Il climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe di Castellina in Chianti

ovvero, delle meravigliose individualità territoriali del Chianti Classico.

Il crinale del climat visto da Castellina.

Premessa: Il velo dissolto

Agosto 1996
Discussione in spiaggia, a Santa Maria di Leuca.


I grandi vini sono solo quelli monovarietali.

Ma come, allora il Chianti Classico?

Il Chianti Classico non è un grande vino.

Stai scherzando! Esistono decreti del 1700 che ne testimoniano la qualità.

Mio padre è un grande intenditore di vini: lui dice che i Borgogna sono i più grandi, perché nascono da una sola uva e senza tagli, così si sente bene il territorio.

Ma Bordeaux…

I Bordeaux non sono grandi come i Borgogna; e comunque anche lì i migliori nascono da Merlot in purezza.

Io so che il mio saccente interlocutore ha torto, ma non ho conoscenze adeguate per dimostrarlo. Però nasce in me un tarlo: tutto il mio interesse per il vino, i miei assaggi negli anni seguenti, le letture e gli studi, avranno sempre, in nuce, il desiderio di dimostrare la grandezza del territorio del Chianti Classico, prima, e del suo vitigno principe, poi: il Sangiovese. Quello il vino dei miei avi, della mia infanzia, del mio cuore.

Febbraio 2009
Piove a dirotto. Nella luce pomeridiana, che già perde intensità, le nubi grasse e pesanti sembrano ancora più basse, avvolgendoci da ogni lato. L’auto arranca nel fango di una strada sterrata, sul crinale di una collina, risalendo da Poggibonsi verso Castellina. Tutt’intorno, colline, macchie e vigneti, che si intuiscono nella foschia. Destinazione: Tenuta di Bibbiano.
Eravamo partiti alla ricerca del Sangiovese autentico, dopo anni di assaggi deludenti, e finalmente mi sembra di essere giunto nel cuore del Chianti cosiddetto Classico.

Avrei scoperto più tardi che così non era: perché, semplicemente, il Chianti Classico ha molti cuori.

Autunno 2010
Cena da amici. L’argomento cade sul vino. Tra alcuni commensali toscani, conosciuti quella sera, e me, toscano d’origini, la discussione si accende intorno al vino “Chianti”. Io sostengo che i Chianti non sono assolutamente tutti uguali, causa i variegatissimi territori d’origine (il Classico e le altre più o meno celebri zone, dalla nordica Rùfina ai meridionali Colli Senesi) e perché il disciplinare lascia ampi margini ai produttori di definire uno stile aziendale; loro, che “Chianti” è comunque un tipo di vino ben definito e che, pertanto, qualunque sia il Chianti, la differenza sarà minima.

Che quei toscani non capiscano un concetto per me chiarissimo mi infuria: quel malinteso, ritengo, danneggia profondamente la percezione qualitativa di tutto il vino toscano. Gli animi si scaldano assai e chiudiamo la discussione solo per rispetto alla padrona di casa, in un silenzio gelido. Comincio a sognare l’organizzazione di una serata dove percorrere, assaggiando, tutti i territori toscani che producono un vino chiamato “Chianti”. Non riuscirò mai ad organizzarla, ma la dimostrazione che “I Chianti non sono tutti uguali” diventerà insieme un campo d’inchiesta, un gioco, una passione, destinata a precisarsi, e completarsi, in una personale indagine sul Sangiovese.

Dicembre 2020
” Ormai sei un esperto del terroir, a quando una disamina del climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe?”. Non mi sento affatto un esperto, anzi, so bene che ci sono persone molto più qualificate di me per trattare l’argomento; ma la sfida mi affascina: è un debito verso il vino ed il territorio che è stato il mio primo amore, il completamento ideale di una fascinazione iniziata molti anni prima, lungo quella strada sterrata che tocca, gioielli di una stessa corona, le aziende Fattoria di Rodàno, Tenuta di Bibbiano, Tenuta di Lilliano, Rocca delle Macìe.

La via di crinale, da ovest.

Capitolo I – Quel pasticciaccio brutto: il nome Chianti.

…terra di rubini, dei grappoli accesi e sospesi, i quali, ai primi caldi, avviano a picchiolettarsi di violetto, poi via via che la calura aumenta, trovano tòni vivi e cangianti dal più bel nero al pavonazzo tenero e vellutato, dal biondo miele al chiaro filogranato, dal cesio indaco al roseo pallido dei mattini. Sono i colori delle notti chiantigiane, profonde e mute dentro le quali il volto virile e tenace di un paese che dalla pietra trae nutrimento e vigore, con tranquillità, si specchia“.
Idilio Dell’Era, La mia Toscana.

E’ uno tra i paesaggi più belli del mondo ed anche uno tra i più fraintesi: l’armonia che esprime è frutto di tormentate vicende millenarie, un’impressionante stratificazione geologica e storica. Inoltre, è forse il caso più macroscopico di scollamento legislativo tra il territorio ed il vino che ne porta il nome.

Paesaggio chiantigiano da Macìe

Taluni sostengono che Chianti derivi da clangor: in latino, il suono delle buccine usate durante le cacce, alle quali ben si prestavano i boschi locali. Più probabile l’origine dai gentilizi etruschi Ciante (pronuncia: Kiante), oppure Clante, Clanti. La presenza etrusca è attestata da siti archeologici a Castellina, Gaiole, Radda e nella toponomastica: Avane, Avevano, Rosennano, Nusenna, Starda, Vercenni, ad esempio.
L’ipotesi di alcuni storici che l’origine della parola Chianti vada individuata nel nome etrusco del torrente Massellone, rafforza l’idea: similmente, il torrente Cecina è legato all’omonima famiglia etrusca ed alla località presso la costa livornese; come pure Era (da Herial) ed Elsa (da HelzniHelzunia) sono idronimi legati a nomi personali o familiari etruschi, dai quali discendono la Val d’Era, in provincia di Pisa, e la Val d’Elsa, tra le province di Siena e Firenze.
Peraltro, almeno fino alla seconda metà del XIII secolo il territorio chiantigiano era genericamente indicato, negli atti, come Castiglione: si direbbe che Castellina, derivazione dal più antico toponimo, avesse allora un ruolo preminente, accentrandosi tutto il territorio in una metonimia toponimastica. La presenza in località Montecalvario, appena fuori dell’odierno abitato, di un’imponente tomba a tumulo etrusca dal diametro di 53 metri, risalente al VII-VI secolo a.C., riallaccerebbe la centralità del ruolo di Castellina ad epoche assai più antiche di quella medievale.

Il cassero della Rocca di Castellina: ospita il Museo Archeologico del Chianti Senese.

Nemmeno è chiaro, in realtà, quale territorio originariamente venisse indicato con Chianti, sebbene alcuni elementi suggeriscano che fosse sovrapponibile con il quadrante centro-meridionale dell’attuale denominazione Chianti Classico; né la storia ha stabiliti univocamente i suoi confini.
Se il limite orientale corrisponde al crinale che separa i monti chiantigiani dal Valdarno, i confini settentrionali, occidentali e meridionali sono più labili, perché nessuna formazione naturale riesce a delimitarli adeguatamente, nonostante qualcuno abbia voluto individuarli nel corso del fiume Greve a nord, ai fiumi Pesa e Elsa ad ovest, alle sorgenti dei fiumi Ombrone e Arbia a sud.

Ci si potrebbe riferire al cosiddetto Chianti Storico, ovvero i territori costituenti la Lega del Chianti documentata dal 1306: cioè, i Terzi di Castellina, Gaiole e Radda, escludendo quindi ampie ed importanti aree oggi comprese nella denominazione; ma gli attuali confini comunali non coincidono certo con quelli degli antichi Terzi, né questi combaciano necessariamente con la più antica – e tenace – divisione in Pievi e Vicariati: il Vicariato di San Donato in Poggio e del Chianti è attestato almeno dal 1260.
Evidenze documentali dimostrano che, già nel XVI-XVII secolo, Greve era considerata la porta del Chianti giungendo da settentrione, ossia da Firenze, ed i pregiati vini delle alture della Valle della Greve (Rùffoli, Càsole, Làmole, Panzàno) erano considerati chiantigiani.
Viceversa, per i Senesi, da meridione, il Chianti cominciava appena a nord delle mura cittadine, all’incirca a Ponte a Bozzone, sovrapponendosi in parte al territorio detto della Berardenga (dal conte Berardo, figlio di Wuinigi, che qui dominava la contea della Berardenga nel X secolo).

Per una prima delimitazione ufficiale bisogna giungere al decreto granducale del 24 settembre del 1716 , che menziona limiti geografici chiari, ma non chiarissimi, per proteggere l’origine dei vini commerciati sotto il nome di Chianti; lasciando però il dubbio che la più generosa estensione dei confini a settentrione ( “Dallo Spedaluzzo, fino a Greve; di lì a Panzano, con tutta la Potesteria di Radda, che contiene tre Terzi, cioè Radda, Gajole, e Castellina, arrivando fino al confine dello stato di Siena.“) fosse stata accordata per favorire l’aristocrazia fiorentina a scapito della senese.

Il bando, veramente, non fu risolutivo, se il Repetti nel suo celebre Dizionario Geografico Fisico Storio della Toscana del 1833, commentava: “Niuno scrittore, né alcun dicastero governativo, ha indicato finora quali fossero i limiti e l’estensione della provincia del Chianti“.

Riproduzione del bando granducale.

La questione, intanto, diventava sempre più scottante, non per amor di geografia, ma per gli interessi in gioco, legati ormai al raggiunto successo del vino cosiddetto “Chianti”: perché ad un certo punto, Chianti era diventato un “vino tipico”, come definito dalla legge Marescalchi (la 497 del 7 marzo 1924): ossia “Chianti” stava per vino prodotto all’uso di quello del territorio Chianti; cioè, “Chianti” era diventato un marchio, che si era svincolato, per dinamiche eminentemente commerciali, dal territorio di origine. I centri di smercio di questo vino cosiddetto “Chianti” erano esterni a quello che oggi individuiamo come Chianti Classico, prossimi a linee stradali, fluviali, ferroviarie, con comodo accesso a colline morbide, più facilmente lavorabili dei duri, isolati, silvestri monti del Chianti: Poggibonsi, Pontassieve, Empoli, Sesto Fiorentino…

Finalmente, con il lavoro della Commissione Fornaciari e il susseguente decreto governativo del 1932, si giunse a delimitare e distinguere l’ampia area di produzione del vino Chianti (con relative sei sottozone) da quella del Chianti Classico, integrando indagini geologiche, storiche, ampeleografiche, climatiche, enologiche, sociologiche, economiche.

Si ricomprese, per il Chianti Classico, tutto il territorio dei comuni di: Castellina, Radda, Gaiole, Greve, che aggiungono “in Chianti” al loro nome; parzialmente il territorio dei comuni San Casciano Val di Pesa, Poggibonsi, Castelnuovo Berardenga, Barberino Val d’Elsa, Tavarnelle (questi ultimi fusi in Barberino Tavarnelle dal 2020).

Discutibile che sia questa individuazione territoriale, esiste dal 1932, traghettando a seguito di stratificazioni storiche una cultura vitivinicola millenaria nell’era della modernità. Per l’estrema rilevanza di questo dato, ritengo che si debba, ormai, convenientemente tenerla valida e non discutere oltre sui suoi confini.

Capitolo II – Uno, nessuno, centomila: il territorio del Chianti Classico e l’esigenza di Unità Geografiche Aggiuntive.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: il nome di un vino non è mai completo se non con l’aggiunta, per le qualità più comuni, del cognome della zona e, per le qualità più pregiate, anche del “predicato del podere”. Per le qualità eccelse, infine, è necessario anche menzionare il sottopredicato della vigna, di quel particolare angolo del podere dove sono state raccolte le uve.” Mario Soldati, Vino al vino.

Il territorio che ricade sotto la singola denominazione Chianti Classico conta 7.000 ettari vitati registrati nella DOCG, e circa 3.000 registrati a IGT. Questi 10.000 ettari totali, dei quali, secondo una stima conservativa, il 50% è coltivato a sangiovese, sono distribuiti su una superficie di 71.800 ettari (ovvero 718 chilometri quadrati), dei quali 30.400 in provincia di Firenze e 41.400 in quella di Siena.

Per riferimento, la regione vinicola di Bordeaux consta di 113.000 ettari vitati, per una sessantina di denominazioni. Il territorio risulta nell’insieme più omogeneo del Chianti Classico: se, in particolare, si considera la sola zona del Medòc, essa consta di 8 denominazioni, per 10.600 ettari vitati, distribuiti su 600 chilometri quadrati compresi tra l’Oceano Atlantico e la riva sinistra della Gironda, con terreno prettamente pianeggiante e quote circa dal livello del mare, fino a un massimo di 30 metri.

La Cote d’Or borgognona, d’altra parte, consta di 9.445 ettari, dei quali 8.500 sono coltivati a pinot nero, distribuiti su un’area pari forse a un quinto del Chianti Classico; ma comprende oltre 80 AOC (l’equivalente delle nostre DOC/DOCG) e ulteriori menzioni geografiche aggiuntive, quindi più del 20% di tutte le AOC francesi. Eppure, grossolanamente, la regione è molto più omogenea del Chianti Classico, per esposizioni ed altimetrie, svolgendosi sul versante orientale di un unico massiccio lungo più di 60 chilometri, disposto in asse nord-sud; benché le differenze in latitudine, la complessità geologica, nonché fattori storici, sociali ed economici, abbiano generato e giustificato tale capillare suddivisione.

L’orografia del Chianti Classico, collinare e montuosa, è invece estremamente frammentaria e irregolare, labirintica a confronto: benché genericamente rubricabile ad altopiano, esposizioni, altitudini, formazioni geologiche, sono le più varie e tormentate: la sua chiave di lettura è la discontinuità.

Le altimetrie dei vigneti (esclusi da disciplinare di produzione quelli “situati in terreni umidi, su fondi valle”) variano da circa 250 metri sul livello del mare fino al massimo consentito di 700 metri. La quota più alta del comprensorio è il Monte San Michele, coi suoi 893 metri, nel comune di Greve, al confine con Radda. Le pendenze variano da morbidissime (i dolci “colli per vendemmia festanti” di foscoliana memoria) a estremamente ripide, richiedendo terrazzamenti o a ciglioni, o con muretti a secco nelle zone più impervie, non dissimili a quelli di aree celebrate per la loro viticultura eroica, sebbene dal dopoguerra siano stati in quantità abbandonati o distrutti. Oltre alla vite, il bosco è preminente, specie alle quote più elevate; scendendo si trovano altre colture, compresi l’olivo e i cereali.

Ciglioni sotto Castellina, versante Val D’Elsa.
Resti di terrazzamenti murati a secco tra Greve e Panzano.
Resti di terrazzamenti murati sotto l’abitato di Castellina.

I valori pluviometrici, con medie annue registrate nel periodo tra il 1951 ed il 1980, vedono all’interno dell’areale un minimo di 778 mm ed un massimo di 1.083 mm: 305 mm sono una differenza notevolissima nello spazio di pochi chilometri in linea d’aria, dovuta appunto all’effetto combinato della variabile disposizione dei versanti e dell’interazione locale dei venti. Per confronto, la piovosità media annua a Manduria (fonte: il disciplinare di produzione del Primitivo) è 650 mm, a Barolo è 1.127 millimetri: la differenza è 477 mm. L’influenza marina in Chianti Classico varia da sensibile a nulla. Variabilissime anche la disponibilità di luce, umidità, temperatura, in funzione di esposizione, altitudine, latitudine, vegetazione circostante, suolo, e persino della vicinanza ai numerosi corsi d’acqua a carattere torrentizio.

L’epoca di vendemmia, in conseguenza di questi ed altri fattori (taluni di origine squisitamente umana, quali la disposizione della vigna, il sesto d’impianto, il sistema di allevamento, il portainnesto) si colloca tra l’inizio di settembre e l’inizio di ottobre. In passato, essa si spingeva tipicamente fino alla seconda e terza settimana d’ottobre, ma i cambiamenti climatici (complici, forse, le recenti tecniche agronomiche) hanno modificato il fotoperiodo, anticipando anche la germogliazione ed esponendo le viti al rischio, un tempo rarissimo, di gelate, più o meno severe secondo le zone, come la grandine e la siccità: la prima, ad esempio, colpisce maggiormente le vigne in quota, benché non manchino areali specificatamente soggetti anche alle medie e basse altitudini (ad esempio, Fonterutoli); la seconda è più temibile a quote ridotte o laddove il suolo sia molto drenante, ad esempio prevalentemente sabbioso.

Già questi dati evidenziano quale omologante limite ponga ricondurre tutti i vini del Chianti Classico sotto un’unica denominazione, fossero anche – e non lo sono – da monovitigno come in Côte d’Or: cioè, la diluizione della loro identità sensoriale, riconducendola ad un tipo precostituito tramite opportuni interventi agronomici ed enologici, riferendosi appunto al concetto di “vino tipico” della legge Marescalchi; oppure, semplicemente, non comunicandone adeguatamente le diversità, rinunciando alla loro valorizzazione.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: Castelnuovo Berardenga, Radda, San Donato in Poggio, Gaiole.

In realtà specificare dettagliatamente l’origine del vino è un approccio vincente sia nell’ottica di offrire al consumatore la massima trasparenza, sia da un punto di vista del posizionamento
sul mercato. E’ una regola di marketing semplice, ma accettata e valida in ogni settore, che il prodotto di grandi volumi e piccolo margine unitario richieda standardizzazione e una proposta comunicativa generalista; viceversa, il prodotto ad alto margine richiede differenziazione e quindi una proposta comunicativa di nicchia. Perciò, la complessità di un sistema di unità geografiche aggiuntive non spaventerà né l’appassionato disposto a spendere più del consumatore medio per avere “il vino che proviene solo da quell’unico luogo”, né chi, desiderando una tantum l’acquisto prestigioso, si farà consigliare da chi è più competente. La Cote d’or, in questo senso, è un perfetto case study, perché, con le sue 80 denominazioni e 247 climat riconosciuti dall’UNESCO crea ricchezza per i vignaioli e genera un importantissimo indotto sul mercato del vino internazionale. Né bisogna temere la nascita di una scala di valori, almeno sul breve periodo: a Bordeaux e in Borgogna sono stati necessari secoli e chiare volontà politiche per realizzarla. L’unico risultato, in Chianti Classico, potrebbe – potrà – dunque essere una benefica esaltazione del genius loci.

Tuttavia, un approccio non esclude l’altro ed il Chianti Classico ha le risorse per supportarli entrambi, contemporaneamente.

Effettivamente, ad un’analisi dettagliata del territorio, che comprenda gli aspetti geomorfologici e climatici, risulta quasi più difficile identificare l’unità del Chianti Classico che evidenziarne le differenze interne.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: San Donato in Poggio, Radda, Castellina, Gaiole da Radda.

Quali sono, dunque, gli elementi unificanti del Chianti Classico?

Secondo l’agronomo Ruggero Mazzilli, pur nell’estrema complessità geologica (una medesima vigna può contenere al suo interno matrici molto dissimili), i suoli del Chianti Classico convergono verso una relativa uniformità chimica. Piuttosto, sono i parametri idrici, legati alla tessitura del suolo, ad avere una maggiore influenza: ritenzione e cessione idrica; ed, in tal senso, suggerisce la divisione del Chianti Classico in tre fasce altimetriche (280 m – 350 m, 350 m – 450 m, oltre 450 m), perché la tessitura del suolo varia con l’altitudine, che influenza a sua volta la temperatura atmosferica media. Inoltre, risulta assai determinante la fertilità microbiologica, fortemente influenzata dalla condotta delle colture, quindi dall’attività umana.

Parcella calcarea nella fascia alta di Castellina.

Sicuramente, pur accettandone le differenze, l’area del Chianti Classico ha una collocazione interna -non costiera, né a ridosso dell’Appennino – tra determinate coordinate di latitudine e longitudine.

Ritengo però che altri elementi fondanti dell’unità chiantigiana debbano individuarsi nel dato storico, sociale, gustativo, in una commistione di valori esclusivamente naturali (per così dire: lo spartito) e di umano “saper fare” (l’interpretazione).

Il dato storico ci porta indietro nelle nebbie del tempo, a seguire un filo rosso ipotetico, ma suggestivo, che unisca la viticoltura antica all’attuale, alla ricerca di quel vino che, definito “ad uso del Chianti”, venne poi imitato – appunto in termini di “saper fare” – da altre zone toscane.

Emerge dai documenti antichi, in maniera convergente e incontrovertibile (includendo testimonianze artistiche del Martini, del Lorenzetti, del Redi, e trattati come il cinquecentesco “Sopra l’agricoltura” di Girolamo da Firenzuola), che le viti, sulle alture del Chianti, siano state da tempo immemorabile allevate basse: ad alberello ed, in seguito, in altre forme quali il capovolto toscano.

Viti ad alberello su terrazze, a Lamole.

Un’eccezione notevole, questa, nel contesto toscano e, in generale, dell’Italia centrale, dove l’eredità etrusca aveva lasciato la predilezione per le forme alte, ad alberata, maritate a tutori vivi.
Inoltre, un’ipotesi attendibile sull’origine del nome Sangiovese, è la derivazione dai termini etruschi Thana-chvil (offerta votiva), o tbcms-zusleva (offerta di chi compie un rito), o thezin-eis (offerta al dio) o sani-sva (padre, antenato, quindi traslando, offerta per i padri), tutti legati ai concetto di libagione sacra: il sangiovese in purezza, tipicamente color rubino, trasparente, richiamava naturalmente il sangue senza bisogno di allungarlo con l’acqua, come invece era necessario con i vini di molti altri vitigni antichi, più colorati.

Vecchie viti in Chianti.

Quindi, questi due elementi, l’uno agronomico, l’altro ampeleografico, si sarebbero in qualche modo conservati nei secoli, divenendo identitari: di vigne storiche ad alberello rimangono tutt’oggi vive testimonianze a Làmole; il sangiovese, pur con alterne fortune, è rimasto radicato, fino ad ottenere il ruolo preminente nella celebre formula del Barone Bettino Ricasoli, il quale rimarcava che, dopo anni di studi con vitigni stranieri, si era risolto a privilegiare quei vitigni tradizionalmente favoriti dai contadini locali.

Tra gli elementi sociali, è caratteristica l’organizzazione in fattorie e poderi, rimasta pressoché intatta sino alla fine della mezzadria, nel 1964, e perpetuatasi, più solidamente rispetto ad altre zone toscane, nelle grandi Tenute moderne, che non escludono, in verità, la benvenuta presenza di realtà più piccole, di nuova creazione o discendenti da antiche unità poderali, resesi autonome. Questa impostazione crea naturalmente un doppio livello di lettura, rinvenibile già negli scritti del Barone Ricasoli circa la sua attività a Brolio: il vino di fattoria e quello che oggi chiameremmo Cru. Nondimeno, la presenza storica dei vinattieri, ha creato e crea una dialettica tensione interna: rischio e opportunità insieme.

Vigna presso un’antica casa chiantigiana.

Infine, le evidenze gustative. Analizzare il dato gustativo è rischioso, perché richiede capacità, esperienza ed accesso ad una quantità di campioni non manipolati da tecniche di cantina interventiste, possibile solo ad un professionista nell’arco di una lunga carriera; meglio, laddove una genia di professionisti crei nel tempo una cultura condivisa. Inoltre, si corre il rischio, nuovamente, di scivolare in quel concetto insidioso di vino tipico, per definizione uniforme e ripetibile all’infuori del territorio di elezione, che tanto danno porta al Chianti Classico (e, lo vedremo in seguito, anche ad altri territori che imbottigliano sotto il nome di Chianti).

Proverò tuttavia, fidandomi del mio gusto e della mia piccola esperienza, nonché, di quanto la letteratura ha proposto nei decenni, soprattutto fino ai primissimi Anni Ottanta, quando mercato e moda hanno cominciato a imporre una deriva che spesso ha reso meno leggibile il territorio, inteso come insieme di valori geografici e tradizionali nel bicchiere.

E’ forse inattuale, ma meravigliosa, la descrizione che del Chianti Classico forniva Giovanni Righi Parenti nel 1977: “Un vino che lega senza età, buono fresco, frizzante di fresca spremitura, ottimo di mezza età; sublime maturo di anni, quando il tempo gli ha fatto perdere la giovanile durezza e si concede, allora maturo, con tutta la sua forza e prestanza, ricco di tutti i preziosi aromi che le stagioni hanno fatto decantare rendendolo ineguagliabile. Un vino che ha tali e preziose caratteristiche un buongustaio lo potrà adattare, solo modulandone le annate, su ogni cibo, anche se questo potrà sembrare eccessivo. Non altrimenti, ribatto allora io, avviene per lo Champagne…Quello che può essere per lo Champagne può avvenire per il Chianti, sempre, ben s’intende con le debite riserve“.
Questo è ciò che ancora oggi si vorrebbe trovare in un bicchiere di Chianti Classico (Annata, Riserva e Gran Selezione) e che, talvolta, si stenta.

Tuttavia si può affermare che, rispetto a vini di pari potenza e struttura, Sangiovese prevalente, provenienti da zone vinicole poco distanti o confinanti, i Chianti Classico riescono più eleganti e più freschi, sia per profumi che per sapidità e acidità: seppur combinate in diverse proporzioni, garantiscono sempre un’appagante tensione. Inoltre, la qualità della trama tannica, più o meno orgogliosa nelle varie aree del comprensorio, è sempre sostanzialmente fine, anche quando quantitativamente importante: altri buonissimi vini fondati sul Sangiovese, di corpo e struttura paragonabili, che nascono poco oltre i confini del Chianti Classico – ad esempio nel quadrante meridionale della Berardenga, verso le Crete Senesi, o sulle porzioni argillose del comune di San Gimignano (le sabbie tradizionalmente riservate alla Vernaccia) – possiedono una qualità tannica diversa e il loro fascino è più seducentemente terragno. Non si immagini, certo, subitanea la variazione del carattere dei vini alla linea di confine della denominazione: è piuttosto una tendenza che, di sfumatura in sfumatura, già dall’interno della denominazione, l’allontana dai caratteri ideali.

In definitiva, si può e si deve guardare al Chianti Classico come al Giudizio Universale di Michelangelo, non come al suo David: il David è una figura a tutto tondo, che può essere vista da diverse prospettive ed apprezzata nei suoi molteplici dettagli (questo potrebbe essere il caso, ad esempio, di Montalcino); il Giudizio Universale, invece, può essere sicuramente apprezzato in un unico colpo d’occhio, ma è composto da innumerevoli figure, ciascuna con una propria espressione; e l’insieme è superiore alla somma delle singole parti.

Capitolo III – La bella estate: individuare climat in Chianti Classico e la recente ufficializzazione delle Unità Geografiche Aggiuntive.

Great wine has provenance, it comes from a precise location, and one, which gives it its unique character. This uniqueness exactly what gets the wine lover excited.“. Walter Speller

Chiarita l’esigenza di individuare unità geografiche in Chianti Classico – o, adattando un termine francese, climat – , si apre una questione scottante: quali, e con quale metodologia?

Una risposta univoca è difficile. Si è detto – nel capitolo II – della divisione per fasce altimetriche, ma risulta troppo generale per essere esaustiva. Si possono individuare macrozone geologiche, ma, ancora, quest’operazione non tiene conto di peculiarità microclimatiche, né di diversità interne alla stessa vigna: nei 240 ettari vitati della sola tenuta di Brolio, ad esempio, sono stati mappati 19 suoli. Alternativamente, è stata proposta una divisione secondo gli attuali confini comunali, indubbiamente pratica, ma i territori sono molto estesi e differenziati, ed esistono frazioni già ampiamente riconosciute per la loro individualità: esempio, a Greve: Panzano, Càsole, Làmole, Rùffoli, Lucolena. Tuttavia, nemmeno questo livello è appropriato, a mio avviso: si potrebbe eccepire che, a Panzano, le vigne della cosiddetta Conca d’oro sono altra cosa rispetto a quelle che guardano a Montefioralle, sull’altro versante. Esistono esempi simili nel territorio di Radda, di Gaiole, di Castellina…

In realtà, nessuna soluzione basata su un criterio univoco rigidamente applicato è pienamente soddisfacente, perché -vedremo- l’individuazione di un climat è sostanzialmente una creazione umana ed una convenzione: sono l’uso e la stratificazione storica, ivi comprese le spinte socio-economiche, a crearla.

Ritengo però che l’individuazione di unità geografiche debba dettagliare fino ad aree ragionevolmente piccole, dove siano rinvenibili caratteri uniformi nei vini.

Questa sembra essere la strada intrapresa – finalmente! – dal Consorzio del Chianti Classico, che il 16 giugno 2021, mentre questa mia piccola analisi era in gestazione, ha approvato la possibilità di riportare in etichetta una di undici Unità Geografiche Aggiuntive. Esse sono: Castellina, Castelnuovo Berardenga, Gaiole, Greve, Lamole, Montefioralle, Panzano, Radda, San Casciano, San Donato in Poggio, Vagliagli. Al momento, la possibilità di menzionare le UGA è riservata alla Gran Selezione, il teorico vertice della piramide qualitativa dei vini del Chianti Classico, ma il Presidente del Consorzio, Giovanni Manetti, assicura la futura estensione delle UGA alle tipologie Annata e Riserva, nonché la futura valutazione di altre aree per normare ulteriori UGA.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: Làmole, Gaiole (Badia a Coltibuono), Greve, San Casciano.

Cito Armando Castagno, un profondo conoscitore del Chianti Classico, che così commentava il giorno stesso la notizia: “è il timido ma importante inizio di un itinerario che può andare solo nel senso dell’analisi minuziosa e della comunicazione del territorio.” Per esemplificare il suo pensiero, Castagno aggiungeva: “E magari un giorno avremo in etichetta anche – esempi buttati lì- Brolio, Malpensata, Quarcegrossa, Réncine, Lilliano, Vertine, Grignano, La Piazza, Albola, Véscine, Sélvole, e via andare“. Nella sua sinteticità, questa lista è già la traccia per una trattazione integrale dei climat del Chianti Classico.

Giustamente con l’avvento di queste UGA si parla poco di zonazione, perché tale termine è spesso ricondotto a parametri puramente analitici (analisi dei suoli, delle precipitazioni, del fotoperiodo, eccetera) oppure a classifiche di merito. Viceversa, per comprendere il nucleo della questione relativa alle unità territoriali, ritengo sia meglio ritornare all’origine del concetto di climat borgognone, tanto alla sua etimologia, quanto alla sua natura storica, e di esso mi avvarrei con opportuni adattamenti.

I climat borgognoni sono stati definiti ufficialmente dall’UNESCO, così: “les climat son des parcelles de vignes précisément délimitées (…). Elles se distinguent les unes des autres par leurs conditions naturelles spécifiques (géologie, exposition, cépage…) qui on été faconnées per le travail humain, et l’expérience accumulée du savoir-fair vigneron constitué sur près de deux millénaires, et peu à peu identifiées par rapport au vin qu’elles produisent.“.

La definizione chiarisce alcuni concetti fondamentali: la nascita dei climat o, meglio, invenzione, è dovuta non solo a fattori naturali, ma anche al lavoro ed alle conoscenze dell’uomo; il processo della loro individuazione è molto lungo e graduale (“peu à peu“); sono strettamente collegati al vino che vi si produce, secondo quella tecnica che oggi chiameremmo degustazione geosensoriale, ovvero la specialità nella quale eccellevano (ed eccelgono) i cosiddetti palatisti, professionisti in grado di riconoscere all’assaggio l’origine di un vino. Famosi, in Chianti Classico, furono Giulio Straccali e Giulio Gambelli.

Sebbene i primi vigneti chiusi da mura (clos) borgognoni risalgano all’epoca medievale, il sistema attuale dei climat si delineò tra il XVIII e il XIX secolo, quando, appunto, si diffuse la consapevolezza che un vino proveniente da un certo luogo possedeva un gusto grato, certo variabile secondo il millesimo, ma con alcuni tratti costanti di anno in anno: l’impronta di un climat superiore all’andamento di ogni vendemmia ed alla mano del vinificatore. Questa fu forse inizialmente l’intuizione di qualche negotiànt che mirava a più redditizie vendite, ma fu presto condivisa ed accettata da tutta quella parte della società borgognona che viveva intorno al vino, commercianti e vignaioli, perché ciascun attore seppe rinvenirvi un vantaggio. Pertanto in Borgogna la discussione scientifica, basata su parametri analitici, supporta ciò che le generazioni precedenti avevano empiricamente scoperto.

Strade chiantigiane.

Dunque, volendo trasporre questi concetti nel territorio del Chianti Classico, bisogna concludere che l’affinità dei vini all’assaggio, vendemmia dopo vendemmia, dovrebbe costituire il minimo comun denominatore per l’individuazione di un climat.

Poi, l’individuazione di condizioni naturali specifiche. Si sono discusse nel Capitolo II la complessità e variabilità geologica del Chianti Classico: scoraggianti. Eppure, secondo diverse testimonianze, in Chianti Classico il fattore termico e l’illuminazione contano più del suolo, che, a sua volta, vede l’importanza della tessitura, funzione dell’altitudine, più importante della composizione chimica. Considerando questi aspetti è intuitivo riallacciarsi all’etimo di climat, che è il medesimo di clima. Soprattutto, bisognerebbe valutare l’andamento climatico tipico nell’ultima fase, quella della maturazione dell’uva, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, perché marca maggiormente le caratteristiche organolettiche del vino.

Infine, il lavoro umano, il saper fare, la conoscenza accresciuta di generazione in generazione.

Qui ci proponiamo di analizzare il climat composto dalle aziende Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macìe, verificando se soddisfa le tre condizioni della definizione UNESCO adattata alla realtà del Chianti Classico, ovvero:

  • affinità dei vini alla degustazione, vendemmia dopo vendemmia;
  • condizioni naturali specifiche, riferite in particolare a: fattore termico, illuminazione, esposizione, altitudine.
  • fattore umano, inteso come insieme evenienze storiche, di conoscenze e di scelte agronomiche ed enologiche, nonché, in senso lato, di influsso sul territorio e di struttura sociale.

Proprio perché non ancora sancito da alcuna norma italiana, nel seguito della trattazione si parlerà di climat, non di UGA, e lo indicheremo, per comodità, con la sigla RBLM.

Capitolo IV – Narciso e Boccadoro: Castellina in Chianti ed il climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe (RBLM).

«Non è il nostro compito quello d’avvicinarci, così come non s’avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.» Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro.

ll comune di Castellina in Chianti è stato brillantemente definito “baricentro e sintesi” del Chianti Classico, perché, quasi in un gioco di scatole cinesi, compendia nel suo microcosmo di 100 chilometri quadrati – un settimo dell’intera denominazione- tutti gli elementi e i contrasti che la rendono – insieme- unica, varia, affascinante.

Castellina dalla terrazza sul tetto della cantina di Bibbiano.

Qui, l’altura rocciosa, severa e boschiva, coperte di aghifoglie, a breve distanza s’ammansa in colline morbide come fianchi femminili, gravidi di colture; qui, come sole e luna, convivono vini freschi, nervosi, con altri maestosi, generosi o austeri; come mare e terra, grandi tenute affiancano realtà più piccole, fino alla dimensione familiare.

Un territorio doppio, che è terra e cielo insieme: fossimo acquarellisti, da qualunque lato volessimo ritrarre Castellina avremmo per sfondo di essa, delle sue mura vetuste e del suo màstio pietroso ed ardito, il cielo, in un’apertura spaziale che vede gravitare intorno le colline del Chianti, della Val d’Elsa, della Montagnola Senese e, più oltre, il Montalbano, la Dorsale Medio Toscana, l’Amiata.

Giungendovi da San Donato in Poggio, infatti, lungo la Strada Provinciale 76 si superano i 600 metri sul livello del mare, e la vista verso la Valdelsa, ampia almeno 25 chilometri, è grandiosa, mentre il paesaggio intorno è quasi alpino: le rocce scabre e candide emergono nude tra gli abeti e i prati verdi, dove ancora pascolano le pecore; il vento, costante, può essere impetuoso e freddo, se soffia maestrale; la luminosità, di contro, intensa e cristallina, peculiare. Essa si riverbera nei vini di Castellina, su questo versante almeno, costituendone il pregio e la firma: potranno essere austeri e riservati, talvolta, ma non saranno mai ombrosi.

Il paesaggio scabro e montano tra San Donato in Poggio e Castellina.
Apertura spaziale verso la Val d’Elsa, tra San Donato in Poggio e Castellina
Vista da Castellina in direzione Radda e Gaiole.

Castellina, grifagna sul suo poggio a 578 metri sul livello del mare, divide idealmente il suo territorio in due versanti.

L’orientale, silvestre e montuoso, guarda a Radda (530 metri slm) e più oltre a Gaiole (360 metri slm); condividendo con la prima, specie alle quote più elevate, una continuità: geologica, data l’importante presenza di scheletro, alberese e galestro in minor misura; e climatica, addolcendosi però la temperatura da est a ovest, con un aumento della luminosità. I vini ricordano quelli di certe zone raddesi: la struttura verticale, l’acidità vivida, la balsamicità floreale e fruttata, persino il tratto ferroso, talvolta una certa austerità.

Il versante occidentale precipita verso i 190 metri sul livello del mare di Castellina Scalo; ripidissimo lungo la dorsale segnata dalla SP 130 “di Castagnoli” (dove, nelle porzioni elevate, sono ancora ben visibili gli antichi terrazzamenti) e lungo la SR429, più morbido lungo il tracciato della SP51, più mosso lungo la SR 222, che muove verso Siena attraverso Quercegrossa e, pertanto, il comune di Castelnuovo Berardenga.

Vigne “alte” sul versante occidentale di Castellina.

Queste 4 direttrici individuano almeno quattro macrozone, ciascuna delle quali meriterebbe una trattazione a parte, per le diversità che si possono individuare al loro interno; restando l’altitudine, comunque, il fattore determinante, perché ad esso si legano clima, suolo, pendenze.

Basti dire che qui l’influenza marina – luce, aria, calore, sale – diviene via via più marcata, per la posizione più vicina alla costa, per la spettacolare apertura della Val D’Elsa, per l’effetto Venturi tra la Montagnola Senese ed i rilievi di San Gimignano che incanalano l’aria tirrenica, ed infine per le caratteristiche geologiche: se alle quote elevate, poco sotto il paese, esistono situazioni simili a quelle del versante orientale, scendendo di quota aumenta la percentuale di argilla, dovuta a depositi continentali, fluviali, lacustri e marini; in particolare, i suoli delle porzioni più inferiori sono marcati dall’antica linea di spiaggia del mare pliocenico, cioè originati dal mare (o mare-lago, giacché fu soggetto a cicli di aperura e chiusura) che occupava una buona parte dell’attuale Toscana interna tra 5,3 e 2,6 milioni di anni fa; difatti, a valle di essa il contenuto di sale disciolto nel terreno aumenta. Proprio in prossimità di quell’antica linea di spiaggia del lago-mare pliocenico, su di essa o leggermente a monte, si trova il climat RBLM, individuato dalle aziende Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macìe.

Vedute del versante occidentale, da Castellina.

L’area compresa tra Poggibonsi e Siena, nota ai geologi come “Bacino del Casino”, è un complesso mosaico di sedimenti, di depositi, e di formazioni dovute a fenomeni tettonici, specie sul versante di Castellina e verso Castelnuovo Berardenga.

Il versante occidentale, dalla strada tra Sant’Alfonso e Rodàno. Oltre Fizzano e Brancaia, sullo sfondo si riconosce Castellina

La sovrapposizione di situazioni climatiche e geologiche porta grossolanamente ad inquadrare i vini di questo versante occidentale in 3 gruppi:

  • quelli della fascia altimetrica più vicina al borgo, freschi e tesi, ricordano quelli del versante orientale, ma i caratteri ferrosi e austeri gradualmente si addolciscono, divenendo più solari;
  • quelli di un’ampia fascia intermedia, nei quali si registrano ovviamente oscillazioni notevoli, ma che si possono definire equilibrati e rotondi, i profumi tra fiore e frutto, talvolta impreziositi di spezie e agrume, via via più ampi e rilassati al palato, con struttura e generosità variabili, da esempi di eleganza riservata e sinuosa, ad altri estroversi e carnosi, fino ad austeri e serrati;
  • infine quelli delle quote basse, ancora più rilassati, con struttura più leggera e tannino terragno, una discreta sapidità, ma un minor sapore, con frutto rosso piuttosto in evidenza, sfumature agrumate, talvolta cuoio, tabacco e un floreale dolce che si perde nelle annate più calde in favore di toni eterei, restando comunque freschi, gradevoli ed eleganti compagni della tavola.

Storicamente, come visto nel Capitolo II, Castellina è uno dei Terzi che componevano l’antica lega del Chianti, a capo dei popoli che risiedevano tra Val d’Elsa e Val d’Arbia, ma la centralità del suo ruolo nel Chianti è sicuramente più antica.

Le mura di Castellina.

Testimonianza ne sono i resti etruschi del già citato Tumulo di Montecalvario e della Necropoli del Poggino, presso Fonterutoli. Il piccolo centro o agglomerato etrusco antecedente Castellina, tradizionamente chiamato Salivolpe o Saligolpe, era sorto all’incrocio di due vie di crinale: l’una lungo le colline tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, più tardi detta “strada Sanese” o “Strada Maestra Romana ovvero Strada Reale”, l’altro sulle alture tra la Val di Pesa e la Val d’Arbia, che si spingeva verso i monti del Chianti. Non sono state rinvenute testimonianze di epoca romana: probabilmente l’abitato perse importanza, a favore di zone fertili più prossime al fondovalle, come suggeriscono i numerosi toponimi col suffisso “-ano”. Molti di questi agglomerati si fortificarono tra l’VIII e il IX, il periodo dell’incastellamento: compaiono nei documenti prossimi a quel periodo i castelli di Fizzano (dal 1007), Grignano (dal 1016), Rencine (dal 1052), La Leccia (dal 1077), Monternano, Trebbio, Vignale e Bibbiano (quest’ultimo dal 1032). Oggi le strutture fortificate rimangono a stato di rudere, o sono state inglobate in costruzioni successive che le hanno rese irriconoscibili.

La tradizione vinicola a Castellina in Chianti è certamente antica e continuativa. Basti nominare il piccolo borgo di Cellole, immediatamente sotto al paese: presumibilmente dal latino cellula-ae, vocabolo che in epoca tarda significava primariamente cantina, tesi supportata dalla prossimità di antichi terrazzamenti murati.

Cellole.

Il climat RBLM (ovvero: Rodano, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macie).

Vista da Castellina sulla Val d’Elsa. A centro immagine si riconosce la via di crinale del climat.

1 – Il paesaggio, la storia, l’orografia, il clima, la geologia, il vino.

E’ difficile uniformare il paesaggio toscano in un’immagine da cartolina, tale è la sua varietà: si rischia di restarne delusi; come un mio amico, anni fa, che si perse negli accigliati boschi del Chianti più interno, pensando di trovarvi le luminose colline scabre e mistiche della Val d’Orcia.

Tuttavia, se volessimo comporre un quadro di quella campagna toscana classica, come ci è stata consegnata dai racconti dei viaggiatori del Grand Tour dalla fine del Settecento a tutto l’Ottocento, fino ai nostalgici episodi dei primi decenni del Novecento, dovremmo venire qui, lungo questa via di crinale che sfiora e timidamente supera i trecento metri di altezza sul livello del mare, per ritrovare quella dimensione idilliaca, nobilmente bucolica: l’illusione di un equilibrio ideale tra l’uomo e la natura, tra la fatica del suo lavoro ed i suoi frutti, tra il villico e il signore. Qui, tutti gli elementi: il murmure delle fronde e dei torrenti nei borri, il cipresso a segnare il passo, l’orto e la vigna, l’uliveto e il bosco ricco di allodole e di fagiani, la chiesina antica dalle pietre candide, i rustici casali coi fienili e le tinaie e gli animali da cortile, infine la villa padronale, dai viali alberati per il passeggio elegante. Qui, nello spazio breve compreso fra Rodàno e Macìe, poco più di quattro chilometri, sembra preservarsi un sogno antico.

Scorcio di Lilliano.
Edifici rustici a Bibbiano.

Molti modi per giungervi: da Castellina Scalo, superando Cecchi, Villa Cerna, Casale dello Sparviero; da Poggibonsi, risalendo la strada bianca da Spedaletto e oltrepassando Tenuta Sant’Alfonso e le vigne di San Fabiano Calcinaia; ma solo scendendo da Castellina in Chianti lungo la Strada Provinciale 51 si apprezza pienamente l’unicità del luogo.

Basta fermarsi, parcheggiando l’auto in prossimità del campo sportivo: di fronte, verso occidente e meridione, un’apertura spaziale che pare immensa dopo le costrette giogaie del Chianti interno, luminosissima, giacché le alture importanti distano decine di chilometri: le Colline Metallifere, la Montagnola Senese, il Monte Amiata. Il climat RBLM, da quel punto d’osservazione, si staglia netto nel digradare a balze via via più morbide verso la Val D’Elsa, marcato dalla sua via di crinale, sinuoso come una “effe” di violino orizzontalmente orientata verso sud, quasi un pannello solare naturalmente disposto per raccogliere il massimo irraggiamento solare. I suoi confini da qui appaiono netti, essendo un’unica formazione collinare che si alza tra i 200 e i 300 sul livello del mare, bordeggiata da vallecole piuttosto strette, solcate per lo più da torrenti – o piuttosto borri – modesti ma incisivi, che la separano dalle altre colline circostanti, quali il Carfini e il Gagliano.

Così come netto dall’alto appare l’apporto umano, quello che ha segnato il paesaggio nel corso della storia: la già citata via di crinale, probabilmente un’antica derivazione o tracciato alternativo della Francigena, è ancor oggi una strada bianca, che tocca, leggendola da ovest a est, le emergenze notevoli di Rodàno (un basso corpo di pietra, massiccio), Bibbiano (le pure linee dell’antica fattoria a nord della strada, l’elegante e riservata villa a sud), il villaggio e l’imponente, maestosa villa di Lilliano, infine il borgo suggestivo di Rocca delle Macìe. Non ci si lasci ingannare, viaggiando in auto tra Lilliano e Rocca delle Macie, dal tracciato della SP 51, risalente agli anni Settanta, che si raggiunge seguendo l’asfalto lungo il solenne viale alberato: basta proseguire aggirando la Villa e la strada bianca continua tra il verde dei vigneti e delle colture, col suo antico tracciato, sino a Macìe, oltrepassando la Casina di Lilliano.

Il viale d’accesso alla villa di Lilliano.

E’ evidente il dato storico unitario e antico. E’ noto che la lunga pax romana permise l’occupazione e la coltivazione di zone relativamente basse, con la creazione di fattorie ed, infatti, nell’etimologia dei nomi si legge un’origine presumibilmente romana o tardoromana, col suffisso “-ano” (dal latino “-anus, -anum“) tanto frequente in Chianti e in altre zone toscane: spesso si legava a un patronimico, al nome di un legionario al quale era stata data in dote la terra a fine carriera: un colono; oppure, serviva alla latinizzazione di un toponimo preesistente; o, infine, si legava a un etimo latino, che descriveva caratteristiche del luogo. Venendo a Macìe, i vocaboli latini di riferimento sono: maceriae, inteso come muro a secco, interpretazione possibile viste le pendenze delle vigne a sud-est, oppure cumulo di pietre, rovine, forse la memoria di un più antico agglomerato, distrutto per chissà quali vicissitudini, il cui nome terminava anch’esso in “-anum“, completando quarto la triade Rodàno, Bibbiano, Lilliano (o, secondo fonti antiche, Ligliano); e macies, macilenza, sterilità, povertà, magrezza, che crediamo corrobori l’interpretazione legata ad edifici in rovina, più che ad una particolare povertà del terreno.

Se la via di crinale racconta una storica connessione tra questi quattro nuclei, l’origine del nome Macìe apre verosimilmente una finestra su un passato duro e violento, tempi dove a Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe era necessario rinchiudersi e proteggersi da aggressori di passaggio.

Il fianco della villa di Lilliano e il campanile della Pieve di Santa Cristina.

Storicamente, il nucleo con dignità di villaggio è Lilliano. Rocca appartenente in antico ai Signori di Staggia, è nota fin dal XII secolo; ma un piccolo podere posto a Lilliano è già citato in documenti del 998. A Lilliano, oltre alla bellissima Villa, è presente una chiesa, la Pieve di Santa Cristina, la cui facciata di candide bozze d’alberese, semplice e armoniosa, resiste nelle sue forme medievali. Originariamente parte della Diocesi Senese, gravitò in orbita fiorentina sin dal Lodo di Poggibonsi del 1203. Qui, fino a qualche decennio fa, erano le scuole, il parroco, l’oratorio, la fermata della corriera, la bottega, il telefono pubblico: cioè i principali servizi per chi abitava tra Rodàno e Macìe. Ne rimangono oggi tracce malinconiche, che lasciano il rimpianto per un mondo più a misura d’uomo.

A Lilliano: chiesa di Santa Cristina, fermata SITA, rudere delle scuole.

E’ comunque evidente come, in continuità storica, tra Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe, l’uomo abbia modellato il paesaggio, rendendolo funzionale alle colture, ed insieme bellissimo: citando Indro Montanelli, in Toscana non si sa se l’artista sia il contadino o il pittore. Purtroppo, contadini in certe zone toscane ne son rimasti pochi e, disgraziatamente, l’effetto si vede, eccome; ma non qui, sebbene si possa immaginare come fosse devastante per queste aziende di antica tradizione la fine della mezzadria: solo per la fattoria di Lilliano operavano ben 20 famiglie coloniche.

Ora, per apprezzare meglio questa ed altre caratteristiche del climat, conviene lasciare idealmente il punto di osservazione elevato e proseguire lungo la SP 51, per andare ad osservarlo da vicino: una catabasi felice, che permette di apprezzare pienamente l’irraggiamento solare intensissimo da meridione ed il trascolorare della flora da essenze montane ad altre più mediterranee.
Il quadro complessivo muta rapido, ricordando scorci della Toscana meridionale ed in particolare uno, per altimetrie, esposizioni, forme geologiche, luminosità, vegetazione: quello che da Montalcino scende verso Sant’Antimo.

Basta giungere a Rocca delle Macìe per verificare come la vegetazione divenga schiettamente marittima, non dissimile da quella di certe aree della Maremma livornese che, effettivamente, si trova alla medesima latitudine. Oltre alle vigne, gli ulivi, gli alberi da frutta, cipressi, pini, corbezzoli, ampie macchie: i cartelli che indicano l’azienda faunistica venatoria Lilliano-Bibbiano, già ai bordi delle vigne di Macìe, segnalano la presenza di aree incontaminate e selvagge, nonché l’evidente continuità antropologica del climat in oggetto. Il bosco ad alto fusto è meno presente che in altre zone del Chianti Classico.

A Macìe.
Da Macìe, guardando verso Siena.

Percorrendo la via di crinale e quindi proseguendo il tragitto da Macìe verso Lilliano, quindi verso Bibbiano e Rodàno, risultano evidenti altri elementi unificanti. Le forme delle colline sono morbide, tondeggianti, generose, sensuali, con pendenze, dal basso all’alto, prima dolci, poi ripide, poi nuovamente si addolciscono verso la cima. I vigneti si concentrano nella fascia tra i 270 e i 330 metri di altezza, ma arrivano ai 380 metri a Lilliano e scendono fino ai 200 metri.

Varietà di colture sulle morbide colline del climat.

Indimenticabile, soprattutto, è la luce: nitida, intensa, particolarissima, che ricorda a chi scrive quella, straordinaria, del bolgherese. Essa è garantita dall’ampia apertura verso sud e verso la Val d’Elsa, un anfiteatro largo una ventina di chilometri. Oltre le Colline Metallifere, a occidente, s’è detto, c’è il mare ed il cielo pare comportarsi come un enorme, poetico specchio di Archimede, portando qui un riflesso, un balugine attenuato, ma perfettamente percettibile, di Tirreno.

Da Bibbiano, verso sud-ovest.
Da Bibbiano verso ovest, nord-ovest. Percepibile una luminosità marina.

Il mare non è solo nella luce, qui, anzi: esso è proprio la chiave di lettura che sinteticamente uniforma gli elementi naturali dell’intero climat e, verosimilmente, le caratteristiche organolettiche dei vini; insieme al concetto di limine.

A cinquanta chilometri la costa livornese con Castiglioncello, Rosignano e Cecina; dal lato opposto, a soli cinque chilometri il poggio di Castellina e quindi i monti interni del Chianti; a meridione una sorta di giogaia naturale, entro la quale Siena è ben visibile, apre lo spazio verso l’Amiata; mentre a nord la Val d’Elsa si restringe verso il complesso del Montalbano: ed ecco le condizioni per una ventilazione costante e varia, come solo nelle località marittime abitualmente si trova. Son capitato qui una stupenda giornata di maggio, rinfrescata dal maestrale: il profumo salso del mare si sentiva nell’aria, rinforzando l’emozione e il sentimento marino raccontato dai lecci, dalle ginestre in fiore, dai corbezzoli, dai roveti.

Macchia e ulivi a Lilliano, verso sud.

La continuità climatica dettata da altitudine, esposizione, pendenza e latitudine è cardine per affermare l’unità e l’individualità di questo climat: effettivamente, comparando la valutazione descrittiva sull’andamento delle annate fornita dalle singole aziende su 31 vendemmie, dal 1990 al 2020, per 28 annate la coerenza di giudizio è stata superiore al 75%, per 8 annate pari al 100%, per 3 annate almeno del 50%.

Gli inverni sono freddi e asciutti, le primavere tiepide, ma ricche di precipitazioni, le estati temperate con grande escursione termica tra il giorno e la notte gli autunni inizialmente miti, piovosi da novembre in poi. Le precipitazioni si concentrano appunto in primavera ed autunno, variabili da 500 a 1.000 millimetri di pioggia annui (da novembre a novembre). La temperatura media generale è di circa 15-17 °C, molto mitigata dai monti di Castellina che proteggono dai venti del nord, soprattutto il versante orientale del climat, dove si trova Macìe. Nell’insieme sono caratteristiche intermedie per il Chianti Classico.

Infine, il mare sta anche nelle profondità geologiche della terra che si calpesta. Cercando di semplificare una realtà complessa, il climat è sulla linea di spiaggia di antichi bacini lacustri (di acqua presumibilmente salmastra) e marini, risalenti a epoche mioceniche (da 23 milioni a 5,3 milioni di anni fa) e plioceniche (da 5,3 a 2,6 milioni di anni fa) e i terreni sono un insieme complesso di argille e depositi dovuti al disfacimento della dorsale chiantigiana, principalmente di alberese, nei quali emergono vene rocciose profonde spinte dalle forze tettoniche, spesso calcaree, gessose. Il fondale dei bacini, si badi bene, era più a valle, come ancor oggi ci raccontano i suoli.

Le morbide colline a ovest, nord-ovest di Bibbiano.

Perciò mi piace affermare che il climat RBLM sia un limine: è la soglia magica del Chianti Classico, laddove finiva l’acqua e cominciava la terra, dove l’austerità del monte cede alle solarità marine, dove la roccia si frantuma nell’argilla: l’insieme di questi elementi caratterizza deflagrante i Sangiovese qui nati, che – al netto delle differenze stilistiche di cantina, delle accezioni territoriali, delle annate – sono generosi, luminosi, profumati, ampi, eleganti: per quanto strutturati, tannici e di sicuro grado alcolico, riescono sempre armoniosi, equilibrati e tesi, di stoffa; l’evidenza della frutta rossa, della ciliegia in particolare, è sempre bilanciata dal fiore, fresco o secco, più o meno evidente; ed il fiato profondo si stratifica e sfuma verso gli agrumi (spesso arancia rossa), le spezie (con il pepe bianco in evidenza, più raramente il nero), il tabacco, il cuoio, il ferro, la terra, rimandi marini. Vini sovente estroversi, non sono mai gridati; talvolta riservati, mai timidi; tendenzialmente longevi. Stanno anch’essi su una soglia, sintetizzando la fresca finezza dei vini delle montagne con la rotondità muscolosa di quelli della Toscana meridionale e costiera.

Si dovessero rappresentare con una dea della mitologia classica, sarebbe senz’altro Pomona, e potrebbe essere il simbolo dell’intero climat RBLM: una giovane donna che regge una falce, circondata da fiori e frutti, tipicamente grappoli d’uva. Se fossero un colore, sarebbe blu profondo, traslucido, uno zaffiro o un lapislazzulo, con striature rubino nelle annate più calde. Una corrente pittorica: la macchiaiola, alternando pennellate drammatiche alla Fattori, a quelle infiltranti e contrastate di Signorini, a quelle meditative di un Borrani, fino a quelle più liriche di un Lega, secondo l’annata, il vigneto e la mano del produttore.

Inoltre, questi vini hanno una riuscita costantemente soddisfacente: sempre basando l’esame sulla valutazione descrittiva fornitami dai produttori per le annate dal 1990 al 2020, si possono stimare per l’insieme del climat, su 31, 11 annate ottime, 15 annate buone, 5 annate mediocri. Sicuramente la quota e le esposizione del climat favoriscono la maturazione nelle annate più rigide e piovose, mentre nelle annate più calde e siccitose la buona ventilazione ed i suoli argillosi, che permettono una certa ritenzione idrica se adeguatamente lavorati, possono limitare i danni. A quanto mi consta, né le gelate che insidiano le zone più basse e meno soleggiate del Chianti Classico, né le grandinate che interessano le quote medio-alte ed alte, destano particolare preoccupazione.

Tuttavia l’innalzamento delle temperature registrato negli ultimi vent’anni e il parallelo cambiamento delle precipitazioni (minori, ma più intense, quindi dilavanti e inassorbibili per il terreno), pone delle sfide agronomiche ed enologiche: se qui, quando in molte zone del Chianti Classico le maturazioni del sangiovese stentavano, si avevano uve belle, sane e di buon alcol potenziale, oggi si rischiano surmaturazioni, concentrazioni, eccessi di grado alcolico, perdita di profumi.

In definitiva, oggi, i vini del climat più equilibrati, ricchi di dettaglio, sembrano quelli dei millesimi con autunni freschi e asciutti.

2 – L’unitarietà vitivinicola del climat ed il ruolo di Giulio Gambelli.

Il lavoro dell’uomo ha innegabilmente modellato il paesaggio del climat RBLM.

Oggi, tra Rodàno e Macìe, vediamo un uniforme susseguirsi di morbide colline dove la coltura principale è la vite, affiancata dall’ulivo, dall’erba medica nelle esposizioni meno felici e dai cereali nelle zone più basse. Le dimensioni del parco vitato che le aziende possiedono nel climat è molto simile, tra i 30 e i 40 ettari; anche se Rocca delle Macìe ha molti vigneti in altre zone e pertanto una maggiore scala.

Le viti hanno un’età variabile dei 30 ai 10 anni, ma almeno dagli Anni Settanta continuano ad insistere nei medesimi luoghi: i vigneti hanno quindi una storia almeno cinquantennale, ma alcuni di essi, o loro porzioni, sono certamente più antichi. I sesti di impianto sono intorno ai 3.000 ceppi per ettaro nei vigneti più vecchi, e più elevati negli impianti recenti, di norma tra i 5.000 e i 5.800 ceppi per ettaro, con un massimo di 6.500 ceppi per ettaro a Macìe. I filari sono disposti perlopiù a rittochino, ma qualche parcella è a giropoggio. Le rese variano dai 45 ai 60 quintali di uva per ettaro.

Tipicamente la forma di allevamento è il cordone speronato per gli impianti più vecchi, guyot per i più recenti e quest’ultima forma di allevamento, molto simile al capovolto toscano tradizionalmente diffuso in Chianti prima della meccanizzazione, è quella oggi favorita per i reimpianti.

Cordone speronato a Bibbiano.

La varietà più diffusa è di gran lunga il sangiovese, da selezione massale, selezione di cloni autoctoni, o utilizzando i cloni selezionati nel progetto Chianti Classico 2000. Gli si affiancano, in ordine sparso: colorino, canaiolo, merlot, cabernet sauvignon, petit verdot, malvasia nera, ciliegiolo, malvasia bianca del Chianti, trebbiano.

Tutte le aziende che insistono sul climat RBLM sono attente alla sostenibilità: su quattro, tre aziende sono certificate biologiche, una lo è per la produzione dell’olio, mentre una segue i principi della lotta integrata per la viticoltura.

La situazione agricola attuale, e vitivinicola in particolare, è figlia però di una storia lunga e complessa.

Guardando solo allo scorcio che segue la Seconda Guerra Mondiale, fino ad oggi, possiamo immaginare i cambiamenti portati dalla meccanizzazione, dalla necessità di rendere più economicamente sostenibili imprese dove le lavorazioni erano ancora affidate al sudore dell’uomo e al lavoro dei buoi, sino alla fine della mezzadria che impose un’ulteriore razionalizzazione.

Edificio rustico a Lilliano.

Come fotogrammi di un film in bianco e nero, se torniamo con un’ideale macchina del tempo al 1946, vediamo le antiche strutture di Bibbiano danneggiate dai cannoneggiamenti militari durante la ritirata, le ville ferite e le colture che per prime si rialzano, i campi che si imbiondano di spighe precedendo di poco l’invaiatura dei grappoli: le viti riprendono forza, curate finalmente dalle mani di chi è tornato dalla guerra.

Edificio rustico a Bibbiano.

Gli Anni Cinquanta di trasformazione: il proliferare delle macchine, le culture si semplificano e si concentrano sul vino con i nuovi impianti, gli allevamenti progressivamente scompaiono. Gli Anni Sessanta: gli ultimi vigneti promiscui cedono il passo a quelli specializzati, gli uomini e gli animali lasciano le case coloniche. Gli Anni Settanta di consolidamento delle produzioni vinicole di qualità dopo la nascita della DOC (1967).

Negli Anni Ottanta, con l’arrivo di capitali e proprietà nuove, inizia in Chianti un percorso di consapevolezza tortuoso, con sperimentazioni in vigna e in cantina, proseguito negli Anni Novanta e nel primo decennio del XXI secolo: indubbia la crescita qualitativa, grazie anche alle ricerche condotte con le università, ma fu l’epoca della diffusione dei vitigni francesi, delle barrique, dei concentratori, di una ricerca di struttura che si accordava più a una interpretazione del gusto internazionale sulla scia di moderni esempi bordolesi e californiani, che alla tradizione chiantigiana.

In questo lembo del territorio di Castellina, però, si seguì una traiettoria particolare, per un motivo ben preciso. In tutti quei fotogrammi, dal 1942 al 2011, un uomo ha percorso la via sterrata sul crinale tra Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe, a bordo di una teoria innumerevole di Renault 4 e con altrettanto innumerevoli cani da caccia al suo fianco, collaborando a lungo con le prime 3 aziende e contribuendo alla nascita dei vini: Giulio Gambelli.

La via di crinale a Lilliano, verso Bibbiano.

Personaggio leggendario, palato portentoso, sostanziale modestia e disinteresse per denaro e visibilità, meriterebbe una trattazione a parte, per la quale si rimanda il lettore alla bibliografia.

Gambelli aveva un’idea della vinificazione e dei vini “francescana”, come la definì efficacemente Luigi Veronelli – forse anche della vita. L’amore di Gambelli era il sangiovese, in purezza, ma anche affiancato da un uso sapiente dei vitigni complementari, con una predilezione per quelli della tradizione, canaiolo e colorino, benché sapesse impiegare con estrema classe e discrezione anche i vitigni internazionali.

Gambelli non usava chimica in cantina, eccetto un moderato impiego di anidride solforosa per sanificare, e prescriveva severamente quella che chiamava “la regola delle tre p: pulizia, pulizia, pulizia”. Seguiva la vinificazione con continui assaggi, prediligendo un’energica areazione nelle prime fasi e, quando l’uva lo consentiva, macerazioni piuttosto lunghe. Poi, il resto del lavoro era affidato al tempo ed all’attesa, sotto l’attenta sorveglianza del palato di Gambelli, che decideva i momenti dei travasi e selezionava le vasche per il taglio finale, del quale era maestro sublime.

Ne risultavano vini purissimi, di classica finezza ed eleganza, espressioni senza filtri del territorio e dell’annata, tendenzialmente longevi. Tutti, dal più umile al più ambizioso. Poi, nell’esperienza di chi scrive, il tocco magico: un’irripetibile senso di levità anche nei vini più strutturati ed alcolici ed una specialissima qualità dell’attacco sul palato, un insieme di seta e di energia concentrata unico, caratteristico, che evoca paragoni veramente musicali.

Gambelli – che non era laureato, avendo dovuto lavorare fin da ragazzino imparando il mestiere sul campo – molto erroneamente fu descritto, quando imperava la moda dei vini concentrati e di gusto internazionale, come un arretrato difensore della tradizione; ma la realtà era molto diversa: negli Anni Cinquanta e Sessanta fu contrario alla diffusa pratica tradizionale toscana del governo e nel 1968 a San Felice creò, con l’allora Direttore Enzo Morganti, il primo Sangiovese in purezza prodotto in Chianti Classico. Inoltre, viaggiò a lungo per conoscere le più avanzate tecniche francesi e americane, nonché, malgrado il suo palato fosse una sorta di laboratorio naturale, con grande intelligenza non rinunciò mai alle analisi chimiche: chi conosce i fondamenti della scienza delle misure sa che anche il miglior equipaggiamento dev’essere, di quando in quando, tarato.

Perciò i vini di Gambelli non erano figli di conoscenze arretrate, ma di una precisa scelta stilistica ed etica, che mantenne dritta anche quando fu considerato fuori moda, e di una familiarità profondissima, minuziosa, con un territorio volutamente ristretto. La sua predilezione per la botte grande derivava dalla consapevolezza che fosse il miglior strumento per valorizzare il sangiovese, almeno come lui lo intendeva; tuttavia trasse profitto anche dalle barrique, perché così vestiva il suo ruolo di consulente: usando al meglio i mezzi a disposizione, interpretando anche i desideri della proprietà, rimanendo però granitico sui suoi principi professionali.

Con questo approccio, ha lavorato dal 1942 fin quasi alla sua scomparsa per tre generazioni di Marrocchesi Marzi a Bibbiano, per decenni a Rodàno (dove oggi è enologo Paolo Salvi, suo stretto collaboratore) e a Lilliano, conquistando piena fiducia delle Proprietà, divenendo “uno di famiglia” e ispirando scelte importanti e innovative, quali nuovi impianti, la vinificazione e l’imbottigliamento separati di certe vigne particolarmente pregiate.

Vigna del Capannino a Bibbiano, impiantata con clone portato da Gambelli, da Montalcino.

Gambelli ha lasciato qui uno stile fortissimo nei vini, che non hanno mai abbandonato – pur con fasi alterne – un ideale di finezza, purezza, equilibrio, e la centralità del Sangiovese. A Bibbiano, ad esempio, nessuno degli enologi che negli anni si sono susseguiti ha effettuato la malolattica in legno. A Tenuta di Lilliano la nuova Gran Selezione è, almeno dall’annata 2017, Sangiovese in purezza, rinunciando al taglio col Merlot, da tempo impiegato per gli altri Chianti Classico aziendali. E persino Rocca delle Macìe, dove pure Gambelli non ha mai lavorato, ha via via ridimensionato il ruolo dei vitigni internazionali e della barrique, concentrandosi maggiormente su un’ideale classico di Sangiovese e vinificando per Cru , con botti grandi, allineandosi quindi all’approccio divenuto storico nel climat, dove il legno piccolo ha giocato sempre un ruolo secondario, ulteriormente ridotto negli ultimi anni.

Si può dire che Gambelli abbia ripreso e continuato lo spirito del lavoro ottocentesco iniziato a Brolio sul Sangiovese da Bettino Ricasoli, l’abbia congiunto a quello di Tancredi Biondi Santi, suo maestro e mentore all’enopolio di Poggibonsi, e l’abbia consegnato alla modernità, che gli ha finalmente tributato i giusti onori nell’estrema vecchiezza e dopo la sua morte. Fu, senza volerlo, un rivoluzionario divenuto classico, come sempre accade a chi ricerca l’essenza.

Fu autore di diverse pietre miliari dell’enologia toscana, ma nel climat dove insistono Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe si trova una parte importante del suo lascito professionale e spirituale. Le parole incise su una lapide che i Marrocchesi Marzi hanno voluto apporre a Bibbiano chiariscono la portata dell’umile, irripetibile “Maestro Assaggiatore”: “A Giulio Gambelli / signore amico maestro / che tanto ha dato / a questi luoghi“.

Lapide commemorativa a Bibbiano.

3 – Le differenze interne del climat e la loro influenza sui vini.

Malgrado la notevole e sostanziale unitarietà, bisogna però riconoscere che esistono differenze all’interno del climat, sia seguendo l’asse orizzontale ovest-est, che quella verticale nord-sud, nonché nei terreni e nella disposizione delle vigne.

Leggendolo da occidente a oriente, si nota che il crinale, perfettamente orientato secondo un’ideale asse delle ascisse, svolta improvviso subito dopo l’antico e massiccio edificio di Rodano, virando di circa 45 gradi verso sud; quindi, quasi ai confini orientali della Tenuta di Bibbiano, crea un’ampia, morbida curva verso nord di quasi 90 gradi; riacquistando poi, dolcemente, il suo originario orientamento est-ovest, che mantiene fino alla sua porzione terminale, a Macie, dove, dopo un piccolo avvallamento a ovest della SP 51, sul quale insiste la vigna del Pian della Casina, forma una sorta di promontorio, uno straordinario balcone di almeno 180 gradi verso i quadranti meridionale ed orientale.

La conformazione descritta genera evidentemente una varietà di esposizioni, particolarmente marcate nella metà occidentale del climat, che, insieme alla diversità di altezze e di suoli, rende parzialmente ragione delle differenze fra i vini delle diverse aziende.

Paesaggio da Rodàno, verso ovest.

A Rodàno le vigne, che ruotano attorno al corpo aziendale, coprono tutte le esposizioni tranne quella puramente a nord, con una prevalenza ovest e sud ovest; tuttavia questa parte del climat rimane più chiusa verso meridione dalla presenza piuttosto ravvicinata del rilievo in corrispondenza dei Sodi di Bibbiano e di quello, più importante, dove sorge Casale dello Sparviero. I terreni sono sedimentari di origine lacustre (presumibilmente pliocenici) e provenienti dal disfacimento dell’alberese. Le vigne sono comprese tra i 200 e i 350 metri sul livello del mare.
I vini hanno qui fiato particolarmente profondo, sfumature boschive, tannino potente e grintoso e tuttavia una trina olfattiva e tattile raffinata.

Vigna a Rodàno.
Da Rodàno, guardando a ovest, nord-ovest.

A Bibbiano il crinale individua due ampi versanti, esposti prevalentemente a sud-ovest l’uno e a nord-est l’altro, sostanzialmente asincroni, per una radiazione fotosinteticamente attiva (o P.A.R.: photosynthetically active radiation) più estesa di circa un’ora sul versante sud-ovest, dove per un’ampia porzione assomma fino a 2000 Mj/m^2, mentre su tutto il versante nord-est, detto di Montornello, oscilla tra i 1400 e i 1700 Mj/m^2. Le vigne insistono su questi due versanti, ad altezze comprese tra i 270 e i 300 metri di altezza, raccolte in un raggio di 500 metri, su sedimenti pliocenici di argille e arenarie, di origine limicola. Evidentemente i vini sono molto diversi sui due versanti, e meritano una trattazione separata, ma questa da questa dualità quasi opposta e dalla marcata estensione delle vigne sul versante nord-est discende, credo, il profilo particolare e ricamato del Chianti Classico Annata di Tenuta di Bibbiano, per il quale la critica ha sovente parlato di candore: la struttura, la potenza e l’articolazione del versante sud-occidentale sovrapposta alla florealtà e la freschezza del delle vigne a nord-est.

Bibbiano: le vigne di Montornello.
Da Bibbiano, verso ovest, nord-ovest.

A Lilliano l’ampia conca dei vigneti di Montornello si è ormai ristretta. Le quote sono più elevate e i vigneti, disposti intorno alla storica villa, si trovano tra i 270 e i 380 metri d’altezza. Sebbene le esposizioni siano varie ed includano porzioni orientate a settentrione, prevalgono quelle meridionali, da sud-ovest a sud pieno a sud-est. Inoltre, questa porzione del climat registra la massima apertura spaziale verso la Val d’Elsa e Siena, mancando rilievi di nota in quelle direzioni. Nei terreni calcareo-argillosi, i depositi pliocenici sfumano in quelli miocenici, con la costante del disfacimento dell’alberese che lascia abbondanza di scheletro. I vini di questa porzione del climat sono probabilmente i più strutturati e longevi, di particolare finezza. Sebbene possano risultare monolitici in gioventù se l’annata è calda, la riuscita è ottima anche nelle annate più fredde ed il Chianti Classico Annata non manca mai di corpo, grado, potenza.

Vigneto a Lilliano.
Da Lilliano, verso sud.

La vecchia via bianca di crinale ruota intorno alla villa di Lilliano, e prosegue in direzione di Rocca delle Macìe, dove, prima di intersecarsi con la SP 51, sorveglia dall’alto la vigna di Pian della Casina.

A Macìe la quota media delle vigne è 330 metri, con esposizione varia, ma in prevalentemente sud-sudovest. Anche qui l’apertura spaziale è eccezionale, con la particolarità di un quadrante sud-orientale molto aperto, arioso, luminoso, trattandosi dell’estremità est del rilievo del climat. Qui i terreni sono depositi schiettamente miocenici, composti da calcari marnosi con tessitura argilloso-sabbiosa, ricchi in scheletro e tendenzialmente alcalini, con un equilibrata compresenza di alberese e galestro. A Macìe si possono individuare almeno tre differenti porzioni di vigneti:

  • a ovest della SP 51 la conca della Vigna della Casina;
  • immediatamente a nord della sede aziendale;
  • immediatamente a sud di essa, il Vigneto Le Terrazze.

Non esistono in commercio etichette che derivino dal taglio dei vini di queste tre aree, quindi la tipizzazione è difficoltosa; tuttavia, generalizzando, ricordano in parte quelli di Lilliano, ma con una sfumatura più mediterranea ed una maglia strutturale più rilassata. Se blu traslucido è il colore dominante dei vini del climat, al quale nelle annate più calde si sovrappongono striature rubino, a Macie esse appaiono sovente e possono prendere la forma di ampie pennellate, quasi dominando.

Vigneto Le Terrazze a Macìe, porzione ovest, nord-ovest.

Inoltre, si sarebbe tentati di affermare che i vini della porzione occidentale del climat, che derivano da suoli pliocenici, abbiano una sapidità più evidente di quelli della porzione orientale, da suoli miocenici, ma si tratta forse di un azzardo.

L’evidenza di queste differenze interne al climat ha suggerito nei decenni l’individuazione di aree vitate ristrette, dai caratteri specifici, i vini delle quali sono imbottigliati separatamente: sono i Cru del climat RBLM.

4 – I Cru del climat.

Si descrivono qui in dettaglio i Cru rilevanti per la produzione di Chianti Classico; gli altri sono semplicemente citati.

A Rodàno, Viacosta: 7 ettari di suolo sedimentario, esposti a sud-ovest, ad un’altezza media di 300 metri. L’allevamento è a guyot, 5.000 piante per ettaro di età variabile tra i 14 e i 25 anni, condotte in regime biologico certificato. La varietà coltivata è esclusivamente sangiovese e i cloni utilizzati sono quelli del progetto Chianti Classico 2000. L’imbottigliamento separato fu suggerito da Giulio Gambelli. Il vino del Cru Viacosta, imbottigliato separatamente da Fattoria di Rodàno, porta le caratteristiche del Chianti Classico annata dell’Azienda (completezza, struttura, generosità, dialettica tra tratti materici ed eterei, rimandi boschivi) su un piano di complessità, potenza, stoffa, freschezza e finezza superiori, mirabili, straordinarie. Florealità di viola ed iris nettissima. Tannico in gioventù, già a 5 anni di norma sfoggia un profilo olfattivo e palatale sfaccettato, con notevoli capacità di invecchiamento.

Vigna Viacosta a Rodàno.

A Bibbiano, due Cru, entrambi condotti in regime biologico certificato e imbottigliati separatamente da Tenuta di Bibbiano.

Lo storico Vigna del Capannino, 7 ettari su argilla compatta e coerente di origine pliocenica, di colore grigio-azzurro, con alberese in forma scistosa, posti tra i 270 e i 300 metri sul livello del mare, con esposizione a sud-ovest, cioè rivolti verso la Va d’Elsa. Gode di un microclima mite e soleggiato in inverno, caldo e asciutto in estate, ma fortemente ventilato ed esposto al maestrale. Viti allevate a cordone speronato, in regime biologico certificato, 5.800 unità per ettaro con età media di 12 anni. Si tratta di un unico clone di sangiovese grosso originario di Montalcino e qui portato negli Anni Cinquanta da Giulio Gambelli, che è stato recuperato per selezione massale guidata dall’Università di Firenze: porterà ad una registrazione ministeriale esclusiva, una sorta di monopolio aziendale. Il vino è compatto e fitto; monolitico talvolta in gioventù, se l’annata è calda, ma complesso con il tempo: fiorisce tra i 5 e i 10 anni, mai prima, con una prospettiva di evoluzione favorevole, lunghissima, di almeno vent’anni. E’ sorprendentemente saldo e complesso anche nelle annate più fredde e piovose, riuscendo più avvicinabile anche in gioventù. Apparentato al Cru Viacosta per esposizione, ha simile impianto, ma sfumature diverse, percettibili ma difficili da tipizzare stante la differente mano enologica: azzardo tuttavia un profilo più luminoso, un tannino più dolce e arioso, ma una maggior timidezza in gioventù.

Veduta della Vigna del Capannino, a Bibbiano.
Dettaglio della Vigna del Capannino.

Vigne di Montornello: 15 ettari su argille sciolte di origine pliocenica di diversa formazione, di colore grigio, ambra, rosso, con alberese prevalentemente in forma di pillola e presenza di vene di gesso e di sabbia. L’esposizione è nord-est (quindi rivolta verso l’altura di Castellina e i monti del Chianti), con quote dai 250 ai 280 metri: ne risulta un microclima rigido e ombroso in inverno, esposto a grecale e tramontana; caldo e asciutto in estate, ma fortemente ventilato (ed esposto al maestrale), con una forte conversione termica tra giorno e notte. Si coltivano qui, a guyot, sangiovese, colorino, canaiolo, malvasia nera, malvasia bianca, e trebbiano, con densità tra i 5.800 e i 5.900 ceppi per ettaro. I cloni di sangiovese sono quelli del progetto Chianti Classico 2000. Il Sangiovese (la migliore selezione è imbottigliata separatamente dalle altre varietà) si esprime qui in modo più estroverso e gentile rispetto alla Vigna del Capannino, con una sinuosità quasi femminea, una complessità olfattiva e palatale evidente già in gioventù: i profumi sono più sul fiore e sui piccoli frutti rossi, la mineralità e la sapidità pungenti. Di contro, è più altalenante secondo l’annata: dinamico, piacevolmente nervoso e irresistibile nelle calde, in quelle fredde non trova l’armonia inscalfibile del Vigna del Capannino. Probabilmente è il Cru più particolare del climat, quello col fascino dell’irregolare e del ribelle.

Vigne di Montornello a Bibbiano.
Vigne di Montornello, al bordo della via di crinale.
Confronto tra i suoli di Vigna del Capannino e Montornello.

A Lilliano, sono stati individuati tre Cru, dei quali solo il Vignacatena, 1 ettaro esposto a sud, sud-ovest, a 280 metri sul mare e dedicato al Merlot, è imbottigliato separatamente da Tenuta di Lilliano, con l’IGT omonimo. Il Sangiovese dei restanti due Cru è imbottigliato in purezza solo da tempi recentissimi nel Chianti Classico Gran Selezione di Tenuta di Lilliano, credo dal millesimo 2016; al risultante taglio si riferisce pertanto descrizione del vino.
Essi sono:

  • Le Piagge, 3 ettari esposti a sud a 320 metri s.l.m, su suolo prevalentemente di alberese, dove il sangiovese è allevato con una densità di 5.000 barbatelle per ettaro, a cordone speronato in parziale conversione a guyot. 13 anni l’età delle piante.
  • Casina Sopra Strada, 3,6 ettari esposti ad est, sud-est, su suolo prevalentemente di alberese. Qui sono allevati sangiovese e colorino, allevati con una densità di 5.000 barbatelle per ettaro, a cordone speronato in parziale conversione a guyot. 14 anni l’età delle piante.
Vigneto a Lilliano.

Se l’assaggio del Chianti Classico Gran Selezione di Tenuta di Lilliano, unico rosso aziendale di Sangiovese in purezza, è probante, allora la continuità geosensoriale (citando un termine caro all’enologo francese Denis Dubourdieu), di questi Cru con il Viacosta e il Vigna del Capannino, – quelli siti, cioè, a meridione della via di crinale – è evidente: potenza, concentrazione e struttura monolitica, figlie delle temperature relativamente elevate e dell’argilla, unite ai caratteri donati dal calcare: estrema eleganza olfattiva e palatale, che lascia osservare una filigrana di dettagli preziosi e minuti già intorno al quarto, quinto anno, quando si evidenziano le note terziarie e ferrose, in sovrapposizione alla viola e alla ciliegia fresche, spesso all’agrume; ed un’acidità rilevante, ma ben integrata.

A Macìe sono stati individuati tre Cru, separatamente imbottigliati da Rocca delle Macìe.
Uno, il Vigneto Poggio alle Pecchie, vede i suoi 1,86 ettari esposti a sud tra i 350 e i 365 metri s.l.m dedicati al Merlot (prodotto e commercializzato come Roccato IGT); gli altri due sono invece votati al sangiovese.

Il Pian della Casina si trova immediatamente a valle della vecchia via di crinale ed è costeggiato, a oriente dalla SP 51, formando una conca vagamente a ventaglio. Sono 5,63 ettari esposti a sud tra i 340 e i 365 metri d’altezza, su suolo di depositi miocenici, calcari marnosi, argillo-sabbioso, alcalino, molto calcareo e ricco di scheletro di alberese. Il sangiovese è allevato a cordone speronato con una densità di 6.000 piante per ettaro. L’impianto è risale al 2000, con cloni SS-F9-A5-48, VCR 24, VCR 23, VCR19, VCR 30, su porta innesti 110 Richter e 1103 Paulsen. È imbottigliato come Sangiovese in purezza dall’annata 2015, come Chianti Classico Riserva Sergioveto.

Vigna Pian della Casina, a Macìe, in direzione nord-ovest.
Vigneto Le Terrazze, a Macìe, in direzione sud, sud-ovest.

Il vigneto Le Terrazze è uno scosceso lembo a sud-ovest della storica sede aziendale: quella anche l’esposizione dei suoi 3 ettari modellati a ciglioni, dai quali – tra i 330 e i 340 metri sul livello del mare – la vista in direzione di Siena è spettacolare per ampiezza e luminosità. Il suolo è molto simile a quello di Pian della Casina. Anche qui il sangiovese è allevato a cordone speronato, con una densità superiore: 6.500 ceppi per ettaro, impiantati nel 2004. I cloni sono VCR 23, VCR 19, VCR 30, su portainnesto 110 Richter. Il Sangiovese de Le Terrazze è imbottigliato separatamente dall’annata 2014, sotto l’etichetta Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli.

Anche a causa delle storia più breve di queste due etichette, mi è difficile delinearne caratteristiche, similitudini, differenze e percorsi evolutivi. Tuttavia, sono accomunati da una notevole potenza ed ampiezza, simile a quella dei vini di Lilliano, ma più marcatamente aperta, mediterranea, diretta, franca, abbagliata, in un sorso vellutato, rilassato: domina in loro la frutta rossa matura, ciliegia ed amarena, anche sotto spirito. Il vino de Le Terrazze, in particolare, è estremamente potente e la gioventù monolitica dei Cru meridionali dell’intero climat sembra qui assumere fattezze squadrate. Il vino di Pian della Casina, pur molto simile, a pari età è più slanciato e dettagliato, in definitiva più godibile ed abbinabile.
Sarà sicuramente interessante seguire il percorso evolutivo dei vini di questi due Cru, che si prospetta lungo, e il risultato nelle diverse annate: si tratta solo di un’impressione, ma i millesimi freddi potranno forse donare a questi vini benvenute sfumature dinamiche, che affianchino la loro generosità perentoria, quasi marittima.

5 – Le aziende, gli stili e un piccolo repertorio di degustazioni.

Fattoria di Rodàno
La sede aziendale è un casale di pietra basso e massiccio, a suo modo imponente, che appare improvviso tra gli alberi di una radura. La realtà è schiettamente agricola: trattori e aratri qui e là disseminati, cani e gatti in allegra compagnia, il recinto con le capre, i maiali bradi, i polli che beccano a terra e, tra loro, gli immancabili galli neri.

Se non è una fattoria nel senso toscano antico – pressoché impossibile oggi trovarne – pure si respira un’aria autenticamente agricola, quasi contadina.

Acquistata da Carlo Pozzesi dai Ruspoli Berlingeri nel 1958, attraverso il figlio Vittorio è giunta al nipote Enrico, persona schietta e autentico vignaiolo, che la gestisce per conto della famiglia, con l’aiuto ventennale di fidati collaboratori.

Rodàno.
Incontri a Rodàno.

Consta di 103 ettari, dei quali i 32 a vigneto sono tutti intorno alla sede aziendale, condotti in regime biologico dal 2007. Vi si coltivano sangiovese, canaiolo, colorino, cabernet, merlot, impiantati dal 1990 al 2008. Le rese sono, mediamente, tra i 50 e i 60 quintali per ettaro.

Vigna, ulivi e bosco a Rodàno.

In cantina le fermentazioni avvengono con i lieviti indigeni e per l’affinamento si usano primariamente botti e cemento.

La produzione di Chianti Classico si articola su:

  • Chianti Classico Annata e Chianti Classico Bottesola, 9/10 di Sangiovese con restante saldo di Canaiolo e Colorino.
  • Chianti Classico Viacosta, Riserva e non, Sangiovese in purezza.

L’Azienda, che fu seguita da Giulio Gambelli dal 1988 fino alla sua scomparsa, vede oggi Paolo Salvi, suo strettissimo collaboratore come enologo. Tra le aziende del climat Lilliano, è quella che ha tenuto con maggiore continuità lo stile gambelliano, declinato secondo modalità schiettamente artigianali.

Vini magari un po’ ruvidi in gioventù, con l’umoralità dei vini di vigneron, ma generosi, vibranti, viscerali, naturalmente eleganti, restituiscono in dettaglio e sfumature ciò che perdono in precisione. Manti di velluto che avvolgono il palato, quasi soffici e vaporosi nella qualità tattile; sensuali, carnali e insieme eterei, raffinati: dalla conciliazione di questi opposti traggono il loro fascino. Nelle parole di Enrico Pozzesi: “Fortemente legati alla loro identità e territorialità, con un rispetto assoluto della materia prima: l’uva“, segnano un batticuore per l’appassionato del Chianti Classico senza filtri, che abbia la pazienza di trovare questa azienda tra le meno mediatiche della Toscana.

Chianti Classico 2017: vino d’annata molto calda e secca, 15 gradi d’alcol. E’ rubino perfetto, splendente, così carico da avere riflessi porpora, che sfumano al mattone verso il bordo del bicchiere. Profumo molto intenso, etereo, dominato da: arancia sanguinella, ciliegia sotto spirito, lampone, carcadè; arricchito e sfumato da: viole appassite, cereali, macchia mediterranea, spezie piccanti e dolci in equilibrio, col pepe nero in evidenza, una tenue mineralità di tratto ematico e terroso. Sorso insieme caldo e fresco, ampio e tuttavia reattivo, salino, con un’acidità notevole in rapporto all’annata. Il tannino è ben presente, ma senza eccessi, ottimo per maturità, fittezza, finezza, eccezionale per il suo contributo, assieme a sapidità e acidità, nel bilanciare la morbidezza dell’alcol e per la qualità piacevolmente masticabile, che contribuisce ad un retrogusto d’uva sultanina, in una buona persistenza. Pur col sorso sciolto di un Chianti Classico Annata, ha un fiato complesso e profondo di una grande Riserva, rispetto la quale resta solo un debito di lunghezza. Vino di sicuro amore sulla Fiorentina. (25 aprile 2021).

Chianti Classico Riserva Viacosta 2016: vino d’annata equilibrata, estate calda con notti fresche, 14,5 gradi d’alcol. Rubino molto fitto, non impenetrabile, con gocciole fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha profumo intensissimo, schiettamente etereo e nettamente boschivo, con l’accenno di viola a striare amplissime pennellate di frutta rossa: ciliegia, amarena, lampone, arancia sanguinella e, più sfumati, fragola e ribes, tra i quali si insinua, nera, la mora selvatica. Danzano intorno i richiami più vari: pepe bianco e verde, origano, pomodoro, fungo, muschio, ruggine, terra, vello. Ha pieno corpo, stoffa, sale, acidità molto spiccata, un tannino abbondante, potente, grintosissimo. Il finale è molto lungo, sebbene ancora trattenuto dalla prestanza tannica.
Presumibilmente un vino ancora molto giovane e di lunga gittata, se dopo 24 ore è molto più armonico e assestato, i tannini più integrati, e nel profumo spiccano viola, iris e glicine, ariosi. (4 agosto 2021).

Chianti Classico Riserva Viacosta 2015: vino d’annata calda e asciutta, 15 gradi d’alcol. Rubino trasparente tendente al granato; gocciole fittissime, veloci e persistenti. Un fiato – anzi: un respiro – molto intenso, arioso, etereo, sfaccettato, distintamente boschivo e marino, che si sviluppa con le ore dall’apertura in una complessità favolosa. L’evidenza è frutta rossa – ciliegia e lampone – e fiori – viola e rosa – ma sfumano e si arricchiscono di arancia, chinotto, melograno e corbezzolo da un lato, di mimosa e tarassaco dall’altro. Poi una speziatura molto intensa: pepe nero e bianco in subordine, noce moscata, cannella, chiodo di garofano e coriandolo; note dolci, di candito da panforte e melata di bosco, si alternano ad altre più amare: salvia, ruta, tabacco, corteccia, resina, iodio, ferro, sangue.
Corpo pieno, di stoffa e di nerbo, dal sorso incredibilmente dinamico vista la mole strutturale ed il grado alcolico che lo rende un po’ impegnativo: ha una progressione incalzante e inarrivabile, tutta sul sale, con una acidità giusta, non altissima, molto ben integrata, e un tannino abbondante, di grande presenza e grinta, che frena ad oggi un po’ la persistenza sul finale, piacevolmente amaro e comunque decisamente lungo.
Un Chianti Classico all’antica, affascinante e multidimensionale, che, seppur buono all’apertura, vuole diverse ore di areazione per una piena espressione: dopo una giornata intera si amplificano le note fresche, con la cola, e le profonde, terziarie, col goudron; il tannino diviene più integrato e levigato, per un sorso più rilassato, sciolto, lunghissimo. Vino già oggi fantastico. (3 aprile 2021).

Tenuta di Bibbiano
Giungere a Bibbiano trasmette sempre un sentimento di rarefazione. Sarà la posizione, a cavallo tra i due versanti, con l’ampia distesa delle vigne di Montornello, che pare isolare la sede aziendale dal resto del mondo, o le quinte dei cipressi e dei pini, o ancora la villa padronale, segreta, distaccata, celata alla vista, ma questo sentimento esiste ed è fuso con una solarità schietta: Bibbiano è un dualismo che si ritrova nei vini, nelle persone e nello stile aziendale: l’ambizione parla una lingua più che contemporanea: visionaria, ma con una conoscenza ed una dedizione a gesti antichi che la radicano profondamente nella storia e nella tradizione. Forse proprio questa dialettica ha permesso la nascita di imbottigliamenti separati per Cru: nel 1988 la Vigna del Capannino (allora, Riserva) e Vigne di Montornello nei primi Anni Novanta (originariamente come Annata, single vineyard; ma già negli Anni Ottanta si imbottigliava un Chianti Classico Montornello selezionando uve sangiovese, canaiolo e colorino dall’intero vigneto aziendale).

Bibbiano: la sede aziendale.
Bibbiano: l’ingresso della villa, dalla via di crinale.

L’azienda è di proprietà dal 1865 della famiglia Marzi (oggi Marrocchesi Marzi); i fratelli Federico e Tommaso ne rappresentano la quinta generazione a Bibbiano. Tommaso, in particolare, è responsabile della gestione aziendale dal 2000.

Consta di 220 ettari, dei quali 33 sono a vigneto: 30 ettari equamente divisi tra il versante di nord-est (Montornello) e di sud-ovest (dove si trova la Vigna del Capannino), altri 3 sono nel poco distante Poggio a’Lupi. In fase di valutazione un nuovo impianto con esposizione fresca per i vini IGT, a Gaglianuzzo. Si coltivano intorno a Bibbiano: sangiovese, sangiovese grosso, colorino, canaiolo, malvasia nera, malvasia bianca del Chianti, trebbiano; il ciliegiolo sul Poggio a’ Lupi.

Il resto delle colture è rappresentato dall’olivo per l’imbottigliamento del proprio olio, e da 120 ettari di seminativo che producono sfalcio per mangimi bilanciati per allevamento bovino. Interessante notare come dal 1865 i confini della Tenuta, quelli poderali e le aree a bosco, siano rimasti immutati. E’ presente l’attività agrituristica.

Bibbiano: versante sud-ovest.

Tenuta di Bibbiano è associata al Consorzio Vino Chianti Classico dal 1948 e collabora da tempo con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali, Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze. Già dagli Anni Ottanta utilizza solo prodotti a basso impatto ambientale e fertilizzanti di origine organica: oggi l’Azienda è certificata biologica sia in vigna che in cantina. Il 70% dell’energia elettrica necessaria è prodotta da un impianto fotovoltaico, per un bilancio quasi nullo di emissioni di anidride carbonica.

La produzione di Chianti Classico si articola ad oggi su:

  • Chianti Classico Annata, da vigneti su entrambi i versanti aziendali, con rese di 70 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta in acciaio per circa due settimane ed affinato 12 mesi in cemento;
  • Chianti Classico Riserva, da vigneti su entrambi i versanti aziendali, con rese di 70 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta in cemento e acciaio per circa 3 settimane ed è affinato per 18 mesi, metà massa in cemento, l’altra in tonneaux;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello, dai vigneti sul versante nord-est, con rese di 45 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta per circa 3-4 settimane in cemento con rimontaggi, affina 24 mesi parte in cemento e parte in tonneaux, ed ulteriori 6 mesi in bottiglia;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino, dalla vigna omonima sul versante sud-ovest con clone monopolio aziendale, rese di 50 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta per 3-4 settimane in cemento con rimontaggi, affina 24 mesi parte in cemento, parte in tonneaux, parte in botte grande, ed ulteriori 6 mesi in bottiglia.

Tenuta di Bibbiano fu seguita direttamente da Giulio Gambelli dal 1942 al 2004, quando il testimone passò a Stefano Porcinai il quale, oltre a seguire la parte agronomica, aveva già affiancato il Maestro, che continuò tuttavia il rapporto con assaggi e consigli amichevoli negli anni seguenti. Dopo alcune stagioni con cambiamenti di squadra, si è giunti all’assetto attuale, con la parte enologica e agronomica seguite da un team composto dagli enologi esterni Maurizio Castelli e Luca Felicioni e dall’enologo interno Davide Biagiotti.

Storicamente la cifra stilistica dei vini di Bibbiano è stata quella di una raffinatezza estrema, una levità sinuosa e femminile che poteva piegarsi alle ragioni della potenza, secondo l’annata, ma non rinunciava mai ad una magica trina, sebbene rimanesse chiaro il beneficio dell’attesa in bottiglia, per la Vigna del Capannino in specie. E’ d’altronde evidente l’effetto dell’ampiezza del versante nord-est per ingentilire la trama e i profumi dei vini. Questa la memoria affidata ai vini delle vendemmie seguite direttamente da Gambelli ed immediatamente successive. Poi si è aperta una fase più complessa di assestamento stilistico coinciso con un considerevole aumento del numero di etichette, un esteso reimpianto dei vigneti e cambiamenti nel team tecnico.
Negli ultimi anni si è puntato risolutamente sul sangiovese in purezza per i Chianti Classico (ridimensionando i vitigni complementari) ed è stato ridotto e pressoché annullato l’uso delle barrique, preferendo a preferire cemento, botti grandi e tonneaux di rovere francese. D’altra parte, i lieviti utilizzati sono sempre rimasti quelli indigeni e le fermentazioni malolattiche mai avvenute nel legno. Il processo pare ora terminato con successo ed i vini sembrano riacquistare progressivamente focalizzazione e dettaglio.

Chianti Classico 2018, vino d’annata fredda e nevosa l’inverno, fresca e umida l’estate, calda e soleggiata d’autunno; 13,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente e luminoso, gocciole lente, fitte, minute, regolari. Profumo d’intensità media, sfaccettato, etereo, fresco, giovane ma in evoluzione: inizialmente chiuso, si svela con calma. Viola, ciliegia appena matura, melagrana, mela rossa, arancia; qualche cenno verde, come d’erba medica, si sovrappone alla finezza del pepe verde,e a sottili rimandi autunnali, di liquerizia e foglie secche. Sorso svelto e ritmato, di corpo superiore alla media, ma stretto tra un tannino abbondante e grintoso, di grana fine, un’acidità tagliente come una sciabola scintillante e tanto sale: in tale morsa, la lunghezza è discreta.
Un ottimo compagno della tavola, che trasmette una benvenuta sensazione di naturalezza e presumibilmente migliorerà con l’affinamento in bottiglia: a 27 ore dall’apertura, è più armonioso, con note nette di boeri, di bosco, di menta, di ferro. (2 febbraio 2021)

Chianti Classico 2008, vino d’annata complessivamente fresca, con estate calda ma ventilata e soleggiata; 13,5 gradi d’alcol. A 12 ore dall’apertura, è rubino trasparentissimo e luminoso, che vira appena al granato sull’unghia, il vino ruota nel bicchiere veloce e leggero, con lacrime estremamente lente e persistenti. Il profumo è di intensità mediana, ma etereo, prismatico e primaverile: tripudio di fiori in composizione perfetta: viole, gigli, garofani e rose; frutta rossa freschissima: susine, pesche noci, uva, un poco di arancia sanguinella, soave; erbe aromatiche appena colte: borragine, rosmarino, timo, menta; una speziatura raffinatissima ed equilibrata; ricordi lontanissimi di pelle conciata, castagne, tabacco. Sorso succoso – con un’evidenza quasi materica di lampone – croccante e scattante, leggero, fine, equilibrato, saporito, sinuoso, arioso teso, fresco, lungo, saldamente strutturato tra un tannino felicemente abbondante, ma filigranato, ed un’acidità fermissima, delicatamente distribuita sul palato. Un’armonia di forza e di grazia, un vino indimenticabile. Dovrebbe avere ancora un po’ di colorino e canaiolo insieme al sangiovese. Meraviglioso con cavolo nero e fagioli cannellini. (2 giugno 2016)
Riassaggiatane una bottiglia anni dopo, il 21 aprile 2021, conferma le sensazioni: ancora più profumato, arioso, sfaccettato, rarefatto, maggiormente virato sui terziari, benché ciliegia e lampone siano ancora ben presenti, è divenuto tutto una trina nuda, leggera e setosa, un dettaglio struggente e sinuoso, un’armonia minuta, ma di ampio respiro. Bello, profumato, fresco, lieve, sapido, armonioso, slanciato, profondo, longevo, è l’epitome del Chianti Classico annata.

Chianti Classico 2006, vino d’annata equilbrata, con punte di afa estive; 14 gradi d’alcol. Rubino molto trasparente, tendente al granato; forma gocciole rade, lente, persistenti. Profumo molto intenso, sottilmente etereo, con viole e rose fresche e appassite, e tanta frutta rossa in evidenza, ciliegie e susine, con sfumature nitidissime di arancia; e una speziatura dolce-piccante, raffinata e intensa: cannella, noce moscata, chiodi di garofano, pepe bianco, e nero primariamente; ancora, evidente, il tabacco, ed idee sfumate di resina, di macchia marina; tracce ematiche, ferrose, e di goudron . Di notevole corpo – con tannino abbondante, ancora grintoso, ed acidità decisa – ma l’attacco è delicato, si apre a centro bocca: ha stoffa. La persistenza, pur superiore alla media, è ancora un po’ frenata dal tannino, ma il sorso si chiude su ariosi refoli balsamici. Vino lento, che richiede le classiche 12-18 ore per dispiegarsi appieno, da assaggio attento perché finto semplice, si direbbe non ancora al massimo dell’evoluzione, benché meravigliosamente gastronomico a tavola, su carni succulente o sulle classiche vivande toscane. (11 aprile 2021, due bottiglie aperte, la prima pesantemente ossidata; le note di assaggio si riferiscono alla seconda).

Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molto fresche; 14,5 gradi d’alcol. Rubino luminoso con gocciole veloci, irregolari e persistenti. Ha un fiato molto intenso, profondissimo, articolato, netto, raffinato, giovanile ma in evoluzione, molto fresco, immediatamente illuminato da un tripudiare di fiori viola e rossi; poi la frutta rossa, fresca: il lampone, le ciliegie rosse; e, nitidi, gli agrumi: arancia, chinotto; sorprendenti: i fichi, verdi e neri; tra le spezie emerge il pepe bianco, si evoca la curcuma; tra le erbe, l’alloro; uno sfondo signorile di goudron. C’è qualche sentore del legno di affinamento, tra vaniglia e cioccolato, ma in presumibile smaltimento. Il sorso è finissimo, di gran corpo, nervoso, fresco, salino e succoso, insieme snello e muscoloso, con un tannino presente in gran quantità, ma croccante e gustoso come una novella del Boccaccio, ed un’acidità d’intensità notevolissima. L’arcata gustativa è tesa e dinamica, con una persistenza molto lunga, in un finale pulito, salato, riverberante, irradiante. Un grande vino, snello e muscoloso, forse più massiccio e tecnico dei vecchi Montornello (quando non erano Gran Selezione), che ha ottimamente accompagnato un roastbeef in una calda giornata estiva, a temperatura di servizio leggermente fresca. Interessante paragonarlo al Vigna del Capannino di pari annata, più baritonale: se Capannino è un violoncello, Montornello è un violino.

Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2014, vino d’annata complicata, con inverno mite, primavera ed estate notoriamente fresche e piovose, settembre e ottobre soleggiati, ma con frequenti piogge; 14 gradi d’alcol. Stante l’annata particolare, il colore è già granato con riflessi rubino, di media profondità, con gocciole fitte, lunghe e regolari sul bicchiere. Il profumo, di intensità superiore alla media, è suggestivo, stratificato, “freddo”: tabacco, ghisa, torba, note affumicate sono in bella evidenza, ma subito emergono, evidenti, i fiori secchi – le viole soprattutto – e le ciliegie; seguono agrumi: arancia e persino accenni di lime e pompelmo rosa. Con le ore si apre su fiori freschi, succo di pomodoro, pepe bianco, cioccolato fondente. All’assaggio, la struttura e la grana tannica sono quelle tipiche del climat di appartenenza, con generosità vibrante, equilibrio, tannino importante e di grana grintosa, un po’ ruvido. Appena aperto sembra un vino che gravita sulla terra, ma con le ore anche il sorso diventa più aperto e fresco, perdendo sovrastruttura e librandosi in trasparenza. L’acidità è superiore alla media, ma non altissima, ed il retrogusto di un finale di buona lunghezza lascia un senso piacevole di uva un po’ asprigna, non del tutto matura. Assai meno setoso ed armonioso del Capannino pari annata, rispetto al quale è più nudo e leggero, risulta tuttavia più concentrato rispetto ai Montornello degli Anni Duemila. Gli giovano alcune ore di areazione, perché diventa più nervoso e agile. (31 luglio 2021)

Chianti Classico Montornello 2009, vino d’annata fredda e nevosa l’inverno, primavera fresca, estate calda e ventilata, ma con notti fresche. A 12 ore dall’apertura è rubino tendente al granato, di media trasparenza, con gocciole irregolari, fitte, veloci, persistenti. Ha profumo sensuale, elegantissimo, di notevole profondità, complessità e ampiezza, vibrante e arioso, in evoluzione, dominato dai fiori: viola, rosa, glicine; e dalla frutta rossa più fresca (lampone, fragolina, ribes, ciliegia, susina), fusa ad arancia e melograno. Sottostante, un tappeto molto delicato di spezie e di erbe: prevalgono noce moscata e pepe, rosmarino e timo. Gentili del pari, il tabacco e la pelle conciata, il miele di millefiori e castagno, e lo spunto empireumatico: una fine terziarizzazione. Il sorso ha nerbo, slancio, pienezza, ritmo, guizzo, maestosità, souplesse, con grinta e finezza tannica, un’acidità mediana e diffusissima, armonico e rotondo dall’attacco setoso e delicatissimo, fino al finale equilibratissimo, con una piacevolissima sensazione di caldo-freddo. Un vino eccellente, di sontuosa classicità, superbo su coniglio e pollo arrosto. (10 gennaio 2021)

A sinistra: Vigna di Montornello 2014; a destra: Vigna del Capannino 2014. Significativa differenza visiva.

Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molto fresche; 15 gradi d’alcol. Rubino scuro e profondo, ma non impenetrabile, con gocciole lente, irregolari, persistenti. A 12 ore dall’apertura, è del tutto inscalfito e piuttosto monolitico, quasi un bel tenebroso: il profumo, dal tratto appena etereo, è di viola scura, ciliegia scura, susina rossa scura, pepe bianco, inchiostro, idrocarburo. All’assaggio è monumentale, la struttura è potentissima e compatta, con un tannino di qualità superba ed un’agilità notevolissima. Benché molto lungo, oggi sembra frenato in una morsa tra tannini ed alcol. Indubbiamente molto giovane e dal lunghissimo potenziale evolutivo, se comincia appena a rilassarsi tra il quarto e il quinto giorno dall’apertura, incredibilmente, trovando nei profumi una florealità più luminosa e compiuta, marezzata di arancia, ed un sorso di maggiore armonia e allungo. (19 agosto 2021)

Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2014, vino d’annata complicata, con inverno mite, primavera ed estate notoriamente fresche e piovose, settembre e ottobre soleggiati, ma con frequenti pioggie; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, deciso, dall’unghia granata, con gocciole molto lente, irregolari. E’ nettamente più materico e vistoso del Montornello pari annata, alla rotazione. Profumo “caldo”, di grande intensità, etereo e di ampio respiro, vibrante: rose e viole; frutta fresca, matura, e quasi confettura, ciliegie e prugne; una speziatura ricca, dolce e piccante, pepe e cannella, che giunge a refoli perfettamente ricamati insieme con l’incenso; con la cola che addolcisce gli accenti ferrosi ed un afflato agrumato d’arancia rossa, che – nitido, signorile, mediterraneo – con la terra, la pietra al sole, la pelle conciata, “brunelleggia”.
Il corpo è pieno, con tannino in quantità, maturo ed elegante, acidità spiccatissima, col finale proporzionato, assai lungo. Un vino buonissimo, potente ma agile ed elegante, rifinito e tuttavia naturale, che ad un giorno dall’apertura mostra una tenuta perfetta ed un profilo aromatico più floreale, di viola e lavanda. Eccellente, a sorpresa, appena rinfrescato, su vitello tonnato. Indicativa la sua diversa e più sicura riuscita, rispetto al Montornello, nell’annata piovosa. (1 agosto 2021).

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996, vino d’annata con inverno rigido ed estate piovosa, sostanzialmente equilibrata, ma fresca; 13 gradi d’alcol. Aperto con adeguato anticipo, è incredibilmente rubino, trasparente, luminoso, appena distinguibile qualche accenno al granato. Lascia sul bicchiere una sarabanda di gocciole molto lente, molto fitte, regolari, di solenne andamento. Profumo integro, intenso, sfaccettato, arioso, puro; rifinito e severo insieme, come la trina di un capitello altomedievale. La freschezza cristallina del lampone e della ciliegia maturi sfuma nei fiori appassiti, rosa e viola; si screzia eterea nei balsami del rosmarino, dell’origano, dell’alloro, della lecceta: foglie e cortecce; la dolcezza domestica, malinconica autunnale della farina di castagne diviene controcanto alla liquerizia e alle nobili profondità minerali della pietra assolata, del ferro, della polvere da sparo, del goudron; infine tenui note di spezie: aliti di brezza. Di gran corpo e grande stoffa, è rotondo, completo, equilibrato e leggiadro, con quel tratto sottilmente femminile che si ritrova nei Bibbiano più vecchi: la delicatezza dell’attacco setoso si modula nell’alata forza strutturale di un tannino sciolto e rotondo, ma ancora abbondante; nell’acidità notevole e tuttavia naturalmente distribuita lungo il palato; in una salinità puntuale, infiltrante, riverberante. Profondissimo, chiude la sua lunghissima arata gustativa su echi ematici, minerali e speziati: di pepe bianco e nero, noce moscata e cenni di cannella. Un vino disegnato con perfette proporzioni, che poeticamente scavalca l’analisi tecnica: un liquido eloquio da ascoltare trasognati. Serve tuttavia meravigliosamente la tavola su arrosto di faraona e piccione. Indimenticabile. (14 luglio 2020)

Tenuta di Lilliano
Lilliano è la maestà e il mistero: vi si giunga dal lungo viale di platani che termina con un esedra semicircolare di case rustiche, alle quali è quinta il cancello della Villa; vi si giunga da ovest, incontrando prima la candida e semplice fronte di alberese della Pieve di Santa Cristina, per poi giungere allo slargo dove, a valle, sta l’edificio basso della vendita diretta, mentre a monte il possente bugnato della Villa crea l’illusione di una fortezza inespugnabile; sempre quelle grandi finestre promettono interni sconosciuti incanti, fughe di stanze memori nell’oblio del tempo, cantine ombrose dove sedersi a piè di una botte godendo il fresco nell’odor dei vini; sì che vien voglia di bussare a quel cancello, scostarlo, sgusciar dentro di soppiatto, sperando nell’invito a proseguire ed entrare in quel mondo dalla lunga storia. Quelle medesime sensazioni, spesso, ritrovo nei Chianti Classico di Lilliano.

La villa di Lilliano: fronte principale.

Il complesso della fattoria, che domina l’abitato, ha origini fortificate, ma l’aspetto attuale è ottocentesco, anche se le evidenze murarie della rocca medievale sono rinvenibili in diverse parti della struttura. In antico, fu proprietà del Marchese di Toscana, poi della Badia di Poggibonsi, quindi dell’Ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze. Venendo ad epoche più recenti, la Tenuta di Lilliano fu acquistata dal Barone Berlingieri nel 1920. La principessa Eleonora Ruspoli Berlingieri comprese e valorizzò per prima il potenziale enologico della tenuta iniziando ad imbottigliare i vini di Lilliano nel 1958 e chiamando a collaborare Giulio Gambelli, il cui rapporto con l’azienda durò qualche decennio. Le etichette del Lilliano Chianti Classico rappresentano infatti gli stemmi araldici delle famiglie Ruspoli e Berlingieri. Oggi la proprietà della Tenuta di Lilliano è condivisa dai fratelli Pietro e Giulio Ruspoli, che la conduce dal 1989; il nipote Alessandro la rappresenta nei mercati internazionali.

La villa di Lilliano: il fronte con l’accesso alla cantina storica.

L’Azienda consta di 460 ettari, dei quali 40 a vigneto ed altri 10 con diritto di reimpianto, tutti nella zona di Lilliano. I vigneti stanno tra 270 ed i 380 metri con varie esposizioni: sud, sud est, Sud-ovest, Nord. Vi si coltivano sangiovese (cloni del progetto Chianti Classico 2000), colorino, canaiolo, merlot , cabernet sauvignon e petite verdot. L’età delle viti oscilla tra i 10 e i 20 anni, con alcuni ettari recentemente reimpiantati. Le densità variano tra i 3.000 e i 5.000 ceppi per ettaro, le forme di allevamento sono guyot e cordone speronato, le rese, in media, attorno ai 45 quintali per ettaro. Tenuta di Lilliano è certificata biologica e tiene molto alla sua anima polifunzionale: accoglienza, ambiente ed, oltre a vite e vino, altre colture e produzoni: olio extra vergine d’oliva, grappa, farro biologico, condimento balsamico.

Lilliano: verso i campi, a valle.

Nei suoi tratti fondamentali, la vinificazione prevede l’impiego di lieviti selezionati, fermentazione alcolica in vasche d’acciaio, fermentazione malolattica, a seguire affinamento in legno diverso per tipologia di vino. L’ultima fase di affinamento avviene in bottiglia.

La produzione di Chianti Classico, tutta da vigne intorno a Lilliano, si articola ad oggi su:

  • Chianti Classico Annata: 90% Sangiovese, 5% Colorino, 5% Merlot; affinato in botte grande e cemento per 12-14 mesi, breve affinamento in bottiglia a seguire.
  • Chianti Classico Riserva: 95% Sangiovese, 5% vitigni complementari; affinato in botte grande per 15-15 mesi, almeno 6 mesi di affinamento in bottiglia a seguire.
  • Chianti Classico Gran Selezione: Sangiovese in purezza, selezionato dalle migliori vigne aziendali (“Le Piagge” e “Casina sopra strada”); affinato in botte grande e tonneaux di rovere francese per 15 mesi, almeno sei mesi di affinamento in bottiglia a seguire.

Come detto l’azienda fu per molti anni nell’orbita di Giulio Gambelli. Attualmente la parte agronomica è seguita da Stefano Porcinai ad occuparsi e quella enologica da Lorenzo Landi.
Genericamente si può dire che a Tenuta di Lilliano, grazie all’abbondanza di esposizioni solatìe ed alla compresenza di argilla e calcare, si esprime in vini di straordinaria compattezza strutturale e tenuta nel tempo, potenti ed equilibrati, con una discreta riserva di freschezza sia aromatica che gustativa, di riuscita talvolta eclatante nelle annate meno calde. Tipiche le note di viola e ciliegia, che con l’affinamento si stratificano ad un afflato più minerale ed empireumatico. In gioventù possono talvolta risultare alquanto monolitici.
Chi scrive non ha avuto la fortuna di assaggiare i vini dell’epoca gambelliana, restringendo gli assaggi al periodo che va dalla metà degli Anni Duemila alle ultime annate in commercio. L’impressione è che lo stile in questo lasso temporale si sia mosso da vini molto tecnici, poco allineati allo stile del Maestro, imbrigliati in una ricerca di concentrazione e morbidezza, verso espressioni più sciolte, ariose, aggraziate e pure, senza rinunciare alla saldezza strutturale caratteristica di Lilliano: un cambiamento benvenuto, che origina vini piacevolissimi.

Chianti Classico 2018, vino da annata fresca ed equilibrata, estate umida, ma autunno caldo e soleggiato; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, luminoso, con gocciole fitte, veloci, resistenti, irregolari. A tratti etereo, giovanile, me in evoluzione, è profumatissimo di frutta rossa variegata, con accenni di frutta nera (mirtillo e mora, forse), con una notevolissima sezione agrumata: un nettissimo e sorprendente mandarino, insieme ad arancia, chinotto e il cedro accennato; ed una vena verde, come di zucchina fresca (un complimento, dico io), erbe aromatiche essicate, foglia di leccio e cipresso; poi, una nitida speziatura di pepe bianco e nero, un’indole sanguigna ed ematica e note minerali, di polvere da sparo, e refoli marini. Dopo 24 ore si fa strada una certa fragola, quasi da bubble-gum. Il sorso è generoso, molto salino ed equilibrato, con un tannino importante, grintoso e maturo, ma molto educato; un’acidità notevole, ma ben integrata; l’alcol non trascurabile, ottimamente gestito, per tutto l’arco gustativo che termina con un finale molto lungo, gustoso e pastoso di tannino. Un vino forse un po’ tecnico, nel quale si percepisce una vitalità imbrigliata con disciplina, ma è originale e di grande completezza: insomma, buonissimo, piacevole a tavola anche fresco e con un eccellente rapporto qualità prezzo, che mai guasta. (7 luglio 2021)

Chianti Classico 2017, vino da annata con inverno e primavera tiepidi e poveri di piogge, estate siccitosa e calda, con basse escursioni termiche notturne; 14,5 gradi d’alcol. E’ rubino di media trasparenza, discreta luminosità, gocciole sul vetro del bicchiere fitte, veloci, persistenti, irregolari. Un po’ chiuso inizialmente, richiede ore per aprirsi, e lo fa clamorosamente: inizialmente molto concentrato, sboccia con un profumo di intensità superiore alla media, in evoluzione, etereo, melodioso, molto sfaccettato, su toni scuri baritonali, che declinano l’annata calda in struggenti suggestioni terragne ed autunnali, sempre nobili, estroverse, luminose. Si svela poco a poco, con fascino sensuale: tanta rosa, tanta viola, tanta ciliegia sotto spirito; poi susina, foglie d’ulivo, carciofo alla brace, pomodoro essicato, pepe bianco e nero, mostarda, humus; cenni di macchia boschiva, di caffè, liquerizia, si legano a tratti balsamici, ematici ed absesto. Il sorso è bellissimo: carezzevole, rotondo, vellutato, avvolgente, con ritmo e souplesse, tuttavia la fibra è saldissima, maschia. Il corpo è pieno; il tannino è abbondante, ma finissimo e maturo, dolce; l’acidità è superiore alla media, ma è affondata celata nel corpo del vino, come la salinità. Resta accennato nel finale – molto lungo- un retrogusto di mirtillo e mora. Benché di impianto classico, è moderno e contemporaneo per evidenza e precisione del frutto: in questo fermarsi a mezza via, il pregio ed il limite di questo vino molto buono. (1 febbraio 2021).

Chianti Classico 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, vivido, acceso, con gocciole irregolari, lente, persistenti, lunghissime. Profumo molto intenso e articolato, sottilmente etereo, sulla frutta, rossa primariamente: ciliegia e arancia, ricamate di mora, mirtillo, chinotto. Danzano intorno la violetta, il rosmarino, la nota verde di menta ruta ed erbe montane (quasi caramella ricola), il pepe bianco, il batticuore di una cesta di verdure dell’orto (peperoncini, melanzane, zucchine, carciofi), absesto e refoli marini.
Il sorso è ampio e largo, strutturato, sapido con un tannino abbondante e molto levigato ed un’acidità notevole, con un finale molto lungo. Un insieme molto equilibrato, un po’ tecnico e statico, ma piacevole. (29 luglio 2021)

Chianti Classico 2007, vino da annata regolare e calda; 14,5 gradi d’alcol. Una nota d’assaggio presa al volo. Due bottiglie: il vino della prima è buono, molto statico. La seconda: vino sul frutto e ben teso, femminile, ma dall’incedere maestoso, ha stoffa. Un po’ controllato, comunque ottimo e di eccellente bevibilità, malgrado l’importante grado alcolico. (1 febbraio 2021)

Chianti Classico Riserva 2005, vino d’annata equilibrata e parzialmente calda; 14 gradi d’alcol. A nove ore dall’apertura si presenta di colore granato scuro, luminoso, con riflessi ancora rubino. Sul bicchiere, gocciole molto fitte, persistenti, solenni, regolari, ritmate, quasi un colonnato brunelleschiano. Il profumo è molto intenso, in evoluzione, ma la tenuta generale, a sedici anni, è eccellente. L’insieme è eclettico, distintamente etereo seppure in po’ contratto, malgrado l’apparente contraddizione: viole e glicine con un’evidenza quasi stordente, frutta rossa molto matura (molte susine, e ciliegie), rosmarino e origano, sedano, muschio e rafano, tabacco, foglie d’autunno ed una netta marcatura di ferro, di ghisa, ematica, con sfumature empireumatiche. Si nota ancora una certa laccatura da legno nuovo. Il sorso è di bellissima stoffa: c’è pienezza d’estratti e levità. Il tannino è ben presente ampio, maturo, regolare; l’acidità superiore alla media e la salinità notevole, entrambe affondate, avvolte nel corpo del vino. Il finale, di lunghezza adeguata alla tipologia, cioè superiore alla media, è equilibrato, ma su una nota di legno nuovo. A tavola è ottimo su preparazioni grasse: oca arrosto, fegatelli di maiale. (23 gennaio 2021)

Chianti Classico Gran Selezione 2017, vino d’annata con inverno e primavera tiepidi e poveri di piogge, estate siccitosa e calda, con basse escursioni termiche notturne; 14,5 gradi d’alcol. Un sangiovese in purezza color rubino trasparente e luminoso, con lacrime fitte, regolari, lente e persistenti. Ha profumo intensissimo, quasi opulento, etereo e terragno, in evoluzione, con viola e lavanda, ciliegia e lampone in grande evidenza, trapuntate da arancia e tante spezie, tra le quali emerge il pepe, bianco e nero; una balsamicità mediterranea e domestica, di cipresso, l’avvolge. Si avverte anche una speziatura di legni all’olfazione, ma magistralmente non si ritrova nel sorso, che è di gran corpo e stoffa: si muove elegantissimo e fresco, con un tannino in quantità notevole, ma levigatissimo, un’acidità superiore alla media, seppur non altissima (5,2 g/l), verso un finale molto lungo ed equilibrato. Un vino ottimo, perfetto avesse meno sentore di legno e più libertà: sarà interessante l’assaggio tra qualche anno. Buonissimo su coniglio arrosto. (7 agosto 2021)

Rocca delle Macìe
Arrivare a Rocca delle Macìe è una sensazione straniante: si è nel mezzo della Toscana e sembra di giungere alla fine del mondo. E’ che certi giorni, tra i casali di pietra ben ristrutturati che compongono il piccolo borgo, c’è un silenzio assordante rotto solo dal vento, sotto una luce di abbagliante solarità mediterranea; e se a ovest c’è la statale e la verde, morbida, ordinata macchia di pampini del Pian della Casina, a est il climat precipita ripido, perdendosi in macchie, vallecole, forre, mentre la visuale si apre verso un infinito dove si distinguono appena Monteriggioni, Siena, la Montagnola Senese ed, in fondo, quasi leonardescamente sfumato, l’Amiata.

Vigneto Le Terrazze, a Macìe.

L’Azienda è stata fondata nel 1973, quando Italo Zingarelli, celebre produttore cinematografico, acquista la tenuta “Le Macìe”: 140 ettari, dei quali solo due a vigneto. Il sogno di creare una vera azienda agricola lo spinge ad ampliare notevolmente il parco vitato e ad acquistare tenute in altra zone del Chianti Classico. Tramanda amore e passione per l’azienda ai figli Sergio, Sandra e Fabio. In particolare, Sergio inizia a lavorare a Rocca delle Macìe con il padre e dal 1989, insieme alla moglie Daniela e con la collaborazione della sorella Sandra. Segue un periodo di consolidamento ed affermazione sui mercati mondiali.

Oggi l’azienda dispone di circa 500 ettari, dei quali 200 coltivati a vigneto e 25 ad oliveto, suddivisi tra le sei tenute di proprietà: Le Macìe, Sant’Alfonso, la Riserva di Fizzano e le Tavolelle nella zona del Chianti Classico, Campomaccione e Casa Maria in Maremma nella zona del Morellino di Scansano. Altre produzioni solo l’olio extravergine d’oliva e il miele. E’ presente l’attività ricettiva. L’azienda è certificata FFSC22000V.5 ed è in fase di Certificazione per la Sostenibilità Aziendale Viva; è certificata biologica per la produzione dell’olio.

I 32 ettari vitati a Macìe, che hanno un’altezza media di 330 metri sul livello del mare ed esposizioni vari, con prevalenza sud e sud-ovest, sono coltivati a sangiovese, colorino, merlot e cabernet sauvignon, secondo i metodi di lotta integrata, senza diserbanti e concimi chimici dal 2000. L’età media delle viti è 20 anni, allevate principalmente a cordone speronato ed in parte a guyot, su suoli di depositi miocenici, composti da calcari marnosi con tessitura argilloso sabbiosa, ricchi in scheletro e tendenzialmente alcalini: una combinazione equilibrata di galestro e alberese. Qui il sangiovese ha una maturazione molto graduale e regolare, senza eccessi di vigore e poco soggetto ad attacchi di patogeni; tendenzialmente più tardivo rispetto ad altri terreni, molto equilibrato, con un’espressività nei vini di estrema luminosità mediterranea, pur mantenendo una struttura assai solida e compatta, con finezza tannica, profondità olfattiva e gustativa, freschezza, dovute all’elevata presenza di calcare nei suoli ed alla ventilazione.

Dal 1989 l’enologo è Luca Francioni con la consulenza di Lorenzo Landi; il responsabile agronomico dal 1997 Alfio Auzzi.

Sebbene le uve di Macìe partecipino del Chianti Classico Annata e Riserva Famiglia Zingarelli di Rocca delle Macìe, con quelle delle altre tenute aziendali in Chianti Classico, il climat è pienamente rappresentato dai due Chianti Classico prodotti col solo Sangiovese di Macìe:

  • Chianti Classico Riserva Sergioveto, Sangiovese in purezza del Pian della Casina, da rese di 50 quintali per ettaro (tra 0,8 kg e 1 kg per pianta), con fermentazione alcolica di 8-10 giorni e macerazione post-fermentativa di 15 giorni, fermentazione malolattica in cemento, affinamento in botti di rovere francese da 24-35 hl per 24 mesi, 12 mesi in bottiglia. Si impiegano lieviti selezionati. (Dati riferiti all’annata 2016).
  • Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli, Sangiovese in purezza del vigneto Le terrazze, da rese di 50 quintali per ettaro (0,8 kg per pianta), con fermentazione alcolica di 10 giorni e macerazione post-fermentativa di 18 giorni, fermentazione malolattica in cemento, affinamento in botti di rovere francese da 25 hl per 20 mesi, seguiti da altri 20 mesi in bottiglia. Si impiegano lieviti selezionati. (Dati riferiti all’annata 2016).

Da uve esclusivamente del climat Macìe, dal vigneto Le Pecchie, viene prodotto anche il Roccato IGT, Cabernet Sauvignon in purezza dal 2015 (dalla prima annata del 1988 era Sangiovese e Cabernet).

In tal senso, le massime espressioni aziendali sono i Chianti Classico dei Cru di Macìe: tra i vini del climat i più immediatamente solari, diretti, potenti e sul frutto: un frutto rosso abbagliante. Vini che al momento pongono forza, struttura e rotondità sopra a grinta e dettaglio, ma che molto probabilmente riserveranno piacevolissime sorprese tra qualche anno, con la permanenza in bottiglia. Purtroppo la storia breve di queste etichette – nella loro forma attuale – non mi ha permesso un’analisi più approfondita.

Come detto, Rocca delle Macìe è un’azienda di grandi dimensioni ed un’inevitabile apertura ai grandi mercati, nazionali ed internazionali, con circa 2,7 milioni di bottiglie annue su 15 diverse tipologie di vino, distribuite in oltre 50 paesi e con una rete di vendita in Italia che copre circa 3.000 clienti. Per comprendere lo stile dei vini di Rocca delle Macìe bisogna pertanto assaggiare una porzione rappresentativa della produzione. Chi scrive ha avuto una discreta familiarità con i Chianti Classico Annata aziendali dalla fine degli Anni Ottanta ai primi anni Duemila, perché erano in lista al ristorante paterno: erano prodotti piacevoli, affidabili, inclini talvolta allo stile dell’epoca che già cercava colori fitti e concentrazioni bordolesi. Ritrovarli dopo tanti anni più definiti, puri, dettagliati, freschi, solari è stata una piacevolissima sorpresa: difficile bere meglio nella medesima categoria di prezzo e reperibilità: 970.000 bottiglie nell’annata 2018. È interessante notare anche come i vini di punta siano stati rimodulati, dagli IGT in voga negli Anni Novanta, dove il Sangiovese compartecipava, maggioritario o meno, coi vitigni internazionali, ad espressioni di Sangiovese in purezza sotto la denominazione Chianti Classico (con le sue possibili declinazioni), o, nel caso del Roccato IGT, di solo Cabernet Sauvignon, e come, per essi, l’impiego della barrique sia stato limitato o del tutto annullato. In parallelo, la pratica dell’imbottigliamento per Cru o single vineyard: vale la pena citare il piacevolissimo, morbido Chianti Classico Tenuta Sant’Alfonso (Sangiovese in purezza da terreni argillosi tra Castellina e Poggibonsi, affinato in botti di 35 hl), il profumato e dinamico Chianti Classico Gran Selezione Riserva di Fizzano (Sangiovese affiancato da colorino, che dal 2015 ha sostituito il Merlot, proveniente da vigne del versante occidentale di Castellina, ma più alte di Macìe, con terreni più sabbiosi e sassosi; viene affinato parte in botte grande e parte in barrique).
In sostanza, è raro trovare in aziende di simili dimensioni vini altrettanto territoriali e rifiniti; d’altra parte, giocoforza audacie espressive e preziosismi sono evitati, preferendovi una rassicurante solidità tecnica e quella ricerca di potenza che qualifica immediatamente il rango del vino anche al palato non esperto.

Dettaglio del Pian della Casina.

Chianti Classico Riserva Sergioveto 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, con un profumo molto intenso di frutta rossa, primariamente ciliegia, e floreale in second’ordine, che emerge col tempo: viola soprattutto, e rosa. E’ un bouquet in evoluzione, dove sono ben presenti macchia mediterranea (netti rosmarino e alloro), olive al forno, pomodori secchi, tabacco, liquerizia, cacao amaro, ed una speziatura dolce, tra cannella e noce moscata, che addolcisce il severo fondo minerale. A 18 ore dall’apertura emergono note più gravi e profonde, di terra bagnate e di cereali. Il sorso, invece, si direbbe già subito pienamente formato e godibile: tattilmente dolce, di gran corpo e con tanta polpa, con un tannino abbondante, ma estremamente fine e vellutato, un’acidità notevole e ben celata, un finale pulito, lungo, appena un po’ caldo. Un vino importante, ma di immediata piacevolezza, nel quale si sente l’apertura luminosa e mediterranea della zona, la finezza dovuta ai suoli ed il sostanziale equilibrio. Richiama per certi aspetti il Montornello, ma, più ampio, più caldo, ha meno trina, dettaglio. Produzione nell’annata di 6.600 bottiglie. Ottimo su un bollito di cimalino di chianina e mallegato della macelleria Viti di Chiesina Uzzanese. (14 febbraio 2021).

Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molo fresche; 14,5 gradi d’alcol. Produzione nell’annata di 5.944 bottiglie bordolesi,136 magnum, 25 jeroboam. . A 12 ore dall’apertura, è rubino trasparente con riflessi tra porpora e arancio, con gocciole lente, fitte, regolari, veloci. Ha fiato etereo, molto profondo e molto concentrato, in evoluzione, principalmente sui primari tuttavia, con violetta e rosa, e tanta frutta rossa in evidenza: ciliegie e lamponi, ai quali son corolla la susina, il cocomero, il fico, il corbezzolo, il gelso. Dopo altre sei ore emerge una speziatura dolce da panforte, ma con spunti più piccanti, fino allo zenzero: noce moscata, chiodi di garofano, cannella, pepe bianco e nero; nel complesso delicata, con qualche traccia di legno d’affinamento e confetto. Poi, accennati e stratificati, la balsamicità del rosmarino, i cereali, il terriccio, il goudron, sentori empireumatici. Di gran corpo e struttura, è privo di asperità, con grande concentrazione ed avvolgenza, ha un tannino abbondante ma molto vellutato, acidità e salinità notevolissime, ma celate nel corpo. La persistenza è molto lunga, con un finale assai equilibrato, sul tannino, con ritorni piacevolmente ammandorlati, da ricciarello senese. L’impressione è d un vino assai calibrato tecnicamente, al quale manca oggi un po’ di scioltezza per liberarsi dalla confezione. Averne un’altra bottiglia, si scommetterebbe su un riassaggio tra 15 anni. Validamente ha accompagnato arrosto d’agnello con patate al forno. (28 febbraio 2021)

Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Produzione nell’annata di 10.500 bottiglie. Rubino profondo, con riflessi porpora, lacrime lentissime, ravvicinate, fitte, regolari. Profumo di perentoria concentrazione, palesemente in fase aurorale della sua evoluzione (come giusto per un vino da riserva), offre una nota distinta di viola e glicine, sovrastata da frutta eminentemente rossa e, in subordine, nera: ciliegia e susina, con striature d’arancia. Emergono, più lievi, le spezie: pepe bianco e nero, noce moscata; la cola, il cuoio, la liquerizia, cenni di foglie d’olivo e di affumicato, su un sottotraccia minerale. All’assaggio è di gran corpo, concentrato, tuttavia fresco, flessuoso, di sostanziale equilibrio: il tannino abbondante e vellutato, l’acidità notevole, in relazione con le caratteristiche dell’annata, la lunghezza buona, adeguata per l’ambiziosa tipologia. Conferma le impressioni dell’annata 2016 in questa etichetta: vino da invecchiamento, con profumi da farsi e bocca in equilibrio, in continuità con le altre Gran Selezioni e Riserve del climat esposte principalmente a sud, sud-ovest: ad esempio, Vigna del Capannino. Ottimo compagno, oggi, di una bistecca alla fiorentina. (20 febbraio 2021)

6 – Conclusioni sul climat RBLM.

Si voleva dimostrare che le aziende Rodano, Bibbiano, Lilliano e Rocca delle Macìe insistono su un medesimo climat, utilizzando la definizione di climat impiegata dall’UNESCO per la Borgogna.
Attraverso l’analisi della storia, della geografia (anche nelle accezioni geologiche e climatiche), della viticoltura, delle Aziende e tipizzando i vini secondo un approccio geosensoriale, con il supportto di un piccolo repertorio di degustazioni, si crede di aver portato abbastanza elementi per individuare in questo angolo meraviglioso di Chianti Classico un’unicità che meriterebbe di venir valorizzata da una specifica Unità Geografica Aggiuntiva.

Certamente esistono differenze importanti all’interno del climat, e si è cercato di renderne conto. Si potrebbe guardare ad esse e concordare con le parole di Enrico Pozzesi, di Fattoria di Rodàno: “Riconosco che il mio è un punto di vista da produttore contadino, ma mi sembra già troppo vasta la zona Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe per potere indentificare dei caratteri unitari di questa zona“. Noi, però, quei caratteri unitari li abbiamo cercati ed abbiamo la presunzione di averli trovati, bene allineandoci alla definizione UNESCO di climat:

  • nella situazione microclimatica e geomorfologica: solatìa, a ridosso dei monti, ma influenzata dal mare, con pendenze coerenti ed una fascia altimetrica dei vigneti ricompresa tra i 200 e i 380 metri, ma con una concentrazione tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare;
  • nella matrice argillosa dei suoli, con presenza calcarea, su un’antica linea di spiaggia;
  • nella storicità dei confini delle Tenute, delle unità poderali e dei vigneti, che insistono sui medesimi appezzamenti da decenni almeno;
  • Nel “saper fare” umano, influenzato dalla figura di Giulio Gambelli (onde la centralità del Sangiovese, di selezionati autoctoni, di una certa misura espressiva) e sensibile alla sostenibilità ambientale;
  • Nelle caratteristiche gustative dei vini, che uniscono tratti di armonia, equilibrio, freschezza ad una intensità matura, struttura solida e sorso generoso, annata dopo annata.

Bisogna altresì riconoscere i limiti di questa trattazione. Lo scrivente si occupa di vino da amatore: sicuramente un professionista, dedicandosi alla materia a tempio pieno, potrà attingere a più informazioni di prima mano e compiere più lunghe ricerche. Allo stesso modo, la valutazione dei vini andrebbe svolta con una solida metodologia, familiare a chi si occupi professionalmente di misure e che, per ovvi motivi, non mi è stata possibile: analisi chimico-fisiche ed assaggi pianificati in panel, in condizioni controllate, con valutazioni statistiche e coerenza e profondità di annate; addirittura, possibilmente, valutando campionature soggette a minimi interventi enologici, parcellizzate.

Lascio appunto a chi nel mondo del vino ha la sua professione primaria la sfida di un approccio più approfondito e scientifico, nella speranza che l’amico lettore – col quale mi scuso per errori ed omissioni – apprezzi intanto l’onestà intellettuale dello sforzo compiuto: un piccolo atto d’amore per un grande territorio.

L’ultima sfida, qualora fosse universalmente accettata l’unità del climat RBLM e si volesse sancirlo in Unità Geografica Aggiuntiva, sarebbe trovargli un nome adeguato: giacché “Lilliano”, come viene spesso indicato in letteratura, è un marchio registrato aziendale, ed l’ipotetico “Pieve di Santa Cristina” plausibilmente porterebbe a confusione con altri ben conosciuti vini. Perché allora non intitolare proprio a Giulio Gambelli la via di crinale tra Rodano e Macìe e da essa discendere il nome del climat?

Capitolo V – Nel più bel sogno: una nuova legislazione per il Chianti Classico ed oltre.

“La beuté d’un vin doit etre l’expression et la compréhension d’un lieu, la main de l’home est un affaire de style“. Stéphane Derenoncourt, Le gout retrouvé du vin de Bordeaux.

Il futuro del Chianti Classico risiede nella sua storia e nel suo territorio: pur tenendo conto delle dinamiche locali, costituite da imbottigliatori, grandi aziende, fattorie, piccole produzioni poderali, bisogna riportare il Chianti Classico a rappresentare un luogo, o, almeno, riallacciare la produzione a un luogo. Questo è possibile solo valutandone i vantaggi economici, perché i climat sono sempre l’invenzione di una società, basata sulla produzione e sul commercio del vino, che ne ha riconosciuto la validità come strumento di crescita comune e che, pertanto, nel tempo si è impegnata a tutelarne l’unicità e la promozione.

L’introduzione del concetto di Unità Geografiche Aggiuntive è stato l’evento più atteso da chiunque ami questo territorio e i suoi vini, ma c’è ancora molta strada da percorrere. Anzitutto, sarebbe importate poter utilizzare le UGA non solo per la Gran Selezione, ma anche per le tipologie Riserva e Annata. Inoltre, come scritto in precedenza, ci sono altre potenziali UGA che meritano di essere sancite e, per ciascuna di esse, serve una letteratura atta a portarle a conoscenza del pubblico.


Si vorrebbero vedere valorizzate con una DOC e chiaramente legate al territorio anche altre produzioni di alta qualità, del tutto confacenti ad una lunga traduzione, che oggi sono derubricate a IGT Toscana, perché anch’esse contribuirebbero a rinforzare l’identità del territorio, frantumando il concetto di vino tipico, duro a morire: ipotetiche denominazioni come “Bianco del Chianti Classico”, o “Rosa del Chianti Classico” o, ancora più risolutamente, “Malvasia di Castellina in Chianti”, “Canaiolo di Panzano in Chianti”, cioè col legame territoriale il più possibile in evidenza e con l’attenzione ai vitigni autoctoni.

Ancora, lo stile delle tipologie Chianti Classico che si vorrebbe trovare è quello legato ai valori tradizionalmente legati al territorio: freschezza, finezza, eleganza, mineralità, sapidità, raffinatezza, troppo spesso ancora oggi diluite dalla ricerca di un tipo costante da proporre sui mercati o dalla ricerca di un gusto internazionale. Esiste – legato anche ai cambiamenti climatici, ma non solo – un problema di concentrazioni e gradazioni eccessive che minano la bevibilità, specie dei Chianti Classico Annata: l’impiego di una percentuale di uve bianche, all’uso antico, potrebbe essere un buon aiuto e tale opzione meriterebbe il reintegro nella DOCG, invece di condannare i buoni vini in tal modo prodotti, che non mancano, a un insipido Toscana IGT.

Dicevano i miei vecchi, quand’ero bambino: “In Toscana è tutto Chianti“: sicuramente, lo capisco ora, si riferivano inconsciamente a quel concetto di vino tipico, prodotto appunto alla maniera del Chianti, cioè – incrociando diverse testimonianze storiche – da viti collinari, allevate basse (ad alberello, a capovolto toscano, a guyot) per un vino: secco; di corpo e di grado, ma non eccessivi; profumato e fresco; ragionevolmente serbevole; dove il sangiovese giocasse il ruolo primario. Anzi, avendo sentito ripetere quel “In Toscana è tutto Chianti” persino nelle pianure pistoiesi e maremmane, credo che per i vecchi il termine “Chianti” fosse, veramente, sinonimo di Sangiovese.

Proprio dal Sangiovese, dunque, si deve ripartire per la massima esaltazione territoriale: questa potrebbe essere appunto la miglior chiave di lettura per la tipologia Gran Selezione, abbinandola alla menzione geografica aggiuntiva: ricercando, più che modelli precostituiti, l’identità del territorio tramite il vitigno principe di questi luoghi, che sa essere, come nessun altro in zona, specchio trasparente. Il recente cambio del disciplinare, che prescrive ora di utilizzare per la Gran Selezione nove parti di sangiovese e solo vitigni complementari autoctoni per la restante, vietando quelli internazionali è un passo nella giusta direzione, fors’anche un compromesso accettabile.

Infine, la vexata quaestio del nome Chianti, utilizzato per vini che nascono fuori dal Chianti Classico.
Intelligentemente i produttori del Chianti Classico dovrebbero far rete con i migliori produttori di vino Chianti, sulla base delle stesse esigenze di riconoscimento e promozione territoriale, svuotando dall’interno il significato del vino tipico Chianti “non classico”: basterebbe, in una fase di transizione, porre l’accento sulla sottozona, ad esempio Rùfina – Chianti, o Colli di Firenze – Chianti, senza altrimenti toccare il disciplinare, per arrivare un giorno, ai Rufina, ai Montalbano, ai Montespertoli, e via discorrendo.

Forse tutto questo è solo un bel sogno, ma la Toscana, l’Italia, lo meritano.

Ringraziamenti, Disclaimer, Fonti.

Ringrazio vivamente le aziende Fattoria di Rodàno, Tenuta di Bibbiano, Tenuta di Lilliano e Rocca delle Macìe (e le rispettive Proprietà), che mi hanno fornito tanto interessante materiale sul quale lavorare.

In particolare, per aver pazientemente risposto alle mie domande, ringrazio:

  • Enrico Pozzesi (Rodàno);
  • Tommaso Marrocchesi Marzi (Bibbiano);
  • Francesca Rossi (Lilliano);
  • Thomas Francioni (Rocca delle Macìe).

A Tommaso, che è anzitutto un caro amico, va un ringraziamento speciale per avermi stuzzicato a scrivere questa disamina, incoraggiandomi, dedicandomi tempo e mettendomi in contatto con le altre tre aziende.

Sottolineo che ogni concetto o giudizio esposto è frutto del pensiero dello scrivente e non riflette necessariamente, in tutto o parte, né il pensiero delle persone citate nei ringraziamenti, né delle rispettive Aziende.

Circa i vini dei quali si sono riportate le note di assaggio, sono stati tutti regolarmente acquistati come privato acquirente in più riprese, tranne tre di Tenuta di Bibbiano, gentile omaggio di Tommaso in due diverse occasioni tra l’aprile del 2019 e il maggio del 2021:

  • Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2016;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2016.

Tutti i vini sono stati conservati nella mia cantina più o meno a lungo e degustati in vari momenti, per lo più a tavola, in compagnia, con pro e contro del caso.

Per la tipizzazione dei vini, oltre alle note di degustazione riportate, sono ricorso alla memoria di altri assaggi effettuati negli anni in occasioni disparate ed a quanto disponibile in letteratura.

Le informazioni utilizzate, oltre a quelle fornite dalle Aziende, sono state reperite in rete e su libri. Tra le varie pubblicazioni consultate, segnalo:

  • Chianti Classico, di Bill Nesto e Frances Di Savino; University of California Press;
  • Guida al Chianti, di Giovanni Righi Parenti; SugarCo Edizioni;
  • Atlante del Chianti Classico, di Enrico Bosi; Sansoni;
  • Alla ricerca del “vino perfetto”: Il Chianti del Barone di Brolio, di Zefiro Ciuffoletti; Olschki;
  • Native Wine Grapes of Italy, di Ian D’Agata; University of California Press;
  • Le strade del Chianti Gallo Nero, di Brachetti, Morelli, Stoppani; Bonecchi;
  • Il Chianti; Le Lettere;
  • Mappa del Chianti Classico; Alessandro Masnaghetti, Enogea;
  • Il Chianti, di Giovanni Rezoagli; Società Geografica Italiana;
  • Geologia dell’area compresa tra Siena e Poggibonsi “Bacino del Casino”, di Bossio, Mazzei, Salvatorini, Sandrelli; Atti Soc. tosc. Sd. nat.. Mem., Serie A (2000-2002)
    pagg. 69-85, figg. 8;
  • Argille Azzurre, di Faloni, Petti, D’Ambrogi; CNR;
  • Il Sangiovese del futuro; Fondazione Banfi; Actes Sud;
  • Giulio Gambelli, l’uomo che sapeva ascoltare il vino, Carlo Macchi; Slow Food Editore;
  • Le Gout Retrouvè du vin de Bordeaux Jacky Rigaux e Jean Rosen;
  • Les climat du vignoble comme patrimoine mondial de l’humanitè, a cura di Jean.Pierre Garcia, Editions Universitaires de Dijon.

Le fotografie sono mie.

La riproduzione, anche parziale, di testo e immagini, è riservata.

Appendice – Le annate nel climat RBLM

La tabella sottostante è stata creata dall’autore, sintetizzando il giudizio descrittivo sulle annate espresso singolarmente dalle aziende Rodano, Bibbiano, Lilliano, Macìe. Valutazione crescente da * a *** .

Chianti Classico 2008, Castello della Paneretta, 13,5 gradi.

Giovane era buonissimo, di proporzioni perfette. L’avevo riassaggiato un lustro fa: sempre buono, ma come in muta verso nuove simmetrie. Oggi è stupefacente: un fiato profondo e suggestivo, un’arcata soave tra primavera ed autunno, dai fiori alle zolle lavorate; ma il sorso è pura seta, evocazione di aria, acqua e fuoco, equilibri cristallini, slancio e delicata maestà. Nella mia piccola esperienza, oggi, quella bottiglia, uno dei migliori Chianti Classico mai assaggiati.

(Qui il mio post precedente su questo Chianti Classico: https://taccuindivino.wordpress.com/2015/04/12/chianti-classico-castello-della-paneretta-2008/)

Bandol 2008, Domaine de Terre Brune, 13 gradi.

Sole, vento, mare, libertà, vacanze, barche a vela, brindisi: queste le immagini che vien naturale associare ai rosati di Provenza, quasi spezzoni di un sogno o di una memoria che si inseguono vividi ma senza un ordine logico , senza rispettare alcuna linea temporale, come in una musica di Debussy.
Affascinate pensarli in questi termini – e goderli appunto come si suole giovani, l’estate, freschi e profumati su un’immancabile bouillabaisse o sulle moules marinière- ma si rimane un po’ sulla superficie del luogo comune.
Si può andare invece un po’ più a fondo ed osservare una realtà un po’ più sfaccettata e complessa, specialmente se si parla di Bandol. Questa città portuale è stata in secoli passati celebre forse quanto Bordeaux per i suoi vini, che naturalmente erano prodotti nelle terre all’interno per diversi chilometri, dalla vasta zona semicollinare che sta subito dietro alla costa, fino alle ripide colline che formano un anfiteatro perfettamente esposto al sole e al riflesso marino, riparando al contempo dai freddi venti del nord. È il regno della nera e tannica Mourvèdre, una tra le varietà col più lungo ciclo vegetativo, che esige luce e calore in abbondanza per una perfetta maturazione. Ed i rossi erano e sono vini longevi, naturale perciò aspettarsi anche dai rosati una certa longevità. Questo Bandol 2008 di Domaine de Terre Brune, Mourvèdre al 50% con Grenache e Cinsault  fornisce l’occasione di una verifica e il produttore sembra farvi affidamento, specificando in etichetta una possibilità di invecchiamento superiore ai dieci anni. L’acquistai appunto in Costa Azzurra molti anni addietro, rimandandone l’apertura non per sfida, ma comunque incoraggiato appunto dall’etichetta. E  rimosso il tappo ancora integro ed elastico, lo trovo color ramato; sul calice, più che gocciole, un velo che si ritira. È il profilo di un vino rosato con un’età, come si rivela anche all’olfatto, dove la filigrana non è quella fresca della gioventù, ma quella più morbida e segreta della maturità. L’intensità aromatica è notevole: ricorda arancia, limone e cedro canditi; c’è della fragola e in grande lontananza dell’amarena sotto spirito; tronchetto di liquerizia e noce moscata; un tocchi di maggiorana; caramello, forse lievissimo un sentire di pelle conciata e tabacco. All’assaggio è di classe: ha una consistenza setosa ed è molto armonico, rotondo nelle sue dimensioni: di corpo  medio, l’acidità è rilassata, ma il vino si mantiene intimamente fresco, perché l’alcol è molto bene integrato ed il vino è assai salino, continuando a sollecitare piacevolmente il palato per tutto il sorso, persistendo a lungo e con un ottimo bilanciamento delle sensazioni finali. Questo Bandol riverbera una bellezza appena un po’ sfiorita, ma alla quale il tempo ha aggiunto distinzione, persino un certo fascino. Ti prego, amico o amica che mi leggi, bevilo fresco sì, ma non troppo fresco: guai! Lo tenterei osando un poco su selvaggina da penna, ad esempio su una terrina di piccione. Ecco, il tempo. Forse è stata giusta la lunga attesa, se guardo alla storia di questo Domaine de Terre Brune, dal colore delle argille che coprono per un paio di metri gli strati di calcare. Georges Delille vi giunse nel 1963 e si innamorò di quegli ulivi secolari e di quelle vigne abbandonate; e dei campi ricchi di fiori e di una casa contadina né maestosa, né bella. Iniziò un lungo lavoro per recuperare le vigne, ricostruendo persino i terrazzamenti in pietra. Ci vollero almeno dieci anni per il vigneto, la nuova cantina nel 1975, le prime bottiglie commercializzate nel 1980. Ricorda, amico o amica che mi leggi: siamo a due passi dal mare della Costa Azzurra, avesse Georges Delille perseguita una speculazione edilizia, avrebbe guadagnato di più e con minor fatica: un bel resort di lusso, ad esempio. Il cemento è il grande nemico dei vigneti di Bandol come di tante altre vigne storiche: qui le villette a schiera per i turisti, altrove i capannoni che cingono i pampini d’assedio; oppure, triste, inesorabile, l’abbandono. Si potrebbe e si dovrebbe scrivere un libro sui vini da salvare. Questo Bandol di Domanine de Terre Brune, intanto, è un vino che resiste.

Umbria IGT Trebbiano Vignavecchia 2008, Zanchi, 13,5 gradi.

image

Siano pure di moda in Italia i vitigni autoctoni (cioè quelli nativi di un certa zona o lì insediati da centinaia di anni) essa non pare tocchi il Trebbiano, uva da vino considerata ultima tra le ultime: stenta amaramente a scrollarsi di dosso una nomea non solo povera e popolana, ma persino di qualità scarsa e di carattere peggio che volgare: anonimo. Laddove persino le uve da Lambrusco son riuscite – voltare in giusta nobiltà un portato indubbiamente proletario – il trebbiano sembra impossibilitato. Nè l’aiutano i cugini francesi, che lo chiamano cacofonicamente ugni blanc e lo distillano per ottenere Cognac. Vero è che parlando di Trebbiani in realtà ci si riferisce a una famiglia intera di uve. Dunque: c’è il Trebbiano di Lugana, che però è parente stretto del verdicchio e difatti, un poco snob, negli ultimi anni ha deciso di farsi chiamare trubiana; così, per differenziarsi. Anche il Trebbiano di Soave in realtà è più che altro imparentato col verdicchio; e poi lui più che altro se la intende con la garganega, alla quale si sposa con profitto e ne riceve i suoi quarti di nobiltà. C’è poi il potente trebbiano d’Abruzzo, ma il suo principe, cioè il Trebbiano d’Abruzzo di Valentini, vulgata vuole che sia in realtà bombino; mah…La frontiera è il trebbiano spoletino, originale e dal chicco piccolo: questo sì è amato dall’enofilo alla moda, ma è una nicchia all’interno della nicchia dei vini bianchi umbri di qualità: insomma, una snobberia al quadrato, seppur motivatissima. La pecora nera, poveretto, è il Trebbiano Toscano, questo sì unanimemente o quasi considerato misero. E pensare che è diffuso in tutta la Penisola, persino in Sicilia, vero “vino del paese” forzando la mano alla traduzione del latino di Plinio. Certo non ne ha aiutato la fama lo sfruttamento quasi industriale alla quale è stato sottoposto: mi diceva un illuminato produttore maremmano di aver provato a vinificare un buon Trebbiano Toscano, ma di aver rinunziato  perché era quasi impossibile trovare viti di buoni cloni: per decenni, soprattutto dopo l’ultima guerra, si sono selezionate piante dalla massima produttività , sacrificando la bontà dell’uva. Nemmeno deve aver giovato la destinazione a uve rosse dei migliori siti: nel Medioevo erano i bianchi i vini dei signori, ma ormai da tempo  il prezzo massimo lo spuntano i rossi. Così, alla fine, per trovare un Trebbiano Toscano che possa far cambiare idea bisogna andare in qualche modo fuori zona, in quella bellissima cittadina umbra di Amelia, in provincia di Terni, lontana dalle rotte maggiori della produzione e del commercio del vino, ignota o quasi persino alle rotte del turismo. Lì c’è un produttore serissimo e originale, che realizza splendidi vini: Zanchi. Vi andai anni fa, non solo ma soprattutto per questo vino. Un trebbiano toscano in purezza, da viti vecchie di oltre quarant’anni allevate a palmette, favorevolmente esposte a est e sud est su terreni sabbiosi e argillosi con tracce di lignite, dove le uve a rese basse di 40 quintali per ettaro vengono lasciate leggermente appassire prima della raccolta, poi macerare brevemente e il mosto è fermentato in botti di rovere. Dopo un affinamento lungo in vasche di cemento e in bottiglia, il vino non viene filtrato ma naturalmente decantato. Una vinificazione piuttosto classica se non addirittura retrò, visto che negli ultimi decenni le produzioni del Trebbiano si sono orientate più sulle vasche di acciaio. Il 2008 fu la prima annata prodotta e ne ottenni in cantina una sola bottiglia in camera caritatis, ahimè. Ne ho tenuto da conto, per anni è rimasto in attesa in cantina. Oggi, col caldo non eccessivo di una sera agostana, con un superbo pesce San Pietro con pomodorini e la compagnia più cara e familiare, ecco il momento di aprirlo. E la gioia si fonde col dispiacer di avere questa bottiglia sola. Già il colore non mente: un giallo limone carico, ma ancora estremamente giovanile, che i sui otto anni proprio non li vuol dimostrare; limpido, corposo persino per come si muove nel bicchiere, con gocciole assai lente e rade, formando più che altro sul vetro un persistente velo che a poco a poco si ritira. Ha un profumo intenso, ampio,  vago e sfaccettato;  in sviluppo, ma ancora giovane e dinamico. Ecco il fieno ed il frumento, tocchi di ginestre e mimose, di sedano e finocchio selvatica;  ecco la frutta a polpa bianca e gialla, in particolare albicocche fresche ed essiccate , polpa di melone, banana, vaniglia, crema bruciata, caramello , mandorle e nocciole. Al sorso è persino più impressionante: la prima sensazione è di potenza indomita, di una presenza piena che pervade con determinazione gentile ogni angolo del palato, di una gioventù adulta e ben salda su gambe forti, che non è giunta nemmeno a metà della sua vita. Il sapore – concentratissimo; la tessitura – cremosa, solida, ariosa; il corpo – ampio, voluminoso, pieno, equilibrato; il portamento: maestoso, solenne, espansivo, ma non si allunga tantissimo sul palato, però resta lì aggrappato, gustoso e salino ; l’acidità – altissima, distribuita, sciolta; un po’ tannico – piacevolmente; la persistenza – notevole: lunghissima , complessa, profonda; l’alcol alto, ma la sensazione calorica è ben integrata, piacevole, dà importanza a questo Vignavecchia come un manto di ermellino. Un Trebbiano Toscano questo che finalmente non deve piegare la testa davanti a chicchessia, nemmeno ai grandi di Borgogna. È perfetto, è ad essi superiore? No, ma gioca senza dubbio la stessa partita ed un giorno chissà: il Trebbiano Toscano, quest’uva popolare, docile, che poco ha chiesto in cambio di frutti, credendo in lei e col duro lavoro di molti valorosi da Cenerentola  si trasformerà in regina.

Chianti Colli Fiorentini 2008, Malenchini, 14 gradi.

image

Diceva un’amica che di vino se ne intende, assaggiando insieme un certo suo Merlot spillato dalla vasca : “Questo è divertente”. Ora, come un vino possa essere divertente non è facile da spiegare; più che altro il bevitore accorto lo può forse intuire.  È un misto, a mio vedere, di calore e freschezza, di morbidezza e scatto, di dolce, salato ed amaro; sensazioni che non solo toccano corde lontane della sensibilità del palato, ma che si alternano secondo un ritmo giocoso e serrato ed un tono leggero e quotidiano, dove la profondità va cercata tra le righe.  Come dire (perdonami amico o amica che mi leggi se il paragone musicale a qualcuno poco pratico può sfuggire) che nel Barbiere di Siviglia di Rossini c’è più vero divertimento che nelle Nozze di Figaro di Mozart e che l’ascolto è autoesplicativo. Questo Chianti dei Colli Fiorentini 2008 di Malenchini mi è sempre parso il prototipo del vino divertente. L’ho assaggiato più volte nel corso degli anni: giovanissimo e scalpitante appena imbottigliato, riposato che esplodeva di un frutto pieno e centrato, ed ora maturo di otto anni, prossimo quasi a dirsi invecchiato. Fasi differenti, ma questa idea di divertimento mi si è sempre affacciata nella mente come la caratteristica distintiva del suo carattere. Stasera lo apro improvviso, per goderne nell’orto alle luci di un tiepido crepuscolo agostano con polpette al pomodoro. Cavo il suo bel tappo di sughero intero e lui è lì subito nel calice, già pronto e perfetto: non abbisogna di tempo per sgranchirsi dal sonno, a dispetto di tutte le mie convinzioni e le sane abitudini. Sfoggia uno stato di forma invidiabile, a partire dalla tinta che è ancora decisivamente rubina e di virare al granato non ne vuol sapere. Me ne piace soprattutto la trasparenza e la brillantezza, veramente classiche di un Chianti come dovrebbe essere, senza troppi maneggi di uve foreste o di pratiche concentranti in cantina. Mi piace guardarne le gocciole così viscose e fitte scendere adagio: l’amore passa anche per gli occhi. Il profumo ha ancora evidenti e in primo piano tutti i caratteri della giovinezza: i fiori (iris e viole) e soprattutto un frutto succoso e maturo: la ciliegia; ma sullo stesso palcoscenico, seconde voci di pari dignità, stanno dopo questi otto anni note terziarie di invecchiamento, che sanno di terra, di pelle, di macchia, di spezie dolci e più piccanti ( un alternarsi continuo di cannella e di pepe) , su uno sfondo ferroso e di ruggine che si fa dopo ore sempre più evidente, con tocchi di erbe aromatiche a rinfrescarlo ed ingentilirlo. Soprattutto, però, sono aromi vibranti che si rincorrono di continuo, con l’aria intorno e vaporosi, come un volo di rondini. Ti invita così al sorso, accogliente e guizzante: un sorridente peso medio più ricco di sapore rispetto a certi vinoni accigliati da concorso;  assai salino e di bella acidità, ficcante e ben distribuita più che abbondante, evidente perché senza sovrastrutture, che lo slancia e lo richiama di continuo nella gola; come pure il tannino è superiore alla media, un po’ terroso e irregolare ma  assai sciolto e di grana piuttosto sottile, che lascia un ricordo piacevolissimo di rugosità tattile. Si allunga e si espande sulla lingua e tra le gote, in un vai e vieni che muove tra secchezza e rotondità, con quel certo autentico gusto toscano per una rustica eleganza. La sua persistenza è quella che serve,  giusta per accompagnare la tavola: deglutito il vino, svanito persino il gusto, resta ancora un bilanciato ricordo acidulo, salino, amarognolo che richiama ancora un nuovo sorso: difatti è uno di quei vini che, inevitabile, finisce la bottiglia. Si dimentica persino un certo esubero alcolico: perché sta lì anch’esso in buon ordine ed è un tocco generoso che partecipa al gioco dei contrasti. Lo si vorrebbe sempre sulla tavola, con gli amici e quando si è da soli, perchè illumina sempre un poco la giornata: un raggio di sole tra le  nuvole. C’è in lui la forza della tradizione e del genius loci: quella rotondità fruttata dei Colli Fiorentini, quella leggerezza scherzosa, genuina e profumata che sa di burla, di novella, di stornello, di zingarata, che ha attraversato i secoli; quella dei Chianti di un tempo, che hanno dissetato le fauci di generazioni di braccianti, di artisti, di signori, e che oggi si stenta a trovare.  Sangiovese e canaiolo, invecchiati in botti grandi: la maniera antica. Non è che fossero poi davvero bischeri, una volta.

Chianti Classico Bibbiano 2008 13,5 gradi.

Da quanti anni non torno a Bibbiano.
Rivedo innanzi a me la lunga strada sterrata come la percorsi la prima volta: fangosa per le piogge di febbraio, con la luce che già cala e sfuma nel crepuscolo. La ricordo con la primavera che esplode: i fiori e i profumi sul ciglio, le colline verdi, un cantare di uccelli, quando fui ospite a pranzo di Tommaso Marrocchesi Marzi che della tenuta è il motore e l’anima. L’ultima memoria è sotto il sole abbagliante d’estate in un frinir di cicale, per mostrare la bellezza del luogo a chi mi è caro: nessuno vidi, nè mi feci riconoscere.  A Bibbiano non si arriva per caso: bisogna inoltrarsi nel segreto del Chianti Classico, dalla parte che il territorio di Castellina si apre a sud e a ovest verso la Valdelsa formando un doppio crinale ripidissimo, ma che gode di una luminosità intensa, quasi marina. Di lassù, dal piazzale prospiciente la fattoria che è un vecchio edificio semplice nelle forme, la vista spazia su una successione solenne di colline a perdita d’occhio, ripartite geometricamente a seminativi, vigneti, boschi. Solo i cipressi, in filari o isolati, sembrano interrompere con un segno verticale e netto le forme morbide e femminili che circondano lo sguardo. Qui venni in cerca del Chianti Classico più autentico, apposta, seguendo le orme di quel gran Maestro del Sangiovese che fu Giulio Gambelli: lui quella strada la percorse credo per sessanta vendemmie, creando vini che parlavano della terra e della stagione che li aveva generati. Vini lievi come un volo di farfalla, è stato detto.
Perciò la nostalgia è forte quando apro questa bottiglia di Chianti Classico del 2008. Avevo il desiderio di ritrovarmi con la  mente per un attimo in quella terra e di misurare, millanta assaggi dopo, se fosse mutata la mia percezione di quel vino, e in quale modo. Perciò l’ho aperto con calma, 12 ore prima dell’assaggio; ma già levando il tappo, m’ha inebriato le nari di fiori.  Giunta l’ora della cena verso il vino nei calici ed essi risplendono: un rubino trasparentissimo e luminoso che vira appena sull’aranciato e al granato sull’unghia li fa rilucere dall’interno, lasciando sul cristallo lacrime estremamente lente e da attendere con pazienza. Oscillando il bicchiere per lo stelo il vino ruota veloce e leggero una danza aggraziata, senza peso, quasi una piuma o un petalo di rosa trasportato lontano dal vento. I suoi profumi arrivano con un’intensità mediana, da lieve brezza che solletica e ristora, ma sono estremamente sfaccettati, prismatici come i riflessi di un diamante, primaverili come la luce del mattino; floreali, un vero e proprio bouquet: viole, gigli, garofani e rose, in composizione perfetta; poi l’evocazione di frutta rossa freschissima: susine, pesche noci, ma soprattutto vivaddio uva, poi un poco di rinfrescante arancia sanguinella; persino le erbe aromatiche, anch’esse fresche,  rasserenanti perché parlano di aria aperta: borragine, rosmarino, timo, menta. Appena fanno capolino, infiltrandosi in una trama fitta e flessibile come foglie di rami di bosso modellati per un parco incantato, gli aromi terziari, con una speziatura raffinatissima ed equilibrata inizialmente, poi, con l’attesa, insinuandosi appena ricordi lontanissimi di pelle conciata, di castagne, di tabacco. Finalmente lo assaggi o piuttosto lo bevi, così croccante e scattante, leggero, fine, equilibrato, saporito, salato e minerale. Ha un attacco netto e prosegue deciso, irradiante ma anche dolce, sinuoso, lungo, saldamente strutturato tra un tannino felicemente abbondante ma sottilissimo ed un’acidità fermissima delicatamente distribuita sul palato; succoso, con grande intensità di un gusto fresco e misteriosamente gentile di lampone, che ha un’evidenza quasi materica. Diresti ariosa la sensazione che offre al palato: continua, salda e sottile, tesa ma profondamente calma. Una bocca sussurrata, gentile, di fanciulla ideale da ritratto quattrocentesco: “Bocca baciata non perde ventura”.  Non so se questo sia ancora un vino di Giulio Gambelli, che nei suoi ultimi anni aveva passato la consulenza enologica a mani più giovani limitandosi a qualche assaggio e consiglio,  ma quell’armonia di forza e grazia così intimamente intrecciate da risultare inestricabili rimanda luminosa al suo stile, come lo declinava nelle vigne di Bibbiano . Questo infine è ciò che importa: la perpetrazione del genius loci .
Chissà se a Bibbiano si producono ancora vini così, se le sirene delle mode e le necessità di mercato (che van tenute in considerazione) non abbiano intaccato la loro anima purissima. Lo spero, perchè bada, amico o amica che mi leggi: questo è un Sangiovese affinato semplicemente nelle vasche di cemento vetrificato, con piccole aggiunte dei tradizionali Canaiolo e Colorino; ma quando il Sangiovese del Chianti Classico si esprime su questi livelli, per conto mio non teme confronti con chicchessia, nemmeno coi Grand Cru del Pinot Nero di Borgogna.
È stato meraviglioso sulla nostra tavola con cavolo nero e fagioli – e ha fatto battere il cuore; ma lo scommetterei eccellente anche sui primi piatti e sugli arrosti di carni bianche: quelli che un tempo usava per la festa contadina.

Le Pergole Torte 2008, Montevertine, 13 gradi.

image

Se prendi – amico, amica che mi leggi – il disco meraviglioso del Falstaff che Toscanini incise nel 1950 con i complessi della NBC e lo fai suonare, avvertirai un fenomeno curioso: posa la puntina sul microsolco del vinile nero e lucente, o il cd sfavillante nel suo cassettino, si diffonderà allora la musica: nitida, incisiva, schietta; in realtà il virtuosismo è eccelso, stratosferico, raffinatissimo, ma per accorgertene dovrai concentrarti disperatamente e il tuo successo durerà solo pochi secondi: più forte sarà la musica, la naturalezza dell’esecuzione, con la sua esuberanza, l’umorismo, la dolcezza, il ripiegarsi malinconico, il respiro appassionato.
Questi pensieri mi si sono riaffacciati alla mente di fronte a questo Le Pergole Torte 2008. Ora, che cosa sia il Le Pergole Torte non debbo probabilmente dirtelo io: è il Sangiovese purissimo di una certa parte di Radda in Chianti, le viti curate con infinito amore, l’uva vinificata con la semplicità più estrema. Un vino che quando nacque fu respinto dalle commissioni della DOC: non tipico essenzialmente perché di qualità troppo superiore rispetto ai corrivi Chianti di quell’epoca, lui vero purosangue tutto sangiovese, pensato per rispolverare fasti ottocenteschi in un’era di vini industriali o approssimativi.
Aprendo questo 2008 so di coglierlo ancora molto giovane, forse anche in una fase poco espressiva: si dice che i grandi vini entrino in quiescenza tra il quinto e l’ottavo anno. Però oggi è Natale, siamo in campagna nella casa toscana e più ancora che per l’abbinamento a tavola, seppur ideale secondo tradizione (crostini di fegatini, fagiano arrosto e pernice ripiena, funghi chiodini), l’apertura è dettata da un sentimento di famiglia e di tempo che passa, dalla celebrazione di un momento fatalmente sempre più irripetibile, dal desiderio di aprire proprio quella bottiglia – una di cinque – con i miei cari, per condividerla e goderne con loro, come fosse un cippo al bordo di una strada, col quale segnare la misura di un percorso.
Prelevo la bottiglia dal sottoscala umido e buio, seminterrato, sul quale grava il peso intero della vecchia casa con le sue pietre e i travi come fosse una cripta segreta o un sepolcro ipogeo. Dodici ore prima ne cavo il tappo, abbondanti: lunghissimo, di sughero intero. Un poco lo scolmo versandone in un bicchiere a parte, che assaggio: risvegliato dal suo sonno è chiuso, ma già impressionante, perché è come un soffio di vento: sembra nulla, ma è potentissimo. Richiudo il collo della bottiglia con carta da cucina, per assicurare una certa permeabilità.
Passano le ore, ecco il momento del pranzo natalizio, il pensiero ancora sul Cristo dell’altare. Ne verso tre calici, in parti uguali, con moderazione. Rubino trasparente al centro, sfuma lesto sul granato avvicinandosi via via al bordo, in crescente trasparenza. Sul calice, fitte e lente lacrime discendono, quasi a contraddirne la consistenza come la vedi rotando il calice, dove pare volteggiare lieve, senza peso enologico, ricordando piuttosto nelle sue movenze acqua pura. Lo trovo ancora chiuso, in continuo divenire e cangiare. Altre cinque, sei ore aspetterò che un poco si conceda e nemmeno saranno forse bastanti: ecco in totale le 18 ore che Franco Biondi Santi raccomandava per le sue Riserve di Brunello. Risulta allora un po’ più aperto, si ricompone persino qualche sbuffo di aldeide, che diresti spunto acetico. L’aroma è ritroso, misuratissimo: schivo, come lo sono certe persone interiormente ricche e delicate, ma di complessità estrema se si ha la pazienza e l’attenzione di porsi in ascolto, isolandone i singoli componenti perfettamente fusi. La frutta rossa: il lampone, l’amarena, le susine quando sono ben mature e sugose al sole; perché no: un tocco anche di quelle more selvatiche piccine, che si trovano sui pruni l’estate tarda nei boschi e per le macchie, odorose al sole. Quante volte detti e sentiti questi descrittori, ormai lisi e ridotti a suono sbiadito, che qui invece ritrovano la loro forza primigenia, la loro realtà materica e viva. Tra essi, fiori e voci di primavera, rose e viole e gigli. Tutto avvolgono le foglie dell’autunno, tenui ancora, accenno odoroso di uno strato leggero su viali ombrosi, con ricordi fungini. Certo: tabacco e cuoio bagnati ed un insieme di spezie ed erbe aromatiche essiccate e finissimamente tritate, come si usano negli arrosti, negli affettati stagionati, per invecchiare certi formaggi trattandone la crosta. Su tutto distesa, profonda come nella notte il manto nero delle stelle, forte come un’armatura, una scia ferrosa, di aromi minerali: come li hanno le rocce dure bagnate dalle piogge e poi battute dal sole: i basalti, i quarzi, i graniti. Note ematiche: sangue versato. Viene poi il momento di assaggiarlo: secco; pieno e rotondo e insieme taglientissimo all’attacco, si allunga veloce ed energico sul palato, concentrato di sapore e di gran stoffa; passo di titano, però con una leggerezza alata, dove la forza è estremamente concentrata in movimenti precisi di brevi istanti; per restare poi lunghissimo al gusto, come per una risonanza la musica si spenge nel vuoto di una sala da concerto. Fresco, rammenta l’acqua: non ha ricordo d’alcol; piuttosto, un sorso ricco di sali. Tannino potente ma sottilissimo: rena fine; e acidità molto alta anch’essa; stringono quasi il vino – senza dubbio ancora troppo giovane- in una morsa. Ricorda certi Nebbioli del nord Piemonte: certi Lessona. Ciò che mi impressiona, tuttavia, è come detti tannino e aciditá si articolano al palato: non localizzati e pertanto facilmente percettibili, ma diffusi nel corpo vinoso, parte integrante del tutto; inoltre, dal principio alla fine, tutto è risolto come in un’unica arcata, vibrante e tesissima: alfa ed omega.Perciò è così difficile degustarlo, richiedendo una faticosa concentrazione, come il tentare l’ascolto critico di quell’antico disco di Toscanini: perché ti invita piuttosto a berlo tanto è naturale, a mandarlo giù così, come nulla fosse, come un balsamo fatato agli affanni della vita, portatore di un nuovo battesimo che viene dalla terra e sale al cielo, laico e sacro a un tempo. E non importa più se è troppo giovane, a saperlo ascoltare con cuore aperto, come non importa che il disco di Toscanini sia registrato con tecniche primitive: il fattore tempo può perdere valore. La meglio è gustarne a sorsi minutissimi, per goderne ed estrinsecarne il sapore sulla punta della lingua, lì esplosivo. Non è tuttavia un vino consolante, o accomodante, o facilmente comprensibile; piuttosto, dirompente e di rottura: a modo suo, in punta di piedi. Nudo, di quella nudità giottesca delle storie di San Francesco nella basilica superiore di Assisi: la Predica agli uccelli. Vino questo ancora di Giulio Gambelli: e non a caso evidentemente diceva di lui Veronelli che faceva vini francescani, lode somma per sommo apprezzamento. Vino questo ancora di Bruno Bini.
Tre nomi di persone che non ci sono più, legate a questo vino. Tre calici oggi sulla nostra tavola. Il Falstaff di Toscanini inciso troppo presto per avere un suono ad alta fedeltà, troppo presto aperto il Le Pergole Torte per dispiegare tutta la sua armoniosa bellezza. Eppure, in questo giorno di Natale, il momento giusto: il tempo scompare e si annulla.

image

Sforzato di Valtellina Selezione 2008, Casa vinicola Pietro Nera, 15 gradi.

Una bottiglia, se ami il vino, è un regalo che ricevi sempre gradito e che lascia un impronta durevole nella memoria. Difficile aver gioia maggiore che condividerlo con chi te l’ha regalato, seppur magari – come nel mio caso – di vini assai poco intenditore; ma è persona speciale come la terra che origina questo rosso, la Valtellina. Terra dura, terra di montagna. Quante volte ci siamo sentiti raccontare dei terrazzamenti ripidi, dei muretti a secco, delle zolle strappate alla montagna a forza viva di braccia e sudore.
Non suoni tuttavia vuota retorica questa; corrisponde al vero, così come vere sono le tracce storiche di commerci del vino, con la vicina Svizzera in particolare: i rossi valtellinesi, che per la loro potenza stupivano il grande Leonardo qui si recò a misurare rocce per crear strade e difese, nei secoli sono stati fonte primaria di ricchezza per la valle. Fatica e ricchezza, quasi si parlasse di metalli preziosi da estrarre a forza dalla montagna, con ingegno e dedizione, figli della miniera. Ingegno, dunque, ed esperienza millenaria di viticoltori che sfidavano l’imprevedibilità della natura in epoche dove bastava ben poco a perdere un raccolto, in assenza delle moderne tecniche di allevamento e gestione della vite offerte oggi dal progresso e dalla scienza. Lo Sforzato – o Sfurzat, nella parlata  locale- nasce e nasceva dall’appassimento delle uve dei vigneti a quote più elevate, perche’ lassù era più difficile arrivare a piena maturazione, ma in compenso i grappoli erano sani, per la buona ventilazione. Con l’appassimento gli zuccheri e tutte le altre  sostanze dell’uva si concentravano e si poteva trarne un discreto vino. Questa, che era una tecnica tradizionale messa a punto per massimizzare l’uso della materia prima (e, si badi, non solo in Valtellina, ma anche in altre zone di montagna, persino in Lucchesia), è ormai impiegata piuttosto per produrre vini di qualità e stile particolari. Nel caso dello Sfurzat l’uva di partenza è il nobilissimo nebbiolo (la medesima -amico,amica mia- del Barolo, del Barbaresco) e pertanto i risultati possono essere sontuosi: perché l’appassimento, se ben condotto, ne preserva la naturale finezza, esaltandone la potenza e smussandone gli spigoli. Ed al morbido abbraccio di uno Sfurzat talvolta si ha bisogno di riandare, per quel senso di placido appagamento, di calma maestosa che riesce ad ispirare: quella sensazione che si prova di fronte allo scorrere pacato ma costante di un grande fiume. Questo di Nera è uno Sforzato molto tipico, invecchiato oltre diciotto mesi in botte grande e in bottiglia, ottenendo una tinta che sfuma con gradualità dal granato del bordo al rubino del centro, trasparente e luminosa. Lascia lacrime molto fitte e molto lente, persistenti ma indefinite e irregolari. Il suo aroma è intenso: petali di rosa essiccata e liquerizia anzitutto; sullo sfondo susine nere e tocchi di arancia rossa, ma sfumati, quasi lontani, perfettamente fusi con la polvere di caffè, il pepe nero, il tabacco biondo, i pellami. Lo troverai sul palato fine, elegante e di nerbo. Attacchera’ sottile, quasi tagliente, ma si aprirà  subito irraggiando un sapore altamente concentrato, sostenuto con intensità e tensione. Ne godrai l’acidità che è alta-non altissima: giusta, per richiamar e mai stancare; il gran corpo che sa essere leggero e scorrere continuo sulla lingua, laddove tanti vini d’ambizione ristagnano in opportune pesantezze e sfibrature; il tannino abbondante, ma sottile e rotondo. Certamente lo troverai caldo di alcool, ma in modo gradevole, misurato, e ti darà il piacere di una sosta al canto del fuoco l’inverno. E’ che vive nel contrasto tra questo calore alcolico ed una freschezza interna come di neve, che non deriva semplicemente dall’acidità, ma dall’insieme dell’aroma, del gusto e delle caratteristiche strutturali; e questo senso come di neve l’ho ritrovato, come una firma, nei più autentici vini di Valtellina. Non sarà magari lunghissimo nella persistenza come te lo aspetteresti, ma essa è nitida, bilanciata. Ecco, benché delizioso gli manca forse un po’ della complessità dei migliori, ma dalla sua ha la classicità e la naturalezza di un profilo dove non si affaccia la tentazione inopportuna di enfatizzare le dolcezze di legno di affinamento, dove non si cercano concentrazioni esagerate per stupire: insomma, uno Sforzato non sforzato, se mi si passa il gioco di parole, che si afferma per ciò che è anziché fingersi ciò che non è. Di questi tempi, non è poco. L’abbiamo sposato, in due, con un arrosto morto di manzo alla toscana.

Vel Aules 2008, Rosso IGT Toscana, Fattoria Poggio Gagliardo, 15 gradi.

image

Quando andai alla Fattoria Poggio Gagliardo, a Montescudaio, nel primissimo entroterra della costa pisana – e diciamolo pure, non un nome ed una zona sulla bocca di tutti- fu per acquistare un po’ dell’introvabile Vel Aules, del quale avevo sentito parlare a mezza bocca come di un arcano segreto: un vino, si dice, realizzato secondo i dettami di un trattato enologico del Settecento, perfino pigiato con i piedi in tini di legno, utilizzando un uvaggio particolare di uve autoctone ( la malvasia nera, tanto tipica del Pisano, al 62%, ed il colorino al 38%) coltivate e vinificate secondo le fasi lunari ed i dettami della biodinamica. M’aspettavo un vino strano, magari con un gran residuo zuccherino, con un’acidità volatile fuori registro e con imprecisioni aromatiche: in fondo, che ne sapevano nel Settecento di fermentazioni, ossidazioni, batteri ? E li’ casca l’asino: perché invece il Vel Aules e’ un vino modernissimo, che alla cieca quasi potrei scambiare per un rosso australiano o sudafricano o argentino, e di livello. Già stupisce e disorienta per le tinta rubina che e’ ad un passo dall’essere impenetrabile, tanto e’ fitta; però mantiene una lucentezza ed una naturalezza che sembrano smentire artificiose concentrazioni. Non essendo filtrato – preparati- l’ultimo bicchiere lo troverai un po’ torbido; ma più ancor di quello ne noterai le lacrime fittissime, lente, persistenti, li’ a sottolineare una morbidezza glicerica ed un tenore alcolico che riscontrerai al sorso in tutta la loro potente morbidezza. Prima, però, farai i conti con un aroma intenso e caldo, così lontano dall’ariosita’ leggiadra dei vini più toscani classici a base di sangiovese: qui, piuttosto, avrai un calore mediterraneo ampio, profondo di macchie scure ed ombrose, di mirti e ginepri, ove manca solo il rilucere nell’ombra dell’occhio di un daino o il grufolare di un cinghiale a rendere la misura della selva intatta. Corbezzoli, more selvatiche, mirtilli, susine nere fresche ed essiccate, fichi neri, ciliegie, lamponi, amarene, prugne rosse: un tripudio insomma di frutta matura e calda di sole, ma sempre vivida, non cotta o ridotta a marmellata; integrata piuttosto da aromi di verdure (peperoni verdi), di lieviti e di spezie dolci (cannella, noce moscata, cardamomo) e note balsamiche (l’incenso) e di legno (sandalo); profumi nitidi e ben fusi,senza traccia di imprecisione alcuna. Bevilo poi, e trovalo ampio, potente, pienissimo di corpo, saporitissimo, rispondente, dal tannino abbondantissimo e assai maturo, un poco piacevolmente terroso; dall’acidità spiccatissima, ma così integrata in questo vino dalle forme procaci da restare li’ solo come un potente sostegno, un motore che ruota a pieni giri e spinge il vino alla bocca, bilanciando un alcol si’ un po’ troppo abbondante, ma che regala calore, morbidezza, conforto. Lungo, sa danzare languido ed energico su un periglioso crinale, affascinando senza mai cadere, perfino concedendoti la tentazione estrema di un residuo zuccherino abbondante, quasi al limite dell’abboccatura, assomigliando in questo per davvero a tanti vini del Nuovo Mondo; ma con un’energia orgogliosa ed austera, ruvida e vellutata insieme, che è potentemente italica: un misto di eroismo guerresco da capitano di ventura e di sensualità languida da Venere bruna. Un vino fatto, dunque, secondo dettami settecenteschi? Sara’, ma allora veramente ci si chiede dove sia il progresso e se l’evolversi stesso del gusto non sia altro che un cammino breve e circolare. Di certo questo e’ un grande acuto delle terre della Costa Toscana, unico e originale. Di più: t’obbliga a cambiare il punto di vista, per una volta e a dire: buono in quanto diverso , buono in quanto – in una certa misura- non tipico e pronto a giocare tutt’un altro campionato. Amico, amica che mi leggi: non ti deluderà su un arrosto, ma se potrai gustarlo con un saporito umido, magari di cinghiale o con un bel “peposo”, allora appieno ne godrai.  

Le Difese 2008, IGT Toscana, Tenuta San Guido, 14 gradi.

Forse oggi l’incanto un po’ si perde col turismo che preme: c’è quello balneare sulle spiagge della costa, sabbiose e dorate, alla distanza di un volo di rondine o di pipistrello la sera, appena oltre le lande ancora selvagge che un tempo erano acquitrini e regno di butteri; c’è quello enologico, di facoltosi che arrivano su potenti suv; o di tanti semplicemente curiosi o più o meno appassionati di vino, una colorata brigata che popola le vie del vecchio borgo di Bolgheri -che se ne sta laggiù, in fondo al viale dei cipressi- ed è magari perfino ignara di chi fosse il Carducci. Io il paese lo ricordo invece più di trent’anni fa chiuso nel suo silenzio solitario più ancora che nelle sue mura, le strade deserte nella luce di un pomeriggio di agosto, le persiane chiuse, i palazzi scrostati e muti, le deserte vie, un senso di abbandono e di decadenza che sapeva di un nobile rifiuto del mondo, di una filosofica fuga dal moderno, rifugio finale per le ombre del passato che qui trovavano pace. Poi venne il successo del Sassicaia a sparigliare le carte ed è somma ironia: perché quello stato d’animo, quel paese di Bolgheri come esiste  nei miei ricordi l’ho ritrovato per magia proprio nel Sassicaia. Poi c’è la sorpresa di questo “Le Difese” che viene dalla stessa Tenuta di San Guido del Sassicaia, quella grande fattoria color ocra posta all’inizio ed a manca del duplice filare di cipressi, imponente come un castello: quale per me era nella mia fantasia di bambino.  "Le Difese" e’ il vino meno importante della Tenuta, ma anche in lui ritrovo quegli umori, quella solitaria e raccolta dimensione che mi han fatto amare il Sassicaia e evocano la vecchia Bolgheri. Vino anche questo serio e nobile, non scherzoso. Nemmeno austero tuttavia, seppur scuro di macchie, seppur carico di mistero, bello e profondo come il suo colore; non impenetrabile però, perché ne indovini – non ne vedi – mille riflessi e trasparenze, come racchiusi all’interno di un rubino. Al naso ti giunge un bouquet floreale e una nota salsa di macchia marina, con un certo che di erbaceo: sussurra il nome del cabernet franc; nobilitato e avvolto però da una speziatura intensa di chiodo di garofano e noce moscata,  da tocchi di incenso e di pelle. Sul tuo palato più ancora ne risenti il frutto: mirtilli e more; la sua freschezza e i tannini son presenti ma assai sottili. Lo senti intenso,  dinamico ma con suplesse, mentre ti accarezza con struttura e lunghezza, senza debordare, senza essere imponente. Ancora qui al gusto e’ marcato da toni verdi di cabernet -eleganti, nobiliari, quasi voluttuosi perfino – ma vi risenti e godi l’acidità del sangiovese, il suo slancio lungo, il fluire continuo. Ecco: come si porge alla bocca, composto ma flessibile, corposo e non arcigno, scuro eppure arioso, vi ritrovo qualcosa della finezza setosa del Sassicaia; e, più ancora, di ciò che mi sta a cuore: gli umori antichi e veri della terra, come in uno splendore autunnale, riguardando pensoso il mondo dalla soglia.