Nero d’Avola Sicilia DOC 2015, Cantine Barbera, 13 gradi.

Di Marilena Barbera e dei suoi vini avevo sentito parlare per anni. Però, come capita talvolta per i casi della vita, l’incontro non era mai avvenuto: pure combinazioni talvolta, talaltra c’erano altre urgenze in agenda, o ancora per la distanza fisica non era proprio cosa. Mi son deciso finalmente di prendermi il punto in occasione dell’ultima edizione piacentina di Sorgente del vino, manifestazione di vini naturali dove le chicche non mancano mai. Basta osservarla e scambiare qualche parola con lei: Marilena Barbera è una donna siciliana dall’aspetto e dai modi tanto solari quanto energici  ed incisivi: gli occhi vivacissimi parlano di una volitività brillante, appassionata e femminile. Che sia una donna intelligente e sensibile lo si capisce da quello che scrive: basta seguirla sul sito aziendale. Più ancora, è ciò che assaggia in quell’occasione a testimoniarlo: una batteria di vini tutti buonissimi, con un’idea molto precisa di territorio e di attaccamento territoriale, riletto però e interpretato  con amore secondo le sue infinite sfumature: quelle della terra e dei sassi, quelle dei venti e delle correnti, quelle dei diversi vitigni che con le loro radici diversamente suggono il sale della terra. Brava Marilena. Non c’è tipologia – o quasi- che la gamma di Marilena non tocchi e tutto ciò che tocca diventa oro, riflettori ormai a distanza di mesi. Il territorio di Menfi – Sicilia sud-occidentale, tra Selinunte e Sciacca- riletto e indagato nelle sue plaghe e nelle sue individualità, tra mare, collina, greto di fiume; suddiviso in Cru non per catalogarlo secondo una egemonica scala di valore, ma per valorizzarne l’unicità specifica, lembo per lembo, come se ogni zolla fossa una persona, anche la più umile. Per la mia scarsa conoscenza della cultura siciliana e di quella letteraria in specie, quanto ritrovo in questo di un Verga, di un Tomasi di Lampedusa, di un Camilleri. Acquistai allora certe bottiglie per riassaggiarle con calma, ma le avrei volute tutte e in abbondanza.
Due ne comprai di questo Nero d’Avola, in qualche modo il vino più semplice  tra quelli che assaggiai, ma a suo modo assolutamente rivelatore e di una bontà straordinaria. Molti della mia generazione sono cresciuti con un’idea di Nero d’Avola concentrato, morbido, fruttato fino ad evocare l’odore e il sapore della confettura di frutta (eppure mi si dice che di suo il Nero d’Avola sarebbe un’uva dall’acidità marcata e tenace). Ecco che questo di Marilena Barbera ribalta completamente quella concezione : sarà pure, come dice lei, un vino leggero e pensato per una merenda, ma per me è una pietra miliare nella comprensione di quel vitigno; persino dall’aspetto, che infatti è rubino trasparente con gocciole fitte e veloci, molto luminoso e flessuoso nel bicchiere e già in questo  femmineo. Ha un profumo molto intenso, complesso e profondo e tuttavia nettamente giovanile. Domina la frutta rossa:ciliegie scure (i duroni), le amarene, maraschino; poi radici, erbe e ancora frutta si avvicendando in ordine sparso e cangiante: rabarbaro, cola, finicchio  selvatico, mandarino. Vi trovo poi un che di salamoia e di salmastro e di una macchia che stento a definire nei suoi dettegli minuti: forse, l’odore dei fichi d’India al sole, accompagnato però da un qualcosa di erbaceo, come ruta, rucola, ma che grida Sicilia in maniera immaginifica, ideale. Il carico da undici: ci sento pure marzapane, pepe bianco sul finale. Tutto è nitido, profumato, perfettamente articolato: accordatura perfetta, perfetta armonia. Eppure è un vino naturale. Sarà la cura nel realizzarlo, sarà magari che si applica – non so-  quelle la “pulizia, pulizia, pulizia” sulla quale il maestro Giulio Gambelli tanto insisteva (e che mio nonno, nel suo piccolissimo, praticava per sapere atavico o istintivo inondando la vecchia stalla riconvertita in cantina: per dire che un certo ben fare esisteva anche tra i vecchi contadini), ma qui non ci sono impuntature, non ci sono imprecisioni. L’assaggio. Si sente che viene da vigne che guardano il mare: gustosissimo (medio più, a volerlo proprio ricondurre a una scala), assai salino, goloso, fresco, articolato e insieme sferico, polposo e snello a un tempo. Ha una grande acidità, confermata dai dati analitici (5,7 g/l), un corpo un po’ superiore alla media ed anche un tannino che per quantità supera la norma, ma per qualità è finissimo, regolarissimo, rotondissimo, direi persino soffice. Per quel poco che ne capisco, segno di maturazione e di estrazione perfette. Anche la sua persistenza è decisamente buona, ma soprattutto armoniosa: anche l’alcol è a puntino. L’ ho trovato perfetto un po’ fresco anche in una giornata di calda di inizio giugno, col termometro oltre i trenta gradi: tanto sulla panzanella che sui saltimbocca, e persino da solo, godendomi la sua compagnia al posto del dolce. Non risultasse un po’ offensivo lo descriverei a qualche amico straniero come un Pinot Nero mediterraneo, una declinazione siciliana del concetto del Borgogna: ma guardando ai villages e forse addirittura ai Premier Cru, per dire a quali livelli questo vino vola.

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