I Lacryma Christi del Vesuvio di Cantine Matrone.

Sarò magari suggestionato dalla bellezza abbagliante dei luoghi – quell’insieme di cobalto marino, giada lussureggiante di vegetazione, ametista della terra, ocra delle monumentali rovine – mi pare tuttavia che dai Campi Flegrei al Vesuvio ci sia una concentrazione straordinaria di piccole cantine eccellenti e di deliziose perle enologiche.

Ciascuna con un carattere assai peculiare: la capacità dei vignaioli e, credo, le caratteristiche stesse delle varietà locali, valorizzano la notevole parcellizzazione di un territorio dal fascino naturale e storico unico.

Vini dei vulcani, tutti; ma, a grandi linee, aggiungerei che quelli dei Campi Flegrei, salatissimi e sciolti, declinano al mare; i Lacryma Christi, più acidi e strutturati, declinano alla montagna.

Il Lacryma Christi è un vino di antica tradizione (gli affreschi pompeiani mostrano il Vesuvio coperto di viti) e di notevoli citazioni letterarie: ne ricordo una poco nota, ma che è stata il mio primo memorabile incontro con la tipologia, nelle pagine che Pratolini dedica al personaggio de “la Signora”, in Cronache di poveri amanti.

Ha subito purtroppo un periodo d’oblio, durante il quale, almeno fuori zona, si trovavano solo esemplari commerciali di scarsa personalità ed interesse.

Da qualche anno la situazione è decisamente migliorata.

Cantine Matrone produce questi Lacryma Christi del Vesuvio, rosso e bianco, dallo spirito felicemente artigianale.

Mi paiono tra i conseguimenti più felici della tipologia.

Lacryma Christi del Vesuvio Rosso 2015, Cantine Matrone, 13,5 gradi.

Un taglio tradizionale di Piedorosso maggioritario, che dona scioltezza e profumi caratteristici, con una decima parte tra Aglianico, che garantisce nerbo e struttura, e Sciascinoso, che aggiunge note fruttate.

Tinta rubino, di media profondità, molto luminosa: bella. Lascia sul bicchiere gocciole regolari, fitte, lente.

Profumatissimo: immediato, tuttavia molto complesso, terroso e insieme puro. Di primo acchito, è come entrare in certe annose cantine, che portano sui muri il ricordo di tante vendemmie passate. Poi, ordinando le sensazioni, di distinguono l’uva sultanina o, meglio, arrostita; il gelso nero, la mora selvatica, l’amarena, la pesca, il chinotto; poi – qui sta il carattere – origano, timo, melanzana, pomodorino del piennolo essicato, cappero, acciuga, tantissimo pepe e le nette sensazioni minerali e affumicate, firma del vulcano.

Sorso agile, secco, continuo e compatto, ma accessibile, comunicativo, di slancio felice.

Ha tannino importante e pastoso; salinità impressionante; acidità appena sopra la media; ottima lunghezza: chiude con quel tannino pastoso a riempire la bocca e note piacevolmente dolci-amare, dal retrogusto balsamico ed ematico.

Un vino di alto artigianato, originalissimo, buonissimo anche fresco, pieno di gioia. Mi ricorda certi Cotes du Rhone settentrionale, certi St. Joseph, ma in una veste mediterranea.

Gustato con grande piacere su pollo ai peperoni e melanzane, con contorno di patate arrosto.

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2015, Cantine Matrone, 12,5 gradi.

Tinta giallo limone intenso. Forma lacrime accennate, fitte, veloci, evanescenti.

Il profumo è molto intenso e puro. Un’esplosione di agrumi: freschi, disidratati, caramellati; poi, fiori gialli, olio d’oliva, macchia mediterranea con la salsedine nell’aria: iodio. Vibranti: gli idrocarburi, i toni empireumatici, lo zolfo e la pietra.

Il corpo è medio. Il sorso molto salino, delicato e carezzevole; saldo, però, con un’acidità naturalmente integrata, di media intensità. Anche la concentrazione del gusto è mediana, ma trova notevole allungo e persistenti risonanze.

Un ottimo bianco da pesce, che ragiona di mare e d’altura.

Giovane, è buonissimo, ma una bottiglia vecchia di un lustro, in condizioni perfette come questa, dona piena felicità. Se lo stato non fosse ideale, ma discreto, se ne apprezzeranno comunque la florealità intensa, selvatica, mediterranea; la distinta vena agrumata; l’odore di vulcano: zolfo, pietra, idrocarburo.

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