Granaccia Colline Savonesi IGT 2006,  Scarrone, 13 gradi.

image

Quando ricevetti in regalo questo vino da un collega – un amico – tanti anni fa, non sapevo nulla né della Granaccia, né di Quiliano, né di Scarrone. E di Mario Soldati, nemmeno.
Provai riconoscenza ed una profonda curiosità per quella bottiglia con l’etichetta dalla grafica antica, dove pure il tenore alcolico era scritto a mano: sembrava proiettata da un passato remoto e perduto. Aspettai per un po’ l’occasione giusta, l’abbinamento ideale; poi partii per vivere all’estero ed essa rimase qui in Italia, ad aspettarmi in cantina.
Fatto sta che gli anni passarono e con essi studi, letture e di possedere una bottiglia di Granaccia savonese mi ravvenni tempo dopo, leggendo appunto il Terzo viaggio raccontato da Soldati nel suo leggendario volume Vino al vino: autunno 1975, un’Italia lontana, prima ancora che io nascessi. Mi incuriosì quel vino definito “barocco” dall’intellettuale torinese, con un misto di attrazione e repulsione che esprimeva senza troppe cautele in quelle pagine lontane dedicante al Granaccia prodotto a Quiliano, “comune sulle prime colline di Vado, provincia di Savona”, da Natale Scarrone, “…in un valloncello angusto come una forra…le vigne sono tutte lì in un angolo, anzi in un triangolo esposto a mezzogiorno, coltivato a terrazze, tra muretti a secco, strette l’una sull’altra”. Una produzione, quella di Scarrone,  all’epoca minuscola: 500 bottiglie al più.
Mi decisi perciò un giorno a cercala quella bottiglia in cantina, e frugai spostando cartoni di vino, e poi eccola, vidi e lessi prima il luogo di provenienza e poi il nome del produttore: Quiliano e Scarrone, la chiusura di un cerchio; presumibilmente non più Natale però, forse i figli o gli eredi. Tuttavia, anche a cercare informazioni in rete, poco ne ricavai o nulla. Frattanto di Granacce ne avevo assaggiate tante, sotto i vari nomi che han preso viaggiando per il Mediterraneo fino a giungere addirittura nel Nuovo Mondo: Garnacha, Grenache, Cannonau, Alicante, Tai Rosso, e molti altri; ricavandone sensazioni contrastanti, perché nei suoi viaggi la Granaccia (la cui origine è disputata da Aragona e Sardegna) ha mutato pelle conformandosi ai luoghi, alle usanze, agli stili di coltura e di vinificazione: questa vite vigorosa, resistente al caldo ed alla siccità, che produce uve dalla buccia sovente sottile (ma che su certi suoli aridi ispessisce, mentre l’acino resta piccino), tendenti ad un alto tenore zuccherino, dall’acidità normalmente moderata, mi sembra – per la mia minima esperienza-  si possa considerare tra quelle che con trasparenza restituiscono il loro territorio.
Fatto sta che pian piano realizzai che mi era stato donato un piccolo mito, raro e prezioso, un frammento di storia se vogliamo, e venni preso dalla smania di assaggiarlo, di provarlo e paragonarlo agli altri Grenache che avevo archiviato nella piccola biblioteca della mia memoria gustativa.
Riguardo gli appunti di quel 28 gennaio 2016, quando l’aprii, e me lo rivedo davanti e ne risento ancora le sensazioni, come fosse ieri, perché mi parve un vino eccezionale, probabilmente la più fine espressione che io abbia assaggiato di Grenache o Granaccia che dir si voglia. Estratto dopo dieci anni il tappo di sughero ancora perfetto, il vino di Quiliano era di un colore rubino bellissimo,  appena granato al bordo, trasparente ma dai riflessi profondi, e a ruotarlo nel calice appariva viscoso e materico, formando lacrime lentissime e fittissime. Ricordo l’aroma molto intenso e complessissimo: mi sembrò di discernervi buccia di fico nero, ciliegia, susina nera matura, tanta liquirizia amara, eucalipto, ginepro, grani di caffè, sbuffi di pepe bianco e nero, chiodo di garofano, noce moscata, cioccolato con una nota di vaniglia, e in fondo macchia e bosco, humus, carrube essiccate, tocchi ematici. Era un mondo intero di sensazioni, rimandi ed evocazioni, amica o amico che mi leggi, ma nulla era scontato: si svelava poco a poco con fascino e pudore, femminile e maschile a un tempo, quasi androgino; intimamente mediterraneo, non nella forma ovvia del colore locale,  del pittoresco ad uso delle agenzie turistiche, ma della roccia scabra, riarsa dal sole, dal vento e dal sale, spostandone il suo sentimento interno più a nord, verso rigori forse piemontesi, forse alpini. Sento ancora nella mia bocca il sorso ampio, pienissimo e fresco, sul limitare di una decadenza forse, dal sapore intensissimo e concentratissimo, amaricante come la radice della liquirizia e la ruta e l’arancia amara; originalissimo, molto morbido ma vitale, assai secco in verità, ma avvolgente di un glicole ingannatore, che avresti potuto quasi confonderlo con lo zucchero. E sebbene l’acidità non fosse più che media, c’era una corrente salina continua a tenerlo teso su tutto il palato, principiando dall’attacco netto e svolgendosi ampio fino a un finale quasi trionfante, ma su note gravi, più autunnali che squillanti, di tramonto: una sorta di struggente splendore dorato che sapeva nel retrogusto dell’aromaticità di un alloro.  Mi sorprese il suo tannino, finissimo ma in quantità superiori a quel che conoscevo possibile per la Grenache; certo, non a livello di un Nebbiolo, ma nel suo insieme c’era, a mio avviso, un certo nebbioleggiare. Quel Granaccia di Scarrone che avevo nel calice era un vino artigiano che non conosceva artefazione, che scorreva naturale, senza inciampo, scorrevole e passante (per usare una terminologia cara al Soldati), quasi con la complessità di un distillato. Lo trovai eccezionale allora su un arrosto di magatello e di costine di maiale. Di più: l’elessi vino del cuore.
Scorro stasera, passato un anno, le parole e i giudizi che su di esso lasciò Mario Soldati e me ne sorprendo: “Questo Granaccia, malgrado la sua complicata finezza, sa più di alpe che di mare, più di Piemonte che di Liguria” leggo, e penso che era stata la mia esatta sensazione. Scriveva ancora: “Svuotato di tutto, svuotato del suo nome spagnoleggiante, svuotato del suo gusto svolazzante e superficiale, svuotato della presenza imponente del suo autore barocco, il barocco Granaccia, etere effuso in noi e attorno a noi, è ormai esso stesso un vuoto”…e qui le parole diventano misteriose, le sensazioni sfumano sottili, lambiscono il velo di Maya. Il Granaccia di Scarrone esiste davvero o è come la Casa della Fata Turchina, che quando Pinocchio torna a cercarla è sparita e al suo posto c’è solo una tomba? Di esso dissi entusiasta al collega-amico che me l’aveva regalato, volevo procurarmene altre bottiglie, uno, due cartoni,  e assicurarmene una scorta. Mi rispose che non si produceva più, espiante perfino le vigne per quel che lui sapeva. Altre notizie non ne ho più trovate: ho cercato, ho chiesto in giro, ma fu silenzio soltanto. Forse questo Granaccia di Quiliano di Scarrone è soltanto lo specchio di un nostro sogno. Sostiene un maestro che di vini ne capisce, Armando Castagno:  per dire una parola nuova, utile, nel mondo del vino bisogna viaggiare: “calpestare i territori e quasi mangiarseli”. Credo in verità che sia una regola aurea per la vita intera. I viaggi della Granaccia attraverso il Mediterraneo raccontano una storia in fondo non dissimile da quella di Ulisse, o di Enea: storie di umanità, di esperienze e di luoghi, che rivivono grazie alla potenza evocativa della parola poetica. Un viaggio anche quello che Soldati raccontò in Vino al Vino ed ogni viaggio è una formazione: quello il senso profondo. Un giorno dunque andrò a Quiliano, cercherò quelle vigne dal fogliame “foltissimo, vigoroso, frastagliato, addentellato”, dove le Alpi “si vedono nevose nello sfondo, oltre i primi piani verde-rossastri delle vigne, tra le quinte a V del valloncello”; forse comporrò il numero che stava sull’etichetta, sperando in una risposta: 0198878…
Chissà se troverò una tomba o la casa della Fata Turchina.

image

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...