Bourgogne Rouge l’Hermitage 2013 Domaine de la Cadette, 12 gradi.

Era qualche mese che non bevevo Pinot Nero e mi mancava la sua fascinazione.

Da ancor più tempo occhieggiavo questa bottiglia, rimanenza del mio quinquennio in Inghilterra. Acquistata a Londra: per l’esattezza, al Whole Market di South Kensington.

Il 29 giugno scorso, malgrado il caldo affocante che opprimeva Milano, mi decisi ad aprirla, dopo averla opportunamente rinfrescata a 10-12 gradi; ché tanto a scaldarsi un poco, con quell’afa, bastava un attimo: il tempo di versare nel calice.

Non sono esperto di Borgogna: assaggi metodici e studi si allontanano negli anni, divenendo labili ricordi. Perciò, mentre il vino si distendeva nel bicchiere, mi informavo su che cosa stessi bevendo.

Scoprivo che questo Pinot Nero è di Vezelay, estremità settentrionale della Borgogna, nord est di Chablis. Un rosso da una terra di bianchi, che presumo assai fresca, come la zona classica dello Chablis; al punto che, malignamente, mi insospettii sulle effettive qualità di questo vino, temendo che fosse nato, sull’onda della crescente domanda mondiale di Pinot Nero borgognone, in un’area poco consona. Pare infatti che Vezelay venisse colpita pesantemente dalla fillossera e che i reimpianti siano solo recenti.

Il ricorso all’ uvaggio, anziché l’impiego in purezza di Pinot Nero, com’è abituale in molta parte della Borgogna, testimoniava forse questa difficoltà ambientale e accresceva il mio sospetto: qui, 80% di Pinot Nero e 20% di Cezar, varietà rustica che apporta grado alcolico, tannino e, pare, profumo.

Tuttavia l’assaggio fugava ogni dubbio, presentando un vino risolto, forse al suo apice: sua dote era la discrezione, unita a una spiccata caratteristica dissetante, caratteristica anche della fredda annata 2013, secondo l’autorevole commento di Armando Castagno.

Nel mio calice roteava rubino tendendo al granato, trasparente, luminoso, con gocciole molto lente e irregolari.

Il suo profumo era spiccato, fascinoso: fragolina di bosco, arancia, ciliegia, melograno; poi spezie: noce moscata e cannella, molto delicate, dolci e sfumate. Ascoltando attentamente, petali di rosa appassita e qualche nota idrocarburica, che preludevano a un commiato aromatico tra zenzero e rabarbaro.

Di corpo sottile, infiltrava il palato succoso e assai salino, con discreta avvolgenza. Un po’ timido sulle prime, sulla spinta di un’acidità notevole e di un tannino molto delicato, che aveva tracce di rusticità e tuttavia risultava in una ruvidezza tattile lieve e piacevole, accelerava notevolmente nel finale, sorprendendo per proporzione.

Col caldo di quella giornata sarebbe stato difficile godere un rosso più piacevole di questo, che gustatammo con piacere su fagioli bianchi di Sant’Agata dei Goti semplicemente bolliti con uno spicchio d’aglio e conditi con sale, pepe nero, olio della Fattoria Niccolini di Seggiano; accompagnati, a parte, da una caponatina dedicata di melanzane e zucchine.

Tuttavia lo ritengo flessibilissimo sulla tavola, eccellendo ad esempio con formaggi a crosta fiorita ed arrosti di carni bianche, perché con discrezione, appunto, è non chiede attenzione e tanto dona: una compagnia di piacevolezza domestica, semplice, affettuosa, pura.

Pinot Noir Dundee Hills, Oregon, 2013, Domaine Drouhin, 13,5 gradi.

Nell’agosto del 2011 feci un lungo viaggio in auto negli Stati Uniti, da Denver a Seattle, attraversando Stati che fino ad allora erano per me solo suggestioni di romanzi o di film: Colorado, Wyoming, Utah, Idaho, Nevada, Oregon, Washington. Di tutti riportai un’immagine vivissima. Dell’Oregon, in particolare, ricordo le coste atlantiche, con le spiagge sabbiose e lunghissime, alternate a promotori rocciosi; e l’immediato entroterra così verde, per l’influsso umido e piovoso dell’Oceano Pacifico. Trattengo un’immagine in mente: l’interminabile nastro d’asfalto di una statale parallela alla costa, la pioggerella battente dal cielo grigi e a destra lo shop di una cantina tra le tante -indicate da cartelli turistici – che offrivano vini in degustazione e per l’acquisto; parecchie etichette, tutte discrete, da uve internazionali (ovviamente) e con un certo residuo zuccherino. Questo per dire che in Oregon il vino è quasi un’espressione del vivere quotidiano, tanto si è radicata, o comunque rappresenta una parte non trascurabile dell’economia agricola e del tessuto sociale: mutatis mutandis, l’accosterei al nostrano Friuli. Può sorprendere che addirittura uno storico produttore di Borgogna abbia ritenuto di trovare lì le condizioni ideali per produrre vini da pinot nero, varietà notoriamente difficile e riottosa, alla quale basta un breve deragliare da condizioni di maturazione ideali per precipitare da vette enologiche sublimi a risultati blandi, con sapori slavati , squilibri acido-tannici, eccessi alcolici. Eppure Robert Drouhin, dopo un lungo periodo di frequentazioni iniziate negli Anni Sessanta, decise di avviare un’azienda nel 1987, con la prima vendemmia nell’88. Non che fosse un pioniere, giacché alcuni produttori locali si erano distinti con i loro Pinot Nero dalla metà degli Anni ’70, tuttavia rilevò la compresenza di un’opportunità commerciale e produttiva con una vera vocazione territoriale. Infatti la Willamette Valley, prima AVA (American Viticultural Area) riconosciuta in Oregon, estendendosi parallelamente alla costa gode di un clima moderato, con inverni freschi e piovosi ed estati relativamente calde e secche, lunghe, con importanti sbalzi termici fra il giorno e la notte, e molte ore di luce. Vi sono inoltre numerosi corsi d’acqua e suoli particolari, vulcanici e sedimentari, ben drenanti. Il pinot nero , come altre varietà d’uva che amano il freddo, pare essersi ben acclimatato, esprimendo caratteristiche territoriali: affidandomi alla memoria di diversi assaggi di Pinot Nero locali, ormai lontani nel tempo, direi che i profumi intensamente fruttati e maturi sono tipici, così come una certa spinta alcolica ed una rotondità tannica gradevole. Insomma: i vini possono essere assai piacevoli, con un occhio all’immediata gradevolezza più che alla complessità; oppure rischiare derive giunoniche poco interessanti. Spesso, anche laddove il vino conservi un piacevole equilibrio, risalta il carattere americano, spingendo le leve della concentrazione, della pienezza di frutto, dell’impatto.

I Pinot Nero del Domaine Drouhin, fin dalla prima volta che li assaggiai a Londra, mi parvero una piacevole eccezione: French Soul, Oregon Soil, diceva l’etichetta e difatti mi attrassero per misura, rifinitura, capacità di dettaglio enologicamente più francesi che statunitensi: insomma, almeno per i vini del vertice aziendale, il paragone con un Borgogna non era azzardato.

Tra le bottiglie che riportai in Italia dall’Inghilterra c’era anche questa, il vino d’ingresso del Domaine Drouhin. È una buona occasione per rinfrescarmi la memoria e verificare se anch’esso riesca a riportarmi la magia di quel particolare terroir. Però, soprattutto, desidero godermelo a cena, che è il miglior banco d’assaggio.

Versandolo nel calice, non lascia dubbi sulla sua identità: è Pinot noir già alla vista, così trasparente, rubino; con riflessi granati e gocciole lente, rade, un po’ evanescenti. Il profumo, di intensità superiore alla media e tuttavia più timido di quanto mi attendessi, è quello caratteristico del Pinot Nero un po’ invecchiato di scuola classica francese, sfumato, persino un po’ ombroso in questo caso: forse è la marca della sua piovosa zona di provenienza, oppure sente l’età; tuttavia è ampio, mi rammenta la fragola, i frutti di bosco, le spezie (specie il pepe nero), ma risuona note verdi di vegetazione (latifoglie e ruta) ed humus.

Ha un corpo piuttosto importante, più di quanto normalmente si associa al varietale, ma l’ acidità è superiore alla media; mentre il tannino è maturo e fine, come ci si aspetta dal Pinot Nero, ma non finissimo. È saporito in bocca, con un accenno lievissimo di salinità, e molto lungo. Però risulta un po’ largo, si appoggia placido sull’alcol, si vorrebbe più nerbo. Perciò, fuori degustazione, ma consumato a cena, sta bene sul risotto alle quaglie, meno sulla quaglia arrosto, perché quella certa sua dolcezza confligge con l’amaro della carne.

Insomma: è un buon vino, onesto nel rispettare il varietale, nel riportare il territorio e riesce di una certa classe. Però resta a metà nel guado, senza compiere quel salto verso l’intimo piacere o la magia.

Magari è che l’ho servito troppo caldo: sui 14 gradi avrebbe certo figurato meglio. Oppure la bottiglia ha un po’ sofferto, oppure è il mio palato questa sera. Però il dubbio mi resta, che i migliori Pinot Nero del Domaine Drouhin siano su un altro livello.

Chianti Classico 2010, Tenuta Villa Rosa, 13 gradi.

image

Un vino che non so se esista più, di un’azienda che forse non esiste più, di un enologo che non c’è più; ma un vino che ispira poesia e commozione. Ché poi, enologo, non sarebbe nemmeno corretto: Maestro assaggiatore, com’era chiamato Giulio Gambelli. Lui, che enologo non era, sapeva però – è stato detto –  ascoltare il vino. Questo Chianti Classico fu uno tra gli ultimi suoi grandi. Andai a Villa Rosa alcuni anni addietro, credo nel 2012. Arrivarci non era difficile, seppure fosse su una strada un po’ secondaria, all’incirca tra Poggibonsi e la parte alta di Castellina. Era però difficile trovare la porta aperta e, se si bussava a quella porta, o era per caso o perché con determinazione si era giunti a conoscenza di quei vini lì nati: la visibilità della firma sulla stampa dell’epoca era quasi nulla. Quel giorno di un agosto ormai lontano la porta si aprì. La cantina era semplicissima, pulita ma non asettica, intonacata di bianco, tra i pilastri botti grandi e annose ovunque. L’accoglienza, semplice, gentile, signorile a suo modo, con molto understatement. Su una parete, un ritratto fotografico di Giulio Gambelli.  Tecnologia, lo stretto indispensabile, forse ferma da qualche lustro. Ne venni via con una dozzina di bottiglie miste ed ancora mi pento di essere stato avaro. Gambelli mancò nel 2012 e Villa Rosa, che era passata alle sapientissime cure dell’allievo Paolo Salvi, credo venisse già nel 2013  acquisita da Cecchi. Il marchio, non saprei se esista ancora; e se esiste, non so chi e come ne curi la fattura dei vini. Allora mi rimangono queste poche bottiglie non ancora godute ed ho stasera l’occasione felice di una cena in famiglia con le persone che amo e di una costata all’antica. Cavo il sughero in anticipo di circa otto ore, perché il vino respiri. Ed eccolo, giunta l’ora nel calice, con le sue lacrime lente, pensose, persistentissime, dalle gambe lunghe; vivido e lucente nella sua tinta rubina e trasparente, che si scurisce un calice dopo l’altro per la dispersione finissima del fondo. Nobile profumo, intenso, ma sfumato come un quadro leonardesco, con la stessa misura velando e fondendo aereo infiniti dettagli minuti. Le viole, le rose, le ciliegie, uva nera matura, la piccola mora di rovo che si coglie passeggiando per le macchie, la susina nera,  i minerali (ferro, ghisa, ruggine, sasso, rena), le spezie (pepe bianco e nero, noce moscata, chiodo di garofano), un profumo netto di conifera, non saprei se pino o cipresso, la liquirizia, il carciofo, l’alloro, un sentore lontano di terra umida e gravida, evocati vividamente, ma come attraverso la lente del ricordo, con infinita malinconia. Cangiante, ma in un tono minore, con quella sorta di opacità severa che Cesare Brandi attribuiva ai colori della campagna toscana e che si ritrova nei quadri di Fattori e di Rosai. Invitante, assonando con gli odori della mensa toscana, riserba al sorso ulteriori bellezze. È una dama in lungo, una notte con un manto di stelle, un suono di viola d’amore. Vividissimo, più di quello che i suoi otto anni suggerirebbero: l’acidità altissima ne sorregge la danza, guizzando sulle punte, rilucendo come la trota che risale il torrente; tuttavia la bocca ne risulta avvolta, con un senso di levità setosa, con un brillìo salino sottotraccia, arco teso di intensità minerale. Il gusto è pienissimo, profondo, specchio perfetto dei profumi, irradiante, preciso, concentrato di energia, lunghissimo e vibrante, in equilibrio fatato, dove ogni asperità tannica (un tannino presente, virile, deciso, maturo) è un’ulteriore rifrazione luminosa e sonora, significante e misurata.
Stasera, ancora una volta, in questo Chianti Classico di Castellina –  sangiovese il più, con pochi tocchi forse di canaiolo e di merlot –   si è ripetuta la magia di un vino del Maestro. Il caro Maestro, che con la misura dei suoi vini francescani evocava la Toscana antica che favellavano i miei nonni. Il tempo però passa e questo dolce privilegio sarà per pochi anni ancora.

image

Franciacorta Extra Brut, sboccatura 2 sem 2010 , Faccoli, 12,5 gradi.

Negli ultimi anni mi son tenuto  alla larga da certi gruppi di appassionati di vino, abbastanza da non saper più nemmeno veramente dire che cosa è di moda  e che cosa non lo sia. Mi piace, e mi è sempre piaciuto, seguire un’idea mia, magai un po’ obliqua, trasversale, sghemba, ma libera di andare dove le pare – ed io libero con lei. Ricordo che presso codesti circoli, o piuttosto rassembramenti, il nome degli spumanti metodo classico di Franciacorta era -e forse ancora è- in disgrazia, ben oltre il segno comprensibile di qualche concreto demerito; eppure quello di Faccoli veniva salvato per eccezione e agitato come un feticcio, al punto da risultare quasi antipatico come lo sono tutte le scelte imposte dalla massa, che spesso sceglie senza supporto di un pensiero critico, ma per sentito dire. Entravi in certe enoteche o ristoranti e già sapevi che avresti trovato Faccoli; parlavi con certe persone e: “Io non bevo Franciacorta” (o “non tratto”: la variante), “ solo Faccoli”, dicevano. Al punto che di Faccoli io alla fine nemmeno ne volevo sentir  parlare: me ne ero allontanato così tanto da rimandare, oltre ogni concreto impedimento e giusta ragione, l’apertura e l’assaggio di qualche bottiglia in mio possesso, acquistata appunto anni addietro per genuina curiosità e per l’onda della moda. Inoltre uno spumante di Faccoli, rosato, aperto davvero dopo troppi anni dalla sboccatura, aveva mostrato tutto il peso del tempo trascorso, lasciandomi un certo disappunto e poche speranze per le restanti bottiglie.
Ma quando ho aperto questo extra brut, che è il vino più distintivo dell’azienda, oh meraviglia! Di un bel giallo limone carico, dalla bolla fine e delicata, è eccellente  malgrado i 7 anni passati dalla sboccatura. Nasce da Pinot Bianco e Chardonnay e in massima parte i vini base sono d’annata singola: praticamente è un millesimato. Il Pinot Bianco, con le sue eleganti delicatezze, è  identitario per la denominazione, giacché si trova in molti Franciacorta riusciti; anche qui appone la sua firma, ma il risultato è  personalissimo. Questo extra brut ha un profumo molto intenso, vinoso e fungino: un’abbondanza di porcini secchi, disegnati con precisione. Poi, in dettaglio, fiori di sambuca,  arance e albicocche candite, tocchi di limone fresco, una speziatura dolce di noce moscata ed un senso vegetale di legno che è vivido e naturale, perché è muschio e corteccia ed in particolare corteccia di eucalipto, se la conosci. C’è qualcosa di carnoso, di ematico, di empireumatico, e insieme qualcosa di verde: il profumo dell’alloro e quello sfaccettato di altre erbe botaniche, come le distillano, care alla mia memoria,  i monaci di Camaldoli. C’è qualcosa di anice e di rosa e di mandorle, quelle buone, fresche e semplicemente pelate, non tostate; è una mineralita forse un po’ ammansita, ma scoperta.  Al sorso è notevolissimo, dritto, di quella stessa scabra eleganza che ha il Monte Orfano dal quale proviene, isolato e testardo in mezzo alla Pianura Padana, sola emergenza marina con i suoi conglomerati e i suoli poveri, fiero e ruvido come solo certi bresciani sanno essere. Di buon corpo, con un’acidità  davvero alta e una dolcezza media in senso assoluto (quell’acidità va pure compensata, per avere equilibrio), ma decisamente contenuta per uno spumante, marca appena un po’ di alcool nel lungo finale, ma in sostanza è deciso, energico, longilineo, piuttosto sfaccettato; mi verrebbe quasi da paragonarlo, absit injurias verbis, ad uno champagne di vigneron, per la qualità e la focalizzazione che esprime: un territorio, uno stile, niente compromessi. Da non gustare troppo freddo per goderlo appieno, sulla tavola è flessibile e con lui mi sono divertito a giocare; ma chissà che matrimonio sarebbe stato con un’astice o un’aragosta?

Nero del Bufalo IGT Ravenna Rosso 2014, Giuseppe Turi, 13 gradi.

Questo Nero del Bufalo è stato un regalo di una cara amica, gradito perché mi ha ispirato subito simpatia. Lasciamo stare il nome, che oramai – ed in questo periodo in ispecie – di bufali, asini, bovi, cinghiali, vacche, vipere, merli e topi (pure al femminile) sulle etichette c’è n’è a sazietà; però l’insieme ha un che di rustico, familiare, alla mano e gioviale che già spinge al sorriso. C’è poi una certa coreografia che vuole la Romagna e i romagnoli vitalistici e piacioni, ed a vedere stampato Romagna IGT, si direbbe, il gioco è fatto. Poi, sempre dall’etichetta si intuisce che il produttore-viticultore è piccino e artigiano: bene. E  perciò ho voluto berlo subito, appena possibile, una sera che un temporale battente ha regalato qualche sollievo dall’afa che già in questi giorni opprime Milano, allorché c’era sulla tavola una picagna cotta al sangue e a bassa temperatura. Dunque l’ho aperto, e così, senza pensarci e senza verificare mi aspettavo Sangiovese: è o non è vino romagnolo? Poi però qualche cosa non torna, al colore ed al mio naso. Aspetta, aspetta che guardo, c’è anche il QR code. Ah, ecco. C’è Romagna e Romagna: a Sant’Agata sul Santerno passai tanti anni fa per lavoro e la terra è piatta: sta nella piana , grosso modo tra Imola e Lugo. Terre argillose in zona; talvolta, credo, sabbiose. Sono lontane le nobili colline di Modigliana, di Predappio, di Castrocaro, di Brisighella, dove riluce il sangiovese. Eppure, evidentemente, quel clima e quelle terre compatte sono assai favorevoli al merlot ed al cabernet (sauvignon o franc?), presenti in questa bottiglia nella misura di 8 parti e di 2. Un taglio bordolese dunque, che vede solo acciaio e vetro e che anche in un’annata come la 2014 (in zona non so, ma generalmente fredda e umida) non tradisce, anzi! Perché di primo acchito, a guardarlo, è purpureo e fitto, non impenetrabile ma di profondità superiore alla media, e lascia sul vetro del calice un velo viscoso e tenace che poi si allunga in gocciole lente e ravvicinate. Il profumo è molto intenso, sfaccettato, giovanile ma con note di sviluppo, fresco, e per una volta mi sento di dire tipico: nel senso didattico di ciò che un buon taglio bordolese a prevalenza di Merlot dovrebbe esprimere; si badi: un bordolese mediterraneo però, perché qui c’è a mio avviso una trasparenza territoriale assoluta, una naturalezza dinamica che va oltre ogni mera e sterile precisione tecnica ed anodina. Frutti di bosco rossi e susine ed una certa polpa di albicocca matura si sposano ai mirtilli, alle more, alle prugne nere. Poi  note vegetali: di alloro, di bosso, forse anche di ago di pino e resina e corteccia; quindi un cenno di torrefazione, come di caffè in grani (chi ha vissuto certi anni quando ancora esistevano le drogherie coi monumentali vasi in vetro che ne contenevano a chili, mi capisce: ricorda quell’odore); forse, per finire, un tocco di eucalipto, come di foglia spezzata, che rilascia la sua balsamica clorofilla; ed un ricordo animale e di farmyard ( per dirla all’inglese) che sa di cantina, di sottoscala, di prosciutti e salami lasciati a stagionare, che ricoprono di muffa il loro strato di spezie, sale ed aromi. Un contrappunto minerale, ferroso e grafitico, fa capolino. Invita al sorso, non c’è che dire, e lo si trova assai saporito, di corpo medio, con un’acidità notevolissima ed una salinitá che le risponde del pari; insieme gli donano un nerbo che bilancia il centro bocca gentile,  dalla tessitura molto setosa e non particolarmente piena, che una certa carica tannica di fittezza media vivifica di una lieve e piacevolissima increspatura ruvida. Termina con un finale dall’eco superiore alla media, soprattutto equilibrato nelle sue componenti, dove si apprezza con merito particolare la misura alcolica oggidì rara. Possibile che malgrado il caldo, gira gira, mi sia gustato più di mezza bottiglia? Già, e su quella carne al sangue morbida e gustosta, stasera servito un po’ fresco è stato perfetto. Insomma: a mio avviso questo è un bel vino da compagnia, di carattere, territoriale e piacevole. Poi, una volta di più, mi credo se per i bevitori moderni non ci sia un nuovo spazio per i vini di pianura: se ben fatti, sono compagni sorridenti della tavola. Piantiamo più vigne, avremo meno capannoni!

Bourgogne AOC, Cuvee de Noble Souche, 2005,  Denis Mortet, 13 gradi.

image

Fu il vino dell’amore col Pinot nero e con la Borgogna; forse, col vino tout court. Una sera, tanti anni fa, fredda. A prima vista: il suo colore, il suo profumo, il suo bacio. Sensazioni mai immaginate, lo svelamento di un ideale fino ad allora solo vagamente immaginato. Il mio ideale della donna da sposare: accogliente, femminile, sensuale, elegante, morbida. Perdona, amica che mi leggi, se posso sembrarti un poco maschilista qui: è che da allora di vini ne ho assaggiati parecchi, e parecchi prima ancora, ma con nessuno ho più avuto quella sensazione lì. Col Sangiovese, che pure può essere gentile, io mi posso immedesimare: vi affondo le radici e sento l’eco dei miei avi; in un Nebbiolo, trovo il maestro, l’amico che ti ascolta, il senso del conforto. Ma sono vini maschi, al confronto con questo Borgogna. Specifico: questo Borgogna. Ne ho assaggiati altri negli anni, anche di caratura superiore se vogliamo, da Cru blasonati: più profondi, complessi ed articolati magari, ma nessuno con la stessa scorrevolezza agile, con la levità intensa e carezzevole di questo di Denis Mortet, con quel suo modo di stare a tavola senza attrarre troppo l’attenzione, ma blandendo in maniera sottile ed obliqua, quasi impercettibilmente. Unico per la sensazione che mi regala di star naturalmente bene, di non aver bisogno di un dialogo per parlasi e capirsi, come se bastasse un gioco di sguardi, o al più uno sfioramento, pelle a pelle.
Da tantissimo in realtà non lo incontro. Ne riposano sei bottiglie nella mia cantina di Milano. Mi decido infine un certo giorno a spostare gli scatoloni affastellati, pieni di  altre bottiglie, ognuna che racconta viaggi, ricordi, storie, e sposto vendemmie e territori, scoprendo che cosa si è sedimentato nel tempo; ma ne voglio una di quel Borgogna, perché domani compirò quarant’anni e per la prima volta dal 2011 potrò festeggiare nella tiepida quiete della mia famiglia.
Temo l’incontro e ne sono anche un po’ emozionato e preoccupato: per le mie conoscenze, non è affatto garantita la tenuta di un vino come questo per 12 anni; o, meglio, non è detto che l’evoluzione sia virtuosa: in fondo è un semplice Bourgogne AOC, non un Premier Cru o un Grand Cru.
Il tappo di sughero è lunghissimo. Accenna a spezzarsi quando esercito forza, ma riesco destramente ad estrarlo. Sorrido, perché anni di esercizio sono evidentemente serviti; ma più ancora perché già dal fiato della bottiglia capisco che il vino è in ordine: non è compromesso da spunti acetici, ossidazioni o altro.
Lo verso e godo la bellezza del suo color rubino trasparente che tende appena al granato, con gocciole belle, perfette. Il suo profumo! Ricordo che giovane mi sembrava una droga per la sua armonia e un amico ci scherzava su sarcastico, dicendo che lo si poteva considerare un sostitutivo della cocaina. Oggi è più maturo, ma ancora in evoluzione: se ha perso in fruttato, ha tuttavia ancora un bilanciamento meraviglioso, che si è spostato più sulle spezie. Eppure è ancora lui: molto intenso, puro, profondissimo, risonante, solenne, arioso come le navate di una cattedrale gotica, luminosa ma ricca di chiaroscuri, con fragola e più ancora fragola di bosco, con una sfumatura floreale tra la rosa, la viola e la mimosa. Le spezie, l’accennavo, sono tantissime: pepe e noce moscata in evidenza, cannella e chiodi di garofano; chi più ne ha, più ne metta. Un tocco di cipria, molto lieve, civettuolo, che contrasta con un fondo autunnale di tabacco e foglie ingiallite, più serio e compunto. Infine, come una scia variegata, un’affumicatura leggera, vaniglia, ricordi marini che mi richiamano alla mente l’odore delle posidonie al sole sulla battigia, il muschio ed un sospiro appena mentolato e di grafite e di pietra bagnata. Tuttavia è l’unione equilibrata di tutti gli aromi ad essere magica come una droga, non qualcuno di essi in particolare. L’assaggio: un beva piena ma leggiadra, setosa e ricca di nerbo; forse appena sfrangiata dall’età, ma è cosa assai lieve. E’ rotondo, dolce al tatto sul palato (ma, bada bene, non al gusto); senza una nota fuori posto, anzi, con una accordatura perfetta ed armonica che fa godere, come quando si ascoltano certi clavicembali antichi e ben temperati negli arpeggi delle Toccate di Girolamo Frescobaldi. Ha un tannino finissimo e di vera, superba eleganza;  un’acidità decisa, ma dissimulata, distribuita, irradiante. Il suo sapore è concentratissimo, in un dialogo tra fiori e spezie, forse appena semplificato rispetto all’olfatto, ma il sorso è in progressione ed in crescendo, fresco, lunghissimo, con un alcol equilibratissimo, che apre alla soddisfazione di un contrasto caldo-freddo magistrale. Leggiadria e potenza, verrebbe da riassumere, ma ancora non si è detto abbastanza di come a tavola sappia essere un perfetto compagno camerista, più che un ingombrante solista.  Io ad esempio l’ho gustato,  e parecchio, su un bollito misto con pollo, vitello, manzo, lingua e cotechino. L’amore si rinnova; malgrado qualche minima ruga, malgrado la constatazione, dopo tanti assaggi, che un lieve e forse impercettibile ammiccare a certi Pinot del Nuovo Mondo esista pure, realizzandosi in forme armoniose  e atletiche che sono lontane da una certa essenzialità ossuta. Sorprende quasi, se si pensa che le uve vengono da una zona estremamente secondaria e difficilmente ascrivibile alla rinomata Cote d’Or. Vengono dal piccolo paese di Daix, parte della misconosciuta Cote Dijonnaise, giusto nord ovest delle città di Dijione, non troppo oltre una distesa di sobborghi dal carattere industriale. Però a Daix ci sono delle belle colline dove le uve crescono a circa 400 metri sul livello del mare, su suoli bruni  e molto gessosi,  ma le vigne sono poche e poche forse sono sempre state. Denis Mortet, però ci credeva e da questi terreni meno famosi provò a trarre un vino che fosse accostabile a quello dei Cru più celebrati, ai quali aveva comunque accesso per proprietà o come affittuario: Gevrey Chambertin, Chamberlin, persino Clos de Vougeot, poi molti altri. Aveva fama di essere un gran perfezionista e i suoi vini, non filtrati e non chiarificati, si diceva fossero: “di pieno corpo, concentrati, armoniosi, intensamente profumati e di splendida eleganza”, tutte caratteristiche che ritrovo, lo sai, in questa meraviglia di Bourogne AOC 2005. Denis Mortet, Infatti, da qui terreni misconosciuti creò un vino grandissimo, in quella che fu la sua ultima vendemmia. Quando il vino riposava da poco nelle botti, una mattina di gennaio del 2006, si uccise con un colpo di fucile nel parcheggio di fronte alla sua cantina. Aveva appena 49 anni. Si dice che fosse depresso. Si dice. Per me resterà sempre una domanda senza risposta come possa uccidersi chi ha il dono  creare un esempio di così fulgida bellezza. Misteri dell’anima umana oscuri e terribili, inutile sondarli: meglio esercitarvi una cristiana pietas.

Monsupello Nature Metodo Classico Pinot Nero, 13 gradi.

Credo che l’Oltrepo’ Pavese sia uno dei distretti vinicoli più belli e sfortunati d’Italia. La bellezza è evidente: basta recarsi colà, in quello che Gianni Brera chiamava “il mio orizzonte di pampini”, per rendersene conto: le colline ubertose, varie in forme e terreni; le differenze altimetriche; le bellezze boschive. In certe parti le vigne si distendono morbide e tonde come sui seni ampi e prosperi di una donna sdraiata che riposa; altrove, le pendenze sono talmente ripide (e i suoli spesso così sassosi) che si potrebbe parlare a ragione di viticoltura eroica. E non mancano – lasciami amico o amica che mi leggi stiracchiare un poco i concetti francesi- i Cru (uno per tutti, il Barbacarlo), gli Chateau storici (ad esempio, Frecciarossa), i vigneron, i villages.
Purtroppo non sono mancati negli anni scandali, frodi, fallimenti, o anche semplicemente  una gestione enologica, commerciale e legislativa zoppicanti, che hanno velato la zona di una nebbia più fitta di quella padana.
Si dimentica spesso poi che l’Oltrepo’ è la piccola patria italiana di uno tra i vitigni più nobili, apprezzati ed alla moda: il pinot nero. Arrivato in zona già a metà Ottocento con barbatelle prelevate in Borgogna, con quasi 3000 ettari esso copre oggi circa il 75 per cento della produzione nazionale. Nei casi migliori si può anche esclamare: “e che pinot nero!”. Infatti anche un produttore leggendario come il langarolo Bruno Giacosa si approvvigiona qui per le uve del suo metodo classico: ampio, vinoso, bellissimo.
Perciò, non è una sorpresa che mi si parli bene di questo  Nature Metodo Classico Pinot Nero, una piccola produzione dell’Azienda Monsupello. Ed io curioso, trovatene una bottiglia, mi dispongo all’assaggio, trovandolo di un bel colore limone carico, sì, ma vorrei dirti biondo, ramato. La sua mousse è delicata, di media persistenza: nulla più.  Ha un buon profumo nitido e fresco, di  media intensità, con aromi agrumati di  limone, arancia e  chinotto, di frutta a polpa bianca fresca, come  buccia di pesche; un po’ di quei sentori che derivano dall’affinamento e dal riposo in bottiglia, come mandorle e crosta di brioche, ma neanche tanto marcati a dispetto dei 30 mesi sui lieviti, a tutto vantaggio di una sensazione ariosa. C’è una nota minerale leggera, come di iodio. È un profumo quasi un po’ da cercare, in fin dei conti, come esprimesse una sua timidezza, chè solo apparenza, se la sostanza è quella che inonda il palato: lì c’è grinta vera, perché è pieno di corpo, secco, persino piuttosto tannico (per la tipologia) e con una acidità altissima: non scherza affatto, avanzando deciso verso un finale molto lungo: se  si può dire, non solo persistente, ma anche pertinace, con una giusta intensità di sapore. Insomma, vista la fama attribuita agli spumanti oltrepadani,  l’aspetti morbido, largo e piacione  e lui invece è netto, dritto, rigoroso fino quasi all’austerità. Più che il lombardone grasso tipizzato da Gino Bramieri, ricorda più certi intellettuali segaligni di stampo protestante e giansenista, come il Carlo Cattaneo delle Cinque Giornate del ‘48. E chissà: se nel salotto risorgimentale della Contessa Maffei tra le note di Verdi si beveva spumante, probabilmente era Champagne, ma a me piace pensare con un falso storico che fosse questo Monsupello. Ottimo, naturalmente, sul pesce e come aperitivo, ma per me, stanco per la  prima giornata di lavoro italiano dopo 5 anni all’estero, il pieno godimento è stato con un salame Milano.