Barbera d’Asti 2013, Tenute Cisa Asinari dei Marchesi di Gresy –  Cisa Asinari, 13 gradi.

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La mia conoscenza del Barbera, lo ammetto, è sempre stata molto superficiale, limitata a quelle nozioni impartite quando si studia in qualunque corso per principianti: nasce da un’uva con pochi tannini, tanta acidità e tanto colore, che resiste bene alle malattie, eccetto la flavescenza dorata; ne esistono stili diversi: mossa o ferma, affinata in acciaio e di pronta beva – che termine orribile – o in legno grande o piccolo, di maggiori ambizioni;  bisogna distinguere tra quella d’Alba, più riposata e nebbioleggiante, e quella d’Asti, più fresca e longilinea; che Giacomo Bologna era un mito e che lui per primo, con il Bricco dell’Uccellone 1982, ha riscattato il proletario Barbera creandone un grande vino in grado di sfidare il meglio della produzione mondiale (motivo per il quale, passando in zona, deviai verso le poetiche e profumate colline di Rocchetta Tanaro e sostai omaggiante, in  silenzio rispettoso davanti ai cancelli chiusi dell’azienda Braida). Qualche assaggio di Barbera d’Asti l’avevo fatto negli anni, qui è là, sparuto e inconsapevole, senza formarmi davvero un’idea e lasciandomi, in fondo, freddino. Avevo assaggiato anche un paio dei vini di Braida, buonissimi; ma il Bricco, vaddasè, ritenevo che non si potesse inquadrare pacificamente in una denominazione: ambizioso com’è, mi dicevo, con il livello mediano della Barbera d’Asti c’entra sicuramente poco, anche come prezzo.
Poi capita un vino che sulla carta è perfettamente inquadrabile nella tipologia del Barbera d’Asti, e però mi piace così tanto da sparigliare le carte e da voler andare a fondo per capire come mai mi risulti così diverso da quanto assaggiato finora.
“Dai vigneti Monte Colombo e La Serra  in comune di Cassine”, recita la bella etichetta giallo ocra dei Marchesi di Gresy, ed un motivo deve pur esserci dietro quel l’affermazione esibita e orgogliosa, non può bastare che l’azienda consti di diverse tenute, tra le quali la parte del leone, almeno in termini di visibilità, spetta alle terre del Barbaresco. Quelli di Cassine sono terreni in parte calcarei, in parte argillosi, tra i 230 e i 340 metri. Un momento: ma Cassine è in provincia di Alessandria! E che cosa c’entra con Asti? Ecco il busillis: il Barbera d’Asti può essere prodotto in 167 comuni distribuiti tra le provincie di Asti ed Alessandria: un territorio sterminato e diversificato, dal quale, bontà sua, il legislatore elimina le vigne a quote superiori i 650 metri sul livello del mare: basta che siano in collina e su terreni di natura argillosa e/o limosa e/o sabbiosa e/o calcarea; non constando , credo, la presenza di vulcani in zona, significa che il Barbera d’Asti si può fare ovunque. Che cosa c’entri, poi un vino di Cassine, in mezzo alle colline su suoli di arenarie, con uno di Camino che sta 50 km più a nord e guarda la piana del Po’ su suoli sabbiosi, non è chiaro. Allora mi sono documentato su questo benedetto Barbera, leggendo testi vecchi e nuovi, e ho scoperto che, in realtà, ci sono cento, mille Barbera, tutti diversi di paese in paese. Già Mario Soldati a metà Anni ‘70 del secolo passato chiariva che c’era una diversità netta tra quelle della riva sinistra e quelle della riva destra del Tanaro (rispettivamente, Basso Monferrato e Alto Monferrato; più a meridione, Roero e Langhe): a sinistra “fragranza vivezza allegria”, scritto così, tutto d’un fiato e senza virgole; a destra,  vini più riposati, potenti, naturalmente vecchi nel carattere. Poi ho scoperto che il Barbera ha caratteri precipui, ad esempio, nel tortonese: più irruente e speziato, capisco; che il Barbera d’Asti propriamente detto veniva dai colli più vicini alla città e veniva distinto da quello monferrino; e così via. Diceva appunto il già menzionato Giacomo Bologna: “Una volta si sentiva parlare di Barbera di Vaglio, di Mombercelli, di Nizza, di Vinchio, di Montegrosso, e di Rocchetta. Era interessante che si scoprissero le differenze, perché così la gente si muoveva per andare sul posto, e capire…” . Ecco il punto: il radicamento e l’identità  in nome di una standardizzazione feroce e stupida, i diversi canti della terra ammutoliti da un disciplinare che fa l’occhiolino all’industria e uno sberleffo al consumatore e al contadino, consentendo acidità basse fino ai 4,5 grammi per litro, quando di suo, se non ci stai attento, la Barbera te ne dà 10, 11, 12 di grammi per litro. Certo, se vuoi vini morbidi e industriali puoi deacidificare … e hai tutta la libertà di affinare in legno o in acciaio o altro, tanto dopo solo quattro mesi lo puoi mettere in commercio, poco più tardi rispetto a un novello. La massificazione che vince sull’individualità, la globalizzazione del gusto che sradica la tradizione locale: mi pare che gli spiriti dei peggiori fantasmi del Novecento, Rossi e Neri, si prendano a braccetto in quel disciplinare. Hai capito, amica, amico che mi leggi? E che te ne pare? Veramente il legislatore s’è inventate anche altre menzioni più restrittive,  ma sono molto meno usate e, prese nel loro insieme, un gran pasticcio: se ci guardi dentro in dettaglio, le identità geografiche sono ancora tutt’altro che chiare e così aumentano solo la confusione nella mente del consumatore. In fondo, tre cose solo basterebbe sapere di un vino: di che varietà di uve è, da dove viene (il paese e la vigna!) e chi l’ha fatto. Se però prendo in mano il vecchio testo di Veronelli sui Vini d’Italia edito da Canesi nel 1967, chiudo il cerchio: lui sì che distingueva  tra il Barbera della provincia di Asti e quello della provincia  d’Alessiandria, elencando con dovizia i comuni di produzione per ciascuno e fornendo due descrizioni sintetiche , ma precise e indubbiamente diverse. Quello d’Alessandria, prodotto in 60 località tra le quali Cassine, risultava più fine, pronto prima, senza asperità già a tre anni, con un’acidità molto variabile secondo la provenienza (ah, quei 60 nomi!), dal colore meno intenso dell’Astigiano.
Ecco, il Barbera di Cassine dei Marchesi di Gresy risponde in pieno all’antica descrizione veronelliana, raccontando il territorio insieme al carattere precipuo del Barbera, almeno secondo Soldati:“fragranza, vivezza, allegria”. La menzione in etichetta delle vigne, la promessa di una viticoltura virtuosa. L’affinamento in legno per un periodo di cinque mesi, in parte in barriques di secondo e terzo passaggio e in parte in botti di rovere di Slavonia, seguito da un’ulteriore riposo in bottiglia, la conferma di un’attenzione particolare, che supera i requisiti minimi dello standard del disciplinare.
Eccotelo allora, amica o amico che mi leggi, rubino molto luminoso, dalle trasparenze eleganti e femminee, quasi da eroina di Gozzano. Guardalo mentre forma sul calice gocciole fitte e veloci. Il suo profumo è molto intenso, appena un po’ riposato, ma molto puro e arioso, con quella dolcezza un po’ struggente di certi pomeriggi di settembre, quando il temporale ha già rotto la calura. In lui, la frutta rossa che primeggia inter pares , perché è ben sfumata: la fragola fresca e candita, innaffiata di maraschino, dà il braccio a rose e viole, che la avvolgono creando una composizione naturale, preziosa come un gioiello; ed una spaziatura tanto elegante quanto sfaccettata: chiodo di garofano, curry dolce, noce moscata, curcuma. Si posa poi il tuo olfatto su un fondo morbido di liquerizia, forse di alga spirulina, di buccia di corbezzolo. Assaggialo: alla bocca è fine, molto  dritto e molto fresco, preciso eppure sciolto nel suo incedere, carezzevole a tratti. Ha corpo medio, tannino in quantità mediana o anche inferiore, però grintoso pur restando garbato. La sua acidità è molto alta, altissima per un rosso moderno, ma ben educata: duetta armoniosa con una certa piacevole sapidità. Si allunga letteralmente sul palato, scorrendo naturale e continuo verso  finale di persistenza superiore alla media: lungo e in  bell’equilibrio tra alcol, tannino (che ora risulta un po’ rugoso,  magari) e acidità, formando una triade risolta in un triangolo equilatero che per centro ha il gusto. Quanta vera classe, in questo Barbera di Cassine, delle vigne Monte Colombo e La Serra. Non l’aprirei magari con i miei conoscenti più esperti di vino, no: con loro forse sarebbe sprecato. Ma con gli amici veri, con le persone più care, con loro sì, per darci l’allegria e il conforto. Maledetto me, che ne avevo una sola bottiglia! A tavola è riuscito benissimo col bollito: cotechino, lingua, vitello, manzo.

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