Quattro storie di Aglianico

Questo che iniziate a leggere, amici lettori e amiche lettrici, è un racconto alquanto sghembo.

Già il titolo è sbagliato: più corretto sarebbe: “Due storie di Taburno e due storie di Vulture”, però forse non ci saremmo capiti e la legislazione italiana, la DOC/DOCG, pone per questi vini l’accento più sul varietale ampeleografico che sul territorio di provenienza.

Difatti, potendo, vorrei scrivere: “Vulture Aglianico”, o addirittura: “ Vulture Rosso”, e similmente “Taburno Aglianico” o “Taburno Rosso”. Anzi, mi piacerebbe poter specificare le località d’origine, i paesi quantomeno: Maschito o Barile, Montesarchio o Torrecuso.

Ma lasciamo andare, sono forse solo sogni.

Ho poi ultimamente una certa uggia a scrivere di vino: vorrei entrare nel dettaglio di uno studio meticoloso, quello che può, o potrebbe, svolgere un professionista del racconto enologico – libero poi di velarlo con periodi ben scelti, lievi e divertenti, beninteso. Io, che sono un dilettante, mi accorgo che troppo spesso tempo ed energie mal si accordano con la mia ambizione, da ciò la rinuncia.

Oppure, la diversione verso annotazioni sul filo della memoria, men che bozzetti su un quadernaccio, che nulla hanno a spartire con una degustazione tecnica: alzo, per il momento, bandiera bianca. In effetti, di questi quattro vini, uno solo è nel bicchiere e da lato la penna è alla mano; gli altri evaporati senza altro appunto che un immagine mentale, nel corso degli ultimi due mesi.

Tuttavia quattro fili si annodano intorno ad un’idea di Aglianico, quattro ipotesi dettate dal territorio, dall’uomo, da tempo e dall’occasione, in un singolare e casuale parallelismo, appunto, tra Taburno e Vulture.

In ordine di apparizione, primo il Caudium 2015, IGP Aglianico Beneventano di Masseria Frattasi, da 13 gradi d’alcol. Via il tappo, è un immediato tripudio gioioso e succoso di frutta rossa e nera, con una morbidezza allegramente danzante che declina la prestanza dell’Aglianico in una suadenza sorridente, sensuale e quasi sfrontata, non fosse per una naturalezza di modi cui tutto si perdona.

Peraltro Masseria Frattasi dichiara in etichetta che i: “metodi di coltivagione (sic) sono rigorosamente naturali”, e però non si trova un difetto, uno, in questo vino.

L’Aglianico del Taburno 2011 dell’Azienda Cav. M. Falluto (non sulla bocca dei più, ne convenite?) è di contro grifagno e austero; anzi: inaccessibile di primo acchito, appena aperto, da quanto è ridotto, richiede almeno 24 dalla stappatura per intentare un dialogo, che sarà, sulle prime per lo più a gesti e segnali di fumo, perché lui sta lì mezzo sfinge e mezzo Toro Seduto. Nè, quando si scioglierà al dialogo, perderà una certa vena penitenziale, monacale. Non mi stupirei se emergesse un’appartenenza antica delle vigne ad abbazia benedettina. La condizione parla di una vita potenzialmente eterna, nulla dei suoi undici anni racconta scalfitura, nel tannino o nel profumo: c’è solo una minuzia, un bisbiglio di discorso distinto ed elevato che chiede attenzione.

M’avessero detto: “Senti un Taurasi”, forse non avrei fatto una piega, se non per il dubbio di una più ossuta corporatura.

Il Synthesi, Aglianico del Vulture 2007 di Paternoster, 13,5 gradi, è piuttosto antitesi dopo il vino di Falluto, col quale condivide il grado alcolico: l’ampiezza, la morbidezza vellutata, il carattere amoroso, la vaporosità eterea dei profumi dalle tinte mediterranee e levantine, tra balsami, spezie, frutta, goudron, subito traducono in un’altra dimensione, quasi un tappeto volante sul quale accomodarsi e sognare. Quanto si vuole caldo, estivo, persino evoluto ma memore della primigenia tensione, colto forse appena prima dell’ineluttabile sfiorire; o forse no, semplicemente giunto alla vetta e ben determinato a restarci. Se il precedente era vino monacale, qui siamo a corte: una corte meridionale e provinciale forse, ma colta e ricca di segreti.

Infine, eccolo stasera nel bicchiere, il Maschitano, Aglianico del Vulture 2014 di Musto Carmelitano, 13,5 gradi.

Dei quattro forse il più geniale, stante l’annata bislacca, flagellata da piogge in buona parte della Penisola – a Maschito non saprei dire. Molti vini italiani del millesimo hanno sfoggiato profumi originali, ammalianti, salvo poi dopo qualche anno svaporare su sorsi scomposti, con acidità fuori registro e corpi magri.

Sarà per la proverbiale inscalfibilità dell’Aglianico, ma questo Maschitano stasera non è solo originale, ma godibilissimo e perfetto, geniale. Presenza e slancio, corpo e sveltezza -viceversa anzi, chè prima lo si sente scivolare su un’acidita succosa e come su biglie di sale, poi giunge l’eco tannica, possente come la fila di contrabbassi di un’orchestra sinfonica. A ritroso, una sensazione verde, primaverile, di clorofilla, refoli fumé (non saprei dire se figli del vulcano o dell’annata) ed una distintissima, nitidissima, nota di miele di lavanda provenzale (giacché di lì lo comperavo, “millanta” anni fa), contrappuntata di aldeidi in guisa così rifinita da far salivare, su una lunga scia finale di liquirizia e chinotto e alloro.

Che cosa significano le diversità tra questi vini di uva Aglianico, da due diversi territori, quattro annate, ed un intervallo di quasi due lustri? Cambiamenti climatici? Mutazioni di stile?

Lascio a voi – o a d altri – la risposta. A me interessava berne ed il giocarne nel racconto.

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