Colline del Genovesato rosso Granaccia IGT, Bisson, 13,5 gradi.

“Ma dove vanno i marinai

Con le loro facce stanche

Sempre in cerca di una bimba da baciar”.

Si diceva un tempo che i marinai avessero una donna in ogni porto, e forse era vero. Chissà quanti bimbi sono stati generati da qualcuno che “veniva dal mare”, come in quella vecchia struggente canzone di Lucio Dalla.

La granaccia è un’uva marinaio, il cui antico viaggio incominciò presumibilmente in Spagna – forse in Aragona – per poi diffondersi nella Francia meridionale, cominciando dal Roussillon per risalire il Rodano; e in numerose zone italiane, particolarmente sulle coste del occidentali e sulla Sardegna, testimoniando lo scambio di culture e di genti che è avvenuto nei secoli.

Ovunque la granaccia è arrivata, ha saputo adattarsi bene, generando vini interessanti e in parte mantenendo alcuni suoi specifici caratteri rotondi (la relativa delicatezza tannica, l’acidità contenuta, l’attitudine alcolica, i profumi di fragola e di liquerizia), in parte mimetizzandosi ed originando vini molto diversi: da certe espressioni concentrate rinvenibili nella penisola Iberica ed in Francia, ad altre più snelle e lievi; senza dimenticare una notevole propensione alla veste rosata.

In Liguria raggiunge le sue vette di complessità e finezza nel piccolo areale interno di Quiliano, in Ponente, ma si esprime bene anche altrove, come testimonia questo vino di Bisson, che ha base a Chiavari, in Levante.

Ritengo la Liguria sia la più aerea delle regioni italiane: così stretta tra i suoi monti ripidi e il mare, nessun’altra mi ha trasmesso ugualmente quel sentimento magico di ariosità che si prova dalle sue alture affacciandosi all’immensità acquatica, così aperta al nulla del vento e delle onde.

Quella levità ariosa, che sfugge ad altre manifestazioni della granaccia, in questo Rosso delle Colline del Genovesato si manifesta pienamente.

Lieve anche allo sguardo: rubino trasparente, ma cupo, con gocciole fitte, persistenti, veloci e lunghe. Si offre alle nari con un profumo davvero intenso, nitido, dove emerge anzitutto quella fragola tipica della varietà, chiara e definita, guarnita da schegge di liquirizia. Poi un carattere più balsamico, con veli di frutta più scura, come bacche di mora di rovo e ginepro, che ritorneranno nel retrolfatto, insieme ad alloro e corbezzolo. Assaggiandolo, è avvolgente ancorché secco, offrendo una sensazione pseudo-zuccherina, se così si può dire, grazie al contenuto glicerico, risultando ampio e di tessitura morbida.

Piace e conquista, perché il sorso è molto articolato, giovanile ma non giovane: l’acidità è giusta, il tannino poco marcato, ma la beva è ravvivata da un tratto salino assai distinto e da un gusto vivido, limpido sulla nota di fragola, con una lieve ombreggiatura medicinale ed erbacea che in modo piacevole, appena amaro, contrasta con la dolcezza glicerica, amplificando le sensazioni verso un finale equilibrato e di buona lunghezza . Gli abbinamenti naturali, che l’emozione suggerisce, sono il coniglio, la tagliata al rosmarino; ma stasera, sorprendentemente, è buono con un Asiago stravecchio.

D’altronde, quel vecchio marinaio di nome granaccia, non è arrivato fin sotto le pendici dell’Altopiano, facendosi chiamare Tai Rosso sui Colli Berici?

Solarancio, L a 2015, Vino Bianco, La pietra del focolare, 13,5 gradi.

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Amo, da sempre, le terre di confine. Le lagune, ad esempio, dove non è suolo e neppure mare; le paludi, dove il capriccio delle acque muta senza posa il paesaggio. Sarà forse per quel senso di indeterminazione, per quel limitare sospeso, per quella vaghezza che aggiunge poesia, senza neppur tirare troppo in ballo il buon Leopardi e le sue teorie. Oppure sarà che l’incontro di sfere diverse, di differenti territori, crea una meravigliosa, seppur obliqua, ricchezza. Le terre dei Colli di Luni sono appunto di confine: politicamente, sempre un po’ indecise tra la Toscana, la Liguria e l’Emilia, e le varie signorie che nei tempi si sono susseguite; geograficamente -ciò che più conta- ponendosi allo stacco tra l’Italia peninsulare e continentale, con gli Appennini e le Apuane alle spalle e davanti lo specchio del mare, prendendo un po’ dai monti e un po’ dal Mediterraneo l’aria e la vegetazione. In fondo in certi periodi dell’anno solo pochi chilometri in linea d’aria separano le onde dalle creste innevate: quella la magia; che, se fossimo in Nuova Zelanda, tutti diremmo: “oh”. Il territorio perciò è peculiare e che fosse favorevole ai vini se n’erano già accorti i romani, se Plinio il Vecchio già giudicava quelli di Luni i migliori vini dell’alta Etruria (uè, all’epoca non c’erano né gli agronomi né gli enologi ad aggiustare ciò che la Natura non dava). Sono i vigneti, lì, lacerti di terra impervi, strappati al bosco ed alle colline a forza di mani, perché spesso col trattore nemmeno ci puoi entrare, tanto son piccini come  fazzoletti di trina della nonna. Però il Vermentino, lì, esprime un carattere notevolissimo, identitario, raggiungendo forse le vette della sua eleganza. Lì sono state negli anni e per forza di tradizione ed evidenza empirica identificate zone di particolare pregio: tra esse, Sarticola, una località tra Castelnuovo Magra e Ortonuovo, posta a circa 300 metri d’altezza, ben ventilata e che guarda il mare, con terreni, da quel che mi si dice -e spero con cognizione- argillosi e sassosi.
Da essa vengono anche le uve di questo Vermentino, del quale a lungo avevo sentito parlare: trovandomelo davanti in un’enoteca di Sarzana nell’agosto del 2016, non l’ho potuto ignorare. E l’apro ora, che si è ben riposato in un’adeguata cantina; e mi pare una fortuna averlo atteso, perché i bianchi 2015 dell’Italia centrale, appena usciti, mi sembravan quasi tutti muti; ma, d’altra parte ,nemmeno vorrei aspettare troppo: non ho grande fiducia nell’invecchiamento del Vermentino, che mi pare sempre un po’ un azzardo perché mi credo sia un peccato perdere quella freschezza caratteristica di questi vini e che è tanto bella.
A maggior ragione tiro un sospiro di sollievo per la decisione presa trovandolo col tappo in plastica: saprai – amica o amico che mi leggi – che assai poco ne stimo la tenuta nel tempo, anche quando sia di qualità buona come mi pare questa chiusura. Allora, giusto così: apriamolo. Lo trovo di una bellissima tinta limone carico, luminosissimo, con una evidentissima carbonica disciolta: veramente “il calor del sole che si fa vino, giunto a l’omor che de la vite cola". Lascia sul calice gocciole veloci, rade, che si disgregano in un velo. Ha un profumo molto intenso e complesso, pulito, arioso e luminoso, solare, mediterraneo o  -più ancora- tirrenico. Un’armonia di fiori: ginestre, mimosa, biancospino e sambuca; di agrumi, soprattutto arancia e mandarino, ma anche un po’ di cedro; di erbe, salvia, alloro, rosmarino; un garbato ma evidente bouquet minerale petroso, gessoso, ferruginoso, sottilmente empireumatico, pronto col tempo ad aumentare ed aggiungere ulteriori profondità. Forse, sul fondo, c’è un barlume di cannella ed una nota lievemente, elegantemente ammandorlata. E’ ancora molto giovane, ma già in sviluppo ed incuriosisce, intriga, invoglia all’assaggio, che è pieno, quasi cremoso eppure un po’ titillante di carbonica. Giustamente secco, con una altissima acidità, molto salino, ritmato verso un finale lunghissimo e nitido, con una gestione esemplare dell’alcol, che resta nascosto tra ricchezza e freschezza, ha una ampiezza sonante che si innalza verso il cielo e il sole in una dimensione verticale con una indimenticabile continuità di tono, e con una scorrevolezza felice che quasi ti verrebbe di definirlo passante, ma solo nel senso della flessibilità naturale e gioiosa: cioè, che passa attraverso la bocca, insinuandone ogni pertugio per poi fuoriuscirne alato. Un Vermentino lirico e potente, verace  e raffinatissimo insieme,  tecnicamente impeccabile e figlio di scelte enologiche consapevoli, ma calorosamente comunicativo. Sulla nostra tavola si è sposato con amore ad un piatto di spaghetti con la bottarga e ad una zuppa di vongole veraci, ma lo immagino un sogno su grandi pesci pescati, ricciole e sanpietri,  sui crostacei , persino sui crudi.
Questa Pietra del Focolare, che pure non conosco direttamente, che altri vini produce e che sarebbe giusto assaggiare, mi pare oggi una pietra di paragone.

Colli di Luni Vermentino Costa Marina 2015, Ottaviano Lambruschi,13 gradi.

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C’è una terra strana, che sta tra Toscana, Emilia e Liguria; partecipa un poco dello spirito di ciascuna di esse, ma a nessuna di esse completamente appartiene. Mi ha insegnato una signora di Lerici un po’ folle, Lucia, che tiene una trattoria fuori dal tempo in un carruggio del vecchio molo, a chiamarla Apuania, cioè la terra che che si baricentra sulle Alpi Apuane; ed è un termine che mi piace, concettualmente più esteso di quello di Lunigiana, che ricomprende territori un tempo assoggettati alla città di Luni.  Se vi arrivi, come a me capita spesso, da nord, scendendo dalla tortuosa autostrada della Cisa, c’è un punto dopo curve e contro curve che il panorama si apre, facendosi più dolce e quasi magico: il Magra che scorre in basso tra le rocce stratificate e nel suo letto di ciottoli, le ultime basse alture dell’Appennino di lato, già addolcite dalle coltivazioni di piccoli poderi che rubano terra ai boschi, e a manca le cime aguzze delle Apuane, che si innalzano bianche e azzurrine come una visione; al punto che l’autunno, quando la valle si riempie di nebbia, pare si ergano quasi da un lago incantato di ballata nordica; ma di fronte a te -amica, amico che mi leggi- un’ampia apertura di cielo, solitamente nitida e luminosa, perché già risente del vento e del riflesso del mare: là il golfo di La Spezia, là la Versilia: è la porta dell’Italia peninsulare, dove lo Stivale si stacca a ovest dal continente. Ci sono, da questo lato, Aulla e Pontremoli, ancora appenniniche, con caratteri di montagna; sull’altro versante Sarzana, Castelnuovo Magra, Ortonuovo, i ruderi di Luni, e lì il mare, pur non sempre visibile, si sente sulla pelle, si respira nelle nari. Anche le viti lo sentono, e lo trasmettono ai vini. Qui i Vermentino sono spesso indimenticabili: potenti, a volte, ma sempre longilinei, scattanti, freschi, minerali come acqua di roccia. Mi dicessero: “ nominane uno, emblematico”, direi il Costa Marina di Ottaviano Lambruschi. Il nome del Cru, cioè della vigna, dice tutto: il suo racconto è ben chiaro. Poi, il suo valore è acclarato anno dopo anno. Ottaviano Lambruschi è produttore storicissimo, lui che lasciò, mi pare di ricordare, le cave di marmo per la vigna agli albori della denominazione, determinato che lì potesse venire un gran vino bianco, piccandosi appunto a lavorare il meglio delle uve per singola vigna: oltre al Costa Marina, il Sarticola (oggi, però, quella vigna è tornata in mano altrui) e più avanti il Maggiore. Anche se ormai da anni la conduzione dell’azienda è passata al figlio, ricordo favorevoli annate, anche recenti, nelle quali i Vermentino di Lambruschi ti inginocchiavano adorante, per freschezza, purezza, lucentezza, slancio: veramente, un’acqua saporita cavata dalle rocce. Ti racconto qui invece l’assaggio di un’annata stranamente calda, la 2015, e ti confesso: io, parecchi bianchi di quel millesimo non sono stato tanto buono a interpretarli,almeno quelli del Centro-Nord : forse solo ora comincio a raccoglierne il dialogo, che si sono un po’ evoluti. L’assaggio che ti racconto, però, è di quando questo Costa Marina era uscito da poco; e ci sta, perché se spesso amo i bianchi evoluti, nei Vermentino preferisco la freschezza della gioventù. Giovane, questo Costa Marina lo era senz’altro, il 17 settembre del 2016, forse ancora da svelarsi, come un bimbo carico di promesse dorme placido, e del futuro ignaro, nella sua culla: era difatti di colore limone tenue, con riflessi verdi, d’erba primaverile bagnata di rugiada. Non formava gocce sul calice: solo un velo, che lesto di ritirava. Però il profumo, quello invece ti veniva incontro: intenso, nitido, puro, e più ancora: deciso e schietto; esprimendo un gioco di frutta e fiori, sulle prime: limone, cedro, chinotto e margherita, glicine, mughetto. Tuttavia, con un po’ di attenzione, altri profumi si facevano strada, più originali, più domestici, direi quasi più umani, se qualcuno a penna rossa li rilevasse come meno ortodossi, vedi mai: il sedano, il finocchio, la zucchina, la foglia di pomodoro…non svilirlo definendolo erbaceo. C’era anche dell’altro, quasi un’idea fra le righe: spezie? Pepe bianco, forse, magari un tocco di noce moscata. Con maggior chiarezza, invece, idrocarburi, pietra, acciaio. C’è un’idea di mare all’alba col sole che si alza, una lama di luce all’orizzonte, se un’immagine potesse raccontare un profumo.  Non ha bisogno questo vino del contributo di certi aromi secondari, di affinamenti in legni vari, per essere grande all’olfatto: solo acciaio l’affina.  Venne il momento delll’assaggio: secco ma rotondo, di corpo superiore alla media, morbido e carezzevole, ma reattivo perché in esso c’è una grande acidità mimetizzata ed ammansita; spinge tuttavia verso un finale che schiocca e sbuffa magari un po’ di alcol, lungo ma senza esagerare. La tavola, il suo regno: un bel vino di grande soddisfazione col pescato di mare. Più ancora, un vino che trasmette il carattere del Vermentino e quello della gente di quella terra e della terra stessa: come una cartolina di marmo e di verde. Eppure, meno nervoso di come lo ricordassi, lasciandomi la nostalgia di annate più fresche, più profonde e viscerali.  
Queste le mie note di allora. Mi sembra ieri, ed è passato più di un anno

Granaccia Colline Savonesi IGT 2006,  Scarrone, 13 gradi.

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Quando ricevetti in regalo questo vino da un collega – un amico – tanti anni fa, non sapevo nulla né della Granaccia, né di Quiliano, né di Scarrone. E di Mario Soldati, nemmeno.
Provai riconoscenza ed una profonda curiosità per quella bottiglia con l’etichetta dalla grafica antica, dove pure il tenore alcolico era scritto a mano: sembrava proiettata da un passato remoto e perduto. Aspettai per un po’ l’occasione giusta, l’abbinamento ideale; poi partii per vivere all’estero ed essa rimase qui in Italia, ad aspettarmi in cantina.
Fatto sta che gli anni passarono e con essi studi, letture e di possedere una bottiglia di Granaccia savonese mi ravvenni tempo dopo, leggendo appunto il Terzo viaggio raccontato da Soldati nel suo leggendario volume Vino al vino: autunno 1975, un’Italia lontana, prima ancora che io nascessi. Mi incuriosì quel vino definito “barocco” dall’intellettuale torinese, con un misto di attrazione e repulsione che esprimeva senza troppe cautele in quelle pagine lontane dedicante al Granaccia prodotto a Quiliano, “comune sulle prime colline di Vado, provincia di Savona”, da Natale Scarrone, “…in un valloncello angusto come una forra…le vigne sono tutte lì in un angolo, anzi in un triangolo esposto a mezzogiorno, coltivato a terrazze, tra muretti a secco, strette l’una sull’altra”. Una produzione, quella di Scarrone,  all’epoca minuscola: 500 bottiglie al più.
Mi decisi perciò un giorno a cercala quella bottiglia in cantina, e frugai spostando cartoni di vino, e poi eccola, vidi e lessi prima il luogo di provenienza e poi il nome del produttore: Quiliano e Scarrone, la chiusura di un cerchio; presumibilmente non più Natale però, forse i figli o gli eredi. Tuttavia, anche a cercare informazioni in rete, poco ne ricavai o nulla. Frattanto di Granacce ne avevo assaggiate tante, sotto i vari nomi che han preso viaggiando per il Mediterraneo fino a giungere addirittura nel Nuovo Mondo: Garnacha, Grenache, Cannonau, Alicante, Tai Rosso, e molti altri; ricavandone sensazioni contrastanti, perché nei suoi viaggi la Granaccia (la cui origine è disputata da Aragona e Sardegna) ha mutato pelle conformandosi ai luoghi, alle usanze, agli stili di coltura e di vinificazione: questa vite vigorosa, resistente al caldo ed alla siccità, che produce uve dalla buccia sovente sottile (ma che su certi suoli aridi ispessisce, mentre l’acino resta piccino), tendenti ad un alto tenore zuccherino, dall’acidità normalmente moderata, mi sembra – per la mia minima esperienza-  si possa considerare tra quelle che con trasparenza restituiscono il loro territorio.
Fatto sta che pian piano realizzai che mi era stato donato un piccolo mito, raro e prezioso, un frammento di storia se vogliamo, e venni preso dalla smania di assaggiarlo, di provarlo e paragonarlo agli altri Grenache che avevo archiviato nella piccola biblioteca della mia memoria gustativa.
Riguardo gli appunti di quel 28 gennaio 2016, quando l’aprii, e me lo rivedo davanti e ne risento ancora le sensazioni, come fosse ieri, perché mi parve un vino eccezionale, probabilmente la più fine espressione che io abbia assaggiato di Grenache o Granaccia che dir si voglia. Estratto dopo dieci anni il tappo di sughero ancora perfetto, il vino di Quiliano era di un colore rubino bellissimo,  appena granato al bordo, trasparente ma dai riflessi profondi, e a ruotarlo nel calice appariva viscoso e materico, formando lacrime lentissime e fittissime. Ricordo l’aroma molto intenso e complessissimo: mi sembrò di discernervi buccia di fico nero, ciliegia, susina nera matura, tanta liquirizia amara, eucalipto, ginepro, grani di caffè, sbuffi di pepe bianco e nero, chiodo di garofano, noce moscata, cioccolato con una nota di vaniglia, e in fondo macchia e bosco, humus, carrube essiccate, tocchi ematici. Era un mondo intero di sensazioni, rimandi ed evocazioni, amica o amico che mi leggi, ma nulla era scontato: si svelava poco a poco con fascino e pudore, femminile e maschile a un tempo, quasi androgino; intimamente mediterraneo, non nella forma ovvia del colore locale,  del pittoresco ad uso delle agenzie turistiche, ma della roccia scabra, riarsa dal sole, dal vento e dal sale, spostandone il suo sentimento interno più a nord, verso rigori forse piemontesi, forse alpini. Sento ancora nella mia bocca il sorso ampio, pienissimo e fresco, sul limitare di una decadenza forse, dal sapore intensissimo e concentratissimo, amaricante come la radice della liquirizia e la ruta e l’arancia amara; originalissimo, molto morbido ma vitale, assai secco in verità, ma avvolgente di un glicole ingannatore, che avresti potuto quasi confonderlo con lo zucchero. E sebbene l’acidità non fosse più che media, c’era una corrente salina continua a tenerlo teso su tutto il palato, principiando dall’attacco netto e svolgendosi ampio fino a un finale quasi trionfante, ma su note gravi, più autunnali che squillanti, di tramonto: una sorta di struggente splendore dorato che sapeva nel retrogusto dell’aromaticità di un alloro.  Mi sorprese il suo tannino, finissimo ma in quantità superiori a quel che conoscevo possibile per la Grenache; certo, non a livello di un Nebbiolo, ma nel suo insieme c’era, a mio avviso, un certo nebbioleggiare. Quel Granaccia di Scarrone che avevo nel calice era un vino artigiano che non conosceva artefazione, che scorreva naturale, senza inciampo, scorrevole e passante (per usare una terminologia cara al Soldati), quasi con la complessità di un distillato. Lo trovai eccezionale allora su un arrosto di magatello e di costine di maiale. Di più: l’elessi vino del cuore.
Scorro stasera, passato un anno, le parole e i giudizi che su di esso lasciò Mario Soldati e me ne sorprendo: “Questo Granaccia, malgrado la sua complicata finezza, sa più di alpe che di mare, più di Piemonte che di Liguria” leggo, e penso che era stata la mia esatta sensazione. Scriveva ancora: “Svuotato di tutto, svuotato del suo nome spagnoleggiante, svuotato del suo gusto svolazzante e superficiale, svuotato della presenza imponente del suo autore barocco, il barocco Granaccia, etere effuso in noi e attorno a noi, è ormai esso stesso un vuoto”…e qui le parole diventano misteriose, le sensazioni sfumano sottili, lambiscono il velo di Maya. Il Granaccia di Scarrone esiste davvero o è come la Casa della Fata Turchina, che quando Pinocchio torna a cercarla è sparita e al suo posto c’è solo una tomba? Di esso dissi entusiasta al collega-amico che me l’aveva regalato, volevo procurarmene altre bottiglie, uno, due cartoni,  e assicurarmene una scorta. Mi rispose che non si produceva più, espiante perfino le vigne per quel che lui sapeva. Altre notizie non ne ho più trovate: ho cercato, ho chiesto in giro, ma fu silenzio soltanto. Forse questo Granaccia di Quiliano di Scarrone è soltanto lo specchio di un nostro sogno. Sostiene un maestro che di vini ne capisce, Armando Castagno:  per dire una parola nuova, utile, nel mondo del vino bisogna viaggiare: “calpestare i territori e quasi mangiarseli”. Credo in verità che sia una regola aurea per la vita intera. I viaggi della Granaccia attraverso il Mediterraneo raccontano una storia in fondo non dissimile da quella di Ulisse, o di Enea: storie di umanità, di esperienze e di luoghi, che rivivono grazie alla potenza evocativa della parola poetica. Un viaggio anche quello che Soldati raccontò in Vino al Vino ed ogni viaggio è una formazione: quello il senso profondo. Un giorno dunque andrò a Quiliano, cercherò quelle vigne dal fogliame “foltissimo, vigoroso, frastagliato, addentellato”, dove le Alpi “si vedono nevose nello sfondo, oltre i primi piani verde-rossastri delle vigne, tra le quinte a V del valloncello”; forse comporrò il numero che stava sull’etichetta, sperando in una risposta: 0198878…
Chissà se troverò una tomba o la casa della Fata Turchina.

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Portofino Bianchetta Genovese U Pastine 2013, Bisson, 12,5 gradi.

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Ho per i vini bianchi liguri un debole antico; non necessariamente per i pregiati Cinqueterre o i potenti Pigato del Ponente: anche per quelli più corrivi.
Sarà che per noi cresciuti a Milano quello ligure è il mare amico, che sta a portata di mano, che lì di norma ci accompagnano bambini i nostri genitori e che a quei profumi e quei sapori ti ci abitui. Oppure perché son le prime gite che fai crescendo, con gli amici prima e poi con gli amori, e quei vini gustati a bordo mare sono la tua idea di libertà e il tuo sogno di un domani.
Tant’è: li amo perchè asciutti e nudi, senza tante svenevolezze; li amo perchè intensi e solari, con quell’acidità guizzante che rinfresca e pulisce la bocca. Li amo – li ho amati – persino sfusi in una caraffa, per quei pregi lì.
La Bianchetta Genovese U Pastine di Bisson mi è sempre parsa il prototipo del vino ligure se vogliamo più semplice e quotidiano, ma fatto bene, con cura precisione e pulizia: un vino che si apre senza troppo pensiero e che non ti tradisce mai: per un antipasto o un primo di mare, un pesce; ma anche per preparazioni vegetariane; per l’aperitivo; per la tua sete, per la compagnia.
Bisson lo produce in purezza coltivando la bianchetta – meglio conosciuta come albarola nello spezzino – sulle alture di Trigoso, nel comune di Sestri Levante. Sono vigne che sentono, vedono il mare; se direttamente, non so, ma quella luce che si riflette nelle due baie di Sestri Levante, così intensa e vibrante in certi giorni dell’anno da apparire quasi mistica, l’immagino accarezzare i grappoli per farli biondi: “guarda il calor del sole che si fa vino”, come diceva Dante.
E quel vino l’ho nel calice non più giovanissimo, col suo color limone di media profondità, trasparente e luminoso, con le sue gocciole che scorrono sul vetro molto veloci, molto evanescenti e molto rade; con il suo aroma misurato ma solare, finissimo, delicato e puro, sfaccettato come un diamante: mi pare di trovarvi i fiori di campo, la camomilla; le erbe: borragine e tè bianco; gli agrumi: limone, cedro, pompelmo; un tocco iodato e uno di miele, un fondo di origano e di lieviti. L’assaggio: il suo corpo è medio, tendente al sottile, ma la sua acidità è molto alta, quasi frizzante, siche sospetto un po’ di carbonica sia rimasta discosta e si senta a bottiglia appena aperta. Nettamente salino, il suo gusto ha media concentrazione, ma con una progressione ed una persistenza superiori alle mie attese: sfuma con una  punta di alcol minima e perciò piacevole, persino golosa. Semplice, se vuoi, ma ben teso per quella sua bella articolazione di rimandi acido-salini, con appena una minima abboccatura quando l’hai sulla punta della lingua, che rimane però negli ambiti del secco e perciò non mi dispiace affatto. A riprova della sua acidità spiccatissima, la salivazione che provoca non solo è lunghissima: basta il solo pensiero o ricordo del sorso perché riparta. Ecco un vino amico, di quelli che vogliono solo esser bevuti, dei quali basta un sorso per essere allegri e sentirsi in riva al mare. Per me, oggi, l’abbinamento è stato del cuore e della memoria: antipasti di mare, focaccia di Recco, trofie al pesto.
(Assaggio del 30 agosto ‘16)

Cinque Terre Bianco I Magnati 2015, Azienda Agricola Fino Riccardo, 13,5 gradi.

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Ora: chi pensa ai vini bianchi della Liguria spesso ha nella memoria vini leggeri, con un’acidità dal rinfrescante al tagliente, secchi e con un corpo per lo più leggero, spesso di marca salina; approssimativi e magri nei casi sfortunati, ricchi di gusto e di sole nei casi migliori. Almeno, questo è ciò che immagino io. Ci sono poi i vini delle Cinque Terre; mi si lasci dire: la nicchia della nicchia, con lo Sciacchetrà in testa, citato da Dante e da Petrarca, ma anche da D’Annunzio: “…quel fiero Sciacchetrà che si pigia nelle cinque pampinose terre ” . Che siano pampinose le Cinque Terre non c’è alcun dubbio: la vista di quelle coste alte e ripide, tutte gradinate di viti e così esposte a picco e dirette alla salsedine e al sole del meriggio, stringe il cuore come una visione ideale di una bellezza antica, arcaica, spigolosa ed ossuta, ostile persino: lì c’è tutta la fatica umana di strappare dalla terra non doni, ma conquiste rubate alle sottili strisce coltivate tra i muretti a secco; e per dirla ancora con un vecchio adagio: “Liguria: mare senza pesci, terra senza frutti.” ed, ahimè, certi vini secchi delle Cinque Terre che assaggiai in passato sembravano confermarlo: approssimativi talvolta, talaltra senza identità. Una recente visita ed i relativi calici colmati e scolmati di liquido dorato hanno squadernato assai il concetto: alcuni Cinque Terre secchi ma gustosi, personali e guizzanti, allegri e fieri come le sardine che nuotano in mare, argentee e così leste nel mutar traiettoria. Questo Cinque Terre chiamato I Magnati che ho aperto stasera è l’esempio estremo della moderna cura enologica locale: oltre alla sua tinta che è un bel limone appena un po’ carico, nitido, trasparente, senza impurezza alcuna, c’è un insieme di profumi precisi e nitidissimi, che spaziano dagli agrumi (limone, cedro e pompelmo), alla frutta a polpa bianca, da note di spezia dolce e sottilmente esotiche del cocco e della vaniglia (alla cieca di ogni nozione sul suo affinamento, una supposizione di legni piccoli) ed un insieme autentico ed identitario di macchia, con fiori di campo ed erbe aromatiche: borragine, salvia, basilico. A stupire è la precisione unita ad una morbidezza rilassata, lontana forse da esempi tipici della zona; e si badi: questa vino è vinificato classicamente in bianco e perciò senza le buccie, non partecipa della larghezza naturale di tanti vini macerativi. Infatti il senso di levigata opulenza è evidente anche in bocca, forse più ancora che all’olfatto: equilibratissimo, col gusto giocato sui primari dell’uva e sui secondari, non ha una nota fuori posto, o comunque nulla che un poco di bottiglia non possa ulteriormente amalgamare. Un’acidità giusta, un corpo pieno, una dimensione sferica, una persistenza lunga ed estremamente armonica, una trama morbida come la miglior flanella; al punto che l’immagini meno alcolico di quanto poi non sia. Questo vino le Cinque Terre te le sussurra in un orecchio: cartolina liquida di una luce del tardo meriggio, più che di quello zenit che picchia duro sui contorni delle case rendendoli taglienti e sul mare trasparente tra gli scogli.  Un vino che, mente accesa, mi vien da dire delizioso. Però c’è anche la pancia: ed allora lo vorrei più scabro, più a misura dei sassi che lo generano e delle loro genti rudi. Tu che mi leggi però – amico o amica mia- non mi ascoltare: cerca ed assaggia questo Cinque Terre, che spinge l’acceleratore su una perfezione formale fin dove essa può arrivare. Ti  regalerà, io credo, il suo massimo piacere su piatti di pesce elaborati e sulle carni bianche.

Portofino DOC Cimixa’ L’Antico, 2013, Bisson, 13 gradi.


I vini liguri, io credo, o si amano o si odiano, un po’ come gli abitanti di quelle terre: generosi, vitali, ma angolosi. Io li amo, perlomeno i vini: sarà che la Liguria per me è la terra delle fughe da Milano, dello sbocco precipitoso sul mare, dei dolcissimi inverni stracoccolato a svernare a Rapallo, ma per me hanno un’attrattiva particolare, che non è solo fascino, ma piuttosto una dimensione di sogno e magia.
Nei bianchi liguri in specie mi piace immaginare di sentirvi il mare: nei Pigati, nei Vermentini, nei Cinqueterre, nei più rari vini di Bianchetta Genovese. Qui stasera ho con me un vino ancora più raro da un’uva desueta e salvatasi non per miracolo, ma per l’amore infinito di qualche contadino che non ha mai smesso di coltivarla in Val Fontanabuona: nel nome il suo destino.
Cimixa’ perché gli acini dell’uva matura sono puntinati come da picchiettature delle cimici della vite: estrema vecchia saggezza contadina, che partiva dall’osservazione della natura per nomare le cose, secondo un arcaico metodo sperimentale. Uva di basse rese, ma zuccherina, in antico si usava per migliorare i mosti e trarne apprezzati e ricchi vini dolci. Questo che ho con me invece e’ secco -nella sua veste paglierina con riflessi dorati- con aromi delicati, dove certo trovi la frutta (quella con morbida polpa e nocciolo duro, gialla e matura: l’albicocca), soprattutto un che di fiori e di erbe: macchia forse, ma non quella ombrosa, che si perde fondendosi nell’oscurità’ alla materia terrestre, piuttosto quella aerea, le chiome che si perdono nell’aria, accarezzate dal vento, ondeggianti e leggere, illuminate da un riflesso lontano del mare. Ecco, il mare: mi sorprendo, perché qui, diversamente da quanto accade per altri bianchi liguri, io non lo sento; mi arriva piuttosto la luce marina, che riempie lo sguardo, e le brezze, che inondano l’anima e i polmoni. Tuttavia in bocca mi manca qualcosa: di media lunghezza, con una acidità ben proporzionata ma dissimulata sotto le sue forti membra che parlano di un corpo ed una struttura notevoli; lo trovo però contratto, metallico, di stoffa innaturalmente ruvida. Si smussa un po’ con l’aria, facendosi amico dell’ossigeno e amalgamandosi restando buono e vitale, anzi migliorando a distanza di giorni ed esprimendo infine note piacevolmente e sottilmente spezziate.
Al punto che viene da pensare che questo vitigno antico, con tutto il suo innegabile potenziale, abbia bisogno di una vinificazione antica e che la sua strada non l’abbia ancora trovata: penso alla morbidezza glicerica di certi vini bianchi macerati sulle bucce dell’uva, così carezzevoli, o alle dolcezze non dolcezze di certi vini surmaturi, o alle evoluzioni di certi passiti. Ecco allora che per far rivivere il passato bisogna inventarsi visionariamente il futuro.