Cercatoja Rosso 2004, Toscana IGT, Fattoria del Buonamico, 14 gradi.

Quasi nulla mi rattrista più che leggere certe vecchie pubblicazioni sul vino.

Non le grandi pagine di letteratura, ovviamente: Monelli, Soldati, molto Veronelli, a distanza di decenni ci restituiscono vividamente mondi scomparsi, come se li avessimo davanti: ne ravvivano colori, rumori e umori, li soffiano verso di noi come faville del maglio mosse dal vento: tale è la forza dell’arte.

Quando però l’impostazione è enciclopedica, catalogante, innanzi a tutti quei nomi caduti nell’oblio la malinconia si fa strada. Che ne è di quelle aziende, dei luoghi, dei vini? Certi Cru, più o meno celebri un tempo, oggi dimenticati, ridotti a bosco o, peggio, pompa di benzina? Mi pare di trovarmi innanzi alle lapidi dei vecchi al cimitero, perché intorno a quei nomi c’era tutto un mondo vivo, oggi scomparso.

Similmente mi è presa la malinconia ier l’altro, ascoltando un vecchio vinile con le canzoni di Odoardo Spadaro: in quell’accento risentivo la voce dei miei nonni e di tutti i parenti che lo circondavano quand’ero piccino; in quelle storie di povera gente, di contadini, di ortolani, di emigranti, di aie e di cappelli di paglia, rivedevo il loro mondo, quello che immaginavo attraverso i loro vividi racconti: era per me un passato remoto e affascinante.

Ora sono in quel “mezzo del cammino” che consente di giudicare il passato alla distanza, di percepirne le cesure col presente, di consegnare ad esso la memoria di un mondo che non è più.

Io so che quando vado a Chiesina rivedo la mia Valdinievole filtrata con gli occhi di quand’ero bambino; e che già allora vedevo, presumibilmente, filtrata con le lenti immaginifiche dei miei nonni. Non così è per mia moglie e meno ancora sarà, con mia pena, per mio figlio: loro la vedono com’è.

Quel mondo è passato: esiste solo nei miei ricordi.

Marcello il macellaio, il suo mallegato profumato e le salsicce buone come dolci; la focaccia cotta a legna, sapida e oleosa, della bottega quando era in piazza alla Chiesanuova; l’officina morchiosa di Leino a San Salvatore, che riparava biciclette e motorini; l’odore dei garofani colti da poco nel capannone, quando li ammazzettavano i miei zii e i miei cugini: tutte realtà dissolte, consegnate ai quei ricordi che sono tesoro e fardello di ogni essere umano.

Ahimè, la lista sarebbe assai lunga ed è sempre sgradevole paragonare lo ieri con l’oggi.

In essa, tuttavia, c’è anche la vecchia Fattoria del Buonamico di Montecarlo. Oggi si chiama Tenuta del Buonamico, ma è davvero altra cosa: non dico meglio o peggio, ma altra.

La Fattoria del Buonamico che ricordo io era un luogo di sapiente artigianalità. Un edificio essenziale, dall’intonaco rossiccio, dove l’accoglienza non esisteva come la intendiamo oggi, nel senso della ricezione turistica, ma era la semplice gentilezza delle persone che vi lavoravano.

Stava – e sta ancora, malgrado i mutamenti occorsi – su un poggio appena sotto Montecarlo, in Lucchesia, sul lato che digrada verso Capànnori, dal quale si godeva una bella vista sul borgo, sulla piana di Altopascio e Bientina, sul Monte Serra.

Intorno, colline morbide, particolarmente dolci di forme e vegetazione: quasi che la natura lì si conceda un momento di riposo dopo le balze appenniniche, prima di slanciarsi verso le tormentate coste, ridendo al sole viti, ulivi e fiori, che crescono spontanei in incredibile varietà e coloritura. Lì, sullo spiazzo prima del Buonamico salivo con la Vespa per vedere le stelle e di giugno, di luglio, c’erano sempre le lucciole. A due passi, il cru Cercatoia.

Credo l’azienda fosse nata nel dopoguerra, nel 1964, per rifornire di vino un ristorante a Torino, Al Gatto Nero: era abitudine dei ristoratori toscani approvvigionarsi nelle loro zone d’origine e chi di loro poteva acquistava terra con vigna e ulivi, in un’epoca di spopolamento delle campagne. Normalmente i ristoratori affidavano la fattoria a un uomo di fiducia, perché producesse vini onesti ma senza particolari pretese, adatti alla mescita come vino della casa. Quello, immagino, l’intendimento originario della Fattoria del Buonamico.

Poi qualcosa doveva essere intervenuto, perché i vini della Fattoria che conobbi io raccontavano piuttosto una spericolata fuga in avanti, un avanguardismo sperimentale affascinante e senza rete.

Vini da singolo vigneto, in purezza o con uvaggi arditi, eppure attentamente bilanciati, che parlavano una lingua tutta loro: erano, è vero, gli anni nei quali in Italia si scopriva la barrique e si diffondevano i vitigni internazionali; trovavano pure una solida base nella tradizione montecarlese, che i vitigni bordolesi, e più ancora rodaniani, li aveva già accolti in pieno ‘800; eppure esprimevano una individualità fortissima, dovuta, credo, all’estro e all’impegno di chi dirigeva la cantina: Vasco Grassi, che ebbi il piacere di conoscere al Buonamico quando ero poco più che un ragazzino ai suoi primi acquisti direttamente in cantina, con con i risparmi da studente universitario.

Fu in una di quelle occasioni che acquistai questo Cercatoja, credo una delle ultime bottiglie prima della nuova proprietà.

Rimase nella mia cantina toscana per anni, fino allo scorso gennaio, quando decisi di aprirla insieme a mia moglie. Eravamo da soli nella vecchia casa per un paio di giorni: una scappata, perché aspettavamo la nascita del nostro bimbo a breve e dicevo: “Almeno apriamo la casa, poi vedrai fino a Pasqua non riusciremo a scendere”. Non immaginavo la pandemia che avrebbe flagellato questo 2020 e che saremmo stati impossibilitati a muoverci ben oltre Pasqua.

Quando la presi dallo scaffale dove riposava distesa ero un po’ perplesso: nella mia esperienza – senz’altro limitata- i vini rossi di Montecarlo, anche ambiziosi, esprimono il loro meglio entro i dieci anni.

Questo Cercatoja andava per i sedici.

Sfilai il tappo: un sughero intero molto lungo, molto bello, in ottime condizioni.

E cominciò la magia.

Fu una danza di ore, evocazioni che si rincorrevano sotto i travi antichi e scuri della cucina, bagliori di memoria intrecciati a quelli del focolare acceso.

La tinta: granata, trasparente, luminosa, con vaghi ricordi rubino. Gocciole sul calice, fitte, regolari, rapide, persistenti.

Il profumo: di particolare intensità, ampiezza e finezza. Etereo e rarefatto all’apertura e dopo un congruo tempo, mi ricordava sorprendentemente certi Pinot Noir Villages o Premier Crus di Borgogna invecchiati: pelliccia, alchermes, ciliegia, lampone, prugna, mirtillo, peperone verde, cola, ruta, erbe verdi, liquirizia, ferro, sangue, iodio, noce moscata, pepe bianco.

Spiriti sospesi, iridescenti, sfumati.

Virava poi, dopo 12 ore, verso i vini del Rodano, cercando il paragone d’Oltralpe: il frutto difatti diventava più scuro, emergendo toni di pepe nero, e di cappero-acciuga, da crostino toscano.

Secco, lasciava la bocca piacevolmente asciutta.

Aveva corpo pieno e tannino di trama fitta, fine, maturo, croccante; forse appena un ricordo di legno d’affinamento nella sua grana.

L’acidità: media.

Era molto equilibrato, sul sale.

Nel finale lungo: un ricordo di farina di castagne.

Aveva tutta la scorrevolezza e facilità d’eloquio dei rossi di Montecarlo, ma c’era in lui qualcosa in più e di unico.

Figlio della sua era riguardo l’uso del legno d’affinamento, aveva però trovato negli anni di bottiglia un passo cadenzato, quasi antico per trasparenze e per l’equilibrata compostezza: “Gran vino da selvaggina di piuma, assai fine”, si sarebbe detto un tempo.

A Montecarlo non ho mai assaggiato un rosso pari a questo, colto allora nei suoi sedici anni; né produzioni successive a me note mi lasciano sperare per il futuro.

Qui il Sangiovese si sposava al Cabernet Sauvignon, al Merlot e al Syrah, nelle proporzioni: 40%, 30%, 20%, 10%. L’amai come amo il Sangiovese maggioritario o in purezza.

A trovarne una bottiglia ben conservata, amica o amico che mi leggi, bevilo un po’ fresco: sui sedici gradi.

Terre di San Leonardo 2012, Vigneti delle Dolomiti IGT, Tenuta di San Leonardo, 13 gradi.

Che il trentino San Leonardo sia uno tra i massimi uvaggi bordolesi italiani, per la qualità delle singole annate e per la continuità su un arco trentennale, è noto: penne celebri e prestigiose ne hanno raccontata la storia e le individualità anno per anno, non serve il mio giudizio.

Però un paio di primavere addietro partecipai ad una degustazione eccezionale di dieci annate, con la quale ho riscoperto questo vino mirabile, che in passato non aveva suscitato il mio interesse: mi aveva intrigato conoscere vini di uve autoctone o vini stranieri, non i bordolesi italiani di un certo impegno e costo. Ai classici, però, bisogna sempre ritornare e di fronte all’eleganza dritta del San Leonardo, non si può restare insensibili: l’amai.

Rientrando a casa, quella sera della degustazione, mi ricordai di avere in cantina un Terre di San Leonardo, ossia la seconda etichetta della Tenuta, il fratello minore del San Leonardo. Molto simile, invero: i vigneti sono praticamente i medesimi; anzi, in certe annate, confluisce in esso quanto destinato normalmente al San Leonardo, ma non ritenuto all’altezza.

Li differenzia la percentuale di Carmenere, inferiore nel “Terre”, però l’impostazione complessiva da vino aristocratico, compatto, dal passo lento, giustamente ampio ma sostanzialmente fresco, li accomuna.

Perché anche il “Terre di San Leonardo” è nordico e mediterraneo a un tempo, mantiene quel portamento aristocratico, risultando appena meno articolato, complesso e raffinato.

Questo 2012 non mostrava i segni del tempo: restava sul colore rubino di media profondità, col suo profumo molto intenso, pulito, fresco e vaporoso, dove i fiori gialli contornavano la rosa che emergeva nettissima, dove il ribes rosso, la ciliegia matura, la susina, sfumavano nella dimensione sottilmente agreste del peperone arrostito, del sedano, del finocchietto, del pepe bianco.

Indubitabilmente aveva un gran corpo, polpa, ma era magicamente leggero, di buon gusto. Con la sua notevolissima acidità, il tannino raffinato e abbondante (appena rugoso, ma piacevolmente), sviluppava un sorso continuo, intenso, lungo, assai salino, pervaso da una mineralità sottile, come una vena di metallo pregiato che si celi nella roccia, fino al finale bilanciato che rimaneva un po’ centrato sul tannino, assai grintoso.

Un vino roccioso e adulto, luminoso e puro, che immagino ideale, amica o amico che mi leggi, sugli arrosti misti.

Collio Merlot 2013, Colle Duga, 14,5 gradi.

Povero Merlot!

Una ventina di anni addietro i Merlot erano ricercati come il massimo piacere edonistico dalla maggior parte dei “bevitori aggiornati alla moda”, a scapito dei tanti nostri vini storici da varietà locali; e giù tutto un piantare barbatelle dalle Alpi alla Sicilia, anche in territori invero poco adatti. Oggi, invece, se vai alle fiere e osservi chi si accoda ai banchetti, amica o amico che mi leggi, nessuno ne vuol più sentir parlare: chiede piuttosto di assaggiare un Cacchione, un Praemetta, un Avarengo.

Da un estremo all’altro, purtroppo, perché l’uva merlot trova ragion d’essere in tante vigne dai suoli argillosi, umide, fredde, piovose, dove altre varietà stentano a maturare. Difatti in certi territori italiani ha trovato una collocazione importante fin dai tempi dei rimpianti dopo la fillossera, quindi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Si pensi al Friuli: la piovosità media annua in millimetri di Udine è superiore a quella di Londra.

Difatti tra i Colli Orientali del Friuli, l’Isonzo, il Collio e il Grave, si trovano diversi esempi di Merlot che esprimono una naturale compiutezza ed un senso di eleganza sfuggenti altrove -offuscati da effetti caricaturali – ed uno spirito autenticamente gastronomico.

Buon esempio è questo 2013 dell’azienda Colle Duga di Cormons: vivace, sorridente e profondo.

All’epoca del mio assaggio, il 10 febbraio del 2017, era rubino profondo ma non impenetrabile, con riflessi ancora purpurei. Lacrime sul calice molto fitte e lente e persistenti. Profumo molto intenso, in evoluzione ma ancora giovanile, fresco, giocato su note di frutta rossa dalla ricca polpa: susine, duroni amare; ma anche frutti di bosco, gelsi bianchi e neri; foglie di eucalipto, pepe bianco, un tocco di cioccolato amaro e caffè tostato, un fondo fungino e di carne.

Secco sul palato, di nerbo e corpo robusto, con tannino abbondante, di grana media, maturo e vigoroso; ampio in bocca e gustoso, media acidità, un po’ alcolico, sapido; il lauro ne arricchiva il retrolfatto. Discreto il suo allungo, un po’ costretto tra tannino ed alcol.

Sarei curioso, oggi, di leggerne l’evoluzione.

Non conosceva mollezze, questo Merlot tra eleganza, rustica grinta e succosità.

Sarà che veniva da terra di bianchi, ma – a dispetto di un contenuto alcolico tutt’altro che timido -manteneva in fondo all’anima la leggerezza di un colpo d’ali.

Salamartano 2004, Toscana IGT Rosso, Montellori, 14,4 gradi.

Dalle parti mie – o, meglio, da quelle di origine della mia famiglia- il vino si è sempre prodotto: esistono denominazioni d’origine controllata storiche e zone di eccellenza riconosciute da decenni, se non da secoli persino, come l’area – relativamente ampia in verità- del Montalbano. Storicamente quest’ultimo è  territorio di vino Chianti: di sangiovese, di canaiolo, di trebbiano, di malvasia; ed è, ne sono convinto, ampiamente sottostimato e sotto valorizzato rispetto alle sue reali potenzialità. L’ho battuto parecchio: le prime gite in vespa e poi in auto, per vedere quegli scorci meravigliosi che colpirono la fantasia del giovane Leonardo e per provarmi sui tornanti di San Baronto; poi a cercarvi vini classici: toscani e natii. Nel mio girovagare dell’epoca, giunsi – era inverno: una mattina grigia e fredda tra il Natale e il Capodanno, col Padule che aveva i bozzi pieni d’acqua- a  Fucecchio alla Fattoria Montellori, attratto soprattutto dal Dicatum (Sangiovese in purezza) e l’ottimo metodo classico Blanc de Blanc non dosato. La cantina era chiusa, ma Alessandro Nieri – il titolare – mi accolse con gentilezza e disponibilità rimarchevoli, considerato  che ero un giovane signor nessuno.
Parlando con lui mi accorsi di come tenesse particolarmente al suo taglio bordolese, il Salamartano. Allora io ero assai poco interessato ai tagli bordolesi, ma il suo sincero entusiasmo mi convinse ad acquistarne una bottiglia per assaggiarlo.
E quella bottiglia rimase, come tante altre, a prender polvere nella mia cantina – pardon,  ad affinare: per un vino così speciale, serviva una certa occasione.
Mi son deciso qualche mese addietro, a Pasqua. L’ho aperto con calma, con tutti i crismi: 12 ore prima. Anche con tanta curiosità, perché nel frattempo qualche buon taglio bordolese italiano e soprattutto francese l’ho assaggiato negli anni; e tuttavia del Salamartano ho sentito parlar bene più volte; delle annate recenti, soprattutto. Questo vino, invece, i suoi anni li ha: supera di buon slancio la dozzina. Chissà come si è evoluto, col suo 60% di Cabernet Sauvignon ed il restante 40 % di Merlot, a quanto mi recita l’etichetta( bada, amica o amico che mi leggi: nelle ultime uscite credo vi trovi spazio anche il  Cabernet Franc).  Nel calice lo verso ed è rubino profondo, tendente al granato, con gocciole assai fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha un fiato bordolese, ma solo in parte, perché è più solare, con  caratteristiche note boschive che scartano verso aromi da gran Sangiovese , montalcinesco per intenderci: ecco la terra Toscana, dico io. Preciso, rifinito, concentrato in una sua sfera di pensieri, di radicamento  territoriale.  Il profumo è molto intenso, in sviluppo, persino più giovanile di quello che avrei pronosticato: i terziari dell’invecchiamento sono accennati appena, giusta qualche nota di tabacco biondo.  La frutta nera, il cigarbox, la liquerizia; poi mirto, menta, alloro, eucalipto; la canfora, il pepe, la china , la noce moscata. C’è sul fondo un ritorno iodato e pietroso, quasi un ricordo del mare che copriva il Montalbano . Sembra stare in dialogo costante tra aperture solari e ripiegamenti intimistici,  in un chiaroscuro di marca giottesca che ravviva una linearità altrimenti ordinata e che pare  distendersi coi minuti nel calice  verso colpi d’ala più luminosi, quando anche la frutta rossa trova il suo spazio: un cenno di amarena.  Sul palato è disteso, di gran corpo, si allunga e ti accoglie con una nettezza rotonda sulle prime e tanta polpa poi, gustosissima e di buon sapore, che conquista spazi ma rimane composta, solida e flessibile, senza impuntature, verso un finale molto lungo, spazioso, giustamente articolato, dove la sola frenata è un tannino ancora deciso, robusto, terragno, ma sempre educato: è la passione che morde il freno sotto gli abiti dell’eleganza, il moto convulso delle viscere  che tenta di disarcionare il fantino, come nei cavalli di Marino Marini. Però, codesto tannino, si ricompone sulla tavola, sui sapidi piatti toscani: questo Salamartano è stato compagno eccellente dell’agnello con le olive, dei pecorini locali. Il merito è anche della sua acidità decisa, che non demorde dopo 13 anni, ma sta lì affondata nella polpa del vino, seminascosta eppure  presente; ed una salinità altissima, indimenticabile, caratteristica  io credo dei rossi del Montalbano  (saranno quelle conchiglie, sarà il mare antico?) . Un eccellente bordolese, che sa di vino e non di legno ( ecco l’ uso accurato delle barrique), che gioca la partita dell’eleganza pur non mancandogli la forza: educato fino a un passo dal riserbo, ti favella nella sua lingua con voce energica e suadente.

Curtefranca Rosso 2010, Lantieri de Paratico, 12,5 gradi.

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Perché la Franciacorta sia così sottovalutata sui vini rossi, produzione storica anteriore ai metodo classico, è qualcosa che stento a capire senza inquadrarla in dinamiche strettamente commerciali e comunicative. Si noti che la produzione di vini fermi e rossi in particolare è di tradizione antica, mentre la via spumantistica ha storia relativamente breve, le prime prove risalenti agli Anni Sessanta del secolo  scorso; vedi, amica o amico che mi leggi, lo storico “I vini d’Italia” che Luigi Veronelli diede alle stampe nel 1961 per i tipi di Canesi: di spumante nemmeno l’ombra ed al contrario si cita il vino da pasto e “se ben vinificato, vino fine da pasto” , per altro con base ampeleografica assai diversa dall’attuale ed acidità totali stupefacenti agli occhi nostri contemporanei. Io inoltre ricordo che bambino nel ristorante di famiglia i Franciacorta erano bianchi e rossi (correvano i primi Anni Ottanta), mentre  i metodo classico della denominazione bresciana comparvero solo in seguito, credo a seguito della rinomanza dovuta a un pranzo di stato durante il quale bottiglie di Bellavista o Ca’ del bosco vennero servite alla Regina Elisabetta d’Inghilterra.
Fatto sta che spesso quando stappo un rosso di Franciacorta, giovane o invecchiato, sono belle sorprese.
Ad esempio questo Curtefranca Rosso di Lantieri de Paratico,così composto: Cabernet Sauvignon 40%, Cabernet Franc 25%, Merlot 20%,  Nebbiolo 10%, Barbera 5%; è un gioiellino, sorprendente lieve e giovanile, dinamico e complesso. Eccezionalmente bello e luminoso nella sua veste color rubino trasparente, che tende al granato. Lascia sul calice lacrime irregolari, evidenti e sostanziose, mentre si muove flessuoso e leggero. Vi trovo un profumo freschissimo e di grande intensità e purezza, nitidissimo e gentile. Floreale ed erbaceo, anzitutto: si sentono le uve bordolesi, la speziatura del Cabernet Franc, con un certo che di pepe verde e un tocco mentolato. Emergono però poi netti i vitigni piemontesi, nebbiolo e Barbera: la rosa, la liquirizia, un certo pepe nero, il rosmarino. Un po’ di frutta rossa a polpa gialla: pesche noci estremamente mature, che fanno da fondale alle rose, ma anche amarena, lampone, persino fragola.  Al di sotto mirtilli, more. Un cenno appena si insinua come di tabacco biondo ed un altro ematico, una spolverata di grafite, di polvere di caffè e cacao amaro. Una nota affumicata, tostata, che deriva dal legno di affinamento, in effetti c’è, ma minima: si sente più nel calice vuoto.  Di corpo medio, all’attacco sul palato è lieve e carezzevole, vellutato, ma poi si allarga in un centro bocca ampio, gustoso, succoso, pieno di polpa,  che schiocca un bacio ed avvolge, ma che non sta fermo e prosegue il suo cammino allungandosi come un’ombra della sera armonico, asciutto, salino,  appena un po’ ammandorlato, con una persistenza discreta – non epocale – ma irradiante e pura, che si giova del misurato contenuto di alcol. Possiede tannino in media quantità, fine ma non privo di grinta; acidità assai spiccata, brillante per come mi pare integrata, invitantissima. Lo immagino ottimo su paste al ragù, lasagne, cannelloni, magari su carne bianca arrosto e da osare sulla tinca ripiena, alla maniera di Clusane. Questo vino aggraziato e robusto, gentile ed energico, quotidiano e signorile, amichevole più che amante, s’appaia bene a certa pittura lombarda, dolce e materica, come quella di Savoldo, di Moretto, o degli Induno, con quell’eleganza del caso anche un po’ ruvida. E mi par bello che in una zona sotto i riflettori come la Franciacorta ci siano ancora vini da scoprire; di più, cantine da scoprire: perché a dispetto della sua storia Lantieri de Paratico non è esattamente sulla bocca di tutti, ma io non ho mai assaggiato una loro bottiglia che fosse men che precisa, equilibrata, elegante.

St. Julien 2001, Chateau Gloria, 12,5 gradi.

Viene persino troppo facile il gioco di parole e dire che qui c’è tutta la gloria del miglior Bordeaux della riva sinistra. Eppure è così: questo rosso quindicenne, di uno Chateau non classificato nella  celebre partizione del 1855 principalmente perché nato nel solo nel 1942 (che cosa significa la continuità aziendale a Bordeaux!), ma con vigne su terreni di tenute incluse nella classificazione 1855, possiede grazia, riserbo, profondità e sensualità combinate in modo rarissimo. Vino femminile, evoca quel tipo di donne da sposare: che ti faranno godere la vita intera, ma senza scosse, sapendo di poter sempre contare su di loro. Un Bordeaux questo che sa anche garantire poesia, non solo prosa. Di color rubino tendente nettamente al granato, profondo ma non impenetrabile, con gocciole veloci, fitte, che si dispongono in archetti irregolari, anche appena aperto sa esprimersi immediato e bene, con un olfatto intensissimo e molto concentrato, ma sfaccettato, profondo, commovente: sa di casa, di amore, di ricordi; ma qual è il profumo dell’amore? Più prosaicamente – amico o amica che mi leggi- vi troverai frutta nera principalmente: mirtilli e more,  prugne, ma anche tocchi di uva sultanina; non manca però la rossa : lamponi, ciliegie e amarene; e persino la buccia di pera. Ovviamente c’è quello che gli inglesi chiamano cigarbox e che per me è una commistione di tabacco, legno e cera: è la firma di un buon Medoc invecchiato. Poi, quasi rinfrescandolo, un deciso spunto mentolato, unito a note di pietra focaia. Infine, l’erbaceo: muschio, foglie di leccio e chioma di cipresso ( ma sono sicuro che qualcuno qualcuno citerebbe la marjuana….). Però  tutti questi aromi, benché variegati e ricchi, presi singolarmente non dicono molto: è la loro fusione perfetta a rendere questo vino commovente; perché possiede un che di antico, ma vitale, com’era la chiesa di San Barnaba di Milano prima dei lavori, con la devozione popolare: nell’oscurità della volta e dei muri il baluginare delle candele e degli ex voto, il fascino macabro delle reliquie nella cripta, poi tutto ahimè normalizzato sotto una coltre asettica di oro ed avorio. Tornando a questo Chateau Gloria magari vi distingui ad esempio la vaniglia, ma l’insieme è più che altro il ricordo di una credenza, o l’odore di un palazzo d’epoca (ricordo la villa Garzoni di un tempo, a Collodi, quando ne giravo bambino le stanze barocche dai pavimenti di cotto, lucidi). Al palato è delicatissimo ed estremamente signorile, ma con energia e dinamismo interno, come avesse un filo d’argento sotto traccia che lo anima. Vino senza dubbio secco, senza residui zuccherini, eppure puoi dirne l’attacco dolcissimo, perché quasi impalpabile. Ha progressione sicura verso un’ apertura solare del gusto, in sequenza,un vero crescendo. È croccante, persino.  Ha acidità solida, un tannino ben presente ma raffinato, un corpo gentile ma polposo, una lunghezza notevole: magari non eterna, ma equilibratissima, anch’essa sfaccettata e profonda, calda. Un vino che ha la dote rara di saper essere essere lieve, flessibile, carezzevole, avvolgente, fresco, malgrado la sua complessità e forza. L’ho trovato discreto su straccetti di vitello, ottimo su un formaggio inglese vaccino ( Hawes Wensleydale), eccellente su pancotto integrale con patate e carote, lo proverei su selvaggina da penna fiducioso di trovarvelo ideale. L’appassionato snob che beve solo Borgogna, poverino, sentisse questo Bordeaux! Colto in uno splendido stato di grazia, poco importa se come una farfalla che dura solo una notte perda rapidamente intensità ed anche l’equilibrio ne risenta: il ricordo della sua perfezione provvisoria resta indelebile.

Trescone 2003 Umbria IGT, Lamborghini La Fiorita, 13 gradi.

Era l’epoca dei miei primi curiosi assaggi, quando uscivo dal recinto felice e conosciuto dei vini che si bevevano in famiglia: la lunga lista dei rossi con la B (Barbaresco, Barbera, Bardolino, Barolo, Brunello), il sempiterno Chianti (vero re della nostra tavola, che talvolta si vestiva a festa e diventava Classico, Gallo Nero o con la firma di Antinori), il corposo Morellino, l’amatissimo Dolcetto, qualche sporadico Cabernet Grave friulano o un po’ più spesso un Terre di Franciacorta (non si chiamava ancora Curtefranca) in onore di mia mamma che è originaria del Sebino. Ti risparmio, amico o amica che mi leggi, bianchi, rosati e spumanti.
Erano tutti vini DOC, perlopiù di cantine sociali, classicissimi. In quel panorama gustativo, questo Trescone giunse quasi deflagrando: un vino IGT, umbro del Lago Trasimeno (zona non notissima enologicamente), recante sull’etichetta un nome e uno stemma che per me appassionato d’auto – anzi, appassionatissimo all’epoca- era magico: Lamborghini; e difatti la tenuta la Fiorita fu il buen retiro del padre della Miura e della Countach dopo la vendita della sua fabbrica. Soprattutto, però, fu il vino a colpirmi e spiazzarmi, non l’etichetta: un vino così morbido e profumato, corposo e sensuale ad un tempo io non lo avevo mai sentito, abituato com’ero a rossi austeri e nervosi. Il Trescone blandiva con una setosità carnale e femminile che rimandava diretta alla sfera dell’eros, almeno per il mio palato di allora.
Visto con gli occhi di poi e parecchi assaggi dopo obbiettavo tra me ne che il Trescone fosse un po’ figlio dell’enologia di una certa epoca che voleva vini grandi, concilianti e facili, però in grado di stupire con effetti speciali, in direzione del tutto opposta ai gusti attuali; e che il 2003 in particolare dovesse la sua ricchezza ad un’annata memorabilmente caldissima.
Perciò celavo da tempo questa bottiglia – l’ultima- nella mia cantina: per un misto di sospetto e il timore di una delusione. Sarà cambiato lui, il vino, il figlio di sangiovese, canaiolo e merlot, così tanto da non essere più in grado se non di stupirmi o persino di piacermi, o sarò piuttosto cambiato io per una evoluzione naturale del gusto e incapace di sorprendermi? Perché sciupare un bel ricordo, in fondo?
Ogni bottiglia però è un incontro, un momento a sé e mi decido ad aprirlo, per trovarlo in una veste color granato di media profondità, con aromi intensi di di frutta molto matura, ma viva: di prugne scure, di mirti, di mora selvatica; ma anche vi balugina l’arancia sanguinella, a tenerlo increspato e in continuo movimento. Oltre, i segreti spazi del ginepro, dell’alloro, del mirto, della foglia di té, della marasca sotto spirito: un insieme di avventuroso e boschivo e di confortante e domestico, come l’odore negli stipi di una credenza annosa. Questa dimensione assai fruttata e vegetale si innesta avvolgendola morbidamente su un’anima anodina e ancor tesa di ferro e grafite, con un minimo attrito che produce faville: il vino risulta un po’ piccante, sa di pepe. Alla bocca è più dolce; il gusto pieno come il corpo,  di appagante avvolgenza, ma piacevole scorrevolezza. Qui la frutta quasi si fa cotta ma rimane succosa ed il sorso è sostenuto da un’acidità medio alta e bella nell’insieme, armonica. Il tannino, oramai, è in quantità medie, ma soprattutto è rotondissimo, carezzevole.
Insomma, non importa la moda, non conta lo stile, ed agli anni non si badi: questo, amico o amica che mi leggi, è un vino di Bacco, dalla sensualità calda e piena, diretta e gioviale, che si beve senza impegno, solo per gioire e godere festeggiando la vita. Buona sorte ha voluto con lui le lasagne materne: un sorriso d’amore.

Thelema Merlot Stellenbosch 2012, Thelema Mountains Vineyard, 14,5 gradi.

Povero Merlot! Così caduto in basso nelle preferenze degli enofili che io ho finito per pigliarlo in simpatia. Pensare che negli anni ‘90 la moda era tutta dalla sua: certe tipologie di Merlot ( mi veniva da dire “modelli”) erano l’equivalente enologico di una costosa ammiraglia tedesca: sofisticata,  tecnologica, perfetta e coi sedili in pelle. Ecco: quei Merlot ricercati e costosi erano un po’ così, sedili in pelle compresi, per quel certo tocco sensualmente morbido e quegli aromi inconfondibili di barrique nuove.
Acqua sotto i ponti ne è passata e credo sia giusto inquadrare il Merlot in una sua identità individuale, senza troppi preconcetti. Allora: il merlot scritto minuscolo e pertanto inteso come uva ha tante doti, non ultima la capacità di adattarsi a terreni umidi e freddi e ad esposizioni ombreggiate: dici nulla. Il vino, il Merlot con la “M” maiuscola, se usato con giudizio si accomoda a comprimario in uvaggi  a smorzare vantaggiosamente altri più bizzosi e nerboruti compagni (tradizionalmente il Cabernet, ma anche con certi Sangiovese il matrimonio è felice), e tuttavia se la cava bene anche da solo. Quando gli si lascia campo libero sa giocare ottime carte, se il territorio e la mano dell’uomo gli sono propizie: robustezza alcolica, struttura soddisfacente, pienezza unita a delicatezza; talvolta rusticità o all’opposto piacioneria, entrambe da dosare con attenzione perché l’eccesso è dietro l’angolo. Nelle migliori espressioni, una grande eleganza. Trasformista? Perché no, magari semplicemente adattabile. Stenta forse in complessità e magia, per le quali bisogna cercare davvero il vino raro ed eccelso, mentre vini di altre varietà, pur con tutti i loro difetti, queste doti mi sembrano averle più a portata di mano. Prendiamo allora, amico o amica che mi leggi, questo Merlot Sudafricano, che è esemplare. Bada: nasce dal territorio felice di Stellenbosh, da 300 a 600 metri sul livello del mare, un panorama di vaga ascendenza dolomitica, non fosse per una luminosità più mediterranea diremmo che marina: e quella luce, io credo, tutta la si sente in questo vino, che è rubino trasparente con i bordi già granati ( vista l’età, un po’ una sorpresa) , e lacrime fittissime e lente, sulle prime una successione regolare e appuntita come una collana d’osso. Profumo intenso, diretto, nitido, senza fronzoli ma nemmeno tante sfumature, di piacevolezza garantita, dove io ritrovo appunto quella luce così tersa: frutta rossa, fragole e marmellata di prugne diremmo; un tocco balsamico di foglie di eucalipto;  il tocco del legno nuovo. Magari, se mi concentro, vi trovo un po’ di chiodo di garofano e di farmyard che ricorda il Pinotage (l’uva rossa autoctona del Sud Africa) che sono note originali lì a smaltire ogni sospetto di armonia scolastica. Sorso pieno , secco ma con centro bocca dolce; tannino di media grana e di incisività giusto appena sopra la media, sapore di concentrato dove la frutta rossa si affianca a ricordi di frutta nera (more, mirtilli) e di erbe aromatiche amaricanti come la ruta; caldo per l’alcol (che da scheda tecnica sfiora i 15 gradi, ed è io credo un altro effetto della straordinaria luminosità di quei luoghi),  ma comunque supportato da un’acidità piuttosto alta e non del tutto integrata a mio vedere; un finale persistente quanto basta a soddisfare appieno, semmai un po’ giocato su note di torrefazione.
E allora? Allora questo è un Merlot del Nuovo Mondo che recita coscenziosamente il suo ruolo, accompagnando la tavola all’insegna della piacevolezza, stupendo con qualche piccolo trucco come fanno certi prestigiatori alle cene aziendali o ai matrimoni ; che si sa sposare bene a molti piatti senza tanta concettosità: sulla pasta al sugo di carne, su una minestra di cicerchie, su una braciola di maiale o sulle costine sono sicuro che non te ne pentirai. A me stasera è stato bene anche sui ceci piccini delle crete senesi: avessi avuto anche uno zampino bollito!
Ecco la dote del Merlot: garantirti un piacere spensierato e senza troppi pensieri, conviviale. Nelle difficoltà della vita, non è poco. Poi taluni, come detto, sanno anche emozionare e ammaliare – ma è una grazia riservata a pochi.

Monteregio di Massa Marittima Brecce Rosse 2007, La Cura, 14 gradi.

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Massa Marittima sta alta su un colle, orgogliosa nelle sue pietre, guardando di lontano il mare che in epoche antiche le stava molto più vicino, lambendole quasi i piedi di gigante. Attorno, selve, verso l’interno tra le più impenetrabili della Toscana. Zona di attività minerarie remotissime, che vi han  portato il bene e il male. Certo risplende ancora della ricchezza e dell’importanza vetusta, basta riguardare la sua piazza monumentale, una delle più celebri d’Italia: molti l’hanno vista almeno una volta filmata o in fotografia, ma pochi saprebbero individuarla. Allo stesso modo sono convinto che l’appassionato si strugga ad indicare su una cartina le tante denominazioni d’origine di quella che viene definita nel mondo del vino “la costa Toscana”; e più ancora a spiegarne le differenze. Limite di comunicazione e legislativo, a mio modo di vedere: da una parte non si evidenziano adeguatamente le specificità, dall’altra si apre la porta ad una confusione di stili e prima ancora ampeleografica. La stessa DOC Monteregio è vasta e varia, a partire dai suoli per finire coi risultati enologici. Se, pistola alla tempia, mi dovessero intimare di indicare una caratteristica comune nei vini del Monteregio, azzarderei (sulla base della mia limitatissima conoscenza) un certo tratto minerale ed un profilo più continentale rispetto a quello dei figli di altre aree costiere. Tuttavia fuori discussione è la vocazione dell’area, che ha una tradizione antica e vanta almeno un paio di produttori di sonante rinomanza. Ricordo l’acquisto curioso di questa bottiglia in un negozio di Massa Marittima un pomeriggio caldo e luminosissimo d’estate (la luce laggiù è speciale): una di quelle gite quando la vita comincia ad invertirsi e tu che bambino venivi portato per mano in scoperta del mondo, ora conduci il passo ai tuoi cari. L’ho ben conservata – nel sottoscala umido e fresco, seminterrato e buio, della casa Toscana- ma dei vini del Monteregio ignoro la longevità: sarà solo bevibile o in buona forma? Affinato o solo invecchiato? In fondo ha più di otto anni al momento dell’assaggio. In realtà mi sorprende fin dal colore, rubino trasparente però deciso, ancora con barlumi di porpora al centro, mentre al bordo ha un’aureola granata. Sul calice è molto viscoso, forma archetti persistenti. I suoi  profumi sono assai intensi e nitidi: ci sono gli aromi terziari dovuti all’invecchiamento, molto tabacco in prima evidenza; ma anche tanta frutta rossa ben matura epperò fresca: i canonici frutti di bosco (mora di rovo, lampone, mirtillo) e -assai più sorprendenti- pesche dalla polpa succosa, quasi anche la buccia di melone. Completano il quadro originale ma non stravagante una speziatura tra il piccante, il dolce e l’amaro (pepe nero, cacao nero in polvere) ed uno sfondo piacevolissimo e intrigante di note di vernice. Una piacevolezza confermata dal sorso: il vino è pieno ma agile grazie ad un’acidità ancora discretamente rinfrescante e ad un supporto salino e minerale che lo rendono molto continuo ed irradiante. Se l’ingresso del palato si compiace di un tannino abbondante ma molto fine, la parte finale ne gode la buona lunghezza, ben bilanciata con l’alcol ottimamente integrato. Su una pasta al sugo di carne e poi ceci bolliti e conditi con la semplicità dell’olio d’oliva vero, pepe e sale, ha reso più bella la tavola donando istanti di gioia. Questo Monteregio, frutto di sangiovese per la maggior parte e di cabernet sauvignon per la restante (non trascurabile), che ancora lo diresti fruttato malgrado i suoi otto anni, sarà magari un capello fuori moda per chi ama i vini più lievi e rarefatti, però ha una sensualità così ferma, moderata e ben definita, da prenderti in contropiede nelle tue certezze: come una continua tentazione.

Bolgheri Superire Bolgherese 2010 Tenuta Di Vaira, 14,5 gradi.

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La sorpresa è il bello del vino; o, perlomeno,uno degli aspetti più belli; come quando un tempo si facevano le fotografie e Impazienti si portava dall’ottico per sviluppare la pellicola e si aspettava trepidando di vedere come fossero venute fuori: così è l’istante di attesa quando si stappa ogni bottiglia, e più ancora quando il vino è sconosciuto. Questo Bolgheri Superiore della Tenuta di Vaira mi arrivò regalo inatteso da mio nipote Mattia e dalla  sua fidanzata Federica. Ecco: un pochino di cultura in materia penso di averla, ma il nome Di Vaira mi era del tutto sconosciuto: vedi – amico, amica che mi leggi- un caso di produttore interessante che a quanto pare sfugge alla maggior parte delle guide. Ed una bella sorpresa! Perché come lo apro già subito mi dispensa una grazia superiore. Ora: se tu pensi a Bolgheri pensi ad una terra assolata, mediterranea, con la risacca del mare che quando il vento ulula l’inverno quasi imbianca di sale le vigne; ma quando c’è il sole la distesa delle acque fa con il cielo un doppio specchio riflettente, che dona una luce unica, sconosciuta altrove nel mondo. Ma se guardi ai vini – stante la vulgata- talvolta li trovi grevi ed aduggiati da un eccesso di sentori del legno usato per l’affinamento. Questo invece ha un altro canto: già appena aperto ha quel buon profumo  di cantina che ti rimanda all’ infanzia, quando il naso di soppiatto mettevi in quegli antri oscuri. Lo ritrovi, il sole, nel suo rubino fitto e perfetto, profondo ma non del tutto impenetrabile, così ricco da rilasciare gocciole in archetti fittissimi. Poi un aroma intensissimo che spazia dalla frutta nera e rossa (oh quanto odoroso ginepro, che sa dei segreti delle macchie! Poi more, mirtilli,susine e duroni), a lievissimi tocchi di vaniglia, per arrivare al tabacco, alla cera, al legno di cedro, ai pellami. In mezzo, ancora macchia salsa e rosmarino, forse tocchi di corbezzolo ed un ricordo di petrolio e di torba, note fresche erbacee che ricordano la menta, l’eucalipto, la cicoria. Bada però di concedergli il tempo del respiro, cosicché a te si apra e perda quel certo che di chiuso o di riduzione, che dir si voglia. Lo porterai poi alla bocca. È 50% Merlot e 50 % Cabernet Sauvignon; attaccherà sul tuo palato morbido, avvolgente; proseguirà flessuoso, ondeggiante come in danza; chiuderà poi energico come un colpo di reni. Morbidezza e croccantezza meravigliosamente fuse. Come si può però descrivere la grazia? Tannino ricco, fitto, maturo, ben distribuito e fuso, presente ma non altissimo; corpo che ha quella carnosità che tanti vini toscani classici non conoscono (quella che un sangiovese autentico difficilmente potrà mai dare), una buona lunghezza ed una perfetta integrazione dell’alcool: i 14,5 gradi come se nemmeno ci fossero. Un Bolgheri quindi tutto sussurri, poesia e ballo sulle punte? Sì: danza sul palato come una ballerina provetta; ed al sole a picco del mezzodì contrappone i pallori notturni della luna riflessa sulla costa del Tirreno. Rinuncio dunque volentieri alla muscolatura di potenti tannini e di spinta acida per questa sua eleganza naturale, che pare non conoscere belletti di cantina o, ciò che più conta, li sa ben dissimulare. Perché, se mi si passa l’analogia pittorica, sta a un Brunello buono come un Piero da Cortona sta a Giotto e Cimabue: e non è per forza un male, se restando tra gli uvaggi bordolesi mette facilmente in riga blasonatissimi cugini d’ Oltralpe e Californiani. Ne ho goduto su una fettina di cervo alla griglia semplicemente condita con olio di Seggiano ( d’oliva, ça va sans dir) e pepe in grani e poi con un pecorino toscano di media stagionatura e pizzichino; però è vino assai flessibile e sarei curioso di sentirlo sui tortelli al sugo o sulle lasagne. La mia sola raccomandazione  -amico, amica che mi leggi- è di berlo ora, di non aspettare: “ chi vuol essere lieto sia, del doman non c’è certezza” diceva Lorenzo il Magnifico. Non mi sento di pronosticare vita lunghissima a questo Bolgheri Superiore, non so interpretarlo in tal senso; ma se questo è il suo zenith, non indugiare; anche perché – t’informo- vedo in rete che il prezzo è a tuo favore.