Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996, Tenuta Bibbiano,13 gradi, bottiglia 12901

A Castellina la luce sa essere tersa e cristallina come il suo nome, anche sotto la pioggia.

Pioveva la prima volta che arrivai a Bibbiano, un giorno indimenticabile, con l’auto che arrancava una sterrata lunghissima e fangosa, per il piacere dell’avventura e della scoperta. Con me, un amico carissimo.

Pioveva l’ultima volta che vi sono arrivato, un giorno altrettanto indimenticabile, per una strada più svelta, in compagnia di colei che di lì appresso sarebbe diventata mia moglie.

In mezzo, una decade esatta della mia esistenza e di scoperte nel mondo del vino.

Giunsi a Bibbiano muovendo i primi consapevoli passi in cerca del Sangiovese autentico, mio primo e sempre coltivato amore.

Divenne poi luogo del cuore con le ripetute visite, mai abbastanza frequenti stanti i casi della vita.

Ora, quando vado a Bibbiano, è primariamente per visitare Tommaso Marrocchesi Marzi, che considero un amico ed un imprenditore illuminato: amo conversare con lui e imparare.

Quell’ultima volta trascorremmo insieme un intero pomeriggio: ci mostrò le vigne, la cantina, gli uffici, ci presentò i suoi validi collaboratori. Parlammo del passato, del presente, del futuro: degli ultimi lavori effettuati per recuperare e riadattare al meglio gli spazi, della variante alla via di accesso, dei lavori di cantina, delle ambizioni future: progetti interessantissimi, quali lo studio dei terreni, del patrimonio di antichi cloni aziendali, dove la scienza moderna può valorizzare la natura.

“Adattare le proprie idee alla realtà, piuttosto che forzare la realtà alle proprie idee”: è una frase che mi disse allora Tommaso, illuminante perché credo riassuma bene anche la filosofia aziendale.

Mi confessò Tommaso che solo da un certo momento in poi aveva avuto chiaro che tipo di vini avrebbe voluto produrre. Ed ecco che le memorie del luogo e quelle familiari, le antiche fotografie e le medaglie, raccontate con amore quel giorno da Tommaso per noi, in tale prospettiva rivivevano e diventavano il sestante per l’avvenire. Anche la bellissima targa che si è voluta apporre sulla facciata dell’azienda a memoria di Giulio Gambelli, il leggendario Maestro Assaggiatore di 60 vendemmie a Bibbiano, suona ora come una dichiarazione di intenti.

Bibbiano non è un’azienda-vetrina, né un sepolcreto, ma una realtà viva che proietta la sua storia nel futuro, coltivando il genius loci e la naturale eleganza dei vini.

Ci condusse allora Tommaso nella parte più profonda e antica della struttura, dove sono conservate le annate storiche. Sapendoci prossimi alle nozze, ci regalò una bottiglia di Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996 ed una di Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1995, nate ancora sotto l’egida di suo padre Alfredo e di Giulio Gambelli, monumenti di storia chiantigiana: Sangiovese dalla vigna aziendale esposta a sud-ovest, verso l’assolata apertura che guarda a Monteriggioni, concepita fin dall’origine -credo negli Anni ’50- per la produzione della Riserva, di concezione classica.

Un gesto che mia moglie ed io non dimenticheremo mai.

Vini così speciali meritano, laddove possibile, momenti speciali e tavole all’altezza. Decisi di aprire, con emozione, la 1996 lo scorso luglio 2020, per l’ottantacinquesimo genetliaco di mio padre.

Era ancora incredibilmente rubino, trasparente e luminoso; si distingueva appena qualche accenno al granato. Sul vetro creava una sarabanda di gocciole molto lente, molto fitte, regolari, di solenne andamento.

Il suo profumo: integro, intenso, sfaccettato, arioso, puro; rifinito e severo insieme, come la trina di un capitello altomedievale. La freschezza cristallina del lampone e della ciliegia maturi sfumava nei fiori appassiti, rosa e viola; si screziava eterea dei balsami del rosmarino, dell’origano, dell’alloro, di un bosco di lecci, foglie e corteccia; la dolcezza domestica, malinconica, autunnale della farina di castagne diveniva controcanto alla liquerizia e alle nobili profondità minerali della pietra assolata, del ferro, della polvere da sparo, del goudron; infine, tenui note di spezie: aliti di brezza.

Di gran corpo, aveva la stoffa dei migliori vini del versante inferiore e meridionale di Castellina: rotonda, completa, equilibrata, ma leggiadra; con un tratto sottilmente femminile che spesso ritrovo nei vini di Bibbiano: era la delicatezza dell’attacco setoso, che si modulava nell’alata forza strutturale di un tannino sciolto e rotondo, ma ancora abbondante; dell’acidità notevole e tuttavia naturalmente distribuita lungo il palato; di una salinità puntuale, infiltrante, riverberante.

Profondissimo, chiudeva la sua lunghissima arcata su echi ematici, minerali, speziati: di pepe bianco e nero, di noce moscata e cenni – forse – di cannella.

Vino che racconta, da ascoltare: un suono liquido, profondo, ma deciso e screziato, disegnato con perfette proporzioni, sì da scordare analisi tecniche e sentire solo il racconto della musica. Ecco: nella mia memoria di ascoltatore appassionato, l’orchestra di Toscanini, la V Sinfonia di Beethoven, la pregnanza di quel motto in levare.

Furono istanti di raccoglimento trasognato, su arrosto di faraona e piccione.

I Lacryma Christi del Vesuvio di Cantine Matrone.

Sarò magari suggestionato dalla bellezza abbagliante dei luoghi – quell’insieme di cobalto marino, giada lussureggiante di vegetazione, ametista della terra, ocra delle monumentali rovine – mi pare tuttavia che dai Campi Flegrei al Vesuvio ci sia una concentrazione straordinaria di piccole cantine eccellenti e di deliziose perle enologiche.

Ciascuna con un carattere assai peculiare: la capacità dei vignaioli e, credo, le caratteristiche stesse delle varietà locali, valorizzano la notevole parcellizzazione di un territorio dal fascino naturale e storico unico.

Vini dei vulcani, tutti; ma, a grandi linee, aggiungerei che quelli dei Campi Flegrei, salatissimi e sciolti, declinano al mare; i Lacryma Christi, più acidi e strutturati, declinano alla montagna.

Il Lacryma Christi è un vino di antica tradizione (gli affreschi pompeiani mostrano il Vesuvio coperto di viti) e di notevoli citazioni letterarie: ne ricordo una poco nota, ma che è stata il mio primo memorabile incontro con la tipologia, nelle pagine che Pratolini dedica al personaggio de “la Signora”, in Cronache di poveri amanti.

Ha subito purtroppo un periodo d’oblio, durante il quale, almeno fuori zona, si trovavano solo esemplari commerciali di scarsa personalità ed interesse.

Da qualche anno la situazione è decisamente migliorata.

Cantine Matrone produce questi Lacryma Christi del Vesuvio, rosso e bianco, dallo spirito felicemente artigianale.

Mi paiono tra i conseguimenti più felici della tipologia.

Lacryma Christi del Vesuvio Rosso 2015, Cantine Matrone, 13,5 gradi.

Un taglio tradizionale di Piedorosso maggioritario, che dona scioltezza e profumi caratteristici, con una decima parte tra Aglianico, che garantisce nerbo e struttura, e Sciascinoso, che aggiunge note fruttate.

Tinta rubino, di media profondità, molto luminosa: bella. Lascia sul bicchiere gocciole regolari, fitte, lente.

Profumatissimo: immediato, tuttavia molto complesso, terroso e insieme puro. Di primo acchito, è come entrare in certe annose cantine, che portano sui muri il ricordo di tante vendemmie passate. Poi, ordinando le sensazioni, di distinguono l’uva sultanina o, meglio, arrostita; il gelso nero, la mora selvatica, l’amarena, la pesca, il chinotto; poi – qui sta il carattere – origano, timo, melanzana, pomodorino del piennolo essicato, cappero, acciuga, tantissimo pepe e le nette sensazioni minerali e affumicate, firma del vulcano.

Sorso agile, secco, continuo e compatto, ma accessibile, comunicativo, di slancio felice.

Ha tannino importante e pastoso; salinità impressionante; acidità appena sopra la media; ottima lunghezza: chiude con quel tannino pastoso a riempire la bocca e note piacevolmente dolci-amare, dal retrogusto balsamico ed ematico.

Un vino di alto artigianato, originalissimo, buonissimo anche fresco, pieno di gioia. Mi ricorda certi Cotes du Rhone settentrionale, certi St. Joseph, ma in una veste mediterranea.

Gustato con grande piacere su pollo ai peperoni e melanzane, con contorno di patate arrosto.

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco 2015, Cantine Matrone, 12,5 gradi.

Tinta giallo limone intenso. Forma lacrime accennate, fitte, veloci, evanescenti.

Il profumo è molto intenso e puro. Un’esplosione di agrumi: freschi, disidratati, caramellati; poi, fiori gialli, olio d’oliva, macchia mediterranea con la salsedine nell’aria: iodio. Vibranti: gli idrocarburi, i toni empireumatici, lo zolfo e la pietra.

Il corpo è medio. Il sorso molto salino, delicato e carezzevole; saldo, però, con un’acidità naturalmente integrata, di media intensità. Anche la concentrazione del gusto è mediana, ma trova notevole allungo e persistenti risonanze.

Un ottimo bianco da pesce, che ragiona di mare e d’altura.

Giovane, è buonissimo, ma una bottiglia vecchia di un lustro, in condizioni perfette come questa, dona piena felicità. Se lo stato non fosse ideale, ma discreto, se ne apprezzeranno comunque la florealità intensa, selvatica, mediterranea; la distinta vena agrumata; l’odore di vulcano: zolfo, pietra, idrocarburo.

Aglianico del Vulture Riserva Caselle 2003, D’Angelo, 13 gradi

Mi disse una volta un amico di origini lucane, a proposito della sua terra: “Eppure esiste!”.

Agli occhi di chi abita al Nord la Basilicata pare remotissima, più di ogni altra regione del Sud.

Forse non ha saputo promuoversi bene; forse ne è mancata l’occasione; forse, il carattere stesso dei Lucani che, fuor di luogo comune, ha un fondo schivo e riservato, contribuisce a tenerla in ombra.

Credo che anche sui vini della Basilicata non si siano mai davvero accese le luci, nemmeno sul più celebre e storico di essi, l’Aglianico del Vulture.

Quando vivevo in Inghilterra lo trovavo, con sorpresa e piacere, in un negozio in pieno centro a Londra: era il vino di un certo produttore di meritata fama, premiato e famoso, ma lì appariva più in rappresentanza di se stesso come un unicum, che testimone di un intero territorio.

Peccato: l’Aglianico del Vulture è un vino buonissimo, forse il più gentile degli Aglianico, escludendo quello cilentano, con una rotondità ed una speziatura personalissime, che gli derivano dalla particolare combinazione di suoli argillo-calcarei su sostrati vulcanici più o meno affioranti e caratteristiche pedoclimatiche particolari, interne e di alta collina, in territorio largamente incontaminato.

Inoltre, ha una lunga storia da raccontare (celebre la citazione di Orazio) e sono numerosi i produttori degli di nota: una bella squadra.

D’Angelo è uno tra quelli di lunga tradizione: attivo fin dagli Anni Venti del Novecento come produttore di uve, i primi imbottigliamenti sono degli Anni Settanta.

Tra le numerose etichette, il Caselle occupa un posto particolare per la concezione a un tempo classica e ambiziosa, con rese limitate a 45 quintali di uva per ettaro ed un invecchiamento di 5 anni prima della messa in commercio, dei quali 2 in botti grandi: sono numeri da Barolo, da Brunello di Montalcino, per intenderci.

Questa bottiglia mi giunse da un amico scambiandoci bottiglie: lui in vacanza al sud, io al centro nord, ci dividemmo il bottino a mezza via.

L’Aglianico ha generalmente lunga vita. Mi preme tuttavia sottolineare l’ottima condizione di questa ben conservata 2003, annata molto calda e mal apprezzata agli esordi: si affermava che i vini – in tutta Italia – fossero cotti, sbilanciati, scarsamente longevi.

Invece, con gli anni in vetro, spesso hanno trovato equilibri mirabili e una certa freschezza.

Non so come fosse questo Aglianico del Vulture agli esordi, ma tali attributi gli si applicano oggi a perfezione.

È color granato profondo, con riflessi rubino. Sul vetro, lacrime molto lente e regolari.

Ha un profumo molto intenso di mora di rovo, di mirtilli, di susine scure. Suoi sono gli incensi, nobili e maestosi, sua la foresta: resina di conifere, corteccia, muschio; suo un tratto fermamente mediterraneo: il rosmarino, il ginepro, l’alloro, l’oliva; infine una nota ematica nitida, un sottotraccia di polvere pirica, di affumicato, eco discreta dei suoli vulcanici.

Di gran corpo e concentrazione, gusto intensissimo.

Si apre ampio, nitido, deciso e quasi dolce sul palato, virando subito energico, nervoso, molto reattivo, con un allungo fresco, succosissimo, profondo, naturale, secondo un incedere compatto, percussivo, verticale e tuttavia sciolto, a suo modo leggiadro. L’acidità è notevole, il tannino fine e abbondante: tra queste poderose spinte, il vino vibra ricco di armonici, come la cavata violinistica di un David Oistrak

Sulla mia tavola è stato compagno eccellente di un agnello al forno con le olive.

Scappalepre Toscana Rosato IGT 2017, Tenuta di Bibbiano, 14,5 gradi.

Scrivevo di questo Scappalepre l’estate dello scorso anno:

“… un vino di color rosa antico: tenue, luminoso, bellissimo. Ciò che più importa era buonissimo, difatti è finito in un attimo. Delicato, un profumo sfumato e nitido di rose, più sfumata ancora la ciliegia, erbe aromatiche, chiodo di garofano. È Sangiovese chiantigiano, un rosato delicato, agile, snello, fresco, che avrei detto perfetto da pesce. Lo è, ma oggi è stato perfetto anche su lasagne, verdure gratinate, coniglio arrosto con le stringhe in umido. Aggraziato, quindi, altro che delicato!”

Lo riassaggio oggi con estremo piacere, complice la tavola, la compagnia, la calura estiva; ed il tempo trascorso esige una riflessione ulteriore, perché lo ritrovo ancora più compiuto e integrato.

A tre anni dalla vendemmia, lo Scappalepre 2017 è in uno stato di perfezione sferica. Tutta la sua freschezza è vieppiù sviluppata tridimensionalmente, secondo una spazialità sinfonica: profumo, sapore, articolazione, con un’acidità vivida.

Stupefacente per la capacità di dissimulare forza e massa in un sorso gentile, pacato, di grazia stilnovista; secco e glicerico insieme, con un ritmo salino che l’innerva scandendolo maestoso.

Azienda chiantigiana storica, Bibbiano ha saputo rispettare la tradizione, introducendo tuttavia ragionate novità. Lo Scappalepre è una di queste: una sussurrata ode allo spessore del Sangiovese di Castellina.

(Luglio 2020)

Rosato IGT Toscana 2019, Sanlorenzo, 14 gradi.

Superato il fitto bosco, quando si arriva sulla sella ariosa dove sorge la cantina di Sanlorenzo, viene fatto di fermarsi in limine: oltre ci sono le vigne digradanti, e ancora boschi, e acque, chissà; ed un orizzonte infinito che si spinge oltre i monti fino al mare, sorvegliato dall’Amiata massiccio, a sinistra, limitato dalla Val d’Arbia misteriosa, a destra. Bisognerebbe essere uccelli e spiccare il volo per superare quella soglia fatata; invece lì si resta, figurandosi spazi distesi, concavità discrete, luci e ombre, animali nascosti, fiori sperduti come gioielli lascati cadere negletti da un sovrabbondante scrigno. Intorno, i grappoli turgidi danzano al sole.

A 500 metri d’altezza, questa terra è vocata per Brunello eleganti e robusti.

Dal 2014 però, Luciano Ciolfi, anima di Sanlorenzo, ottiene dalle sue uve anche un rosato, col salasso di piccole quantità di mosto.

Ho avuto la fortuna di poterne assaggiare tutte le annate, fino alla 2019, ultima imbottigliata.

Sei vendemmie sono una traiettoria sufficientemente lunga per delinearne i caratteri fondamentali: è un rosato estremamente elegante, potente, ricamato e preciso, di una naturalezza disarmante.

Pur restando se stesso, legge in trasparenza ogni annata, sempre diverso: ad esempio, il 2019 spicca per mineralità e gentilezza, felicemente abbinandosi al pesce; certi millesimi, più ampi e sul frutto, si accostano gioiosi a piatti di terra.

Sarebbe interessante affrontarne una verticale: non teme certo qualche anno di invecchiamento.

Mi risuona sempre l’idea che sia un’essenza di Brunello: intendo un Brunello spogliato della sua massa, dei suoi tannini, ridotto a un’idea primigenia e rarefatta di profumi e sapori, lieve ed etereo come un aquilone di carta, alto nel cielo per un soffio di vento. Ecco la magia: ha nel suo colore certi attimi sospesi tra tramonto e crepuscolo, come li ho visti in inverno dai pendii di Sanlorenzo, che durano un nulla come le cose belle, come il piacere abbagliante di questo Rosato.

Questo 2019, che accanto all’abituale affinamento in tonneaux, ha visto il passaggio di una piccola quantità in clavier, è di tinta bellissima, trasparente e luminosa, dai riflessi vagamente ramati da cipolla di Certaldo, con gocciole fitte, veloci, persistenti.

Il profumo è molto intenso e molto complesso, elegantemente sfumato e musicalmente fuso: in lui trovo fiori secchi di campo gialli e viola, tanta camomilla. Poi frutta mediterranea e antica: arancia, corbezzolo, giuggiola; la suggestione esotica del lichi contrapposta a una nordica mela verde; e la paglia, il fieno che asciuga al sole, struggente evocazione campestre da quadro macchiaiolo; lo iodio, il ferro: sentimenti marini e guerrieri addolciti da una spaziatura molto tenue, molto dolce, di cacao bianco; infine, note di alloro e di resina, tra lo splendore ordinato di un giardino e l’ombra gentile di un bosco.

Corpo ampio, gran stoffa, attacco energico e dolce, corrente salina continua, acidità franca e decisa, tengono e ritmano l’incanto trasognato dei profumi, con un alcol presente, in ottimo equilibrio, che carezza il palato. Il sorso è avvolgente, secco, slanciato, notevolmente persistente, ma ben calibrato per esaltare la tavola, con una scia minerale e salina che pulisce e rinfresca; quasi fosse un’acqua profumata, sapida, saporita, insieme fresca e calda.

Eccezionale e beverino, sulla mia tavola, con un gran fritto di mare: perfetto per morbidezza, profumo, pulizia del palato.

Colli Trevigiani IGT “Venegazzù della casa” 2005, Loredan Gasparini, 13 gradi.

Rimango sempre tiepido verso i tagli bordolesi italici: intendo quelli classici, da Merlot e Cabernet principalmente, con l’aggiunta delle altre uve rosse complementari dei Bordeaux.

Molti hanno un piglio dimostrativo, che mal si sposa coi miei gusti e le mie vivande; altri sono troppo slegati dal territorio per destare il mio interesse; alcuni sono buonissimi, ma richiedono esborsi che sopporto più volentieri per un grande Nebbiolo, o un grande Sangiovese, a me più congeniali.

E persino tra i buonissimi, trovo una certa inclinazione o verso interpretazioni scopertamente mediterranee, di luci dirette e tinte accese, o verso toni intellettualistici, di rigori geometrici e colori freddi. Insomma, il punto di equilibrio tra elegante ricercatezza e coinvolgente eloquio sfugge sovente.

Gli storici tagli bordolesi di Loredana Gasparini mi hanno invece sempre conquistato, dal lontanissimo primo assaggio del sontuoso Capo di Stato, mai abbastanza lodato, al più immediato Venegazzù, vino decisamente sottovalutato.

Varrebbe la pena spendere qualche parola sul territorio e sulla storia dell’azienda, ma non è questa l’occasione adatta.

Basti dire i vini del Montello, rilievo di circa 6000 ettari che supera di slancio i 370 metri d’altezza, sono lodati già dal ‘500 e che le uve bordolesi per la produzione di vini pregiati vennero piantate dal Conte Loredan Gasperini già negli anni ‘50. Il primissimo Rosso di Venegazzù – toponimo riportato anticamente come Vignigazzù – è appunto del 1951.

Negli anni questi tagli bordolesi hanno mantenuto la loro naturale suadenza: una ricchezza strutturata e setosa, naturale e scorrevole, aperta ma sfumata. Forse è la forza del territorio e dei suoli del Montello, terre rosse con ciottoli calcari, granitici e porfirici in matrice argillosa, detriti alpini portati dal corso del Piave; oppure il taglio indovinato di Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc, Malbec; o, infine, l’affinamento che per il Venegazzù della Casa è di 36 in botte grande, evitando la barrique che l’ortodossa adesione all’enologia bordolese avrebbe suggerito, forse per la consapevolezza di una materia prima diversa.

Consapevolezza: forse questo è il segreto che negli anni chi ha accudito questi vini si è passato di mano.

Avevo da anni in casa questa bottiglia di Venegazzù: non in cantina, perché in effetti ha subito qualche vai e vieni tra essa è l’appartamento.

Ho una passione particolare per il Venegazzù: un vino eccezionale che si può trovare a prezzi onestissimi e che, pur prestante, non stanca mai.

Avevo semmai un dubbio circa lo stato di forma di questa bottiglia quindicenne dalla vita travagliata.

Tuttavia, se il colore è granato impenetrabile, il vino è smagliante: “in evoluzione”, ma per nulla “evoluto”.

Lascia sul calice gocciole lentissime, regolari, persistenti, come spesso accade con i grandi Rossi invecchiati.

Il suo profumo è molto intenso, nitido, complesso: un bouquet amplissimo, dalla frutta rossa e nera, come amarena matura e la prugna essiccata, al peperone, al pepe verde e bianco, e poi cacao, rabarbaro, caffè macinato, castagne, alloro, rosmarino, balsami, legno di cedro, tabacco.

Di corpo poco più che medio, ha estrema finezza, avvolgenza setosa, concentrazione senza eccessi, armonia. Con un tannino ben presente, ma morbido; un’acidità notevolissima, rinfrescante, ma naturalmente celata; una residua carbonica disciolta; un tenore alcolico giudizioso; offre un sorso estremamente continuo, lirico, arioso, senza asperità, lunghissimo.

Il legno di affinamento non è percettibile.

Difficile distinguere questo vino signorilissimo, finissimo, da un bordeaux di buon comando, un grand cru bordolese o second vin di una gran firma, se non, forse, per un tocco di comunicativa italiana, espressa fluentemente, senza ansie dimostrative.

Goduto su un filetto di piemontese alla griglia, con sale pepe rosmarino e l’olio di Ormannni, Poggibonsi.

Visioni di Montecucco

Anzitutto: chi non conosce o non ha bevuto i vini del Montecucco, si perde qualcosa di grande.

A spanne, parliamo di vini che vengono dalle pendici occidentali del Monte Amiata, in provincia di Grosseto, a sud della DOCG del Brunello di Montalcino, guadato l’Orcia (che si può oltrepassare, più prosaicamente, con comodi ponti).

Tre annate, tre cantine, tre vini, tre prospettive.

Montecucco Sangiovese 2015 Montenero, 14 gradi. Un vino affascinante, di rude potenza, ma che riesce naturalmente elegante per l’estrema compattezza del sorso: l’eleganza di un buttero dalla schiena dritta. Ha fiato potente, affumicato e boschivo, con polvere da sparo, lampone, ciliegia, amarena, arancia, viola, pepe, alloro, cannella. Corpo importante, con tannino potente, grintosissimo, forse appena un po’ verde. L’acidita è media, è salino, ma la@tensione è tutta nella maglia tannica. Fu calda e potente l’annata.

Basile Montecucco Sangiovese Cartacanta 2016, 14 gradi. Vino fresco, sul fiore, sul frutto, sulla cipria; di buona tensione, dal tannino educato, col finale molto ben bilanciato. Un vino rifinito e godibilssimo, che si giova dell’eccezionale annata 2016, potente e fresca, ma permane una sensazione di tecnicismo smaliziato, che filtra il territorio. L’arrotonda un 10% di Merlot.

Montecucco Rosso 2018 Campinuovi, 13,5 gradi. È il rosso “della casa”, il meno ambizioso, di questo produttore di Cinigiano, che confina con Basile. Sangiovese all’80%, 15% Cabernet Sauvignon, 5% Merlot. Nell’annata la Riserva di Sangiovese in purezza non fu prodotta. Il profumo è un’iride colorata di straordinaria ampiezza: forse non per tutti, con le aldeidi in evidenza, ma profuma di vecchia cantina, di lieviti, di ciliegia, fragola, susina, menta, alloro, sangue, caffè, uva sultanina, polvere pirica. Di corpo e di stoffa vellutata, ha sorso puro, sciolto, coerente, con tannino maturo e abbondante, carnoso; giusto di sale, caldo di alcol, acidità notevole. E ci sono il bosco e la resina, netti: la firma del Montecucco.

L’ultima immagine è uno squarcio di panorama da Cinigiano: un territorio di bellezza abbagliante.

Ser Piero, Chardonnay Toscana IGT 2011, Cantine Leonardo Da Vinci, 13,5 gradi

Talvolta bisognerebbe davvero assaggiarli alla cieca i vini, tanto forte è il pregiudizio; e, nei casi virtuosi, bisognerebbe tenere in più seria considerazione il lavoro delle cantine sociali.

Visitai anni addietro le Cantine Leonardo Da Vinci: una realtà cooperativa solidissima, senz’altro di grandi numeri e con un occhio al mercato internazionale; sicuramente ambiziosa e condotta da persone preparate. I vini: curati, gradevoli, lineari, misurati, molto affidabili; manca l’emozione dei vini artigianali.

In quella occasione occasione comperai tra gli altri questo Chardonnay in purezza. Ne avevo già assaggiato anni prima un esemplare di altra annata, trovandolo più che discreto ed il prezzo era appetibile.

Veramente: non sono amante dello Chardonnay in terra italica, specie al centro e al sud: con i dovuti distinguo so che esistono alcuni vini di valore, ma preferisco bere altro. Neppure intendevo invecchiarlo così tanto questo Ser Piero 2011: semplicemente, non lo trovavo più nella mia cantina e mi ero ormai convinto di averlo già bevuto senza spuntarlo per errore dall’elenco.

Mi sono perciò accostato a questa bottiglia di nove anni con la sola aspettativa di trovare un vino corretto in condizioni passabili.

Ed invece sono rimasto stupefatto: uno tra gli assaggi più belli di questa mia estate.

Ha color limone carico, trasparente, luminoso. Rotando, lascia in velo sul calice.

Il profumo è intenso, concentrato. C’è un agrume caldo e sensuale, in evidenza: bergamotto, chinotto, cedro; un bouquet floreale bianco e giallo: come un campo di camomilla, col fieno appena tagliato e ridotto in balle che asciugano al sole; la frutta a polpa gialla: pesche e albicocche, mature, un’idea di banana; screziature di menta, di ruta, di olio d’oliva; una spaziatura tra il dolce e il saporito, con la cannella, la vaniglia, lo zafferano molto netto; c’è burro di cacao, e persino un ricordo nitido di botrite ed un tocco fumé. Si direbbe affinato in carati e con maestria, non fosse che la scheda del vino menziona solo l’acciaio.

Bella stoffa: di buon corpo, è polposo, ma agile, con un’acidità notevole; è salatissimo, minerale, dinamico, lungo, con finale di spalla larga su note di confettura, di frutta disidratata e fumé. Un bianco sferico, appena un po’ marcato dalla confezione.

In sostanza, questo Ser Piero è l’affresco deciso di uno Chardonnay mediterraneo, maturo, di rara misura, che ben figura accanto vini più celebrati: penso ai non tanti Chardonnay toscani, ma soprattutto ad esempi del Nuovo Mondo, Californiani, Sudafricani, Australiani.

Allora, per capire, bisogna scavare un po’ più a fondo; non solo oltre l’etichetta, ma proprio nel terreno: il Montalbano, formazione che separa l’areale valdinievolino e fucecchiese dalla piana di Pistoia e Prato, ha numerosi suoli di matrice calcarea, più che le altre zone toscane. È noto: dalla Champagne allo Chablis, citando classiche zone d’elezione del vitigno, lo Chardonnay ama il calcare. E poi, alle pendici del Montalbano, metti le mani nude nella terra, vi trovi quantità di conchiglie fossili, come già aveva notato Leonardo Da Vinci, che le aveva ritratte nei suoi taccuini: c’era il mare qui, lui lo aveva inteso. Conchiglie: ancora calcare.

Poi, ovviamente, sul Montalbano ci sono quote, esposizioni, venti: microclimi felici in un territorio ancora naturale, affascinante, che meriterebbe più alta considerazione dal turista e da chi, a vario titolo, si occupa di vini.

Tornando al Ser Piero, ci sono senz’altro vini più fini e identitari, ma questo, pur con i suoi esotismi, si è lasciato scolpire virtuosamente dal tempo nei suoi nove anni di vetro e si beve con molto piacere; ad esempio, sulla nostra tavola, con spaghetti col sugo d’orata.

Modus Bibendi bianco 2018, Terre Siciliane IGP, Elios, 12,5 gradi.

Lo scorso anno, di maggio, eravamo in Sicilia con mia moglie in viaggio di nozze.

Meta fortemente desiderata ed altrettanto amata.

Mancavo da anni. Era trascorsa una decade, ormai, dagli ultimi viaggi di lavoro. Ancor più remoti quelli da turista, risalendo addirittura al 1997: due indimenticabili settimane con gli amici storici, tra Palermo e la provincia di Trapani, con base a San Vito Lo Capo.

Ricordo di quel tempo una sera ad Erice, così avvolta nelle nubi che, tra i vicoli, perdevamo contatto visivo in pochi metri. C’era un sentimento sospeso: per la nostra età, per la bellezza dei luoghi e per le ombre arcane che quelle nubi materializzavano attorno.

Cenammo in una trattoria della quale non ricordo nome, né esatta ubicazione; ma fu indimenticabile la pasta squisita con pesce spada, pomodorini, pinoli, menta, e quel Grillo che tanto bene l’annaffiava: un vino con profumi così particolari come non ne avevo mai sentiti, trasognate suggestioni mediterranee e orientali.

Dunque più volte durante il viaggio di nozze fui attratto dall’assaggio del Grillo, che mancavo da qualche anno, ma ne restai deluso, preferendogli sovente il Catarratto. I Grillo incontrati in viaggio avevano profumi fruttati e floreali innaturalmente marcati e slegati: più che suggestioni, erano luci abbaglianti, presumo dovute a vinificazioni in riduzione spinta, ovvero in assenza di ossigeno.

Finii col pensare che il mio gusto fosse cambiato e che il Grillo non fosse più nelle mie corde.

A Sciacca assaggiai un vino artigianale buonissimo della azienda Elios di Alcamo, che non conoscevo: un taglio di uve bianche autoctone vinificate con macerazione; me lo propose il competente e appassionato giovane gestore di Baccanale, un ottimo bistrot di vini naturali, presso il porto turistico.

Quasi un anno dopo, trovando in rete il Grillo di Elios, la curiosità mi vinse e colsi l’occasione di acquistarlo.

Scopro dalla scheda aziendale che questo Grillo in purezza proviene da terreni argillosi calcarei, in contrada Valdibella di Camporeale, a venti chilometri dal mare. La zona è relativamente fresca, permettendo vendemmie a inizio di settembre. Viene vinificato in bianco, con fermentazioni spontanee e con una certa naturale esposizione all’ossigeno. Affina 7 mesi in acciaio inossidabile.

Ne risulta un bianco poco lavorato, più simile a quel Grillo dei miei ricordi, sfumato, vago e solare, che mi fa battere il cuore fin dall’aspetto: ha un color limone carico con riflessi giada e appare piuttosto viscoso mentre danza sensualmente nel bicchiere, ma sul vetro lascia solo un velo che lentamente si dissolve, non lacrime.

Il profumo è l’evocazione di un paesaggio mediterraneo ideale: un quadro da Gran Tour di inizio Ottocento, dalle tinte solari, rese con vivida intensità, grande concentrazione, naturale ariosità. Scorrendo l’immagine, fiori gialli: ciuffi di ginestre e mimose; alberi carichi di agrumi rari (pompelmo, bergamotto) e di pesche profumate; macchie verdi di rosmarino; forse, disposti sul tavolo di un dehor, sotto una pergola di uva spina, fette di melone bianco, piccoli calici colmi di sambuca. In lontananza – minutissime stelle – il tenue candore dei fiori di vaniglia.

Questa l’evocazione olfattiva, incompleta: perché nella realtà c’è un lieve tocco di aldeidi che dona al vino freschezza e profondità.

Il sorso è ampio e di gran corpo, con estrema avvolgenza, per una sensazione tattile viscosa che ne maschera la secchezza, propiziando una sensazione pseudo dolce. Questa massa glicerica nattenua la discreta salinità. L’acidità è viceversa notevole, considerata la provenienza geografica: ne risulta un vino reattivo, col finale molto lungo, equilibrato, piacevolmente alcolico, dall’accenno amaro, forse terpenico.

Ecco che nella sua schietta fattura questo vino mi riporta in Sicilia: ne sento gli odori, ne godo i paesaggi, ne respiro la magia; e mi riconcilia, finalmente, con l’uva grillo, riportandola alla terra.

È stato eccellente, sulla nostra tavola, con spaghetti zucchine e bottarga di muggine.

I vini di Dario Dall’Ò.

Ho in Veneto amici e conoscenti che sento ormai raramente, ma che mi sono assai cari.

Ruotano quasi tutti intorno al mondo del vino; del palato di alcuni ho fiducia cieca.

Fabrizio Borin è uno di loro: mi fido sia del suo gusto che del giudizio schietto.

Vedendo Fabrizio bere spesso i vini trentini di Dario Dall’Ò, amico suo, me ne incuriosii e gli scrissi che ne avrei esatto un assaggio al primo incontro, per brindare.

Fabrizio è persona dinamica, non perse tempo: per suo tramite Dario mi contattò, mi raccontò di sé e della sua azienda, mi omaggiò inviandomi tre bottiglie del suo vino (malgrado insistessi per averle con un ordine regolare…).

Scoprii così la bella storia di un sogno realizzato, anzi: il cantiere a cielo aperto di un sogno, ma con le fondamenta ben gittate.

Dario, rodigino, si era occupato a lungo di vino in un’azienda sui Colli Euganei; luoghi di bellezza invidiabile, ma lui coltivava il sogno della montagna sin da ragazzino.

Così, cercando una casa per il tempo libero in Trentino, in modo quasi casuale trovò un’azienda in vendita, a Cavedine, della quale lui e la moglie Silvia si innamorarono. Al balzo, la decisione di una vita e di un’avventura professionale nuove.

Anche la scelta dell’enologo, un professionista celebre, Roberto Cipresso, fu quasi casuale, guidata solo dall’istinto e dal gusto personale; risalendo a lui tramite i riferimenti presenti sull’etichetta di un vino particolarmente apprezzato.

Altrettanto romantico, come Cipresso accettò l’incarico: venne, vide, “passeggiò le vigne” (per citare il vecchio, attualissimo detto veronelliano), toccò la terra: con quel gesto si convinse di poter trarre di lì qualcosa di buono e sono sicuro che Dario, in quel momento, toccò il cielo con un dito.

Da parte sua, per quel che ho veduto della sua attività e per quel che ho percepito in una conversazione telefonica, Dario è esuberante: idee, passione, comunicativa.

Il desiderio di legare il vino all’arte, con mostre in cantina; la maniera con la quale ha ricavato certi spazi della sede aziendale, modellando legno, ferro; la comunicazione aziendale ricercata ed evocativa (con qualche rischio di retorica): parlano di una mente creativa ed ambiziosa; mentre le iniziative in supporto de “La città della speranza” raccontano una moderna e benvenuta sensibilità ai temi sociali.

Poi però ci sono i vini e con quelli non si scappa: oltre l’ambizione ci vuole la capacità, oltre la capacità ci vuole il terroir.

Le vigne di Dario guardano in viso l’Adamello, giacendo su suoli granitici e porfirici. I tre ettari e mezzo dello chardonnay sono a 550 metri di quota, in valle ripida e chiusa. I 6 ettari del pinot nero a 450 metri, su alture più morbide e soleggiate. Gli impianti sono a guyot, tra i 12 e i 14 anni, con circa 6000 ceppi per ettaro, condotti in regime biologico. Le esposizioni: prevalentemente occidentali.

Un territorio montano dunque, a tratti estremo per le peculiarità pedoclimatiche.

Ebbene, non sono vini facili quelli di Dario: raccontano una montagna severa, rocciosa, introversa, fredda a tratti, quasi spiazzante; ma sono vini di carattere, che marcano un segno. Vini lenti, da attendere nel bicchiere e in bottiglia.

Ho la sensazione che ci sia potenziale per superare anche i conseguimenti attuali. Attendo con curiosità le future annate e il Metodo Classico che verrà.

“In primis” Chardonnay, 2018, Az. Agr. Dario Dall’Ò , 12,5 gradi.

Tenue color limone, con tenui riflessi topazio, trasparente, luminoso.

Forma sul calice un velo che si dissolve in fretta, senza lacrime.

Il profumo è nitido, di roccia: gessoso, minerale, di media intensità, ma complesso: l’ingentiliscono frutta a polpa bianca, pera, mela verde, erbe amare di montagna. Cenni di cedro e sentori empireumatici, come di petrolio, lo completano.

Altrettanto tagliente e severo al sorso, di trama gessosa e calcarea, ha corpo virato appena al sottile, estremamente teso, con salinità vivida e acidità vividissima, netto e incisivo verso un finale molto lungo, sapido, con ritorni medicinali ed una lieve scodata alcolica.

Vino, di primo acchito, anodino, nordico, freddo, composto e riservato, nelle briglie di un’interpretazione tecnica in riduzione, che tuttavia racconta il territorio, quasi estremizzandolo in prospettiva espressionista.

Così, l’immagino ideale su frutti di mare crudi.

Tuttavia, a distanza di 24 ore dall’apertura, correttamente conservato, trova aperture luminose sul fieno, sulla camomilla; un equilibrio al palato più concessivo e migliore, perfettamente accompagnando gli strozzapreti alla fiorentina, conditi con parmigiano e burro fuso.

L’assaggio dell’annata 2017 racconta un’impostazione molto simile, sempre giocata sulle durezze, con maggiore evidenza di agrumi ed equilibrio gustativo appena più alcolico, suggerendo una stagione meno semplice da gestire ed un minimo rilassamento occorso in bottiglia.

Dall’Ò Nero 2017, Vino Rosso, 13 gradi.

Ha colore rubino trasparente. Sul calice, le gocciole sono veloci, irregolari.

Il profumo è molto intenso, pulito: l’amarena nettissima, poi grafite, e chiodo di garofano, evidenti; si susseguono, a ghirlanda, mirtillo, mora, lampone, tabacco biondo, carne, senape, curcuma, alloro e rosmarino umidi, come dopo una notte di pioggia.

C’è ancora un accenno di profumo di legno di elevazione: cocco, fumé, un po’ di vaniglia; il vetro, col tempo, lo dovrebbe affinare.

C’è, soprattutto, l’odore della neve: chi non vi ha tuffato, da bambino in montagna, il viso?

Al sorso è di medio corpo, ma tenacissima stoffa: è come innervato da un cavo d’acciaio resistentissimo. Il tannino è ben presente, fine, con un tratto verde, amaricante, piacevole, ché restituisce un’idea vegetale e boschiva. La salinità è più che discreta e l’acidità vividissima, traducendosi un una freschezza sorprendente per un vino dell’annata 2017, secca e calda in molte zone italiane.

L’allungo è notevole, per persistenza, equilibrio e rigore, segnato appena da un ultimo sbuffo alcolico.

Vino di durezze e rarefazioni, dall’anima nordica, sembra proporre punti di vista sorprendenti e contrasti, più che simmetria e armonie; divisivo, con la tecnica in evidenza, ma vibrante materia e territorio, ha una freschezza compatta sconosciuta a molti Pinot Nero italiani.

Un bello sperare per la sua evoluzione in bottiglia e per le prossime annate.