Colline del Genovesato rosso Granaccia IGT, Bisson, 13,5 gradi.

“Ma dove vanno i marinai

Con le loro facce stanche

Sempre in cerca di una bimba da baciar”.

Si diceva un tempo che i marinai avessero una donna in ogni porto, e forse era vero. Chissà quanti bimbi sono stati generati da qualcuno che “veniva dal mare”, come in quella vecchia struggente canzone di Lucio Dalla.

La granaccia è un’uva marinaio, il cui antico viaggio incominciò presumibilmente in Spagna – forse in Aragona – per poi diffondersi nella Francia meridionale, cominciando dal Roussillon per risalire il Rodano; e in numerose zone italiane, particolarmente sulle coste del occidentali e sulla Sardegna, testimoniando lo scambio di culture e di genti che è avvenuto nei secoli.

Ovunque la granaccia è arrivata, ha saputo adattarsi bene, generando vini interessanti e in parte mantenendo alcuni suoi specifici caratteri rotondi (la relativa delicatezza tannica, l’acidità contenuta, l’attitudine alcolica, i profumi di fragola e di liquerizia), in parte mimetizzandosi ed originando vini molto diversi: da certe espressioni concentrate rinvenibili nella penisola Iberica ed in Francia, ad altre più snelle e lievi; senza dimenticare una notevole propensione alla veste rosata.

In Liguria raggiunge le sue vette di complessità e finezza nel piccolo areale interno di Quiliano, in Ponente, ma si esprime bene anche altrove, come testimonia questo vino di Bisson, che ha base a Chiavari, in Levante.

Ritengo la Liguria sia la più aerea delle regioni italiane: così stretta tra i suoi monti ripidi e il mare, nessun’altra mi ha trasmesso ugualmente quel sentimento magico di ariosità che si prova dalle sue alture affacciandosi all’immensità acquatica, così aperta al nulla del vento e delle onde.

Quella levità ariosa, che sfugge ad altre manifestazioni della granaccia, in questo Rosso delle Colline del Genovesato si manifesta pienamente.

Lieve anche allo sguardo: rubino trasparente, ma cupo, con gocciole fitte, persistenti, veloci e lunghe. Si offre alle nari con un profumo davvero intenso, nitido, dove emerge anzitutto quella fragola tipica della varietà, chiara e definita, guarnita da schegge di liquirizia. Poi un carattere più balsamico, con veli di frutta più scura, come bacche di mora di rovo e ginepro, che ritorneranno nel retrolfatto, insieme ad alloro e corbezzolo. Assaggiandolo, è avvolgente ancorché secco, offrendo una sensazione pseudo-zuccherina, se così si può dire, grazie al contenuto glicerico, risultando ampio e di tessitura morbida.

Piace e conquista, perché il sorso è molto articolato, giovanile ma non giovane: l’acidità è giusta, il tannino poco marcato, ma la beva è ravvivata da un tratto salino assai distinto e da un gusto vivido, limpido sulla nota di fragola, con una lieve ombreggiatura medicinale ed erbacea che in modo piacevole, appena amaro, contrasta con la dolcezza glicerica, amplificando le sensazioni verso un finale equilibrato e di buona lunghezza . Gli abbinamenti naturali, che l’emozione suggerisce, sono il coniglio, la tagliata al rosmarino; ma stasera, sorprendentemente, è buono con un Asiago stravecchio.

D’altronde, quel vecchio marinaio di nome granaccia, non è arrivato fin sotto le pendici dell’Altopiano, facendosi chiamare Tai Rosso sui Colli Berici?

Granaccia Colline Savonesi IGT 2006,  Scarrone, 13 gradi.

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Quando ricevetti in regalo questo vino da un collega – un amico – tanti anni fa, non sapevo nulla né della Granaccia, né di Quiliano, né di Scarrone. E di Mario Soldati, nemmeno.
Provai riconoscenza ed una profonda curiosità per quella bottiglia con l’etichetta dalla grafica antica, dove pure il tenore alcolico era scritto a mano: sembrava proiettata da un passato remoto e perduto. Aspettai per un po’ l’occasione giusta, l’abbinamento ideale; poi partii per vivere all’estero ed essa rimase qui in Italia, ad aspettarmi in cantina.
Fatto sta che gli anni passarono e con essi studi, letture e di possedere una bottiglia di Granaccia savonese mi ravvenni tempo dopo, leggendo appunto il Terzo viaggio raccontato da Soldati nel suo leggendario volume Vino al vino: autunno 1975, un’Italia lontana, prima ancora che io nascessi. Mi incuriosì quel vino definito “barocco” dall’intellettuale torinese, con un misto di attrazione e repulsione che esprimeva senza troppe cautele in quelle pagine lontane dedicante al Granaccia prodotto a Quiliano, “comune sulle prime colline di Vado, provincia di Savona”, da Natale Scarrone, “…in un valloncello angusto come una forra…le vigne sono tutte lì in un angolo, anzi in un triangolo esposto a mezzogiorno, coltivato a terrazze, tra muretti a secco, strette l’una sull’altra”. Una produzione, quella di Scarrone,  all’epoca minuscola: 500 bottiglie al più.
Mi decisi perciò un giorno a cercala quella bottiglia in cantina, e frugai spostando cartoni di vino, e poi eccola, vidi e lessi prima il luogo di provenienza e poi il nome del produttore: Quiliano e Scarrone, la chiusura di un cerchio; presumibilmente non più Natale però, forse i figli o gli eredi. Tuttavia, anche a cercare informazioni in rete, poco ne ricavai o nulla. Frattanto di Granacce ne avevo assaggiate tante, sotto i vari nomi che han preso viaggiando per il Mediterraneo fino a giungere addirittura nel Nuovo Mondo: Garnacha, Grenache, Cannonau, Alicante, Tai Rosso, e molti altri; ricavandone sensazioni contrastanti, perché nei suoi viaggi la Granaccia (la cui origine è disputata da Aragona e Sardegna) ha mutato pelle conformandosi ai luoghi, alle usanze, agli stili di coltura e di vinificazione: questa vite vigorosa, resistente al caldo ed alla siccità, che produce uve dalla buccia sovente sottile (ma che su certi suoli aridi ispessisce, mentre l’acino resta piccino), tendenti ad un alto tenore zuccherino, dall’acidità normalmente moderata, mi sembra – per la mia minima esperienza-  si possa considerare tra quelle che con trasparenza restituiscono il loro territorio.
Fatto sta che pian piano realizzai che mi era stato donato un piccolo mito, raro e prezioso, un frammento di storia se vogliamo, e venni preso dalla smania di assaggiarlo, di provarlo e paragonarlo agli altri Grenache che avevo archiviato nella piccola biblioteca della mia memoria gustativa.
Riguardo gli appunti di quel 28 gennaio 2016, quando l’aprii, e me lo rivedo davanti e ne risento ancora le sensazioni, come fosse ieri, perché mi parve un vino eccezionale, probabilmente la più fine espressione che io abbia assaggiato di Grenache o Granaccia che dir si voglia. Estratto dopo dieci anni il tappo di sughero ancora perfetto, il vino di Quiliano era di un colore rubino bellissimo,  appena granato al bordo, trasparente ma dai riflessi profondi, e a ruotarlo nel calice appariva viscoso e materico, formando lacrime lentissime e fittissime. Ricordo l’aroma molto intenso e complessissimo: mi sembrò di discernervi buccia di fico nero, ciliegia, susina nera matura, tanta liquirizia amara, eucalipto, ginepro, grani di caffè, sbuffi di pepe bianco e nero, chiodo di garofano, noce moscata, cioccolato con una nota di vaniglia, e in fondo macchia e bosco, humus, carrube essiccate, tocchi ematici. Era un mondo intero di sensazioni, rimandi ed evocazioni, amica o amico che mi leggi, ma nulla era scontato: si svelava poco a poco con fascino e pudore, femminile e maschile a un tempo, quasi androgino; intimamente mediterraneo, non nella forma ovvia del colore locale,  del pittoresco ad uso delle agenzie turistiche, ma della roccia scabra, riarsa dal sole, dal vento e dal sale, spostandone il suo sentimento interno più a nord, verso rigori forse piemontesi, forse alpini. Sento ancora nella mia bocca il sorso ampio, pienissimo e fresco, sul limitare di una decadenza forse, dal sapore intensissimo e concentratissimo, amaricante come la radice della liquirizia e la ruta e l’arancia amara; originalissimo, molto morbido ma vitale, assai secco in verità, ma avvolgente di un glicole ingannatore, che avresti potuto quasi confonderlo con lo zucchero. E sebbene l’acidità non fosse più che media, c’era una corrente salina continua a tenerlo teso su tutto il palato, principiando dall’attacco netto e svolgendosi ampio fino a un finale quasi trionfante, ma su note gravi, più autunnali che squillanti, di tramonto: una sorta di struggente splendore dorato che sapeva nel retrogusto dell’aromaticità di un alloro.  Mi sorprese il suo tannino, finissimo ma in quantità superiori a quel che conoscevo possibile per la Grenache; certo, non a livello di un Nebbiolo, ma nel suo insieme c’era, a mio avviso, un certo nebbioleggiare. Quel Granaccia di Scarrone che avevo nel calice era un vino artigiano che non conosceva artefazione, che scorreva naturale, senza inciampo, scorrevole e passante (per usare una terminologia cara al Soldati), quasi con la complessità di un distillato. Lo trovai eccezionale allora su un arrosto di magatello e di costine di maiale. Di più: l’elessi vino del cuore.
Scorro stasera, passato un anno, le parole e i giudizi che su di esso lasciò Mario Soldati e me ne sorprendo: “Questo Granaccia, malgrado la sua complicata finezza, sa più di alpe che di mare, più di Piemonte che di Liguria” leggo, e penso che era stata la mia esatta sensazione. Scriveva ancora: “Svuotato di tutto, svuotato del suo nome spagnoleggiante, svuotato del suo gusto svolazzante e superficiale, svuotato della presenza imponente del suo autore barocco, il barocco Granaccia, etere effuso in noi e attorno a noi, è ormai esso stesso un vuoto”…e qui le parole diventano misteriose, le sensazioni sfumano sottili, lambiscono il velo di Maya. Il Granaccia di Scarrone esiste davvero o è come la Casa della Fata Turchina, che quando Pinocchio torna a cercarla è sparita e al suo posto c’è solo una tomba? Di esso dissi entusiasta al collega-amico che me l’aveva regalato, volevo procurarmene altre bottiglie, uno, due cartoni,  e assicurarmene una scorta. Mi rispose che non si produceva più, espiante perfino le vigne per quel che lui sapeva. Altre notizie non ne ho più trovate: ho cercato, ho chiesto in giro, ma fu silenzio soltanto. Forse questo Granaccia di Quiliano di Scarrone è soltanto lo specchio di un nostro sogno. Sostiene un maestro che di vini ne capisce, Armando Castagno:  per dire una parola nuova, utile, nel mondo del vino bisogna viaggiare: “calpestare i territori e quasi mangiarseli”. Credo in verità che sia una regola aurea per la vita intera. I viaggi della Granaccia attraverso il Mediterraneo raccontano una storia in fondo non dissimile da quella di Ulisse, o di Enea: storie di umanità, di esperienze e di luoghi, che rivivono grazie alla potenza evocativa della parola poetica. Un viaggio anche quello che Soldati raccontò in Vino al Vino ed ogni viaggio è una formazione: quello il senso profondo. Un giorno dunque andrò a Quiliano, cercherò quelle vigne dal fogliame “foltissimo, vigoroso, frastagliato, addentellato”, dove le Alpi “si vedono nevose nello sfondo, oltre i primi piani verde-rossastri delle vigne, tra le quinte a V del valloncello”; forse comporrò il numero che stava sull’etichetta, sperando in una risposta: 0198878…
Chissà se troverò una tomba o la casa della Fata Turchina.

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Bandol 2008, Domaine de Terre Brune, 13 gradi.

Sole, vento, mare, libertà, vacanze, barche a vela, brindisi: queste le immagini che vien naturale associare ai rosati di Provenza, quasi spezzoni di un sogno o di una memoria che si inseguono vividi ma senza un ordine logico , senza rispettare alcuna linea temporale, come in una musica di Debussy.
Affascinate pensarli in questi termini – e goderli appunto come si suole giovani, l’estate, freschi e profumati su un’immancabile bouillabaisse o sulle moules marinière- ma si rimane un po’ sulla superficie del luogo comune.
Si può andare invece un po’ più a fondo ed osservare una realtà un po’ più sfaccettata e complessa, specialmente se si parla di Bandol. Questa città portuale è stata in secoli passati celebre forse quanto Bordeaux per i suoi vini, che naturalmente erano prodotti nelle terre all’interno per diversi chilometri, dalla vasta zona semicollinare che sta subito dietro alla costa, fino alle ripide colline che formano un anfiteatro perfettamente esposto al sole e al riflesso marino, riparando al contempo dai freddi venti del nord. È il regno della nera e tannica Mourvèdre, una tra le varietà col più lungo ciclo vegetativo, che esige luce e calore in abbondanza per una perfetta maturazione. Ed i rossi erano e sono vini longevi, naturale perciò aspettarsi anche dai rosati una certa longevità. Questo Bandol 2008 di Domaine de Terre Brune, Mourvèdre al 50% con Grenache e Cinsault  fornisce l’occasione di una verifica e il produttore sembra farvi affidamento, specificando in etichetta una possibilità di invecchiamento superiore ai dieci anni. L’acquistai appunto in Costa Azzurra molti anni addietro, rimandandone l’apertura non per sfida, ma comunque incoraggiato appunto dall’etichetta. E  rimosso il tappo ancora integro ed elastico, lo trovo color ramato; sul calice, più che gocciole, un velo che si ritira. È il profilo di un vino rosato con un’età, come si rivela anche all’olfatto, dove la filigrana non è quella fresca della gioventù, ma quella più morbida e segreta della maturità. L’intensità aromatica è notevole: ricorda arancia, limone e cedro canditi; c’è della fragola e in grande lontananza dell’amarena sotto spirito; tronchetto di liquerizia e noce moscata; un tocchi di maggiorana; caramello, forse lievissimo un sentire di pelle conciata e tabacco. All’assaggio è di classe: ha una consistenza setosa ed è molto armonico, rotondo nelle sue dimensioni: di corpo  medio, l’acidità è rilassata, ma il vino si mantiene intimamente fresco, perché l’alcol è molto bene integrato ed il vino è assai salino, continuando a sollecitare piacevolmente il palato per tutto il sorso, persistendo a lungo e con un ottimo bilanciamento delle sensazioni finali. Questo Bandol riverbera una bellezza appena un po’ sfiorita, ma alla quale il tempo ha aggiunto distinzione, persino un certo fascino. Ti prego, amico o amica che mi leggi, bevilo fresco sì, ma non troppo fresco: guai! Lo tenterei osando un poco su selvaggina da penna, ad esempio su una terrina di piccione. Ecco, il tempo. Forse è stata giusta la lunga attesa, se guardo alla storia di questo Domaine de Terre Brune, dal colore delle argille che coprono per un paio di metri gli strati di calcare. Georges Delille vi giunse nel 1963 e si innamorò di quegli ulivi secolari e di quelle vigne abbandonate; e dei campi ricchi di fiori e di una casa contadina né maestosa, né bella. Iniziò un lungo lavoro per recuperare le vigne, ricostruendo persino i terrazzamenti in pietra. Ci vollero almeno dieci anni per il vigneto, la nuova cantina nel 1975, le prime bottiglie commercializzate nel 1980. Ricorda, amico o amica che mi leggi: siamo a due passi dal mare della Costa Azzurra, avesse Georges Delille perseguita una speculazione edilizia, avrebbe guadagnato di più e con minor fatica: un bel resort di lusso, ad esempio. Il cemento è il grande nemico dei vigneti di Bandol come di tante altre vigne storiche: qui le villette a schiera per i turisti, altrove i capannoni che cingono i pampini d’assedio; oppure, triste, inesorabile, l’abbandono. Si potrebbe e si dovrebbe scrivere un libro sui vini da salvare. Questo Bandol di Domanine de Terre Brune, intanto, è un vino che resiste.

Chateauneuf du Pape Domaine de terre Jeune, 2011, Paul Jaboulet Aine, 14,5 gradi.

“Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando

pur come quella cui vento affatica…” .

Chateauneuf du Pape: difficile un nome sia più evocativo. Sarà anche poca cosa oggi il castello,  poca cosa il paese in sé, eppure l’emozione vibra innanzi a quelle vigne sotto il sole del sud della Francia, coi sassi tondi che assorbono e rilasciano calore ( le “gallettes”)  e a quelle viti ad alberello spesso vecchissime, così contorte e nere sul fondo abbagliato del suolo da ricordare le anime dei dannati nel XXVI Canto dell’Inferno dantesco.  Tuttavia per me lo Chteauneuf du Pape ha un’altra eco altrettanto leggendaria, ma assai più domestica. Mio padre arrivò a Milano dalla Toscana nel 1950, che aveva quindici anni.  Fece tutta la gavetta della ristorazione, quella vecchio stile, severa: cominciavi lavando i piatti in cucina, poi alla lunga passavi in sala a servire prima gli operai, poi gli impiegati; con un calcio negli stinchi se sbagliavi qualche cosa nel servizio: nessuna dimensione patinata. Mi racconta ricordi lontani di contadini presi in piazza al paese, strappati – ma non di controvoglia- alla terra; di camerate dove dormire ammassati tra un turno massacrante e l’altro, pagati una miseria: i toscani di allora in peggior arnese che gli albanesi e i rumeni di oggi: è storia. La Milano del ‘50: la Lambretta, De Gasperi al Governo, il Giubileo, Toscanini tornato dall’America che dirigeva il Requiem di Verdi alla Scala ricostruita da appena quattro anni e le case intorno ancora piagate dalla guerra: ferite insanate e polverose macerie. Poi, con irruenza irresistibile, venne il boom. Mio padre aveva conquistato un ruolo di fiducia presso una proprietà che conduceva diversi ristoranti: quello di punta si chiamava L’Angelo ( o Ristorante dell’Angelo, non saprei) e stava dalle parti di via Larga. Era considerato un piccolo salotto della Milano spensierata e alla moda dei primi Anni Sessanta: quella di Gaber,  di Mina, che erano clienti. Venne dopo la contestazione studentesca del’68; poi la strage alla Banca dell’Agricoltura lì a due passi, in Piazza Fontana. Ovviamente L’Angelo aveva per l’epoca una cantina rispettabile, ordinata da mio padre con con quella cura puntigliosa che lo ha sempre contraddistinto: regione per regione, tipologia per tipologia. Nelle osterie italiane  fino a pochi anni prima, il vino arrivava sfuso in botti e barili, i veri ristoranti contandosi sulla punta delle dita anche nelle grandi città; e i primi vini in bottiglia che circolavano erano soprattutto francesi. Nei suoi ricordi -me ne parlava che ero ragazzino- emergeva un vino in particolare, vivido, lo  Chateauneuf du Pape, perché un avvocato distintissimo, non giovane, ben conosciuto essendo un habitué del desinare quotidiano a L’Angelo, ne ordinava sempre una bottiglia che impiegava anche per correggere la minestra in brodo, forse memore del “bevr’in vin” mantovano o ad esso uso. Quindi nella mia mente lo Chateauneuf si fissò come un rosso, sia per i miei primitivi assaggi che per l’immagine vaga di quell’avvocato di anni lontani e del suo brodo. Incredulo dunque appresi in seguito da mio padre dell’esistenza di uno Chateauneuf du Pape bianco, al punto di dubitare dei suoi ricordi, confermati poi dalle mie letture sui vini della valle del Rodano. Nacque allora la curiosità di assaggiarlo, a lungo insoddisfatta tuttavia, giacché non è così facile trovarlo in Italia. Approfittando di una vacanza estiva sulle Alpi Francesi mi imbatto in questa bottiglia di Chateauneuf bianco di Paul Jaboulet Aine e la porto in Italia a dispetto del prezzo sostenuto. Posso non aprirla con la mia famiglia e con mio padre? Così è: festeggiamo con lei la vita in un pranzo estivo, sotto i travi ombrosi della vecchia casa toscana dove vivono i miei fantasmi; e attraverso essa per me si apre un mondo, non solo perché quei ricordi rivissuti in terza persona attraverso la voce di mio padre prendono una vita, una tinta, un profumo e un sapore; ma per la qualità  e più ancora per l’identità di questo vino. Il colore – se tu potrai riguardarlo, amico o amica che mi leggi- lo troverai bellissimo: un paglierino pallido, quasi limone di media profondità, con inattesi, affascinanti riflessi dorati, e  lacrime fitte e molto lente sul bordo, che non riescono pienamente a scorrere il loro cammino sul cristallo, ma si disperdono; e penseresti pertanto a un vino magro, ma sarai in errore, perché c’è un’alta sostanza, qui. Già l’aroma spiazzerà codesto tuo pensiero: deciso, intenso, complesso, mediterraneo, con pesche e albicocche mature; poi, in una progressione arriveranno a rinfrescare la percezione olfattiva i fiori di zagara, di ginestra e di limone. Quindi, rotondo, l’arancio; ed ancora tornerà la frutta, in successione  riproponendo prima pesche e albicocche, poi -nuove- pere e mele gialle mature, quindi melone e ultima la frutta tropicale: il mango. Ha già raggiunto la capacità di stordirti di piacere, a questo punto. Se però gli resisti e la mente terrai sveglia, ancor più ti saprà blandire: subdola, ammaliante e tentatrice, lieve alle nari ti giungerà una speziatura dolce: vaniglia, cannella, appena un ‘idea di noce moscata; poi ancora caramella mou, arachidi e nocciole, appena un che di cocco. Se già barcolli, rapito, ecco ancora tocchi leggerissimi di solvente che rinfrescano,  poi una leggera aromaticità balsamica di macchia, che aggiunge un’altra dimensione ancora: un’idea di profondità che ravviva la ricchezza aromatica rendendola fatata. Ti ha già vinto, amico o amica che mi leggi; ma come un prestigiatore lascia le migliori magie alla fine, ecco che il sorso ti conquista indimenticabile e per sempre: opulento, ricco di sapore al punto di essere traboccante, richiamando ciò che ti ha già porto all’olfatto; ampio, carezzevole, morbido, di stoffa e di corpo: oleoso quasi quanto vaselina, con un’acidità presente ma non insistita – la diresti mezzana – e tuttavia in equilibrio perfetto malgrado l’alcolicità nominalmente non trascurabile, grazie anche ad una vivida corrente salina. Il risultato è un vino ricchissimo, ma scorrevole, passante, con una chiusura lunga e naturale su una quantità di aromi. Sorprende quanto sia mediterraneo questo frutto di Grenache Blanc e clairette: quasi lo diresti – lo vorresti- italiano più che francese. Certo sfugge del tutto al cliché oggi in voga del bianco verticale, minerale, acidissimo, fresco. Tu però non temerne la larghezza, godine invece la bellezza sontuosa, che t’avvolge e lentamente quasi ti intossica, perché il suo intento è amoroso: c’è purezza in lui. Non temere nemmeno il tempo, come lui non lo teme: 2011, sono già quattro anni. (Nota del 20 agosto 2015)

Faugeres AOC 2011, Clos Fantine, 14 gradi.

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Vorrei viaggiare dall’Italia oltre il confine francese, percorrere le coste e le terre rosse e frastagliate fino all’apparire dei Pirenei; oppure giungere al mare da nord, dalle fredde onde della Manica scendendo verso sud e muovendo verso est, lasciando alle spalle le luci di Parigi e la Champagne a oriente, tagliando di netto la Loira, scorrendo verso sud parallelo alla valle del Rodano. Vigneti, storie, colline. Paesi, castelli, persone. Mani, visi, sguardi e parole. Poi, in fondo, la Linguadoca, grosso modo tra Roussillon e Provenza; regione di fascino particolare, quasi chiusa in un suo mistero: una parlata sua (la “lingua d’oc”, appunto) e l’eresia catara; di fondo, una natura indomabilmente latina, ribelle; leale al potere nordico ed in principio germanico delle generazioni di re di Francia, ma sostanzialmente autonoma.  In essa Faugeres e’ denominazione di colline di scisto a forti pendenze, interne ma ancora prossime all’aria marina, site tra i 250 e i 700 metri d’altezza, con la brezza della sera che rinfresca le uve e dona purezza al vino, se lo lasci parlare.  Terre magre, coltivate almeno fin dall’antichità romana e probabilmente da prima ancora, dove tutt’oggi la vite ed il vino occupano un ruolo centrale nelle colture.  Chissà oltre gli eventi storici, le guerre e le repressioni, quale eredità resta nelle mani e negli occhi  di quella gente. Domande che si affacciano mentre si tesse con  questo rosso Faugeres di Clos Fantine il mio dialogo muto. Bottiglia comprata quasi per caso in un grande negozio di South Kensinghton, attratto dall’orgogliosa etichetta vecchio stile, dal prezzo accessibile, dal cartellino che lo identificava come biodinamico. Si’, perché  nei 28 ettari di Clos Fantine fanno tutto in famiglia Carol, Corinne e Olivier Andreu: niente chimica in vigna, semplicità estrema in cantina, senza filtrare o chiarificare e con dosaggi minimi di solforosa. Apri e versa il liquor rosso rubino, quasi profondo senza indugi lo diresti  nella sua concentrazione, se non sfumasse così rapidamente all’unghia su tonalità più pallide, un preludiare di granato ma non ancora tale; se non avesse interna una sua luce di rimando, un riflesso solare, che allontana opacità e promette purezza. Danza sciolto nel bicchiere, presente ma leggero, fluido. L’aroma e’ un canto di Carignan, Cinsault, Sirah, Grenache, un po’ roco sulle prime, ma che presto si schiarisce: il tempo di qualche gorgheggio. È un vino che ti solletica fin dal naso, questo è: insieme sole accecante e penombra, quella che io ricordo delle vecchie cantine elbane, per metà interrate, chiuse da un pesante portone; dopo la luce esterna abbagliante dentro solo buio ed odore di uva, di appassimento, di decenni di vino che invecchia. Caldo e fresco ad un tempo l’aroma di Clos Fantine, more e prugne nere da una parte e mirto e mirtillo, poi dall’altra fragole e lamponi, circonfuso dalle profondità della liquerizia, della cannella, uno spunto acetico che intriga e rinfresca ed una terrosita’ piacevolmente rustica che ritrovi tutta sul palato. Perché nella tua bocca lo troverai ruvido ma piacevole: come un bacio di passione, come un gatto riconoscente che con la lingua ti lecca le dita. Vino dal tannino notevole in quantità ed assai grintoso, che ignora smussature, gessoso persino;  quasi violento nel porgere la sua intensità, ma con naturalezza, leggerezza, senza forzare: cosi’ che il corpo indugi a dirlo pieno – ampio, piuttosto! E lungo a permanerti sul palato, un poco amarotico, con un’acidità decisa -che non si nasconde- ed un alcol che scalda piacevolmente, magari anche superiore  ai gradi dichiarati per arrotondamento. Freschezza e calore, rotondità e forza: conciliazione di opposti che ha il suo tramite nell’anidride carbonica disciolta finissima e invisibile, a pizzicare il palato e rinfrescare la beva, tenendo il vino vivido seppur rustico, come si usava in certi Chianti, Barbera e Bonarda d’antan e che fortunatamente ancor oggi talvolta si ritrova. Vale sapere di fronte al piacere che un 25% dei grappoli non si deraspa e che il rosso liquore di Bacco affina circa diciotto mesi in cemento, senza interventi? La tecnica, che vale? Qui l’anima parla, qui parla la terra. Lo sapessimo una buona volta il valore della terra! Che millenni la creano e una ruspa devasta un due giorni. Lasciamo: Clos Fantine e’ fatto per la gioia della tavola, su un’arista del Pistoiese ed un Pecorino stagionato del Monte Amiata mi ha sorriso senza farsi intimidire. 

Cannonau di Sardegna Sa Mola 2004, Alberto Loi, 13,5 gradi.


Ed il tappo si sbriciola. Maledetto. Ecco fatto: tienilo per anni nel ripostiglio di casa, steso si’ ma in un caldo che sfianca d’agosto, negli anni torridi 2009, 2011, 2012, sommandoli ai più gentili 2010, 2013, 2014. E pure l’inverno col riscaldamento. Bravo. Solo perché aspettavi, nella tua testa, l’occasione giusta, il perfetto abbinamento. Ma che ne sai; e come l’avrai conciato. Pero’ dal collo del bottiglia il suo profumo quasi m’assale, come a dirmi:“io sono qui” e lo sento ancora mentre l’ho nel bicchiere a trenta centimetri dal naso venirmi addosso come folate di vento. E se la tinta si è fatta granata e un po’ velata, pure e’ più profonda: la trasparenza del bordo che lascia spazio a un abisso che ti intriga, mentre lui sa danzare nel calice con movenze flessuose e morbide -non molli- lasciando sul bordo lacrime irregolari e capricciose, nella forma e nella loro velocità. Non “lui"dunque, ma "lei”: vino femmina e’ questo, di quelle femmine ardenti, scure d’occhio, di capello, finanche di pelle, ma non aggressive: al loro posto sanno stare, attendendo il momento, tendendo la rete. Pensa, senza scomodar veline, a certe bellezze sarde: ecco, quello il tipo, un po’ fenicio. Quell’aroma! Così intenso che lo diresti nettare di uve stramature, e non è cosi’, perché’ nulla ha di stucchevole. Come ti esplode tuttavia, intensissimo, con la forza del sole, con la succosita’ polposa della frutta rossa, delle prugne mature, di pesche da cogliere all’attimo estremo che traboccano dorate di luce e calde di aria del loro contenuto zuccherino; ed una combinazione di frutta candita e speziata, come la ritrovi in certi dolci antichi, afrodisiaca miscela di dolcezza golosa e di piccante; la’ son spezie dolci e non: cannella e pepe bianco, noce moscata e pepe nero, un ricordo di chiodi di garofano. Uno sbuffo leggerissimo di solvente, come una vernice stesa su un violino prezioso da mani esperte, a renderne più lucente l’identità preziosa. Ricordi lontani dell’umidità segreta di un canneto che cela il suo greto, dell’effluvio di piante di corbezzolo; e mi pare di sentirvi tutta la Sardegna interna, come l’ho veduta, come l’ho sognata. Cenni di fragola e di liquerizia dolce, dissimulati, mimetizzati: in fondo il cannonau è parente della granaccia o piuttosto grenache, e diciamola così per non addentrarci in diatribe da ampelografi. Alla bocca, ecco: quella finezza di tannino squisita, come fosse una polvere appena di cipra, per ventura rimasta velo sottile sul comò, presso lo specchio, dopo trucco di dama: poca, leggera, raffinata; il corpo estrattivo, pieno, ancora una volta sensualmente carnoso; l’alcol che irradiando scalda e rende euforici, ma non disturba; una lunghezza estrema, come la volta della notte che si riflette sul mare e tu ne perdi l’inizio e la fine. Questo rosso di Alberto Loi, pur vecchio e’ ben fresco e salino e non sai se fermarti a goderne o berne ancora; perché ha anche quel non so che di rustico che lo rende sincero, o forse sara’ quel suo finire amaricante su un pedale di miele di corbezzolo, che insieme invoglia e soddisfa. E sarebbe Sa Mola la vigna pianeggiante dell’azienda, quella di vigne giovani? Chapeau allora, tanto di cappello. Si dice: “difficile fare un gran vino con la grenache in purezza, se trovi il corpo perdi freschezza”. Io qualcuno l’ho assaggiato, anche di quelli quotati di Spagna, la terra d’origine del Grenache, e di quelli del Nuovo Mondo (e se vedi l’azienda Alberto Loi, bassa e bianca in mezzo alle vigne, ti aspetteresti da un momento all’altro di vedere apparire Don Chisciotte; oppure un eroe sudamericano, perché sembra la fazenda de “La casa degli Spiriti”): tante delusioni. Questo, assaggiato ora con più di dieci anni d’eta’ ed il tappo che si sbriciola, invece è sublime, da non temer confronti nella sua unicità’. Sarà’ che non è grenache: e’ Cannonau.

Balaxus 2008, Rosso IGT Toscana, Castello di Potentino, 14,5 gradi.


Andare al Castello di Potentino e’ come entrare in una dimensione che è altra e magica, come se quelle poche svolte di sterrata che lo separano dalla statale che costeggia Seggiano fossero una sorta di impalpabile macchia del tempo, o lo specchio di Alice nel paese delle meraviglie; e le vigne che ha intorno un rustico giardino dell’Eden, con i loro pampini a coprire morbidamente la vallecola che gli si stringe d’intorno, fremendo appena al sospirar d’un vento. Che si debba ringraziare una famiglia inglese per un restauro perfetto e per preservare con cura rabbiosa questo angolo di pace anche contro venali appetiti edilizi, e’ cosa che va a loro onore ed a scorno dell’Italia tutta. “Ahi serva Italia, di dolore ostello” diremmo con Dante; ma conviene consolarci con i vini che li’ si producono, che replicano perfettamente la situazione umana: con le uve straniere che si affiancano al nostrissimo sangiovese, con una vinificazione di una cura che troviamo rara persino in territori più celebri, e che invece riluce qui in una landa sperduta alle pendici del Monte Amiata, con i monumentali vasi vinari in rovere da 50 ettolitri. Questo Rosso Balaxus e’ un uvaggio di sangiovese ed alicante, quest’ultimo in misura direi prevalente, o comunque si fa sentire: con quella sua certa gentilezza ed avvolgenza sensuale, morbida, alcolica ed un po’ barocca, rabbonisce il sangiovese che dalla sua aggiunge snella eleganza e tridimensionalità, così come nel castello a certe rudi strutture medievali si sovrappongono riccioli e volute Secenteschi. E l’alicante e’ poi la grenache, forse l’uva più diffusa sulle sponde del Mediterraneo, dalla Spagna alla Francia alla Sardegna e via via. Allora, nel calice, il vino rosso rubino di media trasparenza ondeggerà mollemente, un poco lascivo, col languore di certe donne brune, lasciando sul vetro fittissime lacrime assai lente a scorrere, con un aroma pronunciato e solare di liquerizia, di fragola , di alloro, di ciliegia, di menta , di ginepro, di mora, di mirtillo, cera e incensi, in un alternarsi chiaroscurale di luce ed ombra, ma che digradano l’una nell’altra senza contrasti eccessivi, come nel primo mattino o nel tardo meriggiare; e c’è su tutto un ricordo come ferro antico, primigenio, minerale, quasi di lance e armature rimaste sospese in qualche pertugio tra i cancelli del tempo. In bocca e’ di buon corpo, molto scorrevole e armonico; morbido ma elegante, viscoso ma non grasso, saporito, ben lungo, di fine stoffa tannica ed acidità vivida ma gentilmente integrata, forse appena un po’ alcolico. Apparentemente svagato e invece complesso, un po’ eccentrico forse, ma con stile, ecco che svela come una terra appartata, lasciata ai margini dallo scorrere della storia, se coltivata con passione e rispetto possa aprirsi alla contemporaneità e al mondo tracciando una retta tra passato e futuro come la scia di una stella cometa a San Lorenzo. Poi, tutto quel l’alicante in evidenza potrà anche restare sospetto a chi ama i vini Toscani tradizionali, così tutti d’un pezzo, ma il mondo e’ bello perché vario. Io ne ho goduto su un pollo arrosto ed i fagiolini di Sant’Anna in umido, o come si dice volgarmente in Valdinievole “le stringhe”, ricordo struggente dei pranzi che facevano d’estate i miei nonni, la famiglia tutta riunita a tavola; ed era sempre una festa, con il vino rosso di pianura leggero ed acidino spillato dalla damigiana, tanto diverso da questo. (16 agosto 2014)