Malvasia Salina DOP Francangelo 2016, Punta Aria, 12,5 gradi.

Era l’agosto del 2007. Di stanza a Panarea, si andò a Salina con l’aliscafo. Là si prese uno scooter per girarla. Questo il mio ricordo: sole, roccia, vento, mare: la natura vulcanica sembrava respirarsi nelle nari.

Rammento una tratta, guidando, col sole che meriggiava: a destra il mare, quasi strapiombo, che biancheggiava agitato; a manca la roccia nuda caldissima rilasciava vampate: pensavo fosse residuo del vulcano spento, invece era solo scirocco fortissimo, presumibilmente.

(Finimmo difatti per passarvi la notte, interrotti i collegamenti in aliscafo; nemmeno noleggiando privatamente un motoscafo si tornava. C’era, combinazione, Massimo Lopez in fila con noi ad informarsi e pensai che la natura non guarda in faccia nemmeno ai VIP; lui si comportava, onorevolmente, da turista qualsiasi, e l’apprezzai. Dormii lì, in una stanzetta al piano terreno, proprio dietro al porto. Al mattino, una colazione luculliana in una pasticceria stile Anni ’70, della quale ho scordato il nome, ma che era buonissima. Sfogliatelle, cannoli, dolci al pistacchio. C’era un signore anziano, pantaloni corti e camicia a quadri leggera, un po’ aperta, intento alla sua colazione e a leggere il giornale. Lo salutarono con familiarità e deferenza, quando uscì. Mi convinsi che fosse Andrea Camilleri. Probabilmente non lo era, ma mi piace continuare a crederlo).

Nel girovagare, pampini verdi su terra ocra, allevati bassi, un po’ ovunque. Già allora sapevo della fama del vino di Salina, ma non rammento se l’assaggiai; in caso, non mi conquistò; ma avevo un altro gusto e un’altra testa, allora.

Tuttavia, vivissimo il ricordo di quell’isola e il rimpianto di non esservi tornato.

Qualche tempo addietro, amici mi regalarono questa bottiglia di Malvasia secco, di Salina: bada, amico o amica che mi leggi, non la celebre e meravigliosa versione passita, che tanti conoscono. Questo è vino da pasto, raro a trovarsi fuori zona.

Attendi attendi, mi son risolto oggi di aprirlo su spaghetti al pesto di pistacchio, appena approntati.

Intelligente intuizione, perché l’abbinamento funziona; ma inaspettata è la bontà caratteriale di questo vino.

Non si misura un punti, una Malvasia così: parla emozioni, non numeri.

Tre anni d’età ed una permanenza, mea culpa, lunga in frigo, tale da sfibrare.

Tuttavia nel calice ho un liquido luminosissimo, color limone carico, con riflessi cangianti tra il verdino e l’oro, che lascia appena un velo lieve sul calice: dura una quindicina di secondi, poi scompare, senza generare gocciole.

Il suo profumo è una cartolina pulsante di Salina: il sole, il vento, il mare, la macchia, i capperi, l’uva dorata al sole, un bagliore affumicato, in una mimesi affascinate e sconvolgente. Suggestione? Forse. Menzioniamo allora l’uva spina, a completarne il profilo, e la lavanda, e il lime. Appena, con l’età, balugina zucchero filato.

Evoca il Mediterraneo, ma declinato in freschezza, rammentando l’origine del nome Eolie: da Eolo, dio dei venti, ritenuto qui abitante.

Vieppiù si rinnovella al sorso: leggero, ma ben presente, nervoso di una acidità ardita e sorprendente: essa spinge come folate di vento, impietose, e muove il vino donandogli vigore, slancio, ritmo quasi implacabile, che da un attacco morbido sulla punta della lingua incalza verso un finale lunghissimo, col sostegno di una salinità martellante.

Il contrappeso della sensualità morbida ed orientaleggiante della Malvasia completa il quadro: obliquo, sbalzato in chiaroscuro, con la pennellata grassa, ma guizzante e nervosa.

Un bel godere, davvero. Peccato la reperibilità, che temo scarsa.

Se ti interessa, amica o amico che mi leggi, aggiungo che il vino è certificato biologico.

Il Vermentino de La Fralluca (ed un piccolo bonus).

Da Bolgheri a Follonica, il Tirreno è una lamina d’acciaio ineludibile sotto un cielo di cristallo, che riempie l’aria del suo respiro e dei suoi riflessi: la luce, qui, ha un’intensità pura, altrove impensabile. Le lunghe lingue di spiagge sabbiose, bordate verso la terra ferma da macchie, pinete e leccete, sono spartite dal roccioso promontorio di Populonia e Piombino: a nord, il Golfo di Baratti conosce un ultimo sussulto di roccia, per poi distendersi quieto verso Rimigliano e San Vincenzo; a meridione, il Golfo di Follonica si apre ampio come un abbraccio materno: la terra della Val di Cornia, agricola, scura e gravida, si congiunge al mare.

Quel tratto di costa che si incardina sulle località di Carbonifera e Torre Mozza è frequentato con ragionevolezza anche in alta stagione: bimbi che giocano felici, nonni, coppie innamorate, amici in zingarata, ognuno trova il suo spazio con accettabile convivenza.

Tuttavia basta dirigersi pochi chilometri verso l’interno per un cambiamento radicale: oltre i campi del fondovalle, una prima fascia di alture morbide dai suoli argillosi, rossi, ferruginosi, sovente vitata; poi colline che si alzano ripide, quasi imbizzarrite voltassero brusche le spalle al mare. Là, silenzio e solitudine, una natura quasi selvatica. Là, il mare un ricordo lontano, ché vi soffia tramontana fredda la sera, incanalandosi dai borri interni. Esse formano come una fascia da nord a sud, parallela alla costa ma separata da un diaframma, dove si trovano i centri di Monteverdi Marittimo, Monterotondo Marittimo, in parte i comuni di Suvereto e Massa Marittima. 

Potenzialmente, una zona di vocazione enologica peculiare; legalmente, ricompresa sotto varie denominazioni, quali Val di Cornia DOC, Suvereto DOC, eccetera; nella pratica divulgativa e nella mente del consumatore, diluita nelle menzioni generiche di Costa Toscana e di Maremma.

C’è una strada sterrata, poco oltre l’abitato di Suvereto, che sale alla località Barbiconi. Alcuni chilometri in morbida pendenza, che dimenticano presto i molli campi coltivati per tuffarsi in una macchia impenetrabile e selvaggia, con affioramenti vivi di roccia, e le colline intorno a contrafforte, serrate come un giogo. Finché all’improvviso la strada sale ripida, lungo una curva scandita da giovani cipressi, mentre intorno si apre un anfiteatro naturale, quasi un ferro di cavallo su se stesso concluso e vitato da un lato, dove il suo limite assume la forma una sella. La terra è bianca: roccia calcarea, nuda qui e là. La ventilazione, costante. La luce, intensa, dettagliata, tuttavia diffusa. L’altezza, 120 metri sul livello del mare. Attorno, la macchia incontaminata e un incredibile tripudio di profumi, di fiori di campo ed erbe e più ancora di farfalle coloratissime e grandi. 

La marina è preclusa ai sensi ed al ricordo.

Credo che un giorno due ragazzi percorressero quella strada, dopo un lungo peregrinare alla ricerca di un luogo dove avverare il loro sogno di cambiare vita, lasciare la città e il lavoro nelle grandi aziende multinazionali. Francesca e Luca. Quando giunsero all’anfiteatro c’erano all’epoca campi incolti e pascoli, abbandono e nessunissima vite, ma intuirono che quello fosse il luogo giusto per il tipo di vino che avevano in mente: longilineo e fine.

Lì oggi c’è l’azienda La Fralluca, che si giova della combinazione di terre sassose e calcaree, del sole che nel suo corso bacia tutti i vigneti , disposti a corona sui versanti della collina; delle forti inversioni termiche notturne, con l’aria fredda che si incanala a settentrione dalla parte di Monteverdi Marittimo. Di là, e da Larderello, arrivano solitamente i temporali, che spesso si scaricano qualche centinaio di metri prima, su una fascia di colline verdi. Le argille rosse tipiche di Suvereto, qui sono assenti.
Per le peculiarità territoriali, svelate dall’opera tenace di Francesca e Luca, ritengo che il nome “La Fralluca” dovrebbe essere riconosciuto ed individuare un Cru.

A La Fralluca producono ottimi vini, bianchi e rossi, secondo uno stile preciso, controllato, soprattutto trasparente: pulizia esecutiva ed equilibrio compositivo sono i mezzi impiegati perché l’annata e il territorio si esprimano al loro meglio. Qui l’evoluzione esecutiva è consapevole sottrazione.

Tra tutti il Vermentino Filemone, dalla vigna esposta a sud-est, è il loro vino più rappresentativo e quello che più sinceramente ho amato, perché rappresenta un’ipotesi di Vermentino obliqua, ma perfettamente coerente: estremamente nordico da non parere affatto maremmano, fresco, persino più dritto e quintessenziale di quello dei Colli di Luni, riesce solitamente a sfoggiare una stupefacente tavolozza aromatica; la florealità, la beva sapida, il sottotraccia idrocarburico, la giocosità sulla tavola sono i lasciti che, amo immaginare, gli dona la terra toscana.

Riporto qui tre assaggi del Filemone, disegnando una piccola verticale seppure siano avvenuti in epoche leggermente diverse. I vini sono stati acquistati in cantina, tranne il 2008 che mi è stato gentilmente regalato dal produttore, e consumati di lì a poco e ben conservati nell’attesa.

Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2016, La Fralluca, 13 gradi. Assaggio del 25 giugno 2017.

Estratto il tappo Diam, il vino si svela in fase giovanilissima, con riflessi verdini, limpidissimo e luminoso. 

Una delizia il profumo intensissimo, di salvia e basilico, fiori di sambuco, uva spina, un agrume fresco e morbido come il lime e un tocco di cedro e di pompelmo. Fiori, fiori, fiori sono la sua cifra elegante e precipua, E, al naso mio, sedano e cetriolo, nel senso delle verdure più fresche, vedi succose ed estive. 

Drittissimo al palato, ma gustosissimo: ad un attacco morbido e discreta ampiezza risponde subito un’acidità altissima, quasi viperina ed elettrica, ed una notevole salinità: un sorso che ha l’argento vivo addosso. La sua persistenza finale è lunghissima, in perfetta armonia dei componenti, con un ritorno aromatico di fiori di campo: cardo, sulla, camomilla. L’alcol, è come non ci fosse: avverta appena un lieve calore dopo minuti dalla deglutizione, ma ancora si sentono il sale, la freschezza, il gusto. 

Un vino superbo, gustato con piacere su spaghetti all’acciuga, ma sperimentato poi con esiti meravigliosi su quelli alle vongole, sui fritti di mare, sul pescato nobile. Senza tema, uno dei massimi Vermentino della mia piccola vita di assaggiatore. 


Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2015 La Fralluca, 13 gradi. Assaggio del 14 luglio 2017.

Nonostante provenga dal millesimo precedente, più caldo e asciutto, conferma il suo profilo nordico, in un assetto gustativo – al momento dell’assaggio- più riposato rispetto al 2016. Rispetto al suo giovane fratello, è più ampio e accogliente, magari lievemente meno articolato. 

Al profumo svettano i fior bianchi e la salva; si dipana la frutta a polpa bianca, con volute di sambuco e ribes bianco; si fa strada una idea di idrocarburo, ancor vaga. Il suo corpo è un peso medio che vibra di acidità notevolissima. È gustoso, lungo, appena un po’ alcolico nel finale, comunque buonissimo. 

Si conferma un gran cru maremmano. 



Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2008 La Fralluca, 12,5 gradi. Assaggio del 6 luglio 2018.

Il suo colore è limone di media profondità, incredibilmente giovanile visti i suoi 10 anni. Sono le gocciole fittissime, frastagliate, persistenti a suggerirne l’età matura, come il sole alto rivela l’ora più luminosa del giorno. Vino roccioso fin dalle sue movenze nel calice, misurate, energiche. 

Difatti è saldissimo: non una sfrangiatura dovuta all’età o all’alcool. All’olfatazione è molto intenso, concentrato, complesso, fitto. Sono, per primi, profumi di fiori bianchi e gialli, tra sambuca a ginestra, a tenere il campo. Sotto, si dispiega un tappeto orientaleggiante di agrumi maturi e canditi, a volute, tra i quali il pompelmo è preminente. 

Sono come accenni morbidi della mano sinistra di un venerando direttore d’orchestra la frutta a polpa bianca, primariamente pesche, e tropicale: il melone e l’ananas, che ritorna, spiccata, nel retrogusto. Si ergono come fondamenta e colonne portanti, la roccia minerale e l’affumicato della permanenza sui lieviti: sono suggestioni di idrocarburi, cerino spento. Al sorso è ben secco. 

Incede, diretto, deciso, seppur avvolgente: in maniera quasi toscaniniana – parlassimo di interpretazione musicale – va dritto al sodo: punta al cuore senza svenevolezze. 

Elegante, virile, gustosissimo, si riconferma saldissimo, roccioso, dall’equilibrio perfetto, per tutta l’arcata palatale. Attacca e prosegue deciso; si distende con un allungo notevolissimo, combinando abbondanza di sale e un’acidità ancora altissima, seppur avvolta in un corpo davvero pieno e con grandissima concentrazione di sapore, in piena rispondenza ai richiami olfattivi. Tutta la sua ipotesi gustativa, si sorregge su quella vena acido-salina che lo mantiene vibrante. 

Il finale non solo è molto lungo, ma cadenzato, ritmato, con un’ alcolicità piacevol e lieve , che innesta, sorpresa delle ultime battute, una nota delicatamente ammandorlata. 

Un Vermentino stupefacente e trionfale, che ho gustato eccellente su tartare di tonno rosso ( condita solo a olio, sale grosso, pepe nero, rosmarino) e focaccia di Recco.


Un piccolo bonus.
Mi recai a La Fralluca, la prima volta, il nel giugno del 2017. Ero in vacanza alla Baia Etrusca, in una casetta candida posata sulla rena della spiaggia, con un terrazzo incantato sul mare. Di fronte, qualunque l’ora, il sole, le onde, l’aria fresca, l’Isola d’Elba e il cielo.
Non ricordo che cosa ci fosse in tavola, ma volli aprire un rosso delizioso e lieve che avevo appena acquistato alla Cantina, rinfrescato un poco nel frigo. Anch’esso, nelle mie note di allora, còlte nella presa diretta d’inizio estate e della tavola, dimostra la bontà del territorio de La Fralluca e delle mani che vi operano.

Fillide Toscana Rosso IGT 2013, La Fralluca, 14 gradi. Assaggio del 19 giugno 2017

Sangiovese, Sirah, Alicante.

Rubino scuro e fitto, ma con belle trasparenze e luminosità scintillante. Gocciole irregolari, che formano prima un’ondata veloce, poi una seconda più lenta e persistente. 
Profumo intensissimo, maturo e mediterraneo, ma freschissimo come una brezza odorosa. È nitidissimo e preciso, mantenendo comunque un profilo naturalmente sciolto, giocato sui profumi primari e secondari. 

C’è frutta rossa e scura, carnosa eppure croccante: dalla susina alla mora, al mirtillo; ecco un tocco di corbezzolo e di alloro, di pepe forse; netta la ciliegia del Sangiovese, la liquirizia dell’Alicante ed, attendendo, anche un po’ della sua fragola. Poi un insieme di cocco, tabacco, di affumicato del legno, evidente sì, ma ben integrato e piacevole: costituisce in un certo senso un arrotondamento sorridente, educato ed elegante, perché qui la volgarità non è di casa. 

In bocca è anche più elegante: fitto, gustoso, continuo e irradiante, fresco di un’acidità notevole, con un tocco salino. È pienezza unita a leggerezza, perché il corpo c’è, eccome. Anche il tannino abbonda, ma ha grande finezza: una regolarità gessosa. All’attacco è dolce ma slanciato, poi gustoso e stuzzicante, infine assai lungo, appena marcato dall’alcol.

 È un vino facile, ma non semplice, molto buono e centrato. Sta sulla tavola di tutti i giorni, se ci si vuol concedere un lusso.

Greco di Tufo Franciscus 2013, 12,5 gradi, Cantine Di Marzo (e due parole sul biodigestore che si prospetta in Chianche).

Il 23 novembre del 1980 l’Irpinia fu colpita da un terremoto devastante.

“Caratterizzato da una magnitudo di 6.8 (X grado della scala Mercalli) con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania, causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti.” (Wikipedia).

“Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano.” (Alberto Moravia, in “Ho visto morire il Sud”).

“L’uso di 50-60mila miliardi stanziati per l’Irpinia rimase un porto nelle nebbie […] quel terremoto non aveva trasformato solo una regione d’Italia, ma addirittura una classe politica”. (Indro Montanelli in “Le stanze”).

Esistono luoghi o regioni che per noi diventano mitici pur senza avervi mai messo piede, perché l’immaginazione ce li mostra, li finge davanti ai nostri occhi e ci prende per mano e ci porta in volo: camminiamo le strade, poi ci alziamo sui boschi, ne conosciamo i paesi e le pietre dure, i visi scavati e gli occhi della gente e la loro favella. Mille i misteri, mille i sussurri, mille le ombre: per esse cominciamo ad amarli quei luoghi, diventano quasi un nostro rifugio ideale. Così per me l’Irpinia verde, l’area campana più montuosa e chiusa in se stessa, forse la più intatta per larga parte, malgrado le ferite del tragico terremoto del 1980. Il sogno immaginifico si basa sulla concretezza di fotografie che mostrano vallate verdi, cime imperiose: parrebbe una zona prealpina, se non mantenesse un’impronta d’inconfondibile unicità, una luminosità meridionale nonostante la lunghezza ed il rigore degli inverni spesso nevosi, ciò che ne accresce il fascino.

C’è un paese, Tufo, che potrebbe essere lo scenario ideale di un racconto gotico: il silenzio dei monti irpini intorno, le case affastellate, le miniere di zolfo abbandonate, ma con gli obliati ingressi ancora visibili tra la vegetazione selvaggia, monumentali come usava nell’Ottocento; e c’è un palazzo massiccio come una fortezza, alto come una torre, ardito sul paese a precipizio, che pare scolpito nella rupe stessa tanto è consunto dagli elementi e lascia dubbiosi se sia elemento naturale o rovina. Nel ventre ipogeo delle sue cantine, tortuose gallerie ruvide scavate a viva forza di braccia nella roccia, nascono i vini di Cantine Di Marzo e, soprattutto, il Greco, bionda gloria di Tufo, oro liquido che risale la terra e le infere vene sulfuree fino al cielo attraverso le radici, i pampini e i grappoli della vite; ebbro demone dionisiaco, che – nel gotico romanzo della mia fantasia – nutre le passioni affocate degli amanti, la cupidigia venale degli invidiosi, il ristoro dei consunti viandanti, il coraggio degli armigeri, la lunga tenebra insonne degli assassini, la veggente meditazione del savio.

Dio di lucente bellezza questo Greco di Tufo delle Cantine Di Marzo, paradigmatico. Tappo di sughero intero, lungo e compatto, di serissimo intendimento. Ancora i suoi quattro-cinque anni sono vinti da un giovanile color limone di media profondità e di incredibile, abbagliante brillantezza. Un velo, sul calice, che si trasforma in gocciole rade e lente mentre si ritira. Le narici debbono respirarne il profumo, ficcante, citrico, in evoluzione appena accennata, di aldeidi, di limoni, di cedri, con l’alternanza di memorie floreali e sulfuree (lo zolfo del ventre delle miniere di Tufo), in equilibrio con una mineralità che sa davvero di pietra grezza erosa e d’acciaio, con l’insinuarsi lieve, da orto dei semplici, di erbe aromatiche medicamentose e curative, e di rucola. Con l’accortezza essenziale di non berne troppo freddo, perché sprigioni note nascoste di rosa bianca, litchi e alchechengi, delicatissime ma sempre più focalizzate, ed un velo di nocciola fresca.

La bocca lo cerca, lo vuole, si fa avida del suo ampio corpo: un rosso travestito da bianco, con una lama di acidità (che è altissima) avvolta nello spessore di una gran stoffa, per un sorso nervoso e inquieto in una sua ansia direttissima, verso un fine ed un epilogo lunghissimo, lontanissimo al limite dell’orizzonte, con una risonanza precisa e affilata, eco estrema del riverbero di infinite colline e di profili di montagne aguzze. Secco, assai salino, di sapore compresso come una molla, che replica il profilo olfattivo aggiungendovi frutta a polpa bianca, mela verde e anche pere annurche. Di incredibile, quasi insostenibile tensione, abbagliante e anodino, tuttavia con un calore umano nel senso di impresa eroica, che nella sua decisione non conosce ripensamenti, ma lascia la strada aperta ad infinite, minutissime delicatezze, quasi fotogrammi istantanei di un paesaggio fatato ripreso da un treno in corsa, così veloce che appena l’immagine si distingue è già è svanita. Un vino che può anche risultare difficile in questa fase, ma dalle enormi promesse.

L’ho avuto su un misto crudo di crostacei e molluschi: la dolcezza dei primi soggiacendo alla sua forza virile, mentre coi fasolari il dialogo è stato rispettoso e garbato, amichevole coi cannolicchi, con le ostriche paritario e sincero.

Puoi fidarti, amica o amico che mi leggi: per una scelta aziendale volta a privilegiare la specificità dei singoli vigneti, non troverai più questa etichetta, ma sono gran vini, come questo, tutti quelli delle Cantine di Marzo, persino il loro metodo classico, da uva Greco anch’esso (facile sospettarne la vocazione, con quell’acidità).

Quindi: grandi vini in Irpinia, un territorio incontaminato da sogno romantico e gotico, con paesi che potrebbero vivere di turismo enogastronomico, naturalistico, aggiungendo attrattivi parchi di archeologia industriale.

Così purtroppo non è, malgrado gli sforzi compiuti per lo più da singoli imprenditori, che cercano di affrancare l’Irpinia da un passato di povertà, sfruttamento e, peggio, di speculazione sulle disgrazie.

Certamente i flussi turistici si orientano verso la costa, o verso le grandi rovine di Pompei, o verso la magnificenza della reggia di Caserta; difficile portare la gente fra questi monti. Eppure, piano piano, un po’ con l’associazionismo, un po’ coi presidi Slow Food, parecchio per il fascino delle tre grandi DOCG (Taurasi, Fiano di Avellino e, appunto, Greco di Tufo), il circolo virtuoso sembrerebbe innescato.

Ecco che ora invece si vuole abbattere una nuova disgrazia sull’Irpinia, mortificando ciò che di più sacro, prezioso e irripetibile essa possa avere: il territorio. Si progetta infatti un biodigestore in Chianche, a sette chilometri da Tufo.

Io nulla so delle caratteristiche tecniche di quel progetto, né della sua sostenibilità economica, se non che dovrebbe trattare 35.000 tonnellate l’anno, più del fabbisogno provinciale. Però so che le strade sono inadatte al volume di traffico richiesto dal pronosticabile via vai di camion; che gli impianti di biodigestione sono sospettati di rilevanti rischi microbiologici; che l’impatto estetico sarebbe devastante. Difficilmente potrebbe esserci un futuro turistico nell’areale, con un impianto di quelle dimensioni. Ad esempio: se fosse stato costruito a Montalcino, giù nella valle verso a Sant’Antimo, oggi la località non vivrebbe il benessere del turismo, ma solo la miseria e l’imbruttimento industriale.

Perché allora voler infliggere questa ulteriore disgrazia all’Irpinia, che ha già tanto sofferto?

Evidentemente di tutto questo non si cura il sindaco di Chianche, Carlo Grillo, sostenuto da una lista civica, per interessi locali di vedute ristrette. La solita malattia campana, qui come a Velia, dove gli amministratori di zona hanno sistematicamente ignorato la legge speciale in tutela del parco archeologico, patrimonio Unesco (certo, vietava le nuove costruzioni e la relativa speculazione!).

Nè, evidentemente, interessa i vertici della Regione, a partire dal Governatore; ma davvero non ci sono siti più adatti in tutta la Campania, magari ex-aree industriali prossime alle autostrade?

A Roma, intanto, novelli Ponzio Pilato tacciono.

Si mobilitano solo i territori circostanti, quelli delle DOCG, che sono contrari: sindaci e privati cittadini che sfilano pacificamente insieme, soprattutto la comunità di Tufo, la più impattata, si stringe a difesa del suo Greco.

Combattete per la vostra terra, amici irpini!

E mentre combattete, candidate la vostra terra a sito Unesco: gettatela in viso a chi vuol rovinarla , come provocazione.

Io vorrei visitare l’Irpinia finalmente, ma trovandola verde e incontaminata come nei miei sogni.

C’è qui una battaglia da sostenere, Amiche e amici che leggete: spargete la notizia, privilegiate il vino irpino, visitate questa terra, amatela!

Il Volpato Bianco e Rosso del Podere Nannini: una micro verticale.

Volpato Bianco Toscana, IGT 2017, 12 gradi; IGT 2016, 13 gradi;

Volpato Rosso Toscana, IGT 2017, 13 gradi; IGT 2016, 12,5 gradi;

Podere Nannini.

Ho conosciuto la Maremma che ero un bambino: erano i primissimi Anni ‘80, perché dell’ultimo scorcio del decennio precedente, è difficile io abbia contezza. La si frequentava in transito per andare d’agosto all’isola d’Elba: i miei genitori, i miei nonni, zii e cugini, la famiglia e gli amici di mio fratello. Bellissima e selvaggia quella terra, di fascini e silenzi notturni, di immobili meriggi assolati, affocati dal caldo e dal ronzio delle cicale che invadeva i cespugli degli oleandri. C’era,allora, la vecchia Aurelia, che inanellava come le semi di un rosario paesi dai nomi aperti e indolenti, evocativi di sole, di mare e di rena: Bibbona, Donoratico…costeggiando i vecchi poderi un po’ cadenti, che immancabilmente avevano un capanno di legno e canniccio preposto allo smercio di frutta, verdura, vino e olio, saltuariamente miele e qualche cacio. Un paesaggio non molto diverso da quello dell’“abito fiero” e “dello sdegnoso canto” di carducciana memoria o dalle macchie abbagliate di un Fattori, di un Signorini, di un Lega, di un Borrani, di un Cabianca.   La zona di Castagento Carducci e di Bolgheri, da spettinata e sonnolenta che era, si è oggi rifatta il trucco grazie al turismo ed all’enoturismo, divenendo assai più curata ed elegante, ma perdendo qualche cosa in autenticità e schiettezza. Da qualche anno ritrovo la memoria di quell’antica Maremma dei miei ricordi scendendo un poco più a meridione e doppiando il capo dove sorge Piombino, verso Follonica.  Lì si stende una landa – ché  diversamente non saprei come definirla- piatta, lembo estremo della Val di Cornia quando quest’ultima si tuffa nello specchio di mare che guarda la sagoma sensuale e altera dell’Elba. È incorniciata a settentrione dalle sagome spettrali degli altiforni Ilva, poi Lucchini, oggi Jindal, con le loro duplici ciminiere altissime; a meridione dalle palazzine di Follonica. Nel tratto parallelo al mare condta di aree incontaminatamente, umide, selvagge (il parco della Sterpaia), mentre nell’interno la campagna è ancora genuinamente campagna: una distesa vasta e spaziosa di terra coltivata, di zolle fertili rimosse, coi campi di girasole, grano, carciofi, lattughe, peschi e albicocchi, ulivi e viti; che, se non sono coltivati promiscui filare per filare, poco ci manca, tanto un appezzamento confina con l’altro, variando la coltura: così che le une si affratellano alle altre secondo riquadri regolari. Essi sono delimitati, di quando in quando, dalle numerose strade bianche; e, d’intorno, stanno le colline subito alte e verdi di boschi. Lì, ancor oggi, ci sono tante aziende agricole, dove ancora si posson comperare al minuto frutta, verdura , formaggi, olio, miele, vino; da coltivatori diretti di un’autenticità sana e veramente a chilometro zero, altro aspetto che mi rende sempre piacevole una vacanza a Torre Mozza, ultima località livornese prima del confine grossetano.

Ora: non è che vedendo qualche cartello di codeste aziende che reclamizzava la vendita di vino, mi fossi in verità mai affrettato ad assaggiare quelle bibite: su quelle terre piatte, apparentemente pesanti, e assolate, che cosa poteva mai venire? E poi, lo sapevo, qui si produce ancora tanto sfuso senza pretese – non c’è nulla di male, se non si hanno particolari aspettative.

Ventura vuole che lo scorso novembre, girellando per i banchetti del meraviglioso mercato FIVI, mi imbattessi in un’azienda della quale non avevo mai sentito il nome e che notassi, con una certa curiosità, che era di Riotorto, una frazione del comune di Piombino che sta a un tiro di schioppo dal mare e da Torre Mozza.  Assaggiai i due “Volpato”, bianco e rosso, ed il rosso più ambizioso, l’Esopo, l’ unico ad affinare in legno.

Furono però i “ Volpato” ad accendere il mio interesse: giovani, spontanei, schietti, pieni di carattere; vini di ispirazione felicemente artigiana, quasi antica se mi ricordavano certi vini contadini locali degli anni ’70 e 80. Il Bianco mi attrasse in maniera particolare, rammentandomi i buoni bianchi locali e rustici di un tempo;  ripulito, sì, questo Volpato, ma autentico: dal colore carico e vivido, generoso, gustoso, corposo, dissetante, univa queste doti dei bianchi  maremmani della mia memoria ad una moderna precisione, con un taglio particolare, credo all’incirca paritario, di uve verdicchio e vermentino, che fu portato in zona da coloni marchigiani negli anni ’20 e ’30: erano terre di bonifica quelle del fondo della Val di Cornia.

Difatti  dal mercato FIVI mi riportai a casa due Volpato Bianco 2016 , un Volpato rosso della medesima annata ed una bottiglia del loro olio franto da poco, che trovai eccezionale: estremamente aromatico, piccante, vivido e sbalzato come un bassorilievo.

L’occasione di una vacanza a Torre Mozza in questo fresco principio di giugno è stata propizia per una visita al Podere Nannini, fugacissima ma intensa: qui c’è ancora una realtà autentica, contadina, dove una famiglia coltiva i campi, taglia le siepi e coglie le albicocche: se è il caso, potresti trovartele offerte, come usava un tempo: grandi, colorate, polpose e sode, saporite, asprine il giusto: squisite. L’ospitalità è calda, amichevole, genuina: in un attimo ti senti in famiglia, perché trattato con domestica e gentile confidenza. Per arrivare, uno stradello sterrato che si separa dalla strada provinciale 39 ( la vecchia Aurelia) e si infila fra i campi piatti, bordeggiando distese apparentemente  sconfinate di spighe dorate e di carciofi, grandi e violacei come monumenti barocchi. La terra attorno è di zolla grave, scura, gravida di sostanze nutrienti come una vitella dalle lunghe corna; e, credo, con una certa percentuale di argilla.  Piatte sono pure le vigne, quelle che ti vengono mostrate con orgoglio: amplissima quella vecchia di trebbiano, con piante che superano i quarant’anni e sono magnificamente in vegetazione, quasi formassero un labirinto verde; e  assai più raccolta quella di cabernet franc, appena piantata, che andrà in produzione tra qualche anno.

Viene spontaneo riflettere, empiricamente: le vigne distano 5-6 chilometri dalla linea di costa, che è la lunga spiaggia sabbiosa del parco della a Sterpaia; troppi forse per ricevere appieno le brezze marine che spazzano l’ampio golfo di Follonica (in estate, lì sul mare, può fare persino freddo), tuttavia son sicuro che benefici della sua azione termoregolatrice, delle sue guazze notturne (che ristorano le viti quando soffia la calda brezza di terra) e di quella luce intensa, pura e particolarissima per la quale è celebre questo tratto di costa Toscana, da  Bibbona a Gavorrano. D’altra parte le vigne in pianura possono anche limitare l’espressione di certe varietà e sospetto che il verdicchio funzioni bene in taglio per regalare un di spinta acida e struttura  al vermentino che qui, forse, da solo riuscirebbe troppo largo e senza nerbo.

Con la visita al Podere Nannini mi son messo in bagagliaio anche qualche bottiglia del Volpato Bianco 2017 e del Volpato Rosso 2016, potendomi così divertire al gioco di una  verticale di due annate: piccola, improvvisata, domestica, ma rivelatoria. Cominciando, come da vecchia tradizione, dal vino più giovane.

Il 2017 ha un bel color limone luminoso e molto pieno, con riflessi verdini, quasi di giada: saranno verdicchio e vermentino con quelle a radice “ver/verd/vert” ad ispirarlo.

Forma sul calice un velo spesso, che diviene lacrime massicce, lente, evanescenti. Si vede ancora un po’ di finissima anidride carbonica disciolta, segno di giovinezza e di un imbottigliamento tutto sommato recente. Per me è la benvenuta.

Esprime un profumo molto intenso e campereste, estivo: fosse un arazzo, l’ordito sarebbe scopertamente cerealicolo, di campi di grano maturi e biondi, sui quali si disegnano rustiche figure di salvia e di alloro, di albicocche e foglie di carciofo, di semi di girasole e di papavero, un tocco delicato di uva spina ed uno deciso di pomodoro, con una lieve scia minerale.

Al palato è schietto: di corpo importante,  ben secco, eppur morbidamente avvolgente per effetto del glicole, ha un’acidità netta (un “asprigno”, ha detto il mio babbo), che disseta e richiama sorsi e sorsi, anche perché c’è quell’anidride carbonica disciolta ed una certa sapidità che titillano. Al gusto è dinamico, con continui e franchi rimandi ai suoi profumi intensi, e tuttavia il vino rimane improntato ad una certa delicatezza di tocco, in virtù anche di una sensazione tattile  fluida e sciolta.  Il finale ha una giusta lunghezza, pulizia, ed un gioco quasi scherzoso tra le dolcezze alcoliche e le note saline. Fosse una luce, sarebbe quella decisa, ma nitida ed ancora fresca di metà di una mattina di giugno. Credo che trovi il suo migliore abbinamento su una cucina di mare ricca e sapida , ma lo proverei volentieri anche sulle verdure ripiene e sulle carni bianche.

Curiosamente Il Volpato 2016 esprime un grado alcolico maggiore, una sorpresa considerato che l’annata 2017 è stata più calda; ma calore, si sa, non significa necessariamente  grado alcolico, che è piuttosto legato all’intensità luminosa ed alle ore d’insolazione: anzi, la maggior calura può aver da un lato mandato le viti in uno stato, per così dire, di protezione; dall’altra il cielo potrebbe essere addirittura rimasto più velato per l’afa, riducendo l’insolazione; e conta, ovviamente, l’epoca della vendemmia. Rispetto al fratello minore ha un color limone più carico e maturo, e profumi ancora più intensi, robusti, profondi: qui si annodano in perfetto ed armonioso bilanciamento agrumi maturi (e limoni, in particolare), frutta secca (nocciole fresche, mallo di noce), spunti idrocarburici e terrosi, su un tappeto soffice di fiori gialli e bianchi, di uva spina, con intermezzi quasi piccanti di peperoncino e timo. Ritornano i girasoli, petalo e seme, ritorna la macchia riarsa dal sole, evocata e subito sfumata. Sorso molto armonioso, col corpo ampio, energico, di notevole spinta acida e salinità più delicata, quasi accennata rispetto al 2017, ma in realtà ben presente e integrata in delicata fusione grazie alla maggior presenza  estrattiva del vino. Al gusto è ancora più concentrato e nel finale si illumina di un’inattesa balsamicità di resina di pino, che all’olfatto era appena accennata. Anche la persistenza mi sembra avere una marcia in più rispetto al fratello più giovane, per lunghezza ed armonia. Mantiene in pieno, tuttavia, quelle benvenute doti di freschezza e secchezza, quel dissetante “asprigo”. Fosse una luce, in questo caso virerebbe su quella di un mezzo meriggio di giugno: sempre decisa, ma ancora più forte e più calda. Lo direi bene sul pescato di mare, e su grandi crostacei: astice, aragosta.

La mia micro verticale del Volpato rosso è forse una piccola forzatura, essendo dichiaratamente , questo, un rosso da gustarsi nella sua giovinezza.  Però è stata l’occasione quasi di riscoprire questo vino, che durante la fiera novembrina non avevo forse apprezzato appieno nella sua giusta dimensione, che poi è quella della tavola, dei sapori sapidi e genuini, dell’aria aperta: non ti aspettare qui -amica o amico che mi leggi- un vinone signorile da concorso, un bell’imbusto in doppio petto, ma un vino amico e schietto, quello è.  Curiosamente, nel rosso l’annata ha avuto effetto inverso sul grado alcolico, maggiore nel vino più recente.

Il Volpato Rosso 2017, è perlopiù di uva sangiovese, con aggiunte di canaiolo e ciliegiolo. Ha un colore rubino perfetto,  molto trasparente, bellissimo e luminoso; lascia sul calice un velo evanescente. Profumo di intensità  superiore alla media, semplice e fresco, principalmente sulla frutta rossa: se parte dalla rosa, vira subito sulla  fragola e attraverso la ciliegia trascolora  fino all’amarena, persino quella candita e  sotto spirito. Un fondo delicato di erbe aromatiche un po’ selvatiche, come il timo, e minerale, di grafite, di legna bruciata. Di corpo quasi lieve, inferiore di certi a quello di molti rossi, ha snellezza, scatto, tanta acidità ben integrata che lo rende fresco e dissetante come un agrume, ed un più è assai salino. Il tannino c’è , ma leggero, fine. Non ha grande estratto, ma è ragionevolmente gustoso,  ed ha un finale di discreta lunghezza, equilibrato, nitido e pulito, perché si giova della secchezza del vino: è senz’altro toscano è maremmani nel carattere, non ci sono svenevolezze qui. Sobria quasi una versione mediterranea, sorridente, virile di un Beaujolais, ma di quelli buoni: un  Morgon, un Moulin a vent. Fosse un colore, sarebbe un rosso vivo, ma pastello.

L’abbiamo gustato con grande piacere su un’insalata di pomodori rossi locali, squisiti, e su pecorino fresco ed affettati assortiti, tra i quali una divino prosciutto di cinta senese brada della Macelleria Marini di Agliana (PT), tagliato rigorosamente al coltello. Tuttavia non esito  a immaginarlo ottimo su zuppe di pesce e persino sulle triglie alla livornese, per non parlar dello stoccafisso in umido, come si prepara in Toscana; e, perché no, sul tonno. A mio vedere, è un vino da pesce paradigmatico.

A margine, mi sono chiesto come sia stato possibile ottenere un rosso così lieve e dalla tinta trasparente in un’annata calda e asciuttissima  come la 2017, e in questa zona, dove sui colli vicini seccavano persino gli alberi nei boschi. Non credendo a magheggi di cantina – perché il vino fluisce in maniera talmente naturale- ritengo che l’effetto del mare ed una certa percentuale di argilla nel terreno possa aver aiutato le viti, ma soprattutto che,  intelligentemente, la vendemmia sia stata alquanto anticipata e la macerazione sulle bucce tenuta corta.

Il Volpato Rosso 2016, complice l’annata felice ma notoriamente particolare, mostra in maniera se possibile ancora maggiore un carattere originalissimo ed artigiano: mi ricorda davvero, come se li avessi materializzati davanti, certi rossi toscani che si bevevano qui e sulla dirimpettaia Isola d’Elba, soprattutto dal punto di vista aromatico. Già al colore, l’impatto è diverso: sempre rubino trasparente, e  molto luminoso, ma assai più concentrato e cupo rispetto al fratello più giovane. Anch’esso forma sul calice solo un velo, che si ritira adagio ed uniformemente, senza quasi accennare a lacrime. Il profumo è molto intenso, concentrato e complesso, sfaccettato fino a toccare note più acute e profonde. C’è un’idea di fiori, come di petali di viola appassiti, che vanno a braccetto con profumi di frutti di bosco rossi e neri (lamponi, more e mirtilli), fino all’uva aleatico appassita. In mezzo sta la frutta rossa: polpose susine, mature ma ancora croccanti, un po’ acidule. Intorno sta una nuvola complessa ed inestricabile di macchia, quella selvaggia e resinosa delle dune costiere, ed una scia sottotraccia di spezie di norcineria – il pepe nero e quello bianco – e di sottile mineralità. In bocca è gustosissimo, succoso, longilineo, ben secco, salinissimo e con un’acidità spiccata: non l’ho assaggiato in parallelo col 2017, tuttavia credo che i parametri analitici di acidità non siano granché diversi: ma in questo 2016 la combinazione di maggior estratto e minor alcol (limitato alla soglia legale dei 12,5 gradi) risulta in una superiore freschezza: letteralmente,  è appetitoso e fa salivare appena lo si avvicina al naso. Di corpo presente, ma assai misurato, sul finale è nitido, equilibratissimo ed in rimando continuo ed incalzante tra frutta e sale, dolcezza e acidità, molto gustoso e di spiccata persistenza. Insomma, ha una marcia in più rispetto al fratello minore; o, piuttosto, un eloquio più scopertamente tridimensionale. Toscanissimo anch’esso e forse più ancora dell’altro. Fosse un colore, sarebbe un viola scuro, luminoso e cangiante, come i petali di certi fiori di campo. L’abbiamo goduto con piacere su un piatto di penne coi pomodori freschi, guardando il mare del Golfo di Follonica, ma lo proverei, credendolo ideale, sovra un galletto alla griglia o al mattone, o eventalmente allo spiedo.

Rossi, entrambi – mi raccomando di cuore amica o amico che mi leggi- da bere un po’ freschi, assolutamente non oltre i 18 gradi e scendendo tranquillamente fino ai 14, in particolare col 2017, specie lo gusti su vivande di mare. Faccio mia la raccomandazione che il produttore mi ha detto mentre si caricava in macchina le bottiglie: meglio berlo in fretta, senza lasciarlo troppo invecchiare; ed io direi che il suo orizzonte può essere i tre, forse i quattro anni dalla vendemmia,  solo se ottimamente conservato.

Guarda tu che vini, quelle viti di pianura, quelle terre da ortaggi, da pesche…è forse questo il massimo che possono dare?

Ecco un territorio che parla attraverso il bicchiere, grazie ad una mano sapiente e rispettosa, in grado di valorizzarne la peculiarità oltre ogni aspettativa. Proprio vero: “ nel vino si riconosce il mondo”.

La prossima volta al Podere Nannini mi fermerò con calma: farò mio il tempo lento di stringere le mani, di aspettare il tramonto passeggiando le vigne.

Bianco Pomice 2010, Sicilia IGT, Tenuta di Castellaro, 13,5 gradi.

Oggi il Mercato novembrino della FIVI (Federazione Italiana Vignaioli indipendenti) è uno tra gli eventi più conosciuti , amati e frequentati da chi, a varo titolo, si occupa di vino. Io, che per intuizione fortunata lo visitai anche il primo anno che si svolse, posso testimoniare che partì alquanto in sordina. Però, ciò che era vero allora è vero ancora oggi: al Mercato della FIVI si possono scoprire vini meravigliosi, anche uscendo dalle rotte più conosciute. Fu appunto in quel lontano primo mercato della FIVI che acquistai questo Bianco Pomice: mi stregò allora, mi strega forse ancor più oggi, che mi decido finalmente ad aprirlo. Pomice nel nome, perché richiama la pietra vulcanica e leggera che abbonda sulla terra dove è nato: Lipari, l’isola maggiore delle Eolie. Fu, nell’assaggiarlo allora, un tuffo nel sole di quell’isola, nei riflessi del suo mare, nei suoi profumi, evocando in me i ricordi di una visita lontana nel tempo, ma abbagliante. Vino, questo Bianco Pomice – sei decimi da malvasia delle Lipari ed il restante da uva carricante- che mi pareva di esecuzione precisa e di grande suggestione; tuttavia ne sospettavo e temevo una ridotta capacità di tenuta nel tempo, un po’ per mio preconcetto di allora verso i vini isolani in generale, vieppiù se bianchi e del sud, un po’  perché ricordavo che la Tenuta di Castellaro era alle sue prime annate e, nella mia mente, tale gioventù produttiva doveva pur pagarsi, in qualche modo. Il produttore stesso ne indicava una vita stimata tra i tre e i quattro anni. Perché dunque aspettai tanto ad aprirlo, otto lunghi anni dalla sua vendemmia? I casi della vita, puri e semplici, senza nessuna premeditazione.  Ecco dunque che viene il momento propizio, e speranzoso lo apro. Speranzoso, sì, perché col tempo l’esperienza mi ha portato a deflettere da quei preconcetti. Speranzoso, malgrado l’abbia conservato in una cantina buona, ma non ideale. Però, a versarlo nel calice, io resto addirittura allibito:  il suo colore è limone perfetto, limpido, appena con qualche riflesso dorato, luminoso, solare, e forma sul calice gocciole rade, veloci, che subito divengono evanescenti: prima un velo, poi spariscono. A riguardarlo – e bisogna, perché affattura la vista- non dimostra che la metà dei suoi anni.
Attira, seduce, in un attimo si accosta alle nari: anche il profumo, benché in evoluzione, è assai più giovane di quello che detterebbero i suoi anni; risponde piuttosto, in pieno, alla sua immagine visiva: pulito, molto intenso e complesso, ti rapisce e ti porta dritto nella primavera eoliana avvolgendoti in una nuvola di zagara, mimosa , di fiori di limone e di arancio e i fiori gialli tutti; ed ecco che il fiore diventa frutto e si fa estate profumata di limoni, di aranci maturi, materici fino a percepirne il profumo della scorza, e poi le susine bianche (le Claudia); ed ecco inoltrarsi ancora nei caldi agostani, le macchie riarse ed ebbre di salsedine, le erbe arroventate dal sole che ancor più si fanno odorose: rosmarino e timo; persino la terra nuda, in una mineralità ocra che profuma quasi di sabbia, di pomice, creando una correlazione evocativa tra profumo e colore e materia impressionante; ed ancora, ad un ascolto attento (eh sì, perché un vino così , che racconta, bisogna proprio ascoltarlo) , capperi e acciughe, su un fondale distintamente ammandorlato: pura territorialità.
È il suo bacio però, come in un crescendo, a conquistarti per sempre, come proprio dovrebbe essere per tutti i grandi vini: alla bocca è incredibile per forza motrice, così ampio, pieno di gusto, perfettamente rispondente e aperto come la coda di un pavone, ripercorrendo sul palato tutti i profumi dell’olfatto fino a toccare, nel retrogusto la mandorla e l’amaretto. Tuttavia, sono la sua struttura e la sua freschezza ad accendere la miccia di tanta complessità, e provocarne in bocca l’esplosione piroclastica che la lancia in volo: la sua acidità è altissima, incredibile per un vino isolano di quelle latitudini, ed è meravigliosamente integrata, sciolta e naturale al punto che, foss’anche un gioco di prestigio enologico  –  ma non lo credo affatto- lo avrei benvenuto. Poi è salinissimo, come pochissimi ne ho assaggiati in vita mia, al punto che userei un doppio superlativo per descriverlo, come si faceva nelle filastrocche da bambini: “ -issimissimo!”.  E sul sale sta per tutta la sua persistenza, per il resto bilanciatissima e lunghissima. Per complessità, souplesse e scatto, ed anche per la suggestione dovuta alla forma della bottiglia, verrebbe da definirlo un Borgogna del sud Italia: la citan tutti a sproposito la Brogogna, lo faccio anch’io. La realtà tuttavia è che  questo Bianco Pomice è individuale e unico, perché  riesce a trasmettere tutta l’emozione e la forza del suo territorio in una veste moderna, precisa, distinta: forse perché c’è in lui e nella mente e nelle mani di chi l’ha creato un laico ideale di rispetto per ciò che genera la terra, la volontà di assecondare la vocazione dell’uva, senza forzature, utilizzando tecnica e ingegno solo quanto basta, quasi l’enologia non fosse che l’opera sensibile di una levatrice: lieviti indigeni, chiarifica naturale dei mosti, pratiche antiche. E, per esperienza ci scommetto, partendo da una gestione attenta e progettuale del vigneto.
Il risultato è, al mio gusto almeno, un miracolo di bellezza.  
Lo immagino ideale, in questa fase matura  della sua vita, su pesce pescato di mare al forno- ad esempio un semplice branzino al sale. Stasera ha avuto compagno del pesce spada cotto coi pomodorini: la sua voce ci ha comunque incantato. 

Solarancio, L a 2015, Vino Bianco, La pietra del focolare, 13,5 gradi.

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Amo, da sempre, le terre di confine. Le lagune, ad esempio, dove non è suolo e neppure mare; le paludi, dove il capriccio delle acque muta senza posa il paesaggio. Sarà forse per quel senso di indeterminazione, per quel limitare sospeso, per quella vaghezza che aggiunge poesia, senza neppur tirare troppo in ballo il buon Leopardi e le sue teorie. Oppure sarà che l’incontro di sfere diverse, di differenti territori, crea una meravigliosa, seppur obliqua, ricchezza. Le terre dei Colli di Luni sono appunto di confine: politicamente, sempre un po’ indecise tra la Toscana, la Liguria e l’Emilia, e le varie signorie che nei tempi si sono susseguite; geograficamente -ciò che più conta- ponendosi allo stacco tra l’Italia peninsulare e continentale, con gli Appennini e le Apuane alle spalle e davanti lo specchio del mare, prendendo un po’ dai monti e un po’ dal Mediterraneo l’aria e la vegetazione. In fondo in certi periodi dell’anno solo pochi chilometri in linea d’aria separano le onde dalle creste innevate: quella la magia; che, se fossimo in Nuova Zelanda, tutti diremmo: “oh”. Il territorio perciò è peculiare e che fosse favorevole ai vini se n’erano già accorti i romani, se Plinio il Vecchio già giudicava quelli di Luni i migliori vini dell’alta Etruria (uè, all’epoca non c’erano né gli agronomi né gli enologi ad aggiustare ciò che la Natura non dava). Sono i vigneti, lì, lacerti di terra impervi, strappati al bosco ed alle colline a forza di mani, perché spesso col trattore nemmeno ci puoi entrare, tanto son piccini come  fazzoletti di trina della nonna. Però il Vermentino, lì, esprime un carattere notevolissimo, identitario, raggiungendo forse le vette della sua eleganza. Lì sono state negli anni e per forza di tradizione ed evidenza empirica identificate zone di particolare pregio: tra esse, Sarticola, una località tra Castelnuovo Magra e Ortonuovo, posta a circa 300 metri d’altezza, ben ventilata e che guarda il mare, con terreni, da quel che mi si dice -e spero con cognizione- argillosi e sassosi.
Da essa vengono anche le uve di questo Vermentino, del quale a lungo avevo sentito parlare: trovandomelo davanti in un’enoteca di Sarzana nell’agosto del 2016, non l’ho potuto ignorare. E l’apro ora, che si è ben riposato in un’adeguata cantina; e mi pare una fortuna averlo atteso, perché i bianchi 2015 dell’Italia centrale, appena usciti, mi sembravan quasi tutti muti; ma, d’altra parte ,nemmeno vorrei aspettare troppo: non ho grande fiducia nell’invecchiamento del Vermentino, che mi pare sempre un po’ un azzardo perché mi credo sia un peccato perdere quella freschezza caratteristica di questi vini e che è tanto bella.
A maggior ragione tiro un sospiro di sollievo per la decisione presa trovandolo col tappo in plastica: saprai – amica o amico che mi leggi – che assai poco ne stimo la tenuta nel tempo, anche quando sia di qualità buona come mi pare questa chiusura. Allora, giusto così: apriamolo. Lo trovo di una bellissima tinta limone carico, luminosissimo, con una evidentissima carbonica disciolta: veramente “il calor del sole che si fa vino, giunto a l’omor che de la vite cola". Lascia sul calice gocciole veloci, rade, che si disgregano in un velo. Ha un profumo molto intenso e complesso, pulito, arioso e luminoso, solare, mediterraneo o  -più ancora- tirrenico. Un’armonia di fiori: ginestre, mimosa, biancospino e sambuca; di agrumi, soprattutto arancia e mandarino, ma anche un po’ di cedro; di erbe, salvia, alloro, rosmarino; un garbato ma evidente bouquet minerale petroso, gessoso, ferruginoso, sottilmente empireumatico, pronto col tempo ad aumentare ed aggiungere ulteriori profondità. Forse, sul fondo, c’è un barlume di cannella ed una nota lievemente, elegantemente ammandorlata. E’ ancora molto giovane, ma già in sviluppo ed incuriosisce, intriga, invoglia all’assaggio, che è pieno, quasi cremoso eppure un po’ titillante di carbonica. Giustamente secco, con una altissima acidità, molto salino, ritmato verso un finale lunghissimo e nitido, con una gestione esemplare dell’alcol, che resta nascosto tra ricchezza e freschezza, ha una ampiezza sonante che si innalza verso il cielo e il sole in una dimensione verticale con una indimenticabile continuità di tono, e con una scorrevolezza felice che quasi ti verrebbe di definirlo passante, ma solo nel senso della flessibilità naturale e gioiosa: cioè, che passa attraverso la bocca, insinuandone ogni pertugio per poi fuoriuscirne alato. Un Vermentino lirico e potente, verace  e raffinatissimo insieme,  tecnicamente impeccabile e figlio di scelte enologiche consapevoli, ma calorosamente comunicativo. Sulla nostra tavola si è sposato con amore ad un piatto di spaghetti con la bottarga e ad una zuppa di vongole veraci, ma lo immagino un sogno su grandi pesci pescati, ricciole e sanpietri,  sui crostacei , persino sui crudi.
Questa Pietra del Focolare, che pure non conosco direttamente, che altri vini produce e che sarebbe giusto assaggiare, mi pare oggi una pietra di paragone.

Colli orientali del Friuli Sauvignon 2007, Gigante, 13,5 gradi.

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Tra i vini bianchi il Sauvignon è forse quello più unanimemente inteso sotto la marca della freschezza:  di esempi ne sono pieni gli scaffali di qualunque ben fornita enoteca internazionale, spaziando da interpretazioni cilene a sudafricane a australiane a neozelandesi a argentine a americane, oltre a quelle tradizionalmente francesi. Non mancano -sebbene abbiano sempre da prender piede in Occidente-  quelle cinesi o Indiane. 

Gli Italiani, ovviamente non son mai stati a guardare.

Il profilo per lo più è quello (ma non sempre): grandi profumi giovanili, al limite dello psichedelico, e acidità sostenute, al limite del viperino. 

Allora, ha senso assaggiare un Sauvignon di otto anni? Ha senso parlarne dopo altri due anni, riesumando le note del 23 aprile del 2015? Ha senso cercarvi anche un’anima territoriale?
Forse: se -amica o amico che mi leggi- hai voglia di venir con me e scavare sotto la superficie e cercarvi tracce e indizi, come tu fossi il protagonista di un giallo, che segue una pista oscura; o  come il restauratore che svela lacerti di affresco sotto alla calce; oppure come un monaco che con pazienza infinita al buio della biblioteca cerca un testo perduto sotto un palinsesto; se – amica o amico che mi leggi – il territorio è quello forte e severo dei Colli Orientali del Friuli, con le loro piogge abbondanti, ma anche con la loro luce che sa essere sorprendentemente cristallina, con le loro brezze che si incrociano tra le montagne e il mare; se -amica o amico che mi leggi- il produttore è di quelli solidi e con la mano sicura, come Gigante. 

Ecco questo Sauvignon, che è un vino di quelli che si comprano e si bevono senza troppi pensieri, costruiti per essere amici e non per stupire.
E però, dopo 8 anni, lo trovai limone carico, con lacrime lente e poco evidenti, ed un’esplosione di profumi al naso: buccia di limone, cedro, mela verde, salvia asparago, erba cipollina, albicocca e pesca bianca, non troppo mature, note di frutta candita, lichi, frutto della passione. Sorprendentemente, tuttavia, l’insieme tendeva alle tinte calde o,meglio, era in grado di evocare il tepore dell’inizio della primavera. Al sorso, trovai il suo corpo medio, con un’acidità ancora alta, saporito e definito con la precisione di una pietra preziosa: un diamante. Con un tocco un po’ ruvido o scabro sul palato, l’irradiavano tocchi salino-minerali, per una persistenza superiore alla media, un po’ sforata dall’alcol. Ecco che alla freddezza della gioventù, quella che spesso si sente in tanti Sauvignon, aveva sostituito un calore in grado di donargli profondità senza alcun tono artificioso o barriera ad un naturale eloquio. Ma i vini friulani sono mai freddi? Semmai sono un po’ sulle loro, come i friulani stessi, che hanno solo bisogno di un po’ di tempo per aprirsi. Era perfetto sul San Daniele e, presumo, lo sarebbe stato sul frico. L’avrei osato anche sulle ostriche, potendo, per associare complessità a complessità, aroma ad aroma.

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