di Cornia, agricola, scura e gravida, si congiunge al mare.

Quel tratto di costa che si incardina sulle località di Carbonifera e Torre Mozza è frequentato con ragionevolezza anche in alta stagione: bimbi che giocano felici, nonni, coppie innamorate, amici in zingarata, ognuno trova il suo spazio con accettabile convivenza.

Tuttavia basta dirigersi pochi chilometri verso l’interno per un cambiamento radicale: oltre i campi del fondovalle, una prima fascia di alture morbide dai suoli argillosi, rossi, ferruginosi, sovente vitata; poi colline che si alzano ripide, quasi imbizzarrite voltassero brusche le spalle al mare. Là, silenzio e solitudine, una natura quasi selvatica. Là, il mare un ricordo lontano, ché vi soffia tramontana fredda la sera, incanalandosi dai borri interni. Esse formano come una fascia da nord a sud, parallela alla costa ma separata da un diaframma, dove si trovano i centri di Monteverdi Marittimo, Monterotondo Marittimo, in parte i comuni di Suvereto e Massa Marittima. 

Potenzialmente, una zona di vocazione enologica peculiare; legalmente, ricompresa sotto varie denominazioni, quali Val di Cornia DOC, Suvereto DOC, eccetera; nella pratica divulgativa e nella mente del consumatore, diluita nelle menzioni generiche di Costa Toscana e di Maremma.

C’è una strada sterrata, poco oltre l’abitato di Suvereto, che sale alla località Barbiconi. Alcuni chilometri in morbida pendenza, che dimenticano presto i molli campi coltivati per tuffarsi in una macchia impenetrabile e selvaggia, con affioramenti vivi di roccia, e le colline intorno a contrafforte, serrate come un giogo. Finché all’improvviso la strada sale ripida, lungo una curva scandita da giovani cipressi, mentre intorno si apre un anfiteatro naturale, quasi un ferro di cavallo su se stesso concluso e vitato da un lato, dove il suo limite assume la forma una sella. La terra è bianca: roccia calcarea, nuda qui e là. La ventilazione, costante. La luce, intensa, dettagliata, tuttavia diffusa. L’altezza, 120 metri sul livello del mare. Attorno, la macchia incontaminata e un incredibile tripudio di profumi, di fiori di campo ed erbe e più ancora di farfalle coloratissime e grandi. 

La marina è preclusa ai sensi ed al ricordo.

Credo che un giorno due ragazzi percorressero quella strada, dopo un lungo peregrinare alla ricerca di un luogo dove avverare il loro sogno di cambiare vita, lasciare la città e il lavoro nelle grandi aziende multinazionali. Francesca e Luca. Quando giunsero all’anfiteatro c’erano all’epoca campi incolti e pascoli, abbandono e nessunissima vite, ma intuirono che quello fosse il luogo giusto per il tipo di vino che avevano in mente: longilineo e fine.

Lì oggi c’è l’azienda La Fralluca, che si giova della combinazione di terre sassose e calcaree, del sole che nel suo corso bacia tutti i vigneti , disposti a corona sui versanti della collina; delle forti inversioni termiche notturne, con l’aria fredda che si incanala a settentrione dalla parte di Monteverdi Marittimo. Di là, e da Larderello, arrivano solitamente i temporali, che spesso si scaricano qualche centinaio di metri prima, su una fascia di colline verdi. Le argille rosse tipiche di Suvereto, qui sono assenti.
Per le peculiarità territoriali, svelate dall’opera tenace di Francesca e Luca, ritengo che il nome “La Fralluca” dovrebbe essere riconosciuto ed individuare un Cru.

A La Fralluca producono ottimi vini, bianchi e rossi, secondo uno stile preciso, controllato, soprattutto trasparente: pulizia esecutiva ed equilibrio compositivo sono i mezzi impiegati perché l’annata e il territorio si esprimano al loro meglio. Qui l’evoluzione esecutiva è consapevole sottrazione.

Tra tutti il Vermentino Filemone, dalla vigna esposta a sud-est, è il loro vino più rappresentativo e quello che più sinceramente ho amato, perché rappresenta un’ipotesi di Vermentino obliqua, ma perfettamente coerente: estremamente nordico da non parere affatto maremmano, fresco, persino più dritto e quintessenziale di quello dei Colli di Luni, riesce solitamente a sfoggiare una stupefacente tavolozza aromatica; la florealità, la beva sapida, il sottotraccia idrocarburico, la giocosità sulla tavola sono i lasciti che, amo immaginare, gli dona la terra toscana.

Riporto qui tre assaggi del Filemone, disegnando una piccola verticale seppure siano avvenuti in epoche leggermente diverse. I vini sono stati acquistati in cantina, tranne il 2008 che mi è stato gentilmente regalato dal produttore, e consumati di lì a poco e ben conservati nell’attesa.

Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2016, La Fralluca, 13 gradi. Assaggio del 25 giugno 2017.

Estratto il tappo Diam, il vino si svela in fase giovanilissima, con riflessi verdini, limpidissimo e luminoso. 

Una delizia il profumo intensissimo, di salvia e basilico, fiori di sambuco, uva spina, un agrume fresco e morbido come il lime e un tocco di cedro e di pompelmo. Fiori, fiori, fiori sono la sua cifra elegante e precipua, E, al naso mio, sedano e cetriolo, nel senso delle verdure più fresche, vedi succose ed estive. 

Drittissimo al palato, ma gustosissimo: ad un attacco morbido e discreta ampiezza risponde subito un’acidità altissima, quasi viperina ed elettrica, ed una notevole salinità: un sorso che ha l’argento vivo addosso. La sua persistenza finale è lunghissima, in perfetta armonia dei componenti, con un ritorno aromatico di fiori di campo: cardo, sulla, camomilla. L’alcol, è come non ci fosse: avverta appena un lieve calore dopo minuti dalla deglutizione, ma ancora si sentono il sale, la freschezza, il gusto. 

Un vino superbo, gustato con piacere su spaghetti all’acciuga, ma sperimentato poi con esiti meravigliosi su quelli alle vongole, sui fritti di mare, sul pescato nobile. Senza tema, uno dei massimi Vermentino della mia piccola vita di assaggiatore. 


Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2015 La Fralluca, 13 gradi. Assaggio del 14 luglio 2017.

Nonostante provenga dal millesimo precedente, più caldo e asciutto, conferma il suo profilo nordico, in un assetto gustativo – al momento dell’assaggio- più riposato rispetto al 2016. Rispetto al suo giovane fratello, è più ampio e accogliente, magari lievemente meno articolato. 

Al profumo svettano i fior bianchi e la salva; si dipana la frutta a polpa bianca, con volute di sambuco e ribes bianco; si fa strada una idea di idrocarburo, ancor vaga. Il suo corpo è un peso medio che vibra di acidità notevolissima. È gustoso, lungo, appena un po’ alcolico nel finale, comunque buonissimo. 

Si conferma un gran cru maremmano. 



Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2008 La Fralluca, 12,5 gradi. Assaggio del 6 luglio 2018.

Il suo colore è limone di media profondità, incredibilmente giovanile visti i suoi 10 anni. Sono le gocciole fittissime, frastagliate, persistenti a suggerirne l’età matura, come il sole alto rivela l’ora più luminosa del giorno. Vino roccioso fin dalle sue movenze nel calice, misurate, energiche. 

Difatti è saldissimo: non una sfrangiatura dovuta all’età o all’alcool. All’olfatazione è molto intenso, concentrato, complesso, fitto. Sono, per primi, profumi di fiori bianchi e gialli, tra sambuca a ginestra, a tenere il campo. Sotto, si dispiega un tappeto orientaleggiante di agrumi maturi e canditi, a volute, tra i quali il pompelmo è preminente. 

Sono come accenni morbidi della mano sinistra di un venerando direttore d’orchestra la frutta a polpa bianca, primariamente pesche, e tropicale: il melone e l’ananas, che ritorna, spiccata, nel retrogusto. Si ergono come fondamenta e colonne portanti, la roccia minerale e l’affumicato della permanenza sui lieviti: sono suggestioni di idrocarburi, cerino spento. Al sorso è ben secco. 

Incede, diretto, deciso, seppur avvolgente: in maniera quasi toscaniniana – parlassimo di interpretazione musicale – va dritto al sodo: punta al cuore senza svenevolezze. 

Elegante, virile, gustosissimo, si riconferma saldissimo, roccioso, dall’equilibrio perfetto, per tutta l’arcata palatale. Attacca e prosegue deciso; si distende con un allungo notevolissimo, combinando abbondanza di sale e un’acidità ancora altissima, seppur avvolta in un corpo davvero pieno e con grandissima concentrazione di sapore, in piena rispondenza ai richiami olfattivi. Tutta la sua ipotesi gustativa, si sorregge su quella vena acido-salina che lo mantiene vibrante. 

Il finale non solo è molto lungo, ma cadenzato, ritmato, con un’ alcolicità piacevol e lieve , che innesta, sorpresa delle ultime battute, una nota delicatamente ammandorlata. 

Un Vermentino stupefacente e trionfale, che ho gustato eccellente su tartare di tonno rosso ( condita solo a olio, sale grosso, pepe nero, rosmarino) e focaccia di Recco.


Un piccolo bonus.
Mi recai a La Fralluca, la prima volta, il nel giugno del 2017. Ero in vacanza alla Baia Etrusca, in una casetta candida posata sulla rena della spiaggia, con un terrazzo incantato sul mare. Di fronte, qualunque l’ora, il sole, le onde, l’aria fresca, l’Isola d’Elba e il cielo.
Non ricordo che cosa ci fosse in tavola, ma volli aprire un rosso delizioso e lieve che avevo appena acquistato alla Cantina, rinfrescato un poco nel frigo. Anch’esso, nelle mie note di allora, còlte nella presa diretta d’inizio estate e della tavola, dimostra la bontà del territorio de La Fralluca e delle mani che vi operano.

Fillide Toscana Rosso IGT 2013, La Fralluca, 14 gradi. Assaggio del 19 giugno 2017

Sangiovese, Sirah, Alicante.

Rubino scuro e fitto, ma con belle trasparenze e luminosità scintillante. Gocciole irregolari, che formano prima un’ondata veloce, poi una seconda più lenta e persistente. 
Profumo intensissimo, maturo e mediterraneo, ma freschissimo come una brezza odorosa. È nitidissimo e preciso, mantenendo comunque un profilo naturalmente sciolto, giocato sui profumi primari e secondari. 

C’è frutta rossa e scura, carnosa eppure croccante: dalla susina alla mora, al mirtillo; ecco un tocco di corbezzolo e di alloro, di pepe forse; netta la ciliegia del Sangiovese, la liquirizia dell’Alicante ed, attendendo, anche un po’ della sua fragola. Poi un insieme di cocco, tabacco, di affumicato del legno, evidente sì, ma ben integrato e piacevole: costituisce in un certo senso un arrotondamento sorridente, educato ed elegante, perché qui la volgarità non è di casa. 

In bocca è anche più elegante: fitto, gustoso, continuo e irradiante, fresco di un’acidità notevole, con un tocco salino. È pienezza unita a leggerezza, perché il corpo c’è, eccome. Anche il tannino abbonda, ma ha grande finezza: una regolarità gessosa. All’attacco è dolce ma slanciato, poi gustoso e stuzzicante, infine assai lungo, appena marcato dall’alcol.

 È un vino facile, ma non semplice, molto buono e centrato. Sta sulla tavola di tutti i giorni, se ci si vuol concedere un lusso.

Greco di Tufo Franciscus 2013, 12,5 gradi, Cantine Di Marzo (e due parole sul biodigestore che si prospetta in Chianche).

Il 23 novembre del 1980 l’Irpinia fu colpita da un terremoto devastante.

“Caratterizzato da una magnitudo di 6.8 (X grado della scala Mercalli) con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania, causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti.” (Wikipedia).

“Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano.” (Alberto Moravia, in “Ho visto morire il Sud”).

“L’uso di 50-60mila miliardi stanziati per l’Irpinia rimase un porto nelle nebbie […] quel terremoto non aveva trasformato solo una regione d’Italia, ma addirittura una classe politica”. (Indro Montanelli in “Le stanze”).

Esistono luoghi o regioni che per noi diventano mitici pur senza avervi mai messo piede, perché l’immaginazione ce li mostra, li finge davanti ai nostri occhi e ci prende per mano e ci porta in volo: camminiamo le strade, poi ci alziamo sui boschi, ne conosciamo i paesi e le pietre dure, i visi scavati e gli occhi della gente e la loro favella. Mille i misteri, mille i sussurri, mille le ombre: per esse cominciamo ad amarli quei luoghi, diventano quasi un nostro rifugio ideale. Così per me l’Irpinia verde, l’area campana più montuosa e chiusa in se stessa, forse la più intatta per larga parte, malgrado le ferite del tragico terremoto del 1980. Il sogno immaginifico si basa sulla concretezza di fotografie che mostrano vallate verdi, cime imperiose: parrebbe una zona prealpina, se non mantenesse un’impronta d’inconfondibile unicità, una luminosità meridionale nonostante la lunghezza ed il rigore degli inverni spesso nevosi, ciò che ne accresce il fascino.

C’è un paese, Tufo, che potrebbe essere lo scenario ideale di un racconto gotico: il silenzio dei monti irpini intorno, le case affastellate, le miniere di zolfo abbandonate, ma con gli obliati ingressi ancora visibili tra la vegetazione selvaggia, monumentali come usava nell’Ottocento; e c’è un palazzo massiccio come una fortezza, alto come una torre, ardito sul paese a precipizio, che pare scolpito nella rupe stessa tanto è consunto dagli elementi e lascia dubbiosi se sia elemento naturale o rovina. Nel ventre ipogeo delle sue cantine, tortuose gallerie ruvide scavate a viva forza di braccia nella roccia, nascono i vini di Cantine Di Marzo e, soprattutto, il Greco, bionda gloria di Tufo, oro liquido che risale la terra e le infere vene sulfuree fino al cielo attraverso le radici, i pampini e i grappoli della vite; ebbro demone dionisiaco, che – nel gotico romanzo della mia fantasia – nutre le passioni affocate degli amanti, la cupidigia venale degli invidiosi, il ristoro dei consunti viandanti, il coraggio degli armigeri, la lunga tenebra insonne degli assassini, la veggente meditazione del savio.

Dio di lucente bellezza questo Greco di Tufo delle Cantine Di Marzo, paradigmatico. Tappo di sughero intero, lungo e compatto, di serissimo intendimento. Ancora i suoi quattro-cinque anni sono vinti da un giovanile color limone di media profondità e di incredibile, abbagliante brillantezza. Un velo, sul calice, che si trasforma in gocciole rade e lente mentre si ritira. Le narici debbono respirarne il profumo, ficcante, citrico, in evoluzione appena accennata, di aldeidi, di limoni, di cedri, con l’alternanza di memorie floreali e sulfuree (lo zolfo del ventre delle miniere di Tufo), in equilibrio con una mineralità che sa davvero di pietra grezza erosa e d’acciaio, con l’insinuarsi lieve, da orto dei semplici, di erbe aromatiche medicamentose e curative, e di rucola. Con l’accortezza essenziale di non berne troppo freddo, perché sprigioni note nascoste di rosa bianca, litchi e alchechengi, delicatissime ma sempre più focalizzate, ed un velo di nocciola fresca.

La bocca lo cerca, lo vuole, si fa avida del suo ampio corpo: un rosso travestito da bianco, con una lama di acidità (che è altissima) avvolta nello spessore di una gran stoffa, per un sorso nervoso e inquieto in una sua ansia direttissima, verso un fine ed un epilogo lunghissimo, lontanissimo al limite dell’orizzonte, con una risonanza precisa e affilata, eco estrema del riverbero di infinite colline e di profili di montagne aguzze. Secco, assai salino, di sapore compresso come una molla, che replica il profilo olfattivo aggiungendovi frutta a polpa bianca, mela verde e anche pere annurche. Di incredibile, quasi insostenibile tensione, abbagliante e anodino, tuttavia con un calore umano nel senso di impresa eroica, che nella sua decisione non conosce ripensamenti, ma lascia la strada aperta ad infinite, minutissime delicatezze, quasi fotogrammi istantanei di un paesaggio fatato ripreso da un treno in corsa, così veloce che appena l’immagine si distingue è già è svanita. Un vino che può anche risultare difficile in questa fase, ma dalle enormi promesse.

L’ho avuto su un misto crudo di crostacei e molluschi: la dolcezza dei primi soggiacendo alla sua forza virile, mentre coi fasolari il dialogo è stato rispettoso e garbato, amichevole coi cannolicchi, con le ostriche paritario e sincero.

Puoi fidarti, amica o amico che mi leggi: per una scelta aziendale volta a privilegiare la specificità dei singoli vigneti, non troverai più questa etichetta, ma sono gran vini, come questo, tutti quelli delle Cantine di Marzo, persino il loro metodo classico, da uva Greco anch’esso (facile sospettarne la vocazione, con quell’acidità).

Quindi: grandi vini in Irpinia, un territorio incontaminato da sogno romantico e gotico, con paesi che potrebbero vivere di turismo enogastronomico, naturalistico, aggiungendo attrattivi parchi di archeologia industriale.

Così purtroppo non è, malgrado gli sforzi compiuti per lo più da singoli imprenditori, che cercano di affrancare l’Irpinia da un passato di povertà, sfruttamento e, peggio, di speculazione sulle disgrazie.

Certamente i flussi turistici si orientano verso la costa, o verso le grandi rovine di Pompei, o verso la magnificenza della reggia di Caserta; difficile portare la gente fra questi monti. Eppure, piano piano, un po’ con l’associazionismo, un po’ coi presidi Slow Food, parecchio per il fascino delle tre grandi DOCG (Taurasi, Fiano di Avellino e, appunto, Greco di Tufo), il circolo virtuoso sembrerebbe innescato.

Ecco che ora invece si vuole abbattere una nuova disgrazia sull’Irpinia, mortificando ciò che di più sacro, prezioso e irripetibile essa possa avere: il territorio. Si progetta infatti un biodigestore in Chianche, a sette chilometri da Tufo.

Io nulla so delle caratteristiche tecniche di quel progetto, né della sua sostenibilità economica, se non che dovrebbe trattare 35.000 tonnellate l’anno, più del fabbisogno provinciale. Però so che le strade sono inadatte al volume di traffico richiesto dal pronosticabile via vai di camion; che gli impianti di biodigestione sono sospettati di rilevanti rischi microbiologici; che l’impatto estetico sarebbe devastante. Difficilmente potrebbe esserci un futuro turistico nell’areale, con un impianto di quelle dimensioni. Ad esempio: se fosse stato costruito a Montalcino, giù nella valle verso a Sant’Antimo, oggi la località non vivrebbe il benessere del turismo, ma solo la miseria e l’imbruttimento industriale.

Perché allora voler infliggere questa ulteriore disgrazia all’Irpinia, che ha già tanto sofferto?

Evidentemente di tutto questo non si cura il sindaco di Chianche, Carlo Grillo, sostenuto da una lista civica, per interessi locali di vedute ristrette. La solita malattia campana, qui come a Velia, dove gli amministratori di zona hanno sistematicamente ignorato la legge speciale in tutela del parco archeologico, patrimonio Unesco (certo, vietava le nuove costruzioni e la relativa speculazione!).

Nè, evidentemente, interessa i vertici della Regione, a partire dal Governatore; ma davvero non ci sono siti più adatti in tutta la Campania, magari ex-aree industriali prossime alle autostrade?

A Roma, intanto, novelli Ponzio Pilato tacciono.

Si mobilitano solo i territori circostanti, quelli delle DOCG, che sono contrari: sindaci e privati cittadini che sfilano pacificamente insieme, soprattutto la comunità di Tufo, la più impattata, si stringe a difesa del suo Greco.

Combattete per la vostra terra, amici irpini!

E mentre combattete, candidate la vostra terra a sito Unesco: gettatela in viso a chi vuol rovinarla , come provocazione.

Io vorrei visitare l’Irpinia finalmente, ma trovandola verde e incontaminata come nei miei sogni.

C’è qui una battaglia da sostenere, Amiche e amici che leggete: spargete la notizia, privilegiate il vino irpino, visitate questa terra, amatela!