Il climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe di Castellina in Chianti

ovvero, delle meravigliose individualità territoriali del Chianti Classico.

Il crinale del climat visto da Castellina.

Premessa: Il velo dissolto

Agosto 1996
Discussione in spiaggia, a Santa Maria di Leuca.


I grandi vini sono solo quelli monovarietali.

Ma come, allora il Chianti Classico?

Il Chianti Classico non è un grande vino.

Stai scherzando! Esistono decreti del 1700 che ne testimoniano la qualità.

Mio padre è un grande intenditore di vini: lui dice che i Borgogna sono i più grandi, perché nascono da una sola uva e senza tagli, così si sente bene il territorio.

Ma Bordeaux…

I Bordeaux non sono grandi come i Borgogna; e comunque anche lì i migliori nascono da Merlot in purezza.

Io so che il mio saccente interlocutore ha torto, ma non ho conoscenze adeguate per dimostrarlo. Però nasce in me un tarlo: tutto il mio interesse per il vino, i miei assaggi negli anni seguenti, le letture e gli studi, avranno sempre, in nuce, il desiderio di dimostrare la grandezza del territorio del Chianti Classico, prima, e del suo vitigno principe, poi: il Sangiovese. Quello il vino dei miei avi, della mia infanzia, del mio cuore.

Febbraio 2009
Piove a dirotto. Nella luce pomeridiana, che già perde intensità, le nubi grasse e pesanti sembrano ancora più basse, avvolgendoci da ogni lato. L’auto arranca nel fango di una strada sterrata, sul crinale di una collina, risalendo da Poggibonsi verso Castellina. Tutt’intorno, colline, macchie e vigneti, che si intuiscono nella foschia. Destinazione: Tenuta di Bibbiano.
Eravamo partiti alla ricerca del Sangiovese autentico, dopo anni di assaggi deludenti, e finalmente mi sembra di essere giunto nel cuore del Chianti cosiddetto Classico.

Avrei scoperto più tardi che così non era: perché, semplicemente, il Chianti Classico ha molti cuori.

Autunno 2010
Cena da amici. L’argomento cade sul vino. Tra alcuni commensali toscani, conosciuti quella sera, e me, toscano d’origini, la discussione si accende intorno al vino “Chianti”. Io sostengo che i Chianti non sono assolutamente tutti uguali, causa i variegatissimi territori d’origine (il Classico e le altre più o meno celebri zone, dalla nordica Rùfina ai meridionali Colli Senesi) e perché il disciplinare lascia ampi margini ai produttori di definire uno stile aziendale; loro, che “Chianti” è comunque un tipo di vino ben definito e che, pertanto, qualunque sia il Chianti, la differenza sarà minima.

Che quei toscani non capiscano un concetto per me chiarissimo mi infuria: quel malinteso, ritengo, danneggia profondamente la percezione qualitativa di tutto il vino toscano. Gli animi si scaldano assai e chiudiamo la discussione solo per rispetto alla padrona di casa, in un silenzio gelido. Comincio a sognare l’organizzazione di una serata dove percorrere, assaggiando, tutti i territori toscani che producono un vino chiamato “Chianti”. Non riuscirò mai ad organizzarla, ma la dimostrazione che “I Chianti non sono tutti uguali” diventerà insieme un campo d’inchiesta, un gioco, una passione, destinata a precisarsi, e completarsi, in una personale indagine sul Sangiovese.

Dicembre 2020
” Ormai sei un esperto del terroir, a quando una disamina del climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe?”. Non mi sento affatto un esperto, anzi, so bene che ci sono persone molto più qualificate di me per trattare l’argomento; ma la sfida mi affascina: è un debito verso il vino ed il territorio che è stato il mio primo amore, il completamento ideale di una fascinazione iniziata molti anni prima, lungo quella strada sterrata che tocca, gioielli di una stessa corona, le aziende Fattoria di Rodàno, Tenuta di Bibbiano, Tenuta di Lilliano, Rocca delle Macìe.

La via di crinale, da ovest.

Capitolo I – Quel pasticciaccio brutto: il nome Chianti.

…terra di rubini, dei grappoli accesi e sospesi, i quali, ai primi caldi, avviano a picchiolettarsi di violetto, poi via via che la calura aumenta, trovano tòni vivi e cangianti dal più bel nero al pavonazzo tenero e vellutato, dal biondo miele al chiaro filogranato, dal cesio indaco al roseo pallido dei mattini. Sono i colori delle notti chiantigiane, profonde e mute dentro le quali il volto virile e tenace di un paese che dalla pietra trae nutrimento e vigore, con tranquillità, si specchia“.
Idilio Dell’Era, La mia Toscana.

E’ uno tra i paesaggi più belli del mondo ed anche uno tra i più fraintesi: l’armonia che esprime è frutto di tormentate vicende millenarie, un’impressionante stratificazione geologica e storica. Inoltre, è forse il caso più macroscopico di scollamento legislativo tra il territorio ed il vino che ne porta il nome.

Paesaggio chiantigiano da Macìe

Taluni sostengono che Chianti derivi da clangor: in latino, il suono delle buccine usate durante le cacce, alle quali ben si prestavano i boschi locali. Più probabile l’origine dai gentilizi etruschi Ciante (pronuncia: Kiante), oppure Clante, Clanti. La presenza etrusca è attestata da siti archeologici a Castellina, Gaiole, Radda e nella toponomastica: Avane, Avevano, Rosennano, Nusenna, Starda, Vercenni, ad esempio.
L’ipotesi di alcuni storici che l’origine della parola Chianti vada individuata nel nome etrusco del torrente Massellone, rafforza l’idea: similmente, il torrente Cecina è legato all’omonima famiglia etrusca ed alla località presso la costa livornese; come pure Era (da Herial) ed Elsa (da HelzniHelzunia) sono idronimi legati a nomi personali o familiari etruschi, dai quali discendono la Val d’Era, in provincia di Pisa, e la Val d’Elsa, tra le province di Siena e Firenze.
Peraltro, almeno fino alla seconda metà del XIII secolo il territorio chiantigiano era genericamente indicato, negli atti, come Castiglione: si direbbe che Castellina, derivazione dal più antico toponimo, avesse allora un ruolo preminente, accentrandosi tutto il territorio in una metonimia toponimastica. La presenza in località Montecalvario, appena fuori dell’odierno abitato, di un’imponente tomba a tumulo etrusca dal diametro di 53 metri, risalente al VII-VI secolo a.C., riallaccerebbe la centralità del ruolo di Castellina ad epoche assai più antiche di quella medievale.

Il cassero della Rocca di Castellina: ospita il Museo Archeologico del Chianti Senese.

Nemmeno è chiaro, in realtà, quale territorio originariamente venisse indicato con Chianti, sebbene alcuni elementi suggeriscano che fosse sovrapponibile con il quadrante centro-meridionale dell’attuale denominazione Chianti Classico; né la storia ha stabiliti univocamente i suoi confini.
Se il limite orientale corrisponde al crinale che separa i monti chiantigiani dal Valdarno, i confini settentrionali, occidentali e meridionali sono più labili, perché nessuna formazione naturale riesce a delimitarli adeguatamente, nonostante qualcuno abbia voluto individuarli nel corso del fiume Greve a nord, ai fiumi Pesa e Elsa ad ovest, alle sorgenti dei fiumi Ombrone e Arbia a sud.

Ci si potrebbe riferire al cosiddetto Chianti Storico, ovvero i territori costituenti la Lega del Chianti documentata dal 1306: cioè, i Terzi di Castellina, Gaiole e Radda, escludendo quindi ampie ed importanti aree oggi comprese nella denominazione; ma gli attuali confini comunali non coincidono certo con quelli degli antichi Terzi, né questi combaciano necessariamente con la più antica – e tenace – divisione in Pievi e Vicariati: il Vicariato di San Donato in Poggio e del Chianti è attestato almeno dal 1260.
Evidenze documentali dimostrano che, già nel XVI-XVII secolo, Greve era considerata la porta del Chianti giungendo da settentrione, ossia da Firenze, ed i pregiati vini delle alture della Valle della Greve (Rùffoli, Càsole, Làmole, Panzàno) erano considerati chiantigiani.
Viceversa, per i Senesi, da meridione, il Chianti cominciava appena a nord delle mura cittadine, all’incirca a Ponte a Bozzone, sovrapponendosi in parte al territorio detto della Berardenga (dal conte Berardo, figlio di Wuinigi, che qui dominava la contea della Berardenga nel X secolo).

Per una prima delimitazione ufficiale bisogna giungere al decreto granducale del 24 settembre del 1716 , che menziona limiti geografici chiari, ma non chiarissimi, per proteggere l’origine dei vini commerciati sotto il nome di Chianti; lasciando però il dubbio che la più generosa estensione dei confini a settentrione ( “Dallo Spedaluzzo, fino a Greve; di lì a Panzano, con tutta la Potesteria di Radda, che contiene tre Terzi, cioè Radda, Gajole, e Castellina, arrivando fino al confine dello stato di Siena.“) fosse stata accordata per favorire l’aristocrazia fiorentina a scapito della senese.

Il bando, veramente, non fu risolutivo, se il Repetti nel suo celebre Dizionario Geografico Fisico Storio della Toscana del 1833, commentava: “Niuno scrittore, né alcun dicastero governativo, ha indicato finora quali fossero i limiti e l’estensione della provincia del Chianti“.

Riproduzione del bando granducale.

La questione, intanto, diventava sempre più scottante, non per amor di geografia, ma per gli interessi in gioco, legati ormai al raggiunto successo del vino cosiddetto “Chianti”: perché ad un certo punto, Chianti era diventato un “vino tipico”, come definito dalla legge Marescalchi (la 497 del 7 marzo 1924): ossia “Chianti” stava per vino prodotto all’uso di quello del territorio Chianti; cioè, “Chianti” era diventato un marchio, che si era svincolato, per dinamiche eminentemente commerciali, dal territorio di origine. I centri di smercio di questo vino cosiddetto “Chianti” erano esterni a quello che oggi individuiamo come Chianti Classico, prossimi a linee stradali, fluviali, ferroviarie, con comodo accesso a colline morbide, più facilmente lavorabili dei duri, isolati, silvestri monti del Chianti: Poggibonsi, Pontassieve, Empoli, Sesto Fiorentino…

Finalmente, con il lavoro della Commissione Fornaciari e il susseguente decreto governativo del 1932, si giunse a delimitare e distinguere l’ampia area di produzione del vino Chianti (con relative sei sottozone) da quella del Chianti Classico, integrando indagini geologiche, storiche, ampeleografiche, climatiche, enologiche, sociologiche, economiche.

Si ricomprese, per il Chianti Classico, tutto il territorio dei comuni di: Castellina, Radda, Gaiole, Greve, che aggiungono “in Chianti” al loro nome; parzialmente il territorio dei comuni San Casciano Val di Pesa, Poggibonsi, Castelnuovo Berardenga, Barberino Val d’Elsa, Tavarnelle (questi ultimi fusi in Barberino Tavarnelle dal 2020).

Discutibile che sia questa individuazione territoriale, esiste dal 1932, traghettando a seguito di stratificazioni storiche una cultura vitivinicola millenaria nell’era della modernità. Per l’estrema rilevanza di questo dato, ritengo che si debba, ormai, convenientemente tenerla valida e non discutere oltre sui suoi confini.

Capitolo II – Uno, nessuno, centomila: il territorio del Chianti Classico e l’esigenza di Unità Geografiche Aggiuntive.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: il nome di un vino non è mai completo se non con l’aggiunta, per le qualità più comuni, del cognome della zona e, per le qualità più pregiate, anche del “predicato del podere”. Per le qualità eccelse, infine, è necessario anche menzionare il sottopredicato della vigna, di quel particolare angolo del podere dove sono state raccolte le uve.” Mario Soldati, Vino al vino.

Il territorio che ricade sotto la singola denominazione Chianti Classico conta 7.000 ettari vitati registrati nella DOCG, e circa 3.000 registrati a IGT. Questi 10.000 ettari totali, dei quali, secondo una stima conservativa, il 50% è coltivato a sangiovese, sono distribuiti su una superficie di 71.800 ettari (ovvero 718 chilometri quadrati), dei quali 30.400 in provincia di Firenze e 41.400 in quella di Siena.

Per riferimento, la regione vinicola di Bordeaux consta di 113.000 ettari vitati, per una sessantina di denominazioni. Il territorio risulta nell’insieme più omogeneo del Chianti Classico: se, in particolare, si considera la sola zona del Medòc, essa consta di 8 denominazioni, per 10.600 ettari vitati, distribuiti su 600 chilometri quadrati compresi tra l’Oceano Atlantico e la riva sinistra della Gironda, con terreno prettamente pianeggiante e quote circa dal livello del mare, fino a un massimo di 30 metri.

La Cote d’Or borgognona, d’altra parte, consta di 9.445 ettari, dei quali 8.500 sono coltivati a pinot nero, distribuiti su un’area pari forse a un quinto del Chianti Classico; ma comprende oltre 80 AOC (l’equivalente delle nostre DOC/DOCG) e ulteriori menzioni geografiche aggiuntive, quindi più del 20% di tutte le AOC francesi. Eppure, grossolanamente, la regione è molto più omogenea del Chianti Classico, per esposizioni ed altimetrie, svolgendosi sul versante orientale di un unico massiccio lungo più di 60 chilometri, disposto in asse nord-sud; benché le differenze in latitudine, la complessità geologica, nonché fattori storici, sociali ed economici, abbiano generato e giustificato tale capillare suddivisione.

L’orografia del Chianti Classico, collinare e montuosa, è invece estremamente frammentaria e irregolare, labirintica a confronto: benché genericamente rubricabile ad altopiano, esposizioni, altitudini, formazioni geologiche, sono le più varie e tormentate: la sua chiave di lettura è la discontinuità.

Le altimetrie dei vigneti (esclusi da disciplinare di produzione quelli “situati in terreni umidi, su fondi valle”) variano da circa 250 metri sul livello del mare fino al massimo consentito di 700 metri. La quota più alta del comprensorio è il Monte San Michele, coi suoi 893 metri, nel comune di Greve, al confine con Radda. Le pendenze variano da morbidissime (i dolci “colli per vendemmia festanti” di foscoliana memoria) a estremamente ripide, richiedendo terrazzamenti o a ciglioni, o con muretti a secco nelle zone più impervie, non dissimili a quelli di aree celebrate per la loro viticultura eroica, sebbene dal dopoguerra siano stati in quantità abbandonati o distrutti. Oltre alla vite, il bosco è preminente, specie alle quote più elevate; scendendo si trovano altre colture, compresi l’olivo e i cereali.

Ciglioni sotto Castellina, versante Val D’Elsa.
Resti di terrazzamenti murati a secco tra Greve e Panzano.
Resti di terrazzamenti murati sotto l’abitato di Castellina.

I valori pluviometrici, con medie annue registrate nel periodo tra il 1951 ed il 1980, vedono all’interno dell’areale un minimo di 778 mm ed un massimo di 1.083 mm: 305 mm sono una differenza notevolissima nello spazio di pochi chilometri in linea d’aria, dovuta appunto all’effetto combinato della variabile disposizione dei versanti e dell’interazione locale dei venti. Per confronto, la piovosità media annua a Manduria (fonte: il disciplinare di produzione del Primitivo) è 650 mm, a Barolo è 1.127 millimetri: la differenza è 477 mm. L’influenza marina in Chianti Classico varia da sensibile a nulla. Variabilissime anche la disponibilità di luce, umidità, temperatura, in funzione di esposizione, altitudine, latitudine, vegetazione circostante, suolo, e persino della vicinanza ai numerosi corsi d’acqua a carattere torrentizio.

L’epoca di vendemmia, in conseguenza di questi ed altri fattori (taluni di origine squisitamente umana, quali la disposizione della vigna, il sesto d’impianto, il sistema di allevamento, il portainnesto) si colloca tra l’inizio di settembre e l’inizio di ottobre. In passato, essa si spingeva tipicamente fino alla seconda e terza settimana d’ottobre, ma i cambiamenti climatici (complici, forse, le recenti tecniche agronomiche) hanno modificato il fotoperiodo, anticipando anche la germogliazione ed esponendo le viti al rischio, un tempo rarissimo, di gelate, più o meno severe secondo le zone, come la grandine e la siccità: la prima, ad esempio, colpisce maggiormente le vigne in quota, benché non manchino areali specificatamente soggetti anche alle medie e basse altitudini (ad esempio, Fonterutoli); la seconda è più temibile a quote ridotte o laddove il suolo sia molto drenante, ad esempio prevalentemente sabbioso.

Già questi dati evidenziano quale omologante limite ponga ricondurre tutti i vini del Chianti Classico sotto un’unica denominazione, fossero anche – e non lo sono – da monovitigno come in Côte d’Or: cioè, la diluizione della loro identità sensoriale, riconducendola ad un tipo precostituito tramite opportuni interventi agronomici ed enologici, riferendosi appunto al concetto di “vino tipico” della legge Marescalchi; oppure, semplicemente, non comunicandone adeguatamente le diversità, rinunciando alla loro valorizzazione.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: Castelnuovo Berardenga, Radda, San Donato in Poggio, Gaiole.

In realtà specificare dettagliatamente l’origine del vino è un approccio vincente sia nell’ottica di offrire al consumatore la massima trasparenza, sia da un punto di vista del posizionamento
sul mercato. E’ una regola di marketing semplice, ma accettata e valida in ogni settore, che il prodotto di grandi volumi e piccolo margine unitario richieda standardizzazione e una proposta comunicativa generalista; viceversa, il prodotto ad alto margine richiede differenziazione e quindi una proposta comunicativa di nicchia. Perciò, la complessità di un sistema di unità geografiche aggiuntive non spaventerà né l’appassionato disposto a spendere più del consumatore medio per avere “il vino che proviene solo da quell’unico luogo”, né chi, desiderando una tantum l’acquisto prestigioso, si farà consigliare da chi è più competente. La Cote d’or, in questo senso, è un perfetto case study, perché, con le sue 80 denominazioni e 247 climat riconosciuti dall’UNESCO crea ricchezza per i vignaioli e genera un importantissimo indotto sul mercato del vino internazionale. Né bisogna temere la nascita di una scala di valori, almeno sul breve periodo: a Bordeaux e in Borgogna sono stati necessari secoli e chiare volontà politiche per realizzarla. L’unico risultato, in Chianti Classico, potrebbe – potrà – dunque essere una benefica esaltazione del genius loci.

Tuttavia, un approccio non esclude l’altro ed il Chianti Classico ha le risorse per supportarli entrambi, contemporaneamente.

Effettivamente, ad un’analisi dettagliata del territorio, che comprenda gli aspetti geomorfologici e climatici, risulta quasi più difficile identificare l’unità del Chianti Classico che evidenziarne le differenze interne.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: San Donato in Poggio, Radda, Castellina, Gaiole da Radda.

Quali sono, dunque, gli elementi unificanti del Chianti Classico?

Secondo l’agronomo Ruggero Mazzilli, pur nell’estrema complessità geologica (una medesima vigna può contenere al suo interno matrici molto dissimili), i suoli del Chianti Classico convergono verso una relativa uniformità chimica. Piuttosto, sono i parametri idrici, legati alla tessitura del suolo, ad avere una maggiore influenza: ritenzione e cessione idrica; ed, in tal senso, suggerisce la divisione del Chianti Classico in tre fasce altimetriche (280 m – 350 m, 350 m – 450 m, oltre 450 m), perché la tessitura del suolo varia con l’altitudine, che influenza a sua volta la temperatura atmosferica media. Inoltre, risulta assai determinante la fertilità microbiologica, fortemente influenzata dalla condotta delle colture, quindi dall’attività umana.

Parcella calcarea nella fascia alta di Castellina.

Sicuramente, pur accettandone le differenze, l’area del Chianti Classico ha una collocazione interna -non costiera, né a ridosso dell’Appennino – tra determinate coordinate di latitudine e longitudine.

Ritengo però che altri elementi fondanti dell’unità chiantigiana debbano individuarsi nel dato storico, sociale, gustativo, in una commistione di valori esclusivamente naturali (per così dire: lo spartito) e di umano “saper fare” (l’interpretazione).

Il dato storico ci porta indietro nelle nebbie del tempo, a seguire un filo rosso ipotetico, ma suggestivo, che unisca la viticoltura antica all’attuale, alla ricerca di quel vino che, definito “ad uso del Chianti”, venne poi imitato – appunto in termini di “saper fare” – da altre zone toscane.

Emerge dai documenti antichi, in maniera convergente e incontrovertibile (includendo testimonianze artistiche del Martini, del Lorenzetti, del Redi, e trattati come il cinquecentesco “Sopra l’agricoltura” di Girolamo da Firenzuola), che le viti, sulle alture del Chianti, siano state da tempo immemorabile allevate basse: ad alberello ed, in seguito, in altre forme quali il capovolto toscano.

Viti ad alberello su terrazze, a Lamole.

Un’eccezione notevole, questa, nel contesto toscano e, in generale, dell’Italia centrale, dove l’eredità etrusca aveva lasciato la predilezione per le forme alte, ad alberata, maritate a tutori vivi.
Inoltre, un’ipotesi attendibile sull’origine del nome Sangiovese, è la derivazione dai termini etruschi Thana-chvil (offerta votiva), o tbcms-zusleva (offerta di chi compie un rito), o thezin-eis (offerta al dio) o sani-sva (padre, antenato, quindi traslando, offerta per i padri), tutti legati ai concetto di libagione sacra: il sangiovese in purezza, tipicamente color rubino, trasparente, richiamava naturalmente il sangue senza bisogno di allungarlo con l’acqua, come invece era necessario con i vini di molti altri vitigni antichi, più colorati.

Vecchie viti in Chianti.

Quindi, questi due elementi, l’uno agronomico, l’altro ampeleografico, si sarebbero in qualche modo conservati nei secoli, divenendo identitari: di vigne storiche ad alberello rimangono tutt’oggi vive testimonianze a Làmole; il sangiovese, pur con alterne fortune, è rimasto radicato, fino ad ottenere il ruolo preminente nella celebre formula del Barone Bettino Ricasoli, il quale rimarcava che, dopo anni di studi con vitigni stranieri, si era risolto a privilegiare quei vitigni tradizionalmente favoriti dai contadini locali.

Tra gli elementi sociali, è caratteristica l’organizzazione in fattorie e poderi, rimasta pressoché intatta sino alla fine della mezzadria, nel 1964, e perpetuatasi, più solidamente rispetto ad altre zone toscane, nelle grandi Tenute moderne, che non escludono, in verità, la benvenuta presenza di realtà più piccole, di nuova creazione o discendenti da antiche unità poderali, resesi autonome. Questa impostazione crea naturalmente un doppio livello di lettura, rinvenibile già negli scritti del Barone Ricasoli circa la sua attività a Brolio: il vino di fattoria e quello che oggi chiameremmo Cru. Nondimeno, la presenza storica dei vinattieri, ha creato e crea una dialettica tensione interna: rischio e opportunità insieme.

Vigna presso un’antica casa chiantigiana.

Infine, le evidenze gustative. Analizzare il dato gustativo è rischioso, perché richiede capacità, esperienza ed accesso ad una quantità di campioni non manipolati da tecniche di cantina interventiste, possibile solo ad un professionista nell’arco di una lunga carriera; meglio, laddove una genia di professionisti crei nel tempo una cultura condivisa. Inoltre, si corre il rischio, nuovamente, di scivolare in quel concetto insidioso di vino tipico, per definizione uniforme e ripetibile all’infuori del territorio di elezione, che tanto danno porta al Chianti Classico (e, lo vedremo in seguito, anche ad altri territori che imbottigliano sotto il nome di Chianti).

Proverò tuttavia, fidandomi del mio gusto e della mia piccola esperienza, nonché, di quanto la letteratura ha proposto nei decenni, soprattutto fino ai primissimi Anni Ottanta, quando mercato e moda hanno cominciato a imporre una deriva che spesso ha reso meno leggibile il territorio, inteso come insieme di valori geografici e tradizionali nel bicchiere.

E’ forse inattuale, ma meravigliosa, la descrizione che del Chianti Classico forniva Giovanni Righi Parenti nel 1977: “Un vino che lega senza età, buono fresco, frizzante di fresca spremitura, ottimo di mezza età; sublime maturo di anni, quando il tempo gli ha fatto perdere la giovanile durezza e si concede, allora maturo, con tutta la sua forza e prestanza, ricco di tutti i preziosi aromi che le stagioni hanno fatto decantare rendendolo ineguagliabile. Un vino che ha tali e preziose caratteristiche un buongustaio lo potrà adattare, solo modulandone le annate, su ogni cibo, anche se questo potrà sembrare eccessivo. Non altrimenti, ribatto allora io, avviene per lo Champagne…Quello che può essere per lo Champagne può avvenire per il Chianti, sempre, ben s’intende con le debite riserve“.
Questo è ciò che ancora oggi si vorrebbe trovare in un bicchiere di Chianti Classico (Annata, Riserva e Gran Selezione) e che, talvolta, si stenta.

Tuttavia si può affermare che, rispetto a vini di pari potenza e struttura, Sangiovese prevalente, provenienti da zone vinicole poco distanti o confinanti, i Chianti Classico riescono più eleganti e più freschi, sia per profumi che per sapidità e acidità: seppur combinate in diverse proporzioni, garantiscono sempre un’appagante tensione. Inoltre, la qualità della trama tannica, più o meno orgogliosa nelle varie aree del comprensorio, è sempre sostanzialmente fine, anche quando quantitativamente importante: altri buonissimi vini fondati sul Sangiovese, di corpo e struttura paragonabili, che nascono poco oltre i confini del Chianti Classico – ad esempio nel quadrante meridionale della Berardenga, verso le Crete Senesi, o sulle porzioni argillose del comune di San Gimignano (le sabbie tradizionalmente riservate alla Vernaccia) – possiedono una qualità tannica diversa e il loro fascino è più seducentemente terragno. Non si immagini, certo, subitanea la variazione del carattere dei vini alla linea di confine della denominazione: è piuttosto una tendenza che, di sfumatura in sfumatura, già dall’interno della denominazione, l’allontana dai caratteri ideali.

In definitiva, si può e si deve guardare al Chianti Classico come al Giudizio Universale di Michelangelo, non come al suo David: il David è una figura a tutto tondo, che può essere vista da diverse prospettive ed apprezzata nei suoi molteplici dettagli (questo potrebbe essere il caso, ad esempio, di Montalcino); il Giudizio Universale, invece, può essere sicuramente apprezzato in un unico colpo d’occhio, ma è composto da innumerevoli figure, ciascuna con una propria espressione; e l’insieme è superiore alla somma delle singole parti.

Capitolo III – La bella estate: individuare climat in Chianti Classico e la recente ufficializzazione delle Unità Geografiche Aggiuntive.

Great wine has provenance, it comes from a precise location, and one, which gives it its unique character. This uniqueness exactly what gets the wine lover excited.“. Walter Speller

Chiarita l’esigenza di individuare unità geografiche in Chianti Classico – o, adattando un termine francese, climat – , si apre una questione scottante: quali, e con quale metodologia?

Una risposta univoca è difficile. Si è detto – nel capitolo II – della divisione per fasce altimetriche, ma risulta troppo generale per essere esaustiva. Si possono individuare macrozone geologiche, ma, ancora, quest’operazione non tiene conto di peculiarità microclimatiche, né di diversità interne alla stessa vigna: nei 240 ettari vitati della sola tenuta di Brolio, ad esempio, sono stati mappati 19 suoli. Alternativamente, è stata proposta una divisione secondo gli attuali confini comunali, indubbiamente pratica, ma i territori sono molto estesi e differenziati, ed esistono frazioni già ampiamente riconosciute per la loro individualità: esempio, a Greve: Panzano, Càsole, Làmole, Rùffoli, Lucolena. Tuttavia, nemmeno questo livello è appropriato, a mio avviso: si potrebbe eccepire che, a Panzano, le vigne della cosiddetta Conca d’oro sono altra cosa rispetto a quelle che guardano a Montefioralle, sull’altro versante. Esistono esempi simili nel territorio di Radda, di Gaiole, di Castellina…

In realtà, nessuna soluzione basata su un criterio univoco rigidamente applicato è pienamente soddisfacente, perché -vedremo- l’individuazione di un climat è sostanzialmente una creazione umana ed una convenzione: sono l’uso e la stratificazione storica, ivi comprese le spinte socio-economiche, a crearla.

Ritengo però che l’individuazione di unità geografiche debba dettagliare fino ad aree ragionevolmente piccole, dove siano rinvenibili caratteri uniformi nei vini.

Questa sembra essere la strada intrapresa – finalmente! – dal Consorzio del Chianti Classico, che il 16 giugno 2021, mentre questa mia piccola analisi era in gestazione, ha approvato la possibilità di riportare in etichetta una di undici Unità Geografiche Aggiuntive. Esse sono: Castellina, Castelnuovo Berardenga, Gaiole, Greve, Lamole, Montefioralle, Panzano, Radda, San Casciano, San Donato in Poggio, Vagliagli. Al momento, la possibilità di menzionare le UGA è riservata alla Gran Selezione, il teorico vertice della piramide qualitativa dei vini del Chianti Classico, ma il Presidente del Consorzio, Giovanni Manetti, assicura la futura estensione delle UGA alle tipologie Annata e Riserva, nonché la futura valutazione di altre aree per normare ulteriori UGA.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: Làmole, Gaiole (Badia a Coltibuono), Greve, San Casciano.

Cito Armando Castagno, un profondo conoscitore del Chianti Classico, che così commentava il giorno stesso la notizia: “è il timido ma importante inizio di un itinerario che può andare solo nel senso dell’analisi minuziosa e della comunicazione del territorio.” Per esemplificare il suo pensiero, Castagno aggiungeva: “E magari un giorno avremo in etichetta anche – esempi buttati lì- Brolio, Malpensata, Quarcegrossa, Réncine, Lilliano, Vertine, Grignano, La Piazza, Albola, Véscine, Sélvole, e via andare“. Nella sua sinteticità, questa lista è già la traccia per una trattazione integrale dei climat del Chianti Classico.

Giustamente con l’avvento di queste UGA si parla poco di zonazione, perché tale termine è spesso ricondotto a parametri puramente analitici (analisi dei suoli, delle precipitazioni, del fotoperiodo, eccetera) oppure a classifiche di merito. Viceversa, per comprendere il nucleo della questione relativa alle unità territoriali, ritengo sia meglio ritornare all’origine del concetto di climat borgognone, tanto alla sua etimologia, quanto alla sua natura storica, e di esso mi avvarrei con opportuni adattamenti.

I climat borgognoni sono stati definiti ufficialmente dall’UNESCO, così: “les climat son des parcelles de vignes précisément délimitées (…). Elles se distinguent les unes des autres par leurs conditions naturelles spécifiques (géologie, exposition, cépage…) qui on été faconnées per le travail humain, et l’expérience accumulée du savoir-fair vigneron constitué sur près de deux millénaires, et peu à peu identifiées par rapport au vin qu’elles produisent.“.

La definizione chiarisce alcuni concetti fondamentali: la nascita dei climat o, meglio, invenzione, è dovuta non solo a fattori naturali, ma anche al lavoro ed alle conoscenze dell’uomo; il processo della loro individuazione è molto lungo e graduale (“peu à peu“); sono strettamente collegati al vino che vi si produce, secondo quella tecnica che oggi chiameremmo degustazione geosensoriale, ovvero la specialità nella quale eccellevano (ed eccelgono) i cosiddetti palatisti, professionisti in grado di riconoscere all’assaggio l’origine di un vino. Famosi, in Chianti Classico, furono Giulio Straccali e Giulio Gambelli.

Sebbene i primi vigneti chiusi da mura (clos) borgognoni risalgano all’epoca medievale, il sistema attuale dei climat si delineò tra il XVIII e il XIX secolo, quando, appunto, si diffuse la consapevolezza che un vino proveniente da un certo luogo possedeva un gusto grato, certo variabile secondo il millesimo, ma con alcuni tratti costanti di anno in anno: l’impronta di un climat superiore all’andamento di ogni vendemmia ed alla mano del vinificatore. Questa fu forse inizialmente l’intuizione di qualche negotiànt che mirava a più redditizie vendite, ma fu presto condivisa ed accettata da tutta quella parte della società borgognona che viveva intorno al vino, commercianti e vignaioli, perché ciascun attore seppe rinvenirvi un vantaggio. Pertanto in Borgogna la discussione scientifica, basata su parametri analitici, supporta ciò che le generazioni precedenti avevano empiricamente scoperto.

Strade chiantigiane.

Dunque, volendo trasporre questi concetti nel territorio del Chianti Classico, bisogna concludere che l’affinità dei vini all’assaggio, vendemmia dopo vendemmia, dovrebbe costituire il minimo comun denominatore per l’individuazione di un climat.

Poi, l’individuazione di condizioni naturali specifiche. Si sono discusse nel Capitolo II la complessità e variabilità geologica del Chianti Classico: scoraggianti. Eppure, secondo diverse testimonianze, in Chianti Classico il fattore termico e l’illuminazione contano più del suolo, che, a sua volta, vede l’importanza della tessitura, funzione dell’altitudine, più importante della composizione chimica. Considerando questi aspetti è intuitivo riallacciarsi all’etimo di climat, che è il medesimo di clima. Soprattutto, bisognerebbe valutare l’andamento climatico tipico nell’ultima fase, quella della maturazione dell’uva, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, perché marca maggiormente le caratteristiche organolettiche del vino.

Infine, il lavoro umano, il saper fare, la conoscenza accresciuta di generazione in generazione.

Qui ci proponiamo di analizzare il climat composto dalle aziende Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macìe, verificando se soddisfa le tre condizioni della definizione UNESCO adattata alla realtà del Chianti Classico, ovvero:

  • affinità dei vini alla degustazione, vendemmia dopo vendemmia;
  • condizioni naturali specifiche, riferite in particolare a: fattore termico, illuminazione, esposizione, altitudine.
  • fattore umano, inteso come insieme evenienze storiche, di conoscenze e di scelte agronomiche ed enologiche, nonché, in senso lato, di influsso sul territorio e di struttura sociale.

Proprio perché non ancora sancito da alcuna norma italiana, nel seguito della trattazione si parlerà di climat, non di UGA, e lo indicheremo, per comodità, con la sigla RBLM.

Capitolo IV – Narciso e Boccadoro: Castellina in Chianti ed il climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe (RBLM).

«Non è il nostro compito quello d’avvicinarci, così come non s’avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.» Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro.

ll comune di Castellina in Chianti è stato brillantemente definito “baricentro e sintesi” del Chianti Classico, perché, quasi in un gioco di scatole cinesi, compendia nel suo microcosmo di 100 chilometri quadrati – un settimo dell’intera denominazione- tutti gli elementi e i contrasti che la rendono – insieme- unica, varia, affascinante.

Castellina dalla terrazza sul tetto della cantina di Bibbiano.

Qui, l’altura rocciosa, severa e boschiva, coperte di aghifoglie, a breve distanza s’ammansa in colline morbide come fianchi femminili, gravidi di colture; qui, come sole e luna, convivono vini freschi, nervosi, con altri maestosi, generosi o austeri; come mare e terra, grandi tenute affiancano realtà più piccole, fino alla dimensione familiare.

Un territorio doppio, che è terra e cielo insieme: fossimo acquarellisti, da qualunque lato volessimo ritrarre Castellina avremmo per sfondo di essa, delle sue mura vetuste e del suo màstio pietroso ed ardito, il cielo, in un’apertura spaziale che vede gravitare intorno le colline del Chianti, della Val d’Elsa, della Montagnola Senese e, più oltre, il Montalbano, la Dorsale Medio Toscana, l’Amiata.

Giungendovi da San Donato in Poggio, infatti, lungo la Strada Provinciale 76 si superano i 600 metri sul livello del mare, e la vista verso la Valdelsa, ampia almeno 25 chilometri, è grandiosa, mentre il paesaggio intorno è quasi alpino: le rocce scabre e candide emergono nude tra gli abeti e i prati verdi, dove ancora pascolano le pecore; il vento, costante, può essere impetuoso e freddo, se soffia maestrale; la luminosità, di contro, intensa e cristallina, peculiare. Essa si riverbera nei vini di Castellina, su questo versante almeno, costituendone il pregio e la firma: potranno essere austeri e riservati, talvolta, ma non saranno mai ombrosi.

Il paesaggio scabro e montano tra San Donato in Poggio e Castellina.
Apertura spaziale verso la Val d’Elsa, tra San Donato in Poggio e Castellina
Vista da Castellina in direzione Radda e Gaiole.

Castellina, grifagna sul suo poggio a 578 metri sul livello del mare, divide idealmente il suo territorio in due versanti.

L’orientale, silvestre e montuoso, guarda a Radda (530 metri slm) e più oltre a Gaiole (360 metri slm); condividendo con la prima, specie alle quote più elevate, una continuità: geologica, data l’importante presenza di scheletro, alberese e galestro in minor misura; e climatica, addolcendosi però la temperatura da est a ovest, con un aumento della luminosità. I vini ricordano quelli di certe zone raddesi: la struttura verticale, l’acidità vivida, la balsamicità floreale e fruttata, persino il tratto ferroso, talvolta una certa austerità.

Il versante occidentale precipita verso i 190 metri sul livello del mare di Castellina Scalo; ripidissimo lungo la dorsale segnata dalla SP 130 “di Castagnoli” (dove, nelle porzioni elevate, sono ancora ben visibili gli antichi terrazzamenti) e lungo la SR429, più morbido lungo il tracciato della SP51, più mosso lungo la SR 222, che muove verso Siena attraverso Quercegrossa e, pertanto, il comune di Castelnuovo Berardenga.

Vigne “alte” sul versante occidentale di Castellina.

Queste 4 direttrici individuano almeno quattro macrozone, ciascuna delle quali meriterebbe una trattazione a parte, per le diversità che si possono individuare al loro interno; restando l’altitudine, comunque, il fattore determinante, perché ad esso si legano clima, suolo, pendenze.

Basti dire che qui l’influenza marina – luce, aria, calore, sale – diviene via via più marcata, per la posizione più vicina alla costa, per la spettacolare apertura della Val D’Elsa, per l’effetto Venturi tra la Montagnola Senese ed i rilievi di San Gimignano che incanalano l’aria tirrenica, ed infine per le caratteristiche geologiche: se alle quote elevate, poco sotto il paese, esistono situazioni simili a quelle del versante orientale, scendendo di quota aumenta la percentuale di argilla, dovuta a depositi continentali, fluviali, lacustri e marini; in particolare, i suoli delle porzioni più inferiori sono marcati dall’antica linea di spiaggia del mare pliocenico, cioè originati dal mare (o mare-lago, giacché fu soggetto a cicli di aperura e chiusura) che occupava una buona parte dell’attuale Toscana interna tra 5,3 e 2,6 milioni di anni fa; difatti, a valle di essa il contenuto di sale disciolto nel terreno aumenta. Proprio in prossimità di quell’antica linea di spiaggia del lago-mare pliocenico, su di essa o leggermente a monte, si trova il climat RBLM, individuato dalle aziende Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macìe.

Vedute del versante occidentale, da Castellina.

L’area compresa tra Poggibonsi e Siena, nota ai geologi come “Bacino del Casino”, è un complesso mosaico di sedimenti, di depositi, e di formazioni dovute a fenomeni tettonici, specie sul versante di Castellina e verso Castelnuovo Berardenga.

Il versante occidentale, dalla strada tra Sant’Alfonso e Rodàno. Oltre Fizzano e Brancaia, sullo sfondo si riconosce Castellina

La sovrapposizione di situazioni climatiche e geologiche porta grossolanamente ad inquadrare i vini di questo versante occidentale in 3 gruppi:

  • quelli della fascia altimetrica più vicina al borgo, freschi e tesi, ricordano quelli del versante orientale, ma i caratteri ferrosi e austeri gradualmente si addolciscono, divenendo più solari;
  • quelli di un’ampia fascia intermedia, nei quali si registrano ovviamente oscillazioni notevoli, ma che si possono definire equilibrati e rotondi, i profumi tra fiore e frutto, talvolta impreziositi di spezie e agrume, via via più ampi e rilassati al palato, con struttura e generosità variabili, da esempi di eleganza riservata e sinuosa, ad altri estroversi e carnosi, fino ad austeri e serrati;
  • infine quelli delle quote basse, ancora più rilassati, con struttura più leggera e tannino terragno, una discreta sapidità, ma un minor sapore, con frutto rosso piuttosto in evidenza, sfumature agrumate, talvolta cuoio, tabacco e un floreale dolce che si perde nelle annate più calde in favore di toni eterei, restando comunque freschi, gradevoli ed eleganti compagni della tavola.

Storicamente, come visto nel Capitolo II, Castellina è uno dei Terzi che componevano l’antica lega del Chianti, a capo dei popoli che risiedevano tra Val d’Elsa e Val d’Arbia, ma la centralità del suo ruolo nel Chianti è sicuramente più antica.

Le mura di Castellina.

Testimonianza ne sono i resti etruschi del già citato Tumulo di Montecalvario e della Necropoli del Poggino, presso Fonterutoli. Il piccolo centro o agglomerato etrusco antecedente Castellina, tradizionamente chiamato Salivolpe o Saligolpe, era sorto all’incrocio di due vie di crinale: l’una lungo le colline tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, più tardi detta “strada Sanese” o “Strada Maestra Romana ovvero Strada Reale”, l’altro sulle alture tra la Val di Pesa e la Val d’Arbia, che si spingeva verso i monti del Chianti. Non sono state rinvenute testimonianze di epoca romana: probabilmente l’abitato perse importanza, a favore di zone fertili più prossime al fondovalle, come suggeriscono i numerosi toponimi col suffisso “-ano”. Molti di questi agglomerati si fortificarono tra l’VIII e il IX, il periodo dell’incastellamento: compaiono nei documenti prossimi a quel periodo i castelli di Fizzano (dal 1007), Grignano (dal 1016), Rencine (dal 1052), La Leccia (dal 1077), Monternano, Trebbio, Vignale e Bibbiano (quest’ultimo dal 1032). Oggi le strutture fortificate rimangono a stato di rudere, o sono state inglobate in costruzioni successive che le hanno rese irriconoscibili.

La tradizione vinicola a Castellina in Chianti è certamente antica e continuativa. Basti nominare il piccolo borgo di Cellole, immediatamente sotto al paese: presumibilmente dal latino cellula-ae, vocabolo che in epoca tarda significava primariamente cantina, tesi supportata dalla prossimità di antichi terrazzamenti murati.

Cellole.

Il climat RBLM (ovvero: Rodano, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macie).

Vista da Castellina sulla Val d’Elsa. A centro immagine si riconosce la via di crinale del climat.

1 – Il paesaggio, la storia, l’orografia, il clima, la geologia, il vino.

E’ difficile uniformare il paesaggio toscano in un’immagine da cartolina, tale è la sua varietà: si rischia di restarne delusi; come un mio amico, anni fa, che si perse negli accigliati boschi del Chianti più interno, pensando di trovarvi le luminose colline scabre e mistiche della Val d’Orcia.

Tuttavia, se volessimo comporre un quadro di quella campagna toscana classica, come ci è stata consegnata dai racconti dei viaggiatori del Grand Tour dalla fine del Settecento a tutto l’Ottocento, fino ai nostalgici episodi dei primi decenni del Novecento, dovremmo venire qui, lungo questa via di crinale che sfiora e timidamente supera i trecento metri di altezza sul livello del mare, per ritrovare quella dimensione idilliaca, nobilmente bucolica: l’illusione di un equilibrio ideale tra l’uomo e la natura, tra la fatica del suo lavoro ed i suoi frutti, tra il villico e il signore. Qui, tutti gli elementi: il murmure delle fronde e dei torrenti nei borri, il cipresso a segnare il passo, l’orto e la vigna, l’uliveto e il bosco ricco di allodole e di fagiani, la chiesina antica dalle pietre candide, i rustici casali coi fienili e le tinaie e gli animali da cortile, infine la villa padronale, dai viali alberati per il passeggio elegante. Qui, nello spazio breve compreso fra Rodàno e Macìe, poco più di quattro chilometri, sembra preservarsi un sogno antico.

Scorcio di Lilliano.
Edifici rustici a Bibbiano.

Molti modi per giungervi: da Castellina Scalo, superando Cecchi, Villa Cerna, Casale dello Sparviero; da Poggibonsi, risalendo la strada bianca da Spedaletto e oltrepassando Tenuta Sant’Alfonso e le vigne di San Fabiano Calcinaia; ma solo scendendo da Castellina in Chianti lungo la Strada Provinciale 51 si apprezza pienamente l’unicità del luogo.

Basta fermarsi, parcheggiando l’auto in prossimità del campo sportivo: di fronte, verso occidente e meridione, un’apertura spaziale che pare immensa dopo le costrette giogaie del Chianti interno, luminosissima, giacché le alture importanti distano decine di chilometri: le Colline Metallifere, la Montagnola Senese, il Monte Amiata. Il climat RBLM, da quel punto d’osservazione, si staglia netto nel digradare a balze via via più morbide verso la Val D’Elsa, marcato dalla sua via di crinale, sinuoso come una “effe” di violino orizzontalmente orientata verso sud, quasi un pannello solare naturalmente disposto per raccogliere il massimo irraggiamento solare. I suoi confini da qui appaiono netti, essendo un’unica formazione collinare che si alza tra i 200 e i 300 sul livello del mare, bordeggiata da vallecole piuttosto strette, solcate per lo più da torrenti – o piuttosto borri – modesti ma incisivi, che la separano dalle altre colline circostanti, quali il Carfini e il Gagliano.

Così come netto dall’alto appare l’apporto umano, quello che ha segnato il paesaggio nel corso della storia: la già citata via di crinale, probabilmente un’antica derivazione o tracciato alternativo della Francigena, è ancor oggi una strada bianca, che tocca, leggendola da ovest a est, le emergenze notevoli di Rodàno (un basso corpo di pietra, massiccio), Bibbiano (le pure linee dell’antica fattoria a nord della strada, l’elegante e riservata villa a sud), il villaggio e l’imponente, maestosa villa di Lilliano, infine il borgo suggestivo di Rocca delle Macìe. Non ci si lasci ingannare, viaggiando in auto tra Lilliano e Rocca delle Macie, dal tracciato della SP 51, risalente agli anni Settanta, che si raggiunge seguendo l’asfalto lungo il solenne viale alberato: basta proseguire aggirando la Villa e la strada bianca continua tra il verde dei vigneti e delle colture, col suo antico tracciato, sino a Macìe, oltrepassando la Casina di Lilliano.

Il viale d’accesso alla villa di Lilliano.

E’ evidente il dato storico unitario e antico. E’ noto che la lunga pax romana permise l’occupazione e la coltivazione di zone relativamente basse, con la creazione di fattorie ed, infatti, nell’etimologia dei nomi si legge un’origine presumibilmente romana o tardoromana, col suffisso “-ano” (dal latino “-anus, -anum“) tanto frequente in Chianti e in altre zone toscane: spesso si legava a un patronimico, al nome di un legionario al quale era stata data in dote la terra a fine carriera: un colono; oppure, serviva alla latinizzazione di un toponimo preesistente; o, infine, si legava a un etimo latino, che descriveva caratteristiche del luogo. Venendo a Macìe, i vocaboli latini di riferimento sono: maceriae, inteso come muro a secco, interpretazione possibile viste le pendenze delle vigne a sud-est, oppure cumulo di pietre, rovine, forse la memoria di un più antico agglomerato, distrutto per chissà quali vicissitudini, il cui nome terminava anch’esso in “-anum“, completando quarto la triade Rodàno, Bibbiano, Lilliano (o, secondo fonti antiche, Ligliano); e macies, macilenza, sterilità, povertà, magrezza, che crediamo corrobori l’interpretazione legata ad edifici in rovina, più che ad una particolare povertà del terreno.

Se la via di crinale racconta una storica connessione tra questi quattro nuclei, l’origine del nome Macìe apre verosimilmente una finestra su un passato duro e violento, tempi dove a Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe era necessario rinchiudersi e proteggersi da aggressori di passaggio.

Il fianco della villa di Lilliano e il campanile della Pieve di Santa Cristina.

Storicamente, il nucleo con dignità di villaggio è Lilliano. Rocca appartenente in antico ai Signori di Staggia, è nota fin dal XII secolo; ma un piccolo podere posto a Lilliano è già citato in documenti del 998. A Lilliano, oltre alla bellissima Villa, è presente una chiesa, la Pieve di Santa Cristina, la cui facciata di candide bozze d’alberese, semplice e armoniosa, resiste nelle sue forme medievali. Originariamente parte della Diocesi Senese, gravitò in orbita fiorentina sin dal Lodo di Poggibonsi del 1203. Qui, fino a qualche decennio fa, erano le scuole, il parroco, l’oratorio, la fermata della corriera, la bottega, il telefono pubblico: cioè i principali servizi per chi abitava tra Rodàno e Macìe. Ne rimangono oggi tracce malinconiche, che lasciano il rimpianto per un mondo più a misura d’uomo.

A Lilliano: chiesa di Santa Cristina, fermata SITA, rudere delle scuole.

E’ comunque evidente come, in continuità storica, tra Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe, l’uomo abbia modellato il paesaggio, rendendolo funzionale alle colture, ed insieme bellissimo: citando Indro Montanelli, in Toscana non si sa se l’artista sia il contadino o il pittore. Purtroppo, contadini in certe zone toscane ne son rimasti pochi e, disgraziatamente, l’effetto si vede, eccome; ma non qui, sebbene si possa immaginare come fosse devastante per queste aziende di antica tradizione la fine della mezzadria: solo per la fattoria di Lilliano operavano ben 20 famiglie coloniche.

Ora, per apprezzare meglio questa ed altre caratteristiche del climat, conviene lasciare idealmente il punto di osservazione elevato e proseguire lungo la SP 51, per andare ad osservarlo da vicino: una catabasi felice, che permette di apprezzare pienamente l’irraggiamento solare intensissimo da meridione ed il trascolorare della flora da essenze montane ad altre più mediterranee.
Il quadro complessivo muta rapido, ricordando scorci della Toscana meridionale ed in particolare uno, per altimetrie, esposizioni, forme geologiche, luminosità, vegetazione: quello che da Montalcino scende verso Sant’Antimo.

Basta giungere a Rocca delle Macìe per verificare come la vegetazione divenga schiettamente marittima, non dissimile da quella di certe aree della Maremma livornese che, effettivamente, si trova alla medesima latitudine. Oltre alle vigne, gli ulivi, gli alberi da frutta, cipressi, pini, corbezzoli, ampie macchie: i cartelli che indicano l’azienda faunistica venatoria Lilliano-Bibbiano, già ai bordi delle vigne di Macìe, segnalano la presenza di aree incontaminate e selvagge, nonché l’evidente continuità antropologica del climat in oggetto. Il bosco ad alto fusto è meno presente che in altre zone del Chianti Classico.

A Macìe.
Da Macìe, guardando verso Siena.

Percorrendo la via di crinale e quindi proseguendo il tragitto da Macìe verso Lilliano, quindi verso Bibbiano e Rodàno, risultano evidenti altri elementi unificanti. Le forme delle colline sono morbide, tondeggianti, generose, sensuali, con pendenze, dal basso all’alto, prima dolci, poi ripide, poi nuovamente si addolciscono verso la cima. I vigneti si concentrano nella fascia tra i 270 e i 330 metri di altezza, ma arrivano ai 380 metri a Lilliano e scendono fino ai 200 metri.

Varietà di colture sulle morbide colline del climat.

Indimenticabile, soprattutto, è la luce: nitida, intensa, particolarissima, che ricorda a chi scrive quella, straordinaria, del bolgherese. Essa è garantita dall’ampia apertura verso sud e verso la Val d’Elsa, un anfiteatro largo una ventina di chilometri. Oltre le Colline Metallifere, a occidente, s’è detto, c’è il mare ed il cielo pare comportarsi come un enorme, poetico specchio di Archimede, portando qui un riflesso, un balugine attenuato, ma perfettamente percettibile, di Tirreno.

Da Bibbiano, verso sud-ovest.
Da Bibbiano verso ovest, nord-ovest. Percepibile una luminosità marina.

Il mare non è solo nella luce, qui, anzi: esso è proprio la chiave di lettura che sinteticamente uniforma gli elementi naturali dell’intero climat e, verosimilmente, le caratteristiche organolettiche dei vini; insieme al concetto di limine.

A cinquanta chilometri la costa livornese con Castiglioncello, Rosignano e Cecina; dal lato opposto, a soli cinque chilometri il poggio di Castellina e quindi i monti interni del Chianti; a meridione una sorta di giogaia naturale, entro la quale Siena è ben visibile, apre lo spazio verso l’Amiata; mentre a nord la Val d’Elsa si restringe verso il complesso del Montalbano: ed ecco le condizioni per una ventilazione costante e varia, come solo nelle località marittime abitualmente si trova. Son capitato qui una stupenda giornata di maggio, rinfrescata dal maestrale: il profumo salso del mare si sentiva nell’aria, rinforzando l’emozione e il sentimento marino raccontato dai lecci, dalle ginestre in fiore, dai corbezzoli, dai roveti.

Macchia e ulivi a Lilliano, verso sud.

La continuità climatica dettata da altitudine, esposizione, pendenza e latitudine è cardine per affermare l’unità e l’individualità di questo climat: effettivamente, comparando la valutazione descrittiva sull’andamento delle annate fornita dalle singole aziende su 31 vendemmie, dal 1990 al 2020, per 28 annate la coerenza di giudizio è stata superiore al 75%, per 8 annate pari al 100%, per 3 annate almeno del 50%.

Gli inverni sono freddi e asciutti, le primavere tiepide, ma ricche di precipitazioni, le estati temperate con grande escursione termica tra il giorno e la notte gli autunni inizialmente miti, piovosi da novembre in poi. Le precipitazioni si concentrano appunto in primavera ed autunno, variabili da 500 a 1.000 millimetri di pioggia annui (da novembre a novembre). La temperatura media generale è di circa 15-17 °C, molto mitigata dai monti di Castellina che proteggono dai venti del nord, soprattutto il versante orientale del climat, dove si trova Macìe. Nell’insieme sono caratteristiche intermedie per il Chianti Classico.

Infine, il mare sta anche nelle profondità geologiche della terra che si calpesta. Cercando di semplificare una realtà complessa, il climat è sulla linea di spiaggia di antichi bacini lacustri (di acqua presumibilmente salmastra) e marini, risalenti a epoche mioceniche (da 23 milioni a 5,3 milioni di anni fa) e plioceniche (da 5,3 a 2,6 milioni di anni fa) e i terreni sono un insieme complesso di argille e depositi dovuti al disfacimento della dorsale chiantigiana, principalmente di alberese, nei quali emergono vene rocciose profonde spinte dalle forze tettoniche, spesso calcaree, gessose. Il fondale dei bacini, si badi bene, era più a valle, come ancor oggi ci raccontano i suoli.

Le morbide colline a ovest, nord-ovest di Bibbiano.

Perciò mi piace affermare che il climat RBLM sia un limine: è la soglia magica del Chianti Classico, laddove finiva l’acqua e cominciava la terra, dove l’austerità del monte cede alle solarità marine, dove la roccia si frantuma nell’argilla: l’insieme di questi elementi caratterizza deflagrante i Sangiovese qui nati, che – al netto delle differenze stilistiche di cantina, delle accezioni territoriali, delle annate – sono generosi, luminosi, profumati, ampi, eleganti: per quanto strutturati, tannici e di sicuro grado alcolico, riescono sempre armoniosi, equilibrati e tesi, di stoffa; l’evidenza della frutta rossa, della ciliegia in particolare, è sempre bilanciata dal fiore, fresco o secco, più o meno evidente; ed il fiato profondo si stratifica e sfuma verso gli agrumi (spesso arancia rossa), le spezie (con il pepe bianco in evidenza, più raramente il nero), il tabacco, il cuoio, il ferro, la terra, rimandi marini. Vini sovente estroversi, non sono mai gridati; talvolta riservati, mai timidi; tendenzialmente longevi. Stanno anch’essi su una soglia, sintetizzando la fresca finezza dei vini delle montagne con la rotondità muscolosa di quelli della Toscana meridionale e costiera.

Si dovessero rappresentare con una dea della mitologia classica, sarebbe senz’altro Pomona, e potrebbe essere il simbolo dell’intero climat RBLM: una giovane donna che regge una falce, circondata da fiori e frutti, tipicamente grappoli d’uva. Se fossero un colore, sarebbe blu profondo, traslucido, uno zaffiro o un lapislazzulo, con striature rubino nelle annate più calde. Una corrente pittorica: la macchiaiola, alternando pennellate drammatiche alla Fattori, a quelle infiltranti e contrastate di Signorini, a quelle meditative di un Borrani, fino a quelle più liriche di un Lega, secondo l’annata, il vigneto e la mano del produttore.

Inoltre, questi vini hanno una riuscita costantemente soddisfacente: sempre basando l’esame sulla valutazione descrittiva fornitami dai produttori per le annate dal 1990 al 2020, si possono stimare per l’insieme del climat, su 31, 11 annate ottime, 15 annate buone, 5 annate mediocri. Sicuramente la quota e le esposizione del climat favoriscono la maturazione nelle annate più rigide e piovose, mentre nelle annate più calde e siccitose la buona ventilazione ed i suoli argillosi, che permettono una certa ritenzione idrica se adeguatamente lavorati, possono limitare i danni. A quanto mi consta, né le gelate che insidiano le zone più basse e meno soleggiate del Chianti Classico, né le grandinate che interessano le quote medio-alte ed alte, destano particolare preoccupazione.

Tuttavia l’innalzamento delle temperature registrato negli ultimi vent’anni e il parallelo cambiamento delle precipitazioni (minori, ma più intense, quindi dilavanti e inassorbibili per il terreno), pone delle sfide agronomiche ed enologiche: se qui, quando in molte zone del Chianti Classico le maturazioni del sangiovese stentavano, si avevano uve belle, sane e di buon alcol potenziale, oggi si rischiano surmaturazioni, concentrazioni, eccessi di grado alcolico, perdita di profumi.

In definitiva, oggi, i vini del climat più equilibrati, ricchi di dettaglio, sembrano quelli dei millesimi con autunni freschi e asciutti.

2 – L’unitarietà vitivinicola del climat ed il ruolo di Giulio Gambelli.

Il lavoro dell’uomo ha innegabilmente modellato il paesaggio del climat RBLM.

Oggi, tra Rodàno e Macìe, vediamo un uniforme susseguirsi di morbide colline dove la coltura principale è la vite, affiancata dall’ulivo, dall’erba medica nelle esposizioni meno felici e dai cereali nelle zone più basse. Le dimensioni del parco vitato che le aziende possiedono nel climat è molto simile, tra i 30 e i 40 ettari; anche se Rocca delle Macìe ha molti vigneti in altre zone e pertanto una maggiore scala.

Le viti hanno un’età variabile dei 30 ai 10 anni, ma almeno dagli Anni Settanta continuano ad insistere nei medesimi luoghi: i vigneti hanno quindi una storia almeno cinquantennale, ma alcuni di essi, o loro porzioni, sono certamente più antichi. I sesti di impianto sono intorno ai 3.000 ceppi per ettaro nei vigneti più vecchi, e più elevati negli impianti recenti, di norma tra i 5.000 e i 5.800 ceppi per ettaro, con un massimo di 6.500 ceppi per ettaro a Macìe. I filari sono disposti perlopiù a rittochino, ma qualche parcella è a giropoggio. Le rese variano dai 45 ai 60 quintali di uva per ettaro.

Tipicamente la forma di allevamento è il cordone speronato per gli impianti più vecchi, guyot per i più recenti e quest’ultima forma di allevamento, molto simile al capovolto toscano tradizionalmente diffuso in Chianti prima della meccanizzazione, è quella oggi favorita per i reimpianti.

Cordone speronato a Bibbiano.

La varietà più diffusa è di gran lunga il sangiovese, da selezione massale, selezione di cloni autoctoni, o utilizzando i cloni selezionati nel progetto Chianti Classico 2000. Gli si affiancano, in ordine sparso: colorino, canaiolo, merlot, cabernet sauvignon, petit verdot, malvasia nera, ciliegiolo, malvasia bianca del Chianti, trebbiano.

Tutte le aziende che insistono sul climat RBLM sono attente alla sostenibilità: su quattro, tre aziende sono certificate biologiche, una lo è per la produzione dell’olio, mentre una segue i principi della lotta integrata per la viticoltura.

La situazione agricola attuale, e vitivinicola in particolare, è figlia però di una storia lunga e complessa.

Guardando solo allo scorcio che segue la Seconda Guerra Mondiale, fino ad oggi, possiamo immaginare i cambiamenti portati dalla meccanizzazione, dalla necessità di rendere più economicamente sostenibili imprese dove le lavorazioni erano ancora affidate al sudore dell’uomo e al lavoro dei buoi, sino alla fine della mezzadria che impose un’ulteriore razionalizzazione.

Edificio rustico a Lilliano.

Come fotogrammi di un film in bianco e nero, se torniamo con un’ideale macchina del tempo al 1946, vediamo le antiche strutture di Bibbiano danneggiate dai cannoneggiamenti militari durante la ritirata, le ville ferite e le colture che per prime si rialzano, i campi che si imbiondano di spighe precedendo di poco l’invaiatura dei grappoli: le viti riprendono forza, curate finalmente dalle mani di chi è tornato dalla guerra.

Edificio rustico a Bibbiano.

Gli Anni Cinquanta di trasformazione: il proliferare delle macchine, le culture si semplificano e si concentrano sul vino con i nuovi impianti, gli allevamenti progressivamente scompaiono. Gli Anni Sessanta: gli ultimi vigneti promiscui cedono il passo a quelli specializzati, gli uomini e gli animali lasciano le case coloniche. Gli Anni Settanta di consolidamento delle produzioni vinicole di qualità dopo la nascita della DOC (1967).

Negli Anni Ottanta, con l’arrivo di capitali e proprietà nuove, inizia in Chianti un percorso di consapevolezza tortuoso, con sperimentazioni in vigna e in cantina, proseguito negli Anni Novanta e nel primo decennio del XXI secolo: indubbia la crescita qualitativa, grazie anche alle ricerche condotte con le università, ma fu l’epoca della diffusione dei vitigni francesi, delle barrique, dei concentratori, di una ricerca di struttura che si accordava più a una interpretazione del gusto internazionale sulla scia di moderni esempi bordolesi e californiani, che alla tradizione chiantigiana.

In questo lembo del territorio di Castellina, però, si seguì una traiettoria particolare, per un motivo ben preciso. In tutti quei fotogrammi, dal 1942 al 2011, un uomo ha percorso la via sterrata sul crinale tra Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe, a bordo di una teoria innumerevole di Renault 4 e con altrettanto innumerevoli cani da caccia al suo fianco, collaborando a lungo con le prime 3 aziende e contribuendo alla nascita dei vini: Giulio Gambelli.

La via di crinale a Lilliano, verso Bibbiano.

Personaggio leggendario, palato portentoso, sostanziale modestia e disinteresse per denaro e visibilità, meriterebbe una trattazione a parte, per la quale si rimanda il lettore alla bibliografia.

Gambelli aveva un’idea della vinificazione e dei vini “francescana”, come la definì efficacemente Luigi Veronelli – forse anche della vita. L’amore di Gambelli era il sangiovese, in purezza, ma anche affiancato da un uso sapiente dei vitigni complementari, con una predilezione per quelli della tradizione, canaiolo e colorino, benché sapesse impiegare con estrema classe e discrezione anche i vitigni internazionali.

Gambelli non usava chimica in cantina, eccetto un moderato impiego di anidride solforosa per sanificare, e prescriveva severamente quella che chiamava “la regola delle tre p: pulizia, pulizia, pulizia”. Seguiva la vinificazione con continui assaggi, prediligendo un’energica areazione nelle prime fasi e, quando l’uva lo consentiva, macerazioni piuttosto lunghe. Poi, il resto del lavoro era affidato al tempo ed all’attesa, sotto l’attenta sorveglianza del palato di Gambelli, che decideva i momenti dei travasi e selezionava le vasche per il taglio finale, del quale era maestro sublime.

Ne risultavano vini purissimi, di classica finezza ed eleganza, espressioni senza filtri del territorio e dell’annata, tendenzialmente longevi. Tutti, dal più umile al più ambizioso. Poi, nell’esperienza di chi scrive, il tocco magico: un’irripetibile senso di levità anche nei vini più strutturati ed alcolici ed una specialissima qualità dell’attacco sul palato, un insieme di seta e di energia concentrata unico, caratteristico, che evoca paragoni veramente musicali.

Gambelli – che non era laureato, avendo dovuto lavorare fin da ragazzino imparando il mestiere sul campo – molto erroneamente fu descritto, quando imperava la moda dei vini concentrati e di gusto internazionale, come un arretrato difensore della tradizione; ma la realtà era molto diversa: negli Anni Cinquanta e Sessanta fu contrario alla diffusa pratica tradizionale toscana del governo e nel 1968 a San Felice creò, con l’allora Direttore Enzo Morganti, il primo Sangiovese in purezza prodotto in Chianti Classico. Inoltre, viaggiò a lungo per conoscere le più avanzate tecniche francesi e americane, nonché, malgrado il suo palato fosse una sorta di laboratorio naturale, con grande intelligenza non rinunciò mai alle analisi chimiche: chi conosce i fondamenti della scienza delle misure sa che anche il miglior equipaggiamento dev’essere, di quando in quando, tarato.

Perciò i vini di Gambelli non erano figli di conoscenze arretrate, ma di una precisa scelta stilistica ed etica, che mantenne dritta anche quando fu considerato fuori moda, e di una familiarità profondissima, minuziosa, con un territorio volutamente ristretto. La sua predilezione per la botte grande derivava dalla consapevolezza che fosse il miglior strumento per valorizzare il sangiovese, almeno come lui lo intendeva; tuttavia trasse profitto anche dalle barrique, perché così vestiva il suo ruolo di consulente: usando al meglio i mezzi a disposizione, interpretando anche i desideri della proprietà, rimanendo però granitico sui suoi principi professionali.

Con questo approccio, ha lavorato dal 1942 fin quasi alla sua scomparsa per tre generazioni di Marrocchesi Marzi a Bibbiano, per decenni a Rodàno (dove oggi è enologo Paolo Salvi, suo stretto collaboratore) e a Lilliano, conquistando piena fiducia delle Proprietà, divenendo “uno di famiglia” e ispirando scelte importanti e innovative, quali nuovi impianti, la vinificazione e l’imbottigliamento separati di certe vigne particolarmente pregiate.

Vigna del Capannino a Bibbiano, impiantata con clone portato da Gambelli, da Montalcino.

Gambelli ha lasciato qui uno stile fortissimo nei vini, che non hanno mai abbandonato – pur con fasi alterne – un ideale di finezza, purezza, equilibrio, e la centralità del Sangiovese. A Bibbiano, ad esempio, nessuno degli enologi che negli anni si sono susseguiti ha effettuato la malolattica in legno. A Tenuta di Lilliano la nuova Gran Selezione è, almeno dall’annata 2017, Sangiovese in purezza, rinunciando al taglio col Merlot, da tempo impiegato per gli altri Chianti Classico aziendali. E persino Rocca delle Macìe, dove pure Gambelli non ha mai lavorato, ha via via ridimensionato il ruolo dei vitigni internazionali e della barrique, concentrandosi maggiormente su un’ideale classico di Sangiovese e vinificando per Cru , con botti grandi, allineandosi quindi all’approccio divenuto storico nel climat, dove il legno piccolo ha giocato sempre un ruolo secondario, ulteriormente ridotto negli ultimi anni.

Si può dire che Gambelli abbia ripreso e continuato lo spirito del lavoro ottocentesco iniziato a Brolio sul Sangiovese da Bettino Ricasoli, l’abbia congiunto a quello di Tancredi Biondi Santi, suo maestro e mentore all’enopolio di Poggibonsi, e l’abbia consegnato alla modernità, che gli ha finalmente tributato i giusti onori nell’estrema vecchiezza e dopo la sua morte. Fu, senza volerlo, un rivoluzionario divenuto classico, come sempre accade a chi ricerca l’essenza.

Fu autore di diverse pietre miliari dell’enologia toscana, ma nel climat dove insistono Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe si trova una parte importante del suo lascito professionale e spirituale. Le parole incise su una lapide che i Marrocchesi Marzi hanno voluto apporre a Bibbiano chiariscono la portata dell’umile, irripetibile “Maestro Assaggiatore”: “A Giulio Gambelli / signore amico maestro / che tanto ha dato / a questi luoghi“.

Lapide commemorativa a Bibbiano.

3 – Le differenze interne del climat e la loro influenza sui vini.

Malgrado la notevole e sostanziale unitarietà, bisogna però riconoscere che esistono differenze all’interno del climat, sia seguendo l’asse orizzontale ovest-est, che quella verticale nord-sud, nonché nei terreni e nella disposizione delle vigne.

Leggendolo da occidente a oriente, si nota che il crinale, perfettamente orientato secondo un’ideale asse delle ascisse, svolta improvviso subito dopo l’antico e massiccio edificio di Rodano, virando di circa 45 gradi verso sud; quindi, quasi ai confini orientali della Tenuta di Bibbiano, crea un’ampia, morbida curva verso nord di quasi 90 gradi; riacquistando poi, dolcemente, il suo originario orientamento est-ovest, che mantiene fino alla sua porzione terminale, a Macie, dove, dopo un piccolo avvallamento a ovest della SP 51, sul quale insiste la vigna del Pian della Casina, forma una sorta di promontorio, uno straordinario balcone di almeno 180 gradi verso i quadranti meridionale ed orientale.

La conformazione descritta genera evidentemente una varietà di esposizioni, particolarmente marcate nella metà occidentale del climat, che, insieme alla diversità di altezze e di suoli, rende parzialmente ragione delle differenze fra i vini delle diverse aziende.

Paesaggio da Rodàno, verso ovest.

A Rodàno le vigne, che ruotano attorno al corpo aziendale, coprono tutte le esposizioni tranne quella puramente a nord, con una prevalenza ovest e sud ovest; tuttavia questa parte del climat rimane più chiusa verso meridione dalla presenza piuttosto ravvicinata del rilievo in corrispondenza dei Sodi di Bibbiano e di quello, più importante, dove sorge Casale dello Sparviero. I terreni sono sedimentari di origine lacustre (presumibilmente pliocenici) e provenienti dal disfacimento dell’alberese. Le vigne sono comprese tra i 200 e i 350 metri sul livello del mare.
I vini hanno qui fiato particolarmente profondo, sfumature boschive, tannino potente e grintoso e tuttavia una trina olfattiva e tattile raffinata.

Vigna a Rodàno.
Da Rodàno, guardando a ovest, nord-ovest.

A Bibbiano il crinale individua due ampi versanti, esposti prevalentemente a sud-ovest l’uno e a nord-est l’altro, sostanzialmente asincroni, per una radiazione fotosinteticamente attiva (o P.A.R.: photosynthetically active radiation) più estesa di circa un’ora sul versante sud-ovest, dove per un’ampia porzione assomma fino a 2000 Mj/m^2, mentre su tutto il versante nord-est, detto di Montornello, oscilla tra i 1400 e i 1700 Mj/m^2. Le vigne insistono su questi due versanti, ad altezze comprese tra i 270 e i 300 metri di altezza, raccolte in un raggio di 500 metri, su sedimenti pliocenici di argille e arenarie, di origine limicola. Evidentemente i vini sono molto diversi sui due versanti, e meritano una trattazione separata, ma questa da questa dualità quasi opposta e dalla marcata estensione delle vigne sul versante nord-est discende, credo, il profilo particolare e ricamato del Chianti Classico Annata di Tenuta di Bibbiano, per il quale la critica ha sovente parlato di candore: la struttura, la potenza e l’articolazione del versante sud-occidentale sovrapposta alla florealtà e la freschezza del delle vigne a nord-est.

Bibbiano: le vigne di Montornello.
Da Bibbiano, verso ovest, nord-ovest.

A Lilliano l’ampia conca dei vigneti di Montornello si è ormai ristretta. Le quote sono più elevate e i vigneti, disposti intorno alla storica villa, si trovano tra i 270 e i 380 metri d’altezza. Sebbene le esposizioni siano varie ed includano porzioni orientate a settentrione, prevalgono quelle meridionali, da sud-ovest a sud pieno a sud-est. Inoltre, questa porzione del climat registra la massima apertura spaziale verso la Val d’Elsa e Siena, mancando rilievi di nota in quelle direzioni. Nei terreni calcareo-argillosi, i depositi pliocenici sfumano in quelli miocenici, con la costante del disfacimento dell’alberese che lascia abbondanza di scheletro. I vini di questa porzione del climat sono probabilmente i più strutturati e longevi, di particolare finezza. Sebbene possano risultare monolitici in gioventù se l’annata è calda, la riuscita è ottima anche nelle annate più fredde ed il Chianti Classico Annata non manca mai di corpo, grado, potenza.

Vigneto a Lilliano.
Da Lilliano, verso sud.

La vecchia via bianca di crinale ruota intorno alla villa di Lilliano, e prosegue in direzione di Rocca delle Macìe, dove, prima di intersecarsi con la SP 51, sorveglia dall’alto la vigna di Pian della Casina.

A Macìe la quota media delle vigne è 330 metri, con esposizione varia, ma in prevalentemente sud-sudovest. Anche qui l’apertura spaziale è eccezionale, con la particolarità di un quadrante sud-orientale molto aperto, arioso, luminoso, trattandosi dell’estremità est del rilievo del climat. Qui i terreni sono depositi schiettamente miocenici, composti da calcari marnosi con tessitura argilloso-sabbiosa, ricchi in scheletro e tendenzialmente alcalini, con un equilibrata compresenza di alberese e galestro. A Macìe si possono individuare almeno tre differenti porzioni di vigneti:

  • a ovest della SP 51 la conca della Vigna della Casina;
  • immediatamente a nord della sede aziendale;
  • immediatamente a sud di essa, il Vigneto Le Terrazze.

Non esistono in commercio etichette che derivino dal taglio dei vini di queste tre aree, quindi la tipizzazione è difficoltosa; tuttavia, generalizzando, ricordano in parte quelli di Lilliano, ma con una sfumatura più mediterranea ed una maglia strutturale più rilassata. Se blu traslucido è il colore dominante dei vini del climat, al quale nelle annate più calde si sovrappongono striature rubino, a Macie esse appaiono sovente e possono prendere la forma di ampie pennellate, quasi dominando.

Vigneto Le Terrazze a Macìe, porzione ovest, nord-ovest.

Inoltre, si sarebbe tentati di affermare che i vini della porzione occidentale del climat, che derivano da suoli pliocenici, abbiano una sapidità più evidente di quelli della porzione orientale, da suoli miocenici, ma si tratta forse di un azzardo.

L’evidenza di queste differenze interne al climat ha suggerito nei decenni l’individuazione di aree vitate ristrette, dai caratteri specifici, i vini delle quali sono imbottigliati separatamente: sono i Cru del climat RBLM.

4 – I Cru del climat.

Si descrivono qui in dettaglio i Cru rilevanti per la produzione di Chianti Classico; gli altri sono semplicemente citati.

A Rodàno, Viacosta: 7 ettari di suolo sedimentario, esposti a sud-ovest, ad un’altezza media di 300 metri. L’allevamento è a guyot, 5.000 piante per ettaro di età variabile tra i 14 e i 25 anni, condotte in regime biologico certificato. La varietà coltivata è esclusivamente sangiovese e i cloni utilizzati sono quelli del progetto Chianti Classico 2000. L’imbottigliamento separato fu suggerito da Giulio Gambelli. Il vino del Cru Viacosta, imbottigliato separatamente da Fattoria di Rodàno, porta le caratteristiche del Chianti Classico annata dell’Azienda (completezza, struttura, generosità, dialettica tra tratti materici ed eterei, rimandi boschivi) su un piano di complessità, potenza, stoffa, freschezza e finezza superiori, mirabili, straordinarie. Florealità di viola ed iris nettissima. Tannico in gioventù, già a 5 anni di norma sfoggia un profilo olfattivo e palatale sfaccettato, con notevoli capacità di invecchiamento.

Vigna Viacosta a Rodàno.

A Bibbiano, due Cru, entrambi condotti in regime biologico certificato e imbottigliati separatamente da Tenuta di Bibbiano.

Lo storico Vigna del Capannino, 7 ettari su argilla compatta e coerente di origine pliocenica, di colore grigio-azzurro, con alberese in forma scistosa, posti tra i 270 e i 300 metri sul livello del mare, con esposizione a sud-ovest, cioè rivolti verso la Va d’Elsa. Gode di un microclima mite e soleggiato in inverno, caldo e asciutto in estate, ma fortemente ventilato ed esposto al maestrale. Viti allevate a cordone speronato, in regime biologico certificato, 5.800 unità per ettaro con età media di 12 anni. Si tratta di un unico clone di sangiovese grosso originario di Montalcino e qui portato negli Anni Cinquanta da Giulio Gambelli, che è stato recuperato per selezione massale guidata dall’Università di Firenze: porterà ad una registrazione ministeriale esclusiva, una sorta di monopolio aziendale. Il vino è compatto e fitto; monolitico talvolta in gioventù, se l’annata è calda, ma complesso con il tempo: fiorisce tra i 5 e i 10 anni, mai prima, con una prospettiva di evoluzione favorevole, lunghissima, di almeno vent’anni. E’ sorprendentemente saldo e complesso anche nelle annate più fredde e piovose, riuscendo più avvicinabile anche in gioventù. Apparentato al Cru Viacosta per esposizione, ha simile impianto, ma sfumature diverse, percettibili ma difficili da tipizzare stante la differente mano enologica: azzardo tuttavia un profilo più luminoso, un tannino più dolce e arioso, ma una maggior timidezza in gioventù.

Veduta della Vigna del Capannino, a Bibbiano.
Dettaglio della Vigna del Capannino.

Vigne di Montornello: 15 ettari su argille sciolte di origine pliocenica di diversa formazione, di colore grigio, ambra, rosso, con alberese prevalentemente in forma di pillola e presenza di vene di gesso e di sabbia. L’esposizione è nord-est (quindi rivolta verso l’altura di Castellina e i monti del Chianti), con quote dai 250 ai 280 metri: ne risulta un microclima rigido e ombroso in inverno, esposto a grecale e tramontana; caldo e asciutto in estate, ma fortemente ventilato (ed esposto al maestrale), con una forte conversione termica tra giorno e notte. Si coltivano qui, a guyot, sangiovese, colorino, canaiolo, malvasia nera, malvasia bianca, e trebbiano, con densità tra i 5.800 e i 5.900 ceppi per ettaro. I cloni di sangiovese sono quelli del progetto Chianti Classico 2000. Il Sangiovese (la migliore selezione è imbottigliata separatamente dalle altre varietà) si esprime qui in modo più estroverso e gentile rispetto alla Vigna del Capannino, con una sinuosità quasi femminea, una complessità olfattiva e palatale evidente già in gioventù: i profumi sono più sul fiore e sui piccoli frutti rossi, la mineralità e la sapidità pungenti. Di contro, è più altalenante secondo l’annata: dinamico, piacevolmente nervoso e irresistibile nelle calde, in quelle fredde non trova l’armonia inscalfibile del Vigna del Capannino. Probabilmente è il Cru più particolare del climat, quello col fascino dell’irregolare e del ribelle.

Vigne di Montornello a Bibbiano.
Vigne di Montornello, al bordo della via di crinale.
Confronto tra i suoli di Vigna del Capannino e Montornello.

A Lilliano, sono stati individuati tre Cru, dei quali solo il Vignacatena, 1 ettaro esposto a sud, sud-ovest, a 280 metri sul mare e dedicato al Merlot, è imbottigliato separatamente da Tenuta di Lilliano, con l’IGT omonimo. Il Sangiovese dei restanti due Cru è imbottigliato in purezza solo da tempi recentissimi nel Chianti Classico Gran Selezione di Tenuta di Lilliano, credo dal millesimo 2016; al risultante taglio si riferisce pertanto descrizione del vino.
Essi sono:

  • Le Piagge, 3 ettari esposti a sud a 320 metri s.l.m, su suolo prevalentemente di alberese, dove il sangiovese è allevato con una densità di 5.000 barbatelle per ettaro, a cordone speronato in parziale conversione a guyot. 13 anni l’età delle piante.
  • Casina Sopra Strada, 3,6 ettari esposti ad est, sud-est, su suolo prevalentemente di alberese. Qui sono allevati sangiovese e colorino, allevati con una densità di 5.000 barbatelle per ettaro, a cordone speronato in parziale conversione a guyot. 14 anni l’età delle piante.
Vigneto a Lilliano.

Se l’assaggio del Chianti Classico Gran Selezione di Tenuta di Lilliano, unico rosso aziendale di Sangiovese in purezza, è probante, allora la continuità geosensoriale (citando un termine caro all’enologo francese Denis Dubourdieu), di questi Cru con il Viacosta e il Vigna del Capannino, – quelli siti, cioè, a meridione della via di crinale – è evidente: potenza, concentrazione e struttura monolitica, figlie delle temperature relativamente elevate e dell’argilla, unite ai caratteri donati dal calcare: estrema eleganza olfattiva e palatale, che lascia osservare una filigrana di dettagli preziosi e minuti già intorno al quarto, quinto anno, quando si evidenziano le note terziarie e ferrose, in sovrapposizione alla viola e alla ciliegia fresche, spesso all’agrume; ed un’acidità rilevante, ma ben integrata.

A Macìe sono stati individuati tre Cru, separatamente imbottigliati da Rocca delle Macìe.
Uno, il Vigneto Poggio alle Pecchie, vede i suoi 1,86 ettari esposti a sud tra i 350 e i 365 metri s.l.m dedicati al Merlot (prodotto e commercializzato come Roccato IGT); gli altri due sono invece votati al sangiovese.

Il Pian della Casina si trova immediatamente a valle della vecchia via di crinale ed è costeggiato, a oriente dalla SP 51, formando una conca vagamente a ventaglio. Sono 5,63 ettari esposti a sud tra i 340 e i 365 metri d’altezza, su suolo di depositi miocenici, calcari marnosi, argillo-sabbioso, alcalino, molto calcareo e ricco di scheletro di alberese. Il sangiovese è allevato a cordone speronato con una densità di 6.000 piante per ettaro. L’impianto è risale al 2000, con cloni SS-F9-A5-48, VCR 24, VCR 23, VCR19, VCR 30, su porta innesti 110 Richter e 1103 Paulsen. È imbottigliato come Sangiovese in purezza dall’annata 2015, come Chianti Classico Riserva Sergioveto.

Vigna Pian della Casina, a Macìe, in direzione nord-ovest.
Vigneto Le Terrazze, a Macìe, in direzione sud, sud-ovest.

Il vigneto Le Terrazze è uno scosceso lembo a sud-ovest della storica sede aziendale: quella anche l’esposizione dei suoi 3 ettari modellati a ciglioni, dai quali – tra i 330 e i 340 metri sul livello del mare – la vista in direzione di Siena è spettacolare per ampiezza e luminosità. Il suolo è molto simile a quello di Pian della Casina. Anche qui il sangiovese è allevato a cordone speronato, con una densità superiore: 6.500 ceppi per ettaro, impiantati nel 2004. I cloni sono VCR 23, VCR 19, VCR 30, su portainnesto 110 Richter. Il Sangiovese de Le Terrazze è imbottigliato separatamente dall’annata 2014, sotto l’etichetta Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli.

Anche a causa delle storia più breve di queste due etichette, mi è difficile delinearne caratteristiche, similitudini, differenze e percorsi evolutivi. Tuttavia, sono accomunati da una notevole potenza ed ampiezza, simile a quella dei vini di Lilliano, ma più marcatamente aperta, mediterranea, diretta, franca, abbagliata, in un sorso vellutato, rilassato: domina in loro la frutta rossa matura, ciliegia ed amarena, anche sotto spirito. Il vino de Le Terrazze, in particolare, è estremamente potente e la gioventù monolitica dei Cru meridionali dell’intero climat sembra qui assumere fattezze squadrate. Il vino di Pian della Casina, pur molto simile, a pari età è più slanciato e dettagliato, in definitiva più godibile ed abbinabile.
Sarà sicuramente interessante seguire il percorso evolutivo dei vini di questi due Cru, che si prospetta lungo, e il risultato nelle diverse annate: si tratta solo di un’impressione, ma i millesimi freddi potranno forse donare a questi vini benvenute sfumature dinamiche, che affianchino la loro generosità perentoria, quasi marittima.

5 – Le aziende, gli stili e un piccolo repertorio di degustazioni.

Fattoria di Rodàno
La sede aziendale è un casale di pietra basso e massiccio, a suo modo imponente, che appare improvviso tra gli alberi di una radura. La realtà è schiettamente agricola: trattori e aratri qui e là disseminati, cani e gatti in allegra compagnia, il recinto con le capre, i maiali bradi, i polli che beccano a terra e, tra loro, gli immancabili galli neri.

Se non è una fattoria nel senso toscano antico – pressoché impossibile oggi trovarne – pure si respira un’aria autenticamente agricola, quasi contadina.

Acquistata da Carlo Pozzesi dai Ruspoli Berlingeri nel 1958, attraverso il figlio Vittorio è giunta al nipote Enrico, persona schietta e autentico vignaiolo, che la gestisce per conto della famiglia, con l’aiuto ventennale di fidati collaboratori.

Rodàno.
Incontri a Rodàno.

Consta di 103 ettari, dei quali i 32 a vigneto sono tutti intorno alla sede aziendale, condotti in regime biologico dal 2007. Vi si coltivano sangiovese, canaiolo, colorino, cabernet, merlot, impiantati dal 1990 al 2008. Le rese sono, mediamente, tra i 50 e i 60 quintali per ettaro.

Vigna, ulivi e bosco a Rodàno.

In cantina le fermentazioni avvengono con i lieviti indigeni e per l’affinamento si usano primariamente botti e cemento.

La produzione di Chianti Classico si articola su:

  • Chianti Classico Annata e Chianti Classico Bottesola, 9/10 di Sangiovese con restante saldo di Canaiolo e Colorino.
  • Chianti Classico Viacosta, Riserva e non, Sangiovese in purezza.

L’Azienda, che fu seguita da Giulio Gambelli dal 1988 fino alla sua scomparsa, vede oggi Paolo Salvi, suo strettissimo collaboratore come enologo. Tra le aziende del climat Lilliano, è quella che ha tenuto con maggiore continuità lo stile gambelliano, declinato secondo modalità schiettamente artigianali.

Vini magari un po’ ruvidi in gioventù, con l’umoralità dei vini di vigneron, ma generosi, vibranti, viscerali, naturalmente eleganti, restituiscono in dettaglio e sfumature ciò che perdono in precisione. Manti di velluto che avvolgono il palato, quasi soffici e vaporosi nella qualità tattile; sensuali, carnali e insieme eterei, raffinati: dalla conciliazione di questi opposti traggono il loro fascino. Nelle parole di Enrico Pozzesi: “Fortemente legati alla loro identità e territorialità, con un rispetto assoluto della materia prima: l’uva“, segnano un batticuore per l’appassionato del Chianti Classico senza filtri, che abbia la pazienza di trovare questa azienda tra le meno mediatiche della Toscana.

Chianti Classico 2017: vino d’annata molto calda e secca, 15 gradi d’alcol. E’ rubino perfetto, splendente, così carico da avere riflessi porpora, che sfumano al mattone verso il bordo del bicchiere. Profumo molto intenso, etereo, dominato da: arancia sanguinella, ciliegia sotto spirito, lampone, carcadè; arricchito e sfumato da: viole appassite, cereali, macchia mediterranea, spezie piccanti e dolci in equilibrio, col pepe nero in evidenza, una tenue mineralità di tratto ematico e terroso. Sorso insieme caldo e fresco, ampio e tuttavia reattivo, salino, con un’acidità notevole in rapporto all’annata. Il tannino è ben presente, ma senza eccessi, ottimo per maturità, fittezza, finezza, eccezionale per il suo contributo, assieme a sapidità e acidità, nel bilanciare la morbidezza dell’alcol e per la qualità piacevolmente masticabile, che contribuisce ad un retrogusto d’uva sultanina, in una buona persistenza. Pur col sorso sciolto di un Chianti Classico Annata, ha un fiato complesso e profondo di una grande Riserva, rispetto la quale resta solo un debito di lunghezza. Vino di sicuro amore sulla Fiorentina. (25 aprile 2021).

Chianti Classico Riserva Viacosta 2016: vino d’annata equilibrata, estate calda con notti fresche, 14,5 gradi d’alcol. Rubino molto fitto, non impenetrabile, con gocciole fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha profumo intensissimo, schiettamente etereo e nettamente boschivo, con l’accenno di viola a striare amplissime pennellate di frutta rossa: ciliegia, amarena, lampone, arancia sanguinella e, più sfumati, fragola e ribes, tra i quali si insinua, nera, la mora selvatica. Danzano intorno i richiami più vari: pepe bianco e verde, origano, pomodoro, fungo, muschio, ruggine, terra, vello. Ha pieno corpo, stoffa, sale, acidità molto spiccata, un tannino abbondante, potente, grintosissimo. Il finale è molto lungo, sebbene ancora trattenuto dalla prestanza tannica.
Presumibilmente un vino ancora molto giovane e di lunga gittata, se dopo 24 ore è molto più armonico e assestato, i tannini più integrati, e nel profumo spiccano viola, iris e glicine, ariosi. (4 agosto 2021).

Chianti Classico Riserva Viacosta 2015: vino d’annata calda e asciutta, 15 gradi d’alcol. Rubino trasparente tendente al granato; gocciole fittissime, veloci e persistenti. Un fiato – anzi: un respiro – molto intenso, arioso, etereo, sfaccettato, distintamente boschivo e marino, che si sviluppa con le ore dall’apertura in una complessità favolosa. L’evidenza è frutta rossa – ciliegia e lampone – e fiori – viola e rosa – ma sfumano e si arricchiscono di arancia, chinotto, melograno e corbezzolo da un lato, di mimosa e tarassaco dall’altro. Poi una speziatura molto intensa: pepe nero e bianco in subordine, noce moscata, cannella, chiodo di garofano e coriandolo; note dolci, di candito da panforte e melata di bosco, si alternano ad altre più amare: salvia, ruta, tabacco, corteccia, resina, iodio, ferro, sangue.
Corpo pieno, di stoffa e di nerbo, dal sorso incredibilmente dinamico vista la mole strutturale ed il grado alcolico che lo rende un po’ impegnativo: ha una progressione incalzante e inarrivabile, tutta sul sale, con una acidità giusta, non altissima, molto ben integrata, e un tannino abbondante, di grande presenza e grinta, che frena ad oggi un po’ la persistenza sul finale, piacevolmente amaro e comunque decisamente lungo.
Un Chianti Classico all’antica, affascinante e multidimensionale, che, seppur buono all’apertura, vuole diverse ore di areazione per una piena espressione: dopo una giornata intera si amplificano le note fresche, con la cola, e le profonde, terziarie, col goudron; il tannino diviene più integrato e levigato, per un sorso più rilassato, sciolto, lunghissimo. Vino già oggi fantastico. (3 aprile 2021).

Tenuta di Bibbiano
Giungere a Bibbiano trasmette sempre un sentimento di rarefazione. Sarà la posizione, a cavallo tra i due versanti, con l’ampia distesa delle vigne di Montornello, che pare isolare la sede aziendale dal resto del mondo, o le quinte dei cipressi e dei pini, o ancora la villa padronale, segreta, distaccata, celata alla vista, ma questo sentimento esiste ed è fuso con una solarità schietta: Bibbiano è un dualismo che si ritrova nei vini, nelle persone e nello stile aziendale: l’ambizione parla una lingua più che contemporanea: visionaria, ma con una conoscenza ed una dedizione a gesti antichi che la radicano profondamente nella storia e nella tradizione. Forse proprio questa dialettica ha permesso la nascita di imbottigliamenti separati per Cru: nel 1988 la Vigna del Capannino (allora, Riserva) e Vigne di Montornello nei primi Anni Novanta (originariamente come Annata, single vineyard; ma già negli Anni Ottanta si imbottigliava un Chianti Classico Montornello selezionando uve sangiovese, canaiolo e colorino dall’intero vigneto aziendale).

Bibbiano: la sede aziendale.
Bibbiano: l’ingresso della villa, dalla via di crinale.

L’azienda è di proprietà dal 1865 della famiglia Marzi (oggi Marrocchesi Marzi); i fratelli Federico e Tommaso ne rappresentano la quinta generazione a Bibbiano. Tommaso, in particolare, è responsabile della gestione aziendale dal 2000.

Consta di 220 ettari, dei quali 33 sono a vigneto: 30 ettari equamente divisi tra il versante di nord-est (Montornello) e di sud-ovest (dove si trova la Vigna del Capannino), altri 3 sono nel poco distante Poggio a’Lupi. In fase di valutazione un nuovo impianto con esposizione fresca per i vini IGT, a Gaglianuzzo. Si coltivano intorno a Bibbiano: sangiovese, sangiovese grosso, colorino, canaiolo, malvasia nera, malvasia bianca del Chianti, trebbiano; il ciliegiolo sul Poggio a’ Lupi.

Il resto delle colture è rappresentato dall’olivo per l’imbottigliamento del proprio olio, e da 120 ettari di seminativo che producono sfalcio per mangimi bilanciati per allevamento bovino. Interessante notare come dal 1865 i confini della Tenuta, quelli poderali e le aree a bosco, siano rimasti immutati. E’ presente l’attività agrituristica.

Bibbiano: versante sud-ovest.

Tenuta di Bibbiano è associata al Consorzio Vino Chianti Classico dal 1948 e collabora da tempo con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali, Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze. Già dagli Anni Ottanta utilizza solo prodotti a basso impatto ambientale e fertilizzanti di origine organica: oggi l’Azienda è certificata biologica sia in vigna che in cantina. Il 70% dell’energia elettrica necessaria è prodotta da un impianto fotovoltaico, per un bilancio quasi nullo di emissioni di anidride carbonica.

La produzione di Chianti Classico si articola ad oggi su:

  • Chianti Classico Annata, da vigneti su entrambi i versanti aziendali, con rese di 70 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta in acciaio per circa due settimane ed affinato 12 mesi in cemento;
  • Chianti Classico Riserva, da vigneti su entrambi i versanti aziendali, con rese di 70 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta in cemento e acciaio per circa 3 settimane ed è affinato per 18 mesi, metà massa in cemento, l’altra in tonneaux;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello, dai vigneti sul versante nord-est, con rese di 45 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta per circa 3-4 settimane in cemento con rimontaggi, affina 24 mesi parte in cemento e parte in tonneaux, ed ulteriori 6 mesi in bottiglia;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino, dalla vigna omonima sul versante sud-ovest con clone monopolio aziendale, rese di 50 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta per 3-4 settimane in cemento con rimontaggi, affina 24 mesi parte in cemento, parte in tonneaux, parte in botte grande, ed ulteriori 6 mesi in bottiglia.

Tenuta di Bibbiano fu seguita direttamente da Giulio Gambelli dal 1942 al 2004, quando il testimone passò a Stefano Porcinai il quale, oltre a seguire la parte agronomica, aveva già affiancato il Maestro, che continuò tuttavia il rapporto con assaggi e consigli amichevoli negli anni seguenti. Dopo alcune stagioni con cambiamenti di squadra, si è giunti all’assetto attuale, con la parte enologica e agronomica seguite da un team composto dagli enologi esterni Maurizio Castelli e Luca Felicioni e dall’enologo interno Davide Biagiotti.

Storicamente la cifra stilistica dei vini di Bibbiano è stata quella di una raffinatezza estrema, una levità sinuosa e femminile che poteva piegarsi alle ragioni della potenza, secondo l’annata, ma non rinunciava mai ad una magica trina, sebbene rimanesse chiaro il beneficio dell’attesa in bottiglia, per la Vigna del Capannino in specie. E’ d’altronde evidente l’effetto dell’ampiezza del versante nord-est per ingentilire la trama e i profumi dei vini. Questa la memoria affidata ai vini delle vendemmie seguite direttamente da Gambelli ed immediatamente successive. Poi si è aperta una fase più complessa di assestamento stilistico coinciso con un considerevole aumento del numero di etichette, un esteso reimpianto dei vigneti e cambiamenti nel team tecnico.
Negli ultimi anni si è puntato risolutamente sul sangiovese in purezza per i Chianti Classico (ridimensionando i vitigni complementari) ed è stato ridotto e pressoché annullato l’uso delle barrique, preferendo a preferire cemento, botti grandi e tonneaux di rovere francese. D’altra parte, i lieviti utilizzati sono sempre rimasti quelli indigeni e le fermentazioni malolattiche mai avvenute nel legno. Il processo pare ora terminato con successo ed i vini sembrano riacquistare progressivamente focalizzazione e dettaglio.

Chianti Classico 2018, vino d’annata fredda e nevosa l’inverno, fresca e umida l’estate, calda e soleggiata d’autunno; 13,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente e luminoso, gocciole lente, fitte, minute, regolari. Profumo d’intensità media, sfaccettato, etereo, fresco, giovane ma in evoluzione: inizialmente chiuso, si svela con calma. Viola, ciliegia appena matura, melagrana, mela rossa, arancia; qualche cenno verde, come d’erba medica, si sovrappone alla finezza del pepe verde,e a sottili rimandi autunnali, di liquerizia e foglie secche. Sorso svelto e ritmato, di corpo superiore alla media, ma stretto tra un tannino abbondante e grintoso, di grana fine, un’acidità tagliente come una sciabola scintillante e tanto sale: in tale morsa, la lunghezza è discreta.
Un ottimo compagno della tavola, che trasmette una benvenuta sensazione di naturalezza e presumibilmente migliorerà con l’affinamento in bottiglia: a 27 ore dall’apertura, è più armonioso, con note nette di boeri, di bosco, di menta, di ferro. (2 febbraio 2021)

Chianti Classico 2008, vino d’annata complessivamente fresca, con estate calda ma ventilata e soleggiata; 13,5 gradi d’alcol. A 12 ore dall’apertura, è rubino trasparentissimo e luminoso, che vira appena al granato sull’unghia, il vino ruota nel bicchiere veloce e leggero, con lacrime estremamente lente e persistenti. Il profumo è di intensità mediana, ma etereo, prismatico e primaverile: tripudio di fiori in composizione perfetta: viole, gigli, garofani e rose; frutta rossa freschissima: susine, pesche noci, uva, un poco di arancia sanguinella, soave; erbe aromatiche appena colte: borragine, rosmarino, timo, menta; una speziatura raffinatissima ed equilibrata; ricordi lontanissimi di pelle conciata, castagne, tabacco. Sorso succoso – con un’evidenza quasi materica di lampone – croccante e scattante, leggero, fine, equilibrato, saporito, sinuoso, arioso teso, fresco, lungo, saldamente strutturato tra un tannino felicemente abbondante, ma filigranato, ed un’acidità fermissima, delicatamente distribuita sul palato. Un’armonia di forza e di grazia, un vino indimenticabile. Dovrebbe avere ancora un po’ di colorino e canaiolo insieme al sangiovese. Meraviglioso con cavolo nero e fagioli cannellini. (2 giugno 2016)
Riassaggiatane una bottiglia anni dopo, il 21 aprile 2021, conferma le sensazioni: ancora più profumato, arioso, sfaccettato, rarefatto, maggiormente virato sui terziari, benché ciliegia e lampone siano ancora ben presenti, è divenuto tutto una trina nuda, leggera e setosa, un dettaglio struggente e sinuoso, un’armonia minuta, ma di ampio respiro. Bello, profumato, fresco, lieve, sapido, armonioso, slanciato, profondo, longevo, è l’epitome del Chianti Classico annata.

Chianti Classico 2006, vino d’annata equilbrata, con punte di afa estive; 14 gradi d’alcol. Rubino molto trasparente, tendente al granato; forma gocciole rade, lente, persistenti. Profumo molto intenso, sottilmente etereo, con viole e rose fresche e appassite, e tanta frutta rossa in evidenza, ciliegie e susine, con sfumature nitidissime di arancia; e una speziatura dolce-piccante, raffinata e intensa: cannella, noce moscata, chiodi di garofano, pepe bianco, e nero primariamente; ancora, evidente, il tabacco, ed idee sfumate di resina, di macchia marina; tracce ematiche, ferrose, e di goudron . Di notevole corpo – con tannino abbondante, ancora grintoso, ed acidità decisa – ma l’attacco è delicato, si apre a centro bocca: ha stoffa. La persistenza, pur superiore alla media, è ancora un po’ frenata dal tannino, ma il sorso si chiude su ariosi refoli balsamici. Vino lento, che richiede le classiche 12-18 ore per dispiegarsi appieno, da assaggio attento perché finto semplice, si direbbe non ancora al massimo dell’evoluzione, benché meravigliosamente gastronomico a tavola, su carni succulente o sulle classiche vivande toscane. (11 aprile 2021, due bottiglie aperte, la prima pesantemente ossidata; le note di assaggio si riferiscono alla seconda).

Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molto fresche; 14,5 gradi d’alcol. Rubino luminoso con gocciole veloci, irregolari e persistenti. Ha un fiato molto intenso, profondissimo, articolato, netto, raffinato, giovanile ma in evoluzione, molto fresco, immediatamente illuminato da un tripudiare di fiori viola e rossi; poi la frutta rossa, fresca: il lampone, le ciliegie rosse; e, nitidi, gli agrumi: arancia, chinotto; sorprendenti: i fichi, verdi e neri; tra le spezie emerge il pepe bianco, si evoca la curcuma; tra le erbe, l’alloro; uno sfondo signorile di goudron. C’è qualche sentore del legno di affinamento, tra vaniglia e cioccolato, ma in presumibile smaltimento. Il sorso è finissimo, di gran corpo, nervoso, fresco, salino e succoso, insieme snello e muscoloso, con un tannino presente in gran quantità, ma croccante e gustoso come una novella del Boccaccio, ed un’acidità d’intensità notevolissima. L’arcata gustativa è tesa e dinamica, con una persistenza molto lunga, in un finale pulito, salato, riverberante, irradiante. Un grande vino, snello e muscoloso, forse più massiccio e tecnico dei vecchi Montornello (quando non erano Gran Selezione), che ha ottimamente accompagnato un roastbeef in una calda giornata estiva, a temperatura di servizio leggermente fresca. Interessante paragonarlo al Vigna del Capannino di pari annata, più baritonale: se Capannino è un violoncello, Montornello è un violino.

Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2014, vino d’annata complicata, con inverno mite, primavera ed estate notoriamente fresche e piovose, settembre e ottobre soleggiati, ma con frequenti piogge; 14 gradi d’alcol. Stante l’annata particolare, il colore è già granato con riflessi rubino, di media profondità, con gocciole fitte, lunghe e regolari sul bicchiere. Il profumo, di intensità superiore alla media, è suggestivo, stratificato, “freddo”: tabacco, ghisa, torba, note affumicate sono in bella evidenza, ma subito emergono, evidenti, i fiori secchi – le viole soprattutto – e le ciliegie; seguono agrumi: arancia e persino accenni di lime e pompelmo rosa. Con le ore si apre su fiori freschi, succo di pomodoro, pepe bianco, cioccolato fondente. All’assaggio, la struttura e la grana tannica sono quelle tipiche del climat di appartenenza, con generosità vibrante, equilibrio, tannino importante e di grana grintosa, un po’ ruvido. Appena aperto sembra un vino che gravita sulla terra, ma con le ore anche il sorso diventa più aperto e fresco, perdendo sovrastruttura e librandosi in trasparenza. L’acidità è superiore alla media, ma non altissima, ed il retrogusto di un finale di buona lunghezza lascia un senso piacevole di uva un po’ asprigna, non del tutto matura. Assai meno setoso ed armonioso del Capannino pari annata, rispetto al quale è più nudo e leggero, risulta tuttavia più concentrato rispetto ai Montornello degli Anni Duemila. Gli giovano alcune ore di areazione, perché diventa più nervoso e agile. (31 luglio 2021)

Chianti Classico Montornello 2009, vino d’annata fredda e nevosa l’inverno, primavera fresca, estate calda e ventilata, ma con notti fresche. A 12 ore dall’apertura è rubino tendente al granato, di media trasparenza, con gocciole irregolari, fitte, veloci, persistenti. Ha profumo sensuale, elegantissimo, di notevole profondità, complessità e ampiezza, vibrante e arioso, in evoluzione, dominato dai fiori: viola, rosa, glicine; e dalla frutta rossa più fresca (lampone, fragolina, ribes, ciliegia, susina), fusa ad arancia e melograno. Sottostante, un tappeto molto delicato di spezie e di erbe: prevalgono noce moscata e pepe, rosmarino e timo. Gentili del pari, il tabacco e la pelle conciata, il miele di millefiori e castagno, e lo spunto empireumatico: una fine terziarizzazione. Il sorso ha nerbo, slancio, pienezza, ritmo, guizzo, maestosità, souplesse, con grinta e finezza tannica, un’acidità mediana e diffusissima, armonico e rotondo dall’attacco setoso e delicatissimo, fino al finale equilibratissimo, con una piacevolissima sensazione di caldo-freddo. Un vino eccellente, di sontuosa classicità, superbo su coniglio e pollo arrosto. (10 gennaio 2021)

A sinistra: Vigna di Montornello 2014; a destra: Vigna del Capannino 2014. Significativa differenza visiva.

Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molto fresche; 15 gradi d’alcol. Rubino scuro e profondo, ma non impenetrabile, con gocciole lente, irregolari, persistenti. A 12 ore dall’apertura, è del tutto inscalfito e piuttosto monolitico, quasi un bel tenebroso: il profumo, dal tratto appena etereo, è di viola scura, ciliegia scura, susina rossa scura, pepe bianco, inchiostro, idrocarburo. All’assaggio è monumentale, la struttura è potentissima e compatta, con un tannino di qualità superba ed un’agilità notevolissima. Benché molto lungo, oggi sembra frenato in una morsa tra tannini ed alcol. Indubbiamente molto giovane e dal lunghissimo potenziale evolutivo, se comincia appena a rilassarsi tra il quarto e il quinto giorno dall’apertura, incredibilmente, trovando nei profumi una florealità più luminosa e compiuta, marezzata di arancia, ed un sorso di maggiore armonia e allungo. (19 agosto 2021)

Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2014, vino d’annata complicata, con inverno mite, primavera ed estate notoriamente fresche e piovose, settembre e ottobre soleggiati, ma con frequenti pioggie; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, deciso, dall’unghia granata, con gocciole molto lente, irregolari. E’ nettamente più materico e vistoso del Montornello pari annata, alla rotazione. Profumo “caldo”, di grande intensità, etereo e di ampio respiro, vibrante: rose e viole; frutta fresca, matura, e quasi confettura, ciliegie e prugne; una speziatura ricca, dolce e piccante, pepe e cannella, che giunge a refoli perfettamente ricamati insieme con l’incenso; con la cola che addolcisce gli accenti ferrosi ed un afflato agrumato d’arancia rossa, che – nitido, signorile, mediterraneo – con la terra, la pietra al sole, la pelle conciata, “brunelleggia”.
Il corpo è pieno, con tannino in quantità, maturo ed elegante, acidità spiccatissima, col finale proporzionato, assai lungo. Un vino buonissimo, potente ma agile ed elegante, rifinito e tuttavia naturale, che ad un giorno dall’apertura mostra una tenuta perfetta ed un profilo aromatico più floreale, di viola e lavanda. Eccellente, a sorpresa, appena rinfrescato, su vitello tonnato. Indicativa la sua diversa e più sicura riuscita, rispetto al Montornello, nell’annata piovosa. (1 agosto 2021).

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996, vino d’annata con inverno rigido ed estate piovosa, sostanzialmente equilibrata, ma fresca; 13 gradi d’alcol. Aperto con adeguato anticipo, è incredibilmente rubino, trasparente, luminoso, appena distinguibile qualche accenno al granato. Lascia sul bicchiere una sarabanda di gocciole molto lente, molto fitte, regolari, di solenne andamento. Profumo integro, intenso, sfaccettato, arioso, puro; rifinito e severo insieme, come la trina di un capitello altomedievale. La freschezza cristallina del lampone e della ciliegia maturi sfuma nei fiori appassiti, rosa e viola; si screzia eterea nei balsami del rosmarino, dell’origano, dell’alloro, della lecceta: foglie e cortecce; la dolcezza domestica, malinconica autunnale della farina di castagne diviene controcanto alla liquerizia e alle nobili profondità minerali della pietra assolata, del ferro, della polvere da sparo, del goudron; infine tenui note di spezie: aliti di brezza. Di gran corpo e grande stoffa, è rotondo, completo, equilibrato e leggiadro, con quel tratto sottilmente femminile che si ritrova nei Bibbiano più vecchi: la delicatezza dell’attacco setoso si modula nell’alata forza strutturale di un tannino sciolto e rotondo, ma ancora abbondante; nell’acidità notevole e tuttavia naturalmente distribuita lungo il palato; in una salinità puntuale, infiltrante, riverberante. Profondissimo, chiude la sua lunghissima arata gustativa su echi ematici, minerali e speziati: di pepe bianco e nero, noce moscata e cenni di cannella. Un vino disegnato con perfette proporzioni, che poeticamente scavalca l’analisi tecnica: un liquido eloquio da ascoltare trasognati. Serve tuttavia meravigliosamente la tavola su arrosto di faraona e piccione. Indimenticabile. (14 luglio 2020)

Tenuta di Lilliano
Lilliano è la maestà e il mistero: vi si giunga dal lungo viale di platani che termina con un esedra semicircolare di case rustiche, alle quali è quinta il cancello della Villa; vi si giunga da ovest, incontrando prima la candida e semplice fronte di alberese della Pieve di Santa Cristina, per poi giungere allo slargo dove, a valle, sta l’edificio basso della vendita diretta, mentre a monte il possente bugnato della Villa crea l’illusione di una fortezza inespugnabile; sempre quelle grandi finestre promettono interni sconosciuti incanti, fughe di stanze memori nell’oblio del tempo, cantine ombrose dove sedersi a piè di una botte godendo il fresco nell’odor dei vini; sì che vien voglia di bussare a quel cancello, scostarlo, sgusciar dentro di soppiatto, sperando nell’invito a proseguire ed entrare in quel mondo dalla lunga storia. Quelle medesime sensazioni, spesso, ritrovo nei Chianti Classico di Lilliano.

La villa di Lilliano: fronte principale.

Il complesso della fattoria, che domina l’abitato, ha origini fortificate, ma l’aspetto attuale è ottocentesco, anche se le evidenze murarie della rocca medievale sono rinvenibili in diverse parti della struttura. In antico, fu proprietà del Marchese di Toscana, poi della Badia di Poggibonsi, quindi dell’Ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze. Venendo ad epoche più recenti, la Tenuta di Lilliano fu acquistata dal Barone Berlingieri nel 1920. La principessa Eleonora Ruspoli Berlingieri comprese e valorizzò per prima il potenziale enologico della tenuta iniziando ad imbottigliare i vini di Lilliano nel 1958 e chiamando a collaborare Giulio Gambelli, il cui rapporto con l’azienda durò qualche decennio. Le etichette del Lilliano Chianti Classico rappresentano infatti gli stemmi araldici delle famiglie Ruspoli e Berlingieri. Oggi la proprietà della Tenuta di Lilliano è condivisa dai fratelli Pietro e Giulio Ruspoli, che la conduce dal 1989; il nipote Alessandro la rappresenta nei mercati internazionali.

La villa di Lilliano: il fronte con l’accesso alla cantina storica.

L’Azienda consta di 460 ettari, dei quali 40 a vigneto ed altri 10 con diritto di reimpianto, tutti nella zona di Lilliano. I vigneti stanno tra 270 ed i 380 metri con varie esposizioni: sud, sud est, Sud-ovest, Nord. Vi si coltivano sangiovese (cloni del progetto Chianti Classico 2000), colorino, canaiolo, merlot , cabernet sauvignon e petite verdot. L’età delle viti oscilla tra i 10 e i 20 anni, con alcuni ettari recentemente reimpiantati. Le densità variano tra i 3.000 e i 5.000 ceppi per ettaro, le forme di allevamento sono guyot e cordone speronato, le rese, in media, attorno ai 45 quintali per ettaro. Tenuta di Lilliano è certificata biologica e tiene molto alla sua anima polifunzionale: accoglienza, ambiente ed, oltre a vite e vino, altre colture e produzoni: olio extra vergine d’oliva, grappa, farro biologico, condimento balsamico.

Lilliano: verso i campi, a valle.

Nei suoi tratti fondamentali, la vinificazione prevede l’impiego di lieviti selezionati, fermentazione alcolica in vasche d’acciaio, fermentazione malolattica, a seguire affinamento in legno diverso per tipologia di vino. L’ultima fase di affinamento avviene in bottiglia.

La produzione di Chianti Classico, tutta da vigne intorno a Lilliano, si articola ad oggi su:

  • Chianti Classico Annata: 90% Sangiovese, 5% Colorino, 5% Merlot; affinato in botte grande e cemento per 12-14 mesi, breve affinamento in bottiglia a seguire.
  • Chianti Classico Riserva: 95% Sangiovese, 5% vitigni complementari; affinato in botte grande per 15-15 mesi, almeno 6 mesi di affinamento in bottiglia a seguire.
  • Chianti Classico Gran Selezione: Sangiovese in purezza, selezionato dalle migliori vigne aziendali (“Le Piagge” e “Casina sopra strada”); affinato in botte grande e tonneaux di rovere francese per 15 mesi, almeno sei mesi di affinamento in bottiglia a seguire.

Come detto l’azienda fu per molti anni nell’orbita di Giulio Gambelli. Attualmente la parte agronomica è seguita da Stefano Porcinai ad occuparsi e quella enologica da Lorenzo Landi.
Genericamente si può dire che a Tenuta di Lilliano, grazie all’abbondanza di esposizioni solatìe ed alla compresenza di argilla e calcare, si esprime in vini di straordinaria compattezza strutturale e tenuta nel tempo, potenti ed equilibrati, con una discreta riserva di freschezza sia aromatica che gustativa, di riuscita talvolta eclatante nelle annate meno calde. Tipiche le note di viola e ciliegia, che con l’affinamento si stratificano ad un afflato più minerale ed empireumatico. In gioventù possono talvolta risultare alquanto monolitici.
Chi scrive non ha avuto la fortuna di assaggiare i vini dell’epoca gambelliana, restringendo gli assaggi al periodo che va dalla metà degli Anni Duemila alle ultime annate in commercio. L’impressione è che lo stile in questo lasso temporale si sia mosso da vini molto tecnici, poco allineati allo stile del Maestro, imbrigliati in una ricerca di concentrazione e morbidezza, verso espressioni più sciolte, ariose, aggraziate e pure, senza rinunciare alla saldezza strutturale caratteristica di Lilliano: un cambiamento benvenuto, che origina vini piacevolissimi.

Chianti Classico 2018, vino da annata fresca ed equilibrata, estate umida, ma autunno caldo e soleggiato; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, luminoso, con gocciole fitte, veloci, resistenti, irregolari. A tratti etereo, giovanile, me in evoluzione, è profumatissimo di frutta rossa variegata, con accenni di frutta nera (mirtillo e mora, forse), con una notevolissima sezione agrumata: un nettissimo e sorprendente mandarino, insieme ad arancia, chinotto e il cedro accennato; ed una vena verde, come di zucchina fresca (un complimento, dico io), erbe aromatiche essicate, foglia di leccio e cipresso; poi, una nitida speziatura di pepe bianco e nero, un’indole sanguigna ed ematica e note minerali, di polvere da sparo, e refoli marini. Dopo 24 ore si fa strada una certa fragola, quasi da bubble-gum. Il sorso è generoso, molto salino ed equilibrato, con un tannino importante, grintoso e maturo, ma molto educato; un’acidità notevole, ma ben integrata; l’alcol non trascurabile, ottimamente gestito, per tutto l’arco gustativo che termina con un finale molto lungo, gustoso e pastoso di tannino. Un vino forse un po’ tecnico, nel quale si percepisce una vitalità imbrigliata con disciplina, ma è originale e di grande completezza: insomma, buonissimo, piacevole a tavola anche fresco e con un eccellente rapporto qualità prezzo, che mai guasta. (7 luglio 2021)

Chianti Classico 2017, vino da annata con inverno e primavera tiepidi e poveri di piogge, estate siccitosa e calda, con basse escursioni termiche notturne; 14,5 gradi d’alcol. E’ rubino di media trasparenza, discreta luminosità, gocciole sul vetro del bicchiere fitte, veloci, persistenti, irregolari. Un po’ chiuso inizialmente, richiede ore per aprirsi, e lo fa clamorosamente: inizialmente molto concentrato, sboccia con un profumo di intensità superiore alla media, in evoluzione, etereo, melodioso, molto sfaccettato, su toni scuri baritonali, che declinano l’annata calda in struggenti suggestioni terragne ed autunnali, sempre nobili, estroverse, luminose. Si svela poco a poco, con fascino sensuale: tanta rosa, tanta viola, tanta ciliegia sotto spirito; poi susina, foglie d’ulivo, carciofo alla brace, pomodoro essicato, pepe bianco e nero, mostarda, humus; cenni di macchia boschiva, di caffè, liquerizia, si legano a tratti balsamici, ematici ed absesto. Il sorso è bellissimo: carezzevole, rotondo, vellutato, avvolgente, con ritmo e souplesse, tuttavia la fibra è saldissima, maschia. Il corpo è pieno; il tannino è abbondante, ma finissimo e maturo, dolce; l’acidità è superiore alla media, ma è affondata celata nel corpo del vino, come la salinità. Resta accennato nel finale – molto lungo- un retrogusto di mirtillo e mora. Benché di impianto classico, è moderno e contemporaneo per evidenza e precisione del frutto: in questo fermarsi a mezza via, il pregio ed il limite di questo vino molto buono. (1 febbraio 2021).

Chianti Classico 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, vivido, acceso, con gocciole irregolari, lente, persistenti, lunghissime. Profumo molto intenso e articolato, sottilmente etereo, sulla frutta, rossa primariamente: ciliegia e arancia, ricamate di mora, mirtillo, chinotto. Danzano intorno la violetta, il rosmarino, la nota verde di menta ruta ed erbe montane (quasi caramella ricola), il pepe bianco, il batticuore di una cesta di verdure dell’orto (peperoncini, melanzane, zucchine, carciofi), absesto e refoli marini.
Il sorso è ampio e largo, strutturato, sapido con un tannino abbondante e molto levigato ed un’acidità notevole, con un finale molto lungo. Un insieme molto equilibrato, un po’ tecnico e statico, ma piacevole. (29 luglio 2021)

Chianti Classico 2007, vino da annata regolare e calda; 14,5 gradi d’alcol. Una nota d’assaggio presa al volo. Due bottiglie: il vino della prima è buono, molto statico. La seconda: vino sul frutto e ben teso, femminile, ma dall’incedere maestoso, ha stoffa. Un po’ controllato, comunque ottimo e di eccellente bevibilità, malgrado l’importante grado alcolico. (1 febbraio 2021)

Chianti Classico Riserva 2005, vino d’annata equilibrata e parzialmente calda; 14 gradi d’alcol. A nove ore dall’apertura si presenta di colore granato scuro, luminoso, con riflessi ancora rubino. Sul bicchiere, gocciole molto fitte, persistenti, solenni, regolari, ritmate, quasi un colonnato brunelleschiano. Il profumo è molto intenso, in evoluzione, ma la tenuta generale, a sedici anni, è eccellente. L’insieme è eclettico, distintamente etereo seppure in po’ contratto, malgrado l’apparente contraddizione: viole e glicine con un’evidenza quasi stordente, frutta rossa molto matura (molte susine, e ciliegie), rosmarino e origano, sedano, muschio e rafano, tabacco, foglie d’autunno ed una netta marcatura di ferro, di ghisa, ematica, con sfumature empireumatiche. Si nota ancora una certa laccatura da legno nuovo. Il sorso è di bellissima stoffa: c’è pienezza d’estratti e levità. Il tannino è ben presente ampio, maturo, regolare; l’acidità superiore alla media e la salinità notevole, entrambe affondate, avvolte nel corpo del vino. Il finale, di lunghezza adeguata alla tipologia, cioè superiore alla media, è equilibrato, ma su una nota di legno nuovo. A tavola è ottimo su preparazioni grasse: oca arrosto, fegatelli di maiale. (23 gennaio 2021)

Chianti Classico Gran Selezione 2017, vino d’annata con inverno e primavera tiepidi e poveri di piogge, estate siccitosa e calda, con basse escursioni termiche notturne; 14,5 gradi d’alcol. Un sangiovese in purezza color rubino trasparente e luminoso, con lacrime fitte, regolari, lente e persistenti. Ha profumo intensissimo, quasi opulento, etereo e terragno, in evoluzione, con viola e lavanda, ciliegia e lampone in grande evidenza, trapuntate da arancia e tante spezie, tra le quali emerge il pepe, bianco e nero; una balsamicità mediterranea e domestica, di cipresso, l’avvolge. Si avverte anche una speziatura di legni all’olfazione, ma magistralmente non si ritrova nel sorso, che è di gran corpo e stoffa: si muove elegantissimo e fresco, con un tannino in quantità notevole, ma levigatissimo, un’acidità superiore alla media, seppur non altissima (5,2 g/l), verso un finale molto lungo ed equilibrato. Un vino ottimo, perfetto avesse meno sentore di legno e più libertà: sarà interessante l’assaggio tra qualche anno. Buonissimo su coniglio arrosto. (7 agosto 2021)

Rocca delle Macìe
Arrivare a Rocca delle Macìe è una sensazione straniante: si è nel mezzo della Toscana e sembra di giungere alla fine del mondo. E’ che certi giorni, tra i casali di pietra ben ristrutturati che compongono il piccolo borgo, c’è un silenzio assordante rotto solo dal vento, sotto una luce di abbagliante solarità mediterranea; e se a ovest c’è la statale e la verde, morbida, ordinata macchia di pampini del Pian della Casina, a est il climat precipita ripido, perdendosi in macchie, vallecole, forre, mentre la visuale si apre verso un infinito dove si distinguono appena Monteriggioni, Siena, la Montagnola Senese ed, in fondo, quasi leonardescamente sfumato, l’Amiata.

Vigneto Le Terrazze, a Macìe.

L’Azienda è stata fondata nel 1973, quando Italo Zingarelli, celebre produttore cinematografico, acquista la tenuta “Le Macìe”: 140 ettari, dei quali solo due a vigneto. Il sogno di creare una vera azienda agricola lo spinge ad ampliare notevolmente il parco vitato e ad acquistare tenute in altra zone del Chianti Classico. Tramanda amore e passione per l’azienda ai figli Sergio, Sandra e Fabio. In particolare, Sergio inizia a lavorare a Rocca delle Macìe con il padre e dal 1989, insieme alla moglie Daniela e con la collaborazione della sorella Sandra. Segue un periodo di consolidamento ed affermazione sui mercati mondiali.

Oggi l’azienda dispone di circa 500 ettari, dei quali 200 coltivati a vigneto e 25 ad oliveto, suddivisi tra le sei tenute di proprietà: Le Macìe, Sant’Alfonso, la Riserva di Fizzano e le Tavolelle nella zona del Chianti Classico, Campomaccione e Casa Maria in Maremma nella zona del Morellino di Scansano. Altre produzioni solo l’olio extravergine d’oliva e il miele. E’ presente l’attività ricettiva. L’azienda è certificata FFSC22000V.5 ed è in fase di Certificazione per la Sostenibilità Aziendale Viva; è certificata biologica per la produzione dell’olio.

I 32 ettari vitati a Macìe, che hanno un’altezza media di 330 metri sul livello del mare ed esposizioni vari, con prevalenza sud e sud-ovest, sono coltivati a sangiovese, colorino, merlot e cabernet sauvignon, secondo i metodi di lotta integrata, senza diserbanti e concimi chimici dal 2000. L’età media delle viti è 20 anni, allevate principalmente a cordone speronato ed in parte a guyot, su suoli di depositi miocenici, composti da calcari marnosi con tessitura argilloso sabbiosa, ricchi in scheletro e tendenzialmente alcalini: una combinazione equilibrata di galestro e alberese. Qui il sangiovese ha una maturazione molto graduale e regolare, senza eccessi di vigore e poco soggetto ad attacchi di patogeni; tendenzialmente più tardivo rispetto ad altri terreni, molto equilibrato, con un’espressività nei vini di estrema luminosità mediterranea, pur mantenendo una struttura assai solida e compatta, con finezza tannica, profondità olfattiva e gustativa, freschezza, dovute all’elevata presenza di calcare nei suoli ed alla ventilazione.

Dal 1989 l’enologo è Luca Francioni con la consulenza di Lorenzo Landi; il responsabile agronomico dal 1997 Alfio Auzzi.

Sebbene le uve di Macìe partecipino del Chianti Classico Annata e Riserva Famiglia Zingarelli di Rocca delle Macìe, con quelle delle altre tenute aziendali in Chianti Classico, il climat è pienamente rappresentato dai due Chianti Classico prodotti col solo Sangiovese di Macìe:

  • Chianti Classico Riserva Sergioveto, Sangiovese in purezza del Pian della Casina, da rese di 50 quintali per ettaro (tra 0,8 kg e 1 kg per pianta), con fermentazione alcolica di 8-10 giorni e macerazione post-fermentativa di 15 giorni, fermentazione malolattica in cemento, affinamento in botti di rovere francese da 24-35 hl per 24 mesi, 12 mesi in bottiglia. Si impiegano lieviti selezionati. (Dati riferiti all’annata 2016).
  • Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli, Sangiovese in purezza del vigneto Le terrazze, da rese di 50 quintali per ettaro (0,8 kg per pianta), con fermentazione alcolica di 10 giorni e macerazione post-fermentativa di 18 giorni, fermentazione malolattica in cemento, affinamento in botti di rovere francese da 25 hl per 20 mesi, seguiti da altri 20 mesi in bottiglia. Si impiegano lieviti selezionati. (Dati riferiti all’annata 2016).

Da uve esclusivamente del climat Macìe, dal vigneto Le Pecchie, viene prodotto anche il Roccato IGT, Cabernet Sauvignon in purezza dal 2015 (dalla prima annata del 1988 era Sangiovese e Cabernet).

In tal senso, le massime espressioni aziendali sono i Chianti Classico dei Cru di Macìe: tra i vini del climat i più immediatamente solari, diretti, potenti e sul frutto: un frutto rosso abbagliante. Vini che al momento pongono forza, struttura e rotondità sopra a grinta e dettaglio, ma che molto probabilmente riserveranno piacevolissime sorprese tra qualche anno, con la permanenza in bottiglia. Purtroppo la storia breve di queste etichette – nella loro forma attuale – non mi ha permesso un’analisi più approfondita.

Come detto, Rocca delle Macìe è un’azienda di grandi dimensioni ed un’inevitabile apertura ai grandi mercati, nazionali ed internazionali, con circa 2,7 milioni di bottiglie annue su 15 diverse tipologie di vino, distribuite in oltre 50 paesi e con una rete di vendita in Italia che copre circa 3.000 clienti. Per comprendere lo stile dei vini di Rocca delle Macìe bisogna pertanto assaggiare una porzione rappresentativa della produzione. Chi scrive ha avuto una discreta familiarità con i Chianti Classico Annata aziendali dalla fine degli Anni Ottanta ai primi anni Duemila, perché erano in lista al ristorante paterno: erano prodotti piacevoli, affidabili, inclini talvolta allo stile dell’epoca che già cercava colori fitti e concentrazioni bordolesi. Ritrovarli dopo tanti anni più definiti, puri, dettagliati, freschi, solari è stata una piacevolissima sorpresa: difficile bere meglio nella medesima categoria di prezzo e reperibilità: 970.000 bottiglie nell’annata 2018. È interessante notare anche come i vini di punta siano stati rimodulati, dagli IGT in voga negli Anni Novanta, dove il Sangiovese compartecipava, maggioritario o meno, coi vitigni internazionali, ad espressioni di Sangiovese in purezza sotto la denominazione Chianti Classico (con le sue possibili declinazioni), o, nel caso del Roccato IGT, di solo Cabernet Sauvignon, e come, per essi, l’impiego della barrique sia stato limitato o del tutto annullato. In parallelo, la pratica dell’imbottigliamento per Cru o single vineyard: vale la pena citare il piacevolissimo, morbido Chianti Classico Tenuta Sant’Alfonso (Sangiovese in purezza da terreni argillosi tra Castellina e Poggibonsi, affinato in botti di 35 hl), il profumato e dinamico Chianti Classico Gran Selezione Riserva di Fizzano (Sangiovese affiancato da colorino, che dal 2015 ha sostituito il Merlot, proveniente da vigne del versante occidentale di Castellina, ma più alte di Macìe, con terreni più sabbiosi e sassosi; viene affinato parte in botte grande e parte in barrique).
In sostanza, è raro trovare in aziende di simili dimensioni vini altrettanto territoriali e rifiniti; d’altra parte, giocoforza audacie espressive e preziosismi sono evitati, preferendovi una rassicurante solidità tecnica e quella ricerca di potenza che qualifica immediatamente il rango del vino anche al palato non esperto.

Dettaglio del Pian della Casina.

Chianti Classico Riserva Sergioveto 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, con un profumo molto intenso di frutta rossa, primariamente ciliegia, e floreale in second’ordine, che emerge col tempo: viola soprattutto, e rosa. E’ un bouquet in evoluzione, dove sono ben presenti macchia mediterranea (netti rosmarino e alloro), olive al forno, pomodori secchi, tabacco, liquerizia, cacao amaro, ed una speziatura dolce, tra cannella e noce moscata, che addolcisce il severo fondo minerale. A 18 ore dall’apertura emergono note più gravi e profonde, di terra bagnate e di cereali. Il sorso, invece, si direbbe già subito pienamente formato e godibile: tattilmente dolce, di gran corpo e con tanta polpa, con un tannino abbondante, ma estremamente fine e vellutato, un’acidità notevole e ben celata, un finale pulito, lungo, appena un po’ caldo. Un vino importante, ma di immediata piacevolezza, nel quale si sente l’apertura luminosa e mediterranea della zona, la finezza dovuta ai suoli ed il sostanziale equilibrio. Richiama per certi aspetti il Montornello, ma, più ampio, più caldo, ha meno trina, dettaglio. Produzione nell’annata di 6.600 bottiglie. Ottimo su un bollito di cimalino di chianina e mallegato della macelleria Viti di Chiesina Uzzanese. (14 febbraio 2021).

Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molo fresche; 14,5 gradi d’alcol. Produzione nell’annata di 5.944 bottiglie bordolesi,136 magnum, 25 jeroboam. . A 12 ore dall’apertura, è rubino trasparente con riflessi tra porpora e arancio, con gocciole lente, fitte, regolari, veloci. Ha fiato etereo, molto profondo e molto concentrato, in evoluzione, principalmente sui primari tuttavia, con violetta e rosa, e tanta frutta rossa in evidenza: ciliegie e lamponi, ai quali son corolla la susina, il cocomero, il fico, il corbezzolo, il gelso. Dopo altre sei ore emerge una speziatura dolce da panforte, ma con spunti più piccanti, fino allo zenzero: noce moscata, chiodi di garofano, cannella, pepe bianco e nero; nel complesso delicata, con qualche traccia di legno d’affinamento e confetto. Poi, accennati e stratificati, la balsamicità del rosmarino, i cereali, il terriccio, il goudron, sentori empireumatici. Di gran corpo e struttura, è privo di asperità, con grande concentrazione ed avvolgenza, ha un tannino abbondante ma molto vellutato, acidità e salinità notevolissime, ma celate nel corpo. La persistenza è molto lunga, con un finale assai equilibrato, sul tannino, con ritorni piacevolmente ammandorlati, da ricciarello senese. L’impressione è d un vino assai calibrato tecnicamente, al quale manca oggi un po’ di scioltezza per liberarsi dalla confezione. Averne un’altra bottiglia, si scommetterebbe su un riassaggio tra 15 anni. Validamente ha accompagnato arrosto d’agnello con patate al forno. (28 febbraio 2021)

Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Produzione nell’annata di 10.500 bottiglie. Rubino profondo, con riflessi porpora, lacrime lentissime, ravvicinate, fitte, regolari. Profumo di perentoria concentrazione, palesemente in fase aurorale della sua evoluzione (come giusto per un vino da riserva), offre una nota distinta di viola e glicine, sovrastata da frutta eminentemente rossa e, in subordine, nera: ciliegia e susina, con striature d’arancia. Emergono, più lievi, le spezie: pepe bianco e nero, noce moscata; la cola, il cuoio, la liquerizia, cenni di foglie d’olivo e di affumicato, su un sottotraccia minerale. All’assaggio è di gran corpo, concentrato, tuttavia fresco, flessuoso, di sostanziale equilibrio: il tannino abbondante e vellutato, l’acidità notevole, in relazione con le caratteristiche dell’annata, la lunghezza buona, adeguata per l’ambiziosa tipologia. Conferma le impressioni dell’annata 2016 in questa etichetta: vino da invecchiamento, con profumi da farsi e bocca in equilibrio, in continuità con le altre Gran Selezioni e Riserve del climat esposte principalmente a sud, sud-ovest: ad esempio, Vigna del Capannino. Ottimo compagno, oggi, di una bistecca alla fiorentina. (20 febbraio 2021)

6 – Conclusioni sul climat RBLM.

Si voleva dimostrare che le aziende Rodano, Bibbiano, Lilliano e Rocca delle Macìe insistono su un medesimo climat, utilizzando la definizione di climat impiegata dall’UNESCO per la Borgogna.
Attraverso l’analisi della storia, della geografia (anche nelle accezioni geologiche e climatiche), della viticoltura, delle Aziende e tipizzando i vini secondo un approccio geosensoriale, con il supportto di un piccolo repertorio di degustazioni, si crede di aver portato abbastanza elementi per individuare in questo angolo meraviglioso di Chianti Classico un’unicità che meriterebbe di venir valorizzata da una specifica Unità Geografica Aggiuntiva.

Certamente esistono differenze importanti all’interno del climat, e si è cercato di renderne conto. Si potrebbe guardare ad esse e concordare con le parole di Enrico Pozzesi, di Fattoria di Rodàno: “Riconosco che il mio è un punto di vista da produttore contadino, ma mi sembra già troppo vasta la zona Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe per potere indentificare dei caratteri unitari di questa zona“. Noi, però, quei caratteri unitari li abbiamo cercati ed abbiamo la presunzione di averli trovati, bene allineandoci alla definizione UNESCO di climat:

  • nella situazione microclimatica e geomorfologica: solatìa, a ridosso dei monti, ma influenzata dal mare, con pendenze coerenti ed una fascia altimetrica dei vigneti ricompresa tra i 200 e i 380 metri, ma con una concentrazione tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare;
  • nella matrice argillosa dei suoli, con presenza calcarea, su un’antica linea di spiaggia;
  • nella storicità dei confini delle Tenute, delle unità poderali e dei vigneti, che insistono sui medesimi appezzamenti da decenni almeno;
  • Nel “saper fare” umano, influenzato dalla figura di Giulio Gambelli (onde la centralità del Sangiovese, di selezionati autoctoni, di una certa misura espressiva) e sensibile alla sostenibilità ambientale;
  • Nelle caratteristiche gustative dei vini, che uniscono tratti di armonia, equilibrio, freschezza ad una intensità matura, struttura solida e sorso generoso, annata dopo annata.

Bisogna altresì riconoscere i limiti di questa trattazione. Lo scrivente si occupa di vino da amatore: sicuramente un professionista, dedicandosi alla materia a tempio pieno, potrà attingere a più informazioni di prima mano e compiere più lunghe ricerche. Allo stesso modo, la valutazione dei vini andrebbe svolta con una solida metodologia, familiare a chi si occupi professionalmente di misure e che, per ovvi motivi, non mi è stata possibile: analisi chimico-fisiche ed assaggi pianificati in panel, in condizioni controllate, con valutazioni statistiche e coerenza e profondità di annate; addirittura, possibilmente, valutando campionature soggette a minimi interventi enologici, parcellizzate.

Lascio appunto a chi nel mondo del vino ha la sua professione primaria la sfida di un approccio più approfondito e scientifico, nella speranza che l’amico lettore – col quale mi scuso per errori ed omissioni – apprezzi intanto l’onestà intellettuale dello sforzo compiuto: un piccolo atto d’amore per un grande territorio.

L’ultima sfida, qualora fosse universalmente accettata l’unità del climat RBLM e si volesse sancirlo in Unità Geografica Aggiuntiva, sarebbe trovargli un nome adeguato: giacché “Lilliano”, come viene spesso indicato in letteratura, è un marchio registrato aziendale, ed l’ipotetico “Pieve di Santa Cristina” plausibilmente porterebbe a confusione con altri ben conosciuti vini. Perché allora non intitolare proprio a Giulio Gambelli la via di crinale tra Rodano e Macìe e da essa discendere il nome del climat?

Capitolo V – Nel più bel sogno: una nuova legislazione per il Chianti Classico ed oltre.

“La beuté d’un vin doit etre l’expression et la compréhension d’un lieu, la main de l’home est un affaire de style“. Stéphane Derenoncourt, Le gout retrouvé du vin de Bordeaux.

Il futuro del Chianti Classico risiede nella sua storia e nel suo territorio: pur tenendo conto delle dinamiche locali, costituite da imbottigliatori, grandi aziende, fattorie, piccole produzioni poderali, bisogna riportare il Chianti Classico a rappresentare un luogo, o, almeno, riallacciare la produzione a un luogo. Questo è possibile solo valutandone i vantaggi economici, perché i climat sono sempre l’invenzione di una società, basata sulla produzione e sul commercio del vino, che ne ha riconosciuto la validità come strumento di crescita comune e che, pertanto, nel tempo si è impegnata a tutelarne l’unicità e la promozione.

L’introduzione del concetto di Unità Geografiche Aggiuntive è stato l’evento più atteso da chiunque ami questo territorio e i suoi vini, ma c’è ancora molta strada da percorrere. Anzitutto, sarebbe importate poter utilizzare le UGA non solo per la Gran Selezione, ma anche per le tipologie Riserva e Annata. Inoltre, come scritto in precedenza, ci sono altre potenziali UGA che meritano di essere sancite e, per ciascuna di esse, serve una letteratura atta a portarle a conoscenza del pubblico.


Si vorrebbero vedere valorizzate con una DOC e chiaramente legate al territorio anche altre produzioni di alta qualità, del tutto confacenti ad una lunga traduzione, che oggi sono derubricate a IGT Toscana, perché anch’esse contribuirebbero a rinforzare l’identità del territorio, frantumando il concetto di vino tipico, duro a morire: ipotetiche denominazioni come “Bianco del Chianti Classico”, o “Rosa del Chianti Classico” o, ancora più risolutamente, “Malvasia di Castellina in Chianti”, “Canaiolo di Panzano in Chianti”, cioè col legame territoriale il più possibile in evidenza e con l’attenzione ai vitigni autoctoni.

Ancora, lo stile delle tipologie Chianti Classico che si vorrebbe trovare è quello legato ai valori tradizionalmente legati al territorio: freschezza, finezza, eleganza, mineralità, sapidità, raffinatezza, troppo spesso ancora oggi diluite dalla ricerca di un tipo costante da proporre sui mercati o dalla ricerca di un gusto internazionale. Esiste – legato anche ai cambiamenti climatici, ma non solo – un problema di concentrazioni e gradazioni eccessive che minano la bevibilità, specie dei Chianti Classico Annata: l’impiego di una percentuale di uve bianche, all’uso antico, potrebbe essere un buon aiuto e tale opzione meriterebbe il reintegro nella DOCG, invece di condannare i buoni vini in tal modo prodotti, che non mancano, a un insipido Toscana IGT.

Dicevano i miei vecchi, quand’ero bambino: “In Toscana è tutto Chianti“: sicuramente, lo capisco ora, si riferivano inconsciamente a quel concetto di vino tipico, prodotto appunto alla maniera del Chianti, cioè – incrociando diverse testimonianze storiche – da viti collinari, allevate basse (ad alberello, a capovolto toscano, a guyot) per un vino: secco; di corpo e di grado, ma non eccessivi; profumato e fresco; ragionevolmente serbevole; dove il sangiovese giocasse il ruolo primario. Anzi, avendo sentito ripetere quel “In Toscana è tutto Chianti” persino nelle pianure pistoiesi e maremmane, credo che per i vecchi il termine “Chianti” fosse, veramente, sinonimo di Sangiovese.

Proprio dal Sangiovese, dunque, si deve ripartire per la massima esaltazione territoriale: questa potrebbe essere appunto la miglior chiave di lettura per la tipologia Gran Selezione, abbinandola alla menzione geografica aggiuntiva: ricercando, più che modelli precostituiti, l’identità del territorio tramite il vitigno principe di questi luoghi, che sa essere, come nessun altro in zona, specchio trasparente. Il recente cambio del disciplinare, che prescrive ora di utilizzare per la Gran Selezione nove parti di sangiovese e solo vitigni complementari autoctoni per la restante, vietando quelli internazionali è un passo nella giusta direzione, fors’anche un compromesso accettabile.

Infine, la vexata quaestio del nome Chianti, utilizzato per vini che nascono fuori dal Chianti Classico.
Intelligentemente i produttori del Chianti Classico dovrebbero far rete con i migliori produttori di vino Chianti, sulla base delle stesse esigenze di riconoscimento e promozione territoriale, svuotando dall’interno il significato del vino tipico Chianti “non classico”: basterebbe, in una fase di transizione, porre l’accento sulla sottozona, ad esempio Rùfina – Chianti, o Colli di Firenze – Chianti, senza altrimenti toccare il disciplinare, per arrivare un giorno, ai Rufina, ai Montalbano, ai Montespertoli, e via discorrendo.

Forse tutto questo è solo un bel sogno, ma la Toscana, l’Italia, lo meritano.

Ringraziamenti, Disclaimer, Fonti.

Ringrazio vivamente le aziende Fattoria di Rodàno, Tenuta di Bibbiano, Tenuta di Lilliano e Rocca delle Macìe (e le rispettive Proprietà), che mi hanno fornito tanto interessante materiale sul quale lavorare.

In particolare, per aver pazientemente risposto alle mie domande, ringrazio:

  • Enrico Pozzesi (Rodàno);
  • Tommaso Marrocchesi Marzi (Bibbiano);
  • Francesca Rossi (Lilliano);
  • Thomas Francioni (Rocca delle Macìe).

A Tommaso, che è anzitutto un caro amico, va un ringraziamento speciale per avermi stuzzicato a scrivere questa disamina, incoraggiandomi, dedicandomi tempo e mettendomi in contatto con le altre tre aziende.

Sottolineo che ogni concetto o giudizio esposto è frutto del pensiero dello scrivente e non riflette necessariamente, in tutto o parte, né il pensiero delle persone citate nei ringraziamenti, né delle rispettive Aziende.

Circa i vini dei quali si sono riportate le note di assaggio, sono stati tutti regolarmente acquistati come privato acquirente in più riprese, tranne tre di Tenuta di Bibbiano, gentile omaggio di Tommaso in due diverse occasioni tra l’aprile del 2019 e il maggio del 2021:

  • Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2016;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2016.

Tutti i vini sono stati conservati nella mia cantina più o meno a lungo e degustati in vari momenti, per lo più a tavola, in compagnia, con pro e contro del caso.

Per la tipizzazione dei vini, oltre alle note di degustazione riportate, sono ricorso alla memoria di altri assaggi effettuati negli anni in occasioni disparate ed a quanto disponibile in letteratura.

Le informazioni utilizzate, oltre a quelle fornite dalle Aziende, sono state reperite in rete e su libri. Tra le varie pubblicazioni consultate, segnalo:

  • Chianti Classico, di Bill Nesto e Frances Di Savino; University of California Press;
  • Guida al Chianti, di Giovanni Righi Parenti; SugarCo Edizioni;
  • Atlante del Chianti Classico, di Enrico Bosi; Sansoni;
  • Alla ricerca del “vino perfetto”: Il Chianti del Barone di Brolio, di Zefiro Ciuffoletti; Olschki;
  • Native Wine Grapes of Italy, di Ian D’Agata; University of California Press;
  • Le strade del Chianti Gallo Nero, di Brachetti, Morelli, Stoppani; Bonecchi;
  • Il Chianti; Le Lettere;
  • Mappa del Chianti Classico; Alessandro Masnaghetti, Enogea;
  • Il Chianti, di Giovanni Rezoagli; Società Geografica Italiana;
  • Geologia dell’area compresa tra Siena e Poggibonsi “Bacino del Casino”, di Bossio, Mazzei, Salvatorini, Sandrelli; Atti Soc. tosc. Sd. nat.. Mem., Serie A (2000-2002)
    pagg. 69-85, figg. 8;
  • Argille Azzurre, di Faloni, Petti, D’Ambrogi; CNR;
  • Il Sangiovese del futuro; Fondazione Banfi; Actes Sud;
  • Giulio Gambelli, l’uomo che sapeva ascoltare il vino, Carlo Macchi; Slow Food Editore;
  • Le Gout Retrouvè du vin de Bordeaux Jacky Rigaux e Jean Rosen;
  • Les climat du vignoble comme patrimoine mondial de l’humanitè, a cura di Jean.Pierre Garcia, Editions Universitaires de Dijon.

Le fotografie sono mie.

La riproduzione, anche parziale, di testo e immagini, è riservata.

Appendice – Le annate nel climat RBLM

La tabella sottostante è stata creata dall’autore, sintetizzando il giudizio descrittivo sulle annate espresso singolarmente dalle aziende Rodano, Bibbiano, Lilliano, Macìe. Valutazione crescente da * a *** .

Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2006, Villa Diamante, 13 gradi.

“La vigna è la mediazione tra il suolo e la bottiglia. La capacità di un buon viticoltore deve essere quella di trasferire il terreno nel bicchiere, perché quello nessuno ce lo può rubare” – Antoine Gaita.

Non ricordo esattamente quando assaggiai per la prima volta il Fiano di Avellino Vigna della Congregazione di Villa Diamante; da allora, però, la mia percezione del Fiano di Avellino e di quale espressività potesse conseguire un grande bianco è cambiata.

Il Vigna della Congregazione è stato uno spartiacque nella mia coscienza di amante di vini; forse, nella storia stessa dal Fiano di Avellino: il primo concepito, fin dalla vigna, per un lungo invecchiamento e, più ancora, con l’ambizione di dialogare da pari a pari con i grandi bianchi borgognoni.

Mi è impossibile assaggiare il Vigna della Congregazione senza rammentare Antoine Gaita, il vignaiolo artigiano che fondò l’Azienda nel 1996 con la moglie Diamante Renna, scomparso nel 2015, sessantenne.

Seppure l’incontrassi una volta sola, ad un lontano Vinitaly, mi rimase indimenticabile, non solo per la sua imponente, caratteristica corporatura: aveva carisma, condivideva la straripante passione per il suo lavoro ed i suoi vini con genuina trasparenza, amichevolmente.

Antoine Gaita aveva idee particolari e controcorrente.

Se allungare l’affinamento in bottiglia del Fiano di Avellino era pioneristico all’epoca, ma non una novità assoluta, altri aspetti erano rivoluzionari per la zona: la lunga permanenza sui lieviti, le vendemmie tardive, la vinificazione per Cru (il Vigna della Congregazione fu affiancato dal Clos D’Haut), la scelta dei suoli: il terreno di Vigna della Congregazione è molto argilloso, umido, all’epoca ritenuto poco adatto per il fiano. Il tempo ha dato ragione ad Antoine, che in verità non si stancava mai di sperimentare.

La vigna, sita a Montefredane in località Toppole, a circa 400 metri sul livello del mare, ha peraltro diverse particolarità: circondata dal bosco, parzialmente esposta a nord, ha un impianto sorprendentemente poco fitto, tuttavia la resa è sempre stata naturalmente piuttosto limitata: dai suoi due ettari si ricavano, in media, 6000 bottiglie. D’istinto, credo che il sito favorisca maturazioni lente e armoniose.

Avevo conservato questa bottiglia in una buona cantina da tempo immemorabile: l’aveva acquistata un mio fraterno amico direttamente in Azienda ed era stata oggetto di uno scambio qualche giorno dopo, credo con certi Riserva di Chianti Classico. E l’avevo tenuta cara: conoscendone le qualità ed essendo l’ultima, avevo sempre aspettato l’occasione o l’abbinamento meritevole.

Non c’è però momento migliore di quello dettato dal desiderio – favorito, in questo caso, dalla disponibilità di pesce fresco.

Vecchia di quindici anni ormai, l’apro con una certa trepidazione: altri Fiano, dopo un lustro, accennano stanchezza. Il tappo, che estraggo col cavatappi a lame, però è perfetto, e appena inizio a versare il vino nel bicchiere, sorrido.

Basta un istante per subirne la fascinazione: vista, olfatto, gusto, sono immediatamente rapiti nel godimento di un’ideale, trasognata bellezza.

Lo guardo ed il colore è bellissimo: un limone carico, trasparente e luminosissimo, con riflessi dorati. Si direbbe un vino con la metà dei suoi anni, o anche meno. Sul vetro non forma gocciole: solo un velo.

Il profumo è molto intenso, di straordinaria complessità, ariosissimo: aria pura pare di respirare, che racconta ampi spazi, sole, montagne verdi, un balugine lontano di riflesso marino nella luce del cielo, quasi radunando la gloria intera della natura mediterranea.

Un’iride fiori bianchi e gialli, che punteggiano i prati e orlano i campi al limitar del bosco: sambuca, giglio, camomilla, mimosa, persino la violetta.

Poi, quasi prendesse per mano in un’ideale passeggiata fra gli orti, uva spina, ribes bianco, pesca, fichi bianchi, limone, cedro, lime, finocchio, salvia, sedano, insalata, persino un tocco esotico, lievissimo, di mango e banana.

Gli aromi antichi, che morbidi parlano al cuore: i cereali, la farina di castagne. Tripudiano le spezie, dolci e piccanti.

E ancora c’è muschio, pietra, terriccio; la freschezza dello iodio si fonde con ombrosi toni empireumatici.

Delicatissimo il tratto dolce del caramello, del dattero, del fico secco: solo un soffio.

Una sinfonia di evocazioni che tocca ogni rifrazione dello spettro aromatico, nelle più intime pieghe, segnando l’evoluzione di un vino che pure tende ancora al giovane, come vieppiù disvela l’assaggio.

Ha corpo grande, ma estremamente reattivo, ritmato, in emozionante crescendo armonico, che vibra ed irradia, spinto da un’acidità piuttosto spiccata, più della norma per i Fiano. “Nerbo” e “stoffa”, si diceva un tempo. La trama salda, giustamente salina, trasmette un lieve, ma piacevolissimo, senso di buccia d’uva.

E’ un sorso regale, di equilibrio perfetto, con lunghissimo riverbero e amplissima risonanza, per il quale si vorrebbe scomodare un termine mitico, romantico, abusato: ambrosia.

Puro, maestoso, intimo, col dettaglio struggente che unisce idealmente il respiro del Mar Tirreno all’aria delle alture irpine, in una sintesi originale, identitaria, indimenticabile.

Non ho tema di definirlo uno tra i più grandi bianchi da me assaggiati in oltre quindici anni di passione consapevole: gli si possono accostare, rispettosamente, solo i migliori, di qualunque provenienza internazionale.

Ed è bello sapere che l’Azienda, di 3,5 ettari, continui oggi la conduzione familiare con la figlia Serena, forte di studi enologici.

Gustato su spaghetti alle vongole veraci ed ombrina arrosto, buonissimi in abbinamento; ma è lui a regnare sulla tavola, lui l’imperatore, svettando con grazia nella memoria.

Dolcetto d’Alba 2006 e Barbera d’Alba superiore 2004, di Flavio Roddolo

Sentii parlare la prima volta di Flavio Roddolo da quell’Enrico Rovera che è stato il mio primo maestro nel mondo dei vini.

Lo considerava il vero prototipo del contadino di Langa.

Quando gli chiedevo dei vini langaroli autentici, mi citava anche altri produttori artigianali -che stimava sommamente, beninteso – ritenendoli, però, intellettuali prestati alle vigne.

Flavio Roddolo era invece l’uomo pragmatico del lavoro manuale e – soprattutto – del silenzio: “Vai da lui”, raccontava divertito l’Enrico, “e subito ti porta sul retro della cantina per mostrarti le vigne. “Lì c’è il nebbiolo” e seguono 30 secondi di silenzio, “lì il dolcetto”, altri 30 secondi di silenzio, “là la Barbera”, ancora un lungo silenzio.”. Roddolo era uno schivo, che non si vedeva nè alle fiere, nè alle premiazioni dei vini.

Ce lo decantò al punto che con Roberto, il mio compagno di scorribande enologiche, decidemmo di andare a visitarlo. Enrico, quando lo seppe, ci raccomandò il Dolcetto: straordinario. Era una dozzina d’anni fa.

Partimmo un sabato invernale, credo: ricordo gli alberi spogli di foglie, il freddo per le vie di Diano d’Alba, dove ci fermammo in trattoria, rimasugli di neve vecchia qua e là.

Direzione Monforte d’Alba, dove non eravamo mai stati. Vi arrivammo da Barolo e superandola verso Roddino, con le colline che diventavano via via più selvagge, mi sembrava di varcare il confine di un mondo remotissimo. Più ancora quando iniziammo, con l’auto che arrancava, la ripida salita che portava alla cantina: un tortuoso serpente nel fitto degli alberi.

Cantina, o piuttosto, visibilmente, casa-cantina, come molte si trovano nelle Langhe: una struttura annosa, di pietra, sobria, con una certa imponenza.

Quando Flavio Roddolo ci aprì la porta, pensai che assomigliava in fondo alla sua casa: un uomo massiccio, ma con una certa grazia impacciata di modi, forse timido, che vestiva una sorta di tuta da lavoro, quasi da operaio. Il viso, incorniciato da barba e baffi grigi, sembrava un’effige risorgimentale.

Si scusò perché era raffreddato: febbricitante nei giorni precedenti, aveva voluto ugualmente accoglierci: una cortesia verso ospiti sconosciuti, che mi intenerì.

Ci fece accomodare. Attraversammo la casa scendendo in cantina. Era scavata nella roccia friabile localmente chiamata tufo (ma credo sia marna), vi si accatastavano ordinatamente innumerevoli barrique. Mi stupii di trovarle da un produttore così tradizionalista e gliene chiesi conto. Ricevetti una candida spiegazione: lavorando da solo, con pochi ettari, gli erano più pratiche da gestire rispetto alle botti grandi; e comunque erano tutti legni molto vecchi, che nulla rilasciavano al vino.

Finalmente giungemmo al portone che dava sul retro. Roddolo l’aprì e dal buio ventre della collina ci trovammo nell’aria fredda su un breve impiantito che dominava dall’alto l’intero bricco, ornato dal fusto spoglio ed enorme di una vite vecchissima, che risaliva gigante le mura della cantina. Pendevano stalattiti di ghiaccio.

La luce era quasi abbagliante, bianca, riflessa di neve, irradiata dai velami di nebbia e di nuvole basse; risalivano ripidissimi i filari vitati, digradanti dalla cima di Bricco Appiani. Lungo di essi scorreva indugiando, infine perdendosi lo sguardo, in un silenzio arcano. Il flebile soffio del vento ed i nostri respiri gli unici suoni. Poi cominciò Roddolo: “Questa è la vigna. Lì c’è il nebbiolo…”, la scena che ci aveva raccontato l’Enrico.

Andammo poi in una sala con un gran tavolone e innumerevoli bottiglie, un po’ chiuse un po’ aperte, e cominciamo ad assaggiare i vini: Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Cabernet Sauvignon in purezza; eccellenti: dotati tutti di un grande sussurrato vigore, di una naturalezza confidenziale.

Non ricordo granché della conversazione, ma il tono sì: semplice, domestico, familiare, sussurrato anch’esso. Nè cambiò quando giunse inatteso il giornalista Gigi Garanzini, col quale il vignaiolo aveva evidente confidenza. Roddolo avrebbe potuto guardare noi due, appassionati principianti, dall’alto al basso, lui celebre nella nicchia dei produttori artigiani, apprezzato da firme come Gianni Mura e Andrea Scanzi, e invece era alla mano; avrebbe potuto atteggiarsi da artista iconoclasta, con quel Cabernet che faceva lui, invece diceva solo che nella sua terra gli era sembrato potesse venire bene; poteva proporsi custode integrale della tradizione, invece si serviva spensieratamente delle barrique.

Pensai che quel vignaiolo, da qualcuno descritto come scorbutico, da altri come sempliciotto, era in realtà un uomo acuto che aveva fatto una scelta precisa: nato in quella casa-cantina sulla cima del Bricco Appiani, si era volutamente posto un limite, confinandosi lassù in quella casa, conficcando lui stesso radici nella sua terra, diventando confidente e custode di quel piccolo appartato lembo di mondo, elemento naturale anch’esso, fratello di sangue e destino della vecchia vite che stava sul retro.

Quel limite gli permetteva di ascoltare il silenzio. Nel silenzio c’erano le voci del vento e delle sue viti, che lui intrecciava come un antico polifonista per ricavarne vini.

Sono trascorsi troppi anni: dovremo tornare presto da Roddolo, Roberto e io, appena sarà possibile. Noi avremo qualche capello grigio in capo, che allora non c’era. Lui, forse, qualche ruga in più, ma sarà saldo e vigoroso come quella vecchia vite buona e gigante, sul retro della cantina.

Intanto ce lo ricordano i suo vini: saldi come eroi, hanno il caldo abbraccio degli amici.

Dolcetto d’Alba 2006, 13,5 gradi.

Dolcetto di 14 anni (si dice che i Dolcetto andrebbero consumati nei primi 2-3 anni: questo ha un’età venerabile anche per tipologie più ambiziose).

Non filtrato. Non stabilizzato, se non dal tempo.

Granato profondo, lascia sul vetro gocciole fitte e veloci, di media persistenza.

Ha profumo molto intenso, principalmente di sangue, ferro, ghisa, poi origano, rosmarino, frutta rossa, noce moscata. Cenni farmyard. Ancora in sviluppo. Affascinante.

Soprattutto, però, è vino di bocca.

Naturalezza, anzitutto.

Vivo, virile, elegante, è secco, di corpo medio. Ha avvolgenza glicerica, polpa, sapidità..

L’acidità è giusta da Dolcetto, cioè di medio vigore, ma il vino è ben dritto malgrado gli anni: si sostiene su sapidità vivida e tannino eccellente per presenza, definizione, pastosità e grana.

La trama è ancora fitta e continua fino all’equilibratissimo finale: molto lungo, felicemente amaro e ammandorlato, con la grinta tannica che preme sul palato anteriore: stimolo piacevolissimo, d’altri tempi.

Come una prosa bella e vibrante.

Compagno meraviglioso della tavola, pienamente goduto con salsicce stagionate di Sergio Falaschi, fette di scamone ai ferri, formaggio pecorino.

Barbera d’Alba superiore 2004, 14,5 gradi.

Colore granato tendente al rubino profondo,con lacrime fitte e irregolari. Appare molto più giovane dei suoi sedici anni.

Profumo molto intenso, in divenire, tutto chiaroscuri e prospettive: la delicatezza della rosa, la maturità della fragola e della prugna, la purezza delle erbe amate di montagna, i toni umbratili del tartufo, la sottigliezza degli inchiostri e delle aldeidi.

Sorso molto naturale, polposo, continuo, fluido, lungo, con succo e sale; di corpo notevole, ma fresco per aciditá vividissima, vibrante, perfettamente integrata. Per essere un Barbera ha tannino particolarmente abbondante, ma pastoso.

Nel retrogusto: frutti di bosco.

Vino disarmante: pare sospeso nel tempo e fattosi da sé, senza mano umana né a ingentilirlo, né a complicarlo.

Con amore sulle costine di suino grigio semibrado della Macelleria Falaschi di San Miniato, al forno.

Malvazija Carso 2006, Skerk, 14 gradi.

“Il Carso è un paese di calcari e di ginepri. Un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e di licheni, scontrosi, fenduti, aguzzi. Ginepri aridi.

Lunghe ore di calcare e di ginepri, l’erba è setolosa.

Bora, sole.

La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato.

Grotte fredde, oscure. La goccia, portando con sé tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora da altri centomila.

Ma se una parola deve nascere da te – bacia i timi selvaggi che spremono la vita dal sasso! Qui è pietrame e morte. Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera.” (da “Il mio Carso” di Scipio Slapater).

Non ho mai incontrato il Carso, eludendo e frustrando un desiderio che portavo in me intensissimo. Mi avevano incuriosito e conquistato le storie della prima guerra mondiale, tragiche, epiche, pittoriche; più ancora, i racconti di mio padre che – giovanissimo per l’anagrafe, ma già adulto per la vita – aveva girato la Venezia-Giulia negli Anni Cinquanta, spingendosi verso il Carso e l’Istria.

Io invece, girando per lavoro l’Italia, mi spinsi fino a Trieste, di sfuggita, non oltre. Altri viaggi di piacere mi portarono – quasi vent’anni fa – più a sud e più a oriente, sulle coste istriane e croate. Ancora una volta, il Carso fu eluso, rimanendo un’immagine confusa di nozioni, fantasie, bagliori visivi.

Ho di Trieste, del Carso la porta, un ricordo: il bianco, un intenso riverbero bianco che mi sembrava penetrare anche le zone d’ombra, fin sul far della sera, venando l’azzurro del mare.

Intuitivamente, magari sbagliando, ho esteso quel ricordo al mio Carso immaginifico, col bianco primario che si stratifica, come in certi quadri divisionisti, al blu di cielo ed acque ed al verde delle colture, come in certi esiti paesaggistici di Sargeant.

Quest’immagine pittorica è fusa con quella assai più concreta e sapida delle osmize, ossia delle frasche dove si serviva – e si serve- il vino della cantina (spesso scavata nella roccia), uova, formaggi, salame, pane.

Così, il mio Carso immaginifico è una terra di autenticità eroica, ruvida e dura, scabra, di rocce bianco-grigie e terra rossa, di tinte traslucide, di essenzialità ascetica, capace però di inattese dolcezze, di riverberi e vedute marine con l’Adriatico lì addossato, di mollezze episodiche e verdi di pampini e viti.

Mi portò anni fa un amico cartoline liquide del Carso, bottiglie di vino bianco e rosso locale, inclusa questa Malvazija, che però mi ostinai a non aprire: aspettavo di andare nel Carso, di conoscerlo finalmente, di studiarne accuratamente la viticoltura, di passeggiarne i luoghi, per correlare poi il sentimento locale al vino; di visitare magari io stesso la cantina di Skerk, celebre per le sue grotte di invecchiamento, per la sua osmiza, per aver tra le primissime tenuto la barra dritta su coltivazioni e vinificazioni quanto più possibile naturali, con le uve bianche tradizionalmente macerate sulle bucce.

Appunto, sono passati anni. Per fortuna, si impara col tempo ad accettare con leggerezza la propria ignoranza, a godere innocentemente come un’infante. Perciò mi decido ad aprirla, conscio dei sui 14 anni, chiedendomi se non sia già troppo tardi, senza sapere davvero che cosa aspettarmi: perché non ho neppure i riferimenti per immaginare questo vino giovane, nulla che vada oltre le nude nozioni varietali.

Mi sorprende: appare molto più giovanile della sua età, nella quale è lecito attendersi viraggi all’arancio, fino al mogano dell’ossidazione. È ambra tenue, trasparente e brillante, bellissimo a vedersi, con gocciole rade.

Il suo profumo è molto intenso, nitido e terso come aria marina, cangiante, come un prisma luminoso che ruoti al sole: albicocca disidratata, pesca sotto spirito, chinotto, canditi, violetta foglie di olivo e di alloro, rosmarino, miele d’acacia, caramello, noce moscata, cannella, e quella combinazione di grano, malto e orzo così agreste e domestica, che faceva battere il cuore a Veronelli. Eppure mi rendo conto che non bastano in descrittori ad esprimerne purezza e fascino evocativo: è in lui una vibrazione interna, pennellate di luce e colore liberissime e ordinate.

Al sorso è di corpo, un abbraccio glicerico che subito si muta in un contrasto acido-salino potentissimo e sorprendente, perché il profumo è da bianco maturo, ma sul palato guizza rinfrescante, energico, teso come un vino giovane. La tannicità matura e dolce che gli deriva dalla macerazione sulle bucce è appena percettibile, avvolta da quella sua ricchezza senza peso da mosaico orientale, della quale vive e vibra.

Lo innerva una lunghissima scia minerale, come un luccichio di brillanti che segna il tragitto verso il finale lunghissimo, pulito, senza traccia di calore alcolico: un sorso tira l’altro, dimentichi del grado.

Possiede un immensa forza vitale: è una sorta di roccia liquida, che sciolta mantiene compattezza, ma diviene flessibile, coerente. Quasi che il tormentato Carso, duro di terre, di genti, di guerre, di odii, abbia ricomposto in questo vino i suoi contrasti per una superiore armonia, distillandosi al sole tramite la vite e l’uva.

Un grandissimo vino, che rimane nella mia memoria tra i più grandi bianchi mai assaggiati.

L’ho avuto, viaggio d’amore, su scialatielli con seppie e gamberi, rana pescatrice al forno con pomodorini e patate.

Morellino di Scansano Vignabenefizio 2006, Vignaioli del Morellino di Scansano, 13 gradi

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Non si ha sempre la voglia e la pazienza di tenere dieci anni un Morellino di Scansano in cantina: vino che è buono giovane -anzi, che  è goloso e va giù bene anche un po’ fresco l’estate- fatalmente si consuma in fretta. Questa bottiglia invece ha atteso a lungo prima di essere aperta, un po’ per casualità, un po’ perché è dell’annata 2006, in genere ritenuta una ottima in Toscana;  un po’ perché è una selezione -non so quanto effettivamente rappresentativa- di una sola vigna. Quando mi decido ad aprirlo, per una subitanea ispirazione e per il tenore alcolico giusto, che lo rende adatto ad una sera d’estate, lo trovo granato trasparente, ancora tonico al colore e di aspetto quasi più giovanile del previsto. Lascia sul calice lacrime irregolari, fitte e lente. Senza nemmeno tanta attesa dall’apertura, ha un profumo notevolissimo, molto intenso, di grande  complessità, piuttosto evoluto ma non del tutto: lo dominano i profumi di sigaro toscano , di fungo, di foglie secche, di grani di caffè, di cioccolato.Alla sua nascita ci fu, a mio avviso, un uso non timido della barrique, ma accurato e piacevole.  Sotto quella superficie, un insieme di frutti di bosco rossi e neri, di ciliegie mature, di amarene, di susine nere maturissime, sulla soglia della disidratazione. In mezzo, quasi galleggiassero nell’acqua a media profondità, ancora cenni floreali puri, come di rosa e viola, un’idea di succo di arancia rossa, e poi note balsamiche e vegetali e iodate, creando un effetto complessivo di macchia marina, al quale si somma persino il cappero verde e un alone profumato come di miele di corbezzolo. Il contrasto con la bocca è sorprendente, perché è ancora freschissima, reattiva, giovanile, con un’acidità altissima ed un tannino potentissimo e maestoso, ma regolare, di grana media, ed una buonissima salinità.   Stimolano il palato queste sue durezze, perché il sorso ha una tessitura dolce e carezzevole, e tuttavia misurata nei toni alcolici o zuccherini. Spinge lungo ed intenso sul finale, che allappa e fa salivare, e un poco scalda, e a lungo riverbera i sapori : una persistenza di minuti interi. Quasi – sottolineo il quasi – si pone a mezza via del calore aromatico dei vini di Montalcino e la freschezza gustativa di quelli chiantigiani, ma unendo una facilità di beva, una rotondità di sorso leggiadra che per me è la firma del Morellino di Scansano. Interessante e curioso questo vino, che a berlo, maschio com’è all’olfatto, ti trasporta immediato nella Maremma dei butteri e delle veglie al fuoco nei poderi, però poi ti seduce in bocca con la dolcezza di una fanciulla e con la forza del cavallo che indomito si slancia sulla sabbia mentre il vento gli muove la criniera. Lo credo eccellente a tutto pasto sulle vivande toscane più saporite e rustiche.

Lancerio 2006 Lazio Rosso, Andrea Occhipinti, 15 gradi.

Del Viterbese ed in particolare della zona del lago di Bolsena ho ricordi vaghi e sfumati, legati ad una trasferta di lavoro lontana nel tempo. Eppure, il verde di quei campi non l’ ho mai scordato: brillante, se ce n’è uno. Ed anche la luminosità di quel cielo , che credo restituisse e  condividesse la luce riflessa delle acque del lago, in un magico gioco di specchi. Potremmo parlare del terreno vulcanico -amica o amico che mi leggi- e sappiamo quanto quei particolari suoli giovino alle viti e al vino. Però sono qui che ti scrivo lontano da casa e non ho con me i miei libri sui quali fare affidamento: non ti saprei narrare che pochi luoghi comuni e notizie frammentarie. Si dice – a ragione – che per descrivere un vino in profondità bisogna conoscere il territorio di persona e palmo a palmo: “ Passeggiare le vigne”, diceva il grande Luigi Veronelli. Eppure, di fronte ad un vino come questo si può provare una narrazione diversa, un po’ per sottrazione ed un po’ per comparazione, usando la memoria come fonte di ogni pennellata di colore che esso evoca, accostandolo a ricordi e sensazioni di un passato che si è depositato nell’anima;  perché tale è la sua forza evocativa: di una potenza quasi dionisiaca ed infera che affascina, sconcerta e smaga.
Aleatico l’uva del Lancerio: uva oscura, si dice portata dai greci in Toscana in epoche remotissime e di lì propagata. Forse, invece, origniaria proprio della Toscana, se la greca liatiko non ha legame di DNA alcuno, mentre sembra acclarato ne abbia col sangiovese; ed ancora più oscura se sembra accertata la parentela di tipo genitore-figlio o figlio-genitore col moscato bianco; che non stupisce solo se pensiamo al rilevantissimo corredo aromatico dell’aleatico. Gradoli, da dove questo Lancerio viene, possiede una lunga tradizione nel vinificare l’aleatico dolce, passito e un po’ ossidativo. Andrea Occhipinti, però , ha sviluppato un intero progetto agricolo ed aziendale attorno all’Aleatico, declinandolo in tutti i modi possibili, dal rosato al rosso secco. Tutti vini interessanti i suoi, naturali e buoni; buonissimo qualcuno. Il Lancerio, però, è storia a sè, riprendendo il vecchio concetto del dolce Aleatico di Gradoli e sviluppandolo alle estreme conseguenze: perché, sebbene si possa ricondurre forse ad un modello di Aleatico antico e diffuso in area tirrenica, che si sposava con l’ossigeno nelle vecchie botti (e che ricordo in lontanissimi ed omeopatici assaggi all’Isola d’Elba dai contadini quando ero bambino), una complessità così , governata sul filo di un’evoluzione spinta, io in un’Aleatico non l’avevo mai sentita e se per trovare un paragone debbo scomodare i massimi vini dolci ossidativi mondiali: i Madeira Malmsey  lungamente invecchiati, i Marsala “storici”, i massimi e rari Vinsanto toscani, e  i più grandi Pedro Ximenes, ai quali, soprattutto, forse il Lancerio più s’appaia. Infatti alla vista tutto in lui esprime una peculiare fittezza vellutata, antica, evoluta, autunnale: è color mogano trasparente, bellissimo e affascinante; viscoso, con gocce molto fitte, irregolari, lente, estremamente persistenti. Il suoi profumi sono assai intensi e molto complessi, di una qualità che supera la semplice evoluzione, si potrebbe dire, perché esprimono un senso di deliberata meditazione, uno scavo quasi nelle viscere dei composti aromatici, una trasformazione interna che li ha resi vecchissimi e eternamente giovani a un tempo, come lo sono certi artisti che paiono senza età quando le mani e gli occhi parlano dell’arte loro.  Quasi in ordine sparso, cioccolato amaro, crema di nocciole, bacche di vaniglia, cacao in polvere,  farina di castagne, uva sultanina, un po’ di prugna secca, cera, incenso, noce moscata, cannella, rosmarino, ricordi lontani di scorza di chinotto e di arancia caramellate, solvente, spunti balsamici di eucalipto; tutti in una successione continua, in un continuo cangiare armonico e calmo, ponderato, che ha la stessa gravità della musica di J.S.Bach. Ad assaggiarlo, è dolcissimo,  però insieme dona altre sensazioni: è quasi piccante, un po’ salato, minerale, in un gioco di rimandi e tensioni interne. Il suo corpo non è più che medio, tuttavia possiede una grande concentrazione di gusto ed anche franchezza, perché richiama perfettamente le sensazioni provate all’olfatto, e soprattutto una naturalezza del sorso estrema, quasi questo Lancerio fosse un elemento sgorgato così, dalla pianta della vite stessa, e la mano dell’uomo non fosse intervenuta. Malgrado la dolcezza imponente, riesce anche incredibilmente croccante e succulento, con un’acidità stupefacente, altissima, ed un finale lungo e pulitissimo, in equilibrio perfetto tra la freschezza e il calore alcolico, tanto che i suoi 15 gradi non si notano affatto: anzi, risulta dissetante e per nulla pesante.  Lo riassaggio e chiudo gli occhi: noci verdi nel bosco, il cielo stellato sotto gli oleandri, la macchia di rosmarino selvatico e timo:  questa è magia. Un vino evocativo e straordinario, uno tra i massimi vini dolci che ho avuto la ventura di assaggiare. E, per una volta, un vino da godere da solo o con chi si ama, per ritrovare la pace del cuore: di questo e non di altri abbinamenti abbisogna.

Granaccia Colline Savonesi IGT 2006,  Scarrone, 13 gradi.

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Quando ricevetti in regalo questo vino da un collega – un amico – tanti anni fa, non sapevo nulla né della Granaccia, né di Quiliano, né di Scarrone. E di Mario Soldati, nemmeno.
Provai riconoscenza ed una profonda curiosità per quella bottiglia con l’etichetta dalla grafica antica, dove pure il tenore alcolico era scritto a mano: sembrava proiettata da un passato remoto e perduto. Aspettai per un po’ l’occasione giusta, l’abbinamento ideale; poi partii per vivere all’estero ed essa rimase qui in Italia, ad aspettarmi in cantina.
Fatto sta che gli anni passarono e con essi studi, letture e di possedere una bottiglia di Granaccia savonese mi ravvenni tempo dopo, leggendo appunto il Terzo viaggio raccontato da Soldati nel suo leggendario volume Vino al vino: autunno 1975, un’Italia lontana, prima ancora che io nascessi. Mi incuriosì quel vino definito “barocco” dall’intellettuale torinese, con un misto di attrazione e repulsione che esprimeva senza troppe cautele in quelle pagine lontane dedicante al Granaccia prodotto a Quiliano, “comune sulle prime colline di Vado, provincia di Savona”, da Natale Scarrone, “…in un valloncello angusto come una forra…le vigne sono tutte lì in un angolo, anzi in un triangolo esposto a mezzogiorno, coltivato a terrazze, tra muretti a secco, strette l’una sull’altra”. Una produzione, quella di Scarrone,  all’epoca minuscola: 500 bottiglie al più.
Mi decisi perciò un giorno a cercala quella bottiglia in cantina, e frugai spostando cartoni di vino, e poi eccola, vidi e lessi prima il luogo di provenienza e poi il nome del produttore: Quiliano e Scarrone, la chiusura di un cerchio; presumibilmente non più Natale però, forse i figli o gli eredi. Tuttavia, anche a cercare informazioni in rete, poco ne ricavai o nulla. Frattanto di Granacce ne avevo assaggiate tante, sotto i vari nomi che han preso viaggiando per il Mediterraneo fino a giungere addirittura nel Nuovo Mondo: Garnacha, Grenache, Cannonau, Alicante, Tai Rosso, e molti altri; ricavandone sensazioni contrastanti, perché nei suoi viaggi la Granaccia (la cui origine è disputata da Aragona e Sardegna) ha mutato pelle conformandosi ai luoghi, alle usanze, agli stili di coltura e di vinificazione: questa vite vigorosa, resistente al caldo ed alla siccità, che produce uve dalla buccia sovente sottile (ma che su certi suoli aridi ispessisce, mentre l’acino resta piccino), tendenti ad un alto tenore zuccherino, dall’acidità normalmente moderata, mi sembra – per la mia minima esperienza-  si possa considerare tra quelle che con trasparenza restituiscono il loro territorio.
Fatto sta che pian piano realizzai che mi era stato donato un piccolo mito, raro e prezioso, un frammento di storia se vogliamo, e venni preso dalla smania di assaggiarlo, di provarlo e paragonarlo agli altri Grenache che avevo archiviato nella piccola biblioteca della mia memoria gustativa.
Riguardo gli appunti di quel 28 gennaio 2016, quando l’aprii, e me lo rivedo davanti e ne risento ancora le sensazioni, come fosse ieri, perché mi parve un vino eccezionale, probabilmente la più fine espressione che io abbia assaggiato di Grenache o Granaccia che dir si voglia. Estratto dopo dieci anni il tappo di sughero ancora perfetto, il vino di Quiliano era di un colore rubino bellissimo,  appena granato al bordo, trasparente ma dai riflessi profondi, e a ruotarlo nel calice appariva viscoso e materico, formando lacrime lentissime e fittissime. Ricordo l’aroma molto intenso e complessissimo: mi sembrò di discernervi buccia di fico nero, ciliegia, susina nera matura, tanta liquirizia amara, eucalipto, ginepro, grani di caffè, sbuffi di pepe bianco e nero, chiodo di garofano, noce moscata, cioccolato con una nota di vaniglia, e in fondo macchia e bosco, humus, carrube essiccate, tocchi ematici. Era un mondo intero di sensazioni, rimandi ed evocazioni, amica o amico che mi leggi, ma nulla era scontato: si svelava poco a poco con fascino e pudore, femminile e maschile a un tempo, quasi androgino; intimamente mediterraneo, non nella forma ovvia del colore locale,  del pittoresco ad uso delle agenzie turistiche, ma della roccia scabra, riarsa dal sole, dal vento e dal sale, spostandone il suo sentimento interno più a nord, verso rigori forse piemontesi, forse alpini. Sento ancora nella mia bocca il sorso ampio, pienissimo e fresco, sul limitare di una decadenza forse, dal sapore intensissimo e concentratissimo, amaricante come la radice della liquirizia e la ruta e l’arancia amara; originalissimo, molto morbido ma vitale, assai secco in verità, ma avvolgente di un glicole ingannatore, che avresti potuto quasi confonderlo con lo zucchero. E sebbene l’acidità non fosse più che media, c’era una corrente salina continua a tenerlo teso su tutto il palato, principiando dall’attacco netto e svolgendosi ampio fino a un finale quasi trionfante, ma su note gravi, più autunnali che squillanti, di tramonto: una sorta di struggente splendore dorato che sapeva nel retrogusto dell’aromaticità di un alloro.  Mi sorprese il suo tannino, finissimo ma in quantità superiori a quel che conoscevo possibile per la Grenache; certo, non a livello di un Nebbiolo, ma nel suo insieme c’era, a mio avviso, un certo nebbioleggiare. Quel Granaccia di Scarrone che avevo nel calice era un vino artigiano che non conosceva artefazione, che scorreva naturale, senza inciampo, scorrevole e passante (per usare una terminologia cara al Soldati), quasi con la complessità di un distillato. Lo trovai eccezionale allora su un arrosto di magatello e di costine di maiale. Di più: l’elessi vino del cuore.
Scorro stasera, passato un anno, le parole e i giudizi che su di esso lasciò Mario Soldati e me ne sorprendo: “Questo Granaccia, malgrado la sua complicata finezza, sa più di alpe che di mare, più di Piemonte che di Liguria” leggo, e penso che era stata la mia esatta sensazione. Scriveva ancora: “Svuotato di tutto, svuotato del suo nome spagnoleggiante, svuotato del suo gusto svolazzante e superficiale, svuotato della presenza imponente del suo autore barocco, il barocco Granaccia, etere effuso in noi e attorno a noi, è ormai esso stesso un vuoto”…e qui le parole diventano misteriose, le sensazioni sfumano sottili, lambiscono il velo di Maya. Il Granaccia di Scarrone esiste davvero o è come la Casa della Fata Turchina, che quando Pinocchio torna a cercarla è sparita e al suo posto c’è solo una tomba? Di esso dissi entusiasta al collega-amico che me l’aveva regalato, volevo procurarmene altre bottiglie, uno, due cartoni,  e assicurarmene una scorta. Mi rispose che non si produceva più, espiante perfino le vigne per quel che lui sapeva. Altre notizie non ne ho più trovate: ho cercato, ho chiesto in giro, ma fu silenzio soltanto. Forse questo Granaccia di Quiliano di Scarrone è soltanto lo specchio di un nostro sogno. Sostiene un maestro che di vini ne capisce, Armando Castagno:  per dire una parola nuova, utile, nel mondo del vino bisogna viaggiare: “calpestare i territori e quasi mangiarseli”. Credo in verità che sia una regola aurea per la vita intera. I viaggi della Granaccia attraverso il Mediterraneo raccontano una storia in fondo non dissimile da quella di Ulisse, o di Enea: storie di umanità, di esperienze e di luoghi, che rivivono grazie alla potenza evocativa della parola poetica. Un viaggio anche quello che Soldati raccontò in Vino al Vino ed ogni viaggio è una formazione: quello il senso profondo. Un giorno dunque andrò a Quiliano, cercherò quelle vigne dal fogliame “foltissimo, vigoroso, frastagliato, addentellato”, dove le Alpi “si vedono nevose nello sfondo, oltre i primi piani verde-rossastri delle vigne, tra le quinte a V del valloncello”; forse comporrò il numero che stava sull’etichetta, sperando in una risposta: 0198878…
Chissà se troverò una tomba o la casa della Fata Turchina.

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Brunello di Montalcino 2004 (13,5 gradi) e Brunello di Montalcino 2006 (14 gradi), Sanlorenzo.

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Mi ha detto: “Queste però  bevile, che le ho portate al Vinitaly e in giro da qualche altra parte” . Ubbidisco, Luciano: “stasera ho il cinghiale in umido, domani fiorentina” sulla brace vera, odorosa: l’occasioni giuste. Le altre tue – sorelle loro -continueranno il riposo  in cantina. Detto, fatto; e inavvertitamente gustate all’inverso: 2006 sull’umido, 2004 sulla griglia. Avrei preferito l’opposto, ma va bene così: perché la 2006 la risento ora a 27 ore dall’apertura e non è ancora doma. Non che la 2004 scherzi, dopo 15 ore. Non son vini questi Brunello a quali puoi dare del tu: Esigono rispetto e son quasi sangiovese di montagna: 550 metri non sono pochi, anche se si è esposti a sud-ovest con una luce aperta, piena. Ogni volta che arrivo al podere, oltre il bosco, e lascio la macchina in un angolo, scendo e mi fermo un attimo a rimirare quello straordinario cannocchiale prospettico, che è come un balzo sulle montagne russe quando arrivi in cima alla salita e con il cuore in gola il trenino ti scaraventa in picchiata verso la discesa a capofitto. E respiro a pieni polmoni l’aria fresca e pura. Come l’altra mattina: non sarei più andato via e nemmeno quasi entrato in cantina: lo debbo chiedere una volta a Luciano: “portami a passeggiare le vigne”, perché da lì nasce tutto.
Come si fa la verticale – anche se mini, come in questo caso? Di solito vino più giovane al più vecchio, ma c’è chi sostiene anche il contrario: in Francia, credo. Non del tutto a torto: il quelli più vecchi hanno solitamente più fine il tannino, più docile l’acidità: conquistano con la seduzione, non con la forza. Nel dubbio, il mio assaggio è stato ondivago: un sorso qui, uno là, e  me li sono pure portati a tavola, come ti dicevo. Probabilmente neppure avrei dovuto scriverle, le note di degustazione: “Queste però bevile…”. Meglio: la tempra di un vino si misura anche così, alla prova delle battaglie della vita vera: la cantina interrata dalla volte ampie e buie, in fondo, chi ce l’ha? Quindi, più che note, sono appunti sghembi, vergati una sera di febbraio “al canto del foco”.
Il rubino è trasparente  per entrambi, con riflessi cupi, più cupi ancora per il 2006, mentre il 2004 tende un po’ più al granato ed è lievemente di tinta meno carica. Formano entrambi gocciole irregolari, rade, lente, piuttosto persistenti, più massicce forse nel 2006, ma son sfumature. Danzano entrambi piuttosto materici nel calice: muscolosi e sensuali come ballerini e ballerine della compagnia di David Parsons. L’olfatto: eh, una parola: “fermati, attimo, sei bello” brama Faust di dire al momento supremo. Qui, questi profumi non stanno fermi un istante, cambiano come una girandola sospinta da un alito di vento: da ore li sento mutare nel bicchiere, mi tocca cercare di fotografarli all’improvviso. Ora il 2004 nelle mie nari è decisamente intenso, in sviluppo, concentratissimo, netto e sfaccettato,  una stratificazione profonda come ere geologiche di lampone, amarena, pesche noce , prugna, arancia, anche qualche nota di mora di rovo e mirtillo. Ci sono terziari, come una lieve nota di fungo porcino e di pelli, ma lo domina una potenza balsamica che sa di macchia e di eucalipto, con le sue foglie affusolate che se le spezzi sono così odorose, ma anche il suo legno, tracimante di clorofilla profumata e tenero: basta inciderlo con un’unghia per vederla uscire verde smeraldo. Un accenno di spezie dolci: vaniglia, cannella, cacao. Un balugine ematico, ferroso, forse anche affumicato e latteo, come una scamorza lievemente annerita. Una spolverata di pepe nero, rosmarino, olio d’oliva (pure quello, e potrei continuare vista la mutevolezza di questi profumi). Il 2006 all’olfatto è in questo momento più ritroso: concentratissimo anche lui ma di intensità più mediana. Mi verrebbe da dire che è più indietro nell’evoluzione – e ci sta: notazione banale, se è due anni più giovane – ma non in maniera proporzionale rispetto alle attese. Meno aperto del 2004 -in questa fase almeno- gioca tutto il suo fascino olfattivo su un crinale sottile di freschezza fruttata e floreale e note iodate, grafitiche, di muschio, ferrose; come se viole ed amarene e chicchi di melograno freschissimi fossero nascosti in uno scrigno severo e robusto di metallo, del quale solo il tempo è la chiave. Tra essi, mischiate, giuggiole, licis , corbezzoli. Anche qui, pepe, ma bianco e nero insieme; profumi di macchia, ma più sfumati, lontani, prossimi all’orizzonte. Al sorso, sono entrambi vini di grande concentrazione gustativa e di corpo, ma dinamici e pronti allo scatto, freschi.  Il 2004 in qualche modo è più gentile, con un attacco sul palato quasi impalpabile, in un vibrante pianissimo. L’acidità resta come avvolta in trine morbide, ma è notevolissima e trascinante, allungando  su un sentiero salino questo Brunello verso il finale lungo e composto, dove rimane però una certa sensazione di tannino abbondantissimo e ancora austero, fermo come un colonnato  che marca una soglia: guai  a non meritarne l’ingresso. Il 2006 è educato nell’attacco, ma ancora più risoluto nell’instaurare un dialogo col tuo palato: il colpo d’ala nella prima sezione della lingua e sull’arcata dentale è da titano e si avanza poi trionfante a spiegare il suo gran corpo, la struttura saldissima, che si allarga quasi dolce e ricca di polpa a centro bocca , gustosa e succosissima, per poi allungarsi ancora verso un finale a coda di pavone, come diceva Veronelli, ampio e sonante, ben bilanciato. L’acidità è anche qui notevole, ma come più avvolta nella polpa, nella carne viva di frutto, così che fatico a dire quale dei due fratelli l’abbia più alta: persino, assaggia assaggia, mi sbilancerei sul 2006 , ma non ci scommetterei un soldo bucato. Quella che mi par chiara è la qualità del tannino ( la quantità tra i due non si discosta molto): assai più fine è rotondo nel 2006. Insomma, due splendidi fratelli, emozionanti e autentici, simili ma assai diversi: darai del lei al 2004 e del voi al 2006, o viceversa , seconda del tuo gusto e del tuo umore. Sono vini di sorprendente qualità gastronomica, o, se vuoi,  da compagnia, da meditazione: non li offendere con una mera degustazione.  Io, è chiaro, ho avuto stasera la mia preferenza, ma è un attimo bello e domani, chissà. Difatti sono vini ancora lontani dal raggiungere la loro maturazion ideale, naturale seguano un loro ciclo imprevedibile di gioiose aperture e ritrose chiusure.
Mi resta una postilla: fu l’annata 2004, la seconda prodotta da Luciano, eccellente; ancor più la 2006; entrambe a cinque stelle, secondo la valutazione del Consorzio del Brunello.  Vai tuttavia a sentire, amica o amico che mi leggi, quali gioiellini ha tirato fuori Luciano in annate meno felici come la 2011 o la 2014 e mi dirai: con l’esperienza, ancora più rifiniti. Io intanto aspetto curioso le prossime uscite…

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Malvasia di Bosa 2006 secco, Cooperativa Viticultori della Planargia, 15,5 gradi.

Per me Bosa è l’immagine improvvisa di un cartello stradale nel silenzio della campagna sarda al sole di febbraio, sotto un cielo incredibilmente luminoso e azzurro. Ero in viaggio per lavoro: una lunga settimana percorrendo fuori stagione la Sardegna da nord a sud, scoprendola più autentica e più bella. Ad accompagnarmi un collega carissimo, per certi versi un maestro. Non ricordo se fosse già con me o se dovessimo incontrarci la sera a Sassari. Ricordo però il mare davanti ad Alghero, la distesa immensa delle vigne di Sella e Mosca, da lasciarmi stupefatto.
Le strade quasi deserte. Poi, a un crocicchio, un cartello tra tanti: “Bosa”. Il desiderio di svoltare, di raggiungere quel luogo, di camminare quelle vigne. La necessità di continuare oltre, giuste le esigenze della professione.
“Bosa”: il fascino arcano del nome, che ha in sé qualcosa di primitivo ed elementare. La locale Malvasia: vino esoterico del quale sentivo dire meraviglie per la rarità estrema, l’incostanza artigianale della produzione, il suo stile originalissimo e fuori dal tempo, la particolare lavorazione, la qualità sublime. Certi produttori entrati nel mito: G. B. Columbu, i Fratelli Porcu. Fortuna volle che prima di ripartire ne trovassi una bottiglia all’enoteca dell’Aeroporto di Cagliari, sebbene prodotta dalla locale Cooperativa che mai avevo sentito nominare invece che dai celebrati produttori locali.
Giacque per anni nella mia cantina in attesa, come tante, del momento giusto. Intanto mi interessavo del vino e studiavo, imparavo di quelli spagnoli di Jeres  che maturano coperti dalla flor, strato di lieviti che protegge il vino dall’ossidazione e introduce aromi particolari grazie allo sviluppo di acetaldeidi. Ecco che si annodava nella mia mente un filo che ha a che fare con la storia: la dominazione spagnola in Sardegna e il suo influsso. Non solo: giungendo la Malvasia da lontano, forse da Creta, mi pareva di scorgere nella remotissima Bosa un luogo d’incontro che misteriosamente univa l’Oriente e l’Occidente del Mediterraneo.
Alla fine un giorno l’ho aperta, senza un’occasione particolare, senza un’amicizia speciale lì presente con la quale condividerla. Solo per me: per conoscenza e piacere.
Non ha tradito la sua fama, non l’attesa: ambra trasparente, con lacrime lentissime, persistenti, abbastanza frastagliate, più che altro un velo. Aromi intensi e concentrati di caramello ed aldeidi, i chiari richiami dell’ossidazione e del particolare processo fermentativo; ma anche macchia, mirto, buccia di arancia e limone, che regalano all’olfatto una sensazione sorprendentemente fresca. Il resto arriva in seconda battuta: corbezzoli, castagne; ed in terza: alloro e timo, foglia bagnata, the, menta, fiori di campo, camomilla, zafferano, noce moscata, un pizzico di chiodo di garofano, note vagamente ferrose e un poco ematiche; profumi che sfumano e virano l’uno sull’altro incessantemente, talvolta coesistendo addensandosi o stratificandosi.
Di sapore concentrato ma straordinariamente lieve al palato, e magra di alcool diresti questa Malvasia. Soprattutto, secca: solo la presenza di glicole da’ un’apparenza di zucchero: considerarla un vino dolce è peccato mortale.  La trama è minerale, salina. Al gusto ancor più che all’olfatto emergono il tabacco, il tronchetto di liquerizia. Ha una bevibilità pericolosa questa Malvasia, dall’attacco fino al finale sfumato di discreta lunghezza ammandorlata, con note di noce e nocciola lì come fossero abbellimenti: persistente, ma non percussivo. Colpisce la tridimensionalità di questo vino arcaico, la sua capacità di ricomporre registri diversi e lontani in un insieme unitario e coerente. Si raccomandava in etichetta l’abbinamento con la pasticceria secca, quei dolcetti sardi così unici e gustosi che ricevevamo da un amico in regalo quando ero un bambino e tanto mi piacevano. E sarà anche giusto il suggerimento, ma mi par limitativo. Perché non goderne ad esempio come di uno sherry ammontillado, per un aperitivo di vera distinzione? Del resto questa è l’usanza locale, mi conferma un’amica di Bosa: sulle olive verdi del posto conservate sotto sale è un’ora da re, assicura, né stento a crederci. Io mi sono divertito a sperimentare e ne ho avuto piacere: buona sui taralli, ottima sulla bresaola; perché non provarla sulla bottarga e sui crudi di mare, o sulla cucina fusion, vista la sua flessibilità. Di qui passa io credo la rinascita di questa straordinaria tipologia italiana che ahimè rischia l’estinzione e la morte della memoria, attraverso il coraggio di ristoratori che davvero vogliano offrire nuove vie ai buongustai, non solo usando a vuoto la parola gourmet. Anzi: vorrei vederla come aperitivo d’obbligo nei locali italiani più raffinati e alla moda accanto ai cocktail più avanguardisti, eccellenza riconosciuta e immancabile al pari del Parmigiano e di cento nostre altre delizie. Altrimenti verrà davvero il giorno nel quale della Malvasia di Bosa celebreremo solo il De profundis. Intanto, mi vien detto (e spero sia un errore), la Cooperativa Viticultori della Planargia ha chiuso i battenti nel 2012: un etichetta e un vino – un sapore – che non esistono più.

Margaux 2006, Chateau Tayac, 13 gradi.

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Quando apro un rosso di Bordeaux la curiosità è sempre forte. Non c’è nulla da fare: a lungo i vermigli di quella zona della Francia che si affaccia sull’Atlantico sono stati una archetipo per i consumatori di mezzo mondo e, da un certo momento in poi, soprattutto della nobiltà e di una certa borghesia, talvolta anche molto piccola, se gli studentelli della Boheme pucciniana, al freddo della loro soffitta, esultano a  una bottiglia di generico Bordeaux come al massimo lusso natalizio. Sia prova il fatto che Bordeaux, scritto con la minuscola, è diventato il sinonimo di una certa sfumatura di colore. E poi: l’infinita declinazione territoriale, aziendale e stilistica, coi comuni aldilà ed al di qua della Garonna e della Gironda, le classificazioni degli Chateau, i possibili uvaggi, come variazioni continue di uno stesso tema sortite dalla mano di un superbo contrappuntista. Tutto questo ha un fascino, non si può negare. Certo: ci sono gli Chateau Premier Cru, con bottiglie inaccessibili e superbe; ma anche un tessuto di produttori più semplici, simpatici, che producono vini da gustare sulla tavola,  più che da esibire, come questo Chateau Tayac. Se vedi lo chateau capisci: poco più che una casetta ed un vecchio capannone, fine dello sfarzo. Una gestione familiare, una conduzione corretta e senza grilli, con le fermentazioni in vasche di calcestruzzo e acciaio, l’affinamento ancora nel cemento e in barrique nuove, al 30%. Cabernet Sauvignon al 50%, Merlot al 40%, 10 % di Petit Verdot. Sulle 100.000 bottiglie. Rispecchia lo stereotipo di Margaux, che vuole i vini di questo comune dotati di profumo, grazia e setosa tessitura. Tende già – al doppiare la boa dei dieci anni- la tinta all’amaranto, sebbene ancora i riflessi siano rubini, di discreta profondità. Lascia sul bordo lacrime molto lente, quasi restie a formarsi e poco incise. Ha un profumo intenso, pieno e complesso, sebbene non nitidissimo: come quando con le vecchie reflex non ti riusciva perfetta la messa a fuoco. Così distinguerai al naso la frutta nera e quella rossa, un po’ di mirtillo e di mora e di susina, ma senza troppa evidenza. Avrai, come ti aspetti da un Bordeaux, un tocco di vaniglia, di cera d’api, di tabacco, ma la nota dominante qui sta tra la grafite e la polvere pirica: tutto sfumato però, e se da un lato sfugge, dall’altro non è banale, restando in un educato riserbo. Non conosce mollezze o suggestioni esotiche: malgrado gli anni, mantiene note di vigore giovanile. Anche alla bocca è fresco ed offre un sorso quadrato: ampio, ma non largo; lungo, ma moderato, con la chiusura piacevolmente insistita su quelle note di frutta nera e più ancora di grafite che sono un po’ la sua firma; lasciando un bel ricordo di tannino piuttosto presente ma aggraziato e di un’acidità sicura che gli dona un buon passo, più svelto che in altri conterranei. Come con altri Rossi di Bordeaux mi viene sempre fatto di pensare ad una bella prosa di quelle ampie, cadenzate, chiare, con le giuste pause: ideali per spiegare un concetto, un fatto storico; con qualche ben dosato scarto, anche un bel racconto magari in costume, perché  no. La poesia invece, con le sue accensioni, gli sbalzi, le rarefazioni, la trovo altrove: ma oltre al genio devo accettar sregolatezza. Non è bada, amico o amica che mi leggi, un valore legato al costo della bottiglia di per sé, quanto allo stile; ed, al solito, intendila al netto delle dovute eccezioni. Però questo Chateau Tayac è un vino di rispetto e autentico: vedilo infatti come abbisogna di ore ed areazione per esprimere se stesso e come cambia in positivo se gli dai un po’ di tempo per schiarirsi la voce. Godine rigorosamente al pasto, lì ti sarà compagno; e  gradito, io credo, sulle carni d’agnello.