Margaux 2006, Chateau Tayac, 13 gradi.

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Quando apro un rosso di Bordeaux la curiosità è sempre forte. Non c’è nulla da fare: a lungo i vermigli di quella zona della Francia che si affaccia sull’Atlantico sono stati una archetipo per i consumatori di mezzo mondo e, da un certo momento in poi, soprattutto della nobiltà e di una certa borghesia, talvolta anche molto piccola, se gli studentelli della Boheme pucciniana, al freddo della loro soffitta, esultano a  una bottiglia di generico Bordeaux come al massimo lusso natalizio. Sia prova il fatto che Bordeaux, scritto con la minuscola, è diventato il sinonimo di una certa sfumatura di colore. E poi: l’infinita declinazione territoriale, aziendale e stilistica, coi comuni aldilà ed al di qua della Garonna e della Gironda, le classificazioni degli Chateau, i possibili uvaggi, come variazioni continue di uno stesso tema sortite dalla mano di un superbo contrappuntista. Tutto questo ha un fascino, non si può negare. Certo: ci sono gli Chateau Premier Cru, con bottiglie inaccessibili e superbe; ma anche un tessuto di produttori più semplici, simpatici, che producono vini da gustare sulla tavola,  più che da esibire, come questo Chateau Tayac. Se vedi lo chateau capisci: poco più che una casetta ed un vecchio capannone, fine dello sfarzo. Una gestione familiare, una conduzione corretta e senza grilli, con le fermentazioni in vasche di calcestruzzo e acciaio, l’affinamento ancora nel cemento e in barrique nuove, al 30%. Cabernet Sauvignon al 50%, Merlot al 40%, 10 % di Petit Verdot. Sulle 100.000 bottiglie. Rispecchia lo stereotipo di Margaux, che vuole i vini di questo comune dotati di profumo, grazia e setosa tessitura. Tende già – al doppiare la boa dei dieci anni- la tinta all’amaranto, sebbene ancora i riflessi siano rubini, di discreta profondità. Lascia sul bordo lacrime molto lente, quasi restie a formarsi e poco incise. Ha un profumo intenso, pieno e complesso, sebbene non nitidissimo: come quando con le vecchie reflex non ti riusciva perfetta la messa a fuoco. Così distinguerai al naso la frutta nera e quella rossa, un po’ di mirtillo e di mora e di susina, ma senza troppa evidenza. Avrai, come ti aspetti da un Bordeaux, un tocco di vaniglia, di cera d’api, di tabacco, ma la nota dominante qui sta tra la grafite e la polvere pirica: tutto sfumato però, e se da un lato sfugge, dall’altro non è banale, restando in un educato riserbo. Non conosce mollezze o suggestioni esotiche: malgrado gli anni, mantiene note di vigore giovanile. Anche alla bocca è fresco ed offre un sorso quadrato: ampio, ma non largo; lungo, ma moderato, con la chiusura piacevolmente insistita su quelle note di frutta nera e più ancora di grafite che sono un po’ la sua firma; lasciando un bel ricordo di tannino piuttosto presente ma aggraziato e di un’acidità sicura che gli dona un buon passo, più svelto che in altri conterranei. Come con altri Rossi di Bordeaux mi viene sempre fatto di pensare ad una bella prosa di quelle ampie, cadenzate, chiare, con le giuste pause: ideali per spiegare un concetto, un fatto storico; con qualche ben dosato scarto, anche un bel racconto magari in costume, perché  no. La poesia invece, con le sue accensioni, gli sbalzi, le rarefazioni, la trovo altrove: ma oltre al genio devo accettar sregolatezza. Non è bada, amico o amica che mi leggi, un valore legato al costo della bottiglia di per sé, quanto allo stile; ed, al solito, intendila al netto delle dovute eccezioni. Però questo Chateau Tayac è un vino di rispetto e autentico: vedilo infatti come abbisogna di ore ed areazione per esprimere se stesso e come cambia in positivo se gli dai un po’ di tempo per schiarirsi la voce. Godine rigorosamente al pasto, lì ti sarà compagno; e  gradito, io credo, sulle carni d’agnello. 

Dolcetto d’Alba 2006, Giuseppe Rinaldi, 13 gradi.

La prima volta che andai alla cantina di Giuseppe Rinaldi (o come lo chiamano tanti, forse tutti, Beppe), era il Novembre del 2008; era già freddo da battere le mani, e pioveva. Fu quella anche la prima volta che andai nelle Lange, che mi si conficcarono nel cuore lasciando una ferita aperta, una voglia di conoscerne ancora che ogni giorno di lontananza rende più sanguinante. Da allora per me i vini di Rinaldi rappresentano l’archetipo delle Langhe, direi perfino del Piemonte. Il loro stile, tradizionale fin dalle etichette; la vecchia cantina; la storia familiare (sesta generazione ormai); la dimensione orgogliosamente artigianale per una scelta anzitutto etica, che limita le dimensioni aziendali a quel che si può far da soli. In definitiva: una cocciutaggine caparbia, ma visionaria e di ampio respiro. E poi, gli odori dei tini e della terra, l’accoglienza riservata e calda a un tempo, le parole pesate e pensate: caratteristiche di tutti i membri della famiglia e non solo, mi si passi il termine, del patriarca. E quelle botti allineate nei segreti di una sotterranea penombra, ed intorno le colline e le vigne, le storie della terra e delle sue genti, coi castelli che vegliano verticali. Da Rinaldi molti vanno per il Barolo – o, spiace dirlo, per vantarsi di essere stati a prendere il Barolo da Rinaldi. Io ci vado certo per il Barolo, ma anche per tutti quei vini meravigliosi che produce e che son detti minori: Nebbiolo D’Alba, Barbera D’Alba, Freisa, il Rosae (da uva a Ruche’) ed il Dolcetto D’Alba, forse quello che loro stessi considerano di meno pretese. Perché’ il Dolcetto e’ per tradizione il vino di tutti i giorni, quello che accompagna sorridente e discreto anche una merenda; trasversale, perché stava tanto sulla mensa contadina che su quella borghese, per una certa sua delicatezza rispetto alla più rustica Barbera; anche umile, perché si adattava alle esposizioni meno soleggiate, la’ dov’è il nebbiolo stentava e quindi non si piantava (ed i verbi si declinano qui all’imperfetto, perché oggi il denaro guida le mani di tanti a piantar Nebbiolo anche sui clivi meno adatti), ma richiedendo quelle cure e quel tempo che la civiltà contadina sapeva riservare a ciò che era veramente prezioso: a quel l’essenziale ben visibile agli occhi.
Si diceva e si dice il Dolcetto vino da consumare nell’anno o nei due anni; certamente non da invecchiamento: anche lì’ stava o sarebbe stata la differenza col nebbiolo.
Ora, Rinaldi fa il vino grosso modo come cent’anni fa; lui dice “come mio nonno”; e dunque difficile pensare che il suo Dolcetto si giovi di quei ritrovati dell’enologia contemporanea atti a preservare a lungo qualunque vino; ed anche il tappo e’ il tradizionale sughero, coi suoi ben noti pregi e difetti. Però, quel che apro e verso nel mio calice, senza scaraffarlo, senza granché attenderlo, e’ un 2006: otto anni. E l’ho di fronte a me, rosso rubino profondo, già tendente al granato. Un poco lo devo attendere, nel suo risveglio dal sonno annoso, ma poi libera con l’aerazione un aroma molto intenso di frutta rossa, giovanile, vario, come da una cesta appena raccolta e rientrata in una sala appartate e buia: prugne, pesche, fragola, lampone, arancia sanguinella; e poi nera: mora, mirtillo. E pero’ a dargli spirito raffinato, prezioso, il ricordo di una dimensione di terre lontane, orientali, mai viste, solo sognate,ingenue come i romanzi di Salgari: il pepe. Poi i ricordi del bosco, delle cime segrete delle colline battute dai venti: foglie gialle quasi tabacco, bacche di ginepro, alloro, salvia, laddove la macchia sfuma nel modesto orto. Bellissimo. Ne apprezzi al sorso il tannino di grana fine ma di qualità piacevolmente terrosa, l’acidità medio alta e vivida, sorprendente per l’uva che lo fa nascere ed ancor più in relazione all’annata. La sua chiusa e lunga, ma giusta, misurata, per non sovrastare le vivande sulla tavola. E la parte col fondo, perché il vino non è filtrato, quella che si dava un tempo all’ospite, e’ la più ricca e più buona. Ecco che cosi’ commoventemente integro restituisce l’immagine del Piemonte che ho nel cuore: quella delle vecchie insegne coi caratteri ottocenteschi, quella di un saper fare discreto ed orgoglioso nelle piccole cose, delle tradizioni difese con la tenacia rabbiosa.

Chianti Classico 2006 Le Masse di Lamole, 13 gradi.


Che Lamole sia uno tra i luoghi più belli e suggestivi di tutto il Chianti non lo scopro certo io ed anzi sono forse buon ultimo ad affermarlo; ma quelle balze e quei tornanti che in pochi strappi portano lassù tra le quote più alte del Chianti sono una di quelle strade delle meraviglie che, se non le fai da un po’, ti mancano come una persona cara o una parte di te, percorsi dell’anima di un sacro monte non diremmo magari laico, ma piuttosto panico e agreste. C’è una bella manifestazione, “I profumi di Lamole”, che richiama nella piccola piazzetta della borgata i produttori di vino locali a tarda primavera, ed allora e’ un fondersi degli aromi dei fiori e delle erbe e di quelli dei vini; e le voci della gente – straniere o con la calata locale- si confondono col canto degli uccelli ed il frinire delle cicale. Li’ conobbi, dopo i loro vini, la famiglia Socci: gente semplice, alla mano, nel senso più nobile che si può dare a questi termini. Annamaria Socci che racconta il suo vino, pregi e difetti delle annate, con una trasparenza che ha un profumo di violette; che si dimentica lì’ per li’ di dirti che il vino loro lo fanno ancora col vecchio uso toscano del governo, perché così faceva suo nonno e quindi per lei e’ solo un procedimento naturale, nulla di che. Il loro Chianti Classico e’ un prototipo tristemente raro di vino toscano che diresti antico più ancora che tradizionale, oramai: dove lo trovi un Chianti di sangiovese, canaiolo e un po’ di malvasia affinato nelle botti di castagno? Così, rosso rubino trasparentissimo all’apertura, appena un po’ granato ai bordi, con una acidità volatile evidente, ma che si ricompone in qualche ora facendosi anche più scuro, con quell’aroma di lampone così pronunciato e vivido che sfuma e si fa più morbido e soffuso; emergeranno allora i fiori della primavera (quelle stesse violette! E gli iris, e i giaggioli!), l’arancia amara, il chinotto, il tronchetto di liquerizia, le foglie di te’, la ruggine, la vaniglia, la farina di castagne, in un continuo mutare e disvelarsi, rifrangendosi come l’acqua nelle forre di un ruscello. Vellutato e di buon corpo in bocca, ma scattante, agile, leggiadro, anche morbido sulle prime ma poi saettante di lumeggiature acide irradianti, continue e decise, di buona lunghezza e di intensità signorilmente calibrata, con un tannino finissimo per grana ma presente, deciso, indomito. Cosi’, complesso ma leggero, dalla beva scorrevole, composta e naturale, secca e mai stucchevole; quasi nudo sella sua essenzialità senza infingimenti, rinascimentale ed anzi Quattrocentesco nella sua eleganza magra, ideale, stilizzata. Al punto che ti chiedi se quello che è venuto dopo sia stato vero progresso: ma cos’è poi il vero progresso, se poi ti viene anche da pronosticargli una lunga vita quando dopo otto anni ancora lo trovi così vivido? Avrai forse più vini più ricchi, sontuosi e profondi, ma qui c’è un senso di casa, di quella mensa umile ma un po’ più ricca della domenica, della minestra calda quando fa freddo e sei affamato che ti fa battere il cuore e desiderare di averlo sempre a te vicino. Oggi, per me, e’ stato l’abbinamento di un istante perfetto, con la mia famiglia, le polpette di carne chianina e le fette di pane con l’olio di Montecatini: quando sulla tavola hai la tua casa, c’è spazio solo per un vino così. (18/8/2014)
Per saperne di più: http://lemassedilamole.it

Chianti Classico Villa Sant’Andrea 2006, 13 gradi.

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 23/08/2013 Stasera volevo una bottiglia cosi’, per aprirla al volo, senza il debito tempo del riposo e dell’ossigenazione. Voglia immediata di sangiovese, e piu’ ancora di Chianti.  Avevo li’, nel mio fresco ombroso sottoscala il Chianti Classico di Villa Sant’Andrea: non una bottiglia di prima fila, non un gran nome. Ne ho ricordi ambigui:ricordo una riserva 2005, dilavata. Qui pero’  ho un 2006: in Toscana fu un’ottima annata (me lo dissero a Selvapiana, me lo dissero a Poggio di Sotto: praticamente universi geografici e climatici differenti). E lo apro dunque, per berlo subito, senza alcun indugio, senza concedergli alcun tempo di respirare. Immediata, pero’, ho la felice epifania di un Chianti Classico vero, secondo tradizione: ed e’ sempre una gioia. Fin dal colore suo bello, rosso rubino trasparente, ma profondo; capace di disegnare una trama di archetti fittissima e finissima sul bordo del mio calice, che mi da’ un piacere estetico purissimo e raro, rammentandomi un rosone di una cattedrale gotica. All’olfatto -di media intensita’-  e’ brunito, ed accanto a note di ciliegia e marasca regala gia’ la pelle, il sottobosco, gli umori della terra bagnata. Peccato pero’:  svanisce subito, nel giro d’un’ora, velandosi con note quasi casearie; per poi ritornare timido, piu’ fine, piu’ speziato, piu’ infiltrante, seduzione femminea in chiaroscuro, intravista dietro le imposte chiuse, in un pomeriggio di mezza estate. Arrivando ancora, col passare dei minuti, a ritrovare fresca, sottile, luminosa, una nota di fragolina di bosco prima, e di polposa fragola poi.  Resta sempre salda, invece, la bocca: sentila! Di proporzioni eccellenti, ne’ diritta, ne’ larga, ma al contempo fresca ed avvolgente; saporita, bilanciata, non troppo alcolica; in un parola: armoniosa, giusta figlia delle colline di Montefiridolfi, in quel di San Casciano. Chianti di versante fiorentino, leggero ma di corpo, grazie al tannino abbondante ma finissimo, all’acidita’ alta e decisa, ricco di frutta di bosco saporita, rossa e nera, e di prugne e di ciliegie, persino di chiodi di garofano, foglie di te’ e pomodori secchi; lungo quanto basta per depositarsi nel ricordo, tra un sorso e l’altro, senza soluzione di continuita’; con un fare carezzevole, viscoso, morbido: ecco i tradizionali canaiolo e colorino che si fondono all’imperioso sangiovese.  Su una bistecca al sangue, su formaggi saporiti; sulle verdure grigliate, perfino; narrando una favola senza pretese, ma intimamente, veracemente toscana. Amico, amica cara che mi leggi, ti confesso: vorrei averlo sulla mia tavola di ogni giorno, col pane sciocco cotto a legna, con l’olio d’oliva dei colli che amo e magari un piatto di fagioli – cannellini, zolfini, di Sorana, rossi lucchesi- e tanta pace al cuore;  ringraziando ogni giorno per quella mensa. Ma, peccato: era l’ultima bottiglia.

Montepulciano d’Abruzzo 2006, Torre dei Beati, 13 gradi.

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3/6/2013 Mi ricordo la prima volta che andai da Torre dei Beati, allora azienda emergente. Quasi mi persi con l’auto tra le colline di Loreto Aprutino, ratagliando la sosta tra impegni di lavoro; la stada fangosa e in salita, con la Touran aziendale che spanciava disperata sui dossi, senza un cartello a far guida. Ma poi! Eccola, come un’oasi al principiar dell’autunno, sotto il cielo bigio. Lavoranti di colore impegnati nelle vendemmia, nella cernita dell’uve sulla tavola. E la figura fine , delicata, di Adriana Galasso, con gli stivali alti di gomma, sporchi di fango; che parlava della sua storia , dell’abbadono del lavoro da commercialista per amore delle vigne ereditate; e con orgoglio giusto del marito ingegnere, che lavorava la notte in cantina, e studiava i testi di come fare il vino ogni sera, in ogni istante libero; perchè sì, c’erano pure due figli da crescere. Forse fu quella volta che comprai, oltre ai loro celebri cru, questa bottiglia più quotidiana  del Monteulcino d’Abruzzo 2006, che oggi apro -lontano- nel Berkshire. Nel bicchiere lo verso: eccolo rosso rubino profondo, impenetrabile, ma ricco di riflessi: violacei, granato, aranciati e pervinca. Godine -amico, amica mia- l’aroma: futti di bosco (mora, mirtillo, lampone) , frutta  ben matura (pesche noci,prugne nere); e poi china, grafite, tabacco, cioccolato nero e bianco. In bocca apprezzane il tannino fitto ma gentile, il corpo pieno, rotondo, concentrato ne sapori ma aggraziato, di vellutata consistenza, dove l’acidità spinge solo per delinearne l’invidiabile freschezza, il dinamismo, il contrasto interno, la lunghezza reattiva sul palato, l’eleganza: che quasi ti sorprende, abituato a Montepulciano dozzinali, sgraziati; mentre qui, rivelatore, ti si offre a un paragone perfino borgognotto. Senz’altro complesso, ma facile, passante, carezzevole, non troppo alcolico (13 gradi)con quell’equilibrio tra nordica precisione e calore meridionale che a me pare la sigla più autentica d’Abruzzo. Bada di non berlo troppo freddo o troppo caldo, per preservarne l’equilibrio.  Vuol piatti saporiti: primi o secondi, pasta e fagioli o pollo ai peperoni, ti conquisterà giorno per giorno con la sua sensualità accogliente.

per saperne di più: www.torredeibeati.it

Lambrusco IGT Vigna del Caso 2006, Poderi Fiorini, 11 gradi.

Un tempo andavo spesso a Modena a parlare di oli per moto, presso un caro cliente: Claudio Franchini. Ci andavo di sabato, ma ci andavo volentieri: ho sempre amato la Bassa e la gente emiliana; ed il mio ospite ed il nostro agente, Aldino, erano squisiti. Tenevo il mio corso nell’officina; poi, tappa a Ganaceto, lì a pochi chilometri, da Fiorini. L’incanto della vecchia sala dell’enoteca, coi travi bassi, il pavimento rustico, le annose bottiglie. Dietro, la cantina con le grandi vasche per i vini e i piccoli barili dove maturava, con amorose cure infinite, l’aceto balsamico: quello vero, artigianale, che una generazione appresta perché un’altra lo imbottigli. Una lezione dolcissima impartitami dal signor Fiorini stesso, assaggiando dai carati il mosto in fasi diverse della maturazione, fino a farsi aceto: di 20, 30, 50 anni. Ma io vi cercavo soprattutto il Vigna del Caso: lambrusco di Sorbara e lambrusco Salamino, metà e metà; rifermentato in bottiglia come si usava una volta, singolarmente, pazientemente, lasciando all’interno quei lieviti stessi che servono a formare le bolle, come si è sempre usato prima che il moderno, con la sua ansia di aver tutto pronto e seriale, non portasse l’autoclave, cioè i grandi serbatoi a tenuta stagna dove far prendere la spuma a migliaia di litri di vino. Lo cercavo per il suo essere diverso, più tradizionale. Da tanti anni ormai non vado più ne’ a Modena ne’ a Ganaceto: la mia vita e’ lontana da quella di un tempo. Però frugo nella mia cantina e ne trovo ancora tre bottiglie del 2006. Può un lambrusco resistere sei anni? Vi so solo dire che levata con cura la gabbietta il tappo e’ venuto con l’allegro “bum” dello spumante ed il liquido in un attimo già scorreva nei nostri calici gorgogliando e spumeggiando di una schiuma fine, delicata, persistente; bello nel suo manto rubino scuro, ad un passo dal dirsi profondo, se non mantenesse trasparenza e luminosità. Non una sfumatura aranciata a segnare una ossidazione, quasi che il tempo per lui si fosse fermato. Ma così non è, ne’ è passato invano:perché’ nel suo delicato profumo ai fiori ed alle rose della giovinezza ed ai rossi frutti s’accompagnano ora toni più scuri, di frutta a bacca nera; ed oltre, di erbe, di foglie, ma soprattutto di roccia. Del pari alla bocca: e’ secco, la zuccherinita’ del Lambrusco accennata appena in apertura come il levarsi di un sipario; ma soprattutto a segnarlo sono finezza tannica, acidità vivissima e dissetante, mineralita’ che segna un sorso lungo, diritto, ferroso, austero perfino, appena amaricante sul finale per un piacevole contrasto: accordo minore nel finale di un’opera buffa. Al punto che mi viene -oh felice eresia!- da accostarlo in spirito a certi nebbioli del nord Piemonte: a certi Boca, Lessona e Bramaterra. Ecco il miracolo: il metodo più contadino e arcaico della rifermentazione in bottiglia congiunto all’opera del tempo ci danno oggi il Lambrusco più compesso e elegante, che lascia da parte gli umori delle sagre paesane per ritrovare le vie segrete dell’immensa pianura: terra nuda e nera l’inverno, cocente al sole d’estate; apparentemente vuota e monotona, ma in realtà gravida di sogni a saperla riguardare, fattisi cavalli scalpitanti d’acciaio o note appassionanti e lugubri, celesti ed umane; li’ sono i castelli, li’ sono le ville, li’ le certose e le abbazie; li’ segni di una nobiltà antica.

Per saperne di più: http://www.poderifiorini.com

Soave classico DOC 2006, Pieropan.

Se passi sulla A4 e lo sguardo volgi ai monti che s’alzano dalla valle Padana, lo vedi lì, poco dopo Verona, con le sue mura merlate che sia alzano chiare e nitide, guarnendo a mo’ di merletto il profilo delle alture. Si dice che il nome derivi dagli Svevi, ma io mi chiedo se chi chiamò quel borgo Soave non pensasse piuttosto al vino che lì vi si produce: perché non saprei trovar miglior parola atta a descrivere tal veneto liquore. Stassentire: apro stasera questo Soave Classico 2006 di Pieropan, quel che maldestramente -maledettamente – si dice il vino base. Mica l’ho trattato bene,eh? Comprato in un superstore – brutta parola! – e conservazione laggiù assai dubbia. Poi, per qualche anno, in un ripostiglio caldo. Poi, messolo in valigia, quassù oltremanica. L’avessi trovato sfinito -essì- avrei compreso; ma sfilato il bel tappo di sughero, e versatolo, eccolo in bella veste gialla carica, nitido. Eccolo subito al naso, pieno ed intenso, nelle sue tante sfaccettature: se hai da un lato i freschi agrumi, la frutta a pasta bianca (susine verdi), l’uva spina ed il ribes bianco, e fiori di camomilla,  dal’altra c’è in lui qualcosa di caldo, di più annosamente maturo: quel che di burro, di petrolio,di gomma, che tanto si apprezza nell’evoluzione. Ma non sono mondi disgiunti, perchè c’è un filo di mineralità ad unirli: un sentore di roccia bagnata, che crea un magico ponte tra la luce del mondo naturale e le ombre di un mondo segreto e ultraterreno. Sensazioni che ritrovi, se l’assaggi, puntuali alla bocca, con persistenza appagante. Eppure c’è dell’altro, più importante ancora. C’è un corpo pieno, appagante senza eccessi; un’acidità potente e decisa, che raddrizza ogni percorso emozionale, che definisce e rinserra ogni disgressione; e l’insieme di freschezza e forza ricorda quasi certi Riesling della Mosella. Non basta però neppur questo a descriverlo: perché c’è in lui qualcosa-nel suo bilanciamento, nella sua architettura- di profondamente classico, di serenamente infiltrante: una grazia energica e sottile, che penetra e non colpisce, che avvolge ma non lega, che è presente ma non pesa. E’ sguardo d’amore; è carezza nell’amplesso; è bacio nella notte; è poesia sussurrata nel silenzio. E’ vin soave: al tuo palato, al tuo pensiero, nella composta misura dei suoi 12 gradi; nella maniera che ha di dispiegarsi al tuo palato, con una grazia da eroe cortese, da cavaliere di ballata medievale, come l’avrebbe dipinto il Pisanello. Eccellente sui primi di verdure e di pesce, io l’ho trovato irresistibile sulle uova. Ma non esitarlo su preparazioni di pesci:  umili e nobili , troveranno in lui un compagno amoroso. Solo, se hai una crudità di mare, ricerca allora una giovanissima annata.

Per saperne di più: http://www.pieropan.it/it/.