Ros (L05/17), Benito Favaro, vino rosso, 13,5 gradi.

“ Il divino del pian silenzio verde “ (G. Carducci).

“Il divino del pian silenzio verde” è l’ultimo verso di una dileggiatissima poesia di Carducci: “Il Bove”. Non nego che essa si presti ad argute ironie (il “T’amo pio bove” d’apertura vòlto in “T’odio empia vacca” da Sebastiano Vassalli…), ma io ho sempre trovato l’ultimo verso geniale: l’idea che un silenzio possa essere verde, è genio puro: un silenzio, verde.

I linguisti la chiamano sinestesia: l’associazione di due parole pertinenti a due sfere sensoriali diverse. In questo breve verso apparentemente semplice, però, si potrebbero rilevare anche altre due figure retoriche: un ipallage e un chiasmo. Un sorvegliato gioco di abilità sottile, che si scioglie in canto fresco e naturale.

Questo radioso verso carducciano mi si riaffacciò prepotente alla mente la prima volta che assaggiai questo buonissimo Ros a Montecatini, alla presentazione della guida di Slow Wine, sotto i colonnati candidi del Tettuccio, tra i disegni luminosi del meriggiare: restai di sasso.

La medesima sensazione si ripetè, poi, ad un seminario AIS (e che seminario, se il docente era Armando Castagno), quindi al Mercato della FIVI.

Perché?

Perché questo Nebbiolo immediata mi riportava alla mente l’immagine del Canavese e del lago di Viverone, come tante volte l’avevo vista percorrendo nelle due direzioni la diramazione d’autostrada che congiunge Santhià con Ivrea: verde, appunto, di un verde fresco, soffice, delicato e sorridente, sempre primaverile qualunque fosse la stagione. E così il Ros: carattere di Nebbiolo, senz’altro; ma di un tipo così speciale e unico: sorridente, puro, tutto fiori e baci, tutto primavera, appunto.

“Ecce gratum

et optatum

ver reducit gaudia:

purpuratum

floret pratum

Sol serenat omnia.”

“Ecco la gradita / e la desiata / primavera riporta i piaceri / purpureo / il prato fiorisce / il sole rasserena tutto”: questa, la primavera eternata dai Carmina Burana; il Ros, eternava per me la perenne primavera del Canavese, per lo spazio temporale minuto di un assaggio.

Allora, a quel Mercato FIVI ne volli acquistare per gustarne ancora nella calma della casa. Stante la piccola produzione di 880 bottiglie, una sola me ne concesse – a ragione – il produttore.

E di lì a poco lo volli aprire, trovandolo molto chiuso su se stesso inizialmente, ritroso. Sbocciò poi, tempo un’oretta, in fiore rarissimo.

Che bello il suo manto trasparente rubino, rifrangente. Si concentra il suo profumo e si sfaccetta prima di librarsi tenue come una piccola falena che dalla sorgente luminosa non voglia troppo allontanarsi. Purissimo, preciso, arioso: tale lo ricordavo dai precedenti incontri. L’evocazione di fiori freschi, di erbe montane, di ruta, di rabarbaro, di susine, di cannella, di orzata, di camomilla persino, è colorata e danzante; più sotto, liquirizia, e una spolverata, forse, di pepe bianco.

Il sorso è estremamente armonioso: saporito, salato, ferruginoso, ha ritmo e melodia. C’è in lui un equilibrio di spigoli che si articola avvolgendo, come in certe architetture contemporanee i contrasti delle strutture portanti creano un’armonia essenziale, non esornativa. Difatti il suo tannino, abbondante e grintoso, possiede trama a maglie regolari; e l’acidità, seppur notevole, è solo una tra le linee del disegno.

Pur lungo, finisce sfumato: “senza scalino” come si diceva un tempo, dissimulando con naturalezza l’estrema sua complessità.

Questo Nebbiolo del Canavese, elegantissimo, primaverile e verde, come quel verso del Carducci conosce l’arte difficile e saggia di apparire semplici.

Beppe Rinaldi, come lo ho conosciuto io.

Beppe Rinaldi bastava sfiorarlo perché lasciasse un ricordo indelebile.

Se Fellini avesse ambientato un Amarcord nelle Langhe, di sicuro Rinaldi sarebbe rientrato tra i personaggi del racconto, con la sua figura caratteristica: non tanto alto, minuto di corporatura, trasmetteva tuttavia una sensazione di forza e robustezza. Il mezzo sigaro volentieri tra le labbra, i pantaloni di velluto a coste, i maglioni di lana grezza ( solitamente a disegni geometrici e sui toni del verde del marrone, quasi renderlo elemento terreste o consimile alla vegetazione); le sciarpe lunghissime, a quadri, di tinte terragne anch’esse, tipicamente avvolte al collo con una elegante negligenza che si sarebbe detta quasi studiata; talvolta, il cappello a falde sul capo.

Nella memoria si imprimevano però soprattutto gli occhi chiari, acuti e pungenti, e il suo sorriso parlante: ora aperto, ora sornione, ora beffardo. Sempre, a suo modo, sincero; anche quando si aveva l’impressione che giocasse a fare il burbero, o il misogino: erano, credo, maschere con le quali si divertiva un mondo.

Rinaldi era il difensore di una certa idea di Barolo: quando iniziai ad interessarmi seriamente di vino, la moda si orientava ancora verso vini di stampo moderno; io, che cercavo la tradizione più pura, venni indirizzato a lui. Bussai spesso alla porta della sua casa-cantina, che mi appariva come un luogo di sogno ed un salto indietro nel tempo. C’erano i segni di una nevicata lì intorno la prima volta che andai, un novembre, una decina di anni fa. Nelle sale sotterranee buie, botti di legno grandi e vecchie e il tino enorme del nonno; poi quegli elementi che hanno contribuito a definirne il personaggio: la barrique significativamente segata e utilizzata come poltrona, la collezione – invidiabile – di Lambretta (alcune rarissime), i bigliettini dove fissava riflessioni profonde, pensieri estemporanei, battute fulminanti (ne ricordo una, irresistibile, che suonava più o meno: “Donne: lunatiche, umorali. La chiamano sensibilità”). Rinaldi aveva il gusto della battuta, visibilmente: direi gli piacesse spiazzare e non amasse il politicamente corretto. Un provocatore, per certi aspetti: Rinaldi era una persona profondamente colta ed intelligente e tante sue affermazioni, apparentemente naïf, nascevano da riflessioni acute e da un profondo senso etico e della storia. Quando elogiava certi aspetti arcaici della società, o le cantine alsaziane e borgognone con le ragnatele e i pipistrelli, non aveva un atteggiamento diverso dal Veronelli del celebre detto: “Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale”: chi ancora oggi non lo ha capito e lo ha attaccato, o è sciocco o è in malafede.

Panta rei“, tutto scorre: questo Rinaldi lo sapeva bene, eppure si attaccava ad un’idea di società fondata su valori agricoli, egualitari, solidali e comunitari che gli era stata trasmessa dal nonno e dal padre, illuminato sindaco del Comune di Barolo. C’era certamente orgoglio nel proclamarsi quinta generazione di vignaioli, ma soprattutto un desiderio di custodia della terra e delle tradizioni: in tal senso lui si dichiarava artigiano, rimarcando una distanza verso ogni spirito commerciale o imprenditoriale, che pur rispettava se – ancora- sapeva legarsi ad un’etica ed al ed al benefico della comunità, intesa da Rinaldi in modo straordinariamente ampio: c’erano sempre bottiglie di colleghi da lui apprezzati in bella vista nella sua sala di degustazione e mai gli sentii dir male di qualcuno, anzi era prodigo di lodi per chi riteneva lavorasse con rispetto. Le esternazioni al vetriolo le riservava a chi, secondo lui, era colpevole di speculazione, a chi si approfittava della terra e dell’idea primigenia di natura per denaro, a chi aveva anteposto il soldo alla bellezza, alla cultura, al bene comune. In fondo per lui terra, vite, tradizione, comunità si fondevano in un’unica entità: quello che per i francesi è il terroir, per lui era un codice morale, dal quale non defletteva; e quel codice morale, che si sustanziava nel vino, era pienamente immerso nel sentimento del tempo. Ricordo una risposta che mi diede mentre mostrava orgoglioso la sua collezione di Lambretta a me, appassionato di motori: gli chiesi se erano funzionanti e se le restaurava; mi spiegò che più o meno tutte erano marcianti, se avevano qualche problema meccanico le sistemava, ma non interveniva esteticamente; commentò: “sono vecchie e vecchie debbono sembrare”. Allo stesso modo continuava ad usare il tino antico di suo nonno, colossale, sul quale doveva arrampicarsi con la scala e che ogni anno gli richiedeva manutenzione, stringendo e sistemando doghe qua e là. Lui sosteneva, penso a ragione, che quel tino aiutasse a far partire naturalmente le fermentazioni, però credo che se ne servisse soprattutto perché era quello di suo nonno, per il desiderio di custodia e di continuità.

Quanto al vino, non gli interessava farlo perfetto, nemmeno il Barolo, ma equilibrato e di carattere. Anzi, il Barolo lo voleva persino difficile, perché diventasse per l’assaggiatore occasione di ricerca, di percorso conoscitivo, di dialogo; poi, voleva che non fosse mai pronto, rientrando anch’esso nella sua vagheggiata continuità del tempo. Amava teneramente, credo, anche gli altri suoi vini, specie quelli minori: il Freisa, il Ruché, il Dolcetto, che si rammaricava stesse sparendo, ancora per speculazione. Così come si doleva della scomparsa, nelle Langhe, del bosco e della promiscuità delle vecchie aziende agricole, che allevavano le vacche ed avevano un buon concime naturale disponibile; degli insetti (la biodiversità); del senso di solidarietà comune.

Aveva acuto il senso del limite, connaturato all’antica cultura contadina: criticava, ad esempio, si piantasse nebbiolo in terreni ombreggiati, buoni più per le patate che per la vite; oppure, certe cantine faraoniche e di pessimo gusto, sfregi all’equilibrio del paesaggio, come lo sbancamento indiscriminato di colline. Non ricercava per sé aumenti di produzione e nemmeno l’acquisto di nuovi terreni, volendo mantenere la dimensione artigianale. Lui, che i vini avrebbe potuto venderli a cifre esorbitanti, teneva prezzi calmierati, ancora per convinzione etica che la cultura materiale dovesse rimanere accessibile, che un buon bicchiere dovesse essere parte della vita.

Questo era Beppe Rinaldi, come l’ho conosciuto io, per quei quattro o cinque anni che capitavo nella sua cantina con una certa frequenza, tre o quattro volte l’anno, persino deviando ad arte qualche viaggio di lavoro. Desideravo apprendere e pendevo dalle sua labbra: aveva una profonda conoscenza, anche storica, e mi pare che tenesse un quadernino col resoconto dettagliato di tutte le annate, anche le più vecchie. Mi aveva preso un po’ in simpatia: ogni volta mi chiedeva quanto mi avesse messo i vini la volta precedente e poi toglieva dal conto qualcosina: mi pare di rivederlo seduto al tavolo di legno, inforcati gli occhiali, con carta e penna. Di volta in volta, diventando sempre più famoso – un mito in vita- e ricercati i suoi vini, era più difficile trovarlo da solo e dialogare con calma. Tanti e tanti andavano lì o semplicemente per comprare il suo pregiato vino oppure per venerare un’icona: Rinaldi non meritava né l’una né l’altra cosa. Finalmente le figlie cominciarono ad aiutarlo e fu ben lieto, penso, di delegare a loro certi compiti di rappresentanza. L’ultima volta che lo incontrai, già molti anni fa, appunto chiesi alla figlia Marta di suo padre per un saluto e gentilmente mi portò da lui, che stava rintanato in un angolo della cantina, evidentemente stufo di tanti visitatori e delle solite domande. Mi parve stanco e quel giorno me ne andai con un senso di tristezza. Poi la vita mi portò lontano, ma in cuor mio pensavo sempre che uno di questi giorni sarei tornato a trovarlo, anche se, certamente, di me non si sarebbe più ricordato. Fino ad ieri, quando ci ha lasciato.

Si usa dire: “La terra gli sia lieve”. Io dico invece: “La terra gli sia gravida”: possa la sua lezione lasciare un segno, generare nuovi e grandi frutti.

Baccanale 2016, Il vino e le rose SAS, 14,5 gradi.

La Terra Trema è una manifestazione novembrina che ho nel cuore: la fondò l’anziano Veronelli  in uno stato di ultima tensione morale, e tanto basti. Il livello dei vini che si trovano in assaggio al milanese Centro Sociale Leoncavallo in queste occasioni non è omogeneo, ma il clima è assai festoso ed i vini sono davvero artigianali senza compromessi. Insomma: il conservatore anarchico che è in me ne viene ampiamente solleticato.

Lo scorso novembre assaggiai per la prima volta i vini della Società Agricola Semplice “Il vino e le rose” e rimasi conquistato sia dal genuino ed un po’ ingenuo entusiasmo di chi stava dall’altra parte del banchetto, sia dall’allegra veracità dei vini proposti. Lo stile di vita in azienda, che capisco trovarsi a Momperone, in provincia di Alessandra, nella zona dei Colli Tortonesi, presso l’oasi di Mastarone a Momperone, mi pare piuttosto originale, perché sembra -sbaglierò- quello di una comune.  La palma dell’originalità va a questo Baccanale, Un Nebbiolo vinificato sulle bucce fresche della barbera, secondo una vecchia tradizione piemontese, che mira ad ottenere un vino col corpo e la freschezza acida e fruttata del Barbera, con il profumo e il gusto del Nebbiolo.  Come  gli altri vini della firma, non contiene solfiti aggiunti, non si usano lieviti autoctoni e, mi spingerei a dire, nessuna pratica enologica che preveda additivi o coadiuvanti chimici.

Ed ora eccolo qui nel mio calice, durante un solitario pranzo in una calda giornata di giugno, 7 mesi dopo l’assaggio in fiera, che avranno sicuramente aiutato il suo assestamento.

Il Baccanale 2016 è rubino di media trasparenza, tuttavia profondo per la complessità dei riflessi, che vanno dal granato al  purpureo. Lascia lacrime di lentezza irregolare e fitte, un po’ evanescenti. Profumo di intensità superiore alla media, complesso, fragola e ciliegia e prugna maturissima nel cuore  che si ammantano di note più solari e campestri ad un estremo e  più scure e gravi, all’altro: la paglia al sole, la ginestra, la camomilla, il timo e la polpa di mele rosse croccanti; poi uva appassita, note segaligne, di asbesto ( intendendo con questo termine un insieme di odori specifici di metallo e di carbone),affumicate, empireumatiche. Qualche sbuffo di aldeide e in ultimo un tocco lievissimo di cipria, come di giovane contadina d’antan allo specchio – il catino a lato –  per farsi bella, nella penombra della casa. Al palato è ben secco,  di medio corpo, polposissimo, scorrevole, ampio,  naturale, con quel certo asprigno dell’uva appena spremuta; difatti, è teso da un’acidità netta e felice e da una salinità marcata e sfavillante. Il tannino è poco più che accennato, ma gioiosamente rustico e irregolare,  per nella sua grana sottile. È molto saporito ed il suo sale contribuisce ad esaltarne la percezione, ravvivando i contrasti. Ha un finale di buona lunghezza e di discreta, intensità, con una nota amarognola che a me piace, stuzzica intriga. Grandissima bevibilità : anche caldo – ma te lo consiglio tra i 16 e i 20 gradi, amica o amico che mi leggi, secondo tuo gusto e abbinamento –  se ne finirebbe una bottiglia; almeno, io la finirei. Molto bello e pulito, il suo bouquet,  anche a calice vuoto: dove emergono nitidi il profumo di melograno e qualche spezia, come curcuma e cumino,  che erano rimasti sottotraccia. Sulla tavola si esalta, con una flessibilità di abbinamenti a tutta prova: mi ha tenuto compagnia, ottimamente, su lenticchie delle Crete Senesi condite con olio d’oliva di Seggiano (un taglio di olivastra seggianese, leccano e moraiolo), sale , pepe, zafferano, pecorino romano; e con fette di pane ed patè di olive taggiasche. Tuttavia, non esiterei a misurarlo a tutto tondo, persino sulle zuppe di pesce o, per esempio, sul tonno, sullo spada, su certo pesce azzurro ( i missolittini del Lago di Como, ad esempio).

È un vino indubbiamente ruspante e con una spiccata individualità, ma possiede un suo  equilibrio instabile ed un’autenticità vernacola trasparente: ha in pieno forza di carattere.

Viene, bevendolo – perché un vino così non si sorseggia, eh- da sollevare un tema, che mi ronza alla mente dopo parecchie prove e controprove: certi vini – chiamiamoli artigiani, naturali, sempliciotti, rustici, contadini, come ci pare – che non hanno quell’equilibrio perfetto ricercato dagli appassionati, me compreso, a tavola si sposano meglio col cibo; come se le loro fallanze gustative e gli squilibri, sovrapposti a quelli che la maggior parte dei cibi possiede, trovassero miglior matrimonio rispetto ad una ipotetica perfetta proporzione. Allora, delle due l’una: per uno sposalizio d’amore, o si accettano mancanze e disarmonie oppure la perfetta proporzione  assurge assurge a livelli di intensità tali da risultare inattaccabile: la flessibilità come traguardo ultimo di un’estrema forza interiore.

Langhe Nebbiolo 2016, Tenuta Cucco, 14 gradi.

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Tra i comuni del Barolo, ho un’affezione particolare per Serralunga d’Alba.
Certo, conta l’unicità del timbro dei suoi vini: potenti, tannici, complessi, longevi; ma non basta a spiegarne la malia che su me il villaggio esercita.
Sarà magari che fu il primo che visitai durante la mia primissima gita in Langa, dieci anni fa: ricordo ancora l’impressione di severa grandiosità che mi suscitavano quei paesaggi, la forza morbida di quelle ripide colline, scure e sfumate tra i bagliori delle foschie autunnali; la salita, ripida, che quasi a balze in pochi stretti tornati risaliva lasciandosi alle spalle la vallecola e le memorie sabaude per spingersi tra le vigne in una dimensione fortemente rurale, bordeggiata di vecchie cascine, dove gli stemmi non sono nobiliari, ma quelli storici delle cantine, in ferro battuto e dipinto. Tutte le volte che percorro quella strada, attendo il momento nel quale comincia a snodarsi in cima al crinale, mantenendosi quasi piana, a destra le viti di Meirame , a sinistra Ceretta e Prapò, poi ancora Parafada e Lazzarito, in vista già del castello, che è un dito splendido e drammatico che punta verso il cielo, col borgo muto e solitario che si stringe alla sua base, conoscendo angoli di abbandono e di insegne da decenni serrate: là eran bottegucce che han perso ogni rilevanza sociale. È luogo di memorie e di singolari silenzi, chiuso nelle sue mura, ma basta affacciarsi percorrendone il periplo e  lo sguardo spazia verso Castiglione Falletto e Monforte, verso Diano e Grinzane, verso i poderosi contrafforti delle Alpi.   Poco prima del paese sta la Cascina Cucco, storico edificio affacciato sul Cru Cerrati, del quale rivendica in larga porzione il possesso. Questo ampio edificio sette-ottocentesco, ospita al suo interno una cantina suggestiva, ipogea, attrezzata secondo criteri di ragionata modernità: un paio di rotofermentatori di lucente acciaio, botti grandi per lo più, qualche barrique. Da qualche anno l’azienda ha cambiato proprietà ed anche il nome è mutato in Tenuta Cucco, a sottolineare un cambiamento che riguarda prettamente la gestione delle vigne, in conversione alla biodinamica: questo mi diceva l’enologo interno, persona di estrema e sincera gentilezza, mentre mi accompagnava tra botti e tini, un sabato pomeriggio di gennaio 2018. Dice il vecchio adagio che il buongiorno si vede dal mattino: mi incuriosisce allora l’assaggio di questo Nebbiolo che trovo, omaggio alla clientela, nell’annessa struttura bed&brekfast, un bel appartamento a ridosso della vecchia chiesa del paese. Lo apro pochi giorni dopo, tornato a Milano, come souvenir di quel bel fine settimana trascorso nelle Langhe.
Eccolo che già scorre nel calice, rubino trasparente, tendendo verso il bordo già al granato, con gradualità estrema, disegnando archetti sul bordo. Ha un profumo pulitissimo, di intensità notevole, però non sfacciata, subito marcato dai caratteri tipici del Nebbiolo di queste zone, con la rosa e la liquerizia in evidenza, quasi basso continuo; tuttavia, a ripieno, si svolge decisa e sinuosa la frutta rossa: le susine scurissime, a perfetta maturazione; qualche spunto di erba officinale: ruta; poi spezie: un chiodo di garofano netto, ammorbidito dalla noce moscata; un tocco di ginepro, di legno di sandalo, di incenso, su un fondale morbido di carrube. Lo bevo: il vino è carezzevole, ma secco e serio, intimamente piemontese. Non ti sbagli: alla bocca la potenza di Serralunga, il corpo pieno che soddisfa e appaga, ma non stanca mai, anzi richiama al sorso per l’intensità del suo bacio. Il tannino qui è abbondante, ma caldo, vellutato, fine e morbido, tale da invogliare la beva; l’acidità è medio-alta, la salinità ben percettibile, la lunghezza notevole ed ordinata, verso un finale pulito e asciutto. Il terroir di Serralunga, qui espresso in maniera mirabile, ma virtuosamente, quasi didascalicamente, con una precisione e pulizia che rendono la beva facile e invitante, scorrevole, amica. Questa sera, per noi, compagno familiare dei saltimbocca di tacchino col prosciutto. Che buono. Ah il Nebbiolo, quel Nebbiolo!

Valtellina Superiore Grumello 2013, Rainoldi, 13 gradi.

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Chi, risalendo dal Lago di Como, superi l’Abbazia di Piona e l’ampia insenatura protetta di Colico, e si inoltri in direzione della Svizzera, fronteggerà, inevitabili, le montagne maestose e silenti della Valtellina, con i loro chilometri di muretti a secco, monumento perenne alla fatica, all’ingegno e alla laboriosità dell’uomo. Fuor di metafora, un’opera plurisecolare che è insieme dominio della natura e armoniosa convivenza con essa, ritagliando con amore o strappando a viva forza lembi di terra dalle coste dei monti, salvandole insieme dal dilavamento e rendendole più ospitali per le coltivazioni.
Sassella, Inferno, Valgella, Maroggia, Grumello sono le sottozone d’eccellenza del vino valtellinese, ciascuna, si dice, con una sua individualità specifica. Del Grumello, in particolare,  si diceva esprimesse eleganza e prontezza di beva.
Io amo i vini valtellinesi per un’antica consuetudine familiare, benché me ne possa dire solo un orecchiante, alle meglio: non posseggo né l’adeguata conoscenza del territorio, né mai ho potuto compiere un’approfondita ricognizione delle produzioni locali; men che meno, ahimè, no ho passeggiate le vigne.
Però, la simpatia, quella sì; l’intesa e l’immedesimazione sentimentale, eccome, ce l’ho tutta.
E difatti, trovandomi poco prima dello scorso Natale una sera in una bottiglieria milanese un po’ periferica e polverosa, curioso d’assaggiar vini nuovi, avvistai questo Grumello di Rainoldi sullo scaffale tra altre significanti bottiglie e non resistetti alla tentazione di acquistarlo.
L’aprii di lì a qualche giorno e fu più che una sorpresa: un batticuore.
Perché nella sua veste color granato trasparente e luminoso, con gocciole lasciate sul calice rade, lente, evanescenti, esprimeva un senso di consolante e domestica poesia.
Il suo profumo era molto intenso e fresco e sottilissimamente in evoluzione, con l’evocazione delle rose, delle fragoline di bosco, del succo della melagrana, dell’amarena, di giuggiole, di rosmarino, di ruta, di pepe bianco, con una purezza primigenia ed aera tale, che sembrava di entrare
Granato trasparente e luminoso, gocciole rade, lente, evanescenti nel candore del giardino di un chiostro medievale, o del terrazzo fatato sugli spalti di un castello che si volga a mezzogiorno e a oriente, sotto luci nitide di metà mattina. Sul fondo, un aroma, un ricordo caldo di legna al sole, di torba, di carrube, forse di uva sultanina; una nota civettuola di cipria.  Al sorso, in bocca, era di gusto concentrato, succoso. Coniugava un’avvolgenza distesa su un’intelaiatura solida e schiettamente minerale, con un corpo piuttosto pieno; ma era soprattutto svelto, reattivo, quasi brioso; energico fin dall’attacco, però aggraziato, con il tannino subito in evidenza e in quantità superiore alla media, tuttavia così croccante da risolversi in un dialogo – che aveva l’argento vivo addosso – con un’acidità altissima e ben distribuita e con un’altrettanto notevole sostegno salino, quasi percussivo, sul quale il vino scorreva fluido e come sospeso, quale acqua di corrente fra i sassi, verso un finale radioso, di lunghezza notevole e di ottima articolazione, ampio ed armonioso nelle sue risonanze, dove anche l’alcol, di tenore medio e perfettamente misurato per tutto il sorso, rimaneva in perfetto equilibrio e in coesione, regalando una punta di dolce e morbido calore che  bilanciava con naturalezza estrema le altre componenti più dure, in un gioco di rimandi che stuzzicava, solleticava,invitava. Un vino, mi pareva, in grado di restare a testa alta accanto a quelli delle più famose denominazioni mondiali, ma guardandoli tutti  con un sorriso: altri Nebbiolo sono più ricchi, più potenti, più complessi, più suadenti, più maestosi, più evocativi, ma nessuno così gioiosamente goloso. Mi sembrò eccellente con salumi, formaggi a media stagionatura, minestre  con fagioli e grano saraceno. Il vero problema era, ed è,  resistergli. Credo si trovi sui 13 euro euro a scaffale: un vero affare, amica o amico mio lettore.

Barbaresco La casa in collina 2004, Terre da vino, 13,5 gradi

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Barbaresco è, senza dubbio, una tra le denominazioni più prestigiose non solo d’Italia, ma del mondo; ed è una tra le massime espressioni del nebbiolo; al punto che accostarsi ad essa potrebbe anche intimidire: i tanti cru, le tante piccole cantine artigiane, il peso della storia, in certi i casi i prezzi dei vini e i dubbi sull’abbinamento: grandi arrosti, cacciagione , tartufi e funghi, si suole dire;  ma chi e quando mangia così oggigiorno?
Eppure, credo, varrebbe la pena godersi un Barbaresco in maniera più rilassata, quasi quotidiana, tale e tanta è la sua classe elegante da apparirmi irrinunciabile; e, aggiungerei, la sua capacità di  accostarsi flessibilmente col cibo è spesso sorprendente.
C’era un tempo che per lavoro capitavo spesso in Langa. Avevo ovviamente le mie tre, quattro cantine preferite: quelle piccole, artigiane che amo io, dove l’elemento umano – il contatto umano- non solo conta, ma è parte del piacere.
Tuttavia mi garbava accostarmi ad altre realtà, assaggiare e scoprire, non solo i vini, ma le aziende stesse, i modelli produttivi. C’era, e c’è, una grande cooperativa sociale ai piedi del paese di Barolo, poco prima della collina di Cannubi: Terre da vino. Un struttura moderna, non spiacevole, con un negozio fruibile dove trovare moltissime etichette delle denominazioni piemontesi, dall’Astigiano a Gavi, oltre naturalmente ai classici delle Langhe; famosi, in specie , i Barbera.
Lì comprai questo Barbaresco, proprio per il gusto della scoperta, oltre per l’attrazione esercitata dalla bella etichetta che citava un libro di Pavese che avevo letto e amato molti anni prima.
Non ne ricordo con esattezza il prezzo, ma lo ricordo abbordabile.
Come molti altri vini rimase a parecchio tempo semidimenticato nella mia cantina milanese durante la mia lunga parentesi inglese, salvo riemergere durante uno dei mei periodici rientri. E, dunque, quando l’aprii un paio di anni fa, lui ne aveva già undici sulle spalle e le sue condizioni provavano la tenuta nel tempo di un buon Barbaresco.
Era color granato di media trasparenza e formava lacrime fitte e scorrevoli sul vetro. Il suo profumo era timido sulle prime, poi intenso e complesso, da gran Nebbiolo invecchiato, con rose, susine, chiodo di garofano , liquirizia in tronchetti: queste le evidenze. Poi, più sfumati, accenni di asfalto, tocchi di arance e di foglie bagnate e di tabacco. Al sorso, mostrava la sua gran stoffa: ampio e pieno di corpo, ma non pesante; con un tannino maturo e abbondante, appena un po’ rugoso ma di grana fine, con un’alta acidità. Serio, con una media concentrazione di sapori, presentava una discreta continuità ed espansione sul palato con una lunghezza media ed un finale non troppo complesso, ma un poco asciugante. Un Barbaresco paradigmatico e didascalico, straordinariamente integro, sebbene non coinvolgente; però rispettava le aspettative, regalava quelle sensazioni da Nebbiolo invecchiato che un amico definisce “come entrare in chiesa” e soprattutto si rivelava straordinariamente flessibile e godibile negli abbinamenti,  per tornare al punto di partenza. Per noi fu un buon compagno su un pollo alla birra, ma perché non provarlo su una bella fiorentina?

Larmes  du Paradis Rosè Vallée d’Aoste DOC 2016, Caves de Donnas, 12,5 gradi.

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A Donnas l’ amante dei vini va per il rosso locale, inutile nasconderlo: quella la tradizione, quello il figlio diletto delle vigne che si arroccano ostinate ai fianchi rocciosi e ripidi della montagna, bellissime come giardini: e difatti, con le loro tozze colonnine di granito che sostengono le pergole, mi sembrano quasi una versione rustica di quelli pensili di Babilonia. Laggiù, nel tempo antico, schiavi; a Donnas, contadini che per secoli, e forse millenni, come schiavi hanno sgobbato per creare quei terrazzi vitati; nè, oggi, malgrado tutti i progressi della scienza e della tecnica, il lavoro è leggero, perché le vigne non sono meccanizzabili. Anche io son andato là per il rosso (e per sfuggire alla calura estiva della città); ma, stante la stagione, non ho resistito ad acquistare un po’ di rosato presso la cantina cooperativa locale. Ottenuto da mosto fiore di uve nebbiolo, con un bel color corallo profondo e limpido, è una piacevolissima sorpresa. Più che gocce lascia sul calice un velo viscoso che poi si dissolve; ed ha un profumo delicato, di lampone misto a fragoline di bosco e petali di rose. Si sente poi un fondo più scuro,  quasi autunnale, che ricorda in filigrana quello dei nebbiolo invecchiati: forse, farina di noci e di castagne e foglie secche umide. Al sorso è secco, nervoso, salino e con un’alta acidità. Il corpo è medio, o forse appena sopra la media, ma molto compatto e scorrevolissimo in bocca, di giusta concentrazione gustativa e rispondenza. Vive tuttavia una integrità cristallina e minerale come acqua di roccia, e scorre sul palato snello, verso un allungo di buona proporzione ed equilibrio , che si spinge su tenaci note saline alla fine del suo riverbero. Insomma, amica o amico che mi leggi, mi pare proprio un bel rosato, che si beve alla grande e non è per nulla ruffiano. Sottovoce ti dico che più ne bevo, più ne berrei. Ottimo, come recita l’etichetta, su antipasti delicati e sulle carni bianche, se anch’esse delicatamente preparate, aggiungo io. Il mio ultimo pensiero torna a quelle vigne antiche, che vegliano la valle laddove si stringe a segnare l’ingresso nell’Italia Padana, con le rocce che quasi si toccano dai due lati presso il forte di Bard, e mirano dall’alto l’arco e la strada romani che erano l’antico ingresso settentrionale di Donnas: che riescano a produrre un vino così contemporaneo, nel senso di adatto ai ritmi e gli stili di oggi, è una tra le piccole affascinanti magie del mondo del vino.