L’Albana di Elisa Mazzavillani: Forlì Bianco IGP 2017, Marta Valpiani, 12,5 gradi e Forlì Bianco IGP 2015, 13,5 gradi.

E poi c’è l’Albana.

Pensavo d’aver assaggiato un po’ di tutto qui e là, seppure a spizzichi e bocconi, del Nuovo e del Vecchio Mondo: pensavo di conoscere.

Tanti vini, tante uve, tanti stili, fino a comporre una mia personale e segreta classifica.

Poi arriva l’Albana – nasce a due passi o poco più: lì in Romagna – che scompagina tutto. Non l’Albana scialba di vinificazioni industriali, raccontata da supponenti testi anglosassoni; ma quella vera, vibrante, di una manciata di produttori artigiani; pochi ancora, magari, ma in continuo aumento.

Dalle loro mani si scopre che l’Albana è uno tra i grandi vini bianchi del mondo: non temo più d’affermarlo.

L’Albana è ampia, carnosa, sensuale, felliniana. È visionaria e trasognata.

Anche quando è ampia e grintosa – sa esserlo, eccome – ha un’accoglienza, una sinuosità femminili. Ha profondità abissale ed inarrestabile sveltezza beverina, quando ben fatta. Col rischio della diluizione o del barocco, all’opposto, se non se ne intende la misura.

All’azienda Marta Valpiani l’intendono benissimo, perché lì ci sono la testa e le mani della bravissima Elisa Mazzavillani.

Riporto qui le note d’assaggio della sua Albana 2017 e 2015, vergate in epoche diverse, rispettivamente l’8 ottobre e il 7 gennaio di quest’anno.

La 2017 è prova incantevole.

L’ho pure maltrattata, quest’Albana, lasciandola mesi a basse temperature, ma lei nulla: come l’apro è magia.

Rimuovo il tappo tecnico a vite (ottima scelta), eccola: è limone carico, forma gocciole fitte, è quasi viscosa; con un profumo intensissimo, nobile, di fiori gialli e agrumi; però, io sento in lei deviazioni intriganti, vegetali e fruttate, dolci e salate, persino piccanti: il sedano (per me un complimento), la mela cotogna, lo zenzero, ma soprattutto il grano, di spighe bionde al sole; Veronelli si portava al cuore i vini che sapevano di grano, ed io idealmente con lui.

È solo un attimo concesso alla commozione, perché il vino spinge sul palato, accelera e romba imperioso: molto ampio, ma vibrante d’acidità tellurica, salinissimo fino al midollo: riflette la profondità delle radici di una vigna trentennale che affondano e leggono i terreni di Castrocaro Terme. È lindo, lunghissimo, ritmato, sino a svanire su ritorni minerali, quasi ematici; lasciando una sensazione di ruvidezza tannica piacevolissima, che pulisce il palato e invita a schioccare la lingua.

Un’Albana sinfonica, questa: un fiume di note, che vergano pennellate ampie sulla tela.

Per noi stasera, buonissimo su polpette di baccalà e persino solo, per compagnia, stimolo, consolazione; ma l’avrei voluto, ché pere chiamarlo, su un ricchissimo e complesso piatto di spaghetti allo scoglio.

La 2015 è freschezza e precisione, malgrado l’annata generalmente calda.

Ha color limone carico, quasi tendente al dorato.

Il profumo, di media intensità, gioca su fiori gialli, zagara e ginestra, e frutta a polpa bianca e gialla, con un ricordo delicato, ma netto, di agrume, che da giallo (limone o cedro), vira all’arancio, al mandarino.

Emerge poi un tocco di fiore blu, quasi lavanda, quasi ricordo di crete azzurre – se ci si consente un volo immaginifico- infiltrato dalla terra fin nel bicchiere.

Con le ore si porge più morbido, accennando frutta tropicale e candita; e l’ossigenazione gli porta una nota di pepe bianco, ancor più evidente nel retrolfatto.

Il corpo è molto ampio: sembra riempire ogni angolo della bocca; ma il vino è reattivo, saporito con un’acidità notevole ed una lieve, piacevole tannicità.

Non si direbbe sulle prime, perché il gran corpo l’occulta, ma qui c’è netto il sale.

Si muove deciso verso un finale di dicerta lunghezza, modulato tra il conforto ravvivante del calore alcolico ed una sferzata fresca d’acidità.

Il tappo a vite è scelta eccellente, sebbene forse partecipe del l’iniziale ritrosia olfattiva di questo bianco strutturato, versatile e gastronomico, a suo agio dall’aperitivo, ai primi complessi, alle carni.

Barbarossa Il Dosso Forlì IGT 2010, Fattoria Paradiso, 14 gradi.

Talvolta le sorprese sono là dove meno te le aspetti.

Mi trovavo per lavoro a Misano. A fine giornata, dovendo rientrare a Milano, mi attardai in un supermercato di Cattolica, perché volevo tornare a casa con qualche vino locale, ma ero ormai fuori orario per una visita in cantina o per cercare un’enoteca.

Restai a lungo incerto allo scaffale, perché non conoscevo nessun vino esposto. Studiate le etichette, ricordai infine di aver letto molti anni prima della Fattoria Paradiso, in termini lusinghieri. In effetti è un’azienda storica, che ha compiuto un gran lavoro sul sangiovese e su alcuni vitigni romagnoli storici, salvandoli presumibilmente dall’oblio: pagadebit, cagnina e, soprattutto, il barbarossa.

Così comprai sulla fiducia l’enigmatico Barbarossa, dall’omonimo vitigno “scoperto” nel 1955 in una vecchia vigna di sangiovese a Bertinoro e così chiamato onorando l’imperatore svevo che soggiornò nella Rocca locale.

Richiamo labile, tuttavia azzeccato: lo temevo pretenzioso, invece il vino ricavato dalla Vigna il Dosso è nobile, elegante, tuttavia imperioso nella forza dei suoi accenti.

Còlto al suo nono anno, è trasparente e luminoso, granato con riflessi ancora rubino, veloce disegna archetti fitti e stretti sul vetro.

Il suo profumo è molto intenso, elegante e complesso, ricco e maturo, ma sotteso di dinamismo, quasi lasciasse intuire le forze alterne e sbalzate del tannino, dell’acidità, dell’alcol, della polpa.

Sicuramente in evoluzione, si coglie ancora tanta giovinezza, mancando segni evidenti di una terziarizzazione, più intuita che reale.

C’è piuttosto una tensione continua tra maturità e freschezza a caratterizzarlo, che si ritrova trasposta pari dall’olfatto al gusto. Tale la sua dote, la sua unicità.

Squaderna al mio naso frutta rossa matura: ciliegi, amarena, ribes, lampone, da un lato; dall’altro prugna essiccata, netta, qualche tocco di fiori secchi, tra rosa e viola, e di erbe officinali essiccate anch’esse. Infine, una scia convinta, ma sfumata, di spezie dolci: cannella e noce moscata, vaniglia e cacao; in seconda battuta – ricordi più percettibili a calice vuoto – tabacco, liquirizia, cuoio.

Strutturato e ampio, seconda un equilibrio originale tra sensazioni dure e morbide, tra orizzontale e verticale: con un tannino importante ma dolce, di piacevole spessore masticabile, ed altà acidità, si offre alla beva sfumato e molto cremoso; non è nervoso, ma incisivo, potentemente chiaroscurato, assecondando il gusto del bello e delle proporzioni, più che il senso del dramma del dramma. Fosse un’esecuzione musicale, sarebbe nello stile sontuoso e raffinato del Maestro Karajan. Anche la persistenza, adeguata, si apprezza principalmente per l’equilibrio e la proporzione di un appagante gioco sensoriale.

Questo rosso romagnolo dal generoso abbraccio avvolgente, sanguigno ma elegante, l’ho gustato, con molto piacere su siti al ragù.

Mi piace sottolinearne, a margine, la curata vinificazione: è affinato in barrique, ma non si percepisce.

Colline del Genovesato rosso Granaccia IGT, Bisson, 13,5 gradi.

“Ma dove vanno i marinai

Con le loro facce stanche

Sempre in cerca di una bimba da baciar”.

Si diceva un tempo che i marinai avessero una donna in ogni porto, e forse era vero. Chissà quanti bimbi sono stati generati da qualcuno che “veniva dal mare”, come in quella vecchia struggente canzone di Lucio Dalla.

La granaccia è un’uva marinaio, il cui antico viaggio incominciò presumibilmente in Spagna – forse in Aragona – per poi diffondersi nella Francia meridionale, cominciando dal Roussillon per risalire il Rodano; e in numerose zone italiane, particolarmente sulle coste del occidentali e sulla Sardegna, testimoniando lo scambio di culture e di genti che è avvenuto nei secoli.

Ovunque la granaccia è arrivata, ha saputo adattarsi bene, generando vini interessanti e in parte mantenendo alcuni suoi specifici caratteri rotondi (la relativa delicatezza tannica, l’acidità contenuta, l’attitudine alcolica, i profumi di fragola e di liquerizia), in parte mimetizzandosi ed originando vini molto diversi: da certe espressioni concentrate rinvenibili nella penisola Iberica ed in Francia, ad altre più snelle e lievi; senza dimenticare una notevole propensione alla veste rosata.

In Liguria raggiunge le sue vette di complessità e finezza nel piccolo areale interno di Quiliano, in Ponente, ma si esprime bene anche altrove, come testimonia questo vino di Bisson, che ha base a Chiavari, in Levante.

Ritengo la Liguria sia la più aerea delle regioni italiane: così stretta tra i suoi monti ripidi e il mare, nessun’altra mi ha trasmesso ugualmente quel sentimento magico di ariosità che si prova dalle sue alture affacciandosi all’immensità acquatica, così aperta al nulla del vento e delle onde.

Quella levità ariosa, che sfugge ad altre manifestazioni della granaccia, in questo Rosso delle Colline del Genovesato si manifesta pienamente.

Lieve anche allo sguardo: rubino trasparente, ma cupo, con gocciole fitte, persistenti, veloci e lunghe. Si offre alle nari con un profumo davvero intenso, nitido, dove emerge anzitutto quella fragola tipica della varietà, chiara e definita, guarnita da schegge di liquirizia. Poi un carattere più balsamico, con veli di frutta più scura, come bacche di mora di rovo e ginepro, che ritorneranno nel retrolfatto, insieme ad alloro e corbezzolo. Assaggiandolo, è avvolgente ancorché secco, offrendo una sensazione pseudo-zuccherina, se così si può dire, grazie al contenuto glicerico, risultando ampio e di tessitura morbida.

Piace e conquista, perché il sorso è molto articolato, giovanile ma non giovane: l’acidità è giusta, il tannino poco marcato, ma la beva è ravvivata da un tratto salino assai distinto e da un gusto vivido, limpido sulla nota di fragola, con una lieve ombreggiatura medicinale ed erbacea che in modo piacevole, appena amaro, contrasta con la dolcezza glicerica, amplificando le sensazioni verso un finale equilibrato e di buona lunghezza . Gli abbinamenti naturali, che l’emozione suggerisce, sono il coniglio, la tagliata al rosmarino; ma stasera, sorprendentemente, è buono con un Asiago stravecchio.

D’altronde, quel vecchio marinaio di nome granaccia, non è arrivato fin sotto le pendici dell’Altopiano, facendosi chiamare Tai Rosso sui Colli Berici?

Rosato di Caparsa 2014, vino toscano IGT, 13 gradi (magnum).

Il Chianti è terra di contrasti: in questo senso, è quasi una Toscana al quadrato. Ci sono quelli di campanile, storici e storicizzati, che si tramandano e si manifestano nella modernità; ci sono poi quelli paesaggistici e geologici, perché qui ogni vigna potrebbe fare storia a sè, per altitudine, terreno, esposizione; e c’è infine contrasto, talora ricomposto, talora accalorato, tra le grosse aziende e i piccoli vignaioli artigiani.

Paolo Cianferoni, a Radda nella sua Caparsa, è uno tra i più grandi e veri vignaioli italiani. Lui – mi sono bastate poche battute in un paio di occasioni, per pesarlo – è uno dal carattere e dalla lingua schietta, ma non un burbero: anzi, è ben attento alla comunicazione e persino al marketing, ma a modo suo, cioè con un entusiasmo genuino e quasi fanciullesco. Lui è uno che le mani in vigna se le sporca davvero, che in cantina lavora sodo ed ha una concezione del suo lavoro come pratica primariamente agricola, armoniosa e virtuosa: ossia attenta alla natura, ma anche alla tradizione ed al genio del luogo. Caratteristica pure la sua voglia di condividere il vino alla maniera antica, nei bottiglioni e nelle dame: un vino sempre naturale, a tratti rustico e caratteriale, ma genuino.

Sono giustamente noti i suoi Chianti Classico; ma esiste tutta una linea di altri vini suoi buonissimi e di estremo interesse, alcuni figli di tradizioni desuete e coltivate con intima affezione, altri di un ghiribizzo individuale; sempre, però, con la natura a guidargli la mano, rispettando le stagioni, il territorio e l’uva.

Tra questi vini alternativi al Chianti Classico, acquistai, nella rivendita di Caparsa che sta in centro a Radda, questo rosato di sangiovese in formato magnum, ovvero in un bel bottiglione di vetro chiaro: originale e buonissimo, uno tra i migliori rosato che io abbia assaggiato; anzi, uno tra i migliori vini della mia piccola storia di assaggiatore: perché è un rosato che scalda il cuore, naturale, senza nulla di tecnico: parla una lingua schietta e dolcissima, un’autentica favella toscana.

Vino inconsueto e libero, che scarta di lato e sorprende già a guardarlo, col suo colore che tende alla buccia di cipolla virando da un corallo antico, mentre sul calice disegna gocce frastagliate e veloci.

Il suo profumo è un altro balzo, una montagna russa sulle colline chiantigiane, che per qualcuno potrebbe essere estremo, ma a me garba assai: è molto intenso, appena in sviluppo, con aldeidi non timide, è vero, ma fresche, giovanili nella spinta; ed esprime una complessità che sa di natura, di frutta, di foglie e di fiori: viole, fragole, ciliegie, melone, arancia, melagrana, alloro e borragine, muschio, una caratteristica limatura di ferro sottotraccia, una lieve speziatura, sandalo e cannella.

È al sorso però che mi conquista, perché di una naturalezza disarmante: pieno, glicerico, avvolgente, ma anche fresco, salinissimo, con una mineralità pura, da acqua oligominerale. Ha passo dinamico e svelto, irradia, vibra e tintinna argentino, violino e triangolo come nella Campanella di Paganini. Lo spinge la sua alta acidità, con un certo frizzar lieve di carbonica sul palato, piacevolissimo.

Gustosissimo, lungo, bilanciatissimo, da bere e a litri, e non per modo di dire, ma alla prova dei fatti. Appena un po’ abboccato, perché è perlopiù questione di sensazione glicerica: in realtà, un equilibrio mirabile di corpo e freschezza.

Benedetta l’annata 2014 – maledetta per i sacrifici ai quali ha costretto i vignaioli per via del maltempo, ma benedetta per noi bevitori, se ha generato vini come questo: irresistibile, sulla mia tavola, con le verdure ripiene.

Ribolla Gialla 2009,Venezia Giulia IGT, Dario Princic, 12,5 gradi.

 
La Ribolla Gialla di Dario Princic è stato il primo vino macerativo che ho assaggiato ed è un po’ come il primo amore: non si scorda mai. Fu poi il motivo, o piuttosto la molla, di un viaggio a Gorizia e più sù a Oslavia, per vederla dal vivo quella ponca donde nascono le uve dei suoi vini, cioè quel terreno misto di arenarie e marne stratificate. Lassù, oltre alla ponca, vidi l’Ossario dove riposano 57.741 militi vittime della Prima Guerra Mondiale. Riposano? Possono forse davvero riposare? Entrai in quella torre, una babele di nomi e date, una spirale a più piani di lapidi che urlano al cielo. Ne ricavai un senso di oppressione tale da dover uscire per respirare: avevo sentito vivo sulla carne il peso fisico del male. I morti, probabilmente riposano: già penarono e soffersero troppo. Chi resta non può aver pace e può solo provar vergogna di quel male che si alimenta di se stesso, come un dragone ritorto dalle mille spire che si morde la coda; né, a distanza di cent’anni, placa la sua fame: perché il male è dentro l’uomo.
Dario Princic ha un viso scolpito e squadrato, quasi intagliato nella pietra: esprime con pacatezza asciutta le sue convinzioni incrollabili, una durezza apparente che credo si stagli su un fondo di dolcezza umana; un volto che mi ricorda quello di un carissimo amico di famiglia goriziano, buono e sfortunato, venuto a mancare tanti anni fa. Dario Princic non lo incontrai quel giorno su a Oslavia. Era affaccendato con il figlio e altri parenti e amici attorno a una ruspa. Si respirava un’aria laboriosa e autentica: in una parola, friulana. Ci accolse la moglie, che ci narrò di come Oslavia fu distrutta dalla guerra e ricostruita più a valle, di come il fronte passasse tra le loro vigne o poco oltre, di come ogni generazione delle ultime cinque abbia parlato combinazioni di lingue diverse, un multilinguismo variamente assortito che ha compreso l’italiano, il tedesco e lo sloveno.
Per la loro storia, possono queste alture magre che hanno i monti alle spalle e a meridione si aprono verso il mare, assaporandone quasi la luce, dar vita a  vini convenzionali ?  Io credo fermamente che l’originalità innegabile dei vini di Oslavia sia in nuce un atto ribelle verso il mondo industriale e del possesso, un gesto agricolo ed artigiano che è il grido di riconquista di un senso diverso del tempo e della storia, uno scarto laterale verso un’altra direzione possibile. Fremito dell’uomo e fremito della terra stessa, che ritrovo nel colore ramato pallido e luminosissimo di questa Ribolla, che forma sul calice gocciole rade e rapide alle quali segue una seconda trina di gocciole più fitte  e più lente. Affascinante solo a vederlo, ha un profumo  molto intenso e molto complesso. Mi sorprende  perché, vista la sua tinta, lo immagino stanco e evoluto e invece è fresco, i sentori ossidativi di aldeidi presenti, ma ben fusi in un dominante profumo floreale arioso ed ancor giovane di acacia e biancospino, fresie bianche, mimosa, lavanda. C’è poi la frutta fresca, pesche e albicocche, arance, e cenni vaghi di quella candita. Torna il senso di  ariosità  con uno sfondo di erbe aromatiche secche e tritate (maggiorana, rosmarino, foglie di borrigine), una speziatura di noce moscata. Il sorso è una sferzata di energia e di freschezza,  con un gusto intenso, concentrato e vibrante, succoso, di estrema salinità e acidità, quasi una scarica elettrica. Il corpo è rimarchevole, lievemente tannico, ed ha lunga persistenza. Tuttavia ciò che rimane inciso nella memoria è un senso di naturalezza, di scioltezza in bocca, di una leggerezza ritmata; il senso  di un vino sano, persino salubre, soprattutto  libero nella sua rarefatta raffinatezza. L’ho goduto eccellente su un risotto di mare e molto buono su un rombo con capperi e pomodoro; però le sue caratteristiche oblique gli donano  una principesca flessibilità sulla tavola, accomodandosi, ne son certo, ai crostacei, alle carni bianche, ai più vari formaggi. Anche per questo mi vien voglia di dirtelo vino senza eguali.

Granaccia Colline Savonesi IGT 2006,  Scarrone, 13 gradi.

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Quando ricevetti in regalo questo vino da un collega – un amico – tanti anni fa, non sapevo nulla né della Granaccia, né di Quiliano, né di Scarrone. E di Mario Soldati, nemmeno.
Provai riconoscenza ed una profonda curiosità per quella bottiglia con l’etichetta dalla grafica antica, dove pure il tenore alcolico era scritto a mano: sembrava proiettata da un passato remoto e perduto. Aspettai per un po’ l’occasione giusta, l’abbinamento ideale; poi partii per vivere all’estero ed essa rimase qui in Italia, ad aspettarmi in cantina.
Fatto sta che gli anni passarono e con essi studi, letture e di possedere una bottiglia di Granaccia savonese mi ravvenni tempo dopo, leggendo appunto il Terzo viaggio raccontato da Soldati nel suo leggendario volume Vino al vino: autunno 1975, un’Italia lontana, prima ancora che io nascessi. Mi incuriosì quel vino definito “barocco” dall’intellettuale torinese, con un misto di attrazione e repulsione che esprimeva senza troppe cautele in quelle pagine lontane dedicante al Granaccia prodotto a Quiliano, “comune sulle prime colline di Vado, provincia di Savona”, da Natale Scarrone, “…in un valloncello angusto come una forra…le vigne sono tutte lì in un angolo, anzi in un triangolo esposto a mezzogiorno, coltivato a terrazze, tra muretti a secco, strette l’una sull’altra”. Una produzione, quella di Scarrone,  all’epoca minuscola: 500 bottiglie al più.
Mi decisi perciò un giorno a cercala quella bottiglia in cantina, e frugai spostando cartoni di vino, e poi eccola, vidi e lessi prima il luogo di provenienza e poi il nome del produttore: Quiliano e Scarrone, la chiusura di un cerchio; presumibilmente non più Natale però, forse i figli o gli eredi. Tuttavia, anche a cercare informazioni in rete, poco ne ricavai o nulla. Frattanto di Granacce ne avevo assaggiate tante, sotto i vari nomi che han preso viaggiando per il Mediterraneo fino a giungere addirittura nel Nuovo Mondo: Garnacha, Grenache, Cannonau, Alicante, Tai Rosso, e molti altri; ricavandone sensazioni contrastanti, perché nei suoi viaggi la Granaccia (la cui origine è disputata da Aragona e Sardegna) ha mutato pelle conformandosi ai luoghi, alle usanze, agli stili di coltura e di vinificazione: questa vite vigorosa, resistente al caldo ed alla siccità, che produce uve dalla buccia sovente sottile (ma che su certi suoli aridi ispessisce, mentre l’acino resta piccino), tendenti ad un alto tenore zuccherino, dall’acidità normalmente moderata, mi sembra – per la mia minima esperienza-  si possa considerare tra quelle che con trasparenza restituiscono il loro territorio.
Fatto sta che pian piano realizzai che mi era stato donato un piccolo mito, raro e prezioso, un frammento di storia se vogliamo, e venni preso dalla smania di assaggiarlo, di provarlo e paragonarlo agli altri Grenache che avevo archiviato nella piccola biblioteca della mia memoria gustativa.
Riguardo gli appunti di quel 28 gennaio 2016, quando l’aprii, e me lo rivedo davanti e ne risento ancora le sensazioni, come fosse ieri, perché mi parve un vino eccezionale, probabilmente la più fine espressione che io abbia assaggiato di Grenache o Granaccia che dir si voglia. Estratto dopo dieci anni il tappo di sughero ancora perfetto, il vino di Quiliano era di un colore rubino bellissimo,  appena granato al bordo, trasparente ma dai riflessi profondi, e a ruotarlo nel calice appariva viscoso e materico, formando lacrime lentissime e fittissime. Ricordo l’aroma molto intenso e complessissimo: mi sembrò di discernervi buccia di fico nero, ciliegia, susina nera matura, tanta liquirizia amara, eucalipto, ginepro, grani di caffè, sbuffi di pepe bianco e nero, chiodo di garofano, noce moscata, cioccolato con una nota di vaniglia, e in fondo macchia e bosco, humus, carrube essiccate, tocchi ematici. Era un mondo intero di sensazioni, rimandi ed evocazioni, amica o amico che mi leggi, ma nulla era scontato: si svelava poco a poco con fascino e pudore, femminile e maschile a un tempo, quasi androgino; intimamente mediterraneo, non nella forma ovvia del colore locale,  del pittoresco ad uso delle agenzie turistiche, ma della roccia scabra, riarsa dal sole, dal vento e dal sale, spostandone il suo sentimento interno più a nord, verso rigori forse piemontesi, forse alpini. Sento ancora nella mia bocca il sorso ampio, pienissimo e fresco, sul limitare di una decadenza forse, dal sapore intensissimo e concentratissimo, amaricante come la radice della liquirizia e la ruta e l’arancia amara; originalissimo, molto morbido ma vitale, assai secco in verità, ma avvolgente di un glicole ingannatore, che avresti potuto quasi confonderlo con lo zucchero. E sebbene l’acidità non fosse più che media, c’era una corrente salina continua a tenerlo teso su tutto il palato, principiando dall’attacco netto e svolgendosi ampio fino a un finale quasi trionfante, ma su note gravi, più autunnali che squillanti, di tramonto: una sorta di struggente splendore dorato che sapeva nel retrogusto dell’aromaticità di un alloro.  Mi sorprese il suo tannino, finissimo ma in quantità superiori a quel che conoscevo possibile per la Grenache; certo, non a livello di un Nebbiolo, ma nel suo insieme c’era, a mio avviso, un certo nebbioleggiare. Quel Granaccia di Scarrone che avevo nel calice era un vino artigiano che non conosceva artefazione, che scorreva naturale, senza inciampo, scorrevole e passante (per usare una terminologia cara al Soldati), quasi con la complessità di un distillato. Lo trovai eccezionale allora su un arrosto di magatello e di costine di maiale. Di più: l’elessi vino del cuore.
Scorro stasera, passato un anno, le parole e i giudizi che su di esso lasciò Mario Soldati e me ne sorprendo: “Questo Granaccia, malgrado la sua complicata finezza, sa più di alpe che di mare, più di Piemonte che di Liguria” leggo, e penso che era stata la mia esatta sensazione. Scriveva ancora: “Svuotato di tutto, svuotato del suo nome spagnoleggiante, svuotato del suo gusto svolazzante e superficiale, svuotato della presenza imponente del suo autore barocco, il barocco Granaccia, etere effuso in noi e attorno a noi, è ormai esso stesso un vuoto”…e qui le parole diventano misteriose, le sensazioni sfumano sottili, lambiscono il velo di Maya. Il Granaccia di Scarrone esiste davvero o è come la Casa della Fata Turchina, che quando Pinocchio torna a cercarla è sparita e al suo posto c’è solo una tomba? Di esso dissi entusiasta al collega-amico che me l’aveva regalato, volevo procurarmene altre bottiglie, uno, due cartoni,  e assicurarmene una scorta. Mi rispose che non si produceva più, espiante perfino le vigne per quel che lui sapeva. Altre notizie non ne ho più trovate: ho cercato, ho chiesto in giro, ma fu silenzio soltanto. Forse questo Granaccia di Quiliano di Scarrone è soltanto lo specchio di un nostro sogno. Sostiene un maestro che di vini ne capisce, Armando Castagno:  per dire una parola nuova, utile, nel mondo del vino bisogna viaggiare: “calpestare i territori e quasi mangiarseli”. Credo in verità che sia una regola aurea per la vita intera. I viaggi della Granaccia attraverso il Mediterraneo raccontano una storia in fondo non dissimile da quella di Ulisse, o di Enea: storie di umanità, di esperienze e di luoghi, che rivivono grazie alla potenza evocativa della parola poetica. Un viaggio anche quello che Soldati raccontò in Vino al Vino ed ogni viaggio è una formazione: quello il senso profondo. Un giorno dunque andrò a Quiliano, cercherò quelle vigne dal fogliame “foltissimo, vigoroso, frastagliato, addentellato”, dove le Alpi “si vedono nevose nello sfondo, oltre i primi piani verde-rossastri delle vigne, tra le quinte a V del valloncello”; forse comporrò il numero che stava sull’etichetta, sperando in una risposta: 0198878…
Chissà se troverò una tomba o la casa della Fata Turchina.

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Scalpito 2011, Veneto IGT Rosso, Maeli, 14 gradi.

Allora: questo Scalpito. Il paragone equestre regge e sta nel suo dinamismo nervoso, tutto di forza, energia e ribellione. E poi:  l’IGT è o dovrebbe essere il vino di fantasia, quello che spezza le righe, quello che soddisfa i sogni di un vignaiolo al di là della tradizione. Ma se tu avessi viste quelle vigne al Pirio sempre battute dal vento, in un’aria  fresca e lontana dalle indaffarate pianure del nord-est, coi i vecchi tronchi contorti di barbera riscattati dall’abbandono e dai rovi, capiresti perché quello scalpito.  Ed infatti qui c’è quella barbera al 60%, poi cabernet sauvignon al 30% , 10% di carmenere. Il colore è un porpora fittissimo, impenetrabile, con gocciole sul calice irregolari, persistenti, veloci, persino untuose. Ha un profumo molto intenso, che esprime tantissima frutta rossa e nera: le prugne, i lamponi, i mirtilli eccetera, la solita litania dei descrittori: qui però il richiamo a quella frutta è così netto e materico da essere quasi impalpabile.  E poi  pelli,  tabacco, affumicatatura, tanta speziatura di pepe bianco e verde, noce moscata, chiodi di garofano e ginepro, con un tocco di acetaldeide bellissimo che rinfresca e dà carattere,  invitando a un sorso che svela in bocca una trama fitta e carnosa, polposa. Ecco l’acidità altissima della barbera che ne tende le trame e sferza piacevole, coniugandosi in modo naturale e armonioso con tannino abbondante, grintosissimo e mature, appena un po’ piacevolmente rustico: scrocchia persino. C’è tanto sapore in questo vino, salinità e un che di amaro e scomposto che piace per un finale lunghissimo. Insomma, colto ora in un momento di grazia, è un grande vino che piace e non compiace, che vince non per eleganza e finezza, ma per carattere: e il carattere non è mai volgare. Se tu avessi visto quelle vigne al Pirio sempre battute dal vento…Io vi andavo spesso e mi ricordo quella salita sterrata che si inerpica e s’apre la strada tra le vigne e i boschi e i vecchi casolari di pietra dalla caratteristica architettura locale. Si giungeva ad una cappellino bianca di una Madonna e di lassù, tra i fiori spontanei che trapuntavano l’erba coi loro colori, sembrava di dominare per intero il panorama del Colli Euganei, affascinanti e buffi coni tondi che sembrano sbucare da un lago primordiale, isolati come sono nella piatta pianura veneta. Assaggio questo vino e mi sfiora un po’ di tristezza, perché non ci sarà più: cambiati gli assetti aziendali, i frutti dei vecchi tronchi contorti di barbera non saranno più disponibili e nemmeno so se le vecchie piante vivano ancora. Un vino che scompare, durato si direbbe il tempo di una sola notte, come una falena; però bellissimo. So – e mi consola- che nella cantina giacciono ancora alcune -poche- bottiglie: le protegge gravida la terra.