Dolcetto d’Alba 2006, Giuseppe Rinaldi, 13 gradi.

La prima volta che andai alla cantina di Giuseppe Rinaldi (o come lo chiamano tanti, forse tutti, Beppe), era il Novembre del 2008; era già freddo da battere le mani, e pioveva. Fu quella anche la prima volta che andai nelle Lange, che mi si conficcarono nel cuore lasciando una ferita aperta, una voglia di conoscerne ancora che ogni giorno di lontananza rende più sanguinante. Da allora per me i vini di Rinaldi rappresentano l’archetipo delle Langhe, direi perfino del Piemonte. Il loro stile, tradizionale fin dalle etichette; la vecchia cantina; la storia familiare (sesta generazione ormai); la dimensione orgogliosamente artigianale per una scelta anzitutto etica, che limita le dimensioni aziendali a quel che si può far da soli. In definitiva: una cocciutaggine caparbia, ma visionaria e di ampio respiro. E poi, gli odori dei tini e della terra, l’accoglienza riservata e calda a un tempo, le parole pesate e pensate: caratteristiche di tutti i membri della famiglia e non solo, mi si passi il termine, del patriarca. E quelle botti allineate nei segreti di una sotterranea penombra, ed intorno le colline e le vigne, le storie della terra e delle sue genti, coi castelli che vegliano verticali. Da Rinaldi molti vanno per il Barolo – o, spiace dirlo, per vantarsi di essere stati a prendere il Barolo da Rinaldi. Io ci vado certo per il Barolo, ma anche per tutti quei vini meravigliosi che produce e che son detti minori: Nebbiolo D’Alba, Barbera D’Alba, Freisa, il Rosae (da uva a Ruche’) ed il Dolcetto D’Alba, forse quello che loro stessi considerano di meno pretese. Perché’ il Dolcetto e’ per tradizione il vino di tutti i giorni, quello che accompagna sorridente e discreto anche una merenda; trasversale, perché stava tanto sulla mensa contadina che su quella borghese, per una certa sua delicatezza rispetto alla più rustica Barbera; anche umile, perché si adattava alle esposizioni meno soleggiate, la’ dov’è il nebbiolo stentava e quindi non si piantava (ed i verbi si declinano qui all’imperfetto, perché oggi il denaro guida le mani di tanti a piantar Nebbiolo anche sui clivi meno adatti), ma richiedendo quelle cure e quel tempo che la civiltà contadina sapeva riservare a ciò che era veramente prezioso: a quel l’essenziale ben visibile agli occhi.
Si diceva e si dice il Dolcetto vino da consumare nell’anno o nei due anni; certamente non da invecchiamento: anche lì’ stava o sarebbe stata la differenza col nebbiolo.
Ora, Rinaldi fa il vino grosso modo come cent’anni fa; lui dice “come mio nonno”; e dunque difficile pensare che il suo Dolcetto si giovi di quei ritrovati dell’enologia contemporanea atti a preservare a lungo qualunque vino; ed anche il tappo e’ il tradizionale sughero, coi suoi ben noti pregi e difetti. Però, quel che apro e verso nel mio calice, senza scaraffarlo, senza granché attenderlo, e’ un 2006: otto anni. E l’ho di fronte a me, rosso rubino profondo, già tendente al granato. Un poco lo devo attendere, nel suo risveglio dal sonno annoso, ma poi libera con l’aerazione un aroma molto intenso di frutta rossa, giovanile, vario, come da una cesta appena raccolta e rientrata in una sala appartate e buia: prugne, pesche, fragola, lampone, arancia sanguinella; e poi nera: mora, mirtillo. E pero’ a dargli spirito raffinato, prezioso, il ricordo di una dimensione di terre lontane, orientali, mai viste, solo sognate,ingenue come i romanzi di Salgari: il pepe. Poi i ricordi del bosco, delle cime segrete delle colline battute dai venti: foglie gialle quasi tabacco, bacche di ginepro, alloro, salvia, laddove la macchia sfuma nel modesto orto. Bellissimo. Ne apprezzi al sorso il tannino di grana fine ma di qualità piacevolmente terrosa, l’acidità medio alta e vivida, sorprendente per l’uva che lo fa nascere ed ancor più in relazione all’annata. La sua chiusa e lunga, ma giusta, misurata, per non sovrastare le vivande sulla tavola. E la parte col fondo, perché il vino non è filtrato, quella che si dava un tempo all’ospite, e’ la più ricca e più buona. Ecco che cosi’ commoventemente integro restituisce l’immagine del Piemonte che ho nel cuore: quella delle vecchie insegne coi caratteri ottocenteschi, quella di un saper fare discreto ed orgoglioso nelle piccole cose, delle tradizioni difese con la tenacia rabbiosa.

Chianti Classico 2006 Le Masse di Lamole, 13 gradi.


Che Lamole sia uno tra i luoghi più belli e suggestivi di tutto il Chianti non lo scopro certo io ed anzi sono forse buon ultimo ad affermarlo; ma quelle balze e quei tornanti che in pochi strappi portano lassù tra le quote più alte del Chianti sono una di quelle strade delle meraviglie che, se non le fai da un po’, ti mancano come una persona cara o una parte di te, percorsi dell’anima di un sacro monte non diremmo magari laico, ma piuttosto panico e agreste. C’è una bella manifestazione, “I profumi di Lamole”, che richiama nella piccola piazzetta della borgata i produttori di vino locali a tarda primavera, ed allora e’ un fondersi degli aromi dei fiori e delle erbe e di quelli dei vini; e le voci della gente – straniere o con la calata locale- si confondono col canto degli uccelli ed il frinire delle cicale. Li’ conobbi, dopo i loro vini, la famiglia Socci: gente semplice, alla mano, nel senso più nobile che si può dare a questi termini. Annamaria Socci che racconta il suo vino, pregi e difetti delle annate, con una trasparenza che ha un profumo di violette; che si dimentica lì’ per li’ di dirti che il vino loro lo fanno ancora col vecchio uso toscano del governo, perché così faceva suo nonno e quindi per lei e’ solo un procedimento naturale, nulla di che. Il loro Chianti Classico e’ un prototipo tristemente raro di vino toscano che diresti antico più ancora che tradizionale, oramai: dove lo trovi un Chianti di sangiovese, canaiolo e un po’ di malvasia affinato nelle botti di castagno? Così, rosso rubino trasparentissimo all’apertura, appena un po’ granato ai bordi, con una acidità volatile evidente, ma che si ricompone in qualche ora facendosi anche più scuro, con quell’aroma di lampone così pronunciato e vivido che sfuma e si fa più morbido e soffuso; emergeranno allora i fiori della primavera (quelle stesse violette! E gli iris, e i giaggioli!), l’arancia amara, il chinotto, il tronchetto di liquerizia, le foglie di te’, la ruggine, la vaniglia, la farina di castagne, in un continuo mutare e disvelarsi, rifrangendosi come l’acqua nelle forre di un ruscello. Vellutato e di buon corpo in bocca, ma scattante, agile, leggiadro, anche morbido sulle prime ma poi saettante di lumeggiature acide irradianti, continue e decise, di buona lunghezza e di intensità signorilmente calibrata, con un tannino finissimo per grana ma presente, deciso, indomito. Cosi’, complesso ma leggero, dalla beva scorrevole, composta e naturale, secca e mai stucchevole; quasi nudo sella sua essenzialità senza infingimenti, rinascimentale ed anzi Quattrocentesco nella sua eleganza magra, ideale, stilizzata. Al punto che ti chiedi se quello che è venuto dopo sia stato vero progresso: ma cos’è poi il vero progresso, se poi ti viene anche da pronosticargli una lunga vita quando dopo otto anni ancora lo trovi così vivido? Avrai forse più vini più ricchi, sontuosi e profondi, ma qui c’è un senso di casa, di quella mensa umile ma un po’ più ricca della domenica, della minestra calda quando fa freddo e sei affamato che ti fa battere il cuore e desiderare di averlo sempre a te vicino. Oggi, per me, e’ stato l’abbinamento di un istante perfetto, con la mia famiglia, le polpette di carne chianina e le fette di pane con l’olio di Montecatini: quando sulla tavola hai la tua casa, c’è spazio solo per un vino così. (18/8/2014)
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Chianti Classico Villa Sant’Andrea 2006, 13 gradi.

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 23/08/2013 Stasera volevo una bottiglia cosi’, per aprirla al volo, senza il debito tempo del riposo e dell’ossigenazione. Voglia immediata di sangiovese, e piu’ ancora di Chianti.  Avevo li’, nel mio fresco ombroso sottoscala il Chianti Classico di Villa Sant’Andrea: non una bottiglia di prima fila, non un gran nome. Ne ho ricordi ambigui:ricordo una riserva 2005, dilavata. Qui pero’  ho un 2006: in Toscana fu un’ottima annata (me lo dissero a Selvapiana, me lo dissero a Poggio di Sotto: praticamente universi geografici e climatici differenti). E lo apro dunque, per berlo subito, senza alcun indugio, senza concedergli alcun tempo di respirare. Immediata, pero’, ho la felice epifania di un Chianti Classico vero, secondo tradizione: ed e’ sempre una gioia. Fin dal colore suo bello, rosso rubino trasparente, ma profondo; capace di disegnare una trama di archetti fittissima e finissima sul bordo del mio calice, che mi da’ un piacere estetico purissimo e raro, rammentandomi un rosone di una cattedrale gotica. All’olfatto -di media intensita’-  e’ brunito, ed accanto a note di ciliegia e marasca regala gia’ la pelle, il sottobosco, gli umori della terra bagnata. Peccato pero’:  svanisce subito, nel giro d’un’ora, velandosi con note quasi casearie; per poi ritornare timido, piu’ fine, piu’ speziato, piu’ infiltrante, seduzione femminea in chiaroscuro, intravista dietro le imposte chiuse, in un pomeriggio di mezza estate. Arrivando ancora, col passare dei minuti, a ritrovare fresca, sottile, luminosa, una nota di fragolina di bosco prima, e di polposa fragola poi.  Resta sempre salda, invece, la bocca: sentila! Di proporzioni eccellenti, ne’ diritta, ne’ larga, ma al contempo fresca ed avvolgente; saporita, bilanciata, non troppo alcolica; in un parola: armoniosa, giusta figlia delle colline di Montefiridolfi, in quel di San Casciano. Chianti di versante fiorentino, leggero ma di corpo, grazie al tannino abbondante ma finissimo, all’acidita’ alta e decisa, ricco di frutta di bosco saporita, rossa e nera, e di prugne e di ciliegie, persino di chiodi di garofano, foglie di te’ e pomodori secchi; lungo quanto basta per depositarsi nel ricordo, tra un sorso e l’altro, senza soluzione di continuita’; con un fare carezzevole, viscoso, morbido: ecco i tradizionali canaiolo e colorino che si fondono all’imperioso sangiovese.  Su una bistecca al sangue, su formaggi saporiti; sulle verdure grigliate, perfino; narrando una favola senza pretese, ma intimamente, veracemente toscana. Amico, amica cara che mi leggi, ti confesso: vorrei averlo sulla mia tavola di ogni giorno, col pane sciocco cotto a legna, con l’olio d’oliva dei colli che amo e magari un piatto di fagioli – cannellini, zolfini, di Sorana, rossi lucchesi- e tanta pace al cuore;  ringraziando ogni giorno per quella mensa. Ma, peccato: era l’ultima bottiglia.

Montepulciano d’Abruzzo 2006, Torre dei Beati, 13 gradi.

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3/6/2013 Mi ricordo la prima volta che andai da Torre dei Beati, allora azienda emergente. Quasi mi persi con l’auto tra le colline di Loreto Aprutino, ratagliando la sosta tra impegni di lavoro; la stada fangosa e in salita, con la Touran aziendale che spanciava disperata sui dossi, senza un cartello a far guida. Ma poi! Eccola, come un’oasi al principiar dell’autunno, sotto il cielo bigio. Lavoranti di colore impegnati nelle vendemmia, nella cernita dell’uve sulla tavola. E la figura fine , delicata, di Adriana Galasso, con gli stivali alti di gomma, sporchi di fango; che parlava della sua storia , dell’abbadono del lavoro da commercialista per amore delle vigne ereditate; e con orgoglio giusto del marito ingegnere, che lavorava la notte in cantina, e studiava i testi di come fare il vino ogni sera, in ogni istante libero; perchè sì, c’erano pure due figli da crescere. Forse fu quella volta che comprai, oltre ai loro celebri cru, questa bottiglia più quotidiana  del Monteulcino d’Abruzzo 2006, che oggi apro -lontano- nel Berkshire. Nel bicchiere lo verso: eccolo rosso rubino profondo, impenetrabile, ma ricco di riflessi: violacei, granato, aranciati e pervinca. Godine -amico, amica mia- l’aroma: futti di bosco (mora, mirtillo, lampone) , frutta  ben matura (pesche noci,prugne nere); e poi china, grafite, tabacco, cioccolato nero e bianco. In bocca apprezzane il tannino fitto ma gentile, il corpo pieno, rotondo, concentrato ne sapori ma aggraziato, di vellutata consistenza, dove l’acidità spinge solo per delinearne l’invidiabile freschezza, il dinamismo, il contrasto interno, la lunghezza reattiva sul palato, l’eleganza: che quasi ti sorprende, abituato a Montepulciano dozzinali, sgraziati; mentre qui, rivelatore, ti si offre a un paragone perfino borgognotto. Senz’altro complesso, ma facile, passante, carezzevole, non troppo alcolico (13 gradi)con quell’equilibrio tra nordica precisione e calore meridionale che a me pare la sigla più autentica d’Abruzzo. Bada di non berlo troppo freddo o troppo caldo, per preservarne l’equilibrio.  Vuol piatti saporiti: primi o secondi, pasta e fagioli o pollo ai peperoni, ti conquisterà giorno per giorno con la sua sensualità accogliente.

per saperne di più: www.torredeibeati.it

Lambrusco IGT Vigna del Caso 2006, Poderi Fiorini, 11 gradi.

Un tempo andavo spesso a Modena a parlare di oli per moto, presso un caro cliente: Claudio Franchini. Ci andavo di sabato, ma ci andavo volentieri: ho sempre amato la Bassa e la gente emiliana; ed il mio ospite ed il nostro agente, Aldino, erano squisiti. Tenevo il mio corso nell’officina; poi, tappa a Ganaceto, lì a pochi chilometri, da Fiorini. L’incanto della vecchia sala dell’enoteca, coi travi bassi, il pavimento rustico, le annose bottiglie. Dietro, la cantina con le grandi vasche per i vini e i piccoli barili dove maturava, con amorose cure infinite, l’aceto balsamico: quello vero, artigianale, che una generazione appresta perché un’altra lo imbottigli. Una lezione dolcissima impartitami dal signor Fiorini stesso, assaggiando dai carati il mosto in fasi diverse della maturazione, fino a farsi aceto: di 20, 30, 50 anni. Ma io vi cercavo soprattutto il Vigna del Caso: lambrusco di Sorbara e lambrusco Salamino, metà e metà; rifermentato in bottiglia come si usava una volta, singolarmente, pazientemente, lasciando all’interno quei lieviti stessi che servono a formare le bolle, come si è sempre usato prima che il moderno, con la sua ansia di aver tutto pronto e seriale, non portasse l’autoclave, cioè i grandi serbatoi a tenuta stagna dove far prendere la spuma a migliaia di litri di vino. Lo cercavo per il suo essere diverso, più tradizionale. Da tanti anni ormai non vado più ne’ a Modena ne’ a Ganaceto: la mia vita e’ lontana da quella di un tempo. Però frugo nella mia cantina e ne trovo ancora tre bottiglie del 2006. Può un lambrusco resistere sei anni? Vi so solo dire che levata con cura la gabbietta il tappo e’ venuto con l’allegro “bum” dello spumante ed il liquido in un attimo già scorreva nei nostri calici gorgogliando e spumeggiando di una schiuma fine, delicata, persistente; bello nel suo manto rubino scuro, ad un passo dal dirsi profondo, se non mantenesse trasparenza e luminosità. Non una sfumatura aranciata a segnare una ossidazione, quasi che il tempo per lui si fosse fermato. Ma così non è, ne’ è passato invano:perché’ nel suo delicato profumo ai fiori ed alle rose della giovinezza ed ai rossi frutti s’accompagnano ora toni più scuri, di frutta a bacca nera; ed oltre, di erbe, di foglie, ma soprattutto di roccia. Del pari alla bocca: e’ secco, la zuccherinita’ del Lambrusco accennata appena in apertura come il levarsi di un sipario; ma soprattutto a segnarlo sono finezza tannica, acidità vivissima e dissetante, mineralita’ che segna un sorso lungo, diritto, ferroso, austero perfino, appena amaricante sul finale per un piacevole contrasto: accordo minore nel finale di un’opera buffa. Al punto che mi viene -oh felice eresia!- da accostarlo in spirito a certi nebbioli del nord Piemonte: a certi Boca, Lessona e Bramaterra. Ecco il miracolo: il metodo più contadino e arcaico della rifermentazione in bottiglia congiunto all’opera del tempo ci danno oggi il Lambrusco più compesso e elegante, che lascia da parte gli umori delle sagre paesane per ritrovare le vie segrete dell’immensa pianura: terra nuda e nera l’inverno, cocente al sole d’estate; apparentemente vuota e monotona, ma in realtà gravida di sogni a saperla riguardare, fattisi cavalli scalpitanti d’acciaio o note appassionanti e lugubri, celesti ed umane; li’ sono i castelli, li’ sono le ville, li’ le certose e le abbazie; li’ segni di una nobiltà antica.

Per saperne di più: http://www.poderifiorini.com

Soave classico DOC 2006, Pieropan.

Se passi sulla A4 e lo sguardo volgi ai monti che s’alzano dalla valle Padana, lo vedi lì, poco dopo Verona, con le sue mura merlate che sia alzano chiare e nitide, guarnendo a mo’ di merletto il profilo delle alture. Si dice che il nome derivi dagli Svevi, ma io mi chiedo se chi chiamò quel borgo Soave non pensasse piuttosto al vino che lì vi si produce: perché non saprei trovar miglior parola atta a descrivere tal veneto liquore. Stassentire: apro stasera questo Soave Classico 2006 di Pieropan, quel che maldestramente -maledettamente – si dice il vino base. Mica l’ho trattato bene,eh? Comprato in un superstore – brutta parola! – e conservazione laggiù assai dubbia. Poi, per qualche anno, in un ripostiglio caldo. Poi, messolo in valigia, quassù oltremanica. L’avessi trovato sfinito -essì- avrei compreso; ma sfilato il bel tappo di sughero, e versatolo, eccolo in bella veste gialla carica, nitido. Eccolo subito al naso, pieno ed intenso, nelle sue tante sfaccettature: se hai da un lato i freschi agrumi, la frutta a pasta bianca (susine verdi), l’uva spina ed il ribes bianco, e fiori di camomilla,  dal’altra c’è in lui qualcosa di caldo, di più annosamente maturo: quel che di burro, di petrolio,di gomma, che tanto si apprezza nell’evoluzione. Ma non sono mondi disgiunti, perchè c’è un filo di mineralità ad unirli: un sentore di roccia bagnata, che crea un magico ponte tra la luce del mondo naturale e le ombre di un mondo segreto e ultraterreno. Sensazioni che ritrovi, se l’assaggi, puntuali alla bocca, con persistenza appagante. Eppure c’è dell’altro, più importante ancora. C’è un corpo pieno, appagante senza eccessi; un’acidità potente e decisa, che raddrizza ogni percorso emozionale, che definisce e rinserra ogni disgressione; e l’insieme di freschezza e forza ricorda quasi certi Riesling della Mosella. Non basta però neppur questo a descriverlo: perché c’è in lui qualcosa-nel suo bilanciamento, nella sua architettura- di profondamente classico, di serenamente infiltrante: una grazia energica e sottile, che penetra e non colpisce, che avvolge ma non lega, che è presente ma non pesa. E’ sguardo d’amore; è carezza nell’amplesso; è bacio nella notte; è poesia sussurrata nel silenzio. E’ vin soave: al tuo palato, al tuo pensiero, nella composta misura dei suoi 12 gradi; nella maniera che ha di dispiegarsi al tuo palato, con una grazia da eroe cortese, da cavaliere di ballata medievale, come l’avrebbe dipinto il Pisanello. Eccellente sui primi di verdure e di pesce, io l’ho trovato irresistibile sulle uova. Ma non esitarlo su preparazioni di pesci:  umili e nobili , troveranno in lui un compagno amoroso. Solo, se hai una crudità di mare, ricerca allora una giovanissima annata.

Per saperne di più: http://www.pieropan.it/it/.

Nuits-Saint-Georges 2006, Pascal Lachaux,

Non c’è nulla di peggio che inseguire le mode e i nomi altisonanti, dimenticandosi di esercitare il proprio giudizo, fondato su intelligenza e gusto: che bisogna educare, per passare dall’apprezzamento di ciò che è grosso, volgare e appariscente a quel che è fine, distinto. Se parli con taluni “intenditori” di vino oggi, vedrai che molti vanno in brodo di giuggiole al solo nominare il Pinot Nero di Borgogna ed il Riesling della Mosella, come fossero gli unici nettari degni di accedere alla mensa degli dei, snobbando Bordeaux, Barbere, Brunelli, Biancolelle, Blanchette, Barsac, Bierzo (tanto per star sempre sulla lettara “b”), quasi fossero per forza vini di seconda schiatta, non adatti appunto alle lor prelibate attenzioni. Lasciamoli nella lor gabbia dorata e cominciamo a distinguere. Qui ho un Pinot Nero di un prestigioso villaggio borgognone, senza dubbio vocato: se nel suo territorio non si danno Grand Cru, esistono però ventisette Premier Cru. Il produttore è stimato, ha una lunga storia alle spalle, vinifica in modo tradizionale e conduce le vigne con attenzione alla natura, riducendo la chimica al minimo. Però per questo vino di villaggio (cioé che non viene da un cru), compra uve altrui; né, intendiamoci, c’è qualcosa di male. E non è malvagio il vino: sempre di un bel rubino trasparente, appena un po’ scarico, tendente appena al granato ai bordi, si muove nel bicchiere con grazia, senza pesantezze, disegnando archetti fittissimi. I frutti di bosco dominano l’olfatto, di discreta intensità, dove esprime il suo meglio: fragole, lamponi, mirtilli,  emergono da un fondo delicato più scuro e boschivo, di funghi, di terra. Al sorso è leggero, ha corpo medio, croccantezza, una giusta acidità: ma il tannino è asciugante, la bocca manca un po’ di sapore risultando un po’ statica ed annacquata, non conosce allungo persistente – restando un po’ lì, così, come una promessa non mantenuta. E’ un cattivo vino? No, ed io me lo son gustato con un arrosto morto lardellato di pollo e piccione, dove stava a pennello. E’ un Pinot Nero di Borgogna didattico, che ci racconta qual è il livello medio di una produzione di quelle zone: con pregi e difetti. E ci ricorda che anche l’uva pinot nero ha le sue magagne, seppur sul mercato mondiale, oggi, giochi un ruolo da Re Mida. Allora teniamo noi ben svegli palato ed intelligenza e diamo la stessa attenzione sacrale all’assaggo di un Nebbiolo d’Alba, di un Lambrusco di Sorbara, di un Negroamaro del Salento: se ben fatti non hanno nulla da invidiare.

Orvieto Superiore DOC Calcaia, 2006, Barberani, 11 gradi.

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Sta Orvieto li’ arroccata sulla sua rupe, maestosa come un tempio tibetano se la vedi dal basso, misteriosa come una rovina azteca se ne respiri le vie, le pietre ruvide, i pertugi. Qui gia’ gli Etruschi creavano vino: testimoni ne son antri ed anfratti sotterranei,che la fatica di mani pazienti ha scavato per secoli  nel tufo, a crear grotte che per incanto davvero competono con la natura. Il bianco di Orvieto: secco o amabile, ma pur sempre dritto, deciso, longevo; almeno, cosi’ dovrebbe essere. Da qualche anno ambiziosi vignaioli han tentato strade nuove, sfruttando le nebbie del vicino lago di Corbara ed il sole, gia’ mediterraneo, che sa baciare con voluttuoso amore i colli dell’Umbria; vie nuove per la zona, vie dolci, vie di alata divina poesia. Barberani -storica cantina – e il suo Calcaia. Qui si piegano il territorio e le uve nostre alle nordiche usanze dei vini dove una muffa -la botrytis cinerea, propizie certe condizioni climatiche, appunto- sugge acqua dai grappoli, concentrando aromi e sostanze ed altre donandone, in un processo simbiotico, che l’uomo, con la sua intelligenza e la sua manualita’, ha imparato a dominare. Il liquido che ne conseque e che ho nel mio calice e’ dorato, limpido, luminioso, di grado alcolico si’ leggero, ma avvolgente, oleoso, ungendo con decisione voluttuosa i bordi del mio calice. Sprigiona un aroma intenso, che colpisce al cuore: cedro e limone canditi, albicocche e pesche, miele di agrumi e di  millefiori, solvente, petrolio, croccante alle mandorle, foglie di abete e di ginepro a rinfrescarlo. Ricorda un francese vin dolce di Sautern, ma e’ la bocca a far la differenza. Il vino d’Oltralpe -vera delizia, se di quel giusto- si gode di rigore ben fresco; questo d’Orvieto, nella mia sera estiva, sta a temperatura ambiente, ma al palato non ne cale: perche’ resta continuo, armonioso, senza cedimento alcuno; ricco ed avvolgente si’, ma con freschezza, slancio, intensita’ amorosa, contrasto chiaroscurale tra attacco morbido e dolce, svolgimento lungo avvolgente, brioso, diritto, guizzante perfino, ed un finale acido, salino, che invoglia ammaliante ad un altro sorso, e poi un altro, senza mai alcun accenno di stanchezza. Con un’intensita’ che conforta e innamora, sorso dopo sorso: senza esotismi; ma nostrale, vera, che canta la storia e la novella di un tempo che fu. Gli dei greci sull’Olimpo bevevano ambrosia; bevevano questo vino gli dei etruschi? Domanda oziosa: godiamo insieme a chi si ama il piacere di quest’attimo del 2006 concentrato, liquefatto in una bottiglia da 500 millilitri. Sui tradizionali dolci del centro Italia, o da meditazione: se avrai li’ piccoli bocconi o scaglie di pregiati pecorini, i pensieri fluiranno ancor piu’ perfetti.

Per saperne di più: http://www.barberani.com/

Riesling Rheingau 2006 Kiedrich Grafenberg Kabinett Trocken, Weingut Robert Weil, 12°.

Troken significa secco. Kabinett significa che il contenuto di zucccheri dell’uva è limitato ad una certa soglia. Pradikatswein, che non si può aggiungere zucchero, onde elevare il tenore alcolico. Riesling è la nobilissima uva. Rheingau: che viene dalle sponde tedesche del fiume Reno. Kiedrich Gragenberg è il nome del vigneto; ma il suo nome vero è Piacere. Salissimo insieme la ripidissima collina, esposta a meridione, ti direi di come i suoi vini, imbottigliati dal Dottor Weil (professore di tedesco alla Sorbona di Parigi) , popolassero le corti europee alla fine del Diciannovesimo secolo, contraltare in bianco ai rossi di Bordeaux – quando l’Italia vinicola, ahimé, ancora si struggeva perlopiù nella miseria e nell’abbandono. Perché sì, tutta la tecnica del mondo puoi avere, ma alla fine il gran vino viene dalla terra: è la terra che parla. Questo 2006 è un bianco di 7 anni, maltrattato, tenuto a lungo nel ripostiglio di un caldo appartamento – vergognosamente, lo so. Il Riesling tedesco è però famoso per la sua longevità e qui, invero, ne abbiamo la prova; anche se, il Kabinett, lo sai, nasce vino da aperitivo, andrebbe consumato presto. E lui infatti, apertolo, non tradisce: giallo carico – da limone maturo, mediterraneo, amalfitano – gorgoglia nel bicchiere; ed ecco l’aroma che ti aspetti, l’drocarburo del Riesling invecchiato, quasi didattico nella sua precisione: quell’insieme di petrolio, gasolio, benzina e poi pietra focaia, roccia umida coronata di muschio e lichene, tanto esotica, tanto intimamente nella nostra anima. E certo hai la  frutta: cedro, limone, ananas, lici, polpa e miele di corbezzolo; preludiando già al naso quel che sarà alla bocca: l’attacco netto, dal sottile, discreto, residuo zuccherino, per puoi svolgersi in equilibrio -ondeggiante acrobata su filo sottile – tra tensione acida altissima ed un corpo ammorbidito dall’età, fattosi avvolgente, con un retrogusto delicatamente amaro, che pulisce e soddisfa il palato; mentre una scia salina, spumeggiando come onda, solletica ribelle i lati della lingua, ridotta a scoglio impotente nel mare. Ecco, forse lo slancio giovanile si è ormai perduto; lontana la perfezione teutonica del suo nascere, dell’istante iniziale che lo colse la luce dalla botte alla bottiglia. Ma non per questo meno fascinoso: corpo di modella che, passata l’estrema magrezza dell’adolescenza, infine concepisce; e dopo aver figliato rimane più morbidamente femminea, conservando la pelle preziosamente bella delle puerpere. Per me, amico o amica che mi leggi, la sua delizia sta con una pasta all’ovo e gamberi o scampi, dalla polpa profumata, untuosa e dolce, dove non manchino erbe aromatiche a rinforzare ed esaltare il sapore e a donare esaltante profumo.

Barolo “Ravera” 2006, Terre del Barolo, 14°

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Quando ero bambino il Barolo era il vino delle grandi occasioni: aprirlo era la misura stessa dell’importanza del momento. Ricordo mio padre, ristoratore, maneggiarlo quasi con sacralità: “annusa, assaggia, questo è Barolo. Lo senti che è diverso, lo senti com’è robusto?”. Sì, babbo, lo sento. E quel nome stesso, Barolo, evocava una profondità risonante, come un baratro oscuro e misterioso, mugghiante di un’eco infinita, quasi di acqua tumultuosa e lontana in una forra, come il suono attutito delle pelli percosse di un tamburo. Ho sempre poi amato ritrovarvi nell’aroma e nel sapore di un Barolo l’idea di quel suono profondo, austero, intransigente, autorevole. Terre del Barolo era un marchio di casa: Dolcetti, Barbere, Barbareschi allineati sugli scaffali ricavati nello spessore delle volte bianche delle sale sotterranee del nostro ristorante, a far corona all’indiscusso re. Ero ignaro allora dell’importanza storica di questa cantina sociale, di un’epopea di Langa fatta di agricoltori, partigani, vinattieri e vignaioli; di casali che si svuotavano perché la Fiat di Torino e la Ferrero di Alba crescevano e chiedevano braccia, davvero rubate all’agricoltura; e di quei cocciuti resistenti aggrappati ad un pezzetto di terra. Nulla sapevo io dei “cru” e dei “sori’”, nomi di vigne elette che crescendo mi avrebbero affascinato come i gioielli nella grotta di Alì-Babà : Cannubi, Monvigliero, Lazzarito; ed appunto Ravera, anfiteatro orientato a sud-est e sud in comune di Monforte d’Alba, madre di vini equilibrati e possenti. Ancora da venire, io bambino, le polemiche tra produttori tradizionalisti e modernisti. Terre del Barolo fu l’ancora di salvezza di tanti piccoli vignaioli altrimenti costretti ad abbandonare le loro colline; fu ed è un approdo sicuro per chi cerca vini solidi e di impianto tradizionale . Ed ecco che che nel mio calice si materializza così, classicamente granato sull’unghia e appena più rubino al centro, trasparente e gioiosamente non concentrato : parla qui voce vera l’uva nebbiolo, che di suo non è ricca di quegli antociani che danno il colore. L’aroma, sfugge imprendibile come la bellezza e il tempo, perchè cambia di minuto in minuto: ma è in questo mutare dinamico che sa commuoverti e parlarti. Caldo e fresco: rose e amarene, cacao e incenso, erbe aromatiche ed erbe officinali, terra e roccia, muschi e vernici; legna e ferro. Autunnale e struggente. La pioggia che bagna i campi; il bosco che segreto accoglie la nascita dei funghi porcini, chiodini, prataioli; un orizzonte bigio, illuminato in controluce attarverso le nuvole che diffondono la luce sui bricchi, sui castelli. Son questi aromi? Forse no: mi inganno ed è illusione. In bocca allora, per verificare la misura possente della sua struttura: acidità decisa, vigorosissima; tannino incisivo, fermo; corpo ampio, ma senza grassezza alcuna, senza mollezze: non c’è infingimento mellifluo, non dovizia di carezze traditrici; ma avaramente meditate e, dunque, vieppiù intense, permanendo sul palato a lungo, quale il ricordo di un bacio a lungo desiato. Tanta forza ricomposta in un equilibro di grazia pensosa, la firma nobile della Ravera. Grandi umidi o cacciagione per lui; o, al meno, nobilissimi aromatici arrosti di antica costituzione (il n° 534 del libro dell’Artusi -arrosto morto lardellato- che ho cotto con extravergine del Montalbano e quasi punto burro in una cazzaruola di ghisa). Per poi perdersi col naso nel bicchiere, seguendo il suo trascolorare da una tono all’altro, come una stagione scivola impercettibilmente nella successiva, secondo un ciclo da sempre infinito.

Per saperne di più: http://www.terredelbarolo.com/getcontent.aspx?nID=1&l=it