Lancerio 2006 Lazio Rosso, Andrea Occhipinti, 15 gradi.

Del Viterbese ed in particolare della zona del lago di Bolsena ho ricordi vaghi e sfumati, legati ad una trasferta di lavoro lontana nel tempo. Eppure, il verde di quei campi non l’ ho mai scordato: brillante, se ce n’è uno. Ed anche la luminosità di quel cielo , che credo restituisse e  condividesse la luce riflessa delle acque del lago, in un magico gioco di specchi. Potremmo parlare del terreno vulcanico -amica o amico che mi leggi- e sappiamo quanto quei particolari suoli giovino alle viti e al vino. Però sono qui che ti scrivo lontano da casa e non ho con me i miei libri sui quali fare affidamento: non ti saprei narrare che pochi luoghi comuni e notizie frammentarie. Si dice – a ragione – che per descrivere un vino in profondità bisogna conoscere il territorio di persona e palmo a palmo: “ Passeggiare le vigne”, diceva il grande Luigi Veronelli. Eppure, di fronte ad un vino come questo si può provare una narrazione diversa, un po’ per sottrazione ed un po’ per comparazione, usando la memoria come fonte di ogni pennellata di colore che esso evoca, accostandolo a ricordi e sensazioni di un passato che si è depositato nell’anima;  perché tale è la sua forza evocativa: di una potenza quasi dionisiaca ed infera che affascina, sconcerta e smaga.
Aleatico l’uva del Lancerio: uva oscura, si dice portata dai greci in Toscana in epoche remotissime e di lì propagata. Forse, invece, origniaria proprio della Toscana, se la greca liatiko non ha legame di DNA alcuno, mentre sembra acclarato ne abbia col sangiovese; ed ancora più oscura se sembra accertata la parentela di tipo genitore-figlio o figlio-genitore col moscato bianco; che non stupisce solo se pensiamo al rilevantissimo corredo aromatico dell’aleatico. Gradoli, da dove questo Lancerio viene, possiede una lunga tradizione nel vinificare l’aleatico dolce, passito e un po’ ossidativo. Andrea Occhipinti, però , ha sviluppato un intero progetto agricolo ed aziendale attorno all’Aleatico, declinandolo in tutti i modi possibili, dal rosato al rosso secco. Tutti vini interessanti i suoi, naturali e buoni; buonissimo qualcuno. Il Lancerio, però, è storia a sè, riprendendo il vecchio concetto del dolce Aleatico di Gradoli e sviluppandolo alle estreme conseguenze: perché, sebbene si possa ricondurre forse ad un modello di Aleatico antico e diffuso in area tirrenica, che si sposava con l’ossigeno nelle vecchie botti (e che ricordo in lontanissimi ed omeopatici assaggi all’Isola d’Elba dai contadini quando ero bambino), una complessità così , governata sul filo di un’evoluzione spinta, io in un’Aleatico non l’avevo mai sentita e se per trovare un paragone debbo scomodare i massimi vini dolci ossidativi mondiali: i Madeira Malmsey  lungamente invecchiati, i Marsala “storici”, i massimi e rari Vinsanto toscani, e  i più grandi Pedro Ximenes, ai quali, soprattutto, forse il Lancerio più s’appaia. Infatti alla vista tutto in lui esprime una peculiare fittezza vellutata, antica, evoluta, autunnale: è color mogano trasparente, bellissimo e affascinante; viscoso, con gocce molto fitte, irregolari, lente, estremamente persistenti. Il suoi profumi sono assai intensi e molto complessi, di una qualità che supera la semplice evoluzione, si potrebbe dire, perché esprimono un senso di deliberata meditazione, uno scavo quasi nelle viscere dei composti aromatici, una trasformazione interna che li ha resi vecchissimi e eternamente giovani a un tempo, come lo sono certi artisti che paiono senza età quando le mani e gli occhi parlano dell’arte loro.  Quasi in ordine sparso, cioccolato amaro, crema di nocciole, bacche di vaniglia, cacao in polvere,  farina di castagne, uva sultanina, un po’ di prugna secca, cera, incenso, noce moscata, cannella, rosmarino, ricordi lontani di scorza di chinotto e di arancia caramellate, solvente, spunti balsamici di eucalipto; tutti in una successione continua, in un continuo cangiare armonico e calmo, ponderato, che ha la stessa gravità della musica di J.S.Bach. Ad assaggiarlo, è dolcissimo,  però insieme dona altre sensazioni: è quasi piccante, un po’ salato, minerale, in un gioco di rimandi e tensioni interne. Il suo corpo non è più che medio, tuttavia possiede una grande concentrazione di gusto ed anche franchezza, perché richiama perfettamente le sensazioni provate all’olfatto, e soprattutto una naturalezza del sorso estrema, quasi questo Lancerio fosse un elemento sgorgato così, dalla pianta della vite stessa, e la mano dell’uomo non fosse intervenuta. Malgrado la dolcezza imponente, riesce anche incredibilmente croccante e succulento, con un’acidità stupefacente, altissima, ed un finale lungo e pulitissimo, in equilibrio perfetto tra la freschezza e il calore alcolico, tanto che i suoi 15 gradi non si notano affatto: anzi, risulta dissetante e per nulla pesante.  Lo riassaggio e chiudo gli occhi: noci verdi nel bosco, il cielo stellato sotto gli oleandri, la macchia di rosmarino selvatico e timo:  questa è magia. Un vino evocativo e straordinario, uno tra i massimi vini dolci che ho avuto la ventura di assaggiare. E, per una volta, un vino da godere da solo o con chi si ama, per ritrovare la pace del cuore: di questo e non di altri abbinamenti abbisogna.

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