Morellino di Scansano Vignabenefizio 2006, Vignaioli del Morellino di Scansano, 13 gradi

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Non si ha sempre la voglia e la pazienza di tenere dieci anni un Morellino di Scansano in cantina: vino che è buono giovane -anzi, che  è goloso e va giù bene anche un po’ fresco l’estate- fatalmente si consuma in fretta. Questa bottiglia invece ha atteso a lungo prima di essere aperta, un po’ per casualità, un po’ perché è dell’annata 2006, in genere ritenuta una ottima in Toscana;  un po’ perché è una selezione -non so quanto effettivamente rappresentativa- di una sola vigna. Quando mi decido ad aprirlo, per una subitanea ispirazione e per il tenore alcolico giusto, che lo rende adatto ad una sera d’estate, lo trovo granato trasparente, ancora tonico al colore e di aspetto quasi più giovanile del previsto. Lascia sul calice lacrime irregolari, fitte e lente. Senza nemmeno tanta attesa dall’apertura, ha un profumo notevolissimo, molto intenso, di grande  complessità, piuttosto evoluto ma non del tutto: lo dominano i profumi di sigaro toscano , di fungo, di foglie secche, di grani di caffè, di cioccolato.Alla sua nascita ci fu, a mio avviso, un uso non timido della barrique, ma accurato e piacevole.  Sotto quella superficie, un insieme di frutti di bosco rossi e neri, di ciliegie mature, di amarene, di susine nere maturissime, sulla soglia della disidratazione. In mezzo, quasi galleggiassero nell’acqua a media profondità, ancora cenni floreali puri, come di rosa e viola, un’idea di succo di arancia rossa, e poi note balsamiche e vegetali e iodate, creando un effetto complessivo di macchia marina, al quale si somma persino il cappero verde e un alone profumato come di miele di corbezzolo. Il contrasto con la bocca è sorprendente, perché è ancora freschissima, reattiva, giovanile, con un’acidità altissima ed un tannino potentissimo e maestoso, ma regolare, di grana media, ed una buonissima salinità.   Stimolano il palato queste sue durezze, perché il sorso ha una tessitura dolce e carezzevole, e tuttavia misurata nei toni alcolici o zuccherini. Spinge lungo ed intenso sul finale, che allappa e fa salivare, e un poco scalda, e a lungo riverbera i sapori : una persistenza di minuti interi. Quasi – sottolineo il quasi – si pone a mezza via del calore aromatico dei vini di Montalcino e la freschezza gustativa di quelli chiantigiani, ma unendo una facilità di beva, una rotondità di sorso leggiadra che per me è la firma del Morellino di Scansano. Interessante e curioso questo vino, che a berlo, maschio com’è all’olfatto, ti trasporta immediato nella Maremma dei butteri e delle veglie al fuoco nei poderi, però poi ti seduce in bocca con la dolcezza di una fanciulla e con la forza del cavallo che indomito si slancia sulla sabbia mentre il vento gli muove la criniera. Lo credo eccellente a tutto pasto sulle vivande toscane più saporite e rustiche.

Lancerio 2006 Lazio Rosso, Andrea Occhipinti, 15 gradi.

Del Viterbese ed in particolare della zona del lago di Bolsena ho ricordi vaghi e sfumati, legati ad una trasferta di lavoro lontana nel tempo. Eppure, il verde di quei campi non l’ ho mai scordato: brillante, se ce n’è uno. Ed anche la luminosità di quel cielo , che credo restituisse e  condividesse la luce riflessa delle acque del lago, in un magico gioco di specchi. Potremmo parlare del terreno vulcanico -amica o amico che mi leggi- e sappiamo quanto quei particolari suoli giovino alle viti e al vino. Però sono qui che ti scrivo lontano da casa e non ho con me i miei libri sui quali fare affidamento: non ti saprei narrare che pochi luoghi comuni e notizie frammentarie. Si dice – a ragione – che per descrivere un vino in profondità bisogna conoscere il territorio di persona e palmo a palmo: “ Passeggiare le vigne”, diceva il grande Luigi Veronelli. Eppure, di fronte ad un vino come questo si può provare una narrazione diversa, un po’ per sottrazione ed un po’ per comparazione, usando la memoria come fonte di ogni pennellata di colore che esso evoca, accostandolo a ricordi e sensazioni di un passato che si è depositato nell’anima;  perché tale è la sua forza evocativa: di una potenza quasi dionisiaca ed infera che affascina, sconcerta e smaga.
Aleatico l’uva del Lancerio: uva oscura, si dice portata dai greci in Toscana in epoche remotissime e di lì propagata. Forse, invece, origniaria proprio della Toscana, se la greca liatiko non ha legame di DNA alcuno, mentre sembra acclarato ne abbia col sangiovese; ed ancora più oscura se sembra accertata la parentela di tipo genitore-figlio o figlio-genitore col moscato bianco; che non stupisce solo se pensiamo al rilevantissimo corredo aromatico dell’aleatico. Gradoli, da dove questo Lancerio viene, possiede una lunga tradizione nel vinificare l’aleatico dolce, passito e un po’ ossidativo. Andrea Occhipinti, però , ha sviluppato un intero progetto agricolo ed aziendale attorno all’Aleatico, declinandolo in tutti i modi possibili, dal rosato al rosso secco. Tutti vini interessanti i suoi, naturali e buoni; buonissimo qualcuno. Il Lancerio, però, è storia a sè, riprendendo il vecchio concetto del dolce Aleatico di Gradoli e sviluppandolo alle estreme conseguenze: perché, sebbene si possa ricondurre forse ad un modello di Aleatico antico e diffuso in area tirrenica, che si sposava con l’ossigeno nelle vecchie botti (e che ricordo in lontanissimi ed omeopatici assaggi all’Isola d’Elba dai contadini quando ero bambino), una complessità così , governata sul filo di un’evoluzione spinta, io in un’Aleatico non l’avevo mai sentita e se per trovare un paragone debbo scomodare i massimi vini dolci ossidativi mondiali: i Madeira Malmsey  lungamente invecchiati, i Marsala “storici”, i massimi e rari Vinsanto toscani, e  i più grandi Pedro Ximenes, ai quali, soprattutto, forse il Lancerio più s’appaia. Infatti alla vista tutto in lui esprime una peculiare fittezza vellutata, antica, evoluta, autunnale: è color mogano trasparente, bellissimo e affascinante; viscoso, con gocce molto fitte, irregolari, lente, estremamente persistenti. Il suoi profumi sono assai intensi e molto complessi, di una qualità che supera la semplice evoluzione, si potrebbe dire, perché esprimono un senso di deliberata meditazione, uno scavo quasi nelle viscere dei composti aromatici, una trasformazione interna che li ha resi vecchissimi e eternamente giovani a un tempo, come lo sono certi artisti che paiono senza età quando le mani e gli occhi parlano dell’arte loro.  Quasi in ordine sparso, cioccolato amaro, crema di nocciole, bacche di vaniglia, cacao in polvere,  farina di castagne, uva sultanina, un po’ di prugna secca, cera, incenso, noce moscata, cannella, rosmarino, ricordi lontani di scorza di chinotto e di arancia caramellate, solvente, spunti balsamici di eucalipto; tutti in una successione continua, in un continuo cangiare armonico e calmo, ponderato, che ha la stessa gravità della musica di J.S.Bach. Ad assaggiarlo, è dolcissimo,  però insieme dona altre sensazioni: è quasi piccante, un po’ salato, minerale, in un gioco di rimandi e tensioni interne. Il suo corpo non è più che medio, tuttavia possiede una grande concentrazione di gusto ed anche franchezza, perché richiama perfettamente le sensazioni provate all’olfatto, e soprattutto una naturalezza del sorso estrema, quasi questo Lancerio fosse un elemento sgorgato così, dalla pianta della vite stessa, e la mano dell’uomo non fosse intervenuta. Malgrado la dolcezza imponente, riesce anche incredibilmente croccante e succulento, con un’acidità stupefacente, altissima, ed un finale lungo e pulitissimo, in equilibrio perfetto tra la freschezza e il calore alcolico, tanto che i suoi 15 gradi non si notano affatto: anzi, risulta dissetante e per nulla pesante.  Lo riassaggio e chiudo gli occhi: noci verdi nel bosco, il cielo stellato sotto gli oleandri, la macchia di rosmarino selvatico e timo:  questa è magia. Un vino evocativo e straordinario, uno tra i massimi vini dolci che ho avuto la ventura di assaggiare. E, per una volta, un vino da godere da solo o con chi si ama, per ritrovare la pace del cuore: di questo e non di altri abbinamenti abbisogna.

Granaccia Colline Savonesi IGT 2006,  Scarrone, 13 gradi.

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Quando ricevetti in regalo questo vino da un collega – un amico – tanti anni fa, non sapevo nulla né della Granaccia, né di Quiliano, né di Scarrone. E di Mario Soldati, nemmeno.
Provai riconoscenza ed una profonda curiosità per quella bottiglia con l’etichetta dalla grafica antica, dove pure il tenore alcolico era scritto a mano: sembrava proiettata da un passato remoto e perduto. Aspettai per un po’ l’occasione giusta, l’abbinamento ideale; poi partii per vivere all’estero ed essa rimase qui in Italia, ad aspettarmi in cantina.
Fatto sta che gli anni passarono e con essi studi, letture e di possedere una bottiglia di Granaccia savonese mi ravvenni tempo dopo, leggendo appunto il Terzo viaggio raccontato da Soldati nel suo leggendario volume Vino al vino: autunno 1975, un’Italia lontana, prima ancora che io nascessi. Mi incuriosì quel vino definito “barocco” dall’intellettuale torinese, con un misto di attrazione e repulsione che esprimeva senza troppe cautele in quelle pagine lontane dedicante al Granaccia prodotto a Quiliano, “comune sulle prime colline di Vado, provincia di Savona”, da Natale Scarrone, “…in un valloncello angusto come una forra…le vigne sono tutte lì in un angolo, anzi in un triangolo esposto a mezzogiorno, coltivato a terrazze, tra muretti a secco, strette l’una sull’altra”. Una produzione, quella di Scarrone,  all’epoca minuscola: 500 bottiglie al più.
Mi decisi perciò un giorno a cercala quella bottiglia in cantina, e frugai spostando cartoni di vino, e poi eccola, vidi e lessi prima il luogo di provenienza e poi il nome del produttore: Quiliano e Scarrone, la chiusura di un cerchio; presumibilmente non più Natale però, forse i figli o gli eredi. Tuttavia, anche a cercare informazioni in rete, poco ne ricavai o nulla. Frattanto di Granacce ne avevo assaggiate tante, sotto i vari nomi che han preso viaggiando per il Mediterraneo fino a giungere addirittura nel Nuovo Mondo: Garnacha, Grenache, Cannonau, Alicante, Tai Rosso, e molti altri; ricavandone sensazioni contrastanti, perché nei suoi viaggi la Granaccia (la cui origine è disputata da Aragona e Sardegna) ha mutato pelle conformandosi ai luoghi, alle usanze, agli stili di coltura e di vinificazione: questa vite vigorosa, resistente al caldo ed alla siccità, che produce uve dalla buccia sovente sottile (ma che su certi suoli aridi ispessisce, mentre l’acino resta piccino), tendenti ad un alto tenore zuccherino, dall’acidità normalmente moderata, mi sembra – per la mia minima esperienza-  si possa considerare tra quelle che con trasparenza restituiscono il loro territorio.
Fatto sta che pian piano realizzai che mi era stato donato un piccolo mito, raro e prezioso, un frammento di storia se vogliamo, e venni preso dalla smania di assaggiarlo, di provarlo e paragonarlo agli altri Grenache che avevo archiviato nella piccola biblioteca della mia memoria gustativa.
Riguardo gli appunti di quel 28 gennaio 2016, quando l’aprii, e me lo rivedo davanti e ne risento ancora le sensazioni, come fosse ieri, perché mi parve un vino eccezionale, probabilmente la più fine espressione che io abbia assaggiato di Grenache o Granaccia che dir si voglia. Estratto dopo dieci anni il tappo di sughero ancora perfetto, il vino di Quiliano era di un colore rubino bellissimo,  appena granato al bordo, trasparente ma dai riflessi profondi, e a ruotarlo nel calice appariva viscoso e materico, formando lacrime lentissime e fittissime. Ricordo l’aroma molto intenso e complessissimo: mi sembrò di discernervi buccia di fico nero, ciliegia, susina nera matura, tanta liquirizia amara, eucalipto, ginepro, grani di caffè, sbuffi di pepe bianco e nero, chiodo di garofano, noce moscata, cioccolato con una nota di vaniglia, e in fondo macchia e bosco, humus, carrube essiccate, tocchi ematici. Era un mondo intero di sensazioni, rimandi ed evocazioni, amica o amico che mi leggi, ma nulla era scontato: si svelava poco a poco con fascino e pudore, femminile e maschile a un tempo, quasi androgino; intimamente mediterraneo, non nella forma ovvia del colore locale,  del pittoresco ad uso delle agenzie turistiche, ma della roccia scabra, riarsa dal sole, dal vento e dal sale, spostandone il suo sentimento interno più a nord, verso rigori forse piemontesi, forse alpini. Sento ancora nella mia bocca il sorso ampio, pienissimo e fresco, sul limitare di una decadenza forse, dal sapore intensissimo e concentratissimo, amaricante come la radice della liquirizia e la ruta e l’arancia amara; originalissimo, molto morbido ma vitale, assai secco in verità, ma avvolgente di un glicole ingannatore, che avresti potuto quasi confonderlo con lo zucchero. E sebbene l’acidità non fosse più che media, c’era una corrente salina continua a tenerlo teso su tutto il palato, principiando dall’attacco netto e svolgendosi ampio fino a un finale quasi trionfante, ma su note gravi, più autunnali che squillanti, di tramonto: una sorta di struggente splendore dorato che sapeva nel retrogusto dell’aromaticità di un alloro.  Mi sorprese il suo tannino, finissimo ma in quantità superiori a quel che conoscevo possibile per la Grenache; certo, non a livello di un Nebbiolo, ma nel suo insieme c’era, a mio avviso, un certo nebbioleggiare. Quel Granaccia di Scarrone che avevo nel calice era un vino artigiano che non conosceva artefazione, che scorreva naturale, senza inciampo, scorrevole e passante (per usare una terminologia cara al Soldati), quasi con la complessità di un distillato. Lo trovai eccezionale allora su un arrosto di magatello e di costine di maiale. Di più: l’elessi vino del cuore.
Scorro stasera, passato un anno, le parole e i giudizi che su di esso lasciò Mario Soldati e me ne sorprendo: “Questo Granaccia, malgrado la sua complicata finezza, sa più di alpe che di mare, più di Piemonte che di Liguria” leggo, e penso che era stata la mia esatta sensazione. Scriveva ancora: “Svuotato di tutto, svuotato del suo nome spagnoleggiante, svuotato del suo gusto svolazzante e superficiale, svuotato della presenza imponente del suo autore barocco, il barocco Granaccia, etere effuso in noi e attorno a noi, è ormai esso stesso un vuoto”…e qui le parole diventano misteriose, le sensazioni sfumano sottili, lambiscono il velo di Maya. Il Granaccia di Scarrone esiste davvero o è come la Casa della Fata Turchina, che quando Pinocchio torna a cercarla è sparita e al suo posto c’è solo una tomba? Di esso dissi entusiasta al collega-amico che me l’aveva regalato, volevo procurarmene altre bottiglie, uno, due cartoni,  e assicurarmene una scorta. Mi rispose che non si produceva più, espiante perfino le vigne per quel che lui sapeva. Altre notizie non ne ho più trovate: ho cercato, ho chiesto in giro, ma fu silenzio soltanto. Forse questo Granaccia di Quiliano di Scarrone è soltanto lo specchio di un nostro sogno. Sostiene un maestro che di vini ne capisce, Armando Castagno:  per dire una parola nuova, utile, nel mondo del vino bisogna viaggiare: “calpestare i territori e quasi mangiarseli”. Credo in verità che sia una regola aurea per la vita intera. I viaggi della Granaccia attraverso il Mediterraneo raccontano una storia in fondo non dissimile da quella di Ulisse, o di Enea: storie di umanità, di esperienze e di luoghi, che rivivono grazie alla potenza evocativa della parola poetica. Un viaggio anche quello che Soldati raccontò in Vino al Vino ed ogni viaggio è una formazione: quello il senso profondo. Un giorno dunque andrò a Quiliano, cercherò quelle vigne dal fogliame “foltissimo, vigoroso, frastagliato, addentellato”, dove le Alpi “si vedono nevose nello sfondo, oltre i primi piani verde-rossastri delle vigne, tra le quinte a V del valloncello”; forse comporrò il numero che stava sull’etichetta, sperando in una risposta: 0198878…
Chissà se troverò una tomba o la casa della Fata Turchina.

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Brunello di Montalcino 2004 (13,5 gradi) e Brunello di Montalcino 2006 (14 gradi), Sanlorenzo.

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Mi ha detto: “Queste però  bevile, che le ho portate al Vinitaly e in giro da qualche altra parte” . Ubbidisco, Luciano: “stasera ho il cinghiale in umido, domani fiorentina” sulla brace vera, odorosa: l’occasioni giuste. Le altre tue – sorelle loro -continueranno il riposo  in cantina. Detto, fatto; e inavvertitamente gustate all’inverso: 2006 sull’umido, 2004 sulla griglia. Avrei preferito l’opposto, ma va bene così: perché la 2006 la risento ora a 27 ore dall’apertura e non è ancora doma. Non che la 2004 scherzi, dopo 15 ore. Non son vini questi Brunello a quali puoi dare del tu: Esigono rispetto e son quasi sangiovese di montagna: 550 metri non sono pochi, anche se si è esposti a sud-ovest con una luce aperta, piena. Ogni volta che arrivo al podere, oltre il bosco, e lascio la macchina in un angolo, scendo e mi fermo un attimo a rimirare quello straordinario cannocchiale prospettico, che è come un balzo sulle montagne russe quando arrivi in cima alla salita e con il cuore in gola il trenino ti scaraventa in picchiata verso la discesa a capofitto. E respiro a pieni polmoni l’aria fresca e pura. Come l’altra mattina: non sarei più andato via e nemmeno quasi entrato in cantina: lo debbo chiedere una volta a Luciano: “portami a passeggiare le vigne”, perché da lì nasce tutto.
Come si fa la verticale – anche se mini, come in questo caso? Di solito vino più giovane al più vecchio, ma c’è chi sostiene anche il contrario: in Francia, credo. Non del tutto a torto: il quelli più vecchi hanno solitamente più fine il tannino, più docile l’acidità: conquistano con la seduzione, non con la forza. Nel dubbio, il mio assaggio è stato ondivago: un sorso qui, uno là, e  me li sono pure portati a tavola, come ti dicevo. Probabilmente neppure avrei dovuto scriverle, le note di degustazione: “Queste però bevile…”. Meglio: la tempra di un vino si misura anche così, alla prova delle battaglie della vita vera: la cantina interrata dalla volte ampie e buie, in fondo, chi ce l’ha? Quindi, più che note, sono appunti sghembi, vergati una sera di febbraio “al canto del foco”.
Il rubino è trasparente  per entrambi, con riflessi cupi, più cupi ancora per il 2006, mentre il 2004 tende un po’ più al granato ed è lievemente di tinta meno carica. Formano entrambi gocciole irregolari, rade, lente, piuttosto persistenti, più massicce forse nel 2006, ma son sfumature. Danzano entrambi piuttosto materici nel calice: muscolosi e sensuali come ballerini e ballerine della compagnia di David Parsons. L’olfatto: eh, una parola: “fermati, attimo, sei bello” brama Faust di dire al momento supremo. Qui, questi profumi non stanno fermi un istante, cambiano come una girandola sospinta da un alito di vento: da ore li sento mutare nel bicchiere, mi tocca cercare di fotografarli all’improvviso. Ora il 2004 nelle mie nari è decisamente intenso, in sviluppo, concentratissimo, netto e sfaccettato,  una stratificazione profonda come ere geologiche di lampone, amarena, pesche noce , prugna, arancia, anche qualche nota di mora di rovo e mirtillo. Ci sono terziari, come una lieve nota di fungo porcino e di pelli, ma lo domina una potenza balsamica che sa di macchia e di eucalipto, con le sue foglie affusolate che se le spezzi sono così odorose, ma anche il suo legno, tracimante di clorofilla profumata e tenero: basta inciderlo con un’unghia per vederla uscire verde smeraldo. Un accenno di spezie dolci: vaniglia, cannella, cacao. Un balugine ematico, ferroso, forse anche affumicato e latteo, come una scamorza lievemente annerita. Una spolverata di pepe nero, rosmarino, olio d’oliva (pure quello, e potrei continuare vista la mutevolezza di questi profumi). Il 2006 all’olfatto è in questo momento più ritroso: concentratissimo anche lui ma di intensità più mediana. Mi verrebbe da dire che è più indietro nell’evoluzione – e ci sta: notazione banale, se è due anni più giovane – ma non in maniera proporzionale rispetto alle attese. Meno aperto del 2004 -in questa fase almeno- gioca tutto il suo fascino olfattivo su un crinale sottile di freschezza fruttata e floreale e note iodate, grafitiche, di muschio, ferrose; come se viole ed amarene e chicchi di melograno freschissimi fossero nascosti in uno scrigno severo e robusto di metallo, del quale solo il tempo è la chiave. Tra essi, mischiate, giuggiole, licis , corbezzoli. Anche qui, pepe, ma bianco e nero insieme; profumi di macchia, ma più sfumati, lontani, prossimi all’orizzonte. Al sorso, sono entrambi vini di grande concentrazione gustativa e di corpo, ma dinamici e pronti allo scatto, freschi.  Il 2004 in qualche modo è più gentile, con un attacco sul palato quasi impalpabile, in un vibrante pianissimo. L’acidità resta come avvolta in trine morbide, ma è notevolissima e trascinante, allungando  su un sentiero salino questo Brunello verso il finale lungo e composto, dove rimane però una certa sensazione di tannino abbondantissimo e ancora austero, fermo come un colonnato  che marca una soglia: guai  a non meritarne l’ingresso. Il 2006 è educato nell’attacco, ma ancora più risoluto nell’instaurare un dialogo col tuo palato: il colpo d’ala nella prima sezione della lingua e sull’arcata dentale è da titano e si avanza poi trionfante a spiegare il suo gran corpo, la struttura saldissima, che si allarga quasi dolce e ricca di polpa a centro bocca , gustosa e succosissima, per poi allungarsi ancora verso un finale a coda di pavone, come diceva Veronelli, ampio e sonante, ben bilanciato. L’acidità è anche qui notevole, ma come più avvolta nella polpa, nella carne viva di frutto, così che fatico a dire quale dei due fratelli l’abbia più alta: persino, assaggia assaggia, mi sbilancerei sul 2006 , ma non ci scommetterei un soldo bucato. Quella che mi par chiara è la qualità del tannino ( la quantità tra i due non si discosta molto): assai più fine è rotondo nel 2006. Insomma, due splendidi fratelli, emozionanti e autentici, simili ma assai diversi: darai del lei al 2004 e del voi al 2006, o viceversa , seconda del tuo gusto e del tuo umore. Sono vini di sorprendente qualità gastronomica, o, se vuoi,  da compagnia, da meditazione: non li offendere con una mera degustazione.  Io, è chiaro, ho avuto stasera la mia preferenza, ma è un attimo bello e domani, chissà. Difatti sono vini ancora lontani dal raggiungere la loro maturazion ideale, naturale seguano un loro ciclo imprevedibile di gioiose aperture e ritrose chiusure.
Mi resta una postilla: fu l’annata 2004, la seconda prodotta da Luciano, eccellente; ancor più la 2006; entrambe a cinque stelle, secondo la valutazione del Consorzio del Brunello.  Vai tuttavia a sentire, amica o amico che mi leggi, quali gioiellini ha tirato fuori Luciano in annate meno felici come la 2011 o la 2014 e mi dirai: con l’esperienza, ancora più rifiniti. Io intanto aspetto curioso le prossime uscite…

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Malvasia di Bosa 2006 secco, Cooperativa Viticultori della Planargia, 15,5 gradi.

Per me Bosa è l’immagine improvvisa di un cartello stradale nel silenzio della campagna sarda al sole di febbraio, sotto un cielo incredibilmente luminoso e azzurro. Ero in viaggio per lavoro: una lunga settimana percorrendo fuori stagione la Sardegna da nord a sud, scoprendola più autentica e più bella. Ad accompagnarmi un collega carissimo, per certi versi un maestro. Non ricordo se fosse già con me o se dovessimo incontrarci la sera a Sassari. Ricordo però il mare davanti ad Alghero, la distesa immensa delle vigne di Sella e Mosca, da lasciarmi stupefatto.
Le strade quasi deserte. Poi, a un crocicchio, un cartello tra tanti: “Bosa”. Il desiderio di svoltare, di raggiungere quel luogo, di camminare quelle vigne. La necessità di continuare oltre, giuste le esigenze della professione.
“Bosa”: il fascino arcano del nome, che ha in sé qualcosa di primitivo ed elementare. La locale Malvasia: vino esoterico del quale sentivo dire meraviglie per la rarità estrema, l’incostanza artigianale della produzione, il suo stile originalissimo e fuori dal tempo, la particolare lavorazione, la qualità sublime. Certi produttori entrati nel mito: G. B. Columbu, i Fratelli Porcu. Fortuna volle che prima di ripartire ne trovassi una bottiglia all’enoteca dell’Aeroporto di Cagliari, sebbene prodotta dalla locale Cooperativa che mai avevo sentito nominare invece che dai celebrati produttori locali.
Giacque per anni nella mia cantina in attesa, come tante, del momento giusto. Intanto mi interessavo del vino e studiavo, imparavo di quelli spagnoli di Jeres  che maturano coperti dalla flor, strato di lieviti che protegge il vino dall’ossidazione e introduce aromi particolari grazie allo sviluppo di acetaldeidi. Ecco che si annodava nella mia mente un filo che ha a che fare con la storia: la dominazione spagnola in Sardegna e il suo influsso. Non solo: giungendo la Malvasia da lontano, forse da Creta, mi pareva di scorgere nella remotissima Bosa un luogo d’incontro che misteriosamente univa l’Oriente e l’Occidente del Mediterraneo.
Alla fine un giorno l’ho aperta, senza un’occasione particolare, senza un’amicizia speciale lì presente con la quale condividerla. Solo per me: per conoscenza e piacere.
Non ha tradito la sua fama, non l’attesa: ambra trasparente, con lacrime lentissime, persistenti, abbastanza frastagliate, più che altro un velo. Aromi intensi e concentrati di caramello ed aldeidi, i chiari richiami dell’ossidazione e del particolare processo fermentativo; ma anche macchia, mirto, buccia di arancia e limone, che regalano all’olfatto una sensazione sorprendentemente fresca. Il resto arriva in seconda battuta: corbezzoli, castagne; ed in terza: alloro e timo, foglia bagnata, the, menta, fiori di campo, camomilla, zafferano, noce moscata, un pizzico di chiodo di garofano, note vagamente ferrose e un poco ematiche; profumi che sfumano e virano l’uno sull’altro incessantemente, talvolta coesistendo addensandosi o stratificandosi.
Di sapore concentrato ma straordinariamente lieve al palato, e magra di alcool diresti questa Malvasia. Soprattutto, secca: solo la presenza di glicole da’ un’apparenza di zucchero: considerarla un vino dolce è peccato mortale.  La trama è minerale, salina. Al gusto ancor più che all’olfatto emergono il tabacco, il tronchetto di liquerizia. Ha una bevibilità pericolosa questa Malvasia, dall’attacco fino al finale sfumato di discreta lunghezza ammandorlata, con note di noce e nocciola lì come fossero abbellimenti: persistente, ma non percussivo. Colpisce la tridimensionalità di questo vino arcaico, la sua capacità di ricomporre registri diversi e lontani in un insieme unitario e coerente. Si raccomandava in etichetta l’abbinamento con la pasticceria secca, quei dolcetti sardi così unici e gustosi che ricevevamo da un amico in regalo quando ero un bambino e tanto mi piacevano. E sarà anche giusto il suggerimento, ma mi par limitativo. Perché non goderne ad esempio come di uno sherry ammontillado, per un aperitivo di vera distinzione? Del resto questa è l’usanza locale, mi conferma un’amica di Bosa: sulle olive verdi del posto conservate sotto sale è un’ora da re, assicura, né stento a crederci. Io mi sono divertito a sperimentare e ne ho avuto piacere: buona sui taralli, ottima sulla bresaola; perché non provarla sulla bottarga e sui crudi di mare, o sulla cucina fusion, vista la sua flessibilità. Di qui passa io credo la rinascita di questa straordinaria tipologia italiana che ahimè rischia l’estinzione e la morte della memoria, attraverso il coraggio di ristoratori che davvero vogliano offrire nuove vie ai buongustai, non solo usando a vuoto la parola gourmet. Anzi: vorrei vederla come aperitivo d’obbligo nei locali italiani più raffinati e alla moda accanto ai cocktail più avanguardisti, eccellenza riconosciuta e immancabile al pari del Parmigiano e di cento nostre altre delizie. Altrimenti verrà davvero il giorno nel quale della Malvasia di Bosa celebreremo solo il De profundis. Intanto, mi vien detto (e spero sia un errore), la Cooperativa Viticultori della Planargia ha chiuso i battenti nel 2012: un etichetta e un vino – un sapore – che non esistono più.

Margaux 2006, Chateau Tayac, 13 gradi.

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Quando apro un rosso di Bordeaux la curiosità è sempre forte. Non c’è nulla da fare: a lungo i vermigli di quella zona della Francia che si affaccia sull’Atlantico sono stati una archetipo per i consumatori di mezzo mondo e, da un certo momento in poi, soprattutto della nobiltà e di una certa borghesia, talvolta anche molto piccola, se gli studentelli della Boheme pucciniana, al freddo della loro soffitta, esultano a  una bottiglia di generico Bordeaux come al massimo lusso natalizio. Sia prova il fatto che Bordeaux, scritto con la minuscola, è diventato il sinonimo di una certa sfumatura di colore. E poi: l’infinita declinazione territoriale, aziendale e stilistica, coi comuni aldilà ed al di qua della Garonna e della Gironda, le classificazioni degli Chateau, i possibili uvaggi, come variazioni continue di uno stesso tema sortite dalla mano di un superbo contrappuntista. Tutto questo ha un fascino, non si può negare. Certo: ci sono gli Chateau Premier Cru, con bottiglie inaccessibili e superbe; ma anche un tessuto di produttori più semplici, simpatici, che producono vini da gustare sulla tavola,  più che da esibire, come questo Chateau Tayac. Se vedi lo chateau capisci: poco più che una casetta ed un vecchio capannone, fine dello sfarzo. Una gestione familiare, una conduzione corretta e senza grilli, con le fermentazioni in vasche di calcestruzzo e acciaio, l’affinamento ancora nel cemento e in barrique nuove, al 30%. Cabernet Sauvignon al 50%, Merlot al 40%, 10 % di Petit Verdot. Sulle 100.000 bottiglie. Rispecchia lo stereotipo di Margaux, che vuole i vini di questo comune dotati di profumo, grazia e setosa tessitura. Tende già – al doppiare la boa dei dieci anni- la tinta all’amaranto, sebbene ancora i riflessi siano rubini, di discreta profondità. Lascia sul bordo lacrime molto lente, quasi restie a formarsi e poco incise. Ha un profumo intenso, pieno e complesso, sebbene non nitidissimo: come quando con le vecchie reflex non ti riusciva perfetta la messa a fuoco. Così distinguerai al naso la frutta nera e quella rossa, un po’ di mirtillo e di mora e di susina, ma senza troppa evidenza. Avrai, come ti aspetti da un Bordeaux, un tocco di vaniglia, di cera d’api, di tabacco, ma la nota dominante qui sta tra la grafite e la polvere pirica: tutto sfumato però, e se da un lato sfugge, dall’altro non è banale, restando in un educato riserbo. Non conosce mollezze o suggestioni esotiche: malgrado gli anni, mantiene note di vigore giovanile. Anche alla bocca è fresco ed offre un sorso quadrato: ampio, ma non largo; lungo, ma moderato, con la chiusura piacevolmente insistita su quelle note di frutta nera e più ancora di grafite che sono un po’ la sua firma; lasciando un bel ricordo di tannino piuttosto presente ma aggraziato e di un’acidità sicura che gli dona un buon passo, più svelto che in altri conterranei. Come con altri Rossi di Bordeaux mi viene sempre fatto di pensare ad una bella prosa di quelle ampie, cadenzate, chiare, con le giuste pause: ideali per spiegare un concetto, un fatto storico; con qualche ben dosato scarto, anche un bel racconto magari in costume, perché  no. La poesia invece, con le sue accensioni, gli sbalzi, le rarefazioni, la trovo altrove: ma oltre al genio devo accettar sregolatezza. Non è bada, amico o amica che mi leggi, un valore legato al costo della bottiglia di per sé, quanto allo stile; ed, al solito, intendila al netto delle dovute eccezioni. Però questo Chateau Tayac è un vino di rispetto e autentico: vedilo infatti come abbisogna di ore ed areazione per esprimere se stesso e come cambia in positivo se gli dai un po’ di tempo per schiarirsi la voce. Godine rigorosamente al pasto, lì ti sarà compagno; e  gradito, io credo, sulle carni d’agnello. 

Dolcetto d’Alba 2006, Giuseppe Rinaldi, 13 gradi.

La prima volta che andai alla cantina di Giuseppe Rinaldi (o come lo chiamano tanti, forse tutti, Beppe), era il Novembre del 2008; era già freddo da battere le mani, e pioveva. Fu quella anche la prima volta che andai nelle Lange, che mi si conficcarono nel cuore lasciando una ferita aperta, una voglia di conoscerne ancora che ogni giorno di lontananza rende più sanguinante. Da allora per me i vini di Rinaldi rappresentano l’archetipo delle Langhe, direi perfino del Piemonte. Il loro stile, tradizionale fin dalle etichette; la vecchia cantina; la storia familiare (sesta generazione ormai); la dimensione orgogliosamente artigianale per una scelta anzitutto etica, che limita le dimensioni aziendali a quel che si può far da soli. In definitiva: una cocciutaggine caparbia, ma visionaria e di ampio respiro. E poi, gli odori dei tini e della terra, l’accoglienza riservata e calda a un tempo, le parole pesate e pensate: caratteristiche di tutti i membri della famiglia e non solo, mi si passi il termine, del patriarca. E quelle botti allineate nei segreti di una sotterranea penombra, ed intorno le colline e le vigne, le storie della terra e delle sue genti, coi castelli che vegliano verticali. Da Rinaldi molti vanno per il Barolo – o, spiace dirlo, per vantarsi di essere stati a prendere il Barolo da Rinaldi. Io ci vado certo per il Barolo, ma anche per tutti quei vini meravigliosi che produce e che son detti minori: Nebbiolo D’Alba, Barbera D’Alba, Freisa, il Rosae (da uva a Ruche’) ed il Dolcetto D’Alba, forse quello che loro stessi considerano di meno pretese. Perché’ il Dolcetto e’ per tradizione il vino di tutti i giorni, quello che accompagna sorridente e discreto anche una merenda; trasversale, perché stava tanto sulla mensa contadina che su quella borghese, per una certa sua delicatezza rispetto alla più rustica Barbera; anche umile, perché si adattava alle esposizioni meno soleggiate, la’ dov’è il nebbiolo stentava e quindi non si piantava (ed i verbi si declinano qui all’imperfetto, perché oggi il denaro guida le mani di tanti a piantar Nebbiolo anche sui clivi meno adatti), ma richiedendo quelle cure e quel tempo che la civiltà contadina sapeva riservare a ciò che era veramente prezioso: a quel l’essenziale ben visibile agli occhi.
Si diceva e si dice il Dolcetto vino da consumare nell’anno o nei due anni; certamente non da invecchiamento: anche lì’ stava o sarebbe stata la differenza col nebbiolo.
Ora, Rinaldi fa il vino grosso modo come cent’anni fa; lui dice “come mio nonno”; e dunque difficile pensare che il suo Dolcetto si giovi di quei ritrovati dell’enologia contemporanea atti a preservare a lungo qualunque vino; ed anche il tappo e’ il tradizionale sughero, coi suoi ben noti pregi e difetti. Però, quel che apro e verso nel mio calice, senza scaraffarlo, senza granché attenderlo, e’ un 2006: otto anni. E l’ho di fronte a me, rosso rubino profondo, già tendente al granato. Un poco lo devo attendere, nel suo risveglio dal sonno annoso, ma poi libera con l’aerazione un aroma molto intenso di frutta rossa, giovanile, vario, come da una cesta appena raccolta e rientrata in una sala appartate e buia: prugne, pesche, fragola, lampone, arancia sanguinella; e poi nera: mora, mirtillo. E pero’ a dargli spirito raffinato, prezioso, il ricordo di una dimensione di terre lontane, orientali, mai viste, solo sognate,ingenue come i romanzi di Salgari: il pepe. Poi i ricordi del bosco, delle cime segrete delle colline battute dai venti: foglie gialle quasi tabacco, bacche di ginepro, alloro, salvia, laddove la macchia sfuma nel modesto orto. Bellissimo. Ne apprezzi al sorso il tannino di grana fine ma di qualità piacevolmente terrosa, l’acidità medio alta e vivida, sorprendente per l’uva che lo fa nascere ed ancor più in relazione all’annata. La sua chiusa e lunga, ma giusta, misurata, per non sovrastare le vivande sulla tavola. E la parte col fondo, perché il vino non è filtrato, quella che si dava un tempo all’ospite, e’ la più ricca e più buona. Ecco che cosi’ commoventemente integro restituisce l’immagine del Piemonte che ho nel cuore: quella delle vecchie insegne coi caratteri ottocenteschi, quella di un saper fare discreto ed orgoglioso nelle piccole cose, delle tradizioni difese con la tenacia rabbiosa.