Barbera d’Asti 2017, Emilio Vada, 15 gradi.

Ricordo una vecchia querelle, testimoniata anche da Mario Soldati nel suo pluricitato “Vino al Vino”: se siano migliori le Barbera della riva destra o della riva sinistra del Tanaro.

Lui, da vecchio dandy nostalgico piemontese, si schierava nettamente a sinistra: “…non si può dubitare di un assioma: i caratteri precipui della Barbera, fragranza finezza allegria, appartengono solo alle Barbere della sinistra…”. Questo nell’autunno del’75. Si sdegnava persino che qualcuno considerasse generalmente migliori le Barbera della destra.

Probabile, cercando nella letteratura coeva o di poco anteriore, si riferisse a posizioni come quella di Ugo Graioni (“Dalla vigna alla tavola”, Canesi, 1973), secondo il quale le zone “dalle quali si ricava tradizionalmente il miglior Barbera d’Asti, (sono) i comuni della Val Tiglione, sulla destra del Tanaro”; “Rude e schietto” la sua qualità pregiata, “dà vita e ardire”.

Forse è questione di gusto personale: Soldati scriveva “la Barbera”, al femminile, secondo il vecchio uso ottocentesco, poetico e contadino; Graioni “il Barbera” intendendo così ” non contraddire le doti maschie del vigoroso vino”, e magari la differenza è tutta lì.

Effettivamente la Barbera si presta ad entrambe le interpretazioni, più o meno favorevolmente secondo la sua provenienza.

Ed allora, com’è che assaggiando questa Barbera al Mercato della FIVI lo scorso novembre esclamai: “Ecco una Barbera paradigmatica!” ? Fu un’affermazione superficiale ed insieme correttissima.

La Barbera paradigmatica, in sé, non esiste, anche all’interno delle tre macrozone definite dalle grandi denominazioni d’origine piemontesi: albese, astigiano, Monferrato. I conoscitori sanno bene che in queste aree oltremodo estese insistono comuni, angoli più vocati di altri e che, primariamente importante, impartiscono caratteri peculiari alle loro Barbera. Poi ci sono tutti i consueti fattori che concorrono alle differenze tra i vini, non ultima l’età delle viti, che nel caso della Barbera mi pare elemento marcante.

Tuttavia la Barbera d’Asti 2017 di Emilio Vada unisce equilibratamente, con nonchalance, le caratteristiche tradizionalmente attribuite alle Barbera della riva sinistra e a quelle della riva destra; ed è anche in linea con il tipo fissato in letteratura per i vini da uve Barbera: profumo, colore, più acidità che tannino.

Eccola qui di nuovo nel mio calice, porpora e profonda, con gocciole veloci, irregolari, persistenti. Bella di un profumo assai intenso, giovanile, di rose, di fragola, di cipria, su un tappeto morbido, speziato, balsamico: burro di cacao, chiodo di garofano, eucalipto.

Delicata all’attacco sul palato, scorrendo subito si espande e diventa ampia, vellutata, con un tannino giusto da Barbera, non evidente, ma rustico; contrastato subito da una naturale freschezza, quasi una brezza sospinta dalla notevole acidità sottesa e solo intuita.

Più che un velluto, invero, è un tweed di buona lana, che si accarezza volentieri per assaporarne la grana. Pazienza se dopo la piacevolezza campestre di un finale amaricante di alloro, la persistenza è minore del desiderio che lascia di un altro sorso. È sincera, generosa, piacevole, curata, dissetante. Candida, ma seducente. Femminile, una vera Barbera – ma con la giusta potenza del vero Barbera.

È stata compagna amorosa e gustosa di un piatto di penne col sugo di salsiccia.

Quasi dimenticavo: viene dalla riva destra del Tanaro. O no?

Baccanale 2016, Il vino e le rose SAS, 14,5 gradi.

La Terra Trema è una manifestazione novembrina che ho nel cuore: la fondò l’anziano Veronelli  in uno stato di ultima tensione morale, e tanto basti. Il livello dei vini che si trovano in assaggio al milanese Centro Sociale Leoncavallo in queste occasioni non è omogeneo, ma il clima è assai festoso ed i vini sono davvero artigianali senza compromessi. Insomma: il conservatore anarchico che è in me ne viene ampiamente solleticato.

Lo scorso novembre assaggiai per la prima volta i vini della Società Agricola Semplice “Il vino e le rose” e rimasi conquistato sia dal genuino ed un po’ ingenuo entusiasmo di chi stava dall’altra parte del banchetto, sia dall’allegra veracità dei vini proposti. Lo stile di vita in azienda, che capisco trovarsi a Momperone, in provincia di Alessandra, nella zona dei Colli Tortonesi, presso l’oasi di Mastarone a Momperone, mi pare piuttosto originale, perché sembra -sbaglierò- quello di una comune.  La palma dell’originalità va a questo Baccanale, Un Nebbiolo vinificato sulle bucce fresche della barbera, secondo una vecchia tradizione piemontese, che mira ad ottenere un vino col corpo e la freschezza acida e fruttata del Barbera, con il profumo e il gusto del Nebbiolo.  Come  gli altri vini della firma, non contiene solfiti aggiunti, non si usano lieviti autoctoni e, mi spingerei a dire, nessuna pratica enologica che preveda additivi o coadiuvanti chimici.

Ed ora eccolo qui nel mio calice, durante un solitario pranzo in una calda giornata di giugno, 7 mesi dopo l’assaggio in fiera, che avranno sicuramente aiutato il suo assestamento.

Il Baccanale 2016 è rubino di media trasparenza, tuttavia profondo per la complessità dei riflessi, che vanno dal granato al  purpureo. Lascia lacrime di lentezza irregolare e fitte, un po’ evanescenti. Profumo di intensità superiore alla media, complesso, fragola e ciliegia e prugna maturissima nel cuore  che si ammantano di note più solari e campestri ad un estremo e  più scure e gravi, all’altro: la paglia al sole, la ginestra, la camomilla, il timo e la polpa di mele rosse croccanti; poi uva appassita, note segaligne, di asbesto ( intendendo con questo termine un insieme di odori specifici di metallo e di carbone),affumicate, empireumatiche. Qualche sbuffo di aldeide e in ultimo un tocco lievissimo di cipria, come di giovane contadina d’antan allo specchio – il catino a lato –  per farsi bella, nella penombra della casa. Al palato è ben secco,  di medio corpo, polposissimo, scorrevole, ampio,  naturale, con quel certo asprigno dell’uva appena spremuta; difatti, è teso da un’acidità netta e felice e da una salinità marcata e sfavillante. Il tannino è poco più che accennato, ma gioiosamente rustico e irregolare,  per nella sua grana sottile. È molto saporito ed il suo sale contribuisce ad esaltarne la percezione, ravvivando i contrasti. Ha un finale di buona lunghezza e di discreta, intensità, con una nota amarognola che a me piace, stuzzica intriga. Grandissima bevibilità : anche caldo – ma te lo consiglio tra i 16 e i 20 gradi, amica o amico che mi leggi, secondo tuo gusto e abbinamento –  se ne finirebbe una bottiglia; almeno, io la finirei. Molto bello e pulito, il suo bouquet,  anche a calice vuoto: dove emergono nitidi il profumo di melograno e qualche spezia, come curcuma e cumino,  che erano rimasti sottotraccia. Sulla tavola si esalta, con una flessibilità di abbinamenti a tutta prova: mi ha tenuto compagnia, ottimamente, su lenticchie delle Crete Senesi condite con olio d’oliva di Seggiano (un taglio di olivastra seggianese, leccano e moraiolo), sale , pepe, zafferano, pecorino romano; e con fette di pane ed patè di olive taggiasche. Tuttavia, non esiterei a misurarlo a tutto tondo, persino sulle zuppe di pesce o, per esempio, sul tonno, sullo spada, su certo pesce azzurro ( i missolittini del Lago di Como, ad esempio).

È un vino indubbiamente ruspante e con una spiccata individualità, ma possiede un suo  equilibrio instabile ed un’autenticità vernacola trasparente: ha in pieno forza di carattere.

Viene, bevendolo – perché un vino così non si sorseggia, eh- da sollevare un tema, che mi ronza alla mente dopo parecchie prove e controprove: certi vini – chiamiamoli artigiani, naturali, sempliciotti, rustici, contadini, come ci pare – che non hanno quell’equilibrio perfetto ricercato dagli appassionati, me compreso, a tavola si sposano meglio col cibo; come se le loro fallanze gustative e gli squilibri, sovrapposti a quelli che la maggior parte dei cibi possiede, trovassero miglior matrimonio rispetto ad una ipotetica perfetta proporzione. Allora, delle due l’una: per uno sposalizio d’amore, o si accettano mancanze e disarmonie oppure la perfetta proporzione  assurge assurge a livelli di intensità tali da risultare inattaccabile: la flessibilità come traguardo ultimo di un’estrema forza interiore.

La vota Cabernet Sauvignon Menfi DOC 2011, Cantine Barbera, 13,5 gradi.

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Ognuno ha le sue preferenze. Se posso, amo bere vini fatti con uve autoctone o, per meglio dire, endemiche. Questo, da sempre: dal momento che il vino per me è sempre stato un interesse ed una soddisfazione culturale e intellettuale, quella sensuale nettamente in second’ordine, non ho mai avuto particolare interesse per i vini tratti da uve internazionali nemmeno quando questi erano di gran moda e sulla tavola di casa mia potevano passarne; mi pareva anzi, già nella mia mente di adolescente, che potessero snaturate e traviare le tradizioni del luogo: “Perché mai dovremmo copiare gli altri, invece di cercare di eccellere con ciò che generazioni di avi ci hanno consegnato?”. Ovviamente la mia era una posizione di pancia, ma la pancia spesso è saggia assai.
Tuttavia, negli anni, e vieppiù oggi che tanti bevitori alla moda ne rifuggono per snobberia, mi è presa una certa curiosità di assaggiare come vengono nei territori italiani i Cabernet Suvignon, I Merlot, gli Chardonnay, e via discorrendo; perché essi rappresentano, in qualche misura, uno standard, cioè un tipo di vino che essendo ben conosciuto e prodotto in ogni dove, permette di verificare in trasparenza, se la mano di chi lo produce è sincera, l’influsso del territorio, se esso è più forte delle caratteristiche varietali del vitigno. Volendo, amica o amico che mi leggi, la mia curiosità intellettuale si è spostata da un piano puramente culturale ad abbracciare un interesse geografico, geologico, climatologico, per così dire. E, credimi, spesso sono belle sorprese.
Già t’ho raccontato, credo, che lo scorso anno alla manifestazione piacentina “Sorgente del vino”  ho assaggiato i vini meravigliosi di Marilena Barbera, che produce in Sicilia a Menfi, non piuttosto vicino al mare.
Tra essi mi propose un Cabernet Sauvignon, dicendomi che era un vino che riscuoteva ormai poco interesse nel pubblico, ma che aveva provato a portarlo ugualmente.
Diamine,se aveva fatto bene! Perché, ad ascoltarne la storia dell’origine di questo vino, c’era veramente di che dar sfogo alla propria curiosità e l’assaggio non me lo feci certo scappare.
Infatti le viti, che se ben ricordo aveva piantate suo padre, stanno in un’ansa della fiume Belice, in una zona ricca di canneti. La vigna è di un terreno profondo, sabbioso, con frazioni di limo ed argilla. Di quando in quando, in corrispondenza di piogge intense, il fiume Belice straripa, allagando la vigna e depositando elementi nutritivi che ha raccolto lungo il suo corso (mi ricordava questo racconto,che lei mi faceva, quando alle scuole elementari mi si spiegava del Nilo, le cui inondazioni erano una benedizione per l’agricoltura degli antichi egizi). Inoltre il Belice influisce sulle temperature, che nel vigneto sono 6-7 gradi più fresche rispetto alla zona. Vinificazione semplice, con affinamento in botte grande.
Il racconto non basta: fu l’assaggio ad affascinarmi al punto tale che ne comperai una bottiglia, e maledetto me che era una sola!
Perché la sua malia non mi ha più abbandonato e mi riconquista ora che dopo quasi un anno lo apro e lo verso, bello nel suo rubino profondo ma ancora trasparente, granato al bordo, con gocciole veloci, fitte, regolari, persistenti sul calice. Persino da come si muove nel calice, dalla consistenza liquida ne indovini la classe superiore, la naturale scorrevolezza.  È sensuale il suo profumo molto intenso, complesso, sfumato e arioso e fresco di frutta nera (mirtillo , mora), con  un’idea di frutta rossa che si fa spazio: non solo quella di bosco che facilmente si trova in tanti vini ( fragolina, lampone), ma anche una polpa di susine molto mature, dolci, ma ancora croccanti, e -sarà mia suggestione- fichi d’india e arance rosse. Magari, anche una nota di peperone grigliato e di buccia di melanzana viola, qualcosa estremamente tenue di olive nere in salamoia: marcatori caratteristici, per la mia esperienza , del Cabernet Sauvignon nelle aree mediterranee. Soprattutto però, la sua voce più originale un potente fiato balsamico di eucalipto e menta, che lo rende fresco e dinamico, ed una spaziatura delicata di pepe bianco e nero e noce moscata. C’é anche, lieve, uno sbuffo di aldeide, che aiuta a spingerne la freschezza. Infine, gradevolmente domestico, un fondo di caffè della moka. Al sorso l’attacco è definito e insieme soffice, il corpo pieno e il gusto concentrato, ma la consistenza tattile! La sua tessitura è di  seta, dolce: anche se tannino è ben presente, è maturo e arioso; se l’acidità è molto alta e tiene il vino ben teso su una linea retta, resta avvolta nella morbida sostanza estrattiva, nell’alcol ben controllato e fuso nel corpo, galleggiando su una cera sapidità. Molto lungo, la sua sensazione svanisce ben bilanciata. Un vino naturale questo, dalla vigna alla cantina, prodotto senza trucchi e additivi, ma che non conosce imperfezioni, al punto di sbugiardare certe vinificazioni approssimative che in giro pur si sentono: naturale, ahimé, non è per forza buono. Un  Cabernet originale e obliquio in un certo senso, perché fuori dagli schemi senza essere stravagante; di carattere, perché il territorio vince . L’ho goduto – quella la parola- su un salame artigianale delle alture del lago d’Iseo, su una pasta al sugo di carne, su un coniglio arrosto con contorno di zucca. Non suoni un complimento vuoto: Marilena Barbera è una vignaiola dalle mani d’oro.

Barbera d’Asti 2013, Tenute Cisa Asinari dei Marchesi di Gresy –  Cisa Asinari, 13 gradi.

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La mia conoscenza del Barbera, lo ammetto, è sempre stata molto superficiale, limitata a quelle nozioni impartite quando si studia in qualunque corso per principianti: nasce da un’uva con pochi tannini, tanta acidità e tanto colore, che resiste bene alle malattie, eccetto la flavescenza dorata; ne esistono stili diversi: mossa o ferma, affinata in acciaio e di pronta beva – che termine orribile – o in legno grande o piccolo, di maggiori ambizioni;  bisogna distinguere tra quella d’Alba, più riposata e nebbioleggiante, e quella d’Asti, più fresca e longilinea; che Giacomo Bologna era un mito e che lui per primo, con il Bricco dell’Uccellone 1982, ha riscattato il proletario Barbera creandone un grande vino in grado di sfidare il meglio della produzione mondiale (motivo per il quale, passando in zona, deviai verso le poetiche e profumate colline di Rocchetta Tanaro e sostai omaggiante, in  silenzio rispettoso davanti ai cancelli chiusi dell’azienda Braida). Qualche assaggio di Barbera d’Asti l’avevo fatto negli anni, qui è là, sparuto e inconsapevole, senza formarmi davvero un’idea e lasciandomi, in fondo, freddino. Avevo assaggiato anche un paio dei vini di Braida, buonissimi; ma il Bricco, vaddasè, ritenevo che non si potesse inquadrare pacificamente in una denominazione: ambizioso com’è, mi dicevo, con il livello mediano della Barbera d’Asti c’entra sicuramente poco, anche come prezzo.
Poi capita un vino che sulla carta è perfettamente inquadrabile nella tipologia del Barbera d’Asti, e però mi piace così tanto da sparigliare le carte e da voler andare a fondo per capire come mai mi risulti così diverso da quanto assaggiato finora.
“Dai vigneti Monte Colombo e La Serra  in comune di Cassine”, recita la bella etichetta giallo ocra dei Marchesi di Gresy, ed un motivo deve pur esserci dietro quel l’affermazione esibita e orgogliosa, non può bastare che l’azienda consti di diverse tenute, tra le quali la parte del leone, almeno in termini di visibilità, spetta alle terre del Barbaresco. Quelli di Cassine sono terreni in parte calcarei, in parte argillosi, tra i 230 e i 340 metri. Un momento: ma Cassine è in provincia di Alessandria! E che cosa c’entra con Asti? Ecco il busillis: il Barbera d’Asti può essere prodotto in 167 comuni distribuiti tra le provincie di Asti ed Alessandria: un territorio sterminato e diversificato, dal quale, bontà sua, il legislatore elimina le vigne a quote superiori i 650 metri sul livello del mare: basta che siano in collina e su terreni di natura argillosa e/o limosa e/o sabbiosa e/o calcarea; non constando , credo, la presenza di vulcani in zona, significa che il Barbera d’Asti si può fare ovunque. Che cosa c’entri, poi un vino di Cassine, in mezzo alle colline su suoli di arenarie, con uno di Camino che sta 50 km più a nord e guarda la piana del Po’ su suoli sabbiosi, non è chiaro. Allora mi sono documentato su questo benedetto Barbera, leggendo testi vecchi e nuovi, e ho scoperto che, in realtà, ci sono cento, mille Barbera, tutti diversi di paese in paese. Già Mario Soldati a metà Anni ‘70 del secolo passato chiariva che c’era una diversità netta tra quelle della riva sinistra e quelle della riva destra del Tanaro (rispettivamente, Basso Monferrato e Alto Monferrato; più a meridione, Roero e Langhe): a sinistra “fragranza vivezza allegria”, scritto così, tutto d’un fiato e senza virgole; a destra,  vini più riposati, potenti, naturalmente vecchi nel carattere. Poi ho scoperto che il Barbera ha caratteri precipui, ad esempio, nel tortonese: più irruente e speziato, capisco; che il Barbera d’Asti propriamente detto veniva dai colli più vicini alla città e veniva distinto da quello monferrino; e così via. Diceva appunto il già menzionato Giacomo Bologna: “Una volta si sentiva parlare di Barbera di Vaglio, di Mombercelli, di Nizza, di Vinchio, di Montegrosso, e di Rocchetta. Era interessante che si scoprissero le differenze, perché così la gente si muoveva per andare sul posto, e capire…” . Ecco il punto: il radicamento e l’identità  in nome di una standardizzazione feroce e stupida, i diversi canti della terra ammutoliti da un disciplinare che fa l’occhiolino all’industria e uno sberleffo al consumatore e al contadino, consentendo acidità basse fino ai 4,5 grammi per litro, quando di suo, se non ci stai attento, la Barbera te ne dà 10, 11, 12 di grammi per litro. Certo, se vuoi vini morbidi e industriali puoi deacidificare … e hai tutta la libertà di affinare in legno o in acciaio o altro, tanto dopo solo quattro mesi lo puoi mettere in commercio, poco più tardi rispetto a un novello. La massificazione che vince sull’individualità, la globalizzazione del gusto che sradica la tradizione locale: mi pare che gli spiriti dei peggiori fantasmi del Novecento, Rossi e Neri, si prendano a braccetto in quel disciplinare. Hai capito, amica, amico che mi leggi? E che te ne pare? Veramente il legislatore s’è inventate anche altre menzioni più restrittive,  ma sono molto meno usate e, prese nel loro insieme, un gran pasticcio: se ci guardi dentro in dettaglio, le identità geografiche sono ancora tutt’altro che chiare e così aumentano solo la confusione nella mente del consumatore. In fondo, tre cose solo basterebbe sapere di un vino: di che varietà di uve è, da dove viene (il paese e la vigna!) e chi l’ha fatto. Se però prendo in mano il vecchio testo di Veronelli sui Vini d’Italia edito da Canesi nel 1967, chiudo il cerchio: lui sì che distingueva  tra il Barbera della provincia di Asti e quello della provincia  d’Alessiandria, elencando con dovizia i comuni di produzione per ciascuno e fornendo due descrizioni sintetiche , ma precise e indubbiamente diverse. Quello d’Alessandria, prodotto in 60 località tra le quali Cassine, risultava più fine, pronto prima, senza asperità già a tre anni, con un’acidità molto variabile secondo la provenienza (ah, quei 60 nomi!), dal colore meno intenso dell’Astigiano.
Ecco, il Barbera di Cassine dei Marchesi di Gresy risponde in pieno all’antica descrizione veronelliana, raccontando il territorio insieme al carattere precipuo del Barbera, almeno secondo Soldati:“fragranza, vivezza, allegria”. La menzione in etichetta delle vigne, la promessa di una viticoltura virtuosa. L’affinamento in legno per un periodo di cinque mesi, in parte in barriques di secondo e terzo passaggio e in parte in botti di rovere di Slavonia, seguito da un’ulteriore riposo in bottiglia, la conferma di un’attenzione particolare, che supera i requisiti minimi dello standard del disciplinare.
Eccotelo allora, amica o amico che mi leggi, rubino molto luminoso, dalle trasparenze eleganti e femminee, quasi da eroina di Gozzano. Guardalo mentre forma sul calice gocciole fitte e veloci. Il suo profumo è molto intenso, appena un po’ riposato, ma molto puro e arioso, con quella dolcezza un po’ struggente di certi pomeriggi di settembre, quando il temporale ha già rotto la calura. In lui, la frutta rossa che primeggia inter pares , perché è ben sfumata: la fragola fresca e candita, innaffiata di maraschino, dà il braccio a rose e viole, che la avvolgono creando una composizione naturale, preziosa come un gioiello; ed una spaziatura tanto elegante quanto sfaccettata: chiodo di garofano, curry dolce, noce moscata, curcuma. Si posa poi il tuo olfatto su un fondo morbido di liquerizia, forse di alga spirulina, di buccia di corbezzolo. Assaggialo: alla bocca è fine, molto  dritto e molto fresco, preciso eppure sciolto nel suo incedere, carezzevole a tratti. Ha corpo medio, tannino in quantità mediana o anche inferiore, però grintoso pur restando garbato. La sua acidità è molto alta, altissima per un rosso moderno, ma ben educata: duetta armoniosa con una certa piacevole sapidità. Si allunga letteralmente sul palato, scorrendo naturale e continuo verso  finale di persistenza superiore alla media: lungo e in  bell’equilibrio tra alcol, tannino (che ora risulta un po’ rugoso,  magari) e acidità, formando una triade risolta in un triangolo equilatero che per centro ha il gusto. Quanta vera classe, in questo Barbera di Cassine, delle vigne Monte Colombo e La Serra. Non l’aprirei magari con i miei conoscenti più esperti di vino, no: con loro forse sarebbe sprecato. Ma con gli amici veri, con le persone più care, con loro sì, per darci l’allegria e il conforto. Maledetto me, che ne avevo una sola bottiglia! A tavola è riuscito benissimo col bollito: cotechino, lingua, vitello, manzo.

Vianova Beneventano Barbera IGP 2015, Torre  del Pagus, 12,5 gradi.

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La prima volta che ho assaggiato un Barbera del Sannio, amica o amico che mi leggi, debbo aver sgranato gli occhi per la meraviglia; e probabilmente li sgrano ogni volta che ne riassaggio: è originalissimo, il Barbera del Sannio, che con il Barbera propriamente detto ( quello diffuso soprattutto tra Piemonte, Lombardia ed Emilia, per intenderci) non c’entra nulla, essendo diversa anzitutto la vite stessa: si tratta proprio di un’altra varietà, nessuna parentela. Piuttosto è collegata geneticamente ad altre uve campane, come il summariello, la catalanesca, il casavecchia. E però, a tuffarci il naso dentro a questo vino, la prova del DNA si direbbe inutile: nessuno potrebbe confonderlo con l’altro Barbera, tanto è particolarissimo il suo profumo, che piuttosto potrebbe ricordare  quello del dolce e frizzante  Brachetto astigiano; solo che il vino sannita è perfettamente secco e fermo. Si dice che il Barbera del Sannio sia tipico di Castelvenere nella Valle Telesina, perciò sul versante nord est del Monte Taburno ( tu lo vedessi!). Tuttavia deve essere ben diffuso sul territorio sannita o quantomeno radicato nella tradizione, se in una trattoria di Sant’Agata dei Goti (versante sud-est del monte, quindi) mi venne servito un aglianico sfuso che, secondo me, era tagliato con il Barbera  del Sannio; e io dico che se ne giovava per una beva più fresca e snella.   Questo di Torre del Pagus, ad esempio, viene da Paupisi, che sta proprio sul versante nord-est del Taburno, da vigne a 180 metri sul livello del mare: un paesello che pare quasi spaurito, seduto com’è con le sue poche case ai piedi del gigante calcareo dai boschi verdissimi: una quinta scenica d’incanto fatato, di naturale emozionate bellezza. Ed un po’ di quella trasparenza aerea e incontaminata dell’aria montana mi pare trasfusa  in questo vino:lieve, preciso, ben rifinito. Di color porpora profondo e quasi impenetrabile, ha un profilo giovanile, tutto giocato sui profumi primari, molto intensi: di fiori (viole, violette, giaggioli, gerani, rose, e chissà quali infiniti altri); più un secondo piano di  susine fresche , di ribes nero, mirtilli e more  appena colti e un po’ aciduli. Freschissimo, ha un che di mentolato, di boschivo, di pino silvestre, di pepe e di canfora, un’evocazione quasi psichedelica ed espressionista di un ambiente naturale.
Originalissimo, il Barbera del Sannio. Del Barbera piemontese, quello astigiano per esempio, ha in comune solo l’alta acidità ed un tannino di entità meno che media e di grana fine. Anche il corpo è medio e molto avvolgente, con una sapidità ben percettibile, ma assai disciolta sul palato. All’attacco in bocca è soffice, subito pronto ad espandersi nel suo sapore così riecheggiante l’aria aperta, la brezza, la macchia, una natura incontaminata e selvaggia, primigenia, quasi bacchica o dionisiaca, pura e profumata di fiori e di verdure,fors’anche  dei cibi speziati in cottura nelle case, quando le finestre sono aperte al sole. Lieve ed etereo sul palato, eppure nell’ampio finale tenace e equilibrato , ponderato, quasi terroso e materico; se è lunghissimo per persistenza, non si allunga geometricamente (per così dire): permane il gusto concentrato e una nota amaricante forse dovuta ai terpeni e lascia quasi dispettoso un ricordo di cola, di chinotto, di uva spina. Affascinantissimo e capriccioso, sexy seppur non sensuale, di pericolosa bevibilità, il Barbera del Sannio è uno tra i più straordinari e folli vini che l’Italia ha da offrire, e a suo è  imperdibile. Pensare che ha una resa di 100 quintali per ettaro: non poco! L’ho provato con un’arista toscana e ben ci stava, ma me l’immagino su una pasta con sugo di castrato, su scottadito di agnello alla griglia, su salumi, su formaggi freschi e saporosi, persino per aperitivo.

Nero d’Avola Sicilia DOC 2015, Cantine Barbera, 13 gradi.

Di Marilena Barbera e dei suoi vini avevo sentito parlare per anni. Però, come capita talvolta per i casi della vita, l’incontro non era mai avvenuto: pure combinazioni talvolta, talaltra c’erano altre urgenze in agenda, o ancora per la distanza fisica non era proprio cosa. Mi son deciso finalmente di prendermi il punto in occasione dell’ultima edizione piacentina di Sorgente del vino, manifestazione di vini naturali dove le chicche non mancano mai. Basta osservarla e scambiare qualche parola con lei: Marilena Barbera è una donna siciliana dall’aspetto e dai modi tanto solari quanto energici  ed incisivi: gli occhi vivacissimi parlano di una volitività brillante, appassionata e femminile. Che sia una donna intelligente e sensibile lo si capisce da quello che scrive: basta seguirla sul sito aziendale. Più ancora, è ciò che assaggia in quell’occasione a testimoniarlo: una batteria di vini tutti buonissimi, con un’idea molto precisa di territorio e di attaccamento territoriale, riletto però e interpretato  con amore secondo le sue infinite sfumature: quelle della terra e dei sassi, quelle dei venti e delle correnti, quelle dei diversi vitigni che con le loro radici diversamente suggono il sale della terra. Brava Marilena. Non c’è tipologia – o quasi- che la gamma di Marilena non tocchi e tutto ciò che tocca diventa oro, riflettori ormai a distanza di mesi. Il territorio di Menfi – Sicilia sud-occidentale, tra Selinunte e Sciacca- riletto e indagato nelle sue plaghe e nelle sue individualità, tra mare, collina, greto di fiume; suddiviso in Cru non per catalogarlo secondo una egemonica scala di valore, ma per valorizzarne l’unicità specifica, lembo per lembo, come se ogni zolla fossa una persona, anche la più umile. Per la mia scarsa conoscenza della cultura siciliana e di quella letteraria in specie, quanto ritrovo in questo di un Verga, di un Tomasi di Lampedusa, di un Camilleri. Acquistai allora certe bottiglie per riassaggiarle con calma, ma le avrei volute tutte e in abbondanza.
Due ne comprai di questo Nero d’Avola, in qualche modo il vino più semplice  tra quelli che assaggiai, ma a suo modo assolutamente rivelatore e di una bontà straordinaria. Molti della mia generazione sono cresciuti con un’idea di Nero d’Avola concentrato, morbido, fruttato fino ad evocare l’odore e il sapore della confettura di frutta (eppure mi si dice che di suo il Nero d’Avola sarebbe un’uva dall’acidità marcata e tenace). Ecco che questo di Marilena Barbera ribalta completamente quella concezione : sarà pure, come dice lei, un vino leggero e pensato per una merenda, ma per me è una pietra miliare nella comprensione di quel vitigno; persino dall’aspetto, che infatti è rubino trasparente con gocciole fitte e veloci, molto luminoso e flessuoso nel bicchiere e già in questo  femmineo. Ha un profumo molto intenso, complesso e profondo e tuttavia nettamente giovanile. Domina la frutta rossa:ciliegie scure (i duroni), le amarene, maraschino; poi radici, erbe e ancora frutta si avvicendando in ordine sparso e cangiante: rabarbaro, cola, finicchio  selvatico, mandarino. Vi trovo poi un che di salamoia e di salmastro e di una macchia che stento a definire nei suoi dettegli minuti: forse, l’odore dei fichi d’India al sole, accompagnato però da un qualcosa di erbaceo, come ruta, rucola, ma che grida Sicilia in maniera immaginifica, ideale. Il carico da undici: ci sento pure marzapane, pepe bianco sul finale. Tutto è nitido, profumato, perfettamente articolato: accordatura perfetta, perfetta armonia. Eppure è un vino naturale. Sarà la cura nel realizzarlo, sarà magari che si applica – non so-  quelle la “pulizia, pulizia, pulizia” sulla quale il maestro Giulio Gambelli tanto insisteva (e che mio nonno, nel suo piccolissimo, praticava per sapere atavico o istintivo inondando la vecchia stalla riconvertita in cantina: per dire che un certo ben fare esisteva anche tra i vecchi contadini), ma qui non ci sono impuntature, non ci sono imprecisioni. L’assaggio. Si sente che viene da vigne che guardano il mare: gustosissimo (medio più, a volerlo proprio ricondurre a una scala), assai salino, goloso, fresco, articolato e insieme sferico, polposo e snello a un tempo. Ha una grande acidità, confermata dai dati analitici (5,7 g/l), un corpo un po’ superiore alla media ed anche un tannino che per quantità supera la norma, ma per qualità è finissimo, regolarissimo, rotondissimo, direi persino soffice. Per quel poco che ne capisco, segno di maturazione e di estrazione perfette. Anche la sua persistenza è decisamente buona, ma soprattutto armoniosa: anche l’alcol è a puntino. L’ ho trovato perfetto un po’ fresco anche in una giornata di calda di inizio giugno, col termometro oltre i trenta gradi: tanto sulla panzanella che sui saltimbocca, e persino da solo, godendomi la sua compagnia al posto del dolce. Non risultasse un po’ offensivo lo descriverei a qualche amico straniero come un Pinot Nero mediterraneo, una declinazione siciliana del concetto del Borgogna: ma guardando ai villages e forse addirittura ai Premier Cru, per dire a quali livelli questo vino vola.

Curtefranca Rosso 2010, Lantieri de Paratico, 12,5 gradi.

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Perché la Franciacorta sia così sottovalutata sui vini rossi, produzione storica anteriore ai metodo classico, è qualcosa che stento a capire senza inquadrarla in dinamiche strettamente commerciali e comunicative. Si noti che la produzione di vini fermi e rossi in particolare è di tradizione antica, mentre la via spumantistica ha storia relativamente breve, le prime prove risalenti agli Anni Sessanta del secolo  scorso; vedi, amica o amico che mi leggi, lo storico “I vini d’Italia” che Luigi Veronelli diede alle stampe nel 1961 per i tipi di Canesi: di spumante nemmeno l’ombra ed al contrario si cita il vino da pasto e “se ben vinificato, vino fine da pasto” , per altro con base ampeleografica assai diversa dall’attuale ed acidità totali stupefacenti agli occhi nostri contemporanei. Io inoltre ricordo che bambino nel ristorante di famiglia i Franciacorta erano bianchi e rossi (correvano i primi Anni Ottanta), mentre  i metodo classico della denominazione bresciana comparvero solo in seguito, credo a seguito della rinomanza dovuta a un pranzo di stato durante il quale bottiglie di Bellavista o Ca’ del bosco vennero servite alla Regina Elisabetta d’Inghilterra.
Fatto sta che spesso quando stappo un rosso di Franciacorta, giovane o invecchiato, sono belle sorprese.
Ad esempio questo Curtefranca Rosso di Lantieri de Paratico,così composto: Cabernet Sauvignon 40%, Cabernet Franc 25%, Merlot 20%,  Nebbiolo 10%, Barbera 5%; è un gioiellino, sorprendente lieve e giovanile, dinamico e complesso. Eccezionalmente bello e luminoso nella sua veste color rubino trasparente, che tende al granato. Lascia sul calice lacrime irregolari, evidenti e sostanziose, mentre si muove flessuoso e leggero. Vi trovo un profumo freschissimo e di grande intensità e purezza, nitidissimo e gentile. Floreale ed erbaceo, anzitutto: si sentono le uve bordolesi, la speziatura del Cabernet Franc, con un certo che di pepe verde e un tocco mentolato. Emergono però poi netti i vitigni piemontesi, nebbiolo e Barbera: la rosa, la liquirizia, un certo pepe nero, il rosmarino. Un po’ di frutta rossa a polpa gialla: pesche noci estremamente mature, che fanno da fondale alle rose, ma anche amarena, lampone, persino fragola.  Al di sotto mirtilli, more. Un cenno appena si insinua come di tabacco biondo ed un altro ematico, una spolverata di grafite, di polvere di caffè e cacao amaro. Una nota affumicata, tostata, che deriva dal legno di affinamento, in effetti c’è, ma minima: si sente più nel calice vuoto.  Di corpo medio, all’attacco sul palato è lieve e carezzevole, vellutato, ma poi si allarga in un centro bocca ampio, gustoso, succoso, pieno di polpa,  che schiocca un bacio ed avvolge, ma che non sta fermo e prosegue il suo cammino allungandosi come un’ombra della sera armonico, asciutto, salino,  appena un po’ ammandorlato, con una persistenza discreta – non epocale – ma irradiante e pura, che si giova del misurato contenuto di alcol. Possiede tannino in media quantità, fine ma non privo di grinta; acidità assai spiccata, brillante per come mi pare integrata, invitantissima. Lo immagino ottimo su paste al ragù, lasagne, cannelloni, magari su carne bianca arrosto e da osare sulla tinca ripiena, alla maniera di Clusane. Questo vino aggraziato e robusto, gentile ed energico, quotidiano e signorile, amichevole più che amante, s’appaia bene a certa pittura lombarda, dolce e materica, come quella di Savoldo, di Moretto, o degli Induno, con quell’eleganza del caso anche un po’ ruvida. E mi par bello che in una zona sotto i riflettori come la Franciacorta ci siano ancora vini da scoprire; di più, cantine da scoprire: perché a dispetto della sua storia Lantieri de Paratico non è esattamente sulla bocca di tutti, ma io non ho mai assaggiato una loro bottiglia che fosse men che precisa, equilibrata, elegante.