Ribolla Gialla 2009,Venezia Giulia IGT, Dario Princic, 12,5 gradi.

 
La Ribolla Gialla di Dario Princic è stato il primo vino macerativo che ho assaggiato ed è un po’ come il primo amore: non si scorda mai. Fu poi il motivo, o piuttosto la molla, di un viaggio a Gorizia e più sù a Oslavia, per vederla dal vivo quella ponca donde nascono le uve dei suoi vini, cioè quel terreno misto di arenarie e marne stratificate. Lassù, oltre alla ponca, vidi l’Ossario dove riposano 57.741 militi vittime della Prima Guerra Mondiale. Riposano? Possono forse davvero riposare? Entrai in quella torre, una babele di nomi e date, una spirale a più piani di lapidi che urlano al cielo. Ne ricavai un senso di oppressione tale da dover uscire per respirare: avevo sentito vivo sulla carne il peso fisico del male. I morti, probabilmente riposano: già penarono e soffersero troppo. Chi resta non può aver pace e può solo provar vergogna di quel male che si alimenta di se stesso, come un dragone ritorto dalle mille spire che si morde la coda; né, a distanza di cent’anni, placa la sua fame: perché il male è dentro l’uomo.
Dario Princic ha un viso scolpito e squadrato, quasi intagliato nella pietra: esprime con pacatezza asciutta le sue convinzioni incrollabili, una durezza apparente che credo si stagli su un fondo di dolcezza umana; un volto che mi ricorda quello di un carissimo amico di famiglia goriziano, buono e sfortunato, venuto a mancare tanti anni fa. Dario Princic non lo incontrai quel giorno su a Oslavia. Era affaccendato con il figlio e altri parenti e amici attorno a una ruspa. Si respirava un’aria laboriosa e autentica: in una parola, friulana. Ci accolse la moglie, che ci narrò di come Oslavia fu distrutta dalla guerra e ricostruita più a valle, di come il fronte passasse tra le loro vigne o poco oltre, di come ogni generazione delle ultime cinque abbia parlato combinazioni di lingue diverse, un multilinguismo variamente assortito che ha compreso l’italiano, il tedesco e lo sloveno.
Per la loro storia, possono queste alture magre che hanno i monti alle spalle e a meridione si aprono verso il mare, assaporandone quasi la luce, dar vita a  vini convenzionali ?  Io credo fermamente che l’originalità innegabile dei vini di Oslavia sia in nuce un atto ribelle verso il mondo industriale e del possesso, un gesto agricolo ed artigiano che è il grido di riconquista di un senso diverso del tempo e della storia, uno scarto laterale verso un’altra direzione possibile. Fremito dell’uomo e fremito della terra stessa, che ritrovo nel colore ramato pallido e luminosissimo di questa Ribolla, che forma sul calice gocciole rade e rapide alle quali segue una seconda trina di gocciole più fitte  e più lente. Affascinante solo a vederlo, ha un profumo  molto intenso e molto complesso. Mi sorprende  perché, vista la sua tinta, lo immagino stanco e evoluto e invece è fresco, i sentori ossidativi di aldeidi presenti, ma ben fusi in un dominante profumo floreale arioso ed ancor giovane di acacia e biancospino, fresie bianche, mimosa, lavanda. C’è poi la frutta fresca, pesche e albicocche, arance, e cenni vaghi di quella candita. Torna il senso di  ariosità  con uno sfondo di erbe aromatiche secche e tritate (maggiorana, rosmarino, foglie di borrigine), una speziatura di noce moscata. Il sorso è una sferzata di energia e di freschezza,  con un gusto intenso, concentrato e vibrante, succoso, di estrema salinità e acidità, quasi una scarica elettrica. Il corpo è rimarchevole, lievemente tannico, ed ha lunga persistenza. Tuttavia ciò che rimane inciso nella memoria è un senso di naturalezza, di scioltezza in bocca, di una leggerezza ritmata; il senso  di un vino sano, persino salubre, soprattutto  libero nella sua rarefatta raffinatezza. L’ho goduto eccellente su un risotto di mare e molto buono su un rombo con capperi e pomodoro; però le sue caratteristiche oblique gli donano  una principesca flessibilità sulla tavola, accomodandosi, ne son certo, ai crostacei, alle carni bianche, ai più vari formaggi. Anche per questo mi vien voglia di dirtelo vino senza eguali.

Chianti Classico 2009, L’Erta di Radda, 13,5 gradi.

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Si tiene in Radda a primavera inoltrata “Radda nel bicchiere”, una manifestazione bellissima durante la quale i produttori locali di vino si dispongono con i loro banchi d’assaggio lungo la viuzza principale del piccolo borgo chiantigiano. D’intorno sta la maestà dei colli silenziosi e festanti, che la primavera punteggia di fiori; e quella stessa visione, quei medesimi profumi, si ritrova nei calici dei vini migliori. Vi andai l’ultima volta nel 2012, credo, sotto uno splendido sole e con il cielo azzurro che invadeva lo sguardo e l’anima mentre passeggiavamo tra le vigne in una nostra personalissima digressione sui sentieri tra i boschi e i campi: indimenticabile. Solo poi la camminata proseguì per le vie ed assaggiando i vini. Tra tutte le pur eccellentissime produzioni, privilegiai particolarmente il Chianti Classico di un giovane vignaiolo che presentava allora l’imbottigliamento della sua primissima annata: vi trovavo un senso vivo e raro di scioltezza naturale e profumi identitari, che parlavano di quella terra affermando con nudità fiera e gentile: “sono Chianti Classico”; nè l’inficiava qualche lieve sbandamento di un tannino a mio vedere ancora un poco aggressivo, forse – e dico forse- per una estrazione ancora un po’ inesperta, perché il vino era senza dubbio ispirato. L’azienda era Erta di Radda, il produttore Diego Finocchi. Ne acquistai due bottiglie, che lasciai a riposare nella mia cantina toscana proprio perché quel tannino si integrasse. L’intenzione mia era di lasciarvele un annetto o due. Poi, i casi della vita…mi ero già trasferito in Inghilterra e per cinque anni ti saluto. Rientrato,  a marzo di quest’anno andai – finalmente – a Terre di Toscana, manifestazione versiliese che costituisce, penso, un sunto parziale ma imprescindibile del meglio che la Toscana vinicola possa oggi offrire. Lì ritrovai Diego Finicchi e assaggiai i vini delle sue ultime annate, ancor più fini e maiuscoli -se così si può dire- di quelli del lontano 2009, che tra un complimento e l’altro gli citai. Sì raccomandò Diego di non aspettare ad aprire quelle vecchie bottiglie in mio possesso, perché riteneva il vino potesse essere già troppo ossidato; quasi si scusò, dicendomi che era stata la sua prima annata, intendendo che non aveva all’epoca l’esperienza di oggi. Ascoltai il suo consiglio e nel volgere di poche settimane, venuti i giorni di Pasqua, una l’aprii, oltre 12 ore prima di berne perché il contenuto potesse adeguatamente ossigenarsi. In quel tempo concessogli, il vino perse ogni minimo cenno di stanchezza, rivelandosi nel calice rubino perfetto trasparente e luminosissimo, granato verso il bordo e infine aranciato, con lacrime irregolari per distribuzione e velocità sul calice. Esprimeva un profumo fresco, fragrante, arioso e puro; floreale di viole e di iris;  e quasi stratificato di frutta a piena maturità e più fresca: ciliegie, susine, fragole mature e grandi, buccia di mela rossa. Univa in sé quella mineralità essenziale,  ferrosa ed elegante dei vini di Radda e quel carattere maturo, ampio ed etereo di tanti 2009 toscani, mantenendo tuttavia sempre freschezza e verticalità, su uno sfondo discretissimo di spezie dolci, cannella. Note evolute ce n’erano, ma minime, nobilmente terziarie, quasi un tocco di calore dato da un senso di terra e di humus lievissimo, come foglie essiccate di leccio e alloro. Elegantissimo. Il suo corpo era medio, lieve ed quintessenziale, con grande presenza acida e tannica, ritmo e progressione;  col tannino ancora abbondante e grintoso malgrado gli anni, però maturo ora, molto più ordinato e regolare di quando il vino era giovane. Il suo attacco sul palato era bellissimo, netto e morbido, proseguendo salino e vibrante, con un’alta acidità;  intenso e lungo al gusto , con l’alloro che torna come retrogusto nel finale, risultandovi appena un po’ amarognolo e tannico, ma in un modo che a me piace, e che se a qualcuno può sembrare un po’ crudo, io lo giudico nerbo autentico. Un Chianti Classico fresco e perfetto; anzi, un distillato di chiantigianità, dove ritrovo quell’eleganza essenziale e nervosa propria di queste colline, che dovrebbe stare in ciascuna bottiglia della storica denominazione e che invece purtroppo non sempre si trova. Aspetterà altro tempo in cantina quell’altra bottiglia, e assai: voglio scommettere su essa e spingerla in là, a cercarvi più ancora l’evoluzione e gli aromi terziari. L’ho gustato e trovato eccezionale su un biroldo senese, un accostamento di impegno estremo sul quale cadono anche tanti ambiziosissimi vini; ma pure ottimo su arrosti, di agnello e di pollo, e di piccione soprattutto.

Controguera Passerina, Passera delle Vigne 2009, Lepore, 12 gradi.

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Quando per lavoro giravo l’Italia visitando i clienti e tenendo corsi sugli oli per motori e per trasmissioni, non mancavo mai di portarmi indietro un ricordo dei luoghi che visitavo. Quando avevo tempo, mi programmavo una visita in cantina; altre volte, essendo di fretta, entravo semplicemente in un negozio, o in un supermercato, o nel duty free  di un aeroporto. Questa Passerina abruzzese, me lo ricordo bene, l’acquistai in un ipermercato della costa: tra tanti vini dozzinali c’era una selezione interessante di quelli locali. Non prezioso questo Passerina, ricordando così in qualche modo la sua storia umile di uva paga debiti, come veniva chiamata per la produzione sicura e abbondante, oro vero in quei tempi lontani dove la quantità e la costanza della materia prima erano ricchezza.
Un Passerina si beve normalmente giovane, per gustare appieno la freschezza ed il naturale sapore pieno dell’uva, essendo il neutro e sterile acciaio il contenitore preferito per il breve elevaggio. Forse per questo motivo aprendo a sei anni dalla vendemmia la bottiglia trovo il vino evidentemente segnato dall’ossidazione, in una maniera che certi bianchi non conoscono neppure virata abbondantemente la boa dei dieci anni. Dorato e oleoso, è sulle prime scomposto e infiacchito: si beve solo come una curiosità segnata dal tempo. Combinazione, non ho modo di esaurirlo, posso dimenticarlo a se stesso tappato e al fresco. Quando lo reincontro  dopo 48 ore, il miracolo: ha ritrovato vigore ed equilibrio, nulla avendo a rimpiangere nel suo spettro aromatico rispetto champagne invecchiati, tranne evidentemente l’apporto dei lieviti, ma neppur tanto. Ha un aroma intenso, dove nitidissimo spicca l’amaretto, poi l’albicocca e il fungo; in second’ordine, nocciole,  mandorle, toni floreali di ginestre, mimose, limoni e sbuffi di pietra focaia . Gustandolo al  palato si aggiungono  anche note di cereale e di germe di grano. Ha un corpo tutto sommato leggero ed alcol moderato, ma la sua consistenza è quasi setosa e l’intensità notevole, come la persistenza gustativa. Secco, è un po’ salino e con un’acidità che ancora spinge, quasi fosse una base di ambizioso spumante metodo classico. Certo non è per tutti così decadente, ma se piace, quanto piace! L’oserei – ma è tutta una scommessa- su una tartare condita.

Post scriptum: la fotografia è stata presa dalla rete, il vino assaggiato era proprio il 2009.

Rosato Toscana IGT 2009, Il Greppo – Franco Biondi Santi, bottiglia 3027 di 4400, 13,5 gradi.

La scorsa estate, una grande occasione: gli 80 anni di mio padre. Un pranzo speciale. La canicola di luglio che batte sull’aia dalle piastrelle di cotto squadrate e la calura che penetra le stanze persino attraverso le mura massicce, ristagnando sotto i vecchi travi. Serve un vino di alto livello per celebrare degnamente; che sia complesso per stare sulle sapide pietanze, ma fresco, soave. Difficile la quadratura del cerchio,  ma nel buio della cantina scelgo il Rosato di Franco Biondi Santi.
Biondi Santi è uno tra i nomi storici del vino italiano. I Brunello di Montalcino Riserva di questa firma sono vini leggendari che sfidano i decenni, fino a virare la boa del secolo nelle annate migliori. Brunello tradizionalissimi, intransigenti, poco concessivi in gioventù, ma in grado di scolpirsi con gli anni. Quanto a finezza e integrità, anche i loro Rossi di Montalcino sono un riferimento; in certe annate si distinguono anche per una eccezionale forza motrice. Credo però non si possa colgliere in pieno la grandezza di questo produttore se non si conosce anche il loro Rosato, un vino unico e poetico, che nasce da pratiche enologiche tutto sommato semplici: un salasso che Biondi Santi esegue sui mosti del clone di sangiovese BBS11, selezionato negli anni Sessanta nelle loro vigne e caratterizzato – mi si dice – da un acino di grandi dimensioni, quindi con tanta buccia e tannini, ma anche tanta polpa e quindi acqua.  In questo 2009 che apro – e bada, amico, amica mia: un rosato di sei anni – trovo una tinta bellissima, incredibile, tra il salmone e la buccia di cipolla, con riflessi dorati e media profondità. Non lascia gocciole sul calice, ma un velo uniforme che si ritira lentamente, poi si rompe e dissolve. Un piacere per la vista che guida e dispone l’animo all’esercizio dell’olfatto, per scoprire un aroma di media intensità, più sottile che sfacciato, ma molto complesso e profondamente evocativo, che possiede quella vaghezza di leopardiana memoria, scintilla dell’ispirazione. Fiori: le rose, i gigli; poi le erbe: salvia, timo, un tocco appena lieve e piccante di origano; agrumi: la buccia del l’arancia sanguinella, il chinotto; la frutta a polpa: un fondo lontano di melone maturo e pepato, ricordi di cocomero; le spezie: il rabarbaro, la noce moscata, il ginseng; e poi, avvolgendo il tutto come fosse sogno, un che generico e indefinibile di sole, di paglia tagliata nei campi d’agosto, la macchia, le prode riarse, l’aria pura che in lontananza tremula: ricordi di un tempo che passa e forse più non torna.
Vien poi l’assaggio e corona l’intesa come un bacio. Secco, di corpo ma essenziale, è energia e muscolo teso, struttura ma non stazza. Sta dritto su un’alta acidità ed è innervato da una corrente minerale ed estremamente salina che lo percorre per tutta la misura del palato: un’arcata decisa e ininterrotta dall’attacco alla coda, che risuona lunghissima prima di smorzarsi. Ha una grande concentrazione di sapori, che rimandano chiari ai suoi aromi: entra in bocca sottile e si espande nel gusto al punto che ne basta piccolo sorso per soddisfare il piacere, salvo poi desiderarne ancora, per godere nuovamente quella sua tessitura contrastata, giocata a moto perpetuo tra dolce e salato. Un vino signorilissimo, forse non per tutti: figlio di una cultura di equilibrio e di misura, il suo canto è sottovoce e rischia di perdersi nel frastuono del moderno. Per goderlo non serve essere intenditori: ma devi essere disposto ad ascoltare, devi essere disposto ad amare.

Schioppettino Colli Orientali del Friuli 2009, Iole Grillo, 12,5 gradi.

Ogni volta che apro questo Schioppettino dell’Azienda Agricola Grillo Iole penso che è come sedersi sulla propria poltrona preferita o allungarsi dopo cena su un morbido divano: la stessa sensazione rilassante di conforto, di casto ma sensuale piacere. Ne avevo qualche bottiglia che ho centellinato come le pagine di un libro amato, che non si vuole veder finire: uno di quei racconti profondi, ma che sanno porsi con grazia e leggerezza, come un sorriso gentile quando ne hai bisogno.
Si dice che lo Schioppettino non sia in genere un vino longevo. Questo ha ormai quasi sette anni, cinque ne ha passati in un appartamento, steso ma in condizioni tutt’altro che ideali. Eppure quando levo il lungo turacciolo di sughero il vino è ancora tonico, fresco, appena smorzato nei suoi profumi più fruttati. Rubino scuro alla vista, ha nel suo colore le trasparenze dell’ombra; al bordo un cerchio granato ne segna l’età; gocciole lente sul calice rimandano a una presenza carezzevole. Il profumo, seppur mutato dalla gioventù, resta di intensità notevole, persino rara in tanti seppur celebrati rossi nostrani. Inoltre è tipico, personalissimo: frutti di bosco neri, mirtilli in particolare; nè manca, in second’ordine, qualche cenno di susine rosse; e toni freschi, vegetali; ma è soprattutto e di gran lunga la componente speziata a tenere il campo, così sfaccetta, complessa e insistita: la noce moscata, il chiodo di garofano, la cannella, il pepe bianco e verde;  aromi che sono lì materici e nitidi, ma in qualche modo sfumati, in perfetto equilibrio tra dolce e piccante, integrati da una componente fortemente balsamica, che è un tocco di legna odorosa, boschiva, al limitar dell’inverno, quando è umida e coperta di muschio. Essi si raccontano a mezza voce,  con avvolgenza consolatoria, un racconto davanti al camino col vento che sibila lassù nella canna fumaria. E poi al palato si offre con morbidezza scorrevole, senza asprezze o scalini, temprata da un’acidità ancora sufficiente da garantire allungo e freschezza, che si inserisce un un corpo medio dove il tannino è assai presente (è uva a buccia spessa lo schioppettino), ma di grana finissima, una polvere d’oro di particelle levigate. Si giova di un grado alcolico relativamente basso, inconsueto al giorno d’oggi ed è una boccata d’aria fresca.  Uno Schioppettino questo di Grillo giocato più sulla levità ed il garbo che sulla forza e la complessità, trovando una dimensione quotidiana e a misura d’uomo piuttosto che monumentale, ma non per questo meno elegante. Un’eleganza comunque distinta la sua: sempre perfetta, in ogni momento. Così pure a tavola non mancherà mai l’abbinamento e sarà un perfetto compagno per una chiacchierata o una solitaria meditazione. L’ho assai goduto su rustici fusilli al sugo di salsiccia, ma sarebbe stato ideale anche per un romantico tete-a-tete.  Eh, lo schioppettino! Non darà vini potenti e longevi come il nebbiolo o il sangiovese, ma non ho dubbi: per me è tra le grandi uve rosse italiane.

Metodo Classico Brut 2009, Murgo, 12.5 gradi.

Nei miei sogni giovanili la Sicilia era l’isola del sole.  
Sarà stato magari il ricordo di un piccolo carretto siciliano giocattolo che mi regalarono da bambino, giallo e variopinto; la sovrapposizione dell’immagine della triscele con quella geografica dell’isola; o semplicemente la suggestione delle novelle di Verga lette a scuola, coi loro colori abbaglianti e l’umanità forte. Tale restò, realtà su immaginazione, al tempo del primo viaggio che vi feci, ad ovest, una calda estate.
Poi, tornato molti anni dopo in inverno e ad est, ad abbacinarmi non fu il bagliore del sole, ma quello della neve, bianchissima sulle rughe nere dell’Etna, come un’iride nel blu uniforme del cielo e del mare che osservavo dall’oblò dell’aeroplano.
Così, pensando ai vini di Sicilia, l’immaginazione mia va ai potenti passiti, agli eterni ossidativi fortificati, ai rossi generosi, magari anche ai bianchi  ampi che odorano di Mediterraneo. Agli spumanti, difficilmente. Eppure questo Brut di Murgo, acquistato per curiosità e per gioco, mi ha riportato alla mente quell’immagine innevata lasciandomi candido di stupore e senza fiato come quella volta sul jet. Perché uno spumante metodo classico etneo da uve nerello mascalese così nitido, diritto e puro, io proprio non me lo aspettavo. Qui -amico o amica che mi leggi- hai un vino spumante che sulla tua tavola può stare col meglio delle produzioni mondiali al minimo
del prezzo ed al massimo dell’originalità. Bello nel suo luminoso color paglierino medio, piacevole alla vista e al palato per una mousse delicata e raffinata. Non pensare a un vino accomodante e tutto svenevolezze, però. Perché gli aromi sono decisi, definiti, saldi. Un trionfo fresco di zagara, di chinotto, di limoni maturi, di cedro: gli agrumi. La mollica di pane: il segno dei lieviti e della loro permanenza in bottiglia per ventiquattro mesi e oltre prima della sboccatura. Lo zolfo: forse c’entra la terra del vulcano? E quelle spezie orientali così marcate che pare di essere ai mercati di Istambul, con lo zafferano in particolare evidenza, e quel profumo insistito di mandorle sono solo il bagaglio della varietà dell’uva o ancora è la terra che parla, con la fusione secolare delle culture greche, latine, arabe, normanne? Sensazioni che si ritrovano alla bocca sotto forma di sapore molto intenso e assai salino, in un corpo medio e piuttosto secco (relativamente: è pur sempre uno spumante), dove l’acidità è alta e l’alcol è ottimamente integrato, con una persistenza appagante, molto lunga e piacevolmente ammandorlata. Eccelso aperitivo – amico, amica che mi leggi – se disdegni morbidezze, consuetudini e convenevoli; se invece ami la parlata sincera, lo sguardo fiero e intenso, ecco farà per te e lo terrai anche al pasto, su preparazioni di mare saporite, magari: per berne e goderne – e quello già sarà il tuo festeggiare.

Riesling Spatlese feinherb, Bachracher Kloster Furstenal, Alte Reben, Mittelrhein, 2009, weingut Dr. Randolf Kauer, 12 gradi.

Certi incontri sono casuali, ma nascondono perle che svelano orizzonti. Acquistai questo Riesling molti anni fa in un’enoteca quasi invisibile, camuffata tra gli ingressi dei tanti palazzi di un quartiere residenziale di Amburgo dove abitava e tuttora abita un amico mio carissimo; né saprei ritrovarla. Come oggi ne ricordo la porta d’entrata un po’ rialzata da qualche scalino, massiccia, verde-azzurra come le mura dell’edificio, finestre più che vetrine dove erano esposte le bottiglie; e l’interno minimale del pari, i pavimenti di legno e l’aspetto da appartamento privato piuttosto che da negozio. Lì era una signora che presidiava l’attività, a lei sconsolato chiesi consiglio stante la mia scarsa conoscenza dell’epoca: cercavo Riesling, ma non ne vedevo né di zone né di produttori almeno per fama da me conosciuti. La signora mi interrogò, ascoltò, mi propose tra gli altri questo di Randolf Kauer, che comperai forse senza nemmeno troppa convinzione. Ella però m’aveva capito, lo realizzo ora che dopo tanto tempo lo apro e che qualche conoscenza in più sul vino l’ho accumulata. Questo è un Riesling tedesco decisamente originale e intrigante: forse solo un incontro casuale poteva farmelo giungere fra le mani. La maggior parte dei produttori tedeschi i vini dei quali l’appassionato può trovare correntemente sul mercato ha dimensioni d’azienda piuttosto imponenti, lunghe storie di continuità produttiva, filosofia viticolturale conseguentemente appropriata. Qui invece si ha la storia relativamente breve – circa tre decenni – di una piccola conduzione familiare, che coltiva i diversi appezzamenti vitati che ha saputo negli anni pazientemente radunare secondo protocolli biologici fin dall’inizio; che in cantina opera all’insegna della semplicità, con fermentazioni spontanee ed impiego di lieviti neutri solo “di soccorso”,  affinamento in botti grandi esauste e permanenza sulle fecce fini prolungata, nessuna chiarifica ed una sola filtrazione. Poi c’è la terra…Il settentrionale Mittelrhein non ha la fama della Mosella o del Rheingau o del Palatinato: se andrai in Germania sulle strade del vino – amico, amica che mi leggi- sarà non dico la tua seconda scelta, forse nemmeno la sesta o la settima, benché patrimonio dell’UNESCO. Però se guardi le vigne dei Kauer così pendenti e inerbite, che regalano un colpo d’occhio splendido sulle rive del Reno che riflettono la luce e si accendono di bagliori rossi al tramonto, infiammando i pampini e i tetti aguzzi di Bachracher che sembra un paese di fiaba antica, pensi il vino debba essere anche qui di valore, per forza. Non è vero, in fondo, che le vigne cercate dai Kauer hanno suoli ricchi di quello scisto così amato dal riesling? E difatti è così: qui c’è gran materia, se appena oltrepassi l’impatto visivo, timido nel suo giallo limone molto tenue, con lacrime assenti, formando piuttosto sul vetro del calice un velo a ragnatela. Sarà l’olfatto a guidarti la strada verso un mondo di freschi profumi, floreali e citrini: fiore d’arancio, gelsomino, viola; sostenuti però da un’ossatura marcatamente minerale: il petrolio oscuramente attrattivo e la luminosità della sabbia di una spiaggia al sole cogente estivo. Di corpo, dotato di acidità netta e asciutta, in equilibrio tra potenza e immediata freschezza guiderà la sua strada attraverso il tuo palato, solleticando con superba eleganza opposte corde del gusto: decisamente abboccato e ricco all’attacco, prosegue molto sapido e sulla salinità fruttata chiude, irradiando e persistendo. L’ho trovato eccellente, per opposizione di contrari, su una meridionalissima mozzarella di bufala.