Gavi del Comune di Gavi “Minaia” 2013, Nicola Bergaglio, 12,5 gradi.

Il vino non lo vedete, ma – sulla parola credetemi – era di un bel color limone appena scarico, con riflessi verdolini. Se non lo vedete fotografato, un motivo c’è.

Il vino in questione, Gavi del cru Minaia, ha nove anni: vendemmia 2013; e 12,5 gradi d’alcol.

Dunque: profumo primaverile, con la freschezza del basilico evidente ed una traccia, anzi, una larga via minerale, gessosa e ferritica, in certo qual modo. Sì, la frutta a polpa bianca, gialla, l’uva spina, il sambuco…ma mi resta in memoria specialmente quell’acidità quasi viperina stemperata da un’avvolgenza cortese, gentile, che non fosse il sale che l’innerva direi mielata.

Lungo, pulito, perfetto, su una spigola al cartoccio, ma mi invogliava la prova su una pancetta artigianale arrotolata, di qualità.

9 anni eh, e sembrerebbero, forse forse, la metà, col pensiero rivolto al Chablis non fosse il confronto, intrinsecamente, sminuente l’identità del Gavi.

Posso solo aggiungere che Nicola Bargaglio da stasera sta tra le cantine che vorrei visitare.

Bozzetti vinosi, tra ottobre e novembre 2021.

Ottobre e novembre sono trascorsi, senza nemmeno lasciare il tempo per un appunto al vino.

Queste bottiglie che si sono allineate sulla mia tavola, però, spiace passarle sotto silenzio. Ognuna una personalità decisa, con la quale nemmeno andare d’accordo, magari, ma che merita il racconto: saranno solo bozzetti al limite della sprezzatura, istantanee còlte frugando nella memoria di emozioni vivide.

Il Chianti Classico 2016 della famiglia Losi viene da Querciavalle, e lì appresso l’ho gustato, un giorno bigio e piovoso di fine ottobre, ma dolcissimo nei colori dell’autunno del Chianti, che dagli occhi discendono all’anima. Dei vini di Castelnuovo Berardenga ha la voce profonda e baritonale, il chiaroscuro, ma rifugge lo stereotipo che li vuole caldi, distesi. Qui c’è una trama rifinita e polifonica, di ispirazione autentica ed artigiana. Un incontro atteso da tempo e nuovo approdo nel mio personale tragitto al bere bene chiantigiano.

Il Chianti Classico 2009 di Castellinuzza e Piuca, da Lamole, pescato dalla una mia cantina, vola dritto al cuore. Sangiovese e canaiolo vinificati e affinati in cemento, essenziale semplicità. I fiori dei vini di Lamole sono tuttì lì, a dispetto dei tredici anni dalla vendemmia, in una composizione dove ai freschi si affiancani gli essicati, i frutti rossi subordinati, ed un ventaglio di profumi di bosco, di terra, di pietra: un’insieme di eleganza struggente. Ha il corpo e il tannino robusti di un vino da climi caldi, ma profumi e tensione interna di tale energia – il vibrato stretto, iridescente, di uno strumento ad arco che suoni forte – da gran vino di montagna. Resta in bocca una sensazione d’uva matura, quasi la buccia tra i denti schiacciata. Indimenticabile.

Il Chianti Classico Gran Selezione 2015 di La Castellina viene da un’altra annata ottima in zona. Un colore limpido, trasparente, luminoso, per una materia materia nitida, bellissima per tensione, freschezza, profondità, tannino raffinato, allungo, con la luminosità dei vini di Castellina – perfetto equilibrio tra fiore e frutto – un po’ offuscata dal legno dell’affinamento. E’ uno stile che a taluni piacerà, ma è un peccato: sarebbe bello potesse librarsi, perché riuscirebbe irresistibile.

Il Rosso di Montalcino 2006 di Lambardi potremmo definirlo didascalico della tipologia, ma non gli renderemmo giustizia. Con lui si sta a proprio agio: pacatamente racconta il Sangiovese di Montalcino, la sua forza, la rilazzatezza, i sussurri, le trasparenze, i dettagli, il ritmo cadenzato, il senso della misura, la tenuta. E’ un racconto semplice, si badi, senza accensioni, né impennate, ma con quell’onestà affidabile che talvolta sfugge ai grandi oratori.

Col Donnas 2005 della Caves Cooperatives de Donnas basta chiudere gli occhi e si entra nella cucina fumosa di una baita o di un castello alpino. Non è pura retorica: con gli anni, il caratteristico profumo del Nebbiolo, l’accoppiata classica di rosa e liquerizia, si è arricchita di una tinta silvestre e più ancora speziata ed ematica: ginepro, chiodo di garofano e sangue, che sembrano evocare istantaneamente fumanti portate di cervo in salmì. Un vino severo, dal passo antico, con qualche ruga e un grande fascino.

Herzu 2006 è un Riesling Renano dell’Alta Langa, forse il primo ad accendere le luci sulla zona qualche anno addietro, per felice intuizione di Sergio Germano, grande barolista dalla mano felice anche coi bianchi. Dopo quindici anni è splendido: del Riesling ha il nerbo, la stretta esaltante, il nitore dorato e deciso, l’ariosa compattezza: “erto”, come il suo nome suggerisce. In piena maturità, si libra tra le note più delicate della gioventù (l’uva spina, il biancospino, il sambuco) e quelle più evolute (la pietra focaia, l’idrocarburo). Peso medio, Riesling secco “di razza purissima”, come si sarebbe detto un tempo, nella perfetta individuazione varietale non rinuncia ad una identità territoriale netta, sì che in un ideale atlante dei Riesling del mondo quest’area piemontese troverebbe di diritto spazio.

Bevo, a più di due anni dalla messa in commercio, l’Asolo Prosecco Superiore Extra Brut di Tenuta Amadio – pericolosamente l’ultima di una dozzina di bottiglie condivise con amici in varie occasioni – e abbagliante, improvviso comprendo il motivo del successo universale del Prosecco. In lui, finezza, purezza, grazia, leggerezza, freschezza, delicatezza, raffinatezza, unite ad una vibrante intensità: ritrovarle in altri spumanti di qualsivoglia tipologia o area, tutte riunite nella medesima armonica proporzione, impossibile! Inoltre, con la sua trina di profumi e la setosità tattile, è così docile nell’accompagnare la tavola, spaziando dal più disimpegnato aperitivo con le chips fino alle fritture di mare, attraverso le preparazioni più leggere e vegetariane, accordate al vivere contemporaneo. Accompagna, appunto, in senso squisitamente musicale: sa restare sullo sfondo con arte sottile, valorizzando le vivande e la compagnia, in modo che esse, non lui, risaltino. Vero: questo Asolo è l’esempio eccezionale di un areale estremamente vocato, mentre i tanti Prosecco corrivi che esistono in commercio sono solo pallide ombre a confronto; perciò, a maggior ragione lascia un segno.

Dolcetto d’Alba 2017 , Emilio Vada, 14 gradi.

“A Peveragno, ricordo, un pomeriggio di marzo, in un’osteria infima, vidi entrare un mendicante, un vecchio vagabondo di quelli che ormai non se ne vedono più: aveva a tracolla due o tre tascapani rigonfi, una gavetta, una padella, una mantellina grigioverde arrotolata. Sedette in un angolo, vicino alla porta vetrata. Tirò fuori un pezzo di pane, e ordinò, non senza una certa solennità, ” mezza stupa”. Non disse, naturalmente, la qualità. Non dire la qualità significa, in quei luoghi, dire Dolcetto (…)”

Vino al Vino, Mario Soldati, autunno 1968.

Il Dolcetto, si sa, non è per nulla dolce.

Anzi, riesce addirittura amaro per un’incomprensibile perdita di affezione, fotografata da numeri impietosi: in vent’anni gli ettari vitati sono scesi da 5.600 a 3.800, le bottiglie da 27 a 20 milioni.

C’è stato però un tempo nel quale era il vero traino della viticoltura langarola e cuneese, spuntando talvolta, persino, prezzi più alti del Nebbiolo e rallegrando, nel secondo dopoguerra, i pasti della borghesia lombarda e piemontese.

Il Dolcetto, per me, è casa, al pari del Chianti: quelli i tipi che ricorrevano più sovente sulla nostra tavola, quand’ero bambino. Ricordo ancora la cucina lunga e buia della vecchia casa nel centro di Milano, che lasciammo prima della mia terza elementare: la luce gialla della lampadina a incandescenza evidenziava il vapore che saliva dai piatti: la minestrina in brodo coi capelli d’angelo, il lesso, l’insalata di cicoria selvatica; al centro, la bottiglia di Dolcetto d’Alba della Cantina Sociale.

Si sa com’è il Dolcetto: un profumo nascosto, quasi malinconico“: scriveva ancora Soldati.

Negli anni il Dolcetto ha accompagnato, per me, momenti di amicizia, incontri romantici, istanti di solitudine: conversazioni, sguardi, silenzi. L’ho studiato, ho imparato a descriverlo in termini tecnici, a distinguerne la provenienza, a valutarne la qualità. In lui, felicemente, mi sono perso e l’ho amato: perché è un vino nudo, di memoria e di pensiero.

La vera nudità, quella dello spirito, spaventa; la memoria è un morbido guanciale, talvolta; più spesso, un grido d’accusa: “Un giovane dolcetto ha sempre, nella sua posatezza, qualcosa di vecchio”.

Il Dolcetto è uno specchio, senza infingimenti: è vino-vino, essenziale nella sua funzione: non permette ostentazioni, rifugge esoterismi. Perciò il Dolcetto – oltre le dinamiche commerciali – è fuori moda: per la sua onestà.

Guardando tuttavia in quello specchio, senza paure, si vedrà che il Dolcetto, declinato in tre DOCG e nove DOC, può stare nell’Olimpo dei vini con voce grande e originale, senza fare la voce grossa; e, soprattutto, regala gioie che hanno la bellezza della semplicità.

Se questa è la tesi, il Dolcetto d’Alba di Emilio Vada ne è la dimostrazione. Mi folgorò al primo assaggio, a un Mercato FIVI, qualche tempo fa. Che nasca da un vignaiolo vero, di giovane generazione, che ha convinto la sua famiglia a trattenere parte delle uve da decenni conferite, è forse consequenziale: un atto di coraggio e di onestà verso se stessi e le proprie capacità.

Si dice in Toscana: “Se un si va, un si vede“: Emilio Vada ha mostrato eccome la caratura del suo lavoro: Moscato, Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, tutti buonissimi.

Quest’ultimo è coltivato tra Coazzolo e Mango, al confine tra Astigiano e Cuneese, tra Langhe e Monferrato, su suoli calcarei, franco-sabbiosi. La vinificazione segue un protocollo essenziale, tra acciaio e vetro: un vino sans signature, nel quale parla il territorio e l’artefice rimane dietro le quinte; testimoniano però la sua opera le rese di uva per ettaro: 50 quintali, contro i 90 ammessi dal disciplinare.

Qui con me, oggi, ho una bottiglia dell’annata 2017. Lo apro. Lo verso.

Nel mio vetro, rubino purpureo trasparente: bellissimo, luminoso; su di esso, gocciole molto fitte, regolari, lente.

Il profumo è intensissimo: molto complesso, giovanile con un principio di evoluzione, suggerisce polpa e materia.

È una fantasmagoria vegetale ed arborea, un sogno di mezz’estate aperto da un trionfo di frutta: nettissimo il gelso nero, poi fragolina, susina polposa, duroni sotto spirito, melone, cocomero; quindi, come una girandola scoppiettante, erbe aromatiche, spezie, balsami: alloro, rosmarino, prezzemolo, basilico, curcuma, zafferano, corteccia d’eucalipto, fieno. Con le ore, chiudono il corteo, eleganti e riflessive, rosa, viola, liquirizia.

Vino pastoso, di giusto corpo, molto saporito, esemplare per fittezza e finezza di trama.

Abbondantemente tannico e sapido, moderato in acidità, risolve la sua grande tensione interna in un equilibrio stabile per l’intera arcata del sorso, fin nel notevole allungo, obliando il grado alcolico.

Questo stupefacente Dolcetto, tra i più buoni da me assaggiati, possiede una dote rara e senza tempo: il senso della misura.

Gustato con piacere su hamburger di Casa Serra, lo immagino delizioso su taglierini al ragù di carne.

(30 maggio 2020)

Dolcetto d’Alba 2006 e Barbera d’Alba superiore 2004, di Flavio Roddolo

Sentii parlare la prima volta di Flavio Roddolo da quell’Enrico Rovera che è stato il mio primo maestro nel mondo dei vini.

Lo considerava il vero prototipo del contadino di Langa.

Quando gli chiedevo dei vini langaroli autentici, mi citava anche altri produttori artigianali -che stimava sommamente, beninteso – ritenendoli, però, intellettuali prestati alle vigne.

Flavio Roddolo era invece l’uomo pragmatico del lavoro manuale e – soprattutto – del silenzio: “Vai da lui”, raccontava divertito l’Enrico, “e subito ti porta sul retro della cantina per mostrarti le vigne. “Lì c’è il nebbiolo” e seguono 30 secondi di silenzio, “lì il dolcetto”, altri 30 secondi di silenzio, “là la Barbera”, ancora un lungo silenzio.”. Roddolo era uno schivo, che non si vedeva nè alle fiere, nè alle premiazioni dei vini.

Ce lo decantò al punto che con Roberto, il mio compagno di scorribande enologiche, decidemmo di andare a visitarlo. Enrico, quando lo seppe, ci raccomandò il Dolcetto: straordinario. Era una dozzina d’anni fa.

Partimmo un sabato invernale, credo: ricordo gli alberi spogli di foglie, il freddo per le vie di Diano d’Alba, dove ci fermammo in trattoria, rimasugli di neve vecchia qua e là.

Direzione Monforte d’Alba, dove non eravamo mai stati. Vi arrivammo da Barolo e superandola verso Roddino, con le colline che diventavano via via più selvagge, mi sembrava di varcare il confine di un mondo remotissimo. Più ancora quando iniziammo, con l’auto che arrancava, la ripida salita che portava alla cantina: un tortuoso serpente nel fitto degli alberi.

Cantina, o piuttosto, visibilmente, casa-cantina, come molte si trovano nelle Langhe: una struttura annosa, di pietra, sobria, con una certa imponenza.

Quando Flavio Roddolo ci aprì la porta, pensai che assomigliava in fondo alla sua casa: un uomo massiccio, ma con una certa grazia impacciata di modi, forse timido, che vestiva una sorta di tuta da lavoro, quasi da operaio. Il viso, incorniciato da barba e baffi grigi, sembrava un’effige risorgimentale.

Si scusò perché era raffreddato: febbricitante nei giorni precedenti, aveva voluto ugualmente accoglierci: una cortesia verso ospiti sconosciuti, che mi intenerì.

Ci fece accomodare. Attraversammo la casa scendendo in cantina. Era scavata nella roccia friabile localmente chiamata tufo (ma credo sia marna), vi si accatastavano ordinatamente innumerevoli barrique. Mi stupii di trovarle da un produttore così tradizionalista e gliene chiesi conto. Ricevetti una candida spiegazione: lavorando da solo, con pochi ettari, gli erano più pratiche da gestire rispetto alle botti grandi; e comunque erano tutti legni molto vecchi, che nulla rilasciavano al vino.

Finalmente giungemmo al portone che dava sul retro. Roddolo l’aprì e dal buio ventre della collina ci trovammo nell’aria fredda su un breve impiantito che dominava dall’alto l’intero bricco, ornato dal fusto spoglio ed enorme di una vite vecchissima, che risaliva gigante le mura della cantina. Pendevano stalattiti di ghiaccio.

La luce era quasi abbagliante, bianca, riflessa di neve, irradiata dai velami di nebbia e di nuvole basse; risalivano ripidissimi i filari vitati, digradanti dalla cima di Bricco Appiani. Lungo di essi scorreva indugiando, infine perdendosi lo sguardo, in un silenzio arcano. Il flebile soffio del vento ed i nostri respiri gli unici suoni. Poi cominciò Roddolo: “Questa è la vigna. Lì c’è il nebbiolo…”, la scena che ci aveva raccontato l’Enrico.

Andammo poi in una sala con un gran tavolone e innumerevoli bottiglie, un po’ chiuse un po’ aperte, e cominciamo ad assaggiare i vini: Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Cabernet Sauvignon in purezza; eccellenti: dotati tutti di un grande sussurrato vigore, di una naturalezza confidenziale.

Non ricordo granché della conversazione, ma il tono sì: semplice, domestico, familiare, sussurrato anch’esso. Nè cambiò quando giunse inatteso il giornalista Gigi Garanzini, col quale il vignaiolo aveva evidente confidenza. Roddolo avrebbe potuto guardare noi due, appassionati principianti, dall’alto al basso, lui celebre nella nicchia dei produttori artigiani, apprezzato da firme come Gianni Mura e Andrea Scanzi, e invece era alla mano; avrebbe potuto atteggiarsi da artista iconoclasta, con quel Cabernet che faceva lui, invece diceva solo che nella sua terra gli era sembrato potesse venire bene; poteva proporsi custode integrale della tradizione, invece si serviva spensieratamente delle barrique.

Pensai che quel vignaiolo, da qualcuno descritto come scorbutico, da altri come sempliciotto, era in realtà un uomo acuto che aveva fatto una scelta precisa: nato in quella casa-cantina sulla cima del Bricco Appiani, si era volutamente posto un limite, confinandosi lassù in quella casa, conficcando lui stesso radici nella sua terra, diventando confidente e custode di quel piccolo appartato lembo di mondo, elemento naturale anch’esso, fratello di sangue e destino della vecchia vite che stava sul retro.

Quel limite gli permetteva di ascoltare il silenzio. Nel silenzio c’erano le voci del vento e delle sue viti, che lui intrecciava come un antico polifonista per ricavarne vini.

Sono trascorsi troppi anni: dovremo tornare presto da Roddolo, Roberto e io, appena sarà possibile. Noi avremo qualche capello grigio in capo, che allora non c’era. Lui, forse, qualche ruga in più, ma sarà saldo e vigoroso come quella vecchia vite buona e gigante, sul retro della cantina.

Intanto ce lo ricordano i suo vini: saldi come eroi, hanno il caldo abbraccio degli amici.

Dolcetto d’Alba 2006, 13,5 gradi.

Dolcetto di 14 anni (si dice che i Dolcetto andrebbero consumati nei primi 2-3 anni: questo ha un’età venerabile anche per tipologie più ambiziose).

Non filtrato. Non stabilizzato, se non dal tempo.

Granato profondo, lascia sul vetro gocciole fitte e veloci, di media persistenza.

Ha profumo molto intenso, principalmente di sangue, ferro, ghisa, poi origano, rosmarino, frutta rossa, noce moscata. Cenni farmyard. Ancora in sviluppo. Affascinante.

Soprattutto, però, è vino di bocca.

Naturalezza, anzitutto.

Vivo, virile, elegante, è secco, di corpo medio. Ha avvolgenza glicerica, polpa, sapidità..

L’acidità è giusta da Dolcetto, cioè di medio vigore, ma il vino è ben dritto malgrado gli anni: si sostiene su sapidità vivida e tannino eccellente per presenza, definizione, pastosità e grana.

La trama è ancora fitta e continua fino all’equilibratissimo finale: molto lungo, felicemente amaro e ammandorlato, con la grinta tannica che preme sul palato anteriore: stimolo piacevolissimo, d’altri tempi.

Come una prosa bella e vibrante.

Compagno meraviglioso della tavola, pienamente goduto con salsicce stagionate di Sergio Falaschi, fette di scamone ai ferri, formaggio pecorino.

Barbera d’Alba superiore 2004, 14,5 gradi.

Colore granato tendente al rubino profondo,con lacrime fitte e irregolari. Appare molto più giovane dei suoi sedici anni.

Profumo molto intenso, in divenire, tutto chiaroscuri e prospettive: la delicatezza della rosa, la maturità della fragola e della prugna, la purezza delle erbe amate di montagna, i toni umbratili del tartufo, la sottigliezza degli inchiostri e delle aldeidi.

Sorso molto naturale, polposo, continuo, fluido, lungo, con succo e sale; di corpo notevole, ma fresco per aciditá vividissima, vibrante, perfettamente integrata. Per essere un Barbera ha tannino particolarmente abbondante, ma pastoso.

Nel retrogusto: frutti di bosco.

Vino disarmante: pare sospeso nel tempo e fattosi da sé, senza mano umana né a ingentilirlo, né a complicarlo.

Con amore sulle costine di suino grigio semibrado della Macelleria Falaschi di San Miniato, al forno.

Rosae 2009, Vino da tavola rosso. Giuseppe Rinaldi. 13 gradi.

Torno ad assaggiare questo vino dopo quasi un anno e mezzo. Forse è l’ultima bottiglia rimastami.

È il mio compleanno oggi: una festa molto misurata, perché ci sono altri e più importanti eventi familiari alle porte. Pici al ragù di manzo; con essi desideravo un vino amico. Guardando nella cantinetta domestica l’ho notato, mi è battuto il cuore nei ricordi, mi son detto che a 11 anni era inutile insistere a conservarlo oltre.

Il Rosae era il Ruché in purezza che Beppe Rinaldi faceva a Barolo e che credo tutt’oggi producano le sue figlie.

Potrei scrivere pagine su Rinaldi in aggiunta a quante se ne sono scritte, ma non è il caso. Negli anni che ho frequentato la sua cantina era per me l’incarnazione del vignaiolo artigiano e della tradizione enologica. L’ammiravo per il suo approccio idealista e disincantato, ironico e sornione, appassionato e saggio. Di più: nell’ambito dell’approccio formale tra un produttore e un piccolo cliente privato, gli volevo bene.

Tuttavia, preferisco quest’oggi concentrarmi sul vino più che sul produttore: mi pare una forma di rispettoso omaggio.

Questo Rosae di 11 anni ha tanto da dire. Rinaldi, che pure aveva il Rosae molto caro, lo considerava un vino da merenda -mi pare dicesse proprio così- da condividere con gli amici insieme al salame, al patè, a qualche formaggio. Implicitamente, non lo riteneva da invecchiamento.

Difatti, difficile che il Ruchè sia considerato tale anche in Monferrato, dov’è probabilmente nato e assai più diffuso: quel profumo primario di rosa, così marcato e diretto fino alla prepotenza, con tocchi di fragolina, su uno sfondo appena speziato; e la struttura morbida, seppur di sorso ampio, non incoraggiano lunghi affinamenti; anzi, ispira amore e odio, come mi diceva un pur bravissimo produttore di Ruchè di Ozzano Monferrato; che gli preferiva di gran lunga il nobile Grignolino.

Eppure questo Rosae 2009 lo trovo oggi buonissimo, ancor più che all’ultimo incontro.

Non ha nulla del vino ingessato dalla pratica enologica, nulla che suggerisca uno stato innaturale di ibernazione che l’abbia irrigidito in un cliché.

Lui, invece, appena tolto il tappo -perfetto- e versato, sembra gonfiare i polmoni e spirare soffi di perfetta armonia, come Eolo nella Nascita di Venere botticelliana, se mi si passa il paragone ardito.

Naturale già il suo moto nel bicchiere: senza sforzo, un po’ viscoso; con gocciole molto lente, irregolari, fitte, che trapuntano un bellissimo granato: trasparente, luminoso.

Ma è il profumo che va diritto al cuore: mi apre anni e stagioni di sentimenti e di ricordi.

La rosa c’è ancora, ma sfumata, integrata: parte di un tutto, di un paesaggio che scorre come dal finestrino di un treno a vapore o di una vecchia auto, cosicché avanzino non troppo veloci.

C’è la cantina di mio nonno, quando a novembre gorgogliava il tino, quando a settembre lavava le damigiane per la nuova annata. Ci sono le estati ed i campi riarsi al sole d’agosto, l’odore delle balle che seccano, il grano e il mais sulle stuoie prima che finisse nei contenitori per l’inverno. C’è il segreto del bosco, di un giardino incantato, dell’acqua che gorgoglia, ruscelli o fontanelle di pietra, non importa. C’è la chiacchiera al tramonto sull’argine del fiume, le galline che chiocciano al mattino, la civetta nella notte umida. C’è l’aria della terra di Langa sotto la neve, la mattina presto a Parafada, e poi al sole di mezzogiorno sul belvedere di Diano, mentre il vento spazza di fronte all’abbraccio delle Alpi.

C’è un palpito di vita, una storia raccontata in versi, a cuore aperto.

Poi, potremmo giocare ore coi descrittori di questo profumo sicuramente annoso, terziarizzato, ma ancora in divenire: oltre la rosa, amarena, fragolina di bosco, pepe verde e bianco, polvere di cacao amaro, arancia disidratata, funghi porcini, foglie secche, terra bagnata, noce, corteccia, liquirizia, gli accenti balsamici e di erbe verdi. Tutti fusi, sfumati, come in un quadro leonardesco, nel quale perdersi sognanti.

Potremmo dire che, col tempo, il territorio – le Langhe- abbiano avuto la meglio sul varietale dell’uva, che questo Ruchè baroleggi un po’; ma non basta a spiegarne la magia.

Inevitabile il sorso, una comunione più che un assaggio: centrato, pieno d’intenzione, lungo. La stoffa è setosa, la trama fitta, flessibilissima; il tannino delicato, maturo, disperso, ma di tenacia masticabile; l’acidità vivida, ma gentilmente distribuita sul palato; la salinità spiccatissima; l’insieme bilanciatissimo, rinfrescante, giustamente asciutto.

Un grande vino, da gustare oggi, più che con gli amici, intimamente, in muto colloquio; o, almeno, da tenergli un piccolo spazio lontano da clamore, per meglio ascoltarne la voce. Ecco che dopo tanti assaggi, eccitanti o deludenti, e tanti mesi di fatiche e di rincorse, ritrovo in questo vino antico, riservato, silenzioso, il senso profondo della mia passione e del mio scrivere.

Mentre batto i tasti mi cade l’occhio sul calice, preso a caso nella mia dispensa: riporta la scritta Vini Veri, associazione che Rinaldi contribuì a fondare.

Ci vedo un senso profondo; sempre che il caso, anch’esso, non volesse rendere omaggio a Beppe Rinaldi.

Barbera d’Asti DOCG 2014, Cantina Mosparone, 13,5.

vini leggeri, succosi e coinvolgenti, la cui dinamica gustativa stimola il sorso successivo e rende la beva particolarmente agile e gratificante”; questi intendeva proporre pubblicazione di qualche anno addietro, ad opera del l’autorevole trio Castagno, Gravina, Rizzari.

Con molta e vera modestia, credo che questo meraviglio Barbera d’Asti 2014 sarebbe degnissimo protagonista di quel libro. Questo Barbera, affinata in acciaio e vetro dopo una breve macerazione, mi pare una sorta di noumeno: la concretizzazione di quanto di bello ed ideale quell’uva ha da offrire.

Un colore rubino fitto ma trasparente, di lucentezza smagliante, con una trina di gocciole fitte e persistenti a corona.

Un profumo intensissimo, giovanile con appena qualche cenno sensuale di sviluppo. Un tripudio di frutta rossa, la classica fragola-ciliegia, freschissima, nitida, centrata, sfuma tuttavia nelle ampiezze prospettiche di un paesaggio autunnale, che sa di nebbie, di zolla rivoltata, di foglie ingiallite, di corteccia d’albero, di muschio, di sangue, di spezie: la noce moscata, la curcuma, il pepe bianco e quello nero. Forse, nascosto tra i riverberi di luce, un fondo segreto di erbe officinali.

Un sorso agile, gustoso, estremamente vibrante -la quarta corda di un violino colpita da un arco appassionato- irradiante, ritmato; dal tannino delicatissimo, fine;dall’acidità vivida senza eccessi; dalla salinità imperiosa; dall’alcol misurato ma che piacevole scalda; dalla persistenza importante, ma alata.

Ecco: il colpo d’ali fa la differenza. Come quando si ascolta un brano risaputo sotto le mani di due pianisti: le note sono le stesse, entrambi non ne perdono una, magari nemmeno una sbavatura per entrambi; il tempo scelto è lo stesso, pure le dinamiche coincidono; eppure una delle due esecuzioni è cosa viva, palpitante, la musica sembra svolgersi di fronte a noi per la prima volta, raccontando una storia: quello il genio. Il resto, è solo corretta ripetizione di eventi noti.

Così, anche se nella vita di Barbere se ne son bevute altre cento, con questa sembra di assaggiarla per la prima volta.

Non conoscevo affatto Cantina Mosparone fino al novembre del 2018, nemmeno per sentito dire. Mi accostai ai loro vini casualmente al Mercato FIVI lo scorso anno, restando letteralmente di sasso: trovai tutte le loro etichette eccellenti e rispondenti alla definizione sopra citata. Solo casualmente mi trovo ad aprire e raccontare questa prima delle altre che acquistai allora.

Cantina Mosparone si trova in quella parte del Monferrato Astigiano che confina col torinese, tra i comuni di Castelnuovo Don Bosco e Pino d’Asti. Zone che ricordo verdi, deliziose e boschive.

Fondata nel 2008, è evidentemente impostata con criteri moderni, lavorando con attenzione uve da terreni di marne grigio-azzurre posti a circa 400 metri di altezza.

Quell’insieme di territorio vocato e di modernità tecnologica origina vini di straordinaria pulizia olfattiva ed equilibrio.

Per noi oggi, sulla tavola, questo Barbera è stato eccellente con tortellini in brodo e un indimenticabile biancostato bollito di chianina, acquistato presso la benemerita Macelleria Ricci di Trequanda, Siena.

Barbera d’Asti 2017, Emilio Vada, 15 gradi.

Ricordo una vecchia querelle, testimoniata anche da Mario Soldati nel suo pluricitato “Vino al Vino”: se siano migliori le Barbera della riva destra o della riva sinistra del Tanaro.

Lui, da vecchio dandy nostalgico piemontese, si schierava nettamente a sinistra: “…non si può dubitare di un assioma: i caratteri precipui della Barbera, fragranza finezza allegria, appartengono solo alle Barbere della sinistra…”. Questo nell’autunno del’75. Si sdegnava persino che qualcuno considerasse generalmente migliori le Barbera della destra.

Probabile, cercando nella letteratura coeva o di poco anteriore, si riferisse a posizioni come quella di Ugo Graioni (“Dalla vigna alla tavola”, Canesi, 1973), secondo il quale le zone “dalle quali si ricava tradizionalmente il miglior Barbera d’Asti, (sono) i comuni della Val Tiglione, sulla destra del Tanaro”; “Rude e schietto” la sua qualità pregiata, “dà vita e ardire”.

Forse è questione di gusto personale: Soldati scriveva “la Barbera”, al femminile, secondo il vecchio uso ottocentesco, poetico e contadino; Graioni “il Barbera” intendendo così ” non contraddire le doti maschie del vigoroso vino”, e magari la differenza è tutta lì.

Effettivamente la Barbera si presta ad entrambe le interpretazioni, più o meno favorevolmente secondo la sua provenienza.

Ed allora, com’è che assaggiando questa Barbera al Mercato della FIVI lo scorso novembre esclamai: “Ecco una Barbera paradigmatica!” ? Fu un’affermazione superficiale ed insieme correttissima.

La Barbera paradigmatica, in sé, non esiste, anche all’interno delle tre macrozone definite dalle grandi denominazioni d’origine piemontesi: albese, astigiano, Monferrato. I conoscitori sanno bene che in queste aree oltremodo estese insistono comuni, angoli più vocati di altri e che, primariamente importante, impartiscono caratteri peculiari alle loro Barbera. Poi ci sono tutti i consueti fattori che concorrono alle differenze tra i vini, non ultima l’età delle viti, che nel caso della Barbera mi pare elemento marcante.

Tuttavia la Barbera d’Asti 2017 di Emilio Vada unisce equilibratamente, con nonchalance, le caratteristiche tradizionalmente attribuite alle Barbera della riva sinistra e a quelle della riva destra; ed è anche in linea con il tipo fissato in letteratura per i vini da uve Barbera: profumo, colore, più acidità che tannino.

Eccola qui di nuovo nel mio calice, porpora e profonda, con gocciole veloci, irregolari, persistenti. Bella di un profumo assai intenso, giovanile, di rose, di fragola, di cipria, su un tappeto morbido, speziato, balsamico: burro di cacao, chiodo di garofano, eucalipto.

Delicata all’attacco sul palato, scorrendo subito si espande e diventa ampia, vellutata, con un tannino giusto da Barbera, non evidente, ma rustico; contrastato subito da una naturale freschezza, quasi una brezza sospinta dalla notevole acidità sottesa e solo intuita.

Più che un velluto, invero, è un tweed di buona lana, che si accarezza volentieri per assaporarne la grana. Pazienza se dopo la piacevolezza campestre di un finale amaricante di alloro, la persistenza è minore del desiderio che lascia di un altro sorso. È sincera, generosa, piacevole, curata, dissetante. Candida, ma seducente. Femminile, una vera Barbera – ma con la giusta potenza del vero Barbera.

È stata compagna amorosa e gustosa di un piatto di penne col sugo di salsiccia.

Quasi dimenticavo: viene dalla riva destra del Tanaro. O no?

Sinespina, Vino Rosato, Cascina Melognis, L1 2018, 13,5 gradi.

Un acquerello.

Il colore, un pallido rosa, delicatissimo e sfumato, luminoso, con riflessi quasi lilla.

I profumi, un arabesco sottile di petali di rose, di pesco, di glicine, di gelsomino, di carcadè, di erbe di montagna, appena striato da scie di cannella, raffinato fino alla soglia del confetto e del candito, ma senza oltrepassarla.

Bevendolo -non degustandolo- salino, guizzante eppure morbido e avvolgente, fresco sulla lingua, caldo sul palato, irradiante: si è quasi presi e portati ai piedi dei monti innevati, respirandone l’aria pura, prolungando l’incanto su un finale di mandorla.

Tutto un sussurro, tutto un volo di libellula.

Attendendolo, mille altre sfumature, dolci e piccanti, fino a un cenno di peperone verde e di mallo di noce.

Un vino straordinario – rosato.

Viene dalle alture di Saluzzo, dai piedi del Monviso.

Su un minestrone di verdura seguilo, amica o amico che mi leggi.

Ros (L05/17), Benito Favaro, vino rosso, 13,5 gradi.

“ Il divino del pian silenzio verde “ (G. Carducci).

“Il divino del pian silenzio verde” è l’ultimo verso di una dileggiatissima poesia di Carducci: “Il Bove”. Non nego che essa si presti ad argute ironie (il “T’amo pio bove” d’apertura vòlto in “T’odio empia vacca” da Sebastiano Vassalli…), ma io ho sempre trovato l’ultimo verso geniale: l’idea che un silenzio possa essere verde, è genio puro: un silenzio, verde.

I linguisti la chiamano sinestesia: l’associazione di due parole pertinenti a due sfere sensoriali diverse. In questo breve verso apparentemente semplice, però, si potrebbero rilevare anche altre due figure retoriche: un ipallage e un chiasmo. Un sorvegliato gioco di abilità sottile, che si scioglie in canto fresco e naturale.

Questo radioso verso carducciano mi si riaffacciò prepotente alla mente la prima volta che assaggiai questo buonissimo Ros a Montecatini, alla presentazione della guida di Slow Wine, sotto i colonnati candidi del Tettuccio, tra i disegni luminosi del meriggiare: restai di sasso.

La medesima sensazione si ripetè, poi, ad un seminario AIS (e che seminario, se il docente era Armando Castagno), quindi al Mercato della FIVI.

Perché?

Perché questo Nebbiolo immediata mi riportava alla mente l’immagine del Canavese e del lago di Viverone, come tante volte l’avevo vista percorrendo nelle due direzioni la diramazione d’autostrada che congiunge Santhià con Ivrea: verde, appunto, di un verde fresco, soffice, delicato e sorridente, sempre primaverile qualunque fosse la stagione. E così il Ros: carattere di Nebbiolo, senz’altro; ma di un tipo così speciale e unico: sorridente, puro, tutto fiori e baci, tutto primavera, appunto.

“Ecce gratum

et optatum

ver reducit gaudia:

purpuratum

floret pratum

Sol serenat omnia.”

“Ecco la gradita / e la desiata / primavera riporta i piaceri / purpureo / il prato fiorisce / il sole rasserena tutto”: questa, la primavera eternata dai Carmina Burana; il Ros, eternava per me la perenne primavera del Canavese, per lo spazio temporale minuto di un assaggio.

Allora, a quel Mercato FIVI ne volli acquistare per gustarne ancora nella calma della casa. Stante la piccola produzione di 880 bottiglie, una sola me ne concesse – a ragione – il produttore.

E di lì a poco lo volli aprire, trovandolo molto chiuso su se stesso inizialmente, ritroso. Sbocciò poi, tempo un’oretta, in fiore rarissimo.

Che bello il suo manto trasparente rubino, rifrangente. Si concentra il suo profumo e si sfaccetta prima di librarsi tenue come una piccola falena che dalla sorgente luminosa non voglia troppo allontanarsi. Purissimo, preciso, arioso: tale lo ricordavo dai precedenti incontri. L’evocazione di fiori freschi, di erbe montane, di ruta, di rabarbaro, di susine, di cannella, di orzata, di camomilla persino, è colorata e danzante; più sotto, liquirizia, e una spolverata, forse, di pepe bianco.

Il sorso è estremamente armonioso: saporito, salato, ferruginoso, ha ritmo e melodia. C’è in lui un equilibrio di spigoli che si articola avvolgendo, come in certe architetture contemporanee i contrasti delle strutture portanti creano un’armonia essenziale, non esornativa. Difatti il suo tannino, abbondante e grintoso, possiede trama a maglie regolari; e l’acidità, seppur notevole, è solo una tra le linee del disegno.

Pur lungo, finisce sfumato: “senza scalino” come si diceva un tempo, dissimulando con naturalezza l’estrema sua complessità.

Questo Nebbiolo del Canavese, elegantissimo, primaverile e verde, come quel verso del Carducci conosce l’arte difficile e saggia di apparire semplici.

Beppe Rinaldi, come lo ho conosciuto io.

Beppe Rinaldi bastava sfiorarlo perché lasciasse un ricordo indelebile.

Se Fellini avesse ambientato un Amarcord nelle Langhe, di sicuro Rinaldi sarebbe rientrato tra i personaggi del racconto, con la sua figura caratteristica: non tanto alto, minuto di corporatura, trasmetteva tuttavia una sensazione di forza e robustezza. Il mezzo sigaro volentieri tra le labbra, i pantaloni di velluto a coste, i maglioni di lana grezza ( solitamente a disegni geometrici e sui toni del verde del marrone, quasi renderlo elemento terreste o consimile alla vegetazione); le sciarpe lunghissime, a quadri, di tinte terragne anch’esse, tipicamente avvolte al collo con una elegante negligenza che si sarebbe detta quasi studiata; talvolta, il cappello a falde sul capo.

Nella memoria si imprimevano però soprattutto gli occhi chiari, acuti e pungenti, e il suo sorriso parlante: ora aperto, ora sornione, ora beffardo. Sempre, a suo modo, sincero; anche quando si aveva l’impressione che giocasse a fare il burbero, o il misogino: erano, credo, maschere con le quali si divertiva un mondo.

Rinaldi era il difensore di una certa idea di Barolo: quando iniziai ad interessarmi seriamente di vino, la moda si orientava ancora verso vini di stampo moderno; io, che cercavo la tradizione più pura, venni indirizzato a lui. Bussai spesso alla porta della sua casa-cantina, che mi appariva come un luogo di sogno ed un salto indietro nel tempo. C’erano i segni di una nevicata lì intorno la prima volta che andai, un novembre, una decina di anni fa. Nelle sale sotterranee buie, botti di legno grandi e vecchie e il tino enorme del nonno; poi quegli elementi che hanno contribuito a definirne il personaggio: la barrique significativamente segata e utilizzata come poltrona, la collezione – invidiabile – di Lambretta (alcune rarissime), i bigliettini dove fissava riflessioni profonde, pensieri estemporanei, battute fulminanti (ne ricordo una, irresistibile, che suonava più o meno: “Donne: lunatiche, umorali. La chiamano sensibilità”). Rinaldi aveva il gusto della battuta, visibilmente: direi gli piacesse spiazzare e non amasse il politicamente corretto. Un provocatore, per certi aspetti: Rinaldi era una persona profondamente colta ed intelligente e tante sue affermazioni, apparentemente naïf, nascevano da riflessioni acute e da un profondo senso etico e della storia. Quando elogiava certi aspetti arcaici della società, o le cantine alsaziane e borgognone con le ragnatele e i pipistrelli, non aveva un atteggiamento diverso dal Veronelli del celebre detto: “Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale”: chi ancora oggi non lo ha capito e lo ha attaccato, o è sciocco o è in malafede.

Panta rei“, tutto scorre: questo Rinaldi lo sapeva bene, eppure si attaccava ad un’idea di società fondata su valori agricoli, egualitari, solidali e comunitari che gli era stata trasmessa dal nonno e dal padre, illuminato sindaco del Comune di Barolo. C’era certamente orgoglio nel proclamarsi quinta generazione di vignaioli, ma soprattutto un desiderio di custodia della terra e delle tradizioni: in tal senso lui si dichiarava artigiano, rimarcando una distanza verso ogni spirito commerciale o imprenditoriale, che pur rispettava se – ancora- sapeva legarsi ad un’etica ed al ed al benefico della comunità, intesa da Rinaldi in modo straordinariamente ampio: c’erano sempre bottiglie di colleghi da lui apprezzati in bella vista nella sua sala di degustazione e mai gli sentii dir male di qualcuno, anzi era prodigo di lodi per chi riteneva lavorasse con rispetto. Le esternazioni al vetriolo le riservava a chi, secondo lui, era colpevole di speculazione, a chi si approfittava della terra e dell’idea primigenia di natura per denaro, a chi aveva anteposto il soldo alla bellezza, alla cultura, al bene comune. In fondo per lui terra, vite, tradizione, comunità si fondevano in un’unica entità: quello che per i francesi è il terroir, per lui era un codice morale, dal quale non defletteva; e quel codice morale, che si sustanziava nel vino, era pienamente immerso nel sentimento del tempo. Ricordo una risposta che mi diede mentre mostrava orgoglioso la sua collezione di Lambretta a me, appassionato di motori: gli chiesi se erano funzionanti e se le restaurava; mi spiegò che più o meno tutte erano marcianti, se avevano qualche problema meccanico le sistemava, ma non interveniva esteticamente; commentò: “sono vecchie e vecchie debbono sembrare”. Allo stesso modo continuava ad usare il tino antico di suo nonno, colossale, sul quale doveva arrampicarsi con la scala e che ogni anno gli richiedeva manutenzione, stringendo e sistemando doghe qua e là. Lui sosteneva, penso a ragione, che quel tino aiutasse a far partire naturalmente le fermentazioni, però credo che se ne servisse soprattutto perché era quello di suo nonno, per il desiderio di custodia e di continuità.

Quanto al vino, non gli interessava farlo perfetto, nemmeno il Barolo, ma equilibrato e di carattere. Anzi, il Barolo lo voleva persino difficile, perché diventasse per l’assaggiatore occasione di ricerca, di percorso conoscitivo, di dialogo; poi, voleva che non fosse mai pronto, rientrando anch’esso nella sua vagheggiata continuità del tempo. Amava teneramente, credo, anche gli altri suoi vini, specie quelli minori: il Freisa, il Ruché, il Dolcetto, che si rammaricava stesse sparendo, ancora per speculazione. Così come si doleva della scomparsa, nelle Langhe, del bosco e della promiscuità delle vecchie aziende agricole, che allevavano le vacche ed avevano un buon concime naturale disponibile; degli insetti (la biodiversità); del senso di solidarietà comune.

Aveva acuto il senso del limite, connaturato all’antica cultura contadina: criticava, ad esempio, si piantasse nebbiolo in terreni ombreggiati, buoni più per le patate che per la vite; oppure, certe cantine faraoniche e di pessimo gusto, sfregi all’equilibrio del paesaggio, come lo sbancamento indiscriminato di colline. Non ricercava per sé aumenti di produzione e nemmeno l’acquisto di nuovi terreni, volendo mantenere la dimensione artigianale. Lui, che i vini avrebbe potuto venderli a cifre esorbitanti, teneva prezzi calmierati, ancora per convinzione etica che la cultura materiale dovesse rimanere accessibile, che un buon bicchiere dovesse essere parte della vita.

Questo era Beppe Rinaldi, come l’ho conosciuto io, per quei quattro o cinque anni che capitavo nella sua cantina con una certa frequenza, tre o quattro volte l’anno, persino deviando ad arte qualche viaggio di lavoro. Desideravo apprendere e pendevo dalle sua labbra: aveva una profonda conoscenza, anche storica, e mi pare che tenesse un quadernino col resoconto dettagliato di tutte le annate, anche le più vecchie. Mi aveva preso un po’ in simpatia: ogni volta mi chiedeva quanto mi avesse messo i vini la volta precedente e poi toglieva dal conto qualcosina: mi pare di rivederlo seduto al tavolo di legno, inforcati gli occhiali, con carta e penna. Di volta in volta, diventando sempre più famoso – un mito in vita- e ricercati i suoi vini, era più difficile trovarlo da solo e dialogare con calma. Tanti e tanti andavano lì o semplicemente per comprare il suo pregiato vino oppure per venerare un’icona: Rinaldi non meritava né l’una né l’altra cosa. Finalmente le figlie cominciarono ad aiutarlo e fu ben lieto, penso, di delegare a loro certi compiti di rappresentanza. L’ultima volta che lo incontrai, già molti anni fa, appunto chiesi alla figlia Marta di suo padre per un saluto e gentilmente mi portò da lui, che stava rintanato in un angolo della cantina, evidentemente stufo di tanti visitatori e delle solite domande. Mi parve stanco e quel giorno me ne andai con un senso di tristezza. Poi la vita mi portò lontano, ma in cuor mio pensavo sempre che uno di questi giorni sarei tornato a trovarlo, anche se, certamente, di me non si sarebbe più ricordato. Fino ad ieri, quando ci ha lasciato.

Si usa dire: “La terra gli sia lieve”. Io dico invece: “La terra gli sia gravida”: possa la sua lezione lasciare un segno, generare nuovi e grandi frutti.