Brunello di Montalcino 2016, Fattoria dei Barbi, 14,5 gradi.

Dovessi assaggiare un solo Brunello, uno solo, per valutare un’intera annata della denominazione, assaggerei quello di Fattoria dei Barbi, il classicissimo etichetta blu.

Da vigne in qualche modo mediane nella geografia della denominazione, storiche, ha dalla sua uno stile tradizionale senza fondamentalismi, una costanza qualitativa – nell’individualità delle annate- rassicurante, una reperibilità a tutta prova, ed un prezzo ragionevole.

Insomma, con lui si casca sempre in piedi: ti salva all’ultimo la cena con gli amici, perché lo trovi anche in qualche supermercato, e piace a tutti, dal bevitore occasionale allo smaliziato; e se lo consigli al poco informato, ti senti leggero: sarà felice, farà un figurone, non si svenerà.

Questo 2016, poi, è davvero ottimo.
Ero curioso di assaggiarlo, perché l’annata in zona è stata particolarmente buona, e difatti mi ha squadernato maestose ghirlande di fiori freschi e di frutta, ed un sentimento struggente di bosco, di legna e di spazi aperti, un chiaroscuro di lame di luce e ombreggiature, venato di spezie e dell’eleganza dell’arancia.

Ma più che il profumo, com’è giusto, il sorso è distintivo, nel suo equilibrio tra compatta tensione e vellutato abbraccio: tannino, sale, acidità allineati con composta misura.

A 36 ore dall’apertura, avendolo richiuso con un tappo che permette l’estrazione dell’ossigeno, è smagliante, col gusto raffinato del grande Sangiovese.

Mi si potrà dire che esistono Brunello di Montalcino più cesellati, o più possenti, ma quanti sono prodotti, a questi livelli, in 180.000 bottiglie?

E, come ha detto un amico che beve quasi solo spumanti, versandosi l’ennesimo bicchiere: “Va giù proprio bene”.

Bozzetti vinosi, tra ottobre e novembre 2021.

Ottobre e novembre sono trascorsi, senza nemmeno lasciare il tempo per un appunto al vino.

Queste bottiglie che si sono allineate sulla mia tavola, però, spiace passarle sotto silenzio. Ognuna una personalità decisa, con la quale nemmeno andare d’accordo, magari, ma che merita il racconto: saranno solo bozzetti al limite della sprezzatura, istantanee còlte frugando nella memoria di emozioni vivide.

Il Chianti Classico 2016 della famiglia Losi viene da Querciavalle, e lì appresso l’ho gustato, un giorno bigio e piovoso di fine ottobre, ma dolcissimo nei colori dell’autunno del Chianti, che dagli occhi discendono all’anima. Dei vini di Castelnuovo Berardenga ha la voce profonda e baritonale, il chiaroscuro, ma rifugge lo stereotipo che li vuole caldi, distesi. Qui c’è una trama rifinita e polifonica, di ispirazione autentica ed artigiana. Un incontro atteso da tempo e nuovo approdo nel mio personale tragitto al bere bene chiantigiano.

Il Chianti Classico 2009 di Castellinuzza e Piuca, da Lamole, pescato dalla una mia cantina, vola dritto al cuore. Sangiovese e canaiolo vinificati e affinati in cemento, essenziale semplicità. I fiori dei vini di Lamole sono tuttì lì, a dispetto dei tredici anni dalla vendemmia, in una composizione dove ai freschi si affiancani gli essicati, i frutti rossi subordinati, ed un ventaglio di profumi di bosco, di terra, di pietra: un’insieme di eleganza struggente. Ha il corpo e il tannino robusti di un vino da climi caldi, ma profumi e tensione interna di tale energia – il vibrato stretto, iridescente, di uno strumento ad arco che suoni forte – da gran vino di montagna. Resta in bocca una sensazione d’uva matura, quasi la buccia tra i denti schiacciata. Indimenticabile.

Il Chianti Classico Gran Selezione 2015 di La Castellina viene da un’altra annata ottima in zona. Un colore limpido, trasparente, luminoso, per una materia materia nitida, bellissima per tensione, freschezza, profondità, tannino raffinato, allungo, con la luminosità dei vini di Castellina – perfetto equilibrio tra fiore e frutto – un po’ offuscata dal legno dell’affinamento. E’ uno stile che a taluni piacerà, ma è un peccato: sarebbe bello potesse librarsi, perché riuscirebbe irresistibile.

Il Rosso di Montalcino 2006 di Lambardi potremmo definirlo didascalico della tipologia, ma non gli renderemmo giustizia. Con lui si sta a proprio agio: pacatamente racconta il Sangiovese di Montalcino, la sua forza, la rilazzatezza, i sussurri, le trasparenze, i dettagli, il ritmo cadenzato, il senso della misura, la tenuta. E’ un racconto semplice, si badi, senza accensioni, né impennate, ma con quell’onestà affidabile che talvolta sfugge ai grandi oratori.

Col Donnas 2005 della Caves Cooperatives de Donnas basta chiudere gli occhi e si entra nella cucina fumosa di una baita o di un castello alpino. Non è pura retorica: con gli anni, il caratteristico profumo del Nebbiolo, l’accoppiata classica di rosa e liquerizia, si è arricchita di una tinta silvestre e più ancora speziata ed ematica: ginepro, chiodo di garofano e sangue, che sembrano evocare istantaneamente fumanti portate di cervo in salmì. Un vino severo, dal passo antico, con qualche ruga e un grande fascino.

Herzu 2006 è un Riesling Renano dell’Alta Langa, forse il primo ad accendere le luci sulla zona qualche anno addietro, per felice intuizione di Sergio Germano, grande barolista dalla mano felice anche coi bianchi. Dopo quindici anni è splendido: del Riesling ha il nerbo, la stretta esaltante, il nitore dorato e deciso, l’ariosa compattezza: “erto”, come il suo nome suggerisce. In piena maturità, si libra tra le note più delicate della gioventù (l’uva spina, il biancospino, il sambuco) e quelle più evolute (la pietra focaia, l’idrocarburo). Peso medio, Riesling secco “di razza purissima”, come si sarebbe detto un tempo, nella perfetta individuazione varietale non rinuncia ad una identità territoriale netta, sì che in un ideale atlante dei Riesling del mondo quest’area piemontese troverebbe di diritto spazio.

Bevo, a più di due anni dalla messa in commercio, l’Asolo Prosecco Superiore Extra Brut di Tenuta Amadio – pericolosamente l’ultima di una dozzina di bottiglie condivise con amici in varie occasioni – e abbagliante, improvviso comprendo il motivo del successo universale del Prosecco. In lui, finezza, purezza, grazia, leggerezza, freschezza, delicatezza, raffinatezza, unite ad una vibrante intensità: ritrovarle in altri spumanti di qualsivoglia tipologia o area, tutte riunite nella medesima armonica proporzione, impossibile! Inoltre, con la sua trina di profumi e la setosità tattile, è così docile nell’accompagnare la tavola, spaziando dal più disimpegnato aperitivo con le chips fino alle fritture di mare, attraverso le preparazioni più leggere e vegetariane, accordate al vivere contemporaneo. Accompagna, appunto, in senso squisitamente musicale: sa restare sullo sfondo con arte sottile, valorizzando le vivande e la compagnia, in modo che esse, non lui, risaltino. Vero: questo Asolo è l’esempio eccezionale di un areale estremamente vocato, mentre i tanti Prosecco corrivi che esistono in commercio sono solo pallide ombre a confronto; perciò, a maggior ragione lascia un segno.

I vini di Val di Buri


Certo, il progresso ha le sue ragioni.


Quando guardo, però, le pianure interne della Toscana settentrionale, mi domando se davvero fosse necessario tanto stravolgimento, se non si potesse negoziare un equilibrio con la natura ed il paesaggio storico.


La situazione è particolarmente dolorosa nel Pistoiese, laddove la piana si restringe, da Quarrata in direzione di Serravalle, o dov’è cinta stretta di colline, sul versante valdinievolino: lì cemento, elettrodotti, serre e abbandono agricolo aggrediscono scorci di paesaggio altrimenti incantati, che paiono presi tal quali dalle pitture dei Maestri del Rinascimento.


Non solo: le tradizioni agricole e sociali sembrano essersi disgregate in pochi decenni, disumanizzando il territorio e chi lo abita: le dinamiche negative del boom economico qui concentrate in un tempo dimezzato e assai più recente, apparendo pertanto ancora più assurde.


Che cosa c’entra questo col vino?


C’entra che, siccome il vino accompagna l’uomo da millenni, è un indicatore importante della società e delle sue evoluzioni, a saperlo leggere.


In larghe zone del Pistoiese non esistevano le grandi proprietà, il latifondo. L’origine di questa situazione è complessa e antica, risalendo in nuce all’epoca romana e all’assegnazione di particelle ai veterani dell’esercito. In tempi più recenti – dai primi del Novecento, circa – qui esistevano perlopiù piccoli proprietari e piccoli mezzadri, questi ruoli spesso confondendosi: chi coltivava il suo campetto spesso badava anche a quelli del padrone, pure non gran cosa. Mio nonno, che appunto aveva vissuto quella condizione, diceva che i poderi della zona erano degli “scansa-pigione”: buoni giusto per l’autoconsumo e per un poco di vendita diretta che aiutava a quadrare i conti del bilancio familiare.


Con le dovute eccezioni, anche il vino è stato così prodotto in zona per lunghissimo tempo in maniera artigianale e venduto in damigiana, tramite rapporti diretti, spesso fiduciari. Non c’è stata la molla dell’etichetta, dell’orgogliosa competizione, dell’esigenza imprenditoriale di individuare le migliori tecniche e i migliori vigneti, identificando nomeranze.


Questo, almeno, negli ultimi decenni, restando realtà imprenditoriali solo episodiche e troppo lontane nel tempo per aver lasciato memoria.


Quindi il vero potenziale enologico di queste colline non è mai stato indagato a fondo e, per l’invecchiamento dei vignaioli e della loro clientela, passata al consumo in bottiglia col cambio generazionale, anche la produzione ha subito un calo col conseguente abbandono di vigneti spesso bellissimi e ricchi di un’interessante varietà ampeleografica residuale: vigne museo accidentali, vecchie di decenni, tanto nel patrimonio botanico che negli impianti e tecniche di allevamento. Si aggiungano le pendenze spesso proibitive e i profili tortuosi: condizioni inadatte alla meccanizzazione.


Qui, finalmente, si inserisce il percorso di Val di Buri, una realtà nata quasi per il passatempo di una coppia già impegnata professionalmente nel mondo del vino, per avere un po’ di Trebbiano per sé e per gli amici: Marina Ciancaglini e Giacomo Lippi; non li conosco di persona, ma la loro avventura e la loro determinazione, così come mi sono state raccontate, mi hanno affascinato, perché vi rinvengo una spinta etica che si traduce in un cortocircuito rinfrescante.


Eccoli dunque ricercare con dedizione quelle vigne che i vecchi abbandonano per mancanza di forze e che figli e nipoti disertano per disinteresse. Eccoli ripulire e riparare i vecchi filari, spesso strappati al bosco, allevando con cura le varietà antiche, i trebbiano, i canaiolo e i tanti altri che affiancano il sangiovese.

Ne ricavano vini felicemente disadorni e schietti, tuttavia curati e nitidi: nascono dalla fatica, ma hanno la bellezza della semplicità. Richiamano lo stile dei vini toscani di qualche decennio addietro: se ne sentiva il bisogno, vieppiù sulla tavola.
Qui di seguito, amica o amico che mi leggi, veloci note d’assaggio delle loro tre etichette- le annate più recenti in commercio – assaggiate tra l’estate e l’autunno di quest’anno.

Eco della valle 2019, Val di Buri, 12 gradi.


Da uve rosse e bianche insieme, non è rosato, non è cerasuolo, ma un rosso all’antica maniera contadina di Toscana.
Semplice come un acquerello, ma profumato e screziato, dissetante (asprigno, dicevano i vecchi).


Giovane giovane, odora di viole, rose, mele rosse, visciole, fragoline, susine, chiodo di garofano, senape, pepe nero.
Appena tannico, snello, salino, lungo, da poterselo godere ben fresco anche in un afoso Ferragosto.


Matrimonio d’amore sul coniglio arrosto e stringhe in umido, classica pietanza delle campagne pistoiesi, ma buonissimo anche su olive cotte in padella (olive magre, da olio).
Il mio vino del cuore tra quelli di Val di Buri.

Bure Chiara, vino da tavola, L. bc19, 12,5 gradi.


Rosso da uve rosse: sangiovese ed altri autoctoni, più o meno noti.


La veste è rubino, assai trasparente, luminosa, con screziature granata. Lascia sul vetro gocciole fitte veloci, regolari, evanescenti.


Dopo un’iniziale riduzione, il profumo è molto intenso, puro, arioso, primariamente floreale: festoni di viole, violette, lavanda, punteggiati di rose rosse; cesti di fragoline di bosco, fragole, ciliegie appena mature, mandarini; poi cola, foglia d’ulivo, resina, terriccio; infine spunti eterei misti ad aliti di alloro, di mirto.


Medio il corpo ed il tannino, che è fine, perfettamente maturo. Succosissima stoffa, felice tensione innervata di salinità abbondante ed un’acidità notevolissima, d’altri tempi.
Dopo decenni di sperimentazioni sulle varietà bordolesi e le barrique, è questa forse la nuova frontiera della ricerca enologica Toscana: in sottrazione e in damigiana.


È dichiarato a tutto pasto: sulla nostra tavola ottimo accompagnamento per un arrosto di faraona e di gallo, ma ancor meglio sul castagnaccio. Chissà come starebbe insieme ai necci con la ricotta ed un tagliere di salumi.


Forabuja , L. fb19, Val di Buri, 12,5 gradi.

Trebbiano toscano, vinificato sulle bucce.
Veste limone carico tendente al dorato, con una lieve torbidità e deposito sul fondo della bottiglia. Sul vetro, ghirlanda di gocciole lente, irregolari, in ampie volute.

Ha profumo molto intenso e nitido: fiori gialli e più ancora frutta gialla. Sono pesche e albicocche, mature e disidratate, con striature di pompelmo, di limone d’Amalfi, ananas, buccia di melone e un sfondo nitido e caratteriale di olive, di olio appena franto, di resina. Infine, accennati, un’iride aldeidica e mieli d’acacia e castagno.


Corposo e disteso, vellutato e succoso, è sorprendentemente rilassato: una lieve tannicità (fine e matura) e l’evidente trama salina suppliscono un’acidità piuttosto attenuata, ma elegantemente distribuita su un sorso di buona lunghezza e persistenza, che termina pulito, in equilibrio, con un lieve sbuffo d’alcol.


Concepito forse più per valorizzare l’immediata maturità della materia che per cercare col tempo complessi equilibri nei registri ossidativi, traduce il Trebbiano Toscano in una piacevolezza avvolgente e dinamica: un abbraccio, una carezza, una coccola.


Un bianco da tutto pasto, che immagino eccellente su un gran fritto di terra toscano.

Chianti Classico 2008, Castello della Paneretta, 13,5 gradi.

Giovane era buonissimo, di proporzioni perfette. L’avevo riassaggiato un lustro fa: sempre buono, ma come in muta verso nuove simmetrie. Oggi è stupefacente: un fiato profondo e suggestivo, un’arcata soave tra primavera ed autunno, dai fiori alle zolle lavorate; ma il sorso è pura seta, evocazione di aria, acqua e fuoco, equilibri cristallini, slancio e delicata maestà. Nella mia piccola esperienza, oggi, quella bottiglia, uno dei migliori Chianti Classico mai assaggiati.

(Qui il mio post precedente su questo Chianti Classico: https://taccuindivino.wordpress.com/2015/04/12/chianti-classico-castello-della-paneretta-2008/)

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996, Tenuta Bibbiano,13 gradi, bottiglia 12901

A Castellina la luce sa essere tersa e cristallina come il suo nome, anche sotto la pioggia.

Pioveva la prima volta che arrivai a Bibbiano, un giorno indimenticabile, con l’auto che arrancava una sterrata lunghissima e fangosa, per il piacere dell’avventura e della scoperta. Con me, un amico carissimo.

Pioveva l’ultima volta che vi sono arrivato, un giorno altrettanto indimenticabile, per una strada più svelta, in compagnia di colei che di lì appresso sarebbe diventata mia moglie.

In mezzo, una decade esatta della mia esistenza e di scoperte nel mondo del vino.

Giunsi a Bibbiano muovendo i primi consapevoli passi in cerca del Sangiovese autentico, mio primo e sempre coltivato amore.

Divenne poi luogo del cuore con le ripetute visite, mai abbastanza frequenti stanti i casi della vita.

Ora, quando vado a Bibbiano, è primariamente per visitare Tommaso Marrocchesi Marzi, che considero un amico ed un imprenditore illuminato: amo conversare con lui e imparare.

Quell’ultima volta trascorremmo insieme un intero pomeriggio: ci mostrò le vigne, la cantina, gli uffici, ci presentò i suoi validi collaboratori. Parlammo del passato, del presente, del futuro: degli ultimi lavori effettuati per recuperare e riadattare al meglio gli spazi, della variante alla via di accesso, dei lavori di cantina, delle ambizioni future: progetti interessantissimi, quali lo studio dei terreni, del patrimonio di antichi cloni aziendali, dove la scienza moderna può valorizzare la natura.

“Adattare le proprie idee alla realtà, piuttosto che forzare la realtà alle proprie idee”: è una frase che mi disse allora Tommaso, illuminante perché credo riassuma bene anche la filosofia aziendale.

Mi confessò Tommaso che solo da un certo momento in poi aveva avuto chiaro che tipo di vini avrebbe voluto produrre. Ed ecco che le memorie del luogo e quelle familiari, le antiche fotografie e le medaglie, raccontate con amore quel giorno da Tommaso per noi, in tale prospettiva rivivevano e diventavano il sestante per l’avvenire. Anche la bellissima targa che si è voluta apporre sulla facciata dell’azienda a memoria di Giulio Gambelli, il leggendario Maestro Assaggiatore di 60 vendemmie a Bibbiano, suona ora come una dichiarazione di intenti.

Bibbiano non è un’azienda-vetrina, né un sepolcreto, ma una realtà viva che proietta la sua storia nel futuro, coltivando il genius loci e la naturale eleganza dei vini.

Ci condusse allora Tommaso nella parte più profonda e antica della struttura, dove sono conservate le annate storiche. Sapendoci prossimi alle nozze, ci regalò una bottiglia di Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996 ed una di Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1995, nate ancora sotto l’egida di suo padre Alfredo e di Giulio Gambelli, monumenti di storia chiantigiana: Sangiovese dalla vigna aziendale esposta a sud-ovest, verso l’assolata apertura che guarda a Monteriggioni, concepita fin dall’origine -credo negli Anni ’50- per la produzione della Riserva, di concezione classica.

Un gesto che mia moglie ed io non dimenticheremo mai.

Vini così speciali meritano, laddove possibile, momenti speciali e tavole all’altezza. Decisi di aprire, con emozione, la 1996 lo scorso luglio 2020, per l’ottantacinquesimo genetliaco di mio padre.

Era ancora incredibilmente rubino, trasparente e luminoso; si distingueva appena qualche accenno al granato. Sul vetro creava una sarabanda di gocciole molto lente, molto fitte, regolari, di solenne andamento.

Il suo profumo: integro, intenso, sfaccettato, arioso, puro; rifinito e severo insieme, come la trina di un capitello altomedievale. La freschezza cristallina del lampone e della ciliegia maturi sfumava nei fiori appassiti, rosa e viola; si screziava eterea dei balsami del rosmarino, dell’origano, dell’alloro, di un bosco di lecci, foglie e corteccia; la dolcezza domestica, malinconica, autunnale della farina di castagne diveniva controcanto alla liquerizia e alle nobili profondità minerali della pietra assolata, del ferro, della polvere da sparo, del goudron; infine, tenui note di spezie: aliti di brezza.

Di gran corpo, aveva la stoffa dei migliori vini del versante inferiore e meridionale di Castellina: rotonda, completa, equilibrata, ma leggiadra; con un tratto sottilmente femminile che spesso ritrovo nei vini di Bibbiano: era la delicatezza dell’attacco setoso, che si modulava nell’alata forza strutturale di un tannino sciolto e rotondo, ma ancora abbondante; dell’acidità notevole e tuttavia naturalmente distribuita lungo il palato; di una salinità puntuale, infiltrante, riverberante.

Profondissimo, chiudeva la sua lunghissima arcata su echi ematici, minerali, speziati: di pepe bianco e nero, di noce moscata e cenni – forse – di cannella.

Vino che racconta, da ascoltare: un suono liquido, profondo, ma deciso e screziato, disegnato con perfette proporzioni, sì da scordare analisi tecniche e sentire solo il racconto della musica. Ecco: nella mia memoria di ascoltatore appassionato, l’orchestra di Toscanini, la V Sinfonia di Beethoven, la pregnanza di quel motto in levare.

Furono istanti di raccoglimento trasognato, su arrosto di faraona e piccione.

Scappalepre Toscana Rosato IGT 2017, Tenuta di Bibbiano, 14,5 gradi.

Scrivevo di questo Scappalepre l’estate dello scorso anno:

“… un vino di color rosa antico: tenue, luminoso, bellissimo. Ciò che più importa era buonissimo, difatti è finito in un attimo. Delicato, un profumo sfumato e nitido di rose, più sfumata ancora la ciliegia, erbe aromatiche, chiodo di garofano. È Sangiovese chiantigiano, un rosato delicato, agile, snello, fresco, che avrei detto perfetto da pesce. Lo è, ma oggi è stato perfetto anche su lasagne, verdure gratinate, coniglio arrosto con le stringhe in umido. Aggraziato, quindi, altro che delicato!”

Lo riassaggio oggi con estremo piacere, complice la tavola, la compagnia, la calura estiva; ed il tempo trascorso esige una riflessione ulteriore, perché lo ritrovo ancora più compiuto e integrato.

A tre anni dalla vendemmia, lo Scappalepre 2017 è in uno stato di perfezione sferica. Tutta la sua freschezza è vieppiù sviluppata tridimensionalmente, secondo una spazialità sinfonica: profumo, sapore, articolazione, con un’acidità vivida.

Stupefacente per la capacità di dissimulare forza e massa in un sorso gentile, pacato, di grazia stilnovista; secco e glicerico insieme, con un ritmo salino che l’innerva scandendolo maestoso.

Azienda chiantigiana storica, Bibbiano ha saputo rispettare la tradizione, introducendo tuttavia ragionate novità. Lo Scappalepre è una di queste: una sussurrata ode allo spessore del Sangiovese di Castellina.

(Luglio 2020)

Visioni di Montecucco

Anzitutto: chi non conosce o non ha bevuto i vini del Montecucco, si perde qualcosa di grande.

A spanne, parliamo di vini che vengono dalle pendici occidentali del Monte Amiata, in provincia di Grosseto, a sud della DOCG del Brunello di Montalcino, guadato l’Orcia (che si può oltrepassare, più prosaicamente, con comodi ponti).

Tre annate, tre cantine, tre vini, tre prospettive.

Montecucco Sangiovese 2015 Montenero, 14 gradi. Un vino affascinante, di rude potenza, ma che riesce naturalmente elegante per l’estrema compattezza del sorso: l’eleganza di un buttero dalla schiena dritta. Ha fiato potente, affumicato e boschivo, con polvere da sparo, lampone, ciliegia, amarena, arancia, viola, pepe, alloro, cannella. Corpo importante, con tannino potente, grintosissimo, forse appena un po’ verde. L’acidita è media, è salino, ma la@tensione è tutta nella maglia tannica. Fu calda e potente l’annata.

Basile Montecucco Sangiovese Cartacanta 2016, 14 gradi. Vino fresco, sul fiore, sul frutto, sulla cipria; di buona tensione, dal tannino educato, col finale molto ben bilanciato. Un vino rifinito e godibilssimo, che si giova dell’eccezionale annata 2016, potente e fresca, ma permane una sensazione di tecnicismo smaliziato, che filtra il territorio. L’arrotonda un 10% di Merlot.

Montecucco Rosso 2018 Campinuovi, 13,5 gradi. È il rosso “della casa”, il meno ambizioso, di questo produttore di Cinigiano, che confina con Basile. Sangiovese all’80%, 15% Cabernet Sauvignon, 5% Merlot. Nell’annata la Riserva di Sangiovese in purezza non fu prodotta. Il profumo è un’iride colorata di straordinaria ampiezza: forse non per tutti, con le aldeidi in evidenza, ma profuma di vecchia cantina, di lieviti, di ciliegia, fragola, susina, menta, alloro, sangue, caffè, uva sultanina, polvere pirica. Di corpo e di stoffa vellutata, ha sorso puro, sciolto, coerente, con tannino maturo e abbondante, carnoso; giusto di sale, caldo di alcol, acidità notevole. E ci sono il bosco e la resina, netti: la firma del Montecucco.

L’ultima immagine è uno squarcio di panorama da Cinigiano: un territorio di bellezza abbagliante.

Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2015, Tiezzi, 15 gradi.

Sarò senz’altro fuori moda, ma a me il Brunello piace berlo con parecchi anni sulle spalle. A dieci, quindici, vent’anni, nella maggior parte delle annate regala emozioni uniche, per profumo e senso tattile.

Tuttavia riconosco che un Brunello giovane offre altre soddisfazioni, non meno appaganti: frutto, tensione, energia, l’irruenza della giovinezza secondo uno spirito prepotentemente, elegantemente italiano e più ancora toscano.

Oggi ho desiderato fuggire la mia regola ed aprire questo Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” dell’azienda Tiezzi: annata 2015, l’ultima in commercio – climaticamente calda, secca, potenzialmente ricca.

Le uve vengono dal quadrante nord di Montalcino, da una zona piuttosto fresca, di media altitudine e sono lavorate secondo crismi tradizionali ed artiglianali: fermentazioni spontanee in tini di legno, affinamenti in botti grandi, nessuna filtrazione. Naturalezza che non abbisogna certificazioni, in vigna e cantina.

Alle spalle c’è il lavoro di una famiglia e del suo patriarca, Enzo Tiezzi, che oggi è, a ragione, memoria storica lucidissima della denominazione intera.

Ebbene, eccolo in tutto il suo vitale splendore: trasparente, rubino, lascia sul vetro lacrime irregolari, lente, fittissime.

Ha profumo ancora in divenire, molto etereo, oggi marcato dalla ciliegia matura, dal lampone, dai cereali, dalle erbe aromatiche; dopo qualche ora, col salire della sua temperatura, dal marzapane, dal burro di cacao, dalla noce moscata, dalla cannella, dal chiodo di garofano.

Il corpo è molto ampio, ma teso; dal tannino ruggente, però sostanzialmente fine; di salinità vivida, tuttavia avvolta di estratti; ed un alcol perfettamente bilanciato, malgrado i suoi 15 gradi; un’acidità solleticante, del tutto discreta; e una lunghezza adeguata.

Persino: si potrebbe definire fresco e boschivo, a dispetto della calura dell’annata.

Maestosità solenne, complessità pittorica, lo sappiamo, gli verranno col tempo.

Anche questa è la grandezza del Brunello di Montalcino di tradizione: giovane o vecchio, è sempre squisito, sta sempre bene a tavola, un sorso chiama l’altro.

Vino eroico nei parametri organolettici, ma che non richiede alcun sforzo per essere bevuto, brindando e festeggiando la vita.

Oggi, per noi, ottimo con un lesso squisito di vitellone di 24 mesi dell’azienda Romagnoli di Montaione, fornita dalla macelleria Falaschi di San Miniato – come dimostra la bottiglia: decisamente bevuta, non delibata.

Montevertine 2001, Az. Agr. Monteverine, 12,5 gradi.

Nell’estate del 2001 ero in servizio civile – mi ero trovato costretto ad interrompere momentaneamente gli studi, che portavo avanti con fatica.

Ero innamorato di una bella fanciulla – non ricambiato, o non ci capimmo.

Morì in quei giorni la mia amata nonna Gina.

Eppure, malgrado questi brutti ricordi, di quell’estate rammento il sole, come se la pioggia non fosse esistita. Sole, calore, luce: una vibrazione luminosa che investiva anche le notti.

Sarà che avevo solo 24 anni.

Quell’estate maturavano le uve di questo Montevertine – ed allora le colline di Radda non mi erano affatto familiari come oggi: mi orientavo appena nella vasta zona del Chianti Classico.

Nel 2001 c’erano a Montevertine Martino Manetti (e c’è tuttora), Bruno Bini e Giulio Gambelli (che ci hanno lasciato), i quali imperterriti portavano avanti un’idea di vino classico, proporzionato, riflessivo, trasparente nel colore e nell’anima, in un’epoca di vini scuri, pomposi, costruiti con la voglia di stupire ed ottundere.

Questi concetti mi erano allora ignoti: li avrei intesi solo molti anni dopo.

Nemmeno li conoscevo diversi anni dopo quando acquistai questa bottiglia, che stava impolverata e verticale sullo scaffale più alto di una piccola enoteca milanese, dalle parti di corso Buenos Aires: certamente avevo letto e ascoltato riscontri ottimo su questo vino, ma generici, cioè senza chiave interpretativa.

Qualcosa, nel tempo da allora trascorso, penso di averlo imparato: un po’ di nozioni e un po’ di esperienza.

Conosco oggi la strada per Radda, so dove si svolta per Montevertine; conosco quel cielo, quell’aria, ho odorato un pugno di quella terra; negli occhi ho disegnate quelle colline.

Quei nomi, che l’etichetta raccontava con trasparente umiltà e orgoglio, oggi so che posto occupano nella storia del vino mondiale.

Questo vino oggi ha 19 anni. L’avessi comprato in cantina, o comunque poco dopo L imbottigliamento, avrei avuto il polso fermo di attenderlo più a lungo; vista la cattiva conservazione subita durante i primi anni, mi son deciso ad aprirla, con adeguato anticipo.

Difatti il tappo è molto secco, tende a sfaldarsi: evito il peggio con cura e fortuna.

Non saprò mai come poteva essere questo Montevertine 2001, se ben conservato – altre bottiglie non ne ho.

Quel che leggo nel calice è un vino granato, con sfumature arancio e quasi dorate, di buona trasparenza, luminoso.

Il profumo è intenso e ritroso insieme, un continuo cangiare, con la stessa naturalezza delle nuvole mosse dal vento.

Si potrebbe analizzarlo freddamente, coi descrittori insegnanti dalle varie scuole, oppure applicando griglie tecniche standardizzate, ma se ne perderebbe l’essenza trasognata: c’è in lui un quid sfuggente, che la parola stenta a evocare.

Il motivo sta scritto in etichetta: un luogo e le persone. Nessuna griglia può racchiudere la vita.

Pertanto, anche se amo essere preciso ed metodologie condivise, mi arrendo. Sospinto dall’emozione, i freddi descrittori acquistano un significato nuovo e pulsante.

I fiori, le viole, sono proprio quelle viole, colte in un angolo e momento precisio: convivono nell’evocazione fresche e appassite.

La ciliegia è materica, ma ecco: un momento essa è acerba e fresca, poi matura, poi diviene conserva sotto spirito: il tempo relativizza in questo vino, la successione degli eventi oniricamente si confonde e parallelizza, come nel sinfonismo di Debussy.

C’è l’aria, c’è la pietra, c’è l’acqua dei torrenti; il bosco con le cortecce, i muschi, le castagne, i funghi, la terra; un quadro di prospettiva aerea, nel quale smagarsi.

Ci sono le erbe aromatiche, colte nelle diverse ore del giorno; così pure le spezie.

Perché questo è un vino che si muove, un vino che cammina; molti altri, pur grandi, stanno.

C’è il ferro e c’è il sangue: persino la violenza della vita qui è ricomposta in superiore armonia.

L’aldeide è un grido di rondine a sera.

Al sorso, seta: la tessitura di qualità impalpabile che ho trovato in tutti i vini di Giulio Gambelli: l’attaccare energico e delicatissimo insieme, come musica che nasca dal silenzio, ma decisa; l’apertura al centro bocca, come un rapace maestoso dispiega le ali, come la ninfea sboccia in una fonte.

Il corpo agile, il tannino autorevole, l’acidità vibrante, il sale della terra vivido.

Il gusto centrato, sferico, che armoniosamente degrada e svanisce, in un riverbero lunghissimo, indimenticabile, di inattingibile equilibrio, perfetto compagno di ogni tavola: col pollo alla cacciatora è stato oggi un dialogo d’amore.

Fosse scultura: il David di Donatello. Architettura: un chiostro brunelleschiano.

E poi, soprattutto, in lui si sente l’uva viva, schiacciata tra i denti quando pulsa ancora di vita, di sole, tutta succo, appena colta dalla pianta: mi ricordo quando mio nonno mi portava bimbetto sulle prode, coglieva un chicco maturo di sangiovese o di canaiolo – buccia tesa, polpa turgida – e me lo faceva assaggiare.

Con questo Montevertine ci si potrebbe perdere nel vago e nella poesia.

Forse, meglio tornare alle descrizioni asciutte che usavano un tempo.

Avrebbero scritto, magari: “Gran vino di stoffa e razza superiori, da uva sangiovese con quote minoritarie di canaiolo nero e colorino; profumato, armonico, secco e di corpo, da arrosti e umidi; guadagna con l’invecchiamento”.

E sarebbe stato migliore omaggio alla sua signorile misura.

Cercatoja Rosso 2004, Toscana IGT, Fattoria del Buonamico, 14 gradi.

Quasi nulla mi rattrista più che leggere certe vecchie pubblicazioni sul vino.

Non le grandi pagine di letteratura, ovviamente: Monelli, Soldati, molto Veronelli, a distanza di decenni ci restituiscono vividamente mondi scomparsi, come se li avessimo davanti: ne ravvivano colori, rumori e umori, li soffiano verso di noi come faville del maglio mosse dal vento: tale è la forza dell’arte.

Quando però l’impostazione è enciclopedica, catalogante, innanzi a tutti quei nomi caduti nell’oblio la malinconia si fa strada. Che ne è di quelle aziende, dei luoghi, dei vini? Certi Cru, più o meno celebri un tempo, oggi dimenticati, ridotti a bosco o, peggio, pompa di benzina? Mi pare di trovarmi innanzi alle lapidi dei vecchi al cimitero, perché intorno a quei nomi c’era tutto un mondo vivo, oggi scomparso.

Similmente mi è presa la malinconia ier l’altro, ascoltando un vecchio vinile con le canzoni di Odoardo Spadaro: in quell’accento risentivo la voce dei miei nonni e di tutti i parenti che lo circondavano quand’ero piccino; in quelle storie di povera gente, di contadini, di ortolani, di emigranti, di aie e di cappelli di paglia, rivedevo il loro mondo, quello che immaginavo attraverso i loro vividi racconti: era per me un passato remoto e affascinante.

Ora sono in quel “mezzo del cammino” che consente di giudicare il passato alla distanza, di percepirne le cesure col presente, di consegnare ad esso la memoria di un mondo che non è più.

Io so che quando vado a Chiesina rivedo la mia Valdinievole filtrata con gli occhi di quand’ero bambino; e che già allora vedevo, presumibilmente, filtrata con le lenti immaginifiche dei miei nonni. Non così è per mia moglie e meno ancora sarà, con mia pena, per mio figlio: loro la vedono com’è.

Quel mondo è passato: esiste solo nei miei ricordi.

Marcello il macellaio, il suo mallegato profumato e le salsicce buone come dolci; la focaccia cotta a legna, sapida e oleosa, della bottega quando era in piazza alla Chiesanuova; l’officina morchiosa di Leino a San Salvatore, che riparava biciclette e motorini; l’odore dei garofani colti da poco nel capannone, quando li ammazzettavano i miei zii e i miei cugini: tutte realtà dissolte, consegnate ai quei ricordi che sono tesoro e fardello di ogni essere umano.

Ahimè, la lista sarebbe assai lunga ed è sempre sgradevole paragonare lo ieri con l’oggi.

In essa, tuttavia, c’è anche la vecchia Fattoria del Buonamico di Montecarlo. Oggi si chiama Tenuta del Buonamico, ma è davvero altra cosa: non dico meglio o peggio, ma altra.

La Fattoria del Buonamico che ricordo io era un luogo di sapiente artigianalità. Un edificio essenziale, dall’intonaco rossiccio, dove l’accoglienza non esisteva come la intendiamo oggi, nel senso della ricezione turistica, ma era la semplice gentilezza delle persone che vi lavoravano.

Stava – e sta ancora, malgrado i mutamenti occorsi – su un poggio appena sotto Montecarlo, in Lucchesia, sul lato che digrada verso Capànnori, dal quale si godeva una bella vista sul borgo, sulla piana di Altopascio e Bientina, sul Monte Serra.

Intorno, colline morbide, particolarmente dolci di forme e vegetazione: quasi che la natura lì si conceda un momento di riposo dopo le balze appenniniche, prima di slanciarsi verso le tormentate coste, ridendo al sole viti, ulivi e fiori, che crescono spontanei in incredibile varietà e coloritura. Lì, sullo spiazzo prima del Buonamico salivo con la Vespa per vedere le stelle e di giugno, di luglio, c’erano sempre le lucciole. A due passi, il cru Cercatoia.

Credo l’azienda fosse nata nel dopoguerra, nel 1964, per rifornire di vino un ristorante a Torino, Al Gatto Nero: era abitudine dei ristoratori toscani approvvigionarsi nelle loro zone d’origine e chi di loro poteva acquistava terra con vigna e ulivi, in un’epoca di spopolamento delle campagne. Normalmente i ristoratori affidavano la fattoria a un uomo di fiducia, perché producesse vini onesti ma senza particolari pretese, adatti alla mescita come vino della casa. Quello, immagino, l’intendimento originario della Fattoria del Buonamico.

Poi qualcosa doveva essere intervenuto, perché i vini della Fattoria che conobbi io raccontavano piuttosto una spericolata fuga in avanti, un avanguardismo sperimentale affascinante e senza rete.

Vini da singolo vigneto, in purezza o con uvaggi arditi, eppure attentamente bilanciati, che parlavano una lingua tutta loro: erano, è vero, gli anni nei quali in Italia si scopriva la barrique e si diffondevano i vitigni internazionali; trovavano pure una solida base nella tradizione montecarlese, che i vitigni bordolesi, e più ancora rodaniani, li aveva già accolti in pieno ‘800; eppure esprimevano una individualità fortissima, dovuta, credo, all’estro e all’impegno di chi dirigeva la cantina: Vasco Grassi, che ebbi il piacere di conoscere al Buonamico quando ero poco più che un ragazzino ai suoi primi acquisti direttamente in cantina, con con i risparmi da studente universitario.

Fu in una di quelle occasioni che acquistai questo Cercatoja, credo una delle ultime bottiglie prima della nuova proprietà.

Rimase nella mia cantina toscana per anni, fino allo scorso gennaio, quando decisi di aprirla insieme a mia moglie. Eravamo da soli nella vecchia casa per un paio di giorni: una scappata, perché aspettavamo la nascita del nostro bimbo a breve e dicevo: “Almeno apriamo la casa, poi vedrai fino a Pasqua non riusciremo a scendere”. Non immaginavo la pandemia che avrebbe flagellato questo 2020 e che saremmo stati impossibilitati a muoverci ben oltre Pasqua.

Quando la presi dallo scaffale dove riposava distesa ero un po’ perplesso: nella mia esperienza – senz’altro limitata- i vini rossi di Montecarlo, anche ambiziosi, esprimono il loro meglio entro i dieci anni.

Questo Cercatoja andava per i sedici.

Sfilai il tappo: un sughero intero molto lungo, molto bello, in ottime condizioni.

E cominciò la magia.

Fu una danza di ore, evocazioni che si rincorrevano sotto i travi antichi e scuri della cucina, bagliori di memoria intrecciati a quelli del focolare acceso.

La tinta: granata, trasparente, luminosa, con vaghi ricordi rubino. Gocciole sul calice, fitte, regolari, rapide, persistenti.

Il profumo: di particolare intensità, ampiezza e finezza. Etereo e rarefatto all’apertura e dopo un congruo tempo, mi ricordava sorprendentemente certi Pinot Noir Villages o Premier Crus di Borgogna invecchiati: pelliccia, alchermes, ciliegia, lampone, prugna, mirtillo, peperone verde, cola, ruta, erbe verdi, liquirizia, ferro, sangue, iodio, noce moscata, pepe bianco.

Spiriti sospesi, iridescenti, sfumati.

Virava poi, dopo 12 ore, verso i vini del Rodano, cercando il paragone d’Oltralpe: il frutto difatti diventava più scuro, emergendo toni di pepe nero, e di cappero-acciuga, da crostino toscano.

Secco, lasciava la bocca piacevolmente asciutta.

Aveva corpo pieno e tannino di trama fitta, fine, maturo, croccante; forse appena un ricordo di legno d’affinamento nella sua grana.

L’acidità: media.

Era molto equilibrato, sul sale.

Nel finale lungo: un ricordo di farina di castagne.

Aveva tutta la scorrevolezza e facilità d’eloquio dei rossi di Montecarlo, ma c’era in lui qualcosa in più e di unico.

Figlio della sua era riguardo l’uso del legno d’affinamento, aveva però trovato negli anni di bottiglia un passo cadenzato, quasi antico per trasparenze e per l’equilibrata compostezza: “Gran vino da selvaggina di piuma, assai fine”, si sarebbe detto un tempo.

A Montecarlo non ho mai assaggiato un rosso pari a questo, colto allora nei suoi sedici anni; né produzioni successive a me note mi lasciano sperare per il futuro.

Qui il Sangiovese si sposava al Cabernet Sauvignon, al Merlot e al Syrah, nelle proporzioni: 40%, 30%, 20%, 10%. L’amai come amo il Sangiovese maggioritario o in purezza.

A trovarne una bottiglia ben conservata, amica o amico che mi leggi, bevilo un po’ fresco: sui sedici gradi.