Brunello di Montalcino 2004 (13,5 gradi) e Brunello di Montalcino 2006 (14 gradi), Sanlorenzo.

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Mi ha detto: “Queste però  bevile, che le ho portate al Vinitaly e in giro da qualche altra parte” . Ubbidisco, Luciano: “stasera ho il cinghiale in umido, domani fiorentina” sulla brace vera, odorosa: l’occasioni giuste. Le altre tue – sorelle loro -continueranno il riposo  in cantina. Detto, fatto; e inavvertitamente gustate all’inverso: 2006 sull’umido, 2004 sulla griglia. Avrei preferito l’opposto, ma va bene così: perché la 2006 la risento ora a 27 ore dall’apertura e non è ancora doma. Non che la 2004 scherzi, dopo 15 ore. Non son vini questi Brunello a quali puoi dare del tu: Esigono rispetto e son quasi sangiovese di montagna: 550 metri non sono pochi, anche se si è esposti a sud-ovest con una luce aperta, piena. Ogni volta che arrivo al podere, oltre il bosco, e lascio la macchina in un angolo, scendo e mi fermo un attimo a rimirare quello straordinario cannocchiale prospettico, che è come un balzo sulle montagne russe quando arrivi in cima alla salita e con il cuore in gola il trenino ti scaraventa in picchiata verso la discesa a capofitto. E respiro a pieni polmoni l’aria fresca e pura. Come l’altra mattina: non sarei più andato via e nemmeno quasi entrato in cantina: lo debbo chiedere una volta a Luciano: “portami a passeggiare le vigne”, perché da lì nasce tutto.
Come si fa la verticale – anche se mini, come in questo caso? Di solito vino più giovane al più vecchio, ma c’è chi sostiene anche il contrario: in Francia, credo. Non del tutto a torto: il quelli più vecchi hanno solitamente più fine il tannino, più docile l’acidità: conquistano con la seduzione, non con la forza. Nel dubbio, il mio assaggio è stato ondivago: un sorso qui, uno là, e  me li sono pure portati a tavola, come ti dicevo. Probabilmente neppure avrei dovuto scriverle, le note di degustazione: “Queste però bevile…”. Meglio: la tempra di un vino si misura anche così, alla prova delle battaglie della vita vera: la cantina interrata dalla volte ampie e buie, in fondo, chi ce l’ha? Quindi, più che note, sono appunti sghembi, vergati una sera di febbraio “al canto del foco”.
Il rubino è trasparente  per entrambi, con riflessi cupi, più cupi ancora per il 2006, mentre il 2004 tende un po’ più al granato ed è lievemente di tinta meno carica. Formano entrambi gocciole irregolari, rade, lente, piuttosto persistenti, più massicce forse nel 2006, ma son sfumature. Danzano entrambi piuttosto materici nel calice: muscolosi e sensuali come ballerini e ballerine della compagnia di David Parsons. L’olfatto: eh, una parola: “fermati, attimo, sei bello” brama Faust di dire al momento supremo. Qui, questi profumi non stanno fermi un istante, cambiano come una girandola sospinta da un alito di vento: da ore li sento mutare nel bicchiere, mi tocca cercare di fotografarli all’improvviso. Ora il 2004 nelle mie nari è decisamente intenso, in sviluppo, concentratissimo, netto e sfaccettato,  una stratificazione profonda come ere geologiche di lampone, amarena, pesche noce , prugna, arancia, anche qualche nota di mora di rovo e mirtillo. Ci sono terziari, come una lieve nota di fungo porcino e di pelli, ma lo domina una potenza balsamica che sa di macchia e di eucalipto, con le sue foglie affusolate che se le spezzi sono così odorose, ma anche il suo legno, tracimante di clorofilla profumata e tenero: basta inciderlo con un’unghia per vederla uscire verde smeraldo. Un accenno di spezie dolci: vaniglia, cannella, cacao. Un balugine ematico, ferroso, forse anche affumicato e latteo, come una scamorza lievemente annerita. Una spolverata di pepe nero, rosmarino, olio d’oliva (pure quello, e potrei continuare vista la mutevolezza di questi profumi). Il 2006 all’olfatto è in questo momento più ritroso: concentratissimo anche lui ma di intensità più mediana. Mi verrebbe da dire che è più indietro nell’evoluzione – e ci sta: notazione banale, se è due anni più giovane – ma non in maniera proporzionale rispetto alle attese. Meno aperto del 2004 -in questa fase almeno- gioca tutto il suo fascino olfattivo su un crinale sottile di freschezza fruttata e floreale e note iodate, grafitiche, di muschio, ferrose; come se viole ed amarene e chicchi di melograno freschissimi fossero nascosti in uno scrigno severo e robusto di metallo, del quale solo il tempo è la chiave. Tra essi, mischiate, giuggiole, licis , corbezzoli. Anche qui, pepe, ma bianco e nero insieme; profumi di macchia, ma più sfumati, lontani, prossimi all’orizzonte. Al sorso, sono entrambi vini di grande concentrazione gustativa e di corpo, ma dinamici e pronti allo scatto, freschi.  Il 2004 in qualche modo è più gentile, con un attacco sul palato quasi impalpabile, in un vibrante pianissimo. L’acidità resta come avvolta in trine morbide, ma è notevolissima e trascinante, allungando  su un sentiero salino questo Brunello verso il finale lungo e composto, dove rimane però una certa sensazione di tannino abbondantissimo e ancora austero, fermo come un colonnato  che marca una soglia: guai  a non meritarne l’ingresso. Il 2006 è educato nell’attacco, ma ancora più risoluto nell’instaurare un dialogo col tuo palato: il colpo d’ala nella prima sezione della lingua e sull’arcata dentale è da titano e si avanza poi trionfante a spiegare il suo gran corpo, la struttura saldissima, che si allarga quasi dolce e ricca di polpa a centro bocca , gustosa e succosissima, per poi allungarsi ancora verso un finale a coda di pavone, come diceva Veronelli, ampio e sonante, ben bilanciato. L’acidità è anche qui notevole, ma come più avvolta nella polpa, nella carne viva di frutto, così che fatico a dire quale dei due fratelli l’abbia più alta: persino, assaggia assaggia, mi sbilancerei sul 2006 , ma non ci scommetterei un soldo bucato. Quella che mi par chiara è la qualità del tannino ( la quantità tra i due non si discosta molto): assai più fine è rotondo nel 2006. Insomma, due splendidi fratelli, emozionanti e autentici, simili ma assai diversi: darai del lei al 2004 e del voi al 2006, o viceversa , seconda del tuo gusto e del tuo umore. Sono vini di sorprendente qualità gastronomica, o, se vuoi,  da compagnia, da meditazione: non li offendere con una mera degustazione.  Io, è chiaro, ho avuto stasera la mia preferenza, ma è un attimo bello e domani, chissà. Difatti sono vini ancora lontani dal raggiungere la loro maturazion ideale, naturale seguano un loro ciclo imprevedibile di gioiose aperture e ritrose chiusure.
Mi resta una postilla: fu l’annata 2004, la seconda prodotta da Luciano, eccellente; ancor più la 2006; entrambe a cinque stelle, secondo la valutazione del Consorzio del Brunello.  Vai tuttavia a sentire, amica o amico che mi leggi, quali gioiellini ha tirato fuori Luciano in annate meno felici come la 2011 o la 2014 e mi dirai: con l’esperienza, ancora più rifiniti. Io intanto aspetto curioso le prossime uscite…

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