Le Fief du Breil, Muscadet Sèvre et Maine 2013, Jo Landron, 12 gradi.

“Mentre mangiavo le ostriche col loro forte sapore di mare e il loro leggero sapore metallico che il vino ghiacciato cancellava lasciando solo il sapore di mare e il tessuto succulento, e mentre bevevo da ogni valva il liquido freddo e lo annaffiavo col frizzante sapore del vino, perdevo quel senso di vuoto e cominciavo a essere felice, e a fare progetti.”

Ernest Hemingway, Festa Mobile, 1964

Tra i vini bianchi francesi, il Muscadet Sèvre et Maine mi ha sempre ispirato una particolare simpatia. Sarà forse perché è meno stimato di altri, che vivono di una gloria propria; mentre il Muscadet trova la sua ragion d’essere, primariamente, nell’abbinamento gastronomico: è noto come sia ideale su frutti di mare crudi e, particolarmente, sulle ostriche.

È quindi un vino che si beve per godere e non per farsi vedere: finalità nobilissima.

Eppure limitarsi a considerarlo ed apprezzarlo, utilitaristicamente, solo per la sua funzione sulla tavola, non gli rende giustizia: perché questo vino che viene dal nord, da una regione che immaginiamo piovosa, umida, fredda, a 50 chilometri dalla foce della Loira e dalla costa atlantica, ma in realtà relativamente mite, ha un’originalità pressoché unica, evidente almeno nelle produzioni migliori, emergenti da una massa più informe.

Per l’acidità viperina l’accosteremmo volentieri all’Asprinio d’Aversa nostrano o al Vinho Verde portoghese, ma differisce da essi.

Il suo è un racconto di ampi spazi, nel quale si legge il gioco dei venti e l’azzuffarsi delle onde oceaniche con la corrente del lungo fiume, trascolorati in immagini nette e insieme trasognate, liquide e sospese come certa musica di Debussy; quasi fosse una di quelle conchiglie alle quali si può accostare l’orecchio e sentire di lontano un’eco del suono del mare.

Tra quanti ne ho assaggiati, quello che più nitidamente evoca tali sensazioni è Le fief de Breil di Jo Landron, un Muscadet Sèvre et Maine di straordinaria complessità e, con questo 2013, dall’evoluzione sorprendente: normalmente il Muscadet si consuma giovane, al più dopo un biennio dalla vendemmia, perché la perdita di freschezza e tensione non è compensata da una maggiore complessità.

Questa bottiglia, invece, pur conservata a lungo in un ripostiglio domestico, asciutto, con temperature costantemente alte e altissime in estate, a otto anni dalla vendemmia libera un vino di candido splendore, dove leggerezza, intensità e ricchezza dialogano incessantemente in dinamismo interno.

Il suo colore è limone carico, luminosissimo, con gocciole rade che si dissolvono in fretta.

Il profumo è molto intenso, puro, arioso, ma non aromatico, come si conviene ad un Melon de Bourgogne in purezza, che vitigno aromatico non è. La sua lingua è mare e pietra: sferza iodio come spuma di onde, iodio e sale sollevati in una sventagliata di aldeidi, sì che la salivazione comincia già all’olfatto; poi una grazia di fiori bianchi e gialli, dalla ginestra a una nettissima mimosa, con un senso piacevole di selvatico, che ricorda le erbe aromatiche: la garrigue, la ruta…Prima che un ultimo bagliore citrino rischiari il palato come una luce tenue, acquarellata, di limone, cedro, pompelmo, già evoca la distesa atlantica immensa, i venti, il cielo bigio sopra le dune di sabbia, le erbe, i canneti, appena sfumati da un accenno più dolce, quasi di farina di castagne, dovuto senz’altro all’età.

Vino di nerbo e di stoffa: all’assaggio, il corpo è poco meno che mediano, subitaneo nella sferzata acida, con un retrogusto immediatamente percettibile, solenne di incensi, ceralacca, ferro. In mezzo, lentamente, quasi sbocciando sul palato, delicate senzazioni saline, ed un allungo ritmatissimo, deciso: una piacevolissima, lievissima lama.

Per un purista, forse, è un po’ troppo in là con gli anni, ma per me è buonissimo: pazienza se l’abbinamento con le ostriche risulta poco meno che perfetto, giacché la sua ricchezza e la sua energia contrastano ora, magnificamente, sublimi spaghetti marca Afeltra con le vongole veraci, fresche, di Goro.

Vien voglia di capire come si arrivi a un risultato tanto eccellente, che spicca dalla maggioranza un po’informe dei Muscadet e, per una volta, di guardare alla scheda tecnica del vino, che racconta di una di un’attesa lenta e amorosa, rispettosa dei tempi della natura: di viti vecchie dai 30 ai 40 anni, allevate a Guyot su suoli argillo-silicei, con quarzi su rocce metamorfiche di origine magmatica; di densità fitte a 6800 ceppi per ettaro, con rese contenute a 42 ettolitri per ettaro; di fermentazioni con leviti indigeni e maturazioni in cemento vetrificato, sulle fecce fini, per 30 mesi, e stabilizzazioni a freddo, senza coadiuvanti.

Jo Landron ha eliminato i pesticidi dagli Anni Novanta, certificandosi biologico nel 2002 e lavorando secondo i principi della biodinamica dal 2005. Non so affermare se un metodo sia migliore di un altro in viticoltura o in enologia, ma questa sembra una storia d’amore per il proprio lavoro e per la propria terra: tanto basta.

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