L’Albana di Elisa Mazzavillani: Forlì Bianco IGP 2017, Marta Valpiani, 12,5 gradi e Forlì Bianco IGP 2015, 13,5 gradi.

E poi c’è l’Albana.

Pensavo d’aver assaggiato un po’ di tutto qui e là, seppure a spizzichi e bocconi, del Nuovo e del Vecchio Mondo: pensavo di conoscere.

Tanti vini, tante uve, tanti stili, fino a comporre una mia personale e segreta classifica.

Poi arriva l’Albana – nasce a due passi o poco più: lì in Romagna – che scompagina tutto. Non l’Albana scialba di vinificazioni industriali, raccontata da supponenti testi anglosassoni; ma quella vera, vibrante, di una manciata di produttori artigiani; pochi ancora, magari, ma in continuo aumento.

Dalle loro mani si scopre che l’Albana è uno tra i grandi vini bianchi del mondo: non temo più d’affermarlo.

L’Albana è ampia, carnosa, sensuale, felliniana. È visionaria e trasognata.

Anche quando è ampia e grintosa – sa esserlo, eccome – ha un’accoglienza, una sinuosità femminili. Ha profondità abissale ed inarrestabile sveltezza beverina, quando ben fatta. Col rischio della diluizione o del barocco, all’opposto, se non se ne intende la misura.

All’azienda Marta Valpiani l’intendono benissimo, perché lì ci sono la testa e le mani della bravissima Elisa Mazzavillani.

Riporto qui le note d’assaggio della sua Albana 2017 e 2015, vergate in epoche diverse, rispettivamente l’8 ottobre e il 7 gennaio di quest’anno.

La 2017 è prova incantevole.

L’ho pure maltrattata, quest’Albana, lasciandola mesi a basse temperature, ma lei nulla: come l’apro è magia.

Rimuovo il tappo tecnico a vite (ottima scelta), eccola: è limone carico, forma gocciole fitte, è quasi viscosa; con un profumo intensissimo, nobile, di fiori gialli e agrumi; però, io sento in lei deviazioni intriganti, vegetali e fruttate, dolci e salate, persino piccanti: il sedano (per me un complimento), la mela cotogna, lo zenzero, ma soprattutto il grano, di spighe bionde al sole; Veronelli si portava al cuore i vini che sapevano di grano, ed io idealmente con lui.

È solo un attimo concesso alla commozione, perché il vino spinge sul palato, accelera e romba imperioso: molto ampio, ma vibrante d’acidità tellurica, salinissimo fino al midollo: riflette la profondità delle radici di una vigna trentennale che affondano e leggono i terreni di Castrocaro Terme. È lindo, lunghissimo, ritmato, sino a svanire su ritorni minerali, quasi ematici; lasciando una sensazione di ruvidezza tannica piacevolissima, che pulisce il palato e invita a schioccare la lingua.

Un’Albana sinfonica, questa: un fiume di note, che vergano pennellate ampie sulla tela.

Per noi stasera, buonissimo su polpette di baccalà e persino solo, per compagnia, stimolo, consolazione; ma l’avrei voluto, ché pere chiamarlo, su un ricchissimo e complesso piatto di spaghetti allo scoglio.

La 2015 è freschezza e precisione, malgrado l’annata generalmente calda.

Ha color limone carico, quasi tendente al dorato.

Il profumo, di media intensità, gioca su fiori gialli, zagara e ginestra, e frutta a polpa bianca e gialla, con un ricordo delicato, ma netto, di agrume, che da giallo (limone o cedro), vira all’arancio, al mandarino.

Emerge poi un tocco di fiore blu, quasi lavanda, quasi ricordo di crete azzurre – se ci si consente un volo immaginifico- infiltrato dalla terra fin nel bicchiere.

Con le ore si porge più morbido, accennando frutta tropicale e candita; e l’ossigenazione gli porta una nota di pepe bianco, ancor più evidente nel retrolfatto.

Il corpo è molto ampio: sembra riempire ogni angolo della bocca; ma il vino è reattivo, saporito con un’acidità notevole ed una lieve, piacevole tannicità.

Non si direbbe sulle prime, perché il gran corpo l’occulta, ma qui c’è netto il sale.

Si muove deciso verso un finale di dicerta lunghezza, modulato tra il conforto ravvivante del calore alcolico ed una sferzata fresca d’acidità.

Il tappo a vite è scelta eccellente, sebbene forse partecipe del l’iniziale ritrosia olfattiva di questo bianco strutturato, versatile e gastronomico, a suo agio dall’aperitivo, ai primi complessi, alle carni.

Franciacorta Dosaggio Zero, Andrea Arici – Colline della Stella, sboccatura 15/2/2010, 12,5 gradi.

A quasi 10 anni dalla sboccatura, è color limone carico, con finissimo perlage, continuo ed instancabile.

Profumo assai intenso, con lievito e frutta secca in evidenza. Al di sotto, sfumati, miele millefiori, agrumi canditi, zenzero, zafferano, fungo porcino fresco e madido.

Bocca dritta, precisa, danzante, succosa, con ritorni di cioccolato bianco. Finale pulito, a sua volta succoso, e salino. Nel retrogusto, un cenno balsamico, tra salvia e burro fuso.

Uno spumante di Franciacorta equilibrato e virile, ampio e slanciato, per nulla esornatiovo, di estrema, testarda aderenza territoriale: nobilissimo perciò.

Oggi, per noi, eccellente su polpette squisite di lesso di gallina allevata libera nel Mirandolese e vitello. Avessimo qui anche i casoncelli, sai tu che meraviglia.

Lugana Brolettino Grand’Annata 2002, Ca’ dei Frati , 13 gradi.

Un bianco sontuoso.

17 anni non sono pochi per nessun vino; per un bianco, una sfida, perduta anche da parecchi Riesling, che pure hanno fama di longevità.

Questo Lugana l’apro con poche aspettative, perché lo comprai in un’enoteca di Sirmione, già vecchio di qualche anno (sarà stato il 2008 o il 2009) e più ancora ne ha trascorso nella cantina domestica – non la migliore.

Vero è che da un Lugana una certa longevità è possibile aspettarsela, stante la parentela della sua uva (Trubiana o Trebbiano di Lugana) col Verdicchio; vero è che questo “Brolettino Grand’Annata” era una selezione affinata in legno delle migliori uve; ma l’etichetta sul retro perentoria afferma che il vino raggiunge il suo meglio in 5 anni.

Però, chi l’avrebbe detto? Perché il colore intensamente dorato, viscoso alla rotazione del calice, ma che lascia solo un velo sul vetro, lesto a sparire, suggerisce un vino passato.

Avvolge tuttavia in un profumo molto intenso, indubbiamente in là con l’evoluzione, di una ricchezza intossicante e decadente, come certe pagine dannunziane o certe musiche di Richard Strauss, ma ancora, fresco equilibrato, vitale.

Accordi sgrumati, addolciti dal miele, accenni di frutta a polpa gialla, si fondono a ricordi di alloro e calde note di nocciole tritate finemente, ed olio d’oliva verde, novello, finocchio e sedano, ed un debole richiamo di crema pasticciera, forse caramello, vaniglia, forse cocco, forse ananas, forse persino cenni ematici.

Il sorso è di ampiezza estrema, persino più ricco delle attese, di una consistenza tattile che rammenta i quadri di Vittore Grubicy de Dragon, coi suoi colori caldi, autunnali, materici, o i tessuti lussuosi, caldi, fin-de-siecle, di Mariano Fortuny.

Comunque è svelto, articolato, quasi rarefatto in dettagli preziosi, rilucente come il Garda al tramonto, che sfuma e si perde nelle nebbie verso settentrione. È la salinità a tenerlo vivo, con l’acidità ancor sufficientemente vivida in accurato contrappunto, per un insieme armonioso, molto lungo, cui il minimo residuo zuccherino dona un’armonia sferica, di spigoli smussati ad arte, che ne perpetra il fascino.

Ecco: ricordo d’improvviso un’immagine di tanti anni addietro, la prima visita stupefatta al Vittoriale di D’Annunzio, la sua residenza un po’ folle, tutta ricordi d’arma e di arte. Rammento la sala da pranzo, ampia, cupa, dal soffitto basso, coperta di tappeti quasi a celare ogni voce nell’intimo mistero, a trattenere ogni suono in una meditazione sensuale e poetica. Questo vino, così delibato dal tempo, ridotto a un’essenza giovanilmente pura ed insieme enormemente antica, mi pare eletto per una simile mensa.

Abbinarlo? Ho provato con un caciocavallo stagionato in grotta, piuttosto bene; discretamente su un primo al tonno, capperi e pomodoro fresco; ma la rivelazione sono state le nozze d’amore e poesia con una mormora d’altura pescata in Sardegna e cucinata in forno, al cartoccio, con aglio, salvia e rosmarino.

I “Pompeiano” Piedirosso e Falanghina di Sorrentino Vini.

Per anni, l’immagine che ho avuto io di Napoli e quella del Vesuvio sono rimaste inestricabilmente fuse, come nella celebre cartolina del Golfo col pino in primo piano, la città piccina laggiù tra l’abbraccio del suo mare e il vulcano, ornato da un pennacchio di fumo placido e indolente nell’azzurro. Un’immagine quasi artificiosa rimasta cristallizzata per generazioni, se già negli Anni Quaranta il Vesuvio aveva smesso di emettere vapori.

Col tempo sono stato in grado di mettere meglio a fuoco quella interconnessione ingenua. ” A’ muntagna ” incombe su Napoli e sul suo destino, eppure è altro rispetto al dedalo di vicoli oscuri e colorati, ai palazzi e alle miserie, ai castelli, alle chiese, alla varia umanità che brulica gli spazi cittadini con la sua vitalità potente e a tratti selvaggia e feroce.

Il Vesuvio è spazio aperto, aria, luce, cielo vorticoso e avvolgente, da toccare con un dito; è natura indomita, senza filtro umano alcuno, è madre-matrigna generosa e temibile.

Ricordo un vecchio affresco poimpeiano, il vulcano dipinto come monte coperto di uva e di pampini: nemmeno se ne sospettava la pericolosità, allora.

Pompei, solo a nominarla, provoca un brivido di bellezza e di sgomento: chi dimenticare quei calchi umani imprigionati dalle ceneri e come ombre dissolti nell’istante ultimo del loro dolore mortale?

Diversamente, nominando il vini definiti dalla norma Pompeiano IGT, i ricordi terribili sfumano dolcemente nel richiamo alla vita: il Vesuvio dorme il sonno di una pace provvisoria, l’uomo ha riconquistato le sue pendici per poi abbandonarle e ancora riscoprirle: andirivieni che è storia sociale dell’Italia agricola, divenuta industriale, oggi in cerca di se stessa.

Il vulcano, quieto, porge i suoi frutti, nutre le viti sui suoi fianchi di terra vulcanica nera, sabbiose alla sua base: Falanghina e Piedirosso su tutti, ma non i soli.

I Pompeiano di Sorrentino, Piedirosso e Falanghina, sono un buon viatico: territorialmente riconoscibili, da agricoltura biologica, hanno tra l’altro i pregi di una buona reperibilità ed accessibilità. Mi piace qui riportare alcune note di degustazione.

Pompeiano Piedirosso “7 moggi ” 2015, Sorrentino, 12,5 gradi.

Il Piedirosso è uno tra i segreti meglio nascosti dell’enologia italiana: noto all’appassionato smaliziato ed al degustatore professionista, sfugge ancora al grande pubblico, sebbene abbia tutte le doti per essere amato e felicemente bevuto; sottostimato, forse, perché spesso usato ad ingentilire la poderosa struttura dell’aglianico.

Il Piedirosso è tutto genio e sregolatezza: di beva spesso lieve e danzante, ha profumi ammalianti e caleidoscopici fino a stordire, che trascolorano, a seconda dei terreni e delle vinificazioni, da eleganze quasi estenuate a profumi animali, virili, minerali.

Nell’areale napoletano dei vulcani, da Ischia ai Campi Flegrei al Vesuvio, origina vini estremi per classe ed originalità.

Questo “7 Moggi”, prodotto in regime biologico a circa 400 metri di altezza, incanta col suo colore rubino trasparente, dai riflessi quai porpora. Ruota nel calice leggero eppur viscoso e difatti crea lacrime lente, fitte, persistenti, mentre immediato rilascia un profumo molto intenso, caratteristico, pulito, di viole e di frutta rossa soprattutto, e di frutta nera matura, quasi lampone e mirtillo fossero spremuti freschi, sfumando fino alla confettura di susina, ma casalinga, con cenni di arancia rossa, cola, carruba. Su tutto si stende un velo profondo come la notte di zolfo e di affumicato, quasi incenso e cera, che ricorda l’origine vulcanica dei luoghi delle vigne.

Carezzevole, morbido, ha gusto concentrato e corpo medio, con acidità media del pari, così come il tannino che è rotondo, molto profondo e persistente.

Tutto l’insieme è sostenuto da una grande salinità (proprio sale grosso, non fine), esprimendosi su una lunghezza più che discreta, con l’alcol relativamente contenuto e ben equilibrato. Resta però un rosso felicemente meridionale, che trasmette un piacevole senso di calore.

È un vino dal tratto giovanile, ma non immaturo: una fanciulla adolescente col suo lato sensuale e torbido (ripenso a certi licenziosi affreschi pompeiani!).

L’ho gustato con piacere su un caciocavallo di media stagionatura. Lo proverei su una pizza e qualche primo col sugo di pesce, giocato su sapori forti come spada, tonno, sugarello, palamita. Mi pare una sicurezza su coniglio e pollame. Addirittura, l’azzarderei per un aperitivo di gran lusso, all’insegna di un inarrivabile stile italiano.

Pompeiano Falanghina 2015 , Sorrentino Vini, 12,5 gradi.

La Falanghina è talmente alla moda ormai che rischia di essere fraintesa.

Sbaglia chi ritiene dia vini facili: semmai, se ben lavorata, origini vini di estrema preziosità e lievi, sciolti, specie nel biotipo flegreo che immagino sia la base di questo Pompeiano, che si offre alla vista limone assai tenue, trasparente, lasciando sul calice gocce rapide e nervose, ma non persistenti.

Ha profumo intensissimo e concentrato, fresco ed arioso: fiori gialli e agrumi (il mandarino, in particolare) virano al dolce miele di zagara, con una nota di pepe verde contrastante la frutta a polpa gialla e persino l’ananas tropicale. Poi c’è il marchio del vulcano: un’idea di zolfo e di affumicato che è una sorta di terza dimensione: è pietra al sole, acciaio caldo. Un appassionante susseguirsi di durezze e suadenze.

Al sorso tutta la delicatezza della Falangina. Gusto concentrato, col mandarino ancora in evidenza insieme alla menta, al cappero, alla mandorla. L’acidità mediana, così come l’alcol, nel suo corpo ristretto sono in splendido equilibrio. La salinità notevole, figlia del territorio, contrasta un residuo zuccherino lievissimo, creando un bel gioco rotondo e piacevole.

O, piuttosto, è un contenuto notevole di glicerina a creare l’effetto e ingannare?

Salinità, acidità, carezza glicerica: gode il tatto con questa Falanghina aera, flessuosa, passante, flessibile, leggera ma intensa; che attacca netta, avvolge la bocca setosa e sfuma delicata come brezza. Gusto e aroma avvolti in una trama fine: un merletto.

Viene spontaneo il collegamento con certa arte napoletana, raffinatissima nelle minuzie: scultura, pittura, musica; semplicemente, si pensi ai dettagli del presepe popolare.

L’ho avuto in tavola, con piacere, su una mozzarella di bufala, vorrei provarlo su una zuppetta di cozze.

Gli esempi più artigianali di Falanghina flegrea e del Vesuvio sono magari più articolati, ma la felice beva di questo non si dimentica.

Forster Ungeheurer Riesling Spatlese Trocken, Pfalz, 2004, Reichsrat von Buhl, 12 gradi.

“Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra, limava gli scalini e le catene, ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga.” (Da “Il deserto dei Tartari”, di Dino Buzzati).

Il Riesling tedesco fu uno tra i miei primi innamoramenti quando cominciai ad assaggiare consapevolmente i vini. Così diverso da qualunque altro avessi fino al allora assaggiato, mi pareva una scoperta incredibile, come se i degustatori più esperti mi avessero passato a mezza voce un segreto iniziatico, la parola d’ordine che dava accesso a un circolo ristretto.

Vallo tu a spiegare a un ragazzo di vent’anni o poco più che la storia del Riesling tedesco è lunga e gloriosa, che sono vini di fama mondiale e che se allora non circolavano più ampiamente in Italia (ormai qualcosa si è mosso, mi pare), era solo colpevole campanilismo.

I miei primi assaggi furono bianchi della Mosella. Scoprii in seguito che anche altre aree tedesche erano capaci di esiti qualitativi altissimi e sostanzialmente diversi.

Ricordo un viaggio a Monaco di Baviera, all’inizio dell’estate del 2008; l’acquisto di un certo numero di bottiglie in uno storico negozio del centro, cupo e monumentale nelle sue sale rivestite di legni antichi intagliati; tra esse, alcune del Reichsrat von Buhl, inclusa la presente.

Fu la scoperta del Palatinato, continuazione dell’Alsazia in Germania seguendo il corso del Reno, e dei Riesling secchi lì prodotti. Fu la scoperta di questa cantina di antica fondazione (1842), all’epoca assai tradizionale, che mi parve subito eccellente; ed anni dopo ebbi l’occasione di partecipare a Londra ad un’ampia presentazione dei loro vini (sarà stato il 2013), trovandoli tutti, immancabilmente, ottimi: immagini speculari di singole entità territoriali, entusiasmanti per la loro individualità.

Ricordo, tra parentesi, che vennero mostrate le fotografie delle vigne, bellissime e curate come giardini, e delle vecchie botti di legno, enormi e adorne di incisioni finissime.

Ma col tempo la realtà cambia.

Leggo che proprio nel 2013 l’azienda passò di mano. Etichette nuove, di dubbio gusto, hanno sostituito quelle storiche e non lasciano ben sperare. Inoltre, questo vino, che proveniva dal Cru storico Ungeheuer, non viene più prodotto, preferendo assemblarlo a quelli dei Cru Pechstein e Jesuitengarten. Male: il mercato del vino di qualità premia l’approccio opposto.

Questo Ungeheurer di von Buhl del 2004 -fantasma enologico, vino estinto- è però splendido e strabiliante, di incredibile longevità e vigore giovanile, sin dal colore: un limone luminoso e vibrante, che vira sui toni dell’agrume più maturo solo a 36 ore dall’apertura.

I profumi sono intensissimi e complessi, in evoluzione ma ancora miracolosamente giovani, perché gli agrumi freschi -il limone, il lime, il cedro, il mandarino- si uniscono alle erbe ancora madide di rugiada: menta, alloro, muschio; e gli idrocarburi -netti- non li prevaricano. Ammorbidiscono appena il quadro, quasi colore steso col polpastrello, accenni di sesamo, una speziatura molto lieve (forse pepe bianco), e più lieve ancora il cioccolato bianco: ombre sensuali che riscaldano una perfezione anodina.

Sul palato! Una sferzata danzante e traslucida, con spigoli a vista ma magicamente armoniosa; una fantasmagoria ardita e armoniosa come le Jeux di Debussy nell’interpretazione -indimenticabile- di Victor de Sabata con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, lontano disco degli Anni Quaranta.

Un’incisività nitida e sbalzata, fin dall’attacco, che si espande con un’accelerazione rapinosa in bocca, rilasciandovi al culmine una frustata sola, secca, per poi distendersi lateralmente e blandirla, accennando avvolgente erotismo; penetrandola quindi ancora in profondità, stordendola prima con la dolcezza conciliante di un minimo residuo zuccherino, poi picchiettandola insistentemente con una vena salina lunga e continua. In mezzo -al centro della lingua- l’esplosione sferica di un sapore incontenibile, che persiste per minuti interi, verticalizzandosi sull’acidità altissima; infine acquietandosi in equilibrio perfetto, tuttavia instabile, che induce a indice a salivare e ad approcciare un altro sorso, su ritorni di amaretto e di sale.

È un bianco di bellezza superba e guerriera, che si piega alla malia di una sensualità diafana e lunare.

Sole e luna, maschio e femmina per questo vino da trionfo wagneriano, perché tale lo bevevano -son sicuro- gli dei della Tetralogia nel Walhalla: questo il vero oro del Reno.

Stasera, a 15 anni dalla vendemmia, lo gusto su una focaccia di Recco al formaggio: matrimonio sorprendentemente perfetto.

Fiano Vignolella 2016, Cantina Barone , 13,5 gradi.

Il Cilento si stende molle e indolente come il suono del suo nome, dalle pianure assolate e afose di Battipaglia fino alle rupi ostili di Palinuro.

In mezzo è un susseguirsi di costa dolce, di litorali sabbiosi color dell’oro, di baie incantate, di impennate improvvise di roccia: promontori più disposti ad accogliere, che a scacciare.

Verso l’interno, si levano colline dolcissime, trionfo dell’ulivo; poi monti boscosi, fitti ma mai arcigni, nemmeno nelle parti più remote, al Vallo di Diano e a Padula.

Il clima è dolce del pari: la luce luminosa del sole, intensissima per il riverbero marino, lo scalda, ma le brezze del Tirreno e quelle montane creano un gioco di correnti che lo mantiene ventilato; né manca la pioggia.

E di tanta dolcezza incantata si nutrono i frutti della terra e persino quelli del mare: dolci le alici di menaica; dolci e polposi i fichi locali; dolci, lattee e carnose le mozzarelle di bufala locali; dolce e rotondo l’olio.

La sapidità è certamente presente nei sapori di questi ed altri prodotti cilentani, che possono essere forti fino alla violenza, ma sono solo accordi in una musica che è tutta un blandire, un molcere, un obliare, un carezzare, cullando nell’abbandono di un’estasi seduttiva.

L’uva fiano, che nella fredda e montuosa Irpinia si esprime in vini di finezza e dirittura, in questo molle clima cilentano si piega anch’essa al sortilegio, modellandosi in vini ampi, maturi, rotondi, morbidi in bocca, vividi di succosità procace.

Questo Vignolella 2016 della Cantina Barone, sita in Rutino, testimonia emozionando quell’idea di Fiano territoriale.

Il suo colore limone trasparente, un po’ pallido con suoi riflessi ancora verdini e quel velo lento, più che gocciole, che lascia sul calice, può giocar l’inganno di magrezze nordiche, ma il suo profumo trasparente e paradigmatico di fiano, con agrume, farina di castagna ed erbe fresche, come la ruta, si apre a una pienezza solare e splendente, venandosi di alga posidonia, di minerali: cenni di ruggine e rena sono ricordi di giorni marini.

Più ancora, è al sorso che appaga: piacevolissimo, arioso, tra sale vivido, lucente, e misurata dolcezza. Stuzzica e blandisce: conquista con la sua rotonda tornita bellezza, mentre accoglie con la cadenza del dialetto di un poeta locale. Ha acidità media, ma non ne serve di più; e la lunghezza più che discreta, bastante; perché vive evocando sensualità e rilassatezza cilentana, e con esse emoziona.

È bianco eccellente su una varietà di preparazioni, tra terra e mare. Oggi l’ho goduto su mozzarella di bufala campana e pomodori datterini.

Friulano Colli Orientali del Friuli 2008, Gigante, 13,5 gradi

Che il Friuli sia regione bianchista eccellente è noto da tempo: ricordo vagamente uno scritto lontano di Veronelli, che evocava una divisione per gran Cru del Collio; e Soldati ha lasciato pagine altrettanto perentorie.

Ciò nonostante, dopo decenni, mi pare che sfugga ancora la misura dell’eccellenza.

Spesso i bianchi friulani si bevono giovani, con gran piacere, ma così mi pare qualcosa vada perduto.

Un conoscitore profondo del vino friulano non sono, ma qualche fortunoso assaggio di bianchi invecchiati l’ho avuto: bottiglie del Collio, dell’Isonzo, dei Colli Orientali, riportate da viaggi di lavoro o piacere, poi rimaste – non dimenticate- nella mia cantina per mille motivi.

Ebbene: credo che il prolungato affinamento in vetro aggiunga loro una nuova, profonda prospettiva.

Il Friulano particolarmente (o Tocai, come ancora molti lo chiamano malgrado la norma) trova allunghi emozionanti, sebbene la sua delicatezza acida scoraggi apparentemente l’invecchiamento.

Qualche tempo addietro rinvenni in un cartone questo esemplare dei Colli Orientali, annata 2008. Frequentavo spesso l’azienda Gigante, ogni volta che capitavo ad Udine per lavoro. Mi piaceva tutta la loro ampia produzione ed il prezzo era calibrato. 

Questo era il Friulano “base”, difatti esisteva – credo esista tutt’oggi- una selezione da vecchie vigne. Immagino perciò fosse inteso per un consumo solo moderatamente differito.

Invece mi ritrovai nel calice un Friulano undicenne di stupefacente tono e tenuta, plasmato dal tempo, straordinariamente aristocratico, elegante e sensuale: uno splendore dorato, con profumi di frutta a polpa bianca, gialla e tropicale; e note vegetali di erbe su un fondo morbido di burro d’arachidi. 

Assaggiandolo: ampio, preciso, continuo, avvolgente, su una salinità ritmatissima: una lunga, dinamica souplesse.   

Quasi un mosaico, quasi un manto regale. 

Il tempo, il tempo, il tempo.

Lo godetti eccellente su tortino di acciughe e patate.