Portofino Bianchetta Genovese U Pastine 2013, Bisson, 12,5 gradi.

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Ho per i vini bianchi liguri un debole antico; non necessariamente per i pregiati Cinqueterre o i potenti Pigato del Ponente: anche per quelli più corrivi.
Sarà che per noi cresciuti a Milano quello ligure è il mare amico, che sta a portata di mano, che lì di norma ci accompagnano bambini i nostri genitori e che a quei profumi e quei sapori ti ci abitui. Oppure perché son le prime gite che fai crescendo, con gli amici prima e poi con gli amori, e quei vini gustati a bordo mare sono la tua idea di libertà e il tuo sogno di un domani.
Tant’è: li amo perchè asciutti e nudi, senza tante svenevolezze; li amo perchè intensi e solari, con quell’acidità guizzante che rinfresca e pulisce la bocca. Li amo – li ho amati – persino sfusi in una caraffa, per quei pregi lì.
La Bianchetta Genovese U Pastine di Bisson mi è sempre parsa il prototipo del vino ligure se vogliamo più semplice e quotidiano, ma fatto bene, con cura precisione e pulizia: un vino che si apre senza troppo pensiero e che non ti tradisce mai: per un antipasto o un primo di mare, un pesce; ma anche per preparazioni vegetariane; per l’aperitivo; per la tua sete, per la compagnia.
Bisson lo produce in purezza coltivando la bianchetta – meglio conosciuta come albarola nello spezzino – sulle alture di Trigoso, nel comune di Sestri Levante. Sono vigne che sentono, vedono il mare; se direttamente, non so, ma quella luce che si riflette nelle due baie di Sestri Levante, così intensa e vibrante in certi giorni dell’anno da apparire quasi mistica, l’immagino accarezzare i grappoli per farli biondi: “guarda il calor del sole che si fa vino”, come diceva Dante.
E quel vino l’ho nel calice non più giovanissimo, col suo color limone di media profondità, trasparente e luminoso, con le sue gocciole che scorrono sul vetro molto veloci, molto evanescenti e molto rade; con il suo aroma misurato ma solare, finissimo, delicato e puro, sfaccettato come un diamante: mi pare di trovarvi i fiori di campo, la camomilla; le erbe: borragine e tè bianco; gli agrumi: limone, cedro, pompelmo; un tocco iodato e uno di miele, un fondo di origano e di lieviti. L’assaggio: il suo corpo è medio, tendente al sottile, ma la sua acidità è molto alta, quasi frizzante, siche sospetto un po’ di carbonica sia rimasta discosta e si senta a bottiglia appena aperta. Nettamente salino, il suo gusto ha media concentrazione, ma con una progressione ed una persistenza superiori alle mie attese: sfuma con una  punta di alcol minima e perciò piacevole, persino golosa. Semplice, se vuoi, ma ben teso per quella sua bella articolazione di rimandi acido-salini, con appena una minima abboccatura quando l’hai sulla punta della lingua, che rimane però negli ambiti del secco e perciò non mi dispiace affatto. A riprova della sua acidità spiccatissima, la salivazione che provoca non solo è lunghissima: basta il solo pensiero o ricordo del sorso perché riparta. Ecco un vino amico, di quelli che vogliono solo esser bevuti, dei quali basta un sorso per essere allegri e sentirsi in riva al mare. Per me, oggi, l’abbinamento è stato del cuore e della memoria: antipasti di mare, focaccia di Recco, trofie al pesto.
(Assaggio del 30 agosto ‘16)

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