Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2006, Villa Diamante, 13 gradi.

“La vigna è la mediazione tra il suolo e la bottiglia. La capacità di un buon viticoltore deve essere quella di trasferire il terreno nel bicchiere, perché quello nessuno ce lo può rubare” – Antoine Gaita.

Non ricordo esattamente quando assaggiai per la prima volta il Fiano di Avellino Vigna della Congregazione di Villa Diamante; da allora, però, la mia percezione del Fiano di Avellino e di quale espressività potesse conseguire un grande bianco è cambiata.

Il Vigna della Congregazione è stato uno spartiacque nella mia coscienza di amante di vini; forse, nella storia stessa dal Fiano di Avellino: il primo concepito, fin dalla vigna, per un lungo invecchiamento e, più ancora, con l’ambizione di dialogare da pari a pari con i grandi bianchi borgognoni.

Mi è impossibile assaggiare il Vigna della Congregazione senza rammentare Antoine Gaita, il vignaiolo artigiano che fondò l’Azienda nel 1996 con la moglie Diamante Renna, scomparso nel 2015, sessantenne.

Seppure l’incontrassi una volta sola, ad un lontano Vinitaly, mi rimase indimenticabile, non solo per la sua imponente, caratteristica corporatura: aveva carisma, condivideva la straripante passione per il suo lavoro ed i suoi vini con genuina trasparenza, amichevolmente.

Antoine Gaita aveva idee particolari e controcorrente.

Se allungare l’affinamento in bottiglia del Fiano di Avellino era pioneristico all’epoca, ma non una novità assoluta, altri aspetti erano rivoluzionari per la zona: la lunga permanenza sui lieviti, le vendemmie tardive, la vinificazione per Cru (il Vigna della Congregazione fu affiancato dal Clos D’Haut), la scelta dei suoli: il terreno di Vigna della Congregazione è molto argilloso, umido, all’epoca ritenuto poco adatto per il fiano. Il tempo ha dato ragione ad Antoine, che in verità non si stancava mai di sperimentare.

La vigna, sita a Montefredane in località Toppole, a circa 400 metri sul livello del mare, ha peraltro diverse particolarità: circondata dal bosco, parzialmente esposta a nord, ha un impianto sorprendentemente poco fitto, tuttavia la resa è sempre stata naturalmente piuttosto limitata: dai suoi due ettari si ricavano, in media, 6000 bottiglie. D’istinto, credo che il sito favorisca maturazioni lente e armoniose.

Avevo conservato questa bottiglia in una buona cantina da tempo immemorabile: l’aveva acquistata un mio fraterno amico direttamente in Azienda ed era stata oggetto di uno scambio qualche giorno dopo, credo con certi Riserva di Chianti Classico. E l’avevo tenuta cara: conoscendone le qualità ed essendo l’ultima, avevo sempre aspettato l’occasione o l’abbinamento meritevole.

Non c’è però momento migliore di quello dettato dal desiderio – favorito, in questo caso, dalla disponibilità di pesce fresco.

Vecchia di quindici anni ormai, l’apro con una certa trepidazione: altri Fiano, dopo un lustro, accennano stanchezza. Il tappo, che estraggo col cavatappi a lame, però è perfetto, e appena inizio a versare il vino nel bicchiere, sorrido.

Basta un istante per subirne la fascinazione: vista, olfatto, gusto, sono immediatamente rapiti nel godimento di un’ideale, trasognata bellezza.

Lo guardo ed il colore è bellissimo: un limone carico, trasparente e luminosissimo, con riflessi dorati. Si direbbe un vino con la metà dei suoi anni, o anche meno. Sul vetro non forma gocciole: solo un velo.

Il profumo è molto intenso, di straordinaria complessità, ariosissimo: aria pura pare di respirare, che racconta ampi spazi, sole, montagne verdi, un balugine lontano di riflesso marino nella luce del cielo, quasi radunando la gloria intera della natura mediterranea.

Un’iride fiori bianchi e gialli, che punteggiano i prati e orlano i campi al limitar del bosco: sambuca, giglio, camomilla, mimosa, persino la violetta.

Poi, quasi prendesse per mano in un’ideale passeggiata fra gli orti, uva spina, ribes bianco, pesca, fichi bianchi, limone, cedro, lime, finocchio, salvia, sedano, insalata, persino un tocco esotico, lievissimo, di mango e banana.

Gli aromi antichi, che morbidi parlano al cuore: i cereali, la farina di castagne. Tripudiano le spezie, dolci e piccanti.

E ancora c’è muschio, pietra, terriccio; la freschezza dello iodio si fonde con ombrosi toni empireumatici.

Delicatissimo il tratto dolce del caramello, del dattero, del fico secco: solo un soffio.

Una sinfonia di evocazioni che tocca ogni rifrazione dello spettro aromatico, nelle più intime pieghe, segnando l’evoluzione di un vino che pure tende ancora al giovane, come vieppiù disvela l’assaggio.

Ha corpo grande, ma estremamente reattivo, ritmato, in emozionante crescendo armonico, che vibra ed irradia, spinto da un’acidità piuttosto spiccata, più della norma per i Fiano. “Nerbo” e “stoffa”, si diceva un tempo. La trama salda, giustamente salina, trasmette un lieve, ma piacevolissimo, senso di buccia d’uva.

E’ un sorso regale, di equilibrio perfetto, con lunghissimo riverbero e amplissima risonanza, per il quale si vorrebbe scomodare un termine mitico, romantico, abusato: ambrosia.

Puro, maestoso, intimo, col dettaglio struggente che unisce idealmente il respiro del Mar Tirreno all’aria delle alture irpine, in una sintesi originale, identitaria, indimenticabile.

Non ho tema di definirlo uno tra i più grandi bianchi da me assaggiati in oltre quindici anni di passione consapevole: gli si possono accostare, rispettosamente, solo i migliori, di qualunque provenienza internazionale.

Ed è bello sapere che l’Azienda, di 3,5 ettari, continui oggi la conduzione familiare con la figlia Serena, forte di studi enologici.

Gustato su spaghetti alle vongole veraci ed ombrina arrosto, buonissimi in abbinamento; ma è lui a regnare sulla tavola, lui l’imperatore, svettando con grazia nella memoria.

I Lacryma Christi del Vesuvio di Cantine Matrone.

Sarò magari suggestionato dalla bellezza abbagliante dei luoghi – quell’insieme di cobalto marino, giada lussureggiante di vegetazione, ametista della terra, ocra delle monumentali rovine – mi pare tuttavia che dai Campi Flegrei al Vesuvio ci sia una concentrazione straordinaria di piccole cantine eccellenti e di deliziose perle enologiche.

Ciascuna con un carattere assai peculiare: la capacità dei vignaioli e, credo, le caratteristiche stesse delle varietà locali, valorizzano la notevole parcellizzazione di un territorio dal fascino naturale e storico unico.

Vini dei vulcani, tutti; ma, a grandi linee, aggiungerei che quelli dei Campi Flegrei, salatissimi e sciolti, declinano al mare; i Lacryma Christi, più acidi e strutturati, declinano alla montagna.

Il Lacryma Christi è un vino di antica tradizione (gli affreschi pompeiani mostrano il Vesuvio coperto di viti) e di notevoli citazioni letterarie: ne ricordo una poco nota, ma che è stata il mio primo memorabile incontro con la tipologia, nelle pagine che Pratolini dedica al personaggio de “la Signora”, in Cronache di poveri amanti.

Ha subito purtroppo un periodo d’oblio, durante il quale, almeno fuori zona, si trovavano solo esemplari commerciali di scarsa personalità ed interesse.

Da qualche anno la situazione è decisamente migliorata.

Cantine Matrone produce questi Lacryma Christi del Vesuvio, rosso e bianco, dallo spirito felicemente artigianale.

Mi paiono tra i conseguimenti più felici della tipologia.

Lacryma Christi del Vesuvio Rosso 2015, Cantine Matrone, 13,5 gradi.

Un taglio tradizionale di Piedorosso maggioritario, che dona scioltezza e profumi caratteristici, con una decima parte tra Aglianico, che garantisce nerbo e struttura, e Sciascinoso, che aggiunge note fruttate.

Tinta rubino, di media profondità, molto luminosa: bella. Lascia sul bicchiere gocciole regolari, fitte, lente.

Profumatissimo: immediato, tuttavia molto complesso, terroso e insieme puro. Di primo acchito, è come entrare in certe annose cantine, che portano sui muri il ricordo di tante vendemmie passate. Poi, ordinando le sensazioni, di distinguono l’uva sultanina o, meglio, arrostita; il gelso nero, la mora selvatica, l’amarena, la pesca, il chinotto; poi – qui sta il carattere – origano, timo, melanzana, pomodorino del piennolo essicato, cappero, acciuga, tantissimo pepe e le nette sensazioni minerali e affumicate, firma del vulcano.

Sorso agile, secco, continuo e compatto, ma accessibile, comunicativo, di slancio felice.

Ha tannino importante e pastoso; salinità impressionante; acidità appena sopra la media; ottima lunghezza: chiude con quel tannino pastoso a riempire la bocca e note piacevolmente dolci-amare, dal retrogusto balsamico ed ematico.

Un vino di alto artigianato, originalissimo, buonissimo anche fresco, pieno di gioia. Mi ricorda certi Cotes du Rhone settentrionale, certi St. Joseph, ma in una veste mediterranea.

Gustato con grande piacere su pollo ai peperoni e melanzane, con contorno di patate arrosto.

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2015, Cantine Matrone, 12,5 gradi.

Tinta giallo limone intenso. Forma lacrime accennate, fitte, veloci, evanescenti.

Il profumo è molto intenso e puro. Un’esplosione di agrumi: freschi, disidratati, caramellati; poi, fiori gialli, olio d’oliva, macchia mediterranea con la salsedine nell’aria: iodio. Vibranti: gli idrocarburi, i toni empireumatici, lo zolfo e la pietra.

Il corpo è medio. Il sorso molto salino, delicato e carezzevole; saldo, però, con un’acidità naturalmente integrata, di media intensità. Anche la concentrazione del gusto è mediana, ma trova notevole allungo e persistenti risonanze.

Un ottimo bianco da pesce, che ragiona di mare e d’altura.

Giovane, è buonissimo, ma una bottiglia vecchia di un lustro, in condizioni perfette come questa, dona piena felicità. Se lo stato non fosse ideale, ma discreto, se ne apprezzeranno comunque la florealità intensa, selvatica, mediterranea; la distinta vena agrumata; l’odore di vulcano: zolfo, pietra, idrocarburo.

Asprinio di Aversa “Santa Patena”, I Borboni, 12,5 gradi.

“L’Asprinio, era ancora piena estate, me lo andavo a bere come aperitivo sulla fine del pomeriggio in certi antri ombrosi lungo la Riviera di Chiaia: fresco di grotta, acidulo, pallidissimo, fra il color paglia e il verdolino: costava, allora, una lira e venti il litro…” ( da “Il vero bevitore” di Paolo Monelli).

L’Asprinio non è un vino: l’Asprinio è un’idea, un’evocazione, un fantasma.

L’Asprinio è una passeggiata a mare, col sole abbagliante, lo scintillio dell’acqua, il frangersi placido delle onde tra gli scogli e sul bagnasciuga, coi granchietti che si arrampicano dove la roccia resta madida a fasi alterne, ed i carretti colorati degli ambulanti offrono limoni e cartocci di trippa ghiacciata, come ne ho visti a Napoli.

L’Asprinio è l’estate nel suo pieno fulgore, lo zenit verticale di certi giorni di luglio che sembrano eterni e sono solo un battito d’ali.

L’Asprinio è luce, roccia, sale e profumo di limone, in essenza distillata, senza peso, senza materia.

Io ne godetti indimenticabilmente a Baia una sera calda di primavera, a due passi dal molo, in un ristorante di pesce amabilissimo, la “Locanda del testardo”, proprio di fronte ai ruderi maestosi e malinconici del Tempio di Venere. Ogni possibile squisitezza marina, cruda e cotta, venne innaffiata con l’Asprinio di Aversa “Santa Patena” dell’azienda I Borbone di Lusciano, storicissima, con la sacralità dovuta ad ogni rito squisitamente pagano.

Vino buonissimo, “Verdolino ed odoroso di grotta”, come lo definiva il Monelli: sotto le volte antiche della Taverna – forse romane mi illudevo – mi pareva che quel liquido odoroso fosse colato dalle volte stesse, filtrato attraverso gli strati delle rovine delle Terme Imperiali di Baia raccogliendone gli umori, unendosi all’acqua marina risalita per bradisismo.

Invece era vino davvero; dall’agro aversano, posto a mezza via tra Napoli e Caserta, vicino al mare, ma non certo a ridosso; eppure così denso di umori marini, quasi le foglie delle vite avessero catalizzato del mare l’aria e il riflesso a chilometri di distanza, oppure succhiatone il ricordo da antichi sedimenti nel suolo vulcanico, o intercettate chissà quali vene sotterranee.

L’Asprinio è una reliquia, già raro nel 1970, quando Soldati lo trovava finalmente, stupefatto, nella seminascosta bottega dei fratelli Triunfo. Reliquie sono le sue vigne, pressate dal progresso cementizio, e più ancora quelle storiche, ad alberata, con le viti maritate agli alberi, alte fino a 20 metri. Reliquie pure le cantine antiche, sotterranee, naturalmente fresche, scavate nel tufo. Perciò chi beve Asprinio fa una buona azione.

Il Santa Patena de I Borbone lo ritrovo oggi dopo una lunga attesa, trascorsa in condizioni di conservazione a volte ottimali, a volte cattive. Una bottiglia di 7 anni per un vino che un tempo si diceva”da bersi nell’annata”.

Felicemente lo ritrovo come nella memoria, limone tendente al verdino, senza gocciole, con un profumo tenue, ma penetrante: è limone, pompelmo, iodio, alga, torba, ferro. Perfettamente fermo, molto secco, acidissimo, non ossuto tuttavia, piuttosto estremamente slanciato, guizzante, come certe ginnaste adolescenti o, più ancora, come il loro ricordo evocato dai tratti essenziali di certe pitture arcaiche.

Scriveva Mario Soldati nel 1970: “Non c’è bianco al mondo così assolutamente secco come l’Asprinio, nessuno”, ma approssimava, perché l’Asprinio non è un vino, pura aerodinamica piuttosto, aliante del gusto: ecco, semmai un vino-aquilone, colorato e leggero nell’atto di ascendere al cielo, solo un filo legandolo a terra: l’acidità.

Perfettamente proporzionato si libra questo Santa Patena, da apprezzare nella sua verticalità espressiva, nei dettagli resi con precisione, più come un adamantino solista che un’orchestra sinfonica.

Diceva Galileo Galilei: “Il vino è un composto di umore e luce”: questo il Santa Patena, nulla più.

Perfetto anche a 7 anni, mi chiedo se un’ulteriore invecchiamento potrebbe spingerlo verso le complessità di certi Chablis oppure solo snaturarlo. Non ha importanza, tuttavia: è perfetto così, oggi, su trofie con sugo di branzino e pomodorini del piennolo.

Falangina l’Arcivescovo 2015, Beneventano IGP, Vini Orsini, 13 gradi.

Chi scopre il Sannio, difficilmente lo dimentica. La sua natura, la storia: i sassi antichi. Dal mare, quanto dista? Un’ora forse, un’ora e trenta minuti conoscendo le strade, con un’automobile adatta. A quella distanza si trovano cime, boschi, pascoli che si direbbero alpini; conseguenti fiori, erbe, profumi. Un ordine, una pulizia: parrebbe invero Svizzera, invece è sud Italia.

La tavola del Sannio: rustica, genuina, come la gente. Del pari i vini, quando si ha fortuna di trovarli tali: fiano, greco, falanghina, aglianico, piedirosso, barbera del Sannio; non ultimi: trebbiano toscano e malvasia e sangiovese e altri, introdotti negli anni ‘50 del Novecento, al fiorire delle cantine sociali. La terra qui sembra produrre con una facilità generosa, in ambienti spesso incontaminati.

Il carattere di quei vini è sorprendentemente vario, dal soffusamente mediterraneo al montano.

La sorpresa è relativa: si prenda San Lupo, il paese di questa Falanghina. Borgo remoto, di nemmeno 800 abitanti, posto a 500 metri sul livello del mare, ma con quote del territorio comunale che partono da 121 metrI sul livello del mare, per arrivare agli 895 metri.

Difatti può anche stupire il carattere d’altura di questa Falanghina, se si hanno presenti gli esempi dei Camplo Flegrei, oppure altri esempi sanniti, perché quasi intransigente, se non fosse per una certa aura artigiana che ne scalda il profilo.

Senza addentrarci nella spiegazione delle differenze di biotipo rispetto alla Falanghina flegrea, basti dire che qui non c’è sabbia nera di vulcano, ma candido calcare; non brezze marine, ma fredde tramontane.

Ecco allora che questa Falanghina è un paradigma quasi didascalico di specificità territoriale.

Ha color limone carico, assai luminoso, col profumo delicato di fiori bianchi e gialli, di pera, di mela annunrca, di erba luigia, di muschio.

Il corpo è poco meno che medio, quasi delicato sulle prime, ma ha un sorprendente sviluppo salino e soprattutto vivacemente acido, che impone al sorso un’accelerazione decisa, verso un finale secchissimo, pulito, citrino, appena smussato dall’alcol. Quasi fosse un Asprinio, o una base spumante. Ha stoffa gessosa e tenace, che resta a lungo salda sul palato: più che un gusto, una sensazione tattile.

Giusto, gli spumanti: come verrebbe un metodo classico qui, in quota, col taglio delle uve tradizionali sannite, su quei calcari bianchi da Champagne?

Abbandono tuttavia i sogni e mi godo questo bianco sannita, così simpatico, dissetante, saldo ai suoi 5 anni. L’ho trovato piacevolissimo su portate dove il pesce si fonde al pane, alle patate, agli aromi: stasera, sogliole gratinate al forno, con patate.

I “Pompeiano” Piedirosso e Falanghina di Sorrentino Vini.

Per anni, l’immagine che ho avuto io di Napoli e quella del Vesuvio sono rimaste inestricabilmente fuse, come nella celebre cartolina del Golfo col pino in primo piano, la città piccina laggiù tra l’abbraccio del suo mare e il vulcano, ornato da un pennacchio di fumo placido e indolente nell’azzurro. Un’immagine quasi artificiosa rimasta cristallizzata per generazioni, se già negli Anni Quaranta il Vesuvio aveva smesso di emettere vapori.

Col tempo sono stato in grado di mettere meglio a fuoco quella interconnessione ingenua. ” A’ muntagna ” incombe su Napoli e sul suo destino, eppure è altro rispetto al dedalo di vicoli oscuri e colorati, ai palazzi e alle miserie, ai castelli, alle chiese, alla varia umanità che brulica gli spazi cittadini con la sua vitalità potente e a tratti selvaggia e feroce.

Il Vesuvio è spazio aperto, aria, luce, cielo vorticoso e avvolgente, da toccare con un dito; è natura indomita, senza filtro umano alcuno, è madre-matrigna generosa e temibile.

Ricordo un vecchio affresco poimpeiano, il vulcano dipinto come monte coperto di uva e di pampini: nemmeno se ne sospettava la pericolosità, allora.

Pompei, solo a nominarla, provoca un brivido di bellezza e di sgomento: chi dimenticare quei calchi umani imprigionati dalle ceneri e come ombre dissolti nell’istante ultimo del loro dolore mortale?

Diversamente, nominando il vini definiti dalla norma Pompeiano IGT, i ricordi terribili sfumano dolcemente nel richiamo alla vita: il Vesuvio dorme il sonno di una pace provvisoria, l’uomo ha riconquistato le sue pendici per poi abbandonarle e ancora riscoprirle: andirivieni che è storia sociale dell’Italia agricola, divenuta industriale, oggi in cerca di se stessa.

Il vulcano, quieto, porge i suoi frutti, nutre le viti sui suoi fianchi di terra vulcanica nera, sabbiose alla sua base: Falanghina e Piedirosso su tutti, ma non i soli.

I Pompeiano di Sorrentino, Piedirosso e Falanghina, sono un buon viatico: territorialmente riconoscibili, da agricoltura biologica, hanno tra l’altro i pregi di una buona reperibilità ed accessibilità. Mi piace qui riportare alcune note di degustazione.

Pompeiano Piedirosso “7 moggi ” 2015, Sorrentino, 12,5 gradi.

Il Piedirosso è uno tra i segreti meglio nascosti dell’enologia italiana: noto all’appassionato smaliziato ed al degustatore professionista, sfugge ancora al grande pubblico, sebbene abbia tutte le doti per essere amato e felicemente bevuto; sottostimato, forse, perché spesso usato ad ingentilire la poderosa struttura dell’aglianico.

Il Piedirosso è tutto genio e sregolatezza: di beva spesso lieve e danzante, ha profumi ammalianti e caleidoscopici fino a stordire, che trascolorano, a seconda dei terreni e delle vinificazioni, da eleganze quasi estenuate a profumi animali, virili, minerali.

Nell’areale napoletano dei vulcani, da Ischia ai Campi Flegrei al Vesuvio, origina vini estremi per classe ed originalità.

Questo “7 Moggi”, prodotto in regime biologico a circa 400 metri di altezza, incanta col suo colore rubino trasparente, dai riflessi quai porpora. Ruota nel calice leggero eppur viscoso e difatti crea lacrime lente, fitte, persistenti, mentre immediato rilascia un profumo molto intenso, caratteristico, pulito, di viole e di frutta rossa soprattutto, e di frutta nera matura, quasi lampone e mirtillo fossero spremuti freschi, sfumando fino alla confettura di susina, ma casalinga, con cenni di arancia rossa, cola, carruba. Su tutto si stende un velo profondo come la notte di zolfo e di affumicato, quasi incenso e cera, che ricorda l’origine vulcanica dei luoghi delle vigne.

Carezzevole, morbido, ha gusto concentrato e corpo medio, con acidità media del pari, così come il tannino che è rotondo, molto profondo e persistente.

Tutto l’insieme è sostenuto da una grande salinità (proprio sale grosso, non fine), esprimendosi su una lunghezza più che discreta, con l’alcol relativamente contenuto e ben equilibrato. Resta però un rosso felicemente meridionale, che trasmette un piacevole senso di calore.

È un vino dal tratto giovanile, ma non immaturo: una fanciulla adolescente col suo lato sensuale e torbido (ripenso a certi licenziosi affreschi pompeiani!).

L’ho gustato con piacere su un caciocavallo di media stagionatura. Lo proverei su una pizza e qualche primo col sugo di pesce, giocato su sapori forti come spada, tonno, sugarello, palamita. Mi pare una sicurezza su coniglio e pollame. Addirittura, l’azzarderei per un aperitivo di gran lusso, all’insegna di un inarrivabile stile italiano.

Pompeiano Falanghina 2015 , Sorrentino Vini, 12,5 gradi.

La Falanghina è talmente alla moda ormai che rischia di essere fraintesa.

Sbaglia chi ritiene dia vini facili: semmai, se ben lavorata, origini vini di estrema preziosità e lievi, sciolti, specie nel biotipo flegreo che immagino sia la base di questo Pompeiano, che si offre alla vista limone assai tenue, trasparente, lasciando sul calice gocce rapide e nervose, ma non persistenti.

Ha profumo intensissimo e concentrato, fresco ed arioso: fiori gialli e agrumi (il mandarino, in particolare) virano al dolce miele di zagara, con una nota di pepe verde contrastante la frutta a polpa gialla e persino l’ananas tropicale. Poi c’è il marchio del vulcano: un’idea di zolfo e di affumicato che è una sorta di terza dimensione: è pietra al sole, acciaio caldo. Un appassionante susseguirsi di durezze e suadenze.

Al sorso tutta la delicatezza della Falangina. Gusto concentrato, col mandarino ancora in evidenza insieme alla menta, al cappero, alla mandorla. L’acidità mediana, così come l’alcol, nel suo corpo ristretto sono in splendido equilibrio. La salinità notevole, figlia del territorio, contrasta un residuo zuccherino lievissimo, creando un bel gioco rotondo e piacevole.

O, piuttosto, è un contenuto notevole di glicerina a creare l’effetto e ingannare?

Salinità, acidità, carezza glicerica: gode il tatto con questa Falanghina aera, flessuosa, passante, flessibile, leggera ma intensa; che attacca netta, avvolge la bocca setosa e sfuma delicata come brezza. Gusto e aroma avvolti in una trama fine: un merletto.

Viene spontaneo il collegamento con certa arte napoletana, raffinatissima nelle minuzie: scultura, pittura, musica; semplicemente, si pensi ai dettagli del presepe popolare.

L’ho avuto in tavola, con piacere, su una mozzarella di bufala, vorrei provarlo su una zuppetta di cozze.

Gli esempi più artigianali di Falanghina flegrea e del Vesuvio sono magari più articolati, ma la felice beva di questo non si dimentica.

Fiano Vignolella 2016, Cantina Barone , 13,5 gradi.

Il Cilento si stende molle e indolente come il suono del suo nome, dalle pianure assolate e afose di Battipaglia fino alle rupi ostili di Palinuro.

In mezzo è un susseguirsi di costa dolce, di litorali sabbiosi color dell’oro, di baie incantate, di impennate improvvise di roccia: promontori più disposti ad accogliere, che a scacciare.

Verso l’interno, si levano colline dolcissime, trionfo dell’ulivo; poi monti boscosi, fitti ma mai arcigni, nemmeno nelle parti più remote, al Vallo di Diano e a Padula.

Il clima è dolce del pari: la luce luminosa del sole, intensissima per il riverbero marino, lo scalda, ma le brezze del Tirreno e quelle montane creano un gioco di correnti che lo mantiene ventilato; né manca la pioggia.

E di tanta dolcezza incantata si nutrono i frutti della terra e persino quelli del mare: dolci le alici di menaica; dolci e polposi i fichi locali; dolci, lattee e carnose le mozzarelle di bufala locali; dolce e rotondo l’olio.

La sapidità è certamente presente nei sapori di questi ed altri prodotti cilentani, che possono essere forti fino alla violenza, ma sono solo accordi in una musica che è tutta un blandire, un molcere, un obliare, un carezzare, cullando nell’abbandono di un’estasi seduttiva.

L’uva fiano, che nella fredda e montuosa Irpinia si esprime in vini di finezza e dirittura, in questo molle clima cilentano si piega anch’essa al sortilegio, modellandosi in vini ampi, maturi, rotondi, morbidi in bocca, vividi di succosità procace.

Questo Vignolella 2016 della Cantina Barone, sita in Rutino, testimonia emozionando quell’idea di Fiano territoriale.

Il suo colore limone trasparente, un po’ pallido con suoi riflessi ancora verdini e quel velo lento, più che gocciole, che lascia sul calice, può giocar l’inganno di magrezze nordiche, ma il suo profumo trasparente e paradigmatico di fiano, con agrume, farina di castagna ed erbe fresche, come la ruta, si apre a una pienezza solare e splendente, venandosi di alga posidonia, di minerali: cenni di ruggine e rena sono ricordi di giorni marini.

Più ancora, è al sorso che appaga: piacevolissimo, arioso, tra sale vivido, lucente, e misurata dolcezza. Stuzzica e blandisce: conquista con la sua rotonda tornita bellezza, mentre accoglie con la cadenza del dialetto di un poeta locale. Ha acidità media, ma non ne serve di più; e la lunghezza più che discreta, bastante; perché vive evocando sensualità e rilassatezza cilentana, e con esse emoziona.

È bianco eccellente su una varietà di preparazioni, tra terra e mare. Oggi l’ho goduto su mozzarella di bufala campana e pomodori datterini.

Cilento Aglianico Pietralena DOC 2016, Cantine Barone, 14,5 gradi.

Terra di monti e di acque, il Cilento, con le colline nel mezzo: i fiumi e i torrenti la solcano e si buttano nel mare. Sono paesaggi solenni e vari, dai lunghi lidi di rena alle cime candide e tormentate: il nudo flysch cilentano si alterna alla morbidezza verde delle colture e delle specie arboree: fichi, olivi, viti. In gran parte selvaggia e remota ancor oggi, richiederebbe settimane per essere visitata e compresa in tutte le sue bellezze naturali ed artistiche.

Assai meno, forse, per conoscerne le attuali produzioni vinicole: tra le terre campane il Cilento ha la minor tradizione di vino imbottigliato ed è quasi una terra enologicamente vergine, soprattutto nella sua parte centro meridionale; tuttavia la vocazione risulta evidente, così come la personalità dei suoi vini: fiano ed aglianico qui, ad esempio, hanno una voce loro, distintamente diversa da quella sannita ed irpina; spesso più accomodante e solare, almeno se si guarda al quadrante che tra Paestum e Castellabate si allunga per una decina di chilometri verso l’interno, baricentrandosi tra Agropoli, Torchiara , Giungano, Rutino.

Si capisce però, date vastità e varietà territoriale, che il coro potrebbe essere ben più polifonico, sempre che queste benedette terre vengano lasciate libere di esprimersi ed i vini non troppo costretti da confezioni studiate a tavolino, di dubbio gusto.

Quando posso cerco di assaggiare etichette e produttori che non conosco. Quest’estate, così scegliendo e lasciando perciò da parte un paio di nomi che ritengo di ottimo livello, sono però incappato in una serie di rosati da uva aglianico – fermi e spumanti- che mi hanno veramente deluso: sentivo sempre una buona materia, coperta e sciupata da fatture eccessivamente levigate e gusti abboccati.

Però, se vai laggiù, amica o amico che mi leggi, respira l’azzurro del cielo e del mare, parla con la gente, consuma i loro cibi di tradizione, percorri le statali dissestate che s’inerpicano tra le colture, cammina le macchie, tocca la terra, senti il gusto del sale nell’aria vicino al mare e del bosco tra le forre: capirai che il vino, qui, non può deflettere da una certa grinta, pure al prezzo, tuttavia evitabile, di rusticità.

Pur non amandolo, quando assaggiai il rosato di Cantine Barone, con sede in Rutino, sotto la sua confezione enologica sentii una vibrazione che mi incoraggiò all’acquisto di altri vini della firma, tra i quali questo Aglianico Pietralena: classicamente vinificato in rosso e in purezza, partendo da rese di 60 quintali per ettaro, affinato in botti grandi di legno per 24 mesi; una cartina di tornasole per capire meglio il territorio.

È rubino profondo, quasi impenetrabile, con gocciole molto lente, molto fitte, regolari. Un po’ di timidezza e introversione per il suo profumo, comunque intendo, connotato da amarena e uva matura, susina nera, e, peculiarmente, da oliva al forno, peperone alla brace, acciuga, pepe nero, un’idea di macchia marittima. Si sente un ricordo marino, anche se le vigne sono nell’interno cilentano, che è invece montuoso: l’aria e la luce del Tirreno, però, penetrano dalle coste per chilometri.

Il suo corpo è pieno, avvolgente, dissimula alcol, con la freschezza dell’acidita notevole ed tannino importante, maturo: una nota amara che si fonde con altre potentemente saline a compensare una certa rotondità dolce, materna e amorosa del impianto, contribuendo al suo eccellente equilibrio, saldo fino al finale di media lunghezza.

Esemplare della naturale piacevolezza dell’aglianico cilentano, regala un piacere rustico seppur di fattura precisa, diretto più che sottile e articolato, ma con un carattere accogliente e suggestivo. Mi è parso un ottimo godimento su quella salsiccia artigianale piccante comprata ad Agropoli.

Greco di Tufo Franciscus 2013, 12,5 gradi, Cantine Di Marzo (e due parole sul biodigestore che si prospetta in Chianche).

Il 23 novembre del 1980 l’Irpinia fu colpita da un terremoto devastante.

“Caratterizzato da una magnitudo di 6.8 (X grado della scala Mercalli) con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania, causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti.” (Wikipedia).

“Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano.” (Alberto Moravia, in “Ho visto morire il Sud”).

“L’uso di 50-60mila miliardi stanziati per l’Irpinia rimase un porto nelle nebbie […] quel terremoto non aveva trasformato solo una regione d’Italia, ma addirittura una classe politica”. (Indro Montanelli in “Le stanze”).

Esistono luoghi o regioni che per noi diventano mitici pur senza avervi mai messo piede, perché l’immaginazione ce li mostra, li finge davanti ai nostri occhi e ci prende per mano e ci porta in volo: camminiamo le strade, poi ci alziamo sui boschi, ne conosciamo i paesi e le pietre dure, i visi scavati e gli occhi della gente e la loro favella. Mille i misteri, mille i sussurri, mille le ombre: per esse cominciamo ad amarli quei luoghi, diventano quasi un nostro rifugio ideale. Così per me l’Irpinia verde, l’area campana più montuosa e chiusa in se stessa, forse la più intatta per larga parte, malgrado le ferite del tragico terremoto del 1980. Il sogno immaginifico si basa sulla concretezza di fotografie che mostrano vallate verdi, cime imperiose: parrebbe una zona prealpina, se non mantenesse un’impronta d’inconfondibile unicità, una luminosità meridionale nonostante la lunghezza ed il rigore degli inverni spesso nevosi, ciò che ne accresce il fascino.

C’è un paese, Tufo, che potrebbe essere lo scenario ideale di un racconto gotico: il silenzio dei monti irpini intorno, le case affastellate, le miniere di zolfo abbandonate, ma con gli obliati ingressi ancora visibili tra la vegetazione selvaggia, monumentali come usava nell’Ottocento; e c’è un palazzo massiccio come una fortezza, alto come una torre, ardito sul paese a precipizio, che pare scolpito nella rupe stessa tanto è consunto dagli elementi e lascia dubbiosi se sia elemento naturale o rovina. Nel ventre ipogeo delle sue cantine, tortuose gallerie ruvide scavate a viva forza di braccia nella roccia, nascono i vini di Cantine Di Marzo e, soprattutto, il Greco, bionda gloria di Tufo, oro liquido che risale la terra e le infere vene sulfuree fino al cielo attraverso le radici, i pampini e i grappoli della vite; ebbro demone dionisiaco, che – nel gotico romanzo della mia fantasia – nutre le passioni affocate degli amanti, la cupidigia venale degli invidiosi, il ristoro dei consunti viandanti, il coraggio degli armigeri, la lunga tenebra insonne degli assassini, la veggente meditazione del savio.

Dio di lucente bellezza questo Greco di Tufo delle Cantine Di Marzo, paradigmatico. Tappo di sughero intero, lungo e compatto, di serissimo intendimento. Ancora i suoi quattro-cinque anni sono vinti da un giovanile color limone di media profondità e di incredibile, abbagliante brillantezza. Un velo, sul calice, che si trasforma in gocciole rade e lente mentre si ritira. Le narici debbono respirarne il profumo, ficcante, citrico, in evoluzione appena accennata, di aldeidi, di limoni, di cedri, con l’alternanza di memorie floreali e sulfuree (lo zolfo del ventre delle miniere di Tufo), in equilibrio con una mineralità che sa davvero di pietra grezza erosa e d’acciaio, con l’insinuarsi lieve, da orto dei semplici, di erbe aromatiche medicamentose e curative, e di rucola. Con l’accortezza essenziale di non berne troppo freddo, perché sprigioni note nascoste di rosa bianca, litchi e alchechengi, delicatissime ma sempre più focalizzate, ed un velo di nocciola fresca.

La bocca lo cerca, lo vuole, si fa avida del suo ampio corpo: un rosso travestito da bianco, con una lama di acidità (che è altissima) avvolta nello spessore di una gran stoffa, per un sorso nervoso e inquieto in una sua ansia direttissima, verso un fine ed un epilogo lunghissimo, lontanissimo al limite dell’orizzonte, con una risonanza precisa e affilata, eco estrema del riverbero di infinite colline e di profili di montagne aguzze. Secco, assai salino, di sapore compresso come una molla, che replica il profilo olfattivo aggiungendovi frutta a polpa bianca, mela verde e anche pere annurche. Di incredibile, quasi insostenibile tensione, abbagliante e anodino, tuttavia con un calore umano nel senso di impresa eroica, che nella sua decisione non conosce ripensamenti, ma lascia la strada aperta ad infinite, minutissime delicatezze, quasi fotogrammi istantanei di un paesaggio fatato ripreso da un treno in corsa, così veloce che appena l’immagine si distingue è già è svanita. Un vino che può anche risultare difficile in questa fase, ma dalle enormi promesse.

L’ho avuto su un misto crudo di crostacei e molluschi: la dolcezza dei primi soggiacendo alla sua forza virile, mentre coi fasolari il dialogo è stato rispettoso e garbato, amichevole coi cannolicchi, con le ostriche paritario e sincero.

Puoi fidarti, amica o amico che mi leggi: per una scelta aziendale volta a privilegiare la specificità dei singoli vigneti, non troverai più questa etichetta, ma sono gran vini, come questo, tutti quelli delle Cantine di Marzo, persino il loro metodo classico, da uva Greco anch’esso (facile sospettarne la vocazione, con quell’acidità).

Quindi: grandi vini in Irpinia, un territorio incontaminato da sogno romantico e gotico, con paesi che potrebbero vivere di turismo enogastronomico, naturalistico, aggiungendo attrattivi parchi di archeologia industriale.

Così purtroppo non è, malgrado gli sforzi compiuti per lo più da singoli imprenditori, che cercano di affrancare l’Irpinia da un passato di povertà, sfruttamento e, peggio, di speculazione sulle disgrazie.

Certamente i flussi turistici si orientano verso la costa, o verso le grandi rovine di Pompei, o verso la magnificenza della reggia di Caserta; difficile portare la gente fra questi monti. Eppure, piano piano, un po’ con l’associazionismo, un po’ coi presidi Slow Food, parecchio per il fascino delle tre grandi DOCG (Taurasi, Fiano di Avellino e, appunto, Greco di Tufo), il circolo virtuoso sembrerebbe innescato.

Ecco che ora invece si vuole abbattere una nuova disgrazia sull’Irpinia, mortificando ciò che di più sacro, prezioso e irripetibile essa possa avere: il territorio. Si progetta infatti un biodigestore in Chianche, a sette chilometri da Tufo.

Io nulla so delle caratteristiche tecniche di quel progetto, né della sua sostenibilità economica, se non che dovrebbe trattare 35.000 tonnellate l’anno, più del fabbisogno provinciale. Però so che le strade sono inadatte al volume di traffico richiesto dal pronosticabile via vai di camion; che gli impianti di biodigestione sono sospettati di rilevanti rischi microbiologici; che l’impatto estetico sarebbe devastante. Difficilmente potrebbe esserci un futuro turistico nell’areale, con un impianto di quelle dimensioni. Ad esempio: se fosse stato costruito a Montalcino, giù nella valle verso a Sant’Antimo, oggi la località non vivrebbe il benessere del turismo, ma solo la miseria e l’imbruttimento industriale.

Perché allora voler infliggere questa ulteriore disgrazia all’Irpinia, che ha già tanto sofferto?

Evidentemente di tutto questo non si cura il sindaco di Chianche, Carlo Grillo, sostenuto da una lista civica, per interessi locali di vedute ristrette. La solita malattia campana, qui come a Velia, dove gli amministratori di zona hanno sistematicamente ignorato la legge speciale in tutela del parco archeologico, patrimonio Unesco (certo, vietava le nuove costruzioni e la relativa speculazione!).

Nè, evidentemente, interessa i vertici della Regione, a partire dal Governatore; ma davvero non ci sono siti più adatti in tutta la Campania, magari ex-aree industriali prossime alle autostrade?

A Roma, intanto, novelli Ponzio Pilato tacciono.

Si mobilitano solo i territori circostanti, quelli delle DOCG, che sono contrari: sindaci e privati cittadini che sfilano pacificamente insieme, soprattutto la comunità di Tufo, la più impattata, si stringe a difesa del suo Greco.

Combattete per la vostra terra, amici irpini!

E mentre combattete, candidate la vostra terra a sito Unesco: gettatela in viso a chi vuol rovinarla , come provocazione.

Io vorrei visitare l’Irpinia finalmente, ma trovandola verde e incontaminata come nei miei sogni.

C’è qui una battaglia da sostenere, Amiche e amici che leggete: spargete la notizia, privilegiate il vino irpino, visitate questa terra, amatela!

Serrone 2010, Taburno Rosso, Nifo Sarrapochiello, 14 gradi .

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Aglianico, Piedirosso, Sangiovese. Io credo che dal primo prenda la forza e il profumo di frutta, dal secondo le spezie e la delicatezza, dall’ultimo finezza e slancio: un vino sorprendente questo Serrone che ho scoperto per caso, acquistandolo su internet e scegliendolo volutamente tra alcuni vini campani da tenere a portata di mano per berne in scioltezza sulla tavola quotidiana, senza pensarci su, magari col gusto però di provare etichette nuove. In questo caso, ad attrarmi, oltre al prezzo molto accessibile (poco più di sei euro), fu il nome del produttore, che nella mia piccola esperienza tengo tra i più seri della Campania; ed inoltre l’evocazione magica del Taburno, la montagna sannita aspra e dolcissima, dai boschi verdi e dai candidi massi calcarei, dall’aria profumata di erbe e di fiori: un paradiso che ad andarci permette ancora il tuffo in una natura primigenia, quasi che il tempo l’avesse cristallizzata. La cantina Di Lorenzo Nifo Sarrapochiello sta a Ponte, Sannio profondo e straordinariamente agricolo, preservato: lì coltiva le vigne in regime biologico ed a me pare – a prescindere dalla certificazione pure posseduta- scelta giustissima, dato il contesto. Con le prime caldane di maggio lo preparai in frigorifero per berlo un po’ fresco ed una sera, avendo in tavola spiedini ed una buona compagnia, pensai di aprirlo.
Solo allora mi accorsi che l’annata era la 2010 e che dunque questo vino scelto per contesti quotidiani e senza troppe aspettative né pretese, aveva già otto anni; e quasi rimasi perplesso, chiedendomi se la temperatura ridotta non  svilisse pertanto i suoi aromi; persino, se non fosse magari già troppo evoluto. Il tappo tuttavia era un lungo monopezzo di sughero che emise, estraendolo, un incoraggiante “plum”, indice di buona tenuta.
Difatti questo vino dal colore rubino scuro e concentrato, tendente al granato sull’unghia e che lasciava sul calice gocciole fitte e lente e regolari, mi apparve subito ben più giovanile del previsto, portando assai bene i suoi anni: perché il suo profumo intenso, sebbene in evoluzione, mostrava una quantità di aromi primari che ben si adattava al servizio fresco; ed i suoi terziari erano chiari e nitidi, risaltati ed integrati perfettamente anche alla bassa temperatura (tra i 12 e i 13 gradi all’apertura, ma in lenta risalita perché nessun accorgimento presi per stabilizzarla). Si svolgeva come una successione di piani prospettici: anzitutto, amarene, ciliegie e fragole anche candite; poi rose rosse, ed insieme macchia, bosco, bacche di ginepro, alloro, rosmarino; quindi  spezie dolci (cannella) ed ancora humus e inchiostro e petrolio e ruggine. Un vino tutto terra, che trovava il suo senso nell’evocazione ruvida della materia, quasi una natura morta di Morandi. Un sentimento terragno che si ripresentava anche al palato, dove il Serrone esordiva secco, ma segnato dalla dolcezza dell’alcol, con un corpo pieno, quasi commestibile eppure restando scattante. Tutto polpa, era fitto, cremoso, carnoso, con un tannino irregolare ma piacevolissimo, maturo, croccante e rispettoso. Mostrava  una certa salinità, un’acidità notevolissima, una discreta lunghezza che si chiudeva su un finale un po’ scomposto tra alcol e tannino, ma il vino andava giù che era una meraviglia e con soddisfazione, anche per via di una chiarezza espositiva e di esecuzione accuratissime: sebbene una parte di lui avesse conosciuto  barrique (che tuttavia presumo usate), l’avrei detto affinato in contenitori del tutto neutri, perché  lui cantava  l’evidenza del sole del sud e dell’aria di montagna o dell’alta collina. È un vino allegro questo Taburno Rosso, di compagnia, rusticone, sinceramente carnale e senza fronzoli, tutto terra; un po’ guascone, ma agile e leggero a dispetto del corpaccione, e di purezza primigenia. Ottimo, e su quegli spiedini ci stava benissimo. Però devi averne bevuti, di vini, per apprezzarne appieno la sincerità spudorata.

Vianova Beneventano Barbera IGP 2015, Torre  del Pagus, 12,5 gradi.

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La prima volta che ho assaggiato un Barbera del Sannio, amica o amico che mi leggi, debbo aver sgranato gli occhi per la meraviglia; e probabilmente li sgrano ogni volta che ne riassaggio: è originalissimo, il Barbera del Sannio, che con il Barbera propriamente detto ( quello diffuso soprattutto tra Piemonte, Lombardia ed Emilia, per intenderci) non c’entra nulla, essendo diversa anzitutto la vite stessa: si tratta proprio di un’altra varietà, nessuna parentela. Piuttosto è collegata geneticamente ad altre uve campane, come il summariello, la catalanesca, il casavecchia. E però, a tuffarci il naso dentro a questo vino, la prova del DNA si direbbe inutile: nessuno potrebbe confonderlo con l’altro Barbera, tanto è particolarissimo il suo profumo, che piuttosto potrebbe ricordare  quello del dolce e frizzante  Brachetto astigiano; solo che il vino sannita è perfettamente secco e fermo. Si dice che il Barbera del Sannio sia tipico di Castelvenere nella Valle Telesina, perciò sul versante nord est del Monte Taburno ( tu lo vedessi!). Tuttavia deve essere ben diffuso sul territorio sannita o quantomeno radicato nella tradizione, se in una trattoria di Sant’Agata dei Goti (versante sud-est del monte, quindi) mi venne servito un aglianico sfuso che, secondo me, era tagliato con il Barbera  del Sannio; e io dico che se ne giovava per una beva più fresca e snella.   Questo di Torre del Pagus, ad esempio, viene da Paupisi, che sta proprio sul versante nord-est del Taburno, da vigne a 180 metri sul livello del mare: un paesello che pare quasi spaurito, seduto com’è con le sue poche case ai piedi del gigante calcareo dai boschi verdissimi: una quinta scenica d’incanto fatato, di naturale emozionate bellezza. Ed un po’ di quella trasparenza aerea e incontaminata dell’aria montana mi pare trasfusa  in questo vino:lieve, preciso, ben rifinito. Di color porpora profondo e quasi impenetrabile, ha un profilo giovanile, tutto giocato sui profumi primari, molto intensi: di fiori (viole, violette, giaggioli, gerani, rose, e chissà quali infiniti altri); più un secondo piano di  susine fresche , di ribes nero, mirtilli e more  appena colti e un po’ aciduli. Freschissimo, ha un che di mentolato, di boschivo, di pino silvestre, di pepe e di canfora, un’evocazione quasi psichedelica ed espressionista di un ambiente naturale.
Originalissimo, il Barbera del Sannio. Del Barbera piemontese, quello astigiano per esempio, ha in comune solo l’alta acidità ed un tannino di entità meno che media e di grana fine. Anche il corpo è medio e molto avvolgente, con una sapidità ben percettibile, ma assai disciolta sul palato. All’attacco in bocca è soffice, subito pronto ad espandersi nel suo sapore così riecheggiante l’aria aperta, la brezza, la macchia, una natura incontaminata e selvaggia, primigenia, quasi bacchica o dionisiaca, pura e profumata di fiori e di verdure,fors’anche  dei cibi speziati in cottura nelle case, quando le finestre sono aperte al sole. Lieve ed etereo sul palato, eppure nell’ampio finale tenace e equilibrato , ponderato, quasi terroso e materico; se è lunghissimo per persistenza, non si allunga geometricamente (per così dire): permane il gusto concentrato e una nota amaricante forse dovuta ai terpeni e lascia quasi dispettoso un ricordo di cola, di chinotto, di uva spina. Affascinantissimo e capriccioso, sexy seppur non sensuale, di pericolosa bevibilità, il Barbera del Sannio è uno tra i più straordinari e folli vini che l’Italia ha da offrire, e a suo è  imperdibile. Pensare che ha una resa di 100 quintali per ettaro: non poco! L’ho provato con un’arista toscana e ben ci stava, ma me l’immagino su una pasta con sugo di castrato, su scottadito di agnello alla griglia, su salumi, su formaggi freschi e saporosi, persino per aperitivo.